Afghanistan Sguardi e Analisi

Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

domenica 6 giugno 2010

Peace Jirga: la soluzione afghana

«Fate la pace con me e non sarà più necessaria la presenza delle forze straniere. Fin quando non ci sarà un dialogo tra di noi e non si lavorerà per la pace, non potremmo lasciare andare via gli stranieri. La nazione afghana guarda a voi, aspettando la vostra decisione, i vostri consigli per l’avvio del processo di pace e per la salvezza dell’Afghanistan».

Con queste parole rivolte ai taliban il 2 giugno scorso il presidente Karzai ha formalmente avviato la Peace Jirga a Kabul; l’importante assemblea, a cui hanno partecipato notabili afghani, capi tribù, rappresentanti dei gruppi politici e della società civile, volta a definire l’avvio della politica del dialogo di pace con i taliban del mullah Omar, e tutti gli altri gruppi di opposizione attivi in Afghanistan.
La risposta “formale” dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, che ha definito l’assemblea non rappresentativa del popolo afghano e volta a garantire esclusivamente gli interessi degli stranieri, ha anticipato quella “militare”. Proprio mentre Karzai iniziava il suo discorso ai 1400 rappresentanti delle comunità afghane e ai 200 delegati diplomatici stranieri, un commando taliban composto da dieci elementi si è lanciato all’attacco della struttura ospitante la Peace Jirga, nel quartiere di Khoshal Khan, periferia occidentale di Kabul, riuscendo a penetrare nel perimetro di sicurezza con l’impiego della ormai collaudata tecnica dell’attentatore suicida “apripista” vestito da soldato dell’esercito afghano, seguito dai razzi lanciati a media distanza e con il fuoco di copertura delle armi automatiche leggere. Azione respinta in poco tempo dai 12.000 uomini delle forze di sicurezza governative; ma tanto è bastato a dimostrare alla comunità internazionale e agli stessi partecipanti all’assemblea quale sia la posizione dei taliban, chiamati al dialogo e alla collaborazione ma volutamente non presenti tra i delegati all’assemblea.
Per i taliban né le offerte della Jirga, né l'invito di Karzai sono accettabili poiché «diretti a prolungare la permanenza delle forze di occupazione straniera e porteranno unicamente più guerra all'Afghanistan». Nulla di particolarmente sorprendente a dire il vero; con i radicali il dialogo è molto difficile e le soluzioni di compromesso raramente vengono raggiunte. Ma è sui moderati che punta il governo Karzai per togliere forza ai gruppi di opposizione; e questi sono molto più sensibili a proposte di riconciliazione che, detto in altri termini, significa possibilità di avere un’alternativa alla lotta per ottenere lo stretto necessario alla sopravvivenza.
Tutt’altro discorso invece per i vertici e i combattenti più radicali che verosimilmente non cesseranno mai di combattere un governo considerato corrotto e una forza militare di occupazione; e perché mai dovrebbero farlo proprio nel momento di massima forza e capacità operativa? Parlano le cifre del 2010: il più alto numero di caduti tra le truppe occidentali e la più elevata concentrazione di attacchi e azioni ostili degli ultimi nove anni. Quanto basta per non voler prendere in considerazione la possibilità del dialogo.
Problemi provenienti dall’esterno, ma non solo. In realtà anche il fronte interno, quello dell’opposizione a Karzai, ha dimostrato quanto l’ambizioso progetto del presidente afghano sia in realtà non da tutti condiviso. Primo tra tutti il dottor Abdullah Abdullah, avversario di Karzai alle recenti elezioni che ha definito l’assemblea «non legittima» e non ha preso parte alla discussione.
La Peace Jirga si è conclusa venerdì 4 giugno, senza l’attenzione che avrebbe meritato. Eppure gli argomento trattati sono d’interesse generale. La Jirga si è risolta in una dichiarazione di intenti, una manifesta disponibilità al dialogo e al compromesso che, se da una parte ha un retrogusto di sconfitta, dall’altra dimostra quanto i dialoghi afghani siano più efficaci delle politiche occidentali: amnistia per gli insorgenti; commissione di pace (dal livello nazionale a quello di villaggio) per l’avvio delle trattative con gli insorgenti; rilascio dei prigionieri taliban detenuti presso le carceri governative e straniere; modifica della blacklist dell’Onu; cessazione di attacchi aerei, perquisizioni militari, arresti e “proxy war” da parte delle forze Isaf; maggiori investimenti strutturali, capacità di creare, equipaggiare e addestrare le forze di sicurezza afghane.
Un’assemblea che non ha prodotto i risultati sperati dalla comunità internazionale ma che è sicuramente servita a Karzai; l’evento, tanto atteso e discusso, è stata un’efficace dimostrazione di capacità politica e al tempo stesso un modo per far parlare, ancora una volta, di Afghanistan a un’opinione pubblica sempre più stanca e disinteressata. Questo è un risultato, assai modesto se rapportato all’importanza del processo di pacificazione in Afghanistan, ma che pone Karzai nella posizione di poter tentare una soluzione afghana, l’unica che forse ha qualche possibilità di successo, come lui stesso ha dichiarato al termine dell’assemblea: «Ora la strada è chiara, la strada che è stata mostrata e scelta da voi (membri della Jirga) noi la seguiremo passo dopo passo e ci condurrà, Inshallah, verso il nostro destino. È la soluzione soddisfacente, completa e giusta».
Burhanuddin Rabbani, ex presidente dell’Afghanistan, lo ha sostenuto definendo «necessario parlare con il nemico e riconciliarsi con esso al fine di portare la pace nel Paese».
Un passo avanti, seppur incerto, verso la "stabilizzazione dell'Afghanistan" che poco o nulla ha a che fare con quella immaginata dall’occidente fino a poco tempo fa, ma che oggi appare essere l’unica. Il cammino è ancora lungo e la data del 2011 segna solo l'inizio.

5 giugno 2010

martedì 1 giugno 2010

Bala Murghab in tre atti

Atto primo, 17 maggio.
Il convoglio Nato di 129 veicoli militari partito da Herat viene fermato da un attacco Ied a venticinque chilometri dalla Fob Columbus di Bala Murghab. Muoiono nella micidiale esplosione due militari italiani, Ramadù e Pascazio; feriti gli altri due trasportati sul veicolo Lince, la cui troppo “leggera” blindatura inferiore ha ceduto sotto la pressione dell’esplosivo.
Il dispositivo jammer, sempre ammesso che fosse installato sul veicolo, non ha funzionato. Il Lince, ancora una volta, ha dimostrato di non essere il veicolo adeguato per questo tipo di minaccia, e quindi per questa missione. Lo hanno ben compreso gli americani ormai da alcuni anni, avendo sostituito il “vecchio” Humvee – molto simile al Lince – con un moderno veicolo maggiormente protetto. Lo ha implicitamente ammesso anche il ministro della difesa La Russa annunciando l’invio in Afghanistan dei nuovi veicoli blindati Freccia in sostituzione dei Lince. Prima i feriti e poi i morti hanno indotto la politica a correre ai ripari in extremis, al fine di limitare gli effetti mediatici della morte dei militari sull’opinione pubblica. Di certo non ha influito in questa decisione il numero di morti, limitato e abbondantemente al di sotto dei “rischi calcolati” dagli stati maggiori delle forze armate.

Atto secondo, 18-19 maggio.
Presenza, capacità operativa e relativo monopolio della forza dei gruppi di opposizione – e quindi non solo taliban – nella zona di Bala Murghab (provincia di Badghis) ha indotto l’Isaf Regional Command West a prendere l’iniziativa appena 24 ore dopo l’azione militare contro gli italiani.
Una prima operazione congiunta ha visto italiani, americani e afghani (forze aeree e terrestri) attaccare e distruggere una base nemica provocando un numero imprecisato di morti. Un’azione portata a termine con esito favorevole per gli attaccanti. Una risposta allo smacco subito il giorno precedente: una “rappresaglia” è stato detto. Forse.
L’artificioso, e forse un po’ ipocrita, equilibrio del “vivi e lascia vivere” ha perso la sua vacillante stabilità e dall’azione si è giunti alla reazione. Rappresaglia dunque? No, azione militare tout court, tardiva certamente ma efficace sul piano militare; ammesso che fra quei morti afghani non vi fossero civili poiché anche un solo morto non militare porterebbe al risultato opposto: ostilità da parte della popolazione locale. Un equilibrio ormai rotto dunque e che ha portato alla caduta di un velo di pudicizia scomodo e fastidioso circa la presenza dei militari italiani in Afghanistan, e a Bala Murghab in particolare. Non più semplice presenza, ma partecipazione attiva al conflitto; che detto in altri termini significa “combattere in guerra”, andando oltre alle mortificanti norme di linguaggio a cui devono attenersi gli organi militari di pubblica informazione.

Atto terzo, 22 maggio.
In Parlamento c’è stato fermento per i recenti avvenimenti afghani. Non per i Caduti, ormai onorati, sepolti e pronti per essere dimenticati; in realtà la vivace discussione è il risultato di un articolo apparso sull’Espresso del 21 maggio a firma di Gianluca Di Feo. L’Italia dei Valori (on. Rosa Villecco Calipari) e il Partito Democratico (on. Fabio Evangelisti) hanno avviato un’interpellanza parlamentare dai toni duramente polemici.
Di cosa tratta l’articolo del giornalista Di Feo? Di fatti. Fatti incontestabili, non vi è dubbio, ma il titolo dell’articolo è difficilmente condivisibile, al limite della faziosità e richiamante all’ideologia del “contro a prescindere”. Eppure l’articolo è interessante di per sé, ma quel titolo mal si adatta alla realtà: "Ritorsione all'alba". L’autore ha attaccato i militari sul terreno, con fuoco indiscriminato e quasi condannando il diritto alla difesa di chi combatte una guerra scomoda e non condivisa da molti, moltissimi. Anche Di Feo è stato duramente contestato da altri suoi colleghi, di altre testate ovviamente, avviando un processo di spiralizzazione senza via di uscita (per quanto, passata la bufera, anche questa polemica artefatta finirà nel dimenticatoio).
Non è questione di stare al di qua o al di là della barricata; se è pur vero che non si può essere neutrali e che tutti siamo schierati, è però necessario osservare i fatti da una posizione di “presunta equidistanza”. Alpini e gruppi di opposizione (taliban, Hig, Ttp, ecc..) sono, per quanto mi riguarda, combattenti da porre sullo stesso piano, al di là di posizioni ideologiche e reciproche accuse di terrorismo, occupazione, limitazione della libertà, ecc..
So di pormi nella posizione del facile bersaglio così dicendo, da una parte e dall’altra, ma sono un presuntuoso: un presuntuoso equidistante perplesso.

E a proposito di perplessità, concludo con una considerazione personale, una delle tante, che può testimoniare questo mio stato di inquietudine.
Chi è all’opposizione ha fatto polemica, sterile. Ma la maggioranza non ha potuto offrire niente di meglio che un po’ di retorica, insipida per di più. «Noi in Afghanistan ci siamo andati non per combattere una guerra, ma per portare stabilità ed eliminare in "Casa" loro il terrorismo. Dispiace che ancora oggi, nonostante le Forze Armate Italiane continuino a fare il proprio dovere all'estero rappresentando l'Italia e non i governi ci sia sempre qualcuno che metta in dubbio il loro operato». Forse all’onorevole Paglia, ufficiale dei paracadutisti che ha pronunciato questo commento ricco di pathos, sfugge il fatto che la politica estera la fanno i governi, e non le “Patrie”, così come “il dovere” – dei militari – risponde all’ “interesse” di altri soggetti, istituzionali e non.
E a questo punto ben si ricollega quanto appena detto dal presidente della repubblica tedesca Koehler: «in caso di necessità è necessario anche un intervento militare per difendere i propri interessi» come «le libere vie di comunicazione commerciale, ma anche l’impedimento di instabilità di tipo regionale, che sicuramente si ripercuoterebbero negativamente sulle nostre possibilità in termini di commercio, posti di lavoro e salari».
Affermazione che è costata a Horst Koehler le dimissioni dal massimo incarico istituzionale. Indicibile verità.

31 maggio 2010
Leggi l'articolo di Gianluca Di Feo, Ritorsione all'alba

mercoledì 26 maggio 2010

I taliban che non vanno alle Maldive

Si sono appena conclusi i colloqui tra gli esponenti dei gruppi di opposizione afghani e i rappresentanti del governo di Kabul; le Maldive hanno rappresentato il luogo del secondo incontro tra le parti in conflitto, dopo quello di gennaio: colloqui non ufficiali ma fortemente voluti da Karzai e sostenuti dagli stessi Stati Uniti di Obama.
Vi hanno preso parte tredici membri del parlamento afghano e uno dei consiglieri presidenziali più vicini a Hamid Karzai; per i gruppi di opposizione erano presenti rappresentanti dell’Hezb-e-Islami di Gulbuddin Hekmatyar, della Jamaat-e Islami e del Jumbesh Islami ma non dei taliban del mullah Omar. Assenza quest’ultima di non poca rilevanza dal momento che proprio i taliban rappresentano lo zoccolo duro della resistenza armata contro le forze occidentali e il malconcio Stato afghano.
Gli organizzatori dell’incontro hanno auspicato che tutti i quarantacinque partecipanti all’incontro prenderanno parte al terzo colloquio che si terrà, verosimilmente, nel mese di settembre, quando ormai l’offensiva Nato su Kandahar (nome in codice Omid, ossia Speranza) avrà dimostrato il successo o il fallimento della strategia statunitense. Offensiva che vedrà contrapporsi sul campo di battaglia (più di quanto già non avvenga) le forze occidentali con l’esercito afghano e proprio quei taliban che di politica del dialogo pare non vogliano sentir parlare. Eppure proprio in occasione della visita di Karzai negli stati Uniti di qualche giorno fa era stata annunciata, seppur in maniera non troppo clamorosa – il che avrebbe dovuto farci riflettere sull’attendibilità della notizia –, l’apertura di un canale di dialogo diretto tra lo stesso Karzai e il mullah Omar. E infatti è giunta puntuale la smentita dei taliban – almeno quella ufficiale – dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan.
Il successo della politica del dialogo e della counterinsurgency statunitense pare essere sempre più remoto; come riporta finemente e senza mezzi termini Katrina vanden Heuvel sul Washington Post di oggi 26 maggio, la strategia counterinsurgency volta a conquistare i cuori e le menti degli afghani sta fallendo. Una relazione del Pentagono del mese scorso rivela che solamente 29 dei 121 distretti “critici” dell’Afghanistan possono essere definiti in buone relazioni con il governo centrale, in contrapposizione ai 48 che si dimostrano aderenti alle posizioni dei taliban o che li supportano. Così come il numero di cittadini afghani che considera “buona” o “molto buona ” la presenza statunitense e della Nato è scesa da dicembre dello scorso anno al mese di marzo dal 38 al 29%, forse anche in conseguenza all’elevato numero di civili morti e feriti in seguito ad attacchi dell’una e dell’alta parte.
L’atmosfera è strana e si respira aria di preoccupazione, quasi come se fosse giunto il “momento dei Taliban”, sebbene il generale Stanley McChrystal abbia recentemente dichiarato che al momento “nessuno sta vincendo”. Questo avrebbe dovuto forse rincuorarci? Io rimango perplesso, data la situazione di stallo, tanto politico quanto militare. L’offensiva su Marjah non ha dato i risultati sperati, i colloqui di pace non hanno visto la partecipazione del “nemico” più forte e radicale, l’offensiva di primavera Al-Faath ha portato a un notevole aumento del numero di attacchi contro le forze occidentali e il governo locale. Non rimane ora che attendere, ancora una volta fiduciosi, l’avvio della Peace Jirga di Kabul pianificata per il 2 giugno e tanto voluta da Karzai.

venerdì 21 maggio 2010

Al-Faath: non solo parole

Kabul, 18 maggio 2010. Un attacco suicida rivendicato dai taliban ha provocato la morte di diciotto persone, dodici civili afghani e sei militari stranieri: il colonnello canadese Geoff Parker di 42anni, il colonnello statunitense John M. McHugh, di 46 anni, i due tenenti colonnelli Thomas Belkofer e Paul R. Bartz, di 44 e 43 anni, e due soldati americani Richard Tieman e Joshua Tomlinson, di 28 e 24 anni. Non meno di 47 sono stati i feriti civili, uomini, donne e bamini rimasti per noi senza nome. L’azione suicida ha visto l’attentatore - Mujahid Isamuddin, originario di Qara Bagh, distretto di Kabul – lanciarsi contro il convoglio della Nato che percorreva in quel momento la Dar-ul-Aman, via nel centro di Kabul, con un furgoncino Toyota imbottito di 750 chilogrammi di esplosivo.
È stato l’attentato più sanguinoso degli ultimo otto mesi.
La maggioranza delle vittime erano persone in attesa dell'autobus in una strada trafficata nei pressi di un palazzo governativo, del parlamento e di una base militare – l’accademia afghano-statunitense di Controinsurgency.
Bagram, 19 maggio 2010. L’attacco in grande stile condotto dai taliban all’alba contro la base aerea di Bagram, la più grande dell’Afghanistan, ha portato alla morte di un contractor americano e al ferimento di una dozzina di soldati statunitensi. Sul campo di battaglia sono rimasti dieci dei venti guerriglieri taliban che avrebbero preso parte all’azione, come riportato dal portavoce taliban Zabiullah Mujahid.
L’utilizzo simultaneo di armi leggere e lanciarazzi da parte dei mujaheddin ha provocato l’incendio di alcune cisterne di carburante in attesa di entrare all’interno favorendo le prime mosse degli attaccanti. Mentre alcuni mujaheddin si faceva esplodere – il primo nucleo di assalto armato di fucili ed equipaggiato con giubbetti esplosivi impegnato ad aprire un varco nel sistema difensivo –, il secondo gruppo di attentatori suicidi desisteva dall’intento e rinunciava alla successiva fase dell’operazione a causa dell’efficacia delle difese statunitensi.
Il portavoce dei taliban ha dichiarato che sette dei venti mujaheddin che avrebbero preso parte all’azione sono morti nell’attacco mentre gli altri tredici avrebbero fatto ritorno alla base pronti per essere impiegati in una successiva operazione.
È questa la più grande operazione offensiva condotta contro la base di Bagram, ha detto Zabiullah Mujahid.
Khost, 21 maggio 2010. Un attentatore suicida, Muhammad Naeem, alla guida di un camion carico di sette quintali di esplosivo, si e' fatto esplodere nei pressi di una caserma della polizia di frontiera (Sarhad-i-Lewa) nella provincia di Paktika provocando la morte di un agente. Le forze di sicurezza sono riuscite a eliminare altri tre attentatori, travestiti da militari dell’esercito afghano ed equipaggiati di giubbetti esplosivi e armi leggere costituenti il secondo gruppo operativo, che, approfittando della confusione conseguente all’attentato, cercavano di far irruzione nella stazione di polizia.

Come si può evincere dai fatti di questi ultimi quattro giorni, i taliban stanno intensificando le loro azioni offensive e lo stanno facendo in maniera assai efficace, certamente dal punto di vista mediatico.
I taliban possono colpire sempre, ovunque e chiunque come promesso nel messaggio che annunciava l’offensiva di primavera Al-Faath (la Vittoria). Non sempre però ottengono risultati sul campo di battaglia. Hanno colpito duramente a Kabul uccidendo cinque ufficiali superiori della Nato; sono stato fermati a Bagram; contro le forze di sicurezza afghane hanno dimostrato di essere in grado di poter uccidere. In ogni caso hanno fatto parlare di sé, hanno diffuso il loro messaggio sulla rete globale e lo hanno fatto dimostrando di avere le risorse umane per poter portare avanti la lotta in maniera assai efficace.
Gli attentatori suicidi, unica arma intelligente in grado di muoversi verso l’obiettivo, non mancano mai e non si tratta di sprovveduti individui al margine della società, bensì di combattenti addestrati e adeguatamente equipaggiati. Merce rara sino a pochi anni fa, ma che ora rappresenta una delle minacce più preoccupanti: seppur in tempo di crisi, la fabbrica degli Shahid (i martiri di Allah) sta lavorando a pieno ritmo.

Papaveri rossi a Bala Murghab



Afghanistan, 17 maggio 2010. A venticinque chilometri da Bala Murghab muoiono, in un’azione di guerriglia, due militari italiani della Brigata Alpina Taurinense. I loro nomi sono Massimiliano Ramadù e Luigi Pascazio, sergente il primo, caporalmaggiore il secondo.
La dinamica dell’incidente è la più semplice e classica: un Ied (improvised explosive device) piazzato lungo la pista che porta alla base avanzata Fob Columbus esplode al passaggio dell’ottavo mezzo di una colonna di centoventi veicoli. Non prima e non dopo, proprio l’ottavo, il quarto dei mezzi italiani. Il perché può essere dovuto a due ragioni principali.
La prima è che il dispositivo, rudimentale, sia stato azionato dalla pressione esercitata del veicolo stesso. Possibile.
La seconda è che l’attivazione sia stata attivata a distanza tramite un semplice telefono cellulare e che il jammer (dispositivo di disturbo delle onde elettromagnetiche) in dotazione al mezzo abbia fatto cilecca. Probabile.
Il risultato è che un veicolo tattico leggero multiruolo Lince è stato completamente sventrato dall’esplosione avvenuta sotto la ruota anteriore portando alla morte dell’autista e del comandante del mezzo, oltre al ferimento dei due militari trasportati. Questo è certo.

Quello che è meno certo, almeno a parere di chi scrive, è chi vi sia dietro all’attentato. Ma un’ipotesi ragionata è necessaria.
Ho trascorso circa due anni della mia vita in Afghanistan, tentando di capire l’universo dei taliban (definizione generica e abusata), o meglio dei gruppi di opposizione che operano in quel magnifico e terribile Paese. Tutto mi dice che i taliban, quelli del mullah Omar, in questo attentato non centrano. Perché? La faccio breve, senza girarci troppo attorno. I taliban, quelli che si battono nel nome dell’Emirato Islamico, hanno la tendenza a rivendicare le proprie azioni, specialmente quando ottengono un successo sul campo che può essere sfruttato mediaticamente attraverso il web. Questa volta non lo hanno fatto.
In più vi è un altro fattore: il luogo, Bala Murghab.
Bala Murghab non è un’area densamente popolata, è lontana dai maggiori centri della regione, ha una posizione remota e questo crea non pochi problemi a chi è chiamato a operarvi. Qui, le più basilari necessità di un’unità militare richiedono sforzi logistici notevoli e, come è stato dimostrato, rischiosi.
Le strade sono tali solo di nome; in realtà si tratta di piste polverose pronte a trasformarsi in trappole di argilla vischiosa alla prima pioggia.
Bala Murghab si trova nella provincia di Badghis, area a predominanza pasthun in una terra di tagiki. È qui che Ismail Khan, padrone incontrastato della provincia di Herat, ha avviato la sua resistenza antisovietica ed è sempre in questo sperduto angolo di Afghanistan che i taliban hanno stazionato all’indomani dell’offensiva su Mazar-i-Sharif nella metà degli anni novanta.
Non è un area ricca, non ha infrastrutture importanti; anzi, a prima vista si direbbe che non ha nulla di nulla. E invece non è così. La ricchezza di Bala Murghab è nelle terre che la circondano: è la linea, seppur indefinita, di confine con il Turkmenistan dove si arriva, a passo d’asino, in poco tempo e dove è possibile trasportare buona parte del papavero da oppio prodotto proprio nei dintorni di Bala Murghab. Papavero da oppio che, per quieto vivere, non viene toccato dalle forze straniere ma che contribuisce, attraverso un redditizio commercio che arricchisce i signori locali legati per ragioni di comuni interessi ai differenti gruppi di opposizione, la risorsa necessaria al reclutamento e mantenimento di braccia e fucili per difendere i campi da eventuali iniziative esterne. E questo crea un circolo virtuoso per cui all’aumentare dei proventi aumenta la possibilità di permettersi milizie private che a loro volta aumentano la cornice di sicurezza attorno al traffico illegale. Illegale ma non illecito da queste parti.
La presenza militare straniera (non necessariamente quella italiana) deve aver dato fastidio a qualcuno. E da lì a piazzare un congegno esplosivo sotto dieci centimetri di terra ci è voluto poco.

martedì 11 maggio 2010

Al-Faath: l’offensiva di primavera dei taliban


Afghanistan, 10 maggio 2010: i taliban dell’Emirato Islamico hanno annunciato l’avvio dell’offensiva di primavera, la nona primavera afghana del Presidente Karzai e degli alleati occidentali.
Lo hanno fatto attraverso il loro sito web e con l’utilizzo della posta elettronica. La strategia adottata non si discosta di molto da quella utilizzata dagli americani nell’annunciare, una dopo l’altra e attraverso i potenti canali mediatici, le più grandi offensive militari dall’inizio del conflitto.
Si è fatto un gran parlare di “guerra delle percezioni” e, al tempo stesso, di reciproche azioni di propaganda. E di guerra delle percezioni ne ha parlato anche il generale Petraeus la cui dottrina – quella adottata nella guerra irachena e che si vorrebbe in parte applicare anche all’Afghanistan – è contenuta nel manuale di counterinsurgency FM 3-24 che, tra quelli militari, è il più scaricato da internet. In esso sono contenuti quasi “tutti i trucchi” che il comandante delle truppe sul terreno, generale McChrystal, dovrebbe mettere in atto.
I taliban, che della tecnologia informatica sono ormai padroni, l’hanno recepita, al pari di tutti i comandanti della coalizione occidentale, e a essa si sono adeguati nei fatti – colpire il nemico e “conquistare i cuori e le menti” degli afghani – e nel linguaggio – la propaganda.

L’offensiva di primavera è denominata Al-Faath (Vittoria), un termine utilizzato nel Corano per indicare il successo. La leadership del Consiglio dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan lo ha scelto in quanto estremamente significativo per i musulmani.
Sono stati molto precisi i taliban nell’indicare chi rientra nella categoria di nemico e che quindi sarà colpito nel corso di questa offensiva: invasori americani, personale militare della Nato, consiglieri stranieri, spie che si spacciano per diplomatici, membri dell’amministrazione Karzai e del suo governo, del parlamento, dei sedicenti ministeri della difesa, del dipartimento di intelligence, del ministero della giustizia, degli affari interni, contractor delle compagnie di sicurezza straniere e locali, dipendenti e personale delle compagnie che si occupano di logistica e di costruzioni per i militari stranieri e tutti coloro che lavorano per gli occupanti.
Al-Faath è un’operazione di jihad che colpirà su tutto il territorio del Paese, e lo farà alla maniera dei guerriglieri: azioni mordi e fuggi, imboscate, ordigni esplosivi improvvisati (Ied), uccisione di rappresentanti dell’amministrazione civile, sabotaggio delle vie di comunicazione militari, cattura di soldati stranieri e, infine, i tanto temuti attentati suicidi.
L’appello alla popolazione è esplicito e richiama tutti al senso di responsabilità verso la guerra di liberazione condotta dai mujaheddin a favore dell’Afghanistan e contro gli invasori stranieri; non mancano le minacce dirette a chi invece collabora con il nemico, lavorando con i militari o fornendo loro servizi. Insomma, niente di nuovo, ma non per questo meno preoccupante.
Gli americani hanno battezzato la prossima offensiva su Kandahar Omid, ossia «speranza»; i taliban hanno risposto con la loro Al-Faath, «vittoria».
Se è una guerra di percezioni quella che ci aspetta, gli americani stanno già partendo svantaggiati. Ma i fatti dimostrano, come hanno sempre dimostrato, che non di sole percezioni è fatta questa guerra.
«A primavera si apre la partita…» diceva una canzone in un’altra guerra.
STATEMENT OF THE COUNCIL OF THE ISLAMIC EMIRATE OF AFGHANISTAN

giovedì 6 maggio 2010

Dal Pakistan a New York: l’attentato a Times Square


Si è fatto un gran parlare, a seguito del fallito attentato dell’1 maggio a New York, di un possibile coinvolgimento dei taliban in tale azione. L’ipotesi si è fatta strada a partire da un comunicato video in cui il comandante taliban pakistano (del gruppo Tehrik-i-Taliban i-Pakistan) Hakimullah Mehsud (sino a quel momento ritenuto morto a seguito di un bombardamento statunitense) ha dichiarato la propria volontà di colpire gli Stati Uniti sul loro stesso territorio attraverso “mujaheddin infiltrati”. La smentita degli stessi taliban non si è fatta attendere.
Ma una domanda è subito giunta da più parti: è possibile che i taliban siano in grado di poter organizzare qualcosa di simile? So che non è corretto rispondere a una domanda con un'altra domanda, ma questo mi porta subito al nocciolo della questione: “Quali taliban?”, forse quelli del mullah Omar? La risposta è no, un no secco. I taliban dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan non hanno né l’intenzione, né la possibilità di organizzare un attacco sul territorio degli Stati Uniti, semplicemente perché quello dei taliban afghani è un movimento di liberazione (fortemente ideologizzato) locale e non un gruppo terroristico internazionale. Non stiamo parlando di al-Qa’ida, un’organizzazione dotata ancora di discrete capacità tecniche e risorse sufficienti per agire su diversi fronti. I taliban che operano in Afghanistan, combattendo una guerra con la tecnica della guerriglia – che è poi quella del “poveruomo” –, hanno poco o nulla a che fare con i gruppi fondamentalisti internazionali votati al jihad globale: i taliban sono un fenomeno regionale, la cui influenza si limita all’Afghanistan e al Pakistan (e non è poco), ma non più in là.
È necessario invece guardare altrove per identificare quale gruppo terroristico sia in effetti dietro al fallito attentato di New York. E altrove significa Pakistan o, meglio ancora, le Federally Administered Tribal Areas (FATA,) pakistane: la terra di nessuno al confine con l’Afghanistan. Una di queste regioni in particolare, il Waziristan, rappresenta un serio problema per la sicurezza interna dello stesso Pakistan in quanto vi si troverebbero, a convivere e a collaborare, più gruppi di opposizione regionali e organizzazioni terroristiche internazionali.
Il riferimento diretto è ovviamente ad al-Qa’ida, ma accanto a questa troviamo altri attori, non nuovi a dire il vero: il transnazionale Jaish-i-Mohammed, l’Islamic Jihad Union (branca separatista dell’Islamic Movement of Uzbekistan) con velleità di jihad globale, e il fiore all’occhiello pakistano nella guerra con l’India, il Lashkar-e Tayiba la cui ultima azione degna dell’attenzione dei media mondiali (ma non l’ultima in assoluto) è quella condotta a Kabul il 26 febbraio di quest’anno.
Tutti questi gruppi e organizzazioni hanno però due fattori in comune, due punti di contatto fondamentali. Il primo è rappresentato dalla comunità locale, che dà loro supporto, ospitalità e protezione; per essere più precisi parliamo di una tribù in particolare, quella dei Mehsud, il cui rappresentante più emblematico è proprio quell’Hakimullah, leader del Tehrik-i-Taliban pakistano di cui si è fatto cenno più sopra, e che si credeva morto a seguito di un attacco di precisione della CIA.
Il secondo fattore è invece rappresentato dalla politica di al-Qa’ida che con un cambio di strategia dovuto più a motivi di carattere contingente che non ideologico, si è adoperata per contribuire alle lotte tribali contro il governo di Islamabad guadagnandone rispetto e riconoscenza. Questo non ha fatto che avvicinare i gruppi regionali all’organizzazione internazionale intrecciandone sempre più inesorabilmente i destini, come già era accaduto con i taliban del mullah Omar prima dell’offensiva americana del 2001.
Ora è riconosciuto il ruolo di al-Qa’ida come “multiplayer” in grado di garantire il collegamento tra i vari gruppi di opposizione e il movimento globale del jihad; l’alleanza con Hakimullah Mehsud e il Tehrik-i-Taliban i-Pakistan andrebbe infatti in questa direzione. Il rischio è quello di portare la regione dell’Af-Pak a diventare un santuario del fondamentalismo radicale votato al jihad globale da cui inviare ordini per attacchi terroristici dal forte impatto mediatico. Quello di New York potrebbe essere soltanto il primo di questi attacchi della nuova generazione.
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