Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

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giovedì 18 giugno 2015

Il doppio fronte operativo in Afghanistan. Al via “Azm” la nuova offensiva di primavera dei Taliban e il confronto tra al-Qa’ida e l’ISIS (CeMiSS 3/2015)

di Claudio Bertolotti
 
 
"Claudio Bertolotti ci segnala come l’ISIS si sta espandendo anche in Afghanistan. Per contenerlo, contrastarlo e sconfiggerlo è ormai necessario rendersi conto che si tratta di una minaccia transnazionale e globale.
Gli eventi politici, e gli episodi di violenza, che stanno caratterizzando il Medio Oriente e il Nord Africa non devono più essere analizzati come cose tra loro separate, ma come parte di un ampio piano politico basato su distruttivi principi ideologici."
 
 
(*) Claudio Bertolotti, Ph.D, is Assistant Professor of Area Analysis at CSPCO (Turin), Senior Analyst at CeMiSS (Rome), and Italian representative at CEMRES «5+5 Defense Initiative 2015» (Tunis).
 
La situazione generale, in breve
La situazione in Afghanistan è in fase di progressivo peggioramento, in particolare nelle aree a sud e a est del paese.
Il primo quadrimestre del 2015 ha registrato un numero di vittime per operazioni militari superiore dell’8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente; per contro, il numero di morti in termini assoluti è diminuito del 2%, sebbene ci sia un aumento del 15% tra le donne e i bambini (fonte UNAMA, United Nations Assistance Mission in Afghanistan).
A riguardo delle forze di sicurezza afghane (ANSF), l’esercito (ANA, Afghan National Army) ha perso oltre 20.000 unità nel 2014 a causa di un aumento di diserzioni, dimissioni e perdite in combattimento; da gennaio a novembre 2014, la forza dell’ANA si è ridotta dell’11%, scendendo a 169.000 unità: il dato più basso dal 2011 (fonte SIGAR, Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction).
Inoltre, il ministero per il contrasto al narcotraffico ha confermato che la produzione di papavero da oppio è cresciuta nell’ultimo anno del 7%; 224.000 sono gli ettari di terra dedicati all’oppio, 132 i distretti interessati, con le province di Helmand, Kandahar, Farah e Nimroz che da sole producono il 65% del totale.
Infine, nuovi attori del conflitto stanno imponendo nuove dinamiche e ritmi le cui conseguenze non sono facilmente contrastabili.
 

Dichiarazione dell’Emirato islamico dell’Afghanistan sull’avvio dell’offensiva di primavera ‘Azm’
Afghanistan, 24 aprile (anniversario della battaglia di ‘Yarmouk’ che portò alla conquista musulmana della Siria bizantina nel 636 d.c.): contemporaneamente alla decisione statunitense di sospendere la riduzione delle proprie truppe dall’Afghanistan – così come in precedenza pianificato e annunciato – i taliban dell’Emirato islamico hanno ufficializzato l’avvio delle nuove operazioni; la quattordicesima offensiva di primavera che vede confrontarsi sul campo di battaglia il governo afghano, con le sue forze di sicurezza, le residue forze militari occidentali e i gruppi di opposizione armata (GOA), tra i quali un ruolo di primo piano è giocato dai taliban.
Come di consueto, il comunicato è stato diffuso attraverso il sito web dell’Emirato islamico dell’Afghanistan; e come ogni anno l’offensiva è stata presentata come la più vasta e impegnativa operazione militare mai condotta. Con ciò confermando, da un lato, la capacità comunicativa di un fenomeno di opposizione sempre più efficace e aggressivo e, dall’altro, la volontà offensiva di una leadership che ha ben compreso le difficoltà, politiche e militari, di uno Stato afghano sempre più in difficoltà e incapace:
- di garantire un adeguato livello di sicurezza nella maggior parte del paese, in particolare le aree periferiche e rurali e
- di contenere una competizione tra gruppi di potere che potrebbe spingere verso una nuova fase della guerra civile afghana.
L’operazione ‘Azm’ (Risolvere, Perseveranza o Determinazione) – così è stata chiamata dalla leadership dell’Emirato – segue senza soluzione di continuità la precedente e micidiale offensiva del 2014, l’operazione Khaybar, caratterizzata da un massiccio impiego di attacchi suicidi, imboscate, Ied (Improvised explosive device - ordigni esplosivi improvvisati) e le puntate offensive, sempre più numerose, prolungate nel tempo ed efficaci, a cui è seguita la conquista di intere basi militari sotto il controllo delle forze afghane.
La retorica dei taliban, anche quest’anno, ha posto in evidenza esplicitamente gli intenti dell’insurrezione; e non vi è da dubitare che metteranno in pratica quanto minacciato, poiché è sufficiente guardare indietro, al numero di azioni, alle statistiche relative ai danni inferti, per rendersi conto del potenziale militare, delle capacità offensive e della sempre più ampia capacità di controllare le aree periferiche dell’Afghanistan, in particolare il sud e l’est del paese.
La propaganda che accompagna l’avvio dell’ultima offensiva di primavera si concentra sul mancato ritiro delle truppe straniere ‘di occupazione’ – requisito essenziale per l’avvio di qualunque negoziato per la pace – e sull’applicazione dell’accordo di sicurezza tra il Governo afghano, gli Stati Uniti e la Nato (Bilateral Security Agreement - BSA).
Una condanna esplicita va al continuo utilizzo di ‘droni’ per la condotta di attacchi, ai criticati ‘night raids’ che coinvolgono la popolazione civile, e alla subordinazione delle forze di sicurezza afghane; un’occupazione che, ridimensionata nei numeri, avrebbe semplicemente mutato la tattica, ma non l’obiettivo strategico: l’occupazione dell’Afghanistan.
E il richiamo al jihad contro l’occupante straniero, continua così a essere il leit-motiv esplicito della narrativa taliban; taliban che, in linea con una policy pubblica consolidata, continuano a chiedere il ritiro immediato delle residue truppe straniere, la conclusione delle operazioni militari, dell’attività intelligence e delle operazioni speciali, nonché di qualunque forma di influenza negli ‘affari interni all’Afghanistan’.
Fino ad allora, e con l’obiettivo di completare la liberazione del paese e per implementare le ‘giuste regole islamiche’, l’Emirato si dichiara determinato a prolungare il jihad contro gli stranieri e contro tutti coloro che sono disposti a sostenerne le parti – con implicito riferimento alle istituzioni afghane e ai singoli soggetti che collaborano con queste.
I principali obiettivi dell’operazione ‘Azm’, dichiarati e designati dalla leadership dell’Emirato islamico e della ‘Commissione militare’, sono, nell’ordine: le forze di occupazione straniere, le basi militari permanenti, le strutture di intelligence, diplomatiche, obiettivi della compagine statale afghana – in particolare i ministeri degli Interni e della Difesa.
In linea con le tecniche già ampiamente utilizzate, vengono confermate tattiche e procedure tecniche quali attacchi suicidi (il “martirio”), ‘green-on-blue’, azioni a danno dei contractor e contro le infrastrutture militari e di supporto a queste, tecniche di guerriglia urbana.
I taliban, in contrasto con quanto dimostrato dal più recente report delle Nazioni Unite in merito ai danni collaterali e all’uccisione di civili, dichiarano inoltre che il loro obiettivo primario consiste nel salvaguardare la vita e le proprietà delle popolazioni civili. Nel ribadire tale concetto, il comunicato dell’Emirato ribadisce che ogni singolo mujaheddin è responsabile per la propria condotta in guerra e ogni comandante è responsabile per ognuno degli uomini alle proprie dipendenze; chiunque non dovesse attenersi scrupolosamente a tale principio deve essere sottoposto al giudizio sanzionatorio nel rispetto dei codici imposti dal jihad e dalla sharia.
In linea con una retorica propagandistica ormai consolidata, gli obiettivi religiosi e scolastici quali moschee, madrase, università, ospedali, cliniche, edifici pubblici in genere, non rientrano tra quelli che potrebbero essere colpiti dalla nuova offensiva militare; mentre un’interessante apertura è rappresentata dalla dichiarazione di voler agevolare tutte quelle organizzazioni che si occupano, a vario titolo, di benessere, salute e assistenza alla popolazione civile.
Per contro, i taliban avvertono proprio la popolazione civile di tenersi lontana dai possibili obiettivi designati invitando, inoltre, tutti i dipendenti pubblici, i soldati, i poliziotti e coloro che, a vario titolo, collaborano con le forze di sicurezza straniere a colpire ovunque e in qualunque momento i nemici invasori e i loro ‘fantocci’ e a trovare protezione sotto la bandiera dell’Emirato islamico.
Anche la quattordicesima offensiva di primavera si preannuncia, attraverso un messaggio propagandistico pregno di retorica, violenta e indiscriminata; ma un’offensiva che si contraddistingue da tutte le precedenti per il fatto di vedere contrapposti sul campo di battaglia vecchi e nuovo attori: al-Qa’ida e lo Stato Islamico (ISIS/IS, o Daesh).
Infatti, nel caos afghano – e nel più generale quadro dell’Af-Pak-Ind – si sono recentemente imposte nuove dinamiche e nuovi attori hanno fatto la loro comparsa: l’ISIS è uno di questi, a cui si contrappone il riformato movimento di al-Qa’ida nella sua variante del sub-continente indiano. Dinamiche che – come avevamo valutato nell’Osservatorio Strategico 9/2014 a cui si rimanda per un maggiore approfondimento sulla riorganizzazione insurrezionale – hanno portato a una recrudescenza delle conflittualità che deriva da una competizione sfrenata tra i gruppi alla ricerca dell’attenzione mediatica, del risultato eclatante attraverso atti sempre più violenti e spregiudicati, dell’ampliamento del bacino di militanti. La conferma, nei fatti, è venuta con gli episodi di decapitazione di alcuni sciiti afghani di etnia hazara e con l’attacco suicida a Jalalabad del 18 aprile, di cui più oltre si tratterà (entrambi gli episodi prontamente condannati dai taliban e biasimati dall’opinione pubblica afghana).
AQIS, al-Qa’ida nel sub-continente indiano
Come reazione all’espansione dell’ISIS nel sub-continente indiano, nel settembre 2014 al-Qa’da ha annunciato la costituzione di una propria organizzazione jihadista regionale chiamata ‘Qaedat al-Jihad in the Indian Subcontinent’ (AQIS, al-Qaeda in the Indian Subcontinent) –, il cui obiettivo è l’imposizione della legge islamica (sharia) attraverso lo sforzo del jihad in tutto il sub-continente, come elemento di unione di tutti i musulmani dall’India all’Afghanistan, a Burma, al Bangladesh, all’Assam, al Gujarat, all’Ahmedabad e al Kashmir. La nuova ala di al-Qa’ida è formalmente fedele all’alleanza con i taliban afghani del mullah Omar ed è guidata da un soggetti provenienti dagli ambienti taliban pakistani.
Ma nel mirino della missione di controterrorismo statunitense e delle forze di sicurezza pakistane non sono i taliban, bensì i vertici e i membri della neo-costituita AQIS. I taliban afghani, in tale dinamico scenario rimangono un target secondario poiché il vero obiettivo definito, anche sul piano formale, è al-Qa’ida, i suoi affiliati e i competitor radicali (e l’ISIS, tra questi, è certamente il principale).
Perché i taliban non sono l’obiettivo principale?
- In primo luogo, quello dei taliban afghani è un movimento locale, con strette relazioni con al-Qa’ida ma senza ambizioni a livello globale o regionale.
- In secondo luogo, gli Stati Uniti sono impegnati nel tentativo di tagliare le relazioni tra i taliban e i loro supporter esterni (al fine di interrompere una connessione che costituisce un punto di forza per entrambi gli attori).
- Inoltre, i taliban non sono inclusi nella lista delle organizzazioni terroristiche in virtù del loro potenziale, quanto ricercato, ruolo – anche politico – nel futuro dell’Afghanistan.
- Infine, né le forze della coalizione internazionale, né le ANSF hanno dimostrato di essere in grado di poter sconfiggere i taliban.

Dalla Libia all’Afghanistan: l’ISIS esporta un modello di violenza transnazionale di successo
Al contrario di AQIS, l’ISIS ha iniziato un’efficace opera di penetrazione in Afghanistan attraverso l’affiliazione, la condotta di attività operative e il reclutamento di militanti, anche stranieri. Un recente report delle Nazioni Unite confermerebbe la presenza di migliaia di foreign fighter, provenienti da oltre cento paesi, tra le fila di al-Qa’ida e dell’ISIS o di altri gruppi affiliati; del totale almeno 6.500 sarebbero già operativi in Afghanistan, tra questi alcuni proverrebbero dalla storica organizzazione dell’Islamic Movement of Uzbekistan (IMU) recentemente passata dalla parte dello nascente Stato Islamico di Abu Bakr al-Bagdadi che, a meno di un anno dalla conquista della città irachena di Mosul, continua la sua strategica espansione dal Syraq a tutto il Grande Medio-Oriente, dalla Libia all’Afghanistan dove si contrappone a un’al-Qa’ida che sembra aver ripreso energia proprio con la comparsa del nuovo competitor; un competitor che è alla ricerca di ulteriori basi operative e nuovi alleati: in questo modo Pakistan e Afghanistan sono entrati a pieno titolo nella strategia della violenza dello Stato Islamico che si è imposto nel sub-continente indiano attraverso il brand “ISIS Wilayat Khorasan”.
E dopo la comparsa in Libia, con l’attacco suicida al ‘Cor¬inthia Hotel’ di Tripoli nel mese di gennaio, l’ISIS – nonostante un’ipotesi di smentita – si sarebbe formalmente imposto in Afghanistan attraverso l’azione suicida che, il 18 aprile, ha ucciso 34 persone ferendone altre 125 a Jalalabad, capoluogo della provincia di Nangarhar, nell’est dell’Afghanistan.
Capacità tecnica e volontà offensiva: quale ruolo per gli attacchi suicidi?
Quello a cui assistiamo è un aumento degli attacchi suicidi sui piani quantitativo, qualitativo e geografico. Dalla Libia, all’Afghanistan, gli attacchi suicidi si sono imposti come tecnica vincente, indipendentemente dagli effettivi risultati sul campo di battaglia.
L’aumento della frequenza degli attacchi suicidi e la loro diffusione geografica sono chiari indicatori dell’accresciuta capacità ed esperienza tecnica e della permeabilità dei teatri operativi a gruppi insurrezionali esogeni. Ciò mostra quanto sia maturata nel tempo la consapevolezza dell’utilità di tale tecnica in un’ottica strategica di opposizione e non semplicemente come tattica sul campo di battaglia. In tale quadro si configurerebbe un processo evolutivo del fenomeno giunto ai giorni nostri attraverso un’amplificazione dell’offensiva sempre più spettacolare e strutturata, oltre che capace di adattarsi molto velocemente alle contromisure messe in atto dalle forze di sicurezza.
Successo o fallimento: quali i risultati?
Gli attacchi suicidi hanno confermato di essere una tecnica vincente innanzitutto sul piano mediatico. Anno dopo anno i gruppi di opposizione armata hanno saputo convogliare l’attenzione massmediatica, prima sul conflitto afghano e poi su quello in Syraq, attraverso una razionale regia strategica incentrata su azioni mediaticamente appaganti come gli attacchi suicidi multipli (commando); questo indipendentemente dal risultato «tattico» raggiunto.
In secondo luogo, hanno ottenuto risultati positivi sul piano della funzionalità operativa dove l’approccio razionale dei gruppi di opposizione ottiene come risultato tangibile il cosiddetto «blocco funzionale» (o «stop operativo»): danneggiamento di veicoli e installazioni, ferimento di addetti alla sicurezza, limitazione della capacità di manovra, riduzione del vantaggio tecnologico e del potenziale operativo. I risultati sono tangibili e hanno portato a ottenere, nel periodo 2011-2014, un successo relativo (il blocco funzionale) in media nel 78% dei casi.
I risultati conseguiti a danno delle forze di sicurezza ne confermano la validità; e dunque per questa ragione la tecnica è stata utilizzata e affinata. Inoltre, ciò che si evince da un’analisi complessiva è che i gruppi di opposizione, grazie a un buon livello di information-sharing sono oggi in grado di condividere molto velocemente le nuove tecniche e tattiche.
Stando così le cose, l’impatto della tecnica suicida contribuirà a rendere più onerosa la missione di contrasto all’ISIS e i suoi affiliati?
I risultati sinora ottenuti hanno consentito di adeguare sempre più e sempre meglio gli equipaggiamenti esplosivi alle esigenze di carattere tattico. E, in fatto di aggiornamento e adeguamento, i gruppi di opposizione tendono ad anticipare le forze di sicurezza: aumentare la capacità offensiva e il potenziale distruttivo di un attacco suicida è più veloce ed economico che non progettare veicoli sempre più protetti e pesanti (e costosi).
Se sul piano propriamente militare si può quindi affermare che la rilevanza delle azioni suicide è significativa, è altresì evidente l’efficacia nell’attività di reclutamento degli aspiranti attaccanti. In sintesi:
- a livello strategico gli attacchi suicidi hanno ottenuto l’attenzione dei media regionali e internazionali nel 78% dei casi mentre le azioni multiple/commando hanno ottenuto un’attenzione mediatica pari al 100%.
- a livello operativo gli attacchi hanno causato il blocco funzionale delle forze di sicurezza in sette casi su dieci (73% in media).
- Infine, a livello tattico il successo è pari, nel 2011, al 57% dei casi a fronte di un 36% di atti formalmente fallimentari, mentre il 2014 si è stabilizzato su una percentuale di successo del 54% e di fallimento del 30%.
Gli attacchi suicidi hanno dunque una rilevanza significativa tanto a livello operativo (limitazione della funzionalità operativa delle forze di sicurezza) quanto sul piano mediatico; quest’ultimo sfruttato a fini politico-propagandistici. Si può dunque parlare di strategia politico-militare i cui veri obiettivi consisterebbero prioritariamente in:
- attrarre l’attenzione mediatica al fine di influenzare le opinioni pubbliche, locali e straniere;
- concorrere a imporre una condizione di stress operativo (in particolare attraverso il «blocco funzionale»);
- creare uno stato di insicurezza generale con ripercussioni su opinione pubblica, piano sociale interno e lotta per il potere a livello locale.
Costi contenuti ed effetti immediati e amplificati sono i punti di forza alla base delle spettacolarizzazione della violenza; una tecnica che continuerà a contribuire al raggiungimento di significativi risultati a livello strategico, operativo, e non trascurabili sul piano tattico.
Sul piano qualitativo, il 2014 si è dimostrato essere l’anno dei maggiori risultati ottenuti dai gruppi di opposizione armata attraverso la spettacolarizzazione degli attacchi suicidi: aumento del blocco funzionale, incremento nel numero di uccisi e maggiore attenzione mediatica; rimandando per un opportuno approfondimento all’articolo che verrà pubblicato sul numero 2/2015 di ‘Sicurezza, Terrorismo e Società’, possiamo valutare come altamente probabile già nel breve-medio periodo un’evoluzione incrementale degli attacchi suicidi sia sul piano quantitativo-qualitativo sia su quello geografico.

Analisi, valutazioni, previsioni.
Si prevede un aumento significativo dell’attività dei GOA, sia endogeni sia esogeni, nel breve-medio periodo; in linea con il trend dei passati anni, si valuta come probabile un incremento nel numero e nell’intensità delle azioni contro le ANSF.
Come conseguenza, il governo afghano dovrà affrontare concrete difficoltà nell’avviare il processo di pace in agenda che si basa su un approccio finalizzato a una soluzione politica che veda coinvolti gli stessi GOA.
Inoltre, molti militanti taliban starebbero abbandonando i loro gruppi originari per unirsi con il nascente gruppo dell’ISIS in Afghanistan, sebbene si valuti che solamente una parte degli ‘scissionisti’ abbia deciso di lasciare il campo pakistano (anche in conseguenza dell’offensiva pakistana nella regione del North Waziristan).
Nel complesso, va però considerato che una significativa presenza di foreign fighter in Afghanistan è conseguenza della politica di espansione dell’ISIS nel sub-continente indiano a cui si contrappone la volontà oppositiva di AQIS.
Tali dinamici fattori hanno dato al conflitto afghano una nuova dimensione caratterizzata da maggiore instabilità e più violenza: il tutto si traduce in una sfida ancora più ardua per la Comunità Internazionale e per il debole Stato afghano, incapace di contrastare militarmente i GOA e di contenere le crescenti dinamiche conflittuali che coinvolgono i nuovi e i vecchi attori.
Da una parte l’agenda del governo Ghani-Abdullah prevede l’avvio di un dialogo costruttivo che coinvolga anche il Pakistan in qualità di facilitatore nei confronti dei taliban; ma, come possibile conseguenza della presenza di foreign fighters in Afghanistan, il dialogo con i taliban potrebbe complicarsi a causa delle dinamiche interne al movimento che potrebbero portare a uno scollamento tra la leadership e la base formata da giovani e radicali che opterebbero per l’ISIS.
Un passaggio da un gruppo a un altro che sarebbe indotto da un’efficace campagna di reclutamento, sia tradizionale sia moderna attraverso un ampio utilizzo dei social-media, in Pakistan e in Afghanistan.
Inoltre, crescono il ruolo e le ambizioni regionali dell’Iran come possibile conseguenza, da un lato, del dialogo sul nucleare con gli Stati Uniti e, dall’altro, dell’impegno di Teheran nel contrasto all’espansione dell’ISIS in Syraq e, verosimilmente, anche in Afghanistan; come recentemente annunciato dal ministro degli Interni iraniano Abdolreza Rahmani Fazli, l’Iran è pronto a fare la sua parte in operazioni di controterrorismo al fianco di Pakistan e Afghanistan. Questa è una significativa possibilità  che potrebbe aprire a una nuova fase del ruolo iraniano a livello regionale.
In conclusione, è ormai un dato di fatto che l’ISIS stia espandendo le proprie capacità in Afghanistan. Analizzando lo sviluppo del fenomeno attraverso la doppia prospettiva del ‘tempo’ e dello ‘spazio’, è necessario che i decisori acquisiscano la consapevolezza che per contenere, contrastare e sconfiggere l’ISIS è prima di tutto fondamentale agire ovunque questo esista, affrontandolo come una minaccia collegata a livello transnazionale e globale. È altresì necessario non commettere l’errore di analizzare gli eventi e le azioni violente nell’intera area MENA come fattori tra di loro separati: ogni singolo evento, sebbene non coordinato, è parte di un ampio piano politico basato su principi ideologici, rivoluzionari e distruttivi.
 

sabato 30 aprile 2011

Operazione Badar: la nuova offensiva di primavera dei taliban

vai all'articolo su "L'Interprete Internazionale"








Afghanistan 30 aprile: nello stesso istante in cui il Pentagono ha annunciato «progressi tangibili» nella guerra afghana, i taliban comunicavano ufficialmente l’avvio dell’offensiva di primavera; la decima offensiva che vede confrontarsi sul campo di battaglia le forze militari – e politiche – occidentali e l’insurrezione armata afghana. Come di consueto, il comunicato è avvenuto attraverso il sito web dell’Emirato islamico dell’Afghanistan. Indubbiamente la più vasta e impegnativa operazione militare mai annunciata sino ad ora dai gruppi di opposizione armata afghani.
L’operazione Badar – così è stata chiamata dalla leadership dell’Emirato – segue senza soluzione di continuità la precedente micidiale offensiva taliban del 2010, l’operazione al-Faath, caratterizzata da un massiccio impiego di attentatori e commando suicidi, imboscate e attacchi Ied (Improvised explosive devices - ordigni esplosivi improvvisati) e, pericolo sempre più reale, infiltrazione all’interno delle forze di sicurezza afghane. Un’offensiva, quella del 2011, avviata in grande stile e anticipata pochi giorni fa dalla strabiliante operazione che ha portato alla fuga dal carcere di Kandahar di 474 insorti, tra i quali alcuni comandanti militari di medio livello.
Anche quest’anno i taliban sono stati chiari, espliciti nei loro intenti; e non vi è da dubitare che metteranno in pratica quanto minacciato, poiché è sufficiente guardare indietro, al numero di azioni, alle statistiche relative ai danni inferti, per rendersi conto del potenziale militare, delle capacità offensive e del sempre più ampio consenso (spontaneo e indotto) tra gli strati sociali delle più o meno remote realtà rurali dell’Afghanistan.
Badar è un’operazione di jihad che si estenderà a tutto il territorio del Paese seguendo la logica della guerriglia: azioni mordi e fuggi, imboscate, Ied, uccisione di rappresentanti dell’amministrazione civile, sabotaggio delle vie di comunicazione militari, cattura di soldati stranieri, attentati suicidi e, infine, infiltrazione all’interno delle forze di sicurezza afghane. Un copione ormai collaudato che li porterà a scegliere obiettivi appaganti dal punto di vista mediatico, utilizzeranno commando suicidi tecnicamente sempre più preparati contro le infrastrutture delle forze militari straniere e afghane, si infiltreranno nelle forze di sicurezza locali e nazionali per poter raccogliere informazioni e colpire direttamente dall’interno così come avvenuto nell’ultimo anno (l’ultimo attacco avvenuto il 27 aprile all’aeroporto di Kabul ha provocato la morte di otto militari e un contractor statunitensi). Lo hanno detto e lo faranno, non si tratta di semplice propaganda. Oggetto del fuoco taliban saranno i principali centri urbani, la capitale Kabul, Kandahar e Lashkar-Gah nel sud, Kunduz nel nord e Herat nell’ovest. Se il Pentagono nel suo report è stato estremamente cauto nel non utilizzare il termine «vittoria», i taliban sono stati parimenti espliciti nel manifestare i loro intenti:
1. Colpire le basi militari, gli aeroporti, i depositi di munizioni e i convogli logistici in tutto il territorio del paese;
2. Concentrare l’offensiva su obiettivi militari stranieri, le agenzie intelligence, i contractor, i vertici civili e militari dello Stato afghano, rappresentanti politici e funzionari istituzionali, dirigenti delle organizzazioni straniere e locali che collaborano con le forze militari e con il governo di Kabul;
3. Colpire i componenti della Peace Jirga che, con il loro comportamento, si sarebbero resi compici del prolungamento del conflitto attraverso una politica ambigua e corrotta in favore dell’occupazione militare straniera; con essi verranno colpiti tutti coloro che si oppogono al jihad e alla lotta di liberazione nazionale.

Al tempo stesso il messaggio dell’Emirato islamico ha posto l’accento su due aspetti importanti.
Il primo è quello che, da un lato, impone ai mujaheddin di prestare la massima attenzione alla protezione e alla salvaguardia delle popolazioni civili attraverso una pianificazione meticolosa delle azioni militari e l’utilizzo di adeguati e sofisticati equipaggiamenti per colpire le forze nemiche aeree e terrestri; dall’altro lato, i taliban chiedono ai civili di rimanere lontani da quelli che sono gli obiettivi designati, e cioè tutto ciò che è straniero e legato al governo di Karzai.
Il secondo punto, di natura squisitamente politica, insiste sugli argomenti a giustificazione del conflitto in Afghanistan e la prosecuzione della lotta contro le forze occidentali e del governo di Kabul: la difesa dell’Islam attraverso il jihad e la lotta di liberazione nazionale contro gli invasori stranieri e i loro collaborazionisti responsabili di crimini di guerra, uccisioni indiscriminate, distruzione di proprietà privata e beni comunitari e oltraggio al Corano; la religione è sempre un forte strumento di giustificazione.
I taliban stavano attendendo il momento giusto per dare inizio all’offensiva di primavera. Il movimento degli studenti coranici, in grado di muoversi in maniera relativamente sicura in quasi tutto il territorio dell’Afganistan, si è preparato per riprendere quanto strappato dalla Coalizione a partire dall’agosto dell’anno scorso.
I vertici della missione Isaf si aspettano un ulteriore aumento nel numero e nell’intensità delle azioni offensive contro le forze di sicurezza nei prossimi dodici mesi; nonostante i duri colpi inferti al movimento insurrezionale nel corso del 2010 i taliban sembrano essersi rinvigoriti, galvanizzati da un successo che appare sempre più inarrestabile. Nel 2007 le fonti intelligence fornivano un dato variabile da 5.000 a 7.000 elementi operativi, nel febbraio del 2009 erano 10-15.000; stando a quanto afferma l’intelligence americana, la cifra attuale si dovrebbe attestare su 25-35.000 militanti operativi in Afghanistan, cifra elevata a 50.000 allargando il conteggio alle agenzie tribali del Pakistan. Fonti ufficiali della Nato hanno confermato tali numeri: una cifra "approssimativa" ma identica a quella dell'anno scorso, precedente all'arrivo dei rinforzi, e nonostante nel 2010 gli insorti abbiano registrato 5.225 morti e 949 feriti sul territorio afghano. Se tali stime ufficiali sono corrette è confermata l’elevata capacità dei gruppi di opposizione di arruolare nuove reclute che, detto in altri termini, significa inarrestabile capacità di rigenerazione. Combattere per difendere il proprio popolo e per difendere sé stessi, è questo l’efficace messaggio dei taliban.
La lettura dei proclami, degli annunci e dei messaggi mediatici dell’una e dell’altra schiera consente di spostare l’attenzione su capacità e volontà delle parti in conflitto, lasciando in secondo piano ciò che invece è molto più importante, ossia il tentativo di accordo e compromesso tra chi deve per forza andarsene e chi, comunque, rimarrà in Afghanistan.
In ogni caso l’offensiva Badar inizia l’11 Saur Hijri, ossia il primo maggio.

30 aprile 2011


mercoledì 9 marzo 2011

Afghanistan 2011: l’offensiva di primavera e il dialogo con il nemico

di Claudio Bertolotti


Aumenta la violenza aggressiva dei gruppi di opposizione armata in Afghanistan. Anche nel 2011 i taliban e i loro alleati confermano un’accresciuta capacità operativa e una concreta volontà offensiva. E questo nonostante la Coalizione abbia ufficialmente dichiarato un numero di nemici uccisi superiore alle cinquemila unità, ma che non è bastato a far calare il totale dei presunti insorti schierati sul campo di battaglia che rimangono attestati sulla cifra di 35.000 combattenti. Non sono diminuiti gli attacchi ai rappresentanti istituzionali del governo di Kabul, forze di sicurezza, politici e semplici amministratori, ormai nel mirino dell’esercito dell’Emirato Islamico del mullah Omar; gli Ied e le azioni mordi e fuggi continuano a colpire senza soluzione di continuità dimostrando la grande flessibilità e la capacità di adattamento dell’opposizione armata alle contromisure adottate dalla Coalizione internazionale. E ancora, coordinati attacchi suicidi in grande scala, micidiali e in grado di colpire ovunque e aumento inarrestabile del numero di aspiranti martiri, il cui bacino di reclutamento si amplia sempre più grazie a una fine ed efficace propaganda: l’opposto di quanto sperato dalle forze della Coalizione attraverso la «conquista dei cuori e delle menti» della popolazione civile. E mentre i taliban colpiscono a fondo, la Coalizione internazionale non si ferma nello spiegamento di uno strumento militare sempre più potente ma non per questo efficace sul piano sociale.
I taliban stanno probabilmente attendendo il momento giusto per dare inizio, come ogni anno, all’offensiva di primavera. Così come hanno fatto nelle precedenti nove primavere; così come hanno dimostrato di saper fare l’anno scorso con la travolgente offensiva Al-Faath (Vittoria) che ha provocato la morte di 711 soldati della Coalizione internazionale in soli dodici mesi. Il movimento degli studenti coranici, forte ormai di un numero consistente di combattenti in grado di muoversi in maniera relativamente sicura in quasi tutto il territorio dell’Afganistan, si sta preparando per riprendere quanto strappato dalla Coalizione a partire dall’agosto dell’anno scorso; non molto a dire il vero, ma sufficiente per presentare la guerra afghana all’opinione pubblica internazionale come una campagna, se non vittoriosa, quantomeno non così disastrosa come invece i numeri e le statistiche dimostrerebbero.
Verosimilmente, e sulla traccia di quanto messo in atto nell’ambito della precedente offensiva di primavera – che si è protratta senza soluzione di continuità sino all’inverno che si sta ora concludendo – aumenteranno le azioni dirette contro obiettivi remunerativi, sia sul campo di battaglia che sul piano mediatico; dunque attentati suicidi multipli e spettacolari, con un aumento del numero medio di attentatori impegnati in ogni singola azione: i temuti Suicide Commando. Aumenterà il rischio di attacchi diretti contro infrastrutture, caserme e basi avanzate (Fob) della Coalizione, delle Forze di sicurezza e governative afghane. Aumenteranno anche gli attacchi contro le neonate forze di polizia locale, sempre che queste – essendo composte anche da ex-taliban – non decidano di collaborare con le forze insurrezionali.
Saranno sufficienti i poco meno di 70.000 nuovi soldati dell’esercito nazionale afghano? I dati relativi al potenziale operativo delle Forze di sicurezza governative non sono confortanti con un tasso di diserzione al 23 percento e con solamente il 21 percento delle unità dell’esercito in grado di operare autonomamente e senza il supporto delle forze straniere. Un risultato che non soddisfa ma che, ottimisticamente parlando, non può che offrire margini di miglioramento sul medio termine.
Il livello di violenza è aumentato, e non è stato caratterizzato da una diminuzione nell’intensità e nel numero di attacchi durante la stagione invernale, sfatando ancora una volta il mito della guerra stagionale condotta dall’insurrezione afghana così come viene presentata da molti analisti. In aumento è pure il livello di corruzione della pubblica amministrazione e delle forze di sicurezza: il fallimento della Kabul Bank è solamente uno degli indicatori di una situazione difficilmente sostenibile. L’unica cosa che con il tempo tende a diminuire è il consenso verso le istituzioni nazionali e straniere da parte di una popolazione civile sempre più stanca di uno stato di guerra cronico e senza possibilità di uscita.
In tutto questo, mentre la Coalizione si prepara a contrastare l’assalto taliban del 2011, il presidente Karzai è impegnato in quello che sembra essere un proficuo colloquio con alcuni dirigenti del movimento insurrezionale legato all’Emirato Islamico dell’Afghanistan. Un presidente che pare correre nel buio di una notte afghana, cercando di non andare a sbattere nei tanti, tantissimi, ostacoli che gli si pongono innanzi. Da un lato lo vediamo impegnato in pubbliche accuse verso la Nato per l’eccessiva leggerezza nella condotta di azioni militari – che sono causa delle numerose vittime tra i civili (il 2010 è stato l’anno peggiore da questo punto di vista con 2800 civili uccisi nel confronto tra forze della Coalizione e gruppi di opposizione armata) chiedendo agli stranieri di lasciare al più presto il paese – dall’altro prendiamo atto della concessione permanente delle basi militari al governo statunitense. Sì la comunicazione politica è un argomento certamente interessante, ed è necessaria per un Karzai sempre più in difficoltà e posto tra l’incudine – la Coalizione – e il martello – i taliban –, ma il rischio è quello di lasciarsi coinvolgere da esigenze dettate dalla ricerca del sostegno dell’opinione pubblica afghana e internazionale e non della soluzione ai conflitti locali e regionali. In questa confusa situazione però, tanto il governo afghano che i vertici della Coalizione pare si siano mossi nella “giusta” direzione, quella che potrebbe portare a una soluzione razionale ed equilibrata: il dialogo con il «nemico».
«Siamo in contatto diretto con alcuni taliban, così come lo sono le forze della Coalizione», ha recentemente dichiarato il presidente Hamid Karzai. E in effetti i non più segreti colloqui, avviati già alla fine del 2007 e intensificati a partire dallo scorso anno, rimangono forse l’ultima una carta da giocare. Dialoghi che, nonostante le non poche difficoltà nella definizione dei possibili interlocutori, vedrebbero la partecipazione attiva – ha detto recentemente Karzai – di Inglesi e Statunitensi.
Non sarebbe dunque un passo azzardato, a questo punto, quello fatto da Karzai: la richiesta di cancellazione dalla Black list delle Nazioni Unite di cinque ex taliban di alto livello. Chi sarebbero i cinque individui ai quali Karzai vorrebbe aprire la porta della riconciliazione? Si tratta di soggetti non di secondo piano. Mawlawì Qalamudin, l’ex numero due del famigerato Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio; Arsalan Rehmani, ex vice ministro dell’Educazione dell’Emirato islamico; Rahmatullah Wahidyar, ex vice ministro per i Martiri e il Rimpatrio; Saeedur Rehman Haqani, del ministero delle Risorse minerarie e dell’Industria e, infine, Habibullah Fawzi, diplomatico taliban in Pakistan. Tutti dirigenti taliban qualificati come «moderati»; anche Qalamudin, con i suoi trascorsi di sostenitore del divieto di far volare gli aquiloni, dell’ascolto della musica, dell’obbligo per gli uomini di farsi crescere la barba…
Lo scorso mese Washington, in riferimento al dialogo con i taliban, ha lanciato un segnale positivo in questa direzione quando il Segretario di Stato Hillary Rodham Clinton ha affermato che «un’intensificata spinta diplomatica» è necessaria per «sostenere un processo politico guidato dall’Afghanistan per spezzare il legame tra i taliban e al-Qa’ida». Oggi gli Stati Uniti stanno lavorando “caso per caso” per l’eliminazione di alcuni nomi dalla Black list che, da strumento per un Afghanistan migliore, si sta trasformando in limite per possibili sviluppi futuri. Potrebbe essere giunto il momento di mettere mano alla “lista dei cattivi”.

8 marzo 2011

Afghanistan: Waiting the taliban spring offensive dialoging with the enemy

Opposition group’s violence is growing day by day. In 2011 Talibans and their allies are confirming a high operational standard and a dangerous offensive willingness.
Statistics showing an extremely deteriorated situation in Afghanistan and the Taliban “spring offensive” is coming.
35.000 insurgents are ready to fight and to die in the name of the Islamic Emirate of Afghanistan, more than the past year. It means that taliban propaganda and recruitment policy are actively working.
What are Isaf and the afghan Government doing? Special operation forces, drones attacks, afghan security forces training: it appears not enough.
Due to the lack of security and the deteriorating situation, Isaf and Afghan Government, in an effort to end the ongoing conflict, are in peace negotiations with Taliban insurgents. Negotiations and dialogues putted on a medium term plan to drive Afghanistan in a sort of possible solution based on the power sharing with Taliban and the other opposition armed groups. It could be enough to resolve the Afghan long war, probably, but not enough to resolve all the afghan conflicts. In any case, according to president Karzai, the dialogue would take two to three years to yield concrete results. The time will show us the middle term results, step by step.
Even if military and political plans are ready to be applied immediately, Talibans have all the time they need; it is not the same for the Coalition and the International Community. The time will influence the final result.

martedì 11 maggio 2010

Al-Faath: l’offensiva di primavera dei taliban


Afghanistan, 10 maggio 2010: i taliban dell’Emirato Islamico hanno annunciato l’avvio dell’offensiva di primavera, la nona primavera afghana del Presidente Karzai e degli alleati occidentali.
Lo hanno fatto attraverso il loro sito web e con l’utilizzo della posta elettronica. La strategia adottata non si discosta di molto da quella utilizzata dagli americani nell’annunciare, una dopo l’altra e attraverso i potenti canali mediatici, le più grandi offensive militari dall’inizio del conflitto.
Si è fatto un gran parlare di “guerra delle percezioni” e, al tempo stesso, di reciproche azioni di propaganda. E di guerra delle percezioni ne ha parlato anche il generale Petraeus la cui dottrina – quella adottata nella guerra irachena e che si vorrebbe in parte applicare anche all’Afghanistan – è contenuta nel manuale di counterinsurgency FM 3-24 che, tra quelli militari, è il più scaricato da internet. In esso sono contenuti quasi “tutti i trucchi” che il comandante delle truppe sul terreno, generale McChrystal, dovrebbe mettere in atto.
I taliban, che della tecnologia informatica sono ormai padroni, l’hanno recepita, al pari di tutti i comandanti della coalizione occidentale, e a essa si sono adeguati nei fatti – colpire il nemico e “conquistare i cuori e le menti” degli afghani – e nel linguaggio – la propaganda.

L’offensiva di primavera è denominata Al-Faath (Vittoria), un termine utilizzato nel Corano per indicare il successo. La leadership del Consiglio dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan lo ha scelto in quanto estremamente significativo per i musulmani.
Sono stati molto precisi i taliban nell’indicare chi rientra nella categoria di nemico e che quindi sarà colpito nel corso di questa offensiva: invasori americani, personale militare della Nato, consiglieri stranieri, spie che si spacciano per diplomatici, membri dell’amministrazione Karzai e del suo governo, del parlamento, dei sedicenti ministeri della difesa, del dipartimento di intelligence, del ministero della giustizia, degli affari interni, contractor delle compagnie di sicurezza straniere e locali, dipendenti e personale delle compagnie che si occupano di logistica e di costruzioni per i militari stranieri e tutti coloro che lavorano per gli occupanti.
Al-Faath è un’operazione di jihad che colpirà su tutto il territorio del Paese, e lo farà alla maniera dei guerriglieri: azioni mordi e fuggi, imboscate, ordigni esplosivi improvvisati (Ied), uccisione di rappresentanti dell’amministrazione civile, sabotaggio delle vie di comunicazione militari, cattura di soldati stranieri e, infine, i tanto temuti attentati suicidi.
L’appello alla popolazione è esplicito e richiama tutti al senso di responsabilità verso la guerra di liberazione condotta dai mujaheddin a favore dell’Afghanistan e contro gli invasori stranieri; non mancano le minacce dirette a chi invece collabora con il nemico, lavorando con i militari o fornendo loro servizi. Insomma, niente di nuovo, ma non per questo meno preoccupante.
Gli americani hanno battezzato la prossima offensiva su Kandahar Omid, ossia «speranza»; i taliban hanno risposto con la loro Al-Faath, «vittoria».
Se è una guerra di percezioni quella che ci aspetta, gli americani stanno già partendo svantaggiati. Ma i fatti dimostrano, come hanno sempre dimostrato, che non di sole percezioni è fatta questa guerra.
«A primavera si apre la partita…» diceva una canzone in un’altra guerra.
STATEMENT OF THE COUNCIL OF THE ISLAMIC EMIRATE OF AFGHANISTAN