Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

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lunedì 2 gennaio 2017

Gli jihadisti dall'AF-PAK alla Siria (CeMiSS OSS 5/2016)

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1



ISBN 978-88-99468-24-8



http://www.difesa.it/SMD_/CASD/IM/CeMiSS/DocumentiVis/Osservatorio_Strategico_2016/OS_05_2016_File_Singoli/OS_05_2016_WEB_IT.pdf
Situazione dello Stato islamico in Afghanistan
I gruppi di opposizione armata afgani affiliati allo Stato islamico (IS) nel corso degli ultimi 18 mesi hanno tentato di consolidare le proprie basi in cinque province del paese, ma hanno ottenuto risultati a loro favorevoli solamente in una di queste, Nangarhar, dove il gruppo dello ‘Stato islamico della provincia di Khorasan’ (Islamic State Khorasan Province - IS-Khorasan) – affiliato  allo ‘Stato Islamico di Iraq e Siria’ – si è imposto, trovando un terreno fertile per la propria propaganda e le attività operative, a causa delle conflittualità e delle divisioni dei gruppi insurrezionali, delle divergenze tra i ‘signori’ locali nonché del generalizzato consenso della popolazione verso interpretazioni jihadiste di orientamento salafita.
L’IS- Khorasan è però una realtà più teorica che sostanziale, composta principalmente  da talebani afghani  e pachistani del Teherik-e Taliban-e Pakistan (stimati al 70 percento), di esclusi o fuoriusciti dal movimento talebano (comunque un numero marginale), o elementi molto giovani che  si sono uniti all’Islamic Movement of Uzbekistan (IMU, inserito nell’elenco statunitense dei gruppi terroristi) poi passato al fianco dello Stato islamico. Nella sostanza si tratta di una presenza limitata alle aree periferiche nord-orientali dell’Afghanistan in prossimità del confine pachistano.
Il totale dei combattenti dello Stato islamico in Afghanistan è stimato tra le 1.000 e le 3.000 unità;  una stima approssimativa resa ancora più incerta  dalle continue attività di contrasto condotte, da un lato, dai talebani afgani e, dall’altro, dalle forze statunitensi: il numero si sarebbe così significativamente ridotto a partire da marzo 2016, attestandosi su un totale di circa 2.500 combattenti. I talebani e i gruppi di opposizione armata a essi affiliati sarebbero invece circa 35-50.000.
Da 18 mesi i due principali gruppi d’opposizione armata – talebani e militanti dello Stato islamico – si sono confrontati duramente per il controllo del territorio, sia sul piano militare sia attraverso la propaganda e la narrativa.
Comunque, sebbene lo Stato islamico abbia condotto operazioni di alto profilo ed elaborato una propria narrativa basata sul jihad ‘globale’ – scontro sunniti/sciiti e Islam contro non-Islam – ha nella sostanza fallito nel tentativo di coinvolgimento dei gruppi jihadisti locali, nonostante sia il processo di frammentazione del movimento talebano conseguente a un cambio di leadership non condiviso e sia le dinamiche interne successive alla scomparsa dello storico leader mullah Mohammad Omar nel 2013 (ma resa nota ufficialmente solo nel 2015) e la morte del suo discusso successore, il mullah Akhtar Mohammad Mansour.
Lo Stato islamico non è così forte come vorrebbe apparire e manca di quella capacità organizzativa e operativa che contraddistingue i talebani. Ma per quanto poco incisivo, il ruolo dello Stato islamico in Afghanistan sta complicando i piani di ritiro delle forze di sicurezza internazionali, come messo in evidenza dalla decisione statunitense di lasciare nel teatro afghano 8.400 unità e non 5.500 come in precedenza pianificato.
Al momento l’IS sta operando in aree considerate strategiche della provincia orientale di Nangarhar, in particolare lungo il principale asse viario che collega Peshawar (Pakistan) a Kabul, dove la presenza è valutata come significativa in almeno quatto o cinque distretti provinciali. La linea di comunicazione stradale Peshawar-Jalalabad-Kabul è un asse logistico critico utilizzato dalle forze statunitensi e della NATO per i propri convogli, oltre ad essere il più importante asse di comunicazione commerciale tra l’Afghanistan e il Pakistan.
Nel 2016 lo Stato islamico ha dimostrato le proprie capacità andando oltre le aree isolate della provincia di Nangarhar, spingendosi sino alle principali aree urbanizzate, in particolare quelle in prossimità della capitale provinciale Jalalabad.
Oggi, l’ambizione è proiettata verso l’espansione della propria presenza in tutta la provincia e nelle province del Nuristan e di Kunar, mentre gruppi affiliati già opererebbero nella provincia di Zabul, dove miliziani già appartenenti all’IMU hanno concentrato le proprie operazioni contro la minoranza sciita degli Hazara (il 10/20 percento della popolazione afghana).
Ma i successi concreti sono limitati e le forze statunitensi, al fianco delle forze di sicurezza afgane, hanno concentrato i propri sforzi contro le basi dello Stato islamico nella provincia di Nangarhar. Alla pressione statunitense si è aggiunta quella dei talebani, mentre da parte del governo afghano viene sostenuta l’iniziativa ‘Popular Uprising Program’ la cui ambizione è quella di sostenere e formare le milizie territoriali locali (arbakai) da impiegare come forze di auto-difesa contro i gruppi dell’IS.
Inoltre, lo Stato islamico ha perso da una parte l’opportunità di includere nel proprio progetto un ampio bacino di dissidenti talebani e altri gruppi di opposizione armata afgani e pachistani mentre, dall’altra, ha mancato la possibilità di adottare una flessibilità ideologica funzionale a un progetto inclusivo che potesse davvero coinvolgere le differenti realtà islamiche dell’Af-Pak.
Il risultato è un conflitto in evoluzione che coinvolge attori afgani e stranieri, sia in Afghanistan che al di fuori di esso, in particolare in Siria.
L’Iran ha aumentato l’impiego in Siria di combattenti sciiti afgani, pachistani e libanesi, all’interno della propria brigata ‘Fatemiyoun’; ciò significa che migliaia di cittadini afgani (e non solo loro) stanno combattendo per il governo siriano laico di Bashar al-Assad.
Anche lo Stato islamico in Af-Pak starebbe reclutando combattenti per il fronte operativo del Syraq (quell’area a geografia ‘variabile’ collocata al di qua e al di là di quelli che furono i confini statali di Siria e Iraq); in altre parole i volontari afgani sarebbero parte del fronte islamista anti-Assad e molti di questi sarebbero tra le fila dello Stato islamico.
A parte le dinamiche attuali, il problema va studiato nei suoi potenziali sviluppi futuri poiché i combattenti dell’uno e dell’altro fronte rientreranno in Afghanistan (o nei rispettivi paesi di origine) e potrebbero contribuire sia ad alimentare il conflitto intra-musulmano (fitna) tra sciiti e sunniti, e sia creando a livello locale, un ampio margine di simpatia per lo Stato islamico. Ma sebbene la guerra afgana non sia stata, sino a qualche anno fa, caratterizzata da una violenza settaria, la minoranza sciita hazara ha sempre subito forme sistematizzate di discriminazione e marginalizzazione. Dall’inizio della guerra – che ricordiamo è entrata nel suo quinto decennio – la comunità hazara ha visto, in particolare negli ultimi anni, aumentare la violenza nei propri confronti con la creazione di divisioni e conflittualità all’interno della stessa minoranza e tra questa e l’amministrazione centrale di Kabul.
Ciò che s’intravede è una lotta per il potere che cerca giustificazione (ed è alimentata) da settarismo e radicalismo islamico e dimostrazione di tale sviluppo sono le rivendicazioni da parte dello Stato islamico della paternità degli attacchi contro obiettivi sciiti (esplicitamente di natura settaria). Sinora, l’Afghanistan è rimasto ampiamente resiliente al crescente settarismo, al contrario dei conflitti mediorientali e del nord Africa, ma il progetto dello Stato islamico di ‘settarizzare’ la guerra afgana potrebbe trovare terreno fertile nell’azione iraniana di reclutamento e impiego degli hazara sciiti nella guerra in Siria.
Quello in corso è un processo politico e ideologico che mira a trasformare la ‘guerra nazionale afgana’, condotta dai talebani, in un jihad globale e denazionalizzato che, sotto l’ombrello dello Stato islamico, sta bruciando il Grande Medio Oriente e progressivamente mostrando le proprie violente intenzioni verso l’Europa attraverso il crescente coinvolgimento di immigrati musulmani ed europei convertiti all’Islam. L’Afghanistan è, nell’ottica dell’IS, una grande e strategica roccaforte sebbene i limiti geografici siano oggettivamente un limite al consolidamento di legami e rapporti con le comunità locali, al contrario di quanto avviene in Libia, Nigeria o Egitto.
 
Afgani in Siria con il regime di Bashar al-Assad
I principali gruppi di opposizione armata condividono la comune preoccupazione verso la campagna iraniana di reclutamento di soggetti afgani per la guerra in Siria.
Lo stesso governo di Kabul, a cui è nota la presenza di cittadini afgani in Siria, ha mostrato imbarazzo per il fatto che propri cittadini stiano combattendo una guerra per un governo straniero; imbarazzo accentuato dalla riduzione significativa di reclute per le forze di sicurezza afgane impegnate nella lotta contro i talebani e la crescente presenza di gruppi affiliati allo Stato islamico. Ufficialmente – ha dichiarato il portavoce del ministero degli Affari Esteri Shekib Mustaghni – «il governo afgano sta operando attraverso i canali diplomatici e la ‘High Commission for Refugees’ delle Nazioni Unite» per risolvere tale questione.
Le aree d’operazione che più recentemente hanno visto l’impiego di unità afgane sono state Palmira, Aleppo, Homs, dove è stato registrato il più alto numero di perdite afgane in Siria. Media iraniani e fonti ufficiali di Kabul hanno ammesso che centinaia di combattenti afgani sarebbero stati uccisi in Siria nel corso dell’ultimo anno.

I combattenti dell’Af-Pak con lo Stato islamico in Siria
Sul fronte opposto, quello anti-Assad, combattono soldati provenienti dall’Af-Pak e dall’Asia centrale.
Nel complesso, è stimato che un numero approssimativo di circa 30.000 combattenti sia giunto in Siria e Iraq dall’inizio della guerra siriana nel 2011 e abbia combattuto, o stia combattendo, per lo Stato islamico e altri gruppi di opposizione armata jihadisti. 14.000 di questi proverrebbero da paesi dell’Asia e sarebbero prevalentemente inquadrati nelle unità affiliate all’IS.
Sebbene i numeri non possano essere confermati, nel 2013 i talebani pachistani hanno dichiarato che centinaia dei propri combattenti erano impegnati in battaglia in Siria contro il regime di al-Assad, sotto la bandiera del ‘fronte islamico siriano’ legato ad al-Qa’ida; una parte di questi sarebbero tornati nel proprio paese di origine dopo un periodo di impiego in guerra.
Da una parte, i combattenti talebani pachistani avrebbero stabilito i propri campi di addestramento, un centro di comando e controllo e un ufficio in Siria; dall’altra parte i talebani afgani, attraverso il Consiglio supremo (Shura), hanno formalmente negato la loro partecipazione alla guerra sul fronte siriano al fianco dei gruppi ribelli. Dopo la frammentazione del Teherik-e Taliban-e Pakistan (TTP, i talebani pachistani) nel 2015, l’Islamic Movement of Uzbekistan, uno dei principali gruppi operativi nell’Af-Pak al fianco dei talebani e di al-Qa’ida, ha annunciato la sua fedeltà allo Stato islamico. Una decisione la cui conseguenza ha portato alla scissione del movimento, una parte in supporto e un’altra in contrapposizione all’IS, ai talebani e ad al-Qa’ida. Un cambio di equilibri conseguenza della frammentazione dello stesso movimento talebano afgano provocata dalla morte del suo carismatico e storico leader mullah Mohammad Omar.
Fu il leader dell’IMU, Usman Gazi, a dichiarare nel settembre 2014 fedeltà allo Stato islamico «nella lotta tra fedeli del vero Islam e non musulmani, in linea con i principi del movimento e con il sacro dovere».
La conseguenza di tale decisione fu un terremoto all’interno del già frammentato fronte insurrezionale che aprì a nuove correnti e posizioni sull’onda travolgente dell’IS.
La composizione dell’IMU, in linea con una policy aperta e inclusiva, è estremamente eterogenea e comprende soggetti uzbechi, tagichi, kirghisi, uiguri, ceceni e arabi. È inoltre interessante notare come, già nell’agosto 2014, alcuni reports confermassero la nomina di un tagico a ‘emiro di Raqqa’, la più grande provincia siriana sotto il controllo dello Stato islamico, da parte del capo dell’IS Abu Bakr al-Baghdadi. Ad oggi sarebbe confermata la presenza di combattenti dell’IMU in Siria e Iraq, la maggior parte dei quali tra le fila dello Stato islamico; nel corso del 2015-2016 è stata riportata la presenza in Siria e Iraq di soggetti uzbechi, afgani e provenienti da altre aree dell’Asia centrale.
Concludendo, una presenza significativa in Siria di combattenti afgani e pachistani al fianco dello Stato islamico non va interpretata come un diretto collegamento tra talebani afgani e Teherik-e Taliban-e Pakistani, sebbene non possano essere sottovalutate le conseguenze di medio-lungo periodo di una partecipazione rilevante di soggetti o gruppi di opposizione armata afgani o pachistani che, prima o poi, faranno rientro nei propri paesi con un elevato expertise ideologico e operativo.

http://www.difesa.it/SMD_/CASD/IM/CeMiSS/DocumentiVis/Osservatorio_Strategico_2016/OS_05_2016_File_Singoli/OS_05_2016_WEB_IT.pdf

giovedì 18 giugno 2015

Il doppio fronte operativo in Afghanistan. Al via “Azm” la nuova offensiva di primavera dei Taliban e il confronto tra al-Qa’ida e l’ISIS (CeMiSS 3/2015)

di Claudio Bertolotti
 
 
"Claudio Bertolotti ci segnala come l’ISIS si sta espandendo anche in Afghanistan. Per contenerlo, contrastarlo e sconfiggerlo è ormai necessario rendersi conto che si tratta di una minaccia transnazionale e globale.
Gli eventi politici, e gli episodi di violenza, che stanno caratterizzando il Medio Oriente e il Nord Africa non devono più essere analizzati come cose tra loro separate, ma come parte di un ampio piano politico basato su distruttivi principi ideologici."
 
 
(*) Claudio Bertolotti, Ph.D, is Assistant Professor of Area Analysis at CSPCO (Turin), Senior Analyst at CeMiSS (Rome), and Italian representative at CEMRES «5+5 Defense Initiative 2015» (Tunis).
 
La situazione generale, in breve
La situazione in Afghanistan è in fase di progressivo peggioramento, in particolare nelle aree a sud e a est del paese.
Il primo quadrimestre del 2015 ha registrato un numero di vittime per operazioni militari superiore dell’8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente; per contro, il numero di morti in termini assoluti è diminuito del 2%, sebbene ci sia un aumento del 15% tra le donne e i bambini (fonte UNAMA, United Nations Assistance Mission in Afghanistan).
A riguardo delle forze di sicurezza afghane (ANSF), l’esercito (ANA, Afghan National Army) ha perso oltre 20.000 unità nel 2014 a causa di un aumento di diserzioni, dimissioni e perdite in combattimento; da gennaio a novembre 2014, la forza dell’ANA si è ridotta dell’11%, scendendo a 169.000 unità: il dato più basso dal 2011 (fonte SIGAR, Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction).
Inoltre, il ministero per il contrasto al narcotraffico ha confermato che la produzione di papavero da oppio è cresciuta nell’ultimo anno del 7%; 224.000 sono gli ettari di terra dedicati all’oppio, 132 i distretti interessati, con le province di Helmand, Kandahar, Farah e Nimroz che da sole producono il 65% del totale.
Infine, nuovi attori del conflitto stanno imponendo nuove dinamiche e ritmi le cui conseguenze non sono facilmente contrastabili.
 

Dichiarazione dell’Emirato islamico dell’Afghanistan sull’avvio dell’offensiva di primavera ‘Azm’
Afghanistan, 24 aprile (anniversario della battaglia di ‘Yarmouk’ che portò alla conquista musulmana della Siria bizantina nel 636 d.c.): contemporaneamente alla decisione statunitense di sospendere la riduzione delle proprie truppe dall’Afghanistan – così come in precedenza pianificato e annunciato – i taliban dell’Emirato islamico hanno ufficializzato l’avvio delle nuove operazioni; la quattordicesima offensiva di primavera che vede confrontarsi sul campo di battaglia il governo afghano, con le sue forze di sicurezza, le residue forze militari occidentali e i gruppi di opposizione armata (GOA), tra i quali un ruolo di primo piano è giocato dai taliban.
Come di consueto, il comunicato è stato diffuso attraverso il sito web dell’Emirato islamico dell’Afghanistan; e come ogni anno l’offensiva è stata presentata come la più vasta e impegnativa operazione militare mai condotta. Con ciò confermando, da un lato, la capacità comunicativa di un fenomeno di opposizione sempre più efficace e aggressivo e, dall’altro, la volontà offensiva di una leadership che ha ben compreso le difficoltà, politiche e militari, di uno Stato afghano sempre più in difficoltà e incapace:
- di garantire un adeguato livello di sicurezza nella maggior parte del paese, in particolare le aree periferiche e rurali e
- di contenere una competizione tra gruppi di potere che potrebbe spingere verso una nuova fase della guerra civile afghana.
L’operazione ‘Azm’ (Risolvere, Perseveranza o Determinazione) – così è stata chiamata dalla leadership dell’Emirato – segue senza soluzione di continuità la precedente e micidiale offensiva del 2014, l’operazione Khaybar, caratterizzata da un massiccio impiego di attacchi suicidi, imboscate, Ied (Improvised explosive device - ordigni esplosivi improvvisati) e le puntate offensive, sempre più numerose, prolungate nel tempo ed efficaci, a cui è seguita la conquista di intere basi militari sotto il controllo delle forze afghane.
La retorica dei taliban, anche quest’anno, ha posto in evidenza esplicitamente gli intenti dell’insurrezione; e non vi è da dubitare che metteranno in pratica quanto minacciato, poiché è sufficiente guardare indietro, al numero di azioni, alle statistiche relative ai danni inferti, per rendersi conto del potenziale militare, delle capacità offensive e della sempre più ampia capacità di controllare le aree periferiche dell’Afghanistan, in particolare il sud e l’est del paese.
La propaganda che accompagna l’avvio dell’ultima offensiva di primavera si concentra sul mancato ritiro delle truppe straniere ‘di occupazione’ – requisito essenziale per l’avvio di qualunque negoziato per la pace – e sull’applicazione dell’accordo di sicurezza tra il Governo afghano, gli Stati Uniti e la Nato (Bilateral Security Agreement - BSA).
Una condanna esplicita va al continuo utilizzo di ‘droni’ per la condotta di attacchi, ai criticati ‘night raids’ che coinvolgono la popolazione civile, e alla subordinazione delle forze di sicurezza afghane; un’occupazione che, ridimensionata nei numeri, avrebbe semplicemente mutato la tattica, ma non l’obiettivo strategico: l’occupazione dell’Afghanistan.
E il richiamo al jihad contro l’occupante straniero, continua così a essere il leit-motiv esplicito della narrativa taliban; taliban che, in linea con una policy pubblica consolidata, continuano a chiedere il ritiro immediato delle residue truppe straniere, la conclusione delle operazioni militari, dell’attività intelligence e delle operazioni speciali, nonché di qualunque forma di influenza negli ‘affari interni all’Afghanistan’.
Fino ad allora, e con l’obiettivo di completare la liberazione del paese e per implementare le ‘giuste regole islamiche’, l’Emirato si dichiara determinato a prolungare il jihad contro gli stranieri e contro tutti coloro che sono disposti a sostenerne le parti – con implicito riferimento alle istituzioni afghane e ai singoli soggetti che collaborano con queste.
I principali obiettivi dell’operazione ‘Azm’, dichiarati e designati dalla leadership dell’Emirato islamico e della ‘Commissione militare’, sono, nell’ordine: le forze di occupazione straniere, le basi militari permanenti, le strutture di intelligence, diplomatiche, obiettivi della compagine statale afghana – in particolare i ministeri degli Interni e della Difesa.
In linea con le tecniche già ampiamente utilizzate, vengono confermate tattiche e procedure tecniche quali attacchi suicidi (il “martirio”), ‘green-on-blue’, azioni a danno dei contractor e contro le infrastrutture militari e di supporto a queste, tecniche di guerriglia urbana.
I taliban, in contrasto con quanto dimostrato dal più recente report delle Nazioni Unite in merito ai danni collaterali e all’uccisione di civili, dichiarano inoltre che il loro obiettivo primario consiste nel salvaguardare la vita e le proprietà delle popolazioni civili. Nel ribadire tale concetto, il comunicato dell’Emirato ribadisce che ogni singolo mujaheddin è responsabile per la propria condotta in guerra e ogni comandante è responsabile per ognuno degli uomini alle proprie dipendenze; chiunque non dovesse attenersi scrupolosamente a tale principio deve essere sottoposto al giudizio sanzionatorio nel rispetto dei codici imposti dal jihad e dalla sharia.
In linea con una retorica propagandistica ormai consolidata, gli obiettivi religiosi e scolastici quali moschee, madrase, università, ospedali, cliniche, edifici pubblici in genere, non rientrano tra quelli che potrebbero essere colpiti dalla nuova offensiva militare; mentre un’interessante apertura è rappresentata dalla dichiarazione di voler agevolare tutte quelle organizzazioni che si occupano, a vario titolo, di benessere, salute e assistenza alla popolazione civile.
Per contro, i taliban avvertono proprio la popolazione civile di tenersi lontana dai possibili obiettivi designati invitando, inoltre, tutti i dipendenti pubblici, i soldati, i poliziotti e coloro che, a vario titolo, collaborano con le forze di sicurezza straniere a colpire ovunque e in qualunque momento i nemici invasori e i loro ‘fantocci’ e a trovare protezione sotto la bandiera dell’Emirato islamico.
Anche la quattordicesima offensiva di primavera si preannuncia, attraverso un messaggio propagandistico pregno di retorica, violenta e indiscriminata; ma un’offensiva che si contraddistingue da tutte le precedenti per il fatto di vedere contrapposti sul campo di battaglia vecchi e nuovo attori: al-Qa’ida e lo Stato Islamico (ISIS/IS, o Daesh).
Infatti, nel caos afghano – e nel più generale quadro dell’Af-Pak-Ind – si sono recentemente imposte nuove dinamiche e nuovi attori hanno fatto la loro comparsa: l’ISIS è uno di questi, a cui si contrappone il riformato movimento di al-Qa’ida nella sua variante del sub-continente indiano. Dinamiche che – come avevamo valutato nell’Osservatorio Strategico 9/2014 a cui si rimanda per un maggiore approfondimento sulla riorganizzazione insurrezionale – hanno portato a una recrudescenza delle conflittualità che deriva da una competizione sfrenata tra i gruppi alla ricerca dell’attenzione mediatica, del risultato eclatante attraverso atti sempre più violenti e spregiudicati, dell’ampliamento del bacino di militanti. La conferma, nei fatti, è venuta con gli episodi di decapitazione di alcuni sciiti afghani di etnia hazara e con l’attacco suicida a Jalalabad del 18 aprile, di cui più oltre si tratterà (entrambi gli episodi prontamente condannati dai taliban e biasimati dall’opinione pubblica afghana).
AQIS, al-Qa’ida nel sub-continente indiano
Come reazione all’espansione dell’ISIS nel sub-continente indiano, nel settembre 2014 al-Qa’da ha annunciato la costituzione di una propria organizzazione jihadista regionale chiamata ‘Qaedat al-Jihad in the Indian Subcontinent’ (AQIS, al-Qaeda in the Indian Subcontinent) –, il cui obiettivo è l’imposizione della legge islamica (sharia) attraverso lo sforzo del jihad in tutto il sub-continente, come elemento di unione di tutti i musulmani dall’India all’Afghanistan, a Burma, al Bangladesh, all’Assam, al Gujarat, all’Ahmedabad e al Kashmir. La nuova ala di al-Qa’ida è formalmente fedele all’alleanza con i taliban afghani del mullah Omar ed è guidata da un soggetti provenienti dagli ambienti taliban pakistani.
Ma nel mirino della missione di controterrorismo statunitense e delle forze di sicurezza pakistane non sono i taliban, bensì i vertici e i membri della neo-costituita AQIS. I taliban afghani, in tale dinamico scenario rimangono un target secondario poiché il vero obiettivo definito, anche sul piano formale, è al-Qa’ida, i suoi affiliati e i competitor radicali (e l’ISIS, tra questi, è certamente il principale).
Perché i taliban non sono l’obiettivo principale?
- In primo luogo, quello dei taliban afghani è un movimento locale, con strette relazioni con al-Qa’ida ma senza ambizioni a livello globale o regionale.
- In secondo luogo, gli Stati Uniti sono impegnati nel tentativo di tagliare le relazioni tra i taliban e i loro supporter esterni (al fine di interrompere una connessione che costituisce un punto di forza per entrambi gli attori).
- Inoltre, i taliban non sono inclusi nella lista delle organizzazioni terroristiche in virtù del loro potenziale, quanto ricercato, ruolo – anche politico – nel futuro dell’Afghanistan.
- Infine, né le forze della coalizione internazionale, né le ANSF hanno dimostrato di essere in grado di poter sconfiggere i taliban.

Dalla Libia all’Afghanistan: l’ISIS esporta un modello di violenza transnazionale di successo
Al contrario di AQIS, l’ISIS ha iniziato un’efficace opera di penetrazione in Afghanistan attraverso l’affiliazione, la condotta di attività operative e il reclutamento di militanti, anche stranieri. Un recente report delle Nazioni Unite confermerebbe la presenza di migliaia di foreign fighter, provenienti da oltre cento paesi, tra le fila di al-Qa’ida e dell’ISIS o di altri gruppi affiliati; del totale almeno 6.500 sarebbero già operativi in Afghanistan, tra questi alcuni proverrebbero dalla storica organizzazione dell’Islamic Movement of Uzbekistan (IMU) recentemente passata dalla parte dello nascente Stato Islamico di Abu Bakr al-Bagdadi che, a meno di un anno dalla conquista della città irachena di Mosul, continua la sua strategica espansione dal Syraq a tutto il Grande Medio-Oriente, dalla Libia all’Afghanistan dove si contrappone a un’al-Qa’ida che sembra aver ripreso energia proprio con la comparsa del nuovo competitor; un competitor che è alla ricerca di ulteriori basi operative e nuovi alleati: in questo modo Pakistan e Afghanistan sono entrati a pieno titolo nella strategia della violenza dello Stato Islamico che si è imposto nel sub-continente indiano attraverso il brand “ISIS Wilayat Khorasan”.
E dopo la comparsa in Libia, con l’attacco suicida al ‘Cor¬inthia Hotel’ di Tripoli nel mese di gennaio, l’ISIS – nonostante un’ipotesi di smentita – si sarebbe formalmente imposto in Afghanistan attraverso l’azione suicida che, il 18 aprile, ha ucciso 34 persone ferendone altre 125 a Jalalabad, capoluogo della provincia di Nangarhar, nell’est dell’Afghanistan.
Capacità tecnica e volontà offensiva: quale ruolo per gli attacchi suicidi?
Quello a cui assistiamo è un aumento degli attacchi suicidi sui piani quantitativo, qualitativo e geografico. Dalla Libia, all’Afghanistan, gli attacchi suicidi si sono imposti come tecnica vincente, indipendentemente dagli effettivi risultati sul campo di battaglia.
L’aumento della frequenza degli attacchi suicidi e la loro diffusione geografica sono chiari indicatori dell’accresciuta capacità ed esperienza tecnica e della permeabilità dei teatri operativi a gruppi insurrezionali esogeni. Ciò mostra quanto sia maturata nel tempo la consapevolezza dell’utilità di tale tecnica in un’ottica strategica di opposizione e non semplicemente come tattica sul campo di battaglia. In tale quadro si configurerebbe un processo evolutivo del fenomeno giunto ai giorni nostri attraverso un’amplificazione dell’offensiva sempre più spettacolare e strutturata, oltre che capace di adattarsi molto velocemente alle contromisure messe in atto dalle forze di sicurezza.
Successo o fallimento: quali i risultati?
Gli attacchi suicidi hanno confermato di essere una tecnica vincente innanzitutto sul piano mediatico. Anno dopo anno i gruppi di opposizione armata hanno saputo convogliare l’attenzione massmediatica, prima sul conflitto afghano e poi su quello in Syraq, attraverso una razionale regia strategica incentrata su azioni mediaticamente appaganti come gli attacchi suicidi multipli (commando); questo indipendentemente dal risultato «tattico» raggiunto.
In secondo luogo, hanno ottenuto risultati positivi sul piano della funzionalità operativa dove l’approccio razionale dei gruppi di opposizione ottiene come risultato tangibile il cosiddetto «blocco funzionale» (o «stop operativo»): danneggiamento di veicoli e installazioni, ferimento di addetti alla sicurezza, limitazione della capacità di manovra, riduzione del vantaggio tecnologico e del potenziale operativo. I risultati sono tangibili e hanno portato a ottenere, nel periodo 2011-2014, un successo relativo (il blocco funzionale) in media nel 78% dei casi.
I risultati conseguiti a danno delle forze di sicurezza ne confermano la validità; e dunque per questa ragione la tecnica è stata utilizzata e affinata. Inoltre, ciò che si evince da un’analisi complessiva è che i gruppi di opposizione, grazie a un buon livello di information-sharing sono oggi in grado di condividere molto velocemente le nuove tecniche e tattiche.
Stando così le cose, l’impatto della tecnica suicida contribuirà a rendere più onerosa la missione di contrasto all’ISIS e i suoi affiliati?
I risultati sinora ottenuti hanno consentito di adeguare sempre più e sempre meglio gli equipaggiamenti esplosivi alle esigenze di carattere tattico. E, in fatto di aggiornamento e adeguamento, i gruppi di opposizione tendono ad anticipare le forze di sicurezza: aumentare la capacità offensiva e il potenziale distruttivo di un attacco suicida è più veloce ed economico che non progettare veicoli sempre più protetti e pesanti (e costosi).
Se sul piano propriamente militare si può quindi affermare che la rilevanza delle azioni suicide è significativa, è altresì evidente l’efficacia nell’attività di reclutamento degli aspiranti attaccanti. In sintesi:
- a livello strategico gli attacchi suicidi hanno ottenuto l’attenzione dei media regionali e internazionali nel 78% dei casi mentre le azioni multiple/commando hanno ottenuto un’attenzione mediatica pari al 100%.
- a livello operativo gli attacchi hanno causato il blocco funzionale delle forze di sicurezza in sette casi su dieci (73% in media).
- Infine, a livello tattico il successo è pari, nel 2011, al 57% dei casi a fronte di un 36% di atti formalmente fallimentari, mentre il 2014 si è stabilizzato su una percentuale di successo del 54% e di fallimento del 30%.
Gli attacchi suicidi hanno dunque una rilevanza significativa tanto a livello operativo (limitazione della funzionalità operativa delle forze di sicurezza) quanto sul piano mediatico; quest’ultimo sfruttato a fini politico-propagandistici. Si può dunque parlare di strategia politico-militare i cui veri obiettivi consisterebbero prioritariamente in:
- attrarre l’attenzione mediatica al fine di influenzare le opinioni pubbliche, locali e straniere;
- concorrere a imporre una condizione di stress operativo (in particolare attraverso il «blocco funzionale»);
- creare uno stato di insicurezza generale con ripercussioni su opinione pubblica, piano sociale interno e lotta per il potere a livello locale.
Costi contenuti ed effetti immediati e amplificati sono i punti di forza alla base delle spettacolarizzazione della violenza; una tecnica che continuerà a contribuire al raggiungimento di significativi risultati a livello strategico, operativo, e non trascurabili sul piano tattico.
Sul piano qualitativo, il 2014 si è dimostrato essere l’anno dei maggiori risultati ottenuti dai gruppi di opposizione armata attraverso la spettacolarizzazione degli attacchi suicidi: aumento del blocco funzionale, incremento nel numero di uccisi e maggiore attenzione mediatica; rimandando per un opportuno approfondimento all’articolo che verrà pubblicato sul numero 2/2015 di ‘Sicurezza, Terrorismo e Società’, possiamo valutare come altamente probabile già nel breve-medio periodo un’evoluzione incrementale degli attacchi suicidi sia sul piano quantitativo-qualitativo sia su quello geografico.

Analisi, valutazioni, previsioni.
Si prevede un aumento significativo dell’attività dei GOA, sia endogeni sia esogeni, nel breve-medio periodo; in linea con il trend dei passati anni, si valuta come probabile un incremento nel numero e nell’intensità delle azioni contro le ANSF.
Come conseguenza, il governo afghano dovrà affrontare concrete difficoltà nell’avviare il processo di pace in agenda che si basa su un approccio finalizzato a una soluzione politica che veda coinvolti gli stessi GOA.
Inoltre, molti militanti taliban starebbero abbandonando i loro gruppi originari per unirsi con il nascente gruppo dell’ISIS in Afghanistan, sebbene si valuti che solamente una parte degli ‘scissionisti’ abbia deciso di lasciare il campo pakistano (anche in conseguenza dell’offensiva pakistana nella regione del North Waziristan).
Nel complesso, va però considerato che una significativa presenza di foreign fighter in Afghanistan è conseguenza della politica di espansione dell’ISIS nel sub-continente indiano a cui si contrappone la volontà oppositiva di AQIS.
Tali dinamici fattori hanno dato al conflitto afghano una nuova dimensione caratterizzata da maggiore instabilità e più violenza: il tutto si traduce in una sfida ancora più ardua per la Comunità Internazionale e per il debole Stato afghano, incapace di contrastare militarmente i GOA e di contenere le crescenti dinamiche conflittuali che coinvolgono i nuovi e i vecchi attori.
Da una parte l’agenda del governo Ghani-Abdullah prevede l’avvio di un dialogo costruttivo che coinvolga anche il Pakistan in qualità di facilitatore nei confronti dei taliban; ma, come possibile conseguenza della presenza di foreign fighters in Afghanistan, il dialogo con i taliban potrebbe complicarsi a causa delle dinamiche interne al movimento che potrebbero portare a uno scollamento tra la leadership e la base formata da giovani e radicali che opterebbero per l’ISIS.
Un passaggio da un gruppo a un altro che sarebbe indotto da un’efficace campagna di reclutamento, sia tradizionale sia moderna attraverso un ampio utilizzo dei social-media, in Pakistan e in Afghanistan.
Inoltre, crescono il ruolo e le ambizioni regionali dell’Iran come possibile conseguenza, da un lato, del dialogo sul nucleare con gli Stati Uniti e, dall’altro, dell’impegno di Teheran nel contrasto all’espansione dell’ISIS in Syraq e, verosimilmente, anche in Afghanistan; come recentemente annunciato dal ministro degli Interni iraniano Abdolreza Rahmani Fazli, l’Iran è pronto a fare la sua parte in operazioni di controterrorismo al fianco di Pakistan e Afghanistan. Questa è una significativa possibilità  che potrebbe aprire a una nuova fase del ruolo iraniano a livello regionale.
In conclusione, è ormai un dato di fatto che l’ISIS stia espandendo le proprie capacità in Afghanistan. Analizzando lo sviluppo del fenomeno attraverso la doppia prospettiva del ‘tempo’ e dello ‘spazio’, è necessario che i decisori acquisiscano la consapevolezza che per contenere, contrastare e sconfiggere l’ISIS è prima di tutto fondamentale agire ovunque questo esista, affrontandolo come una minaccia collegata a livello transnazionale e globale. È altresì necessario non commettere l’errore di analizzare gli eventi e le azioni violente nell’intera area MENA come fattori tra di loro separati: ogni singolo evento, sebbene non coordinato, è parte di un ampio piano politico basato su principi ideologici, rivoluzionari e distruttivi.
 

lunedì 9 giugno 2014

I principali impegni operativi dell’Italia: Afghanistan e Libano (CeMiSS)



di Claudio Bertolotti
A partire da questo mese iniziamo ad analizzare i due principali
teatri operativi che vedono impegnate le nostre Forze Armate: l'Afghanistan e il Libano




Afghanistan: gli sviluppi del primo turno elettorale e l’alba dell’epoca post-Karzai

La competizione elettorale per l’elezione del presidente dell’Afghanistan che subentrerà a Hamid Karzai si avvia alla sua seconda e conclusiva fase, che vedrà nel 14 giugno la data per il ballottaggio: lo ha annunciato il capo dell’Independent Election Commission, Ahmad Yusuf Nuristani.

I sette milioni di elettori che formalmente hanno votato lo scorso 5 aprile per scegliere il nuovo presidente dell’Afghanistan si sono divisi tra i candidati Abdullah Abdullah (45 percento dei voti) Ghani Ahmadzai (32 percento) e Zalmai Rasoul (2 percento).

Risultati elettorali che, nel complesso, hanno confermato le previsioni espresse nell’«Osservatorio Strategico» del CeMiSS di marzo: Ghani e Abdullah sono i due competitor della seconda tornata elettorale per la conquista della poltrona presidenziale della Repubblica islamica dell’Afghanistan. Una competizione che si è mossa sul piano delle alleanze politiche e su quello, parallelo, delle fluide dinamiche etno-culturali e geografiche dell’Afghanistan contemporaneo.

In particolare, la scelta del candidato Ghani di sostenere ed essere sostenuto dal candidato alla vice-presidenza uzbeco, il discusso generale Abdul Dostum, è stata una scommessa vinta a metà. Una mossa politica sul piano tattico che, da un lato, ha consentito a Ghani di ottenere il favore dell’elettorato nelle province a maggioranza uzbeca – il dieci percento della popolazione afghana – di Jowzjan (69 percento dei voti) e Faryab (65 percento dei voti) ma che, dall’altro, non ha garantito un analogo risultato nelle province di Sar-e-Pul (39 percento), Samangan (27 percento) e Kunduz (38 percento).

Una scelta azzardata, dunque, quella di un Ghani alla ricerca di sostegno al di fuori del proprio gruppo etnico su cui, evidentemente, hanno influito in maniera non positiva i censurabili trascorsi di “mujaheddin” di un Dostum che, se da un lato è ancora apprezzato dalla popolazione più “anziana”, dall’altro lo è sempre meno per l’elettorato giovane, nato e cresciuto dopo la guerra contro l’occupazione sovietica, e in particolare quello femminile.

Come prevedibile, nel complesso Ghani ha raccolto un maggiore successo elettorale nelle aree orientali del paese, quelle a predominanza etnica pashtun.

Sul fronte opposto, l’altro pretendente alla poltrona presidenziale, Abdullah ha ottenuto risultati sorprendenti in molte altre province che gli hanno consentito di uscire dalla prima fase della competizione elettorale come candidato più votato, con un dato (ancora non definitivo) del 44.9 percento dei voti. Un risultato raggiunto anche grazie all’inaspettato contributo della componente etnica hazara che gli avrebbe garantito un’omogenea e solida base elettorale, in particolare nelle province di Bamiyan (68 percento) e Dai Kundi (75 percento); e ancora, sebbene in percentuale inferiore, in quelle di Ghor (60 percento), Ghazni (54 percento), e Wardak (36 percento). Abdullah ha inoltre ottenuto un dato del 24 percento nella provincia di Uruzgan (24 percent). Un risultato attribuibile in parte  alla scelta di candidare, come suo vice-presidente, Mohammad Mohaqeq, ex-ministro oltre che potente ed influente ex “signore della guerra” di etnia hazara. Un peso, quello dell’etnia minoritaria hazara – in passato relegata a margine del potere afghano – , su cui potrebbe aver influito il legame di Ghani con il gruppo etnico dei Khuci, storicamente (e tuttora) in conflitto proprio con gli hazara.

Un Abdullah che ha saputo dimostrare di essere abile mediatore tra gli interessi e le dinamiche che si muovono sui canali politici di tipo etnico, anche grazie alle sue origini tagiche e pashtun. E, difatti, essendo lui riconosciuto come soggetto legato in particolare a questo gruppo etnico, ha ottenuto la maggior parte dei voti proprio nelle province settentrionali ed occidentali popolate prevalentemente da tagichi (che rappresentano meno del trenta percento della popolazione afghana) ma riuscendo a convincere una parte significativa della componente pashtun del sud e dell’est, sottraendo così voti agli altri candidati, in particolare nelle province di Farah (35 percento) e Wardak (36 percento) e, in misura minore in quelle di Helmand, Logar, Nangarhar, Nimroz e Zabul.

Breve analisi conclusiva

A fronte del processo elettorale quale sarà il paese che il prossimo presidente afghano, Abdullah o Ghani, dovrà amministrare?

In estrema sintesi un paese estremamente corrotto. Le Nazioni Unite hanno di recente manifestato “seria preoccupazione” per quanto riguarda l’endemica corruzione caratterizzante l’apparato burocratico dello stato e dei suoi organi governativi; il “Transparency International's 2013 Corruption Perception Index” ha collocato l’Afghanistan al 175° posto su 177 paesi presi in esame.

Sul fronte della sicurezza, l’arrivo della primavera segna il periodico avvio dell’offensiva dei gruppi di opposizione armata (annunciata per il 12 maggio e denominata operazione “Khaibar”); questo è l’anno in cui l’azione di contenimento di tale offensiva ricadrà interamente, almeno sul piano formale, sulle spalle delle forze di sicurezza afghane, alle quali si affiancheranno i ridotti contingenti militari internazionali con il contributo di alcune migliaia di “istruttori”, “consiglieri” e “forze per operazioni speciali”.

Nel frattempo, sul piano internazionale, gli Stati Uniti si stanno apprestando ad affrontare tre possibili scenari afghani e, di conseguenza, la pianificazione dei costi di un nuovo impegno militare che dovrebbe iniziare a partire dal 1 gennaio 2015 con il contributo della missione a guida Nato “Resolute Support Mission”. Washington, a cui i paesi alleati della Nato guardano per assumere le conseguenti decisioni, potrebbe lasciare sul terreno circa 10.000 dei suoi soldati (con un costo di circa 25 miliardi di dollari l’anno – esclusa la componente più consistente dei “contractor” civili), questa la prima opzione; la seconda opzione è di 5.000 soldati statunitensi (il cui costo di mantenimento sarebbe di 20 miliardi di dollari annui). Infine la terza è l’improbabile “opzione zero”, più volte paventata a scopo intimidatorio, ma poco convincente e credibile sul piano strategico.

La Nato è in attesa delle decisioni di Washington, alle quali si adeguerà.


Libano: verso le elezioni presidenziali

Un lento processo parlamentare per l’elezione del presidente libanese ha caratterizzato l’ultimo mese nel “paese dei cedri”, nonostante l’invito al rispetto delle scadenze formali fatto del presidente della repubblica uscente Michel Suleiman, il cui mandato è in scadenza il 25 maggio.

Il parlamento libanese, preposto all’elezione della massima carica dello stato, non è riuscito nel compito per tre volte, la prima il 23 di aprile (quando erano necessari i due terzi dei voti), la seconda il 30 aprile (una maggioranza semplice), e ancora il 7 maggio quando il presidente del parlamento libanese Nabih Berri ha rinviato al successivo 15 maggio la seduta, poiché solo 73 parlamentari si erano presentati in aula per la votazione. I parlamentari del “Movimento Futuro” hanno accusato i loro avversari dell’“Alleanza dell’8 Marzo” di aver boicottato le elezioni. Il rischio, a questo punto possibile, consiste nel giungere al 25 maggio – giorno in cui decadrà l’attuale presidente – con un vuoto di potere, dove il presidente del consiglio sarà costretto ad assumere i poteri del Presidente della Repubblica”.

Sicurezza, conflittualità e situazione umanitaria

Sul piano della sicurezza, il 24 aprile scorso il coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il Libano, Derek Plumbly, si è ufficialmente incontrato con il primo ministro libanese Tammam Salam.

Nell’ambito di tale colloquio, le Nazioni Unite hanno confermato la riduzione degli episodi di violenza nella città di Tripoli – che hanno visto contrapporsi, tra gli altri, elementi alawiti pro-Assad e sunniti sostenitori dell’opposizione armata al regime siriano – con ciò evidenziando l’efficacia del graduale processo di sicurezza avviato dal governo libanese. In particolare, a conferma dell’impegno della Comunità internazionale nella stabilità del Libano, le Nazioni Unite hanno dichiarato che, in base ai colloqui di Roma di metà aprile, vi è la volontà di rafforzare l’impegno militare internazionale a favore delle forze armate libanesi a cui si unisce l’intenzione di intensificare lo sforzo a favore dei rifugiati.

In particolare, l’ultima ondata di violenza interessante la città di Tripoli iniziata il 20 febbraio e protrattasi per sei settimane ha provocato la morte di trenta persone, inclusi due soldati libanesi, e il ferimento di altre cento. Ondata di violenza che si è interrotta il 27 marzo all’indomani dell’applicazione del “security plan” per Tripoli  approvato dal governo centrale.

Tali episodi di violenza sono il segnale di conflittualità manifeste, alimentate dalla proliferazione di armi e dal coinvolgimento sempre più intenso di attori “non-statali” operativi a livello regionale, in particolare quelli direttamente coinvolti nel conflitto siriano.

La policy ufficiale del Libano nei confronti della crisi siriana è di non ingerenza. È però vero che lo stesso Hezbollah è direttamente coinvolto nel conflitto in Siria; e il flusso di armi e combattenti attraverso l’indefinito confine tra i due paesi ha contribuito ad aumentare gli arsenali bellici fuori dal controllo governativo. Una situazione che ha portato la valle della Bekaa a subire gli effetti diretti e indiretti di un conflitto di lunga durata; basti ricordare i razzi caduti sugli abitati sciiti e il flusso continuo e di difficile gestione dei profughi in fuga dalla vicina regione siriana di Qalamon e dalla città di Yabrud.

Nel complesso, in merito alla situazione umanitaria, ammontano a circa un milione i rifugiati siriani in fuga dalla guerra civile che vede contrapporsi il governo di Damasco e la “eterogenea galassia” dei gruppi di opposizione armata; il dato ufficiale si contrappone però a quello reale di un milione e mezzo di rifugiati complessivi presenti sul territorio libanese (con un flusso di circa 2.500 unità giornaliere). Dati che influiscono pesantemente sull’organizzazione ricettiva del Libano e sulla capacità di gestire le sempre maggiori criticità, politiche, organizzative, di sicurezza e sociali.




domenica 18 maggio 2014

In vista delle elezioni europee è doveroso rispondere ad alcuni importanti questiti
sulle guerre a noi europei più vicine 
SIRIA E UCRAINA: GUERRE AI CONFINI DELL'EUROPA
  
Quali le conseguenze per l'Europa?
Esiste una comune politica estera europea?
E' possibile parlare di un modello di difesa europeo?

Ne parlano
Professore ed esperto di conflitti contemporanei, 
e
Professore e Ricercatore di Relazioni Internazionali
 
modera
Analista Strategico - FARE per Fare Fermare Il Declino


Si parlerà di Europa, Difesa europea, politica estera europea, retribuzione del comparto sicurezza in Europa... non c'è ragione per non partecipare all'incontro...

Incontro organizzato da FARE e SCELTA EUROPEA

Saranno Presenti Giuseppe ARENA (Candidato al Parlamento Europeo) e  
Guglielmo del Pero (Coordinatore regionale di FARE per Fermare il Declino - Piemonte)

https://www.facebook.com/events/705385672852515/?ref_dashboard_filter=upcoming

lunedì 26 agosto 2013

Oltre l'Afghanistan... Siria: cosa c'è dietro all’attacco chimico di Damasco?

di Claudio Bertolotti 

Non posso nascondere la mia preoccupazione in merito ai recenti sviluppi "siriani" e alla volontà tutta statunitense di punire - a prescindere da oggettive responsabilità - il regime del presidente della Siria Bashar al-Assad, sostenendo (in)direttamente i gruppi di opposizione armata siriani, tra i quali radicali jihadisti stranieri e reduci delle guerre di Iraq, Afghanistan, Libia, ecc... Interessi politici di parte e un inquietante approccio sbrigativo lasciano trasparire i pericoli di un intervento militare in Siria; detto in altri termini, il pericolo di una guerra che potrebbe allargarsi a livello regionale (e oltre) provocando migliaia di morti. Ripropongo l'aggiornamento di pensiero già espresso in altra sede alcune settimane fa, riconfermando ancora una volta la mia totale avversione all'intervento armato unilaterale degli Stati Uniti ai danni della Siria (pronto invece a discutere l'opportunità di un impegno anche militare contro quelle forze - governative o di opposizione - che si fossero dimostrate responsabili dell'utilizzo di armi chimiche).


Mi occupo prevalentemente di guerra afghana; oggi parlerò di un'altra guerra, quella siriana. Una guerra civile che, iniziata con una protesta anti-governativa nel marzo del 2011, ha provocato la morte di 100.000 persone e la fuga di oltre un milione di civili.  La guerra in Siria è in parte combattuta da gruppi di opposizione armata siriani, sebbene sia accertata una significativa componente di ribelli stranieri e proprio su questi ultimi potrebbe cadere il sospetto di aver utilizzato contro inermi civili (tra cui donne e bambini) il gas nervino. È di alcuni mesi fa la notizia dell’assenza di prove nell’utilizzo di armi chimiche da parte del governo siriano. Alcune testimonianze raccolte dagli ispettori delle Nazioni Unite tra la popolazione civile e le stesse vittime hanno già in passato confermato la mano dei ribelli, e non del regime siriano di Bashar al-Assad, dietro il possibile utilizzo del gas nervino Sarin. Non si tratta di un’informazione non controllata o parziale, delle tante che si sono alternate sul web e successivamente riprese dai media nazionali e internazionali, bensì  l’ammissione di un alto diplomatico delle Nazioni Unite (Reuters, The Washington Times).
Carla del Ponte, membro della Commissione internazionale indipendente d'inchiesta dell’Onu sulla Siria (U.N. Independent International Commission of Inquiry on Syria) e già a capo del tribunale dell’Onu per i crimini di guerra in Jugoslavia e Ruanda, ha dichiarato alcuni mesi fa alla TV svizzera che «ci sono forti sospetti, ma non ancora prove incontrovertibili, che i ribelli abbiano utilizzato il gas nervino» con l’intento di riversare la responsabilità dell’atto sul governo siriano – così da indurre le potenze occidentali, Stati Uniti e Gran Bretagna in testa (e Francia in coda) ad accelerare un possibile intervento militare, in queste ore da più parti paventato.
Intanto, facendo seguito dell'ispezione tecnica da parte di specialisti dell'Onu del 26 agosto, il segretario di stato americano John Kerry ha accusato il regime siriano di aver "sistematicamente distrutto le prove" nell'area in cui sarebbe avvenuto l'attacco, "un atteggiamento", ha proseguito Kerry "che non è quello di un governo che non ha nulla da nascondere" (CBS News); con ciò giustificando il probabile intervento militare, sebbene in assenza di prove. Una razionale scelta politica, dunque, potrebbe essere dietro alla vicenda dell’utilizzo di un arma di distruzione di massa (il Sarin) contro la popolazione civile, non escludendo responsabilità da parte dell’opposizione armata siriana, verosimilmente (ma questo è da verificare) una delle fazioni maggioritarie fortemente ideologizzate e radicali in qualche modo collegate all’organizzazione transnazionale qaedista. 
Louay Almokdad, portavoce di uno dei gruppi ribelli, nega che da parte del Free Syrian Army siano state utilizzate armi chimiche, questo anche per ragioni di impossibilità pratica, ossia la disponibilità di vettori di lancio. Ma il Free Syrian Army è solamente uno dei tanti e incontrollati gruppi di opposizione armata impegnati nel tentativo di abbattere gli al-Assad. Ma il fatto che qualche gruppo ribelle - e non le forze governative siriane - possa aver utilizzato armi chimiche, sebbene non ancora confermato, non stupisce. Rimane inspiegabile perchè le forze governative avrebbero avuto bisogno di utilizzare armi chimiche in un momento in cui avevano il vantaggio sul campo di battaglia, provocando poche vittime tra i ribelli e molte tra i civili. Rimane difficile comprendere il senso di una simile iniziativa. 
Preoccupa, poi, l’approccio radicale e ideologico di alcune fazioni ribelli, per lo più elementi esogeni non siriani – per questo non legati al “territorio” sociale e culturale siriano.
E non stupisce l’effetto emotivo che ha investito l’opinione pubblica globale, conseguenza del sapiente utilizzo dell’«informazione 2.0» (web, social network in primis), dei media tradizionali e del processo di amplificazione massmediatica, che avrebbero consentito ai governi di prendere posizione, sostenuti dal pensiero generale e diffuso ma pericolosamente lontano da un approccio razionale e lungimirante volto a risolvere la guerra siriana: l'emozione si è sostituita alla ragione, consentendo ai principali attori pro-intervento di perseguire propri obiettivi e agende nascondendoli dietro il velo dell'aiuto umanitario. Gli Stati Uniti, inizialmente sostenuti anche dalla Gran Bretagna, si sono riservati di valutare un intervento militare, prevalentemente aereo, mentre una consistente flotta navale delle due potenze è già operativa nel Mediterraneo. Ma l’esperienza “politico-militare” presa in maniera assai infelice a modello dagli Stati Uniti di Obama è quella che portò l’allora presidente Clinton a intervenire nella guerra in Kosovo, nel 1999 (allora come oggi, nonostante l'opposizione della Russia). A distanza di 14 anni da quella scelta i problemi kosovari non sono risolti, nonostante una presenza continua di truppe della Nato; con ogni probabilità non lo sarà quella siriana, ben più complessa a caratterizzata da equilibri interni assai più fragili di quelli kosovari (e Jugoslavi ) degli anni Novanta. 
E se il ministro degli esteri Emma Bonino ha bollato come non praticabile un intervento militare in Siria senza la copertura legale del Consiglio di sicurezza dell'Onu, il Presidente del Consiglio Letta, in seno alla riunione dei G20 del 6-7 settembre, ha formalmente aderito alla condanna nei confronti della Siria per l'utilizzo di armi chimiche (senza però una conferma ufficiale, nè una prova concreta) e inviato due navi da guerra al largo del Libano (ufficialmente per la sicurezza del contingente miliatre italiano li schierato); tutto sembra muoversi verso un'azione offensiva e punitiva.
Ma un intervento militare unilaterale degli Stati Uniti (e dei suoi alleati, della Nato e non) non sarebbe una scelta razionale, risolutiva, bensì sbagliata, miope, che precipiterebbe la Siria in una situazione certamente non migliore di quella afghana, irachena, libica, paesi accomunati dalla politica dell’intervento armato statunitense (e occidentale in genere).Considerati i divergenti interessi dei Paesi che sostengono i ribelli, l’invasione agevolerebbe l'espansione dei gruppi radicali jihadisti a livello regionale e contribuirebbe alla frammentazione del Paese - così come accaduto in Iraq.  I paesi della Nato, così come quelli arabi del Golfo - ad esclusione dell'Iraq - auspicano uno scenario caratterizzato da un Iran privato del sostegno siriano, (benchè paradossalmente l'Iraq post-Saddam si sia avvicinato a proprio a Teheran). Nel conteggio degli svantaggi di un intervento militare in Siria vanno poi ad aggiungersi il rischio di una destabilizzazione a livello regionale, conseguenza del possibile allargamento del conflitto (Libano, Iran, Israele), e la frattura dei già incerti equilibri internazionali nelle relazioni diplomatiche tra Stati Uniti, Cina e Russia; quest'ultima fermamente impegnata a contrastare un'azione unilaterale di Washington. Bashar al-Assad dovrà lasciare, questo è assai probabile, ma il sostegno indiscriminato (così come quello indiretto) ai gruppi di opposizione armata va evitato, così come il ricorso a un frettoloso e dubbio – benché mediaticamente appagante – “ricorso ai principi della libertà e della democrazia” limitato a un mero esercizio elettorale (e i paesi travolti dalla primavera araba ne sono un esempio, Egitto in primis). La ricetta da seguire per il processo di risoluzione della guerra siriana? Pochi e certamente non semplici (ma necessari) passi:
1. Cessate il fuoco generale,
2. disarmo condiviso delle parti contrapposte e
3. contemporaneo (e condiviso) schieramento di una forza neutrale di interposizione tra le parti con mandato delle Nazioni Unite, seguito da una
4. transizione morbida verso un governo di transizione in grado di mantenere in essere gli instabili e precari equilibri etno-politico-confessionali siriani.
Non sarà facile, ma è pur sempre meglio tentare piuttosto che contribuire, attraverso un intervento armato unilaterale, all’involontario suicidio di massa del popolo siriano, della sua cultura, delle sue ricchezze materiali e immateriali. A ciò si unisce il rischio della conseguente, e probabile, incrinatura degli equilibri diplomatici e delle relazioni internazionali così come le conosciamo oggi. Una soluzione basata sulla guerra può sembrare la più efficace, è invece un errore strategico dalle conseguenze non prevedibili e incontrollabili.
articolo pubblicato il 26 agosto 2013 e aggiornato il 7 settembre