Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

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martedì 17 novembre 2015

Afghanistan: Obama ci ripensa. E anche Renzi (L'INDRO)

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1

 
Obama aumenta le truppe in Afghanistan. Perché aumentano anche i soldati italiani? Guardare verso la Libia

Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha annunciato la propria revisione del piano di disimpegno dall’Afghanistan. Non più un ritiro consistente come era stato annunciato, ma una presenza duratura sino a tutto il 2016. Il totale delle truppe Usa sarà di almeno 10.000 soldati, ai quali andranno ovviamente a sommarsi i circa 5.000 della Nato (e tra questi gli italiani). Il perché di questa scelta è evidente: il Paese non è stabilizzato, i gruppi di opposizione armata (talebani in primis) sono in grado di operare e colpire in buona parte del Paese -come la conquista della città settentrionale di Kunduz alla fine di settembre da parte dei talebani ha ampiamente dimostrato -, lo Stato afghano è inefficiente e corrotto e le sue forze di sicurezza mancano di capacità operativa, logistica e intelligence, nonostante i quattordici anni di sforzi della Comunità internazionale e gli oltre quattro miliardi di dollari spesi per addestrare le forze armate afgane. E come se non bastasse, il fenomeno del Nuovo Terrorismo Insurrezionale (NIT)... (vai all'articolo su L'INDRO)

La frammentazione del fronte insurrezionale afghano: da guerra di liberazione nazionale a jihad globale? (CeMiSS 8/2015)

di Claudio Bertolotti
CeMiSS - Osservatorio Strategico 8/2015 pp. 135-141
ISBN 978-88-99468-10-1


Le dinamiche del campo di battaglia: la presa di Kunduz.
Il 28 settembre i taliban hanno conquistato temporaneamente la città di Kunduz, cacciando le forze di sicurezza afghane e occupato gli edifici governativi, le caserme della polizia e le infrastrutture militari.
Quanto accaduto a Kunduz (quinta più grande città dell’Afghanistan e capitale provinciale) è un episodio che va a sommarsi al processo di espansione insurrezionale nel sud e nell’est del paese e rappresenta il più grande successo ottenuto dai taliban in 14 anni di guerra di resistenza: un chiaro esempio di capacità tattica e mediatica dal lato dei taliban (e di tutti i gruppi di opposizione armata insurrezionali) e al tempo stesso di incapacità operativa e strategica dal lato delle forze di sicurezza afghane (forze che, come dimostrato, non sono in grado di garantire un livello minimo di sicurezza nonostante gli immensi sforzi fatti dalla Comunità internazionale).
I soldati di Kabul non mancano di coraggio, tutt’altro, ma mancano di elementi ben più importanti: la capacità operativa, quella intelligence, il coordinamento sul campo di battaglia, il supporto aereo e quello logistico – più della metà dell’esercito non è in grado di operare autonomamente senza il supporto delle forze di sicurezza straniere; supporto che è venuto a mancare con la chiusura della missione ISAF (il 31 dicembre 2014) e l’avvio della missione NATO ‘Resolute Support’.
E la debolezza militare segue quella politica di una diarchia di potere (si veda oltre) incapace di realizzare quanto promesso durante la campagna elettorale: un Afghanistan migliore e sicuro.
E oggi i taliban, quegli stessi che hanno conquistato Kunduz, si trovano così a muoversi su due piani paralleli:
1.    da un lato il campo di battaglia vero e proprio dove i risultati dimostrano che l’opposizione afghana è capace di colpire e ottenere obiettivi altamente simbolici (la fuga del governo locale, la cattura di soldati, l’occupazione di basi militari) e remunerativi dal punto di vista dell’immagine (come l’ampia diffusione mediatica della notizia e delle immagini ha dimostrato);
2.    dall’altro il fronte politico-diplomatico che li potrebbe condurre verso un tavolo negoziale favorevole e che garantirebbe loro l’accesso a forme di potere, e una spartizione de facto del paese (cosa che in effetti è già in essere).
D'altronde, dobbiamo ricordare come anche nei momenti di massimo dispiegamento di truppe straniere in Afghanistan le zone rurali e periferiche in buona parte siano sempre state fortemente infiltrate dai gruppi di opposizione armata (GOA); non è una novità, ormai da circa 10 anni i taliban sono in grado di muoversi e operare, pur non avendo capacità di controllo permanente del territorio, in circa l’80 percento del paese, il che equivale a tutta l’area extraurbana dell’Afghanistan. E l’attacco di Kunduz, così come lo sono gli attacchi quasi quotidiani che avvengono a Kabul, tendono a dimostrare una capacità operativa che è conseguenza di un approccio e una visione strategici dei taliban di tutto rispetto.
L’Italia ha ancora più di 700 soldati impegnati nel teatro operativo afghano che vanno a costituire il totale delle 10.000 unità della Nato della missione ‘Resolute Support’; in tale contesto, l’episodio di Kunduz appresenta un episodio che si va a inserire in un più ampio scenario e che, con buona probabilità, andrà a influire sulle scelte strategiche statunitensi in termini di permanenza delle truppe sul suolo afghano nel breve-medio periodo. Gli Stati Uniti sono infatti in fase di ri-pianificazione e ricollocamento delle truppe sul terreno; conferme sul mantenimento a livello attuale delle truppe che porterebbe  al mantenimento quantitativo sul livello attuale che consta di circa 10.000 truppe statunitensi, alle quale vanno ad aggiungersi le unità della Nato – due missioni differenti ma strettamente collegate tra di loro; numeri teoricamente ridimensionabili ma che, data la situazione attuale e l’espansione del fenomeno insurrezionale in tutto il paese, potrebbero essere riconsiderati nel processo di disimpegno e ritiro delle truppe inducendo a una stabilizzazione sul livello attuale fino a tutto il 2016.
In estrema sintesi, ecco cosa rappresenta la battaglia di Kunduz oggi:
-    è il più grande successo militare in 14 anni;
-    evidenzia l’inadeguatezza delle forze di sicurezza afghane;
-    complica il ritiro delle truppe statunitensi e della Nato in Afghanistan, che potrebbero essere mantenute agli attuali livelli sino a tutto il 2016;
-    dimostra e conferma che i taliban sono una realtà molto forte con cui ci si deve interfacciare, anche formalmente, e includere nel processo politico;
-    è una fonte di forte imbarazzo per il governo di Kabul.
Vi è però un’incognita: il processo di frammentazione interna conseguente alla morte del mullah Omar: riuscirà la nuova leadership taliban a unire le diverse fazioni? Non è cosa facile e i recenti attriti, di cui si parla in questo contributo, lo dimostrano. E a trarne vantaggio sarà un nuovo attore che ha fatto la sua comparsa (da poco meno di un anno) in Afghanistan: IS/Daesh, lo Stato islamico.
Dalle dinamiche del campo di battaglia ai fattori interni caratterizzanti la realtà del fronte insurrezionale.
A nove mesi dalla conclusione della missione ISAF e dall’inizio del nuovo impegno della Nato con la ‘Resolute Support’ mission, sono aumentati gli attacchi e le azioni dei gruppi di opposizione armata afghani ai danni delle forze di sicurezza della Nato e delle istituzioni afghane, quest’ultime sempre più in balia, da un lato, di un’ondata di violenza caratterizzata da azioni sempre più spettacolari e capaci di provocare un elevato numero di morti e feriti e, dall’altro lato, di un’instabilità politica sempre più preoccupante.
E ancora, se da un lato la diarchia di potere Ghani-Abdullah – il primo presidente e il secondo CEO (Chief executive officer), incarico quest’ultimo formalmente non previsto dalla Costituzione – ha portato a una sostanziale e cronica empasse politica, dall’altro assistiamo a uno sviluppo incrementale del fenomeno insurrezionale che si alimenta attraverso due fattori significativi che si sono recentemente imposti.
Il primo, da tempo monitorato dall’Osservatorio Strategico attraverso questa rubrica, è la penetrazione asiatica del fenomeno IS/Daesh, l’imposizione di successo del suo ‘premium brand’ e il progressivo aumento di un ruolo attivo sul campo di battaglia vero e proprio e su quello, maggiormente importante, mediatico; un aumento di attività operative, mediatiche e politiche finalizzato ad attirare le donazioni straniere e i finanziamenti per la condotta di un jihad in Afghanistan che, da guerra di liberazione nazionale, sta trasformandosi sempre più nella variante asiatica di quel ‘Nuovo Terrorismo Insurrezionale’ (NIT) che sta travolgendo l’area del Medio-oriente e del nord Africa, dal Syraq a quello che resta della Libia, e che ha ormai definitivamente stravolto la geografia politica dell’intero arco grande-mediorientale a cominciare, dall’area MENA.
Il secondo è dato dalle dinamiche interne al fronte insurrezionale afghano, mai stato di fatto unito, che dal cambio di vertice conseguente alla morte dello storico leader taliban, il mullah Mohammad Omar, si è avviato verso un repentino processo di frantumazione interna che ha destabilizzato l’intero fronte di opposizione armata – e non solamente del principale movimento, quello dei taliban afghani. Alla fazione del Mullah Akhtar Mansour, che al momento occupa la posizione di vertice, si contrappongono, anche energicamente, le altre correnti di pensiero e tutte le parti escluse dal processo di spartizione delle cariche, e del conseguente potere.
La sostanza di questi due fattori ha dato vita a un circolo vizioso fatto di incapacità dello Stato afghano, competizione, conflitto, ricerca dell’attenzione mediatica attraverso la spettacolarizzazione della violenza.
Una situazione particolarmente critica che ha indotto l’amministrazione statunitense a confermare la presenza delle proprie truppe sino a tutto il 2016 e a prendere in considerazione la possibilità di mantenere un numero superiore di unità militari rispetto a quanto in precedenza annunciato; le opzioni al momento al vaglio, oltre all’opzione che prevede il ritiro già annunciato e la permanenza sul terreno di alcune centinaia di soldati, sono di 6.000, 8.000 o 10.000 unità (oltre al contributo della Nato).
Vediamo ora, più nel dettaglio, quali sono i fattori dinamizzanti del fronte insurrezionale afghano.
Il richiamo all’unità del fronte insurrezionale: verso una guerra tra fazioni?
Se sino al mese di agosto poteva sembrare che il dialogo preparatorio al processo di pace proseguisse in direzione di un esito favorevole, ora la questione si presenta come molto complicata, a causa dell’assenza di una posizione e una volontà univoche da parte dei gruppi componenti la galassia insurrezionale; da un lato i pragmatici e propensi al dialogo, dall’altra lo zoccolo duro intenzionato a proseguire una guerra che, ormai da quarant’anni, impone i propri ritmi e dinamiche alla società afghana. In mezzo la minaccia di un IS/Daesh sempre più aggressivo.
E se i vertici dei taliban hanno saputo muoversi e sedersi al tavolo delle trattative con raffinato pragmatismo, sfruttando la fine della missione ISAF, l’arretramento sostanziale della Nato, lo stallo politico afghano, i limiti dello Stato e delle sue forze di sicurezza, anche il loro principale supporter, il Pakistan, ha saputo imporsi con un ruolo di attore principale. Sino a questo momento. Ma le dinamiche sono cambiate, e stanno ancora cambiando, proprio a causa del disaccordo tra le fazioni dei GOA e la penetrazione aggressiva di IS/Daesh e, dunque, il percorso verso una soluzione negoziale basata sul power-sharing sembra sempre più lontano dal poter essere avviato.
Per quanto riguarda il ruolo del Pakistan, attore principale nello scenario regionale, esso appare ancora ambiguo tra una posizione propositiva nel contesto del processo di pace e le ambizioni mai nascoste di controllo sull’Afghanistan. Ciò potrebbe indurre a non escludere un coinvolgimento diretto del Pakistan nel rallentamento del dialogo negoziale, così da agevolare l’inserimento di taliban filo-pakistani all’interno della leadership insurrezionale al fine di influenzare le decisioni dei taliban filo-pakistani, in contrapposizione ad altre fazioni tra le quali quella che fa riferimento all’ufficio politico dei taliban in Qatar.
Il Pakistan trae vantaggio da un fronte insurrezionale diviso che gli consenta di poter trattare con ogni singolo gruppo, in collaborazione/competizione con gli altri; questo per ovvie ragioni di opportunità. La nomina di Mansour a successore del mullah Omar – e quella di  Sirajuddin Haqqani quale suo vice – è un elemento in grado di rendere dinamico lo sviluppo del futuro scenario e dei rapporti e delle relazioni tra il fronte insurrezionale e Islamabad, anche per quanto riguarda il legame tra il gruppo Haqqani e al-Qa’ida e la posizione statunitense di ccontrasto alle organizzazioni qaediste – sebbene sia prevedibile che ragioni di real-politik possano indurre verso approcci più pragmatici, e dunque di inclusione.
Un elemento da tenere in debita considerazione è l’approccio innovativo introdotto dal mullah Mansour. È la natura stessa del suo primo messaggio da ‘capo’ dei taliban a indicare un significativo cambio nella policy di comunicazione strategica, in contrasto con quella estremamente riservata del suo predecessore. La registrazione di un messaggio, e la sua diffusione attraverso il Web, sono funzionali a presentare il neo-leader del movimento nella sua nuova veste e, al tempo stesso, a cercare un consenso quanto più ampio possibile in un contesto dove molte voci contrarie si sono sollevate. E Mansour è oggi impegnato nella difficile opera di consolidamento del potere e nell’imporre un’autorità non ancora riconosciuta da tutti i leader del movimento. Il discorso di Mansour va in questa direzione, e lo fa attraverso un’efficace tecnica comunicativa utilizzando un tono pacato e senza l’ausilio di un testo scritto, appellandosi all’unità dei taliban e presentando sé stesso come un capo tollerante, conciliante, pragmatico.
Ma nonostante gli sforzi profusi, un riconoscimento condiviso deve passare anche attraverso il coinvolgimento dei rappresentanti religiosi, gli ulema (o mawlawi). Un processo non semplice che, pur nel tentativo di trovare una conciliazione tra le parti, non ha al momento raggiunto il suo scopo, come dimostrato dal confronto tra la delegazione dei mille rappresentanti religiosi e il Consiglio Supremo dello Stato Islamico (che si è concluso con un sostanziale nulla di fatto, fatta eccezione per le raccomandazioni espresse dai chierici in favore di una soluzione condivisa).
Analisi, valutazioni, previsioni
La lotta per il potere sta logorando la già scarsa unità di un fronte insurrezionale operativo al di qua e al di là della linea di confine tra Afghanistan e Pakistan e che si trova a dover bilanciare le ambizioni individuali, gli interessi dei gruppi di combattenti e quelle dinamiche tribali sinora contenute grazie al ruolo unificatore, ormai venuto meno, del mullah Omar.
Dinamiche, quelle indicate, i cui effetti ancora non sono definiti ma che avranno un impatto significativo sulla sicurezza regionale e che potranno condurre verso una crisi esistenziale proprio del principale movimento insurrezionale, i taliban, la cui conclusione potrebbe essere una frantumazione che porterebbe, da un lato, una componente ad aderire al processo di riconciliazione e, dall’altro, l’altra o altre componenti (la cui entità potrebbe essere significativa) ad aderire al piano di espansione di IS/Daesh anche in Af-Pak; uno sviluppo del fronte insurrezionale che deve preoccupare poiché IS/Daesh è sul piano sostanziale, come su quello ‘comunicativo’, una minaccia ben più critica di quanto non lo siano i taliban o al-Qa’ida poiché gode di tutti quei vantaggi che derivano dal fattore ‘novità’, dagli echi dei successi sul campo di battaglia e, di conseguenza, dall’elevata capacità propagandistica e di reclutamento.
E se la Comunità internazionale assume una posizione di attesa, i due fronti insurrezionali si dividono su due opzioni.
La prima è quella di continuare a combattere, proseguendo nel percorso avviato quattordici anni fa ma senza la forza simbolica del leader storico, la cui morte è stata tenuta nascosta per due anni dall’attuale leadership del movimento (con conseguente rischio di perdita di fiducia da parte della base).
La seconda consiste nel trovare, attraverso il processo di riconciliazione, un ruolo all’interno della società afghana per gli ex-mujaheddin; un processo non semplice dato l’alto livello di disoccupazione.
Nel complesso delle dinamiche regionali, il governo afghano potrebbe (dovrebbe) cogliere l’occasione per stabilire un rapporto diretto con i taliban, dividendo il fronte tra chi vuole essere parte del processo di riconciliazione da quelli che invece intendono continuare a combattere. Ma al momento tale iniziativa è assente e il governo afghano, bloccato da una con-divisione del potere inefficace, non pare aver colto l’occasione data dalle difficoltà dei taliban. Il risultato è che l’IS/Daesh è divenuto una valida alternativa, accattivante e determinata.

 

martedì 18 agosto 2015

L'Afghanistan senza il mullah Omar (L'INDRO)

di Claudio Bertolotti 

L’Afghanistan senza il mullah Omar
A rischio il processo di pace? Analisi e possibili scenari futuri
Il mullah Mohammad Omar, leader dei taliban dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, sarebbe morto nell’aprile 2013, probabilmente in Pakistan. Il mullah Akhtar Mohammad Mansour lo ha formalmente sostituito, essendo stato designato quale suo successore; al suo fianco ci sarà Sirajuddin Haqqani, comandante della cosiddetta ‘Haqqani network’ vicina ad al-Qa’ida, e figlio del defunto Jalaluddin Haqqani, storico mujaheddin e figura di spicco della galassia taliban. Questi i fatti, ma alcune dinamiche rimangono indefinite, - See more at: http://www.lindro.it/lafghanistan-senza-il-mullah-omar/#sthash.HQUUu53u.dpuf



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probabilmente in Pakistan. Il mullah Akhtar Mohammad Mansour lo ha formalmente sostituito, essendo stato designato quale suo successore; al suo fianco ci sarà Sirajuddin Haqqani, comandante della cosiddetta ‘Haqqani network’ vicina ad al-Qa’ida, e figlio del defunto Jalaluddin Haqqani, storico mujaheddin e figura di spicco della galassia taliban. Questi i fatti, ma alcune dinamiche rimangono indefinite, così come incerti sono i possibili scenari futuri; - See more at: http://www.lindro.it/lafghanistan-senza-il-mullah-omar/#sthash.HQUUu53u.dpuf
Il mullah Mohammad Omar, leader dei taliban dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, sarebbe morto nell’aprile 2013, probabilmente in Pakistan. Il mullah Akhtar Mohammad Mansour lo ha formalmente sostituito, essendo stato designato quale suo successore; al suo fianco ci sarà Sirajuddin Haqqani, comandante della cosiddetta ‘Haqqani network’ vicina ad al-Qa’ida, e figlio del defunto Jalaluddin Haqqani, storico mujaheddin e figura di spicco della galassia taliban. Questi i fatti, ma alcune dinamiche rimangono indefinite, - See more at: http://www.lindro.it/lafghanistan-senza-il-mullah-omar/#sthash.HQUUu53u.dpuf
Il mullah Mohammad Omar, leader dei taliban dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, sarebbe morto nell’aprile 2013, probabilmente in Pakistan. Il mullah Akhtar Mohammad Mansour lo ha formalmente sostituito, essendo stato designato quale suo successore; al suo fianco ci sarà Sirajuddin Haqqani, comandante della cosiddetta ‘Haqqani network’ vicina ad al-Qa’ida, e figlio del defunto Jalaluddin Haqqani, storico mujaheddin e figura di spicco della galassia taliban. Questi i fatti, ma alcune dinamiche rimangono indefinite, - See more at: http://www.lindro.it/lafghanistan-senza-il-mullah-omar/#sthash.HQUUu53u.dpuf
Il mullah Mohammad Omar, leader dei taliban dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, sarebbe morto nell’aprile 2013, probabilmente in Pakistan. Il mullah Akhtar Mohammad Mansour lo ha formalmente sostituito, essendo stato designato quale suo successore; al suo fianco ci sarà Sirajuddin Haqqani, comandante della cosiddetta ‘Haqqani network’ vicina ad al-Qa’ida, e figlio del defunto Jalaluddin Haqqani, storico mujaheddin e figura di spicco della galassia taliban. Questi i fatti, ma alcune dinamiche rimangono indefinite, - See more at: http://www.lindro.it/lafghanistan-senza-il-mullah-omar/#sthash.HQUUu53u.dpuf

domenica 3 maggio 2015

Intervista a C. Bertolotti "Afghanistan, missione incompiuta" (L'Indro)


L'Indro 

di Francesca Lancini

Geopolitica 3.0 dall’India all'Africa/1

Con Claudio Bertolotti, il punto sui conflitti a 14 anni dall’11 settembre



Quattordici anni di guerre mosse dall’Occidente, instabilità, disintegrazione di intere Nazioni, richiedono un’ampia riflessione. Lo Stato Islamico ha alzato la sua bandiera, almeno formalmente, anche in India, Pakistan e Afghanistan. LIraq, la Siria e la Libia non esistono più come Stati. Le cosiddette ‘primavere arabe’ si sono presto rivelate degli inverni. Migranti disperati continuano a morire nel Mediterraneo o, nel migliore dei casi, ad approdare sulle nostre coste all’apice di una propaganda xenofoba e strumentale.
 
Lo studioso Claudio Bertolotti spiega a ‘L’Indro’ in un’intervista, divisa in due parti (la prima su Afghanistan e Asia meridionale, la seconda su Medio-Oriente e Mediterraneo), perché siamo giunti a questo scenario e dove ci staremmo dirigendo.
Come analista strategico indipendente e ricercatore senior presso il Centro militare di Studi Strategici (CeMISS), Bertolotti si occupa di conflittualità dell’area MENA allargata (Grande Medio Oriente). Ma è anche rappresentante nazionale per l’Italia alla ‘5+5 Defense iniziative 2015′ dell’Euro-Maghreb Centre for Research and Strategic Studies (CEMRES) di Tunisi.
 
Non da ultimo, Bertolotti è stato per circa due anni capo sezione contro-intelligence e sicurezza di ISAF in Afghanistan, il Paese asiatico completamente fuori controlloda cui parte la sua analisi. “Politicamente un fallimento, militarmente un mancato successo”. Vediamo perché. 
Perché di Afghanistan si parla sempre meno e male?
La guerra che dura da 14 anni è il secondo tempo di quarant’anni di conflittualità. L’opinione pubblica globale è stanca, distratta, anche da una crisi economica dalla quale si fatica a uscire, che coinvolge tutto l’Occidente e si estende oltre. I Governi delle principali potenze occidentali tendono a spostare l’attenzione altrove. L’esperienza afgana non è stata positiva né dal punto di vista politico né da quello militare. Il Governo afgano ha un controllo limitatissimo sulle aree urbane, mentre le aree periferiche sono in mano ai gruppi d’opposizione armata. Non è in grado di dare risposte alle esigenze sociali, economiche e finanziarie della popolazione. Non riesce, per esempio, a raccogliere le tasse. Le sue uniche entrate lecite vengono dai donatori internazionali, che dopo il summit di Tokyo del 2012 si sono presi per almeno quattro anni l’impegno di versare nelle casse dello Stato afgano 4 miliardi di eurodollari.
 
Si può definire una guerra persa?
Sì, dal punto di vista politico. Dal punto di vista militare non è stata vinta. C’è una differenza tra le due cose. Politicamente un fallimento, militarmente un mancato successo. L’averla persa è conseguenza del non essere riusciti a vincerla, ossia sconfiggere il nemico sul campo, ma neanche i Taliban hanno sconfitto le forze militari straniere. La guerra, così come impostata, non poteva essere vinta.
 
Che cosa avrebbe significato vincerla?
Il fine ultimo della missione non è mai stato ben chiaro o, meglio, è cambiato nel corso del tempo. Si è insistito sul processo di costruzione, stabilizzazione e ricostruzione dello Stato, ma non si sono raggiunti risultati soddisfacenti. Lo Stato afgano non esiste. C’è una diarchia al potere che non rispetta i principi costituzionali. Il Presidente Ashraf Ghani e Abdullah Abdullah (Capo Esecutivo del Governo: una nuova carica con poteri da Primo Ministro, ndr) agiscono secondo accordi di segreteria interna e occidentale. È l’Amministrazione statunitense ad aver messo d’accordo, almeno temporaneamente, i due soggetti, cui corrispondono due gruppi di potere.
 
Sul piano della sicurezza qual è la situazione?
I gruppi di opposizione armata non diminuiscono, ma aumentano i loro organici. Le sigle aumentano, evolvono. Si creano alleanze laddove prima c’era competizione e, viceversa, nascono conflittualità laddove prima esistevano realtà pseudo-monolitiche.
 
Lei utilizza l’espressione ‘gruppi di opposizione armata’, riferendosi a una realtà più variegata che non comprende solo i Taliban o Talebani.
Uso la sigla ‘gruppi di opposizione armata’ perché è la più neutra, mentre il termine ‘terroristi’ è ideologico e colloca gli altri dalla parte dei cattivi. I gruppi di opposizione armata sono coloro che combattono contro uno status quo. A fronte del luogo comune di un’opposizione armata monolitica, l’Afghanistan ha circa 60 gruppi d’opposizione armata differenti. I Taliban costituiscono il più importante, il più visibile, quello che riesce a vendere meglio la propria immagine sfruttando le tecnologie moderne. Hanno, infatti, un sito web ufficiale aggiornato quotidianamente: Al- Emarah (L’Emirato). Fra gli altri gruppi è molto importante Hezb-e-Islami di Gulbuddin Hekmatyar, movimento storico che a periodi alterni è in guerra sia contro il Governo afgano che contro i Taliban, o dialoga con il Governo. Il mujaheddin Hekmatyar è sempre stato un personaggio poco chiaro fin dai tempi della guerra contro i sovietici.
 
L’analista Olivier Roy ci ha detto in una precedente intervistaL’Afghanistan non è una questione di creazione di uno Stato Islamico. È in corso una guerra civile fra le genti del Nord e quelle del Sud, che ha assunto una piega ideologica con i Talebani. Problematica è l’interferenza straniera”. Che cosa ne pensa?
Senza dubbio l’Occidente in Afghanistan rappresenta un ulteriore elemento di destabilizzazione. Tuttavia, sulla contrapposizione Nord-Sud non sono del tutto d’accordo. La conflittualità fra Nord e Sud c’è sempre stata. Non è una questione geografica o etnica. Innanzitutto, ci sono tanti Nord e tanti Sud. Gli stessi gruppi che combattono contro il Sud combattono anche tra loro. In Afghanistan ci sono una quarantina di gruppi etnici diversi, che corrispondono ad altrettanti gruppi linguistici. Si tratta di culture diverse legate diversamente a realtà extra-afgane: i Tajiki al Tajikistan e all’Iran; gli Uzbeki all’Uzbekistan; i Turkmeni al Turkmenistan; gli Hazara all’Iran. Tutti in contrapposizione per la spartizione della torta, che consiste in aiuti economici esteri, ma anche in ricavati di un narcotraffico incontrollato.
 
Il narcotraffico non doveva essere contrastato?
Escluse le donazioni straniere, è la prima fonte economico-finanziaria del Paese. Le coltivazioni d’oppio garantiscono la sopravvivenza della gente comune. L’ 80 per cento della popolazione vive di agricoltura, in maniera diretta o indiretta. A fronte di un investimento ingente per la coltivazione di qualcosa di diverso (grano e zafferano), l’oppio garantisce introiti decisamente superiori con pochi investimenti, con poco lavoro sul campo e con la certezza della vendita. Così sopravvivono intere comunità rurali e periferiche nel Sud, nel Sud-Est, ma anche a Nord. Un esempio a noi molto vicino è quello di Bala Murghab, di cui l’Italia fino a due anni fa era responsabile. Lì transitano, tuttora, traffici di oppiacei verso il Turkmenistan, la Russia e l’Europa.
 
Quindi, la Coalizione occidentale ha fallito in questo obiettivo?
Formalmente la NATO aveva affidato agli inglesi il compito di contrastare il narcotraffico. Ma, dopo vari tentativi, ci si è resi conto che non era possibile. Si sarebbe destabilizzato un sistema micro-economico, generando un ulteriore sostegno ai gruppi d’opposizione armata, i quali anch’essi sopravvivono grazie al narcotraffico. La produzione di oppio, la lavorazione dello stesso e l’esportazione di eroina sono causa e conseguenza dello stato di conflittualità persistente. Più oppio si produce, più fucili possono essere comprati per garantire la sicurezza dei campi. Quei pochi momenti in cui la produzione di oppio è diminuita non vanno attribuiti alla capacità di contrasto delle forze della Coalizione e delle Forze di Sicurezza locali, bensì alla scelta razionale dei gruppi d’opposizione armata e della criminalità legata al narcotraffico di ridurre la produzione per causare un innalzamento dei prezzi.
 
E lo zafferano, promosso dall’Italia, come eventuale sostituto dell’oppio?
Inadatto per almeno due ragioni. Costa di più perché richiede più risorse umane nella produzione, un costante controllo, l’uso di insetticidi anti-muffa e di manodopera specializzata in quanto molto delicato. Inoltre, seconda ragione, una volta saturato il mercato locale, non è stata garantita l’immissione nel mercato straniero; e anche se si fosse riusciti in questa impresa non sarebbe stato di qualità buona come quello iraniano o abruzzese.
 
Tornando ai gruppi di opposizione armata, che si finanziano attraverso il narcotraffico, lei ha evidenziato la loro natura extra-afgana.
I confini dell’Afghanistan sono estremamente porosi, inconsistenti. Se ci spostiamo a Sud-Est, verso il Pakistan, vediamo che i locali non si sentono né afgani né pachistani, ma appartenenti al gruppo etnico-linguistico principale dei pashtun, forse il 30 per cento della popolazione afgana. Ma non lo sappiamo con certezza, perché l’ultimo censimento risale agli anni Settanta. Intere famiglie pashtun (o paktun) vivono al di qua e al di là di quella linea teorica che dividerebbe Afghanistan e Pakistan. In queste aree si creano alleanze e si decide con chi andare in guerra o quale gruppo sostenere. Lungo la cosiddetta frontiera ci sono anche i campi profughi ereditati da 40 anni di guerra civile, che sono diventati ormai villaggi stabili. Soprattutto le Aree ad Amministrazione Tribale del Nord, laddove lo Stato pachistano è assente, costituiscono basi di reclutamento di combattenti che si muovono al di qua o al di là del confine.
 
Oggi la conflittualità si è allargata. Perché?
Elementi esterni hanno influito sulle dinamiche interne delle aree tribali. Il conflitto si è esteso al Pakistan, contro il Governo pachistano e rischia di trasformarsi presto in guerra civile. Fra questi elementi esterni ci sono quelli riconducibili ad Al Qaeda, che hanno spostato qui la loro base di sostegno o condotta per la jihad globale. Essi si sono sovrapposti a forme di conflittualità pre-esistenti creando una realtà nuova, tipicamente pachistana. In queste zone c’è anche l’IMU, Islamic Movement of Uzbekistan che, cacciato da Uzbekistan e Afghanistan, ha trovato rifugio sicuro in queste regioni fuori controllo. I gruppi di opposizione armata godono anche dell’appoggio della popolazione locale, della quale sono divenuti parte integrante, attraverso matrimoni, alleanze e collaborazione sul campo di battaglia. Al Qaeda e IMU hanno portato elementi innovatori: la prima nell’ideologia, il secondo nel campo tecnico-tattico, poiché i suoi elementi storici provengono dall’Armata Rossa.
 
E i Taliban?
Siamo abituati a pensarli che combattono in Afghanistan, ma in realtà si è sviluppato un loro ramo pachistano, il Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP). Esso da una parte sostiene logisticamente i Taliban afgani, dando loro delle basi in cui dormire, riposarsi e addestrarsi; dall’altra colpisce il Governo pachistano che ritiene corrotto, poco musulmano, aperto all’Occidente, tentando gradualmente di prendere il potere con attacchi così spettacolari da essere diffusi dai media locali e stranieri, al fine di mostrare quanto sia debole il suo obiettivo. Adesso, però, il TTP si è spaccato in due. Prima era alleato con Al Qaeda e con i Taliban pachistani, ma nell’autunno scorso il portavoce del TTP ha annunciato di essersi alleato con lo Stato Islamico o Islamic State (IS). Immediata è arrivata la smentita del capo del TTP, con esclusione del portavoce dal gruppo. In seguito, altri sei comandanti del TTP hanno confermato la loro alleanza con l’IS. Dunque, metà TTP è rimasto con Al Qaeda e i Taliban, e l’altra metà è passata – almeno formalmente – con l’IS.
 
Lo Stato Islamico, dunque, è arrivato in Afghanistan e Pakistan. Come?
L’IS ha sfruttato un vuoto lasciato da Al Qaeda nell’area del Subcontinente Indiano, avviando una propaganda tra le comunità musulmane dell’India, e in Pakistan. Si è mosso sul web, ma anche fra sostenitori locali che avevano avuto esperienza operativa in Syraq (Siria e Iraq, ndr.). Indiani e pachistani che avevano combattuto in Syraq sono stati rispediti nei loro Paesi per formare gruppi d’opposizione che si dichiarino fedeli all’ IS. Stessa cosa è accaduta in Libia e in Tunisia, ma in India e Pakistan sono anche comparsi i primi gadget, magliette, spille, adesivi, scritte, murales. Ciò ha fatto drizzare le antenne delle intelligence locali, ma ha anche spinto Al Qaeda, che è in competizione con l’IS, a fondare una nuova ala operativa specifica per il Subcontinente Indiano (AQIS). La annunciò Al Zawahiri lo scorso ottobre. Ora la competizione si è spostata sul campo di battaglia, attraverso un numero di attacchi spettacolari che ottengano l’attenzione mediatica per imporre il proprio ‘brand’. Se in India ci si è limitati per ora alla competizione mediatica, in Pakistan il TTP, che ha giurato fedeltà all’IS, ha condotto operazioni militari.
 
Successivamente lo Stato Islamico ha innalzato la sua bandiera nera in Afghanistan.
Sì. Alla fine del 2014 il mullah Rauf Khadim – mujaheddin di epoca sovietica e poi comandante dei Taliban – che era stato rilasciato da Guantanamo, ha creato un gruppo di una quarantina di uomini che da bianco è divenuto nero. Da fonti indirette pare, però, che i Taliban lo abbiano giustiziato. Intanto, il 18 aprile 2015, un commando-suicida, portabandiera dell’IS, ha ucciso 34 persone e ne ha ferite altre 125 a Jalalabad. Ma non possiamo dire che l’IS abbia delle truppe in Afghanistan, perché la guerra 3.0 si è spostata su un altro piano.
 
Quale?
Si fa condurre un’azione con pochi uomini, se ne assume la responsabilità ‘di successo’ e si innalza la bandiera nera come punto di riferimento per altri gruppi intenzionati a muoversi in quella direzione. I Taliban, per la prima volta in 15 anni, si trovano in difficoltà; non tanto per le Forze di Sicurezza afgane, ma perché molti dei più giovani e più radicali guardano al ‘new-comer’ come a un soggetto vincente: l’IS. Tutto ciò che è nuovo tende a piacere. Inoltre, a supporto di questa policy, è stata fatta circolare la voce che il Mullah Omar fosse morto: non avrebbe più senso combattere per chi non c’è più e per chi ormai opera lontano dall’Afghanistan, cioè dal Pakistan. È la guerra mediatica.
 
Khadim rilasciato dal carcere di Guantanamo, dove furono mandati i ‘terroristi’, crea un gruppo affiliato allo Stato Islamico. Paradossale?
La prigione di Guantanamo è una stranezza al di fuori del territorio statunitense e di qualsiasi giurisdizione internazionale. È un caso di a-legalità. Non è stata chiusa, ma si è cominciato a distribuire i detenuti in giro per il mondo o a rilasciarli, come è avvenuto per Khadim.
Finché il primo attacco suicida dello Stato Islamico ha riacceso i riflettori sull’Afghanistan.
Non a caso Renzi ha incontrato un Obama al tramonto, che gli avrebbe chiesto di prolungare l’impegno nel Paese asiatico dei militari italiani.
 
Ma l’impegno è cambiato. Quanti sono i militari italiani in Afghanistan e cosa stanno facendo?
I militari italiani arrivano fino a un massimo di 800, dei quali la maggior parte a Herat (almeno 700) e una cinquantina a Kabul. Tali resteranno per tutto il 2015. ISAF ed Enduring Freedom formalmente sono finite. In pratica, la missione NATO è diversa, ma continua. Se prima doveva stabilizzare il Paese, ora addestra, consiglia e assiste le Forze di Sicurezza afgane. I nostri militari, dunque, non operano al fianco dei soldati afgani, ma al livello superiore del corpo di armata. Questo consente di non avere morti, che in passato sono stati causati in parte da attacchi interni, compiuti da soldati afgani contro i loro istruttori (‘green on blue’, ‘insider attack’). E di non attirare l’attenzione mediatica, spingendo l’opinione pubblica verso il ritiro delle truppe.
 
Tutti gli attori in campo cercano di influenzare chirurgicamente i media per indirizzare l’opinione pubblica. E perché restare di più?
Lo Strategic Partnership Agreement, firmato da Stati Uniti, Afghanistan e SOFA (Status of Forces Agreement), stabilisce che fino al 2024 possiamo usare le basi in Afghanistan e altre nuove ed eventuali. Fino a poco tempo fa i media riportavano la notizia, disseminata ad arte da Pentagono e Casa Bianca, che le truppe sarebbero diminuite significativamente: non più di 10mila militari statunitensi e di 6mila NATO. E a questi andavano aggiunti i contractors. Ora, invece, Enduring Freedom è stata sostituita da Freedom Sentinel, che fa le stesse cose della prima ma con organici ridotti. Ovvero, azioni di anti-terrorismo contro Al Qaeda e i suoi ‘affiliati’, termine generico che può comprendere chiunque. Al momento, per esempio, non si riferisce ai Taliban, perché si sta cercando un accordo con loro (‘power sharing’). Tuttavia, l’Afghanistan è totalmente fuori controllo, come spiegavo all’inizio. E il Presidente Ghani ha chiesto di riconsiderare la tempistica del ritiro solamente perché indotto dall’Amministrazione statunitense. Lasciare l’Afghanistan significherebbe consegnarlo assieme al Pakistan a una guerra civile transnazionale e transfrontaliera, con elementi che andrebbero a colpire entrambi i Governi. In aggiunta, il quadro si farebbe più temibile, dal momento che il Pakistan detiene armi nucleari.
 
Soluzioni possibili a questo eventuale scenario apocalittico?
La NATO, gradualmente, si deve disimpegnare ma, se la situazione sul terreno non è gestibile dalle Forze di Sicurezza afgane, bisogna trovare una soluzione di compromesso. Gli attori che potrebbero sostituire la NATO e che si sono dati disponibili sono molti. Un attore estremamente importante, anche se confina con l’Afghanistan solamente per 66 chilometri, è la Cina. Essa ha acquisito i diritti di estrazione per l’80/90 percento del sottosuolo afgano (pozzi petroliferi, miniere di rame, miniere di minerali rari) e ha quindi l’interesse maggiore a garantire la stabilità del Paese. Personalmente, non escluderei una presenza militare cinese in Afghanistan, che finora non c’è mai stata. Di fatto, Pechino sta spingendo per inviare delle unità di sicurezza, nonostante non si sappia se militari o contractors, e ha avviato colloqui informali con i Taliban. L’idea è la stessa che ebbero gli USA per il gasdotto Tapi, che non si poteva realizzare senza il consenso di chi detiene il potere nei territori attraversati (Afghanistan, Turkmenistan, Pakistan e India). Si pagano royalties ai Governi, ai signori della guerra, ai gruppi di opposizione armata, in cambio della sicurezza nelle attività di estrazione.
 
La Cina ha ottenuto il controllo di quasi tutto il sottosuolo afgano, mentre i soldati della Coalizione morivano sul campo di battaglia. Per quali ragioni, dunque, l’Amministrazione USA ha intrapreso questa guerra?
Le risorse non sono la ragione primaria. Gli Stati Uniti volevano controllare un’ampia zona dell’Asia centrale e meridionale, a partire dalle basi afgane, e attuare una politica di contenimento anti-cinese.
 
E la reazione agli attentati dell’11 settembre 2001?
C’era una minaccia e fu fatta una scelta legittima. Si richiese formalmente al Governo Taliban, non riconosciuto, di consegnare Osama Bin Laden (designato responsabile degli attentati), ma quest’ultimo fu invece incaricato dal Mullah Omar (politico afghano, guida spirituale dei Taliban afgani, ndr.) di riorganizzare le Forze di Sicurezza afgane talebane. Si poteva considerare Bin Laden un Ministro di Difesa dell’Afghanistan. Il diritto internazionale dice che se un membro di un Governo si rende responsabile di un attacco contro un altro Stato, quest’ultimo può reagire.
 
Quindi, non si potevano prendere altre strade?
L’opinione pubblica globale spingeva per un intervento. Una risposta andava data. Fu una scelta politica razionale e passionale al tempo stesso. E’ stato unito l’utile all’opportuno.
 
Ovvero, l’11 settembre 2001 è stata un’occasione?
O meglio, E’ stata anche un’occasione. Ma gli statunitensi non potevano fare nulla di diverso, come per Pearl Harbour. Serviva un ‘casus belli’ ed è arrivato. Tuttavia, escludo le teorie complottiste. All’ultimo posto delle ragioni di guerra, c’era la possibilità di sfruttare il territorio afgano per il transito delle risorse energetiche. L’interesse maggiore – ripeto – era quello geo-strategico di mettere un piede in Asia Meridionale, in funzione di contenimento anti-cinese e in un momento in cui l’Iran faceva ancora parte dell’ ‘Asse del Male’. Da lì la scelta di allestire basi permanenti e semi-permanenti che rimarranno in parte in Afghanistan. La lotta al terrorismo fu più un modo per rispondere all’opinione pubblica, la quale ha sempre bisogno di spiegazioni semplici.
 
Ricorda la campagna statunitense per liberare le donne dal burqa? Nel quadro geopolitico e militare, i diritti umani quale collocazione hanno?
Ininfluente. Triste dirlo, ma la contropartita per un accordo con i Taliban potrebbe essere una rinuncia parziale ai diritti formalmente acquisiti – sebbene nella sostanza spesso disattesi – in particolare quelli delle donne.
 
Esistono delle stime attendibili sulle vittime?
Sì, un recente report ONU conferma l’aumento del 24% di morti civili nei primi sei mesi del 2014 rispetto al 2013.
 
E poi, oltre alla Cina, ci sono altri attori in gioco, come l’Iran.
L’Iran, dopo l’apertura USA sul nucleare, ha garantito un supporto alle attività di contro-terrorismo in Afghanistan. L’Iran è sempre stato interessato a questo Paese confinante per motivi culturali e per un’ambizione egemonica regionale. Ha sempre finanziato il Governo di Karzai e i governatori delle province confinanti. Vuole contrastare il narcotraffico che si muove verso il suo territorio e collabora con l’India per le questioni afgane.
 
Il Pakistan, invece, ha ottime relazioni con la Cina.
Assomiglia a una provincia cinese. Fondi e tecnologie cinesi hanno consentito la ricostruzione del suo impianto industriale, dei porti, la ristrutturazione delle sue centrali nucleari, l’agevolazione degli impianti che portano energia in Pakistan, come il Tapi stesso o l’Ipi.
 
Gli USA, dunque, dovrebbero fare un passo indietro, permettendo agli attori regionali di contrastare il terrorismo?
Sì. Prevedo che ci sarà un progressivo disimpegno NATO da qui al 2024, mentre gli USA rimarranno con qualche base strategica in funzione di contenimento soprattutto anti-cinese. I gruppi di opposizione armata, Taliban in testa ai quali gli USA già si stanno aprendo, e altri gruppi di potere si spartiranno il controllo del Paese. E un ruolo d’influenza primaria avranno gli attori regionali: Cina, Iran, Repubbliche Centroasiatiche, India, Pakistan. Vedremo un Afghanistan diviso in due: la parte Sud sotto influenza pachistana e il Nord sotto tutti gli altri.
Intanto, in Pakistan continua la guerra dei droni, con cui si bombardano le zone dei gruppi di opposizione armata. Un’inchiesta di ‘Foreign Affairs’ del 2013 diceva che a breve termine i droni sono efficaci nell’eliminare gli insorti, mentre a lungo termine ne producono molti di più.
È vero. Nel 2010 feci una ricerca sugli attentatori suicidi che avevano fallito l’attacco. Risultò che una gran parte avevano scelto di diventare martiri perché avevano perso i famigliari a seguito di un bombardamento aereo o con drone. Eppure i droni, d’ora in poi, con meno truppe sul terreno, saranno sempre più utilizzati.
 
Giovanni Lo Porto è stato ucciso a gennaio in Pakistan in un attacco con un drone. Perché si è saputo solo ora?
L’opportunità detta le priorità. Mi sento di condividere il pensiero di V. E. Parsi pubblicato su ‘Il Sole 24 Ore’: «Obama (e la sua Amministrazione) potrebbe aver deciso di posticipare l’annuncio al Primo Ministro Renzi così da ‘agevolare’ il prolungamento dell’impegno italiano in Afghanistan (6 mesi? O qualcosa di più…). Il cinismo condisce tutto il piatto servito dagli Usa all’Italia, che – non stupisce – ne ha aggiunto di suo (di cinismo). […] Il perché ci sia stato questo ritardo nella comunicazione direi che centra poco con le ‘indagini necessarie’ a verificare l’identità dei cadaveri, ma più con l’opportunità e le priorità della Casa Bianca».

Nella seconda parte di questa intervista Claudio Bertolotti analizzerà la situazione mediorientale e nordafricana, dall’Iraq alla Libia.

domenica 15 febbraio 2015

Dopo Isaf: 'Prospettiva generale' e Afghanistan, previsioni e analisi di una guerra non vinta (CeMiSS)

di Claudio Bertolotti
14/02/2015




http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2964
La conclusione della missione Isaf ha portato a compimento la più duratura operazione di combattimento condotta dagli Stati Uniti e dall’Alleanza atlantica.

Un impegno che proseguirà ora in altre forme: da un lato la nuova missione “train, advise e assist” della Nato, la Resolute Support, dall’altro l’operazione di “combattimento” statunitense nel solco dell’esperienza di Enduring Freedom.

Un processo di analisi incentrato sugli sviluppi dell’Afghanistan impone di valutare gli elementi in grado di influire su un paese che si appresta ad affrontare il proprio futuro con maggiore autonomia grazie a:
- il sostegno della comunità internazionale e l’interesse alla stabilità degli attori regionali;
- il compromesso politico tra i gruppi di potere legati alla diarchia Ghani-Abdullah (il primo presidente, e il secondo Chief executive officer, sorta di primo ministro de facto ma non - ancora - de jure);
- la permanenza di una residua forza internazionale.

A questi fattori si contrappongono la volontà occidentale di chiudere un impegno durato troppo a lungo, e uno stato afgano debole, inefficiente, corrotto e guidato da una burocrazia incompetente.

Stabilità afghana minacciata
Le minacce alla stabilizzazione sono la prosecuzione delle conflittualità alle quali le sole forze di sicurezza afghane non saranno in grado di far fronte, in particolare contro gruppi di opposizione armata sempre più forti e capaci di riconquistare molte delle aree in precedenza tenute dalla coalizione e dai contingenti inquadrati nella missione Isaf.

Molte le opportunità potenziali: l’impegno dei donor internazionali, le ricchezze del sottosuolo, il ruolo di zona di transito dei traffici commerciali regionali e la cooperazione economica con Iran e Cina. Nel contesto di cooperazione e sostegno all’Afghanistan attualmente vengono confermati il ruolo di Italia, Germania, Turchia e Stati Uniti, come attori dell’impegno Nato post-2014.

A fronte delle opportunità, l’assenza di truppe internazionali e la volontà dei gruppi di opposizione di destabilizzare il paese rappresentano le maggiori minacce.

Lo zampino del Califfo
In particolare, è necessario porre l’attenzione su un altro preoccupante fattore che ha recentemente fatto la sua comparsa, l’autoproclamatosi “stato islamico”.

Nel tentativo di penetrazione in Asia meridionale, il “califfato” è riuscito a stimolare la scissione del movimento dei taliban pakistani e ad avviare attività operative all’interno dell’Afghanistan, inducendo all’insorgere di dinamiche che potrebbero portare, da un lato, all’istituzione di una “libera alleanza di mujaheddin” dal forte impatto mediatico e, dall’altro, a nuovi rapporti di conflittualità e competitività tra gli stessi gruppi insurrezionali.

Rischio collasso
Sul piano politico-sociale le principali variabili sono la capacità del governo afghano di mantenere un equilibrio tra i gruppi di potere, il power-sharing tra questi ultimi, e, non ultime, le elezioni politiche previste per settembre.

Sulla sicurezza influirà principalmente il fenomeno insurrezionale, che potrebbe determinare il collasso dello stato afghano. Nel complesso, il prossimo biennio sarà contraddistinto da un aumento delle conflittualità, una riduzione delle capacità statali, e una maggiore instabilità politico-sociale.

È altresì probabile uno stato afghano debole politicamente e incapace di gestire il balance of power, vulnerabile alle pressioni dei Gruppi di opposizione armata , instabile sul piano della sicurezza interna, incapace di gestire i finanziamenti internazionali.

Senza mezzi termini o formule edulcorate, se l’Occidente non sosterrà adeguatamente le deboli istituzioni afgane e si avrà il collasso dello stato, allora la sfida in Afghanistan sarà persa, vanificando l’attività contro-insurrezionale condotta nell’ultimo decennio.


Il governo di Kabul è infatti debole e sul lungo periodo non sarà in grado di resistere all’offensiva insurrezionale condotta senza soluzione di continuità, se non avrà aiuto dall’esterno.

La prospettiva è che quanto più la Nato ridurrà la presenza sul terreno e il supporto alle forze afghane, tanto più le aree periferiche cadranno sotto l’influenza, prima, e il controllo, poi, dei gruppi di opposizione armata: dalla periferia verso il centro.

La riduzione delle forze statunitensi, in particolare, garantirà ai gruppi insurrezionali una maggiore capacità di concentrare unità e condurre azioni di massa. La prosecuzione delle azioni di combattimento si presenta come una scelta strategica dagli effetti a breve termine.

In sintesi, lo stato afghano - limitato nella governante, dipendente sul piano economico e non in grado di contrastare il fenomeno insurrezionale - punta ora a un compromesso politico che dovrà muovere verso un accordo con gli insorti afghani. Le premesse si muovono sui binari della realpolitik, con buona pace delle ambizioni democratiche.



Claudio Bertolotti, analista strategico, ricercatore senior presso il Centro militare di Studi Strategici e docente di “Analisi d’area”, è stato capo sezione contro-intelligence e sicurezza di Isaf in Afghanistan. È membro dell’Italian Team for Security, Terroristic Issues & Managing Emergencies (Itstime) e ricercatore per l’Italia alla “5+5 Defense iniziative, 2015” dell’Euro-Maghreb Centre for Research and Strategic Studies (CEMRES).

Il 19 febbraio alle 9.30, presso la sede del Centro Alti Studi per la Difesa (Roma, Palazzo Salviati), il Centro Militare di Studi Strategici (CeMiSS) presenterà le proprie analisi e previsioni strategiche contenute nelle pubblicazioni “Prospettiva Generale 2015” (di cui il presente articolo è una sintesi) e “Global Outlook 2015”.

domenica 18 gennaio 2015

ISAF: la missione (in)compiuta e l’inarrestabile riconquista dei taliban (CeMiSS 10/2014)

Terminare il ruolo di combattimento in Afghanistan e il supporto diretto alle forze di sicurezza afghane (ANSF), così come pubblicamente dichiarato, significherebbe abbandonare tout court l’Afghanistan nelle mani dei gruppi di opposizione armata; gruppi che, conclusa la fase di transizione che ha trasferito al governo afghano la responsabilità della sicurezza del paese, hanno riconquistato molte delle aree in precedenza conquistate e tenute dalle forze della Coalizione e dalle truppe della missione Isaf. È già un fatto accettato che, oggi, i taliban si muovano sul campo di battaglia in maniera pressoché indisturbata.Un esempio, tra i molteplici ma che interessa direttamente l’Italia, è la sostanziale libertà di manovra delle forze di opposizione nell’area di Bala Baluk dove centinaia di taliban hanno colpito indisturbati e vanificando i pluriennali sforzi italiani nell’area. 

I taliban alla riconquista dell’Afghanistan?
All’alba del 17 novembre oltre 400 taliban hanno preso parte all’azione offensiva condotta nel distretto di Bala Baluk, provincia di Farah, area di responsabilità italiana. Fonti ufficiali confermano l’uccisione di un poliziotto afghano e di otto taliban, molti di più i feriti da entrambe le parti.
Sebbene non vi sia una dichiarazione formale da parte dell’Emirato islamico del mullah Omar attraverso il sito web “The Voice of Jihad” – organo ufficiale di stampa del movimento taliban – l’account Twitter @sabiq_jihadmal, sedicente militante, ha annunciato l’uccisione di tredici poliziotti, il ferimento di dieci e la cattura di altri diciannove agenti da parte dei mujaheddin.
Un’offensiva che, a guardare i risultati sul campo e l’efficacia della propaganda mediatica, si presenta come inarrestabile.
Già nel mese di giugno i taliban sono stati in grado di condurre un’azione di massa portando 800-1000 mujaheddin all’assalto di obiettivi governativi nel distretto di Sangin, provincia di Helmand, imponendo alle autorità governative un tentativo di dialogo politico a livello locale; con ciò evidenziando la sostanziale impotenza dello stato afghano in quell’area.
Il successivo mese di luglio, circa 300 taliban hanno portato a compimento un’ulteriore offensiva nel distretto di Char Sada, provincia di Ghor.
E ancora, ad agosto, 700 mujaheddin hanno colpito in maniera energica il distretto di Charkh, nella provincia orientale di Logar. Taliban o altri gruppi? La situazione nel distretto non è completamente chiara, ma ciò che è interessante evidenziare è che ad ottobre Junood al Fida, gruppo jihadista baluchi fedele ai taliban e ad al-Qa’ida, ha annunciato (via Twitter, account @3131jund) di aver posto sotto il proprio controllo il distretto di Registan, provincia di Kandahar, inviando via web una serie di fotografie di un avamposto militare appena conquistato. Successivamente anche i taliban hanno dichiarato di aver preso il controllo dell’area, diffondendo online alcuni video di combattimenti nell’area di Kandahar; dichiarazione a cui è seguita la smentita ufficiale del governo afghano.
Inoltre, più recentemente, sempre i taliban hanno rivendicato la conquista di tre ulteriori distretti: Sayyidabad nella provincia di Wardak e Chahar Darah e Dasht-i-Archi nella provincia di Kunduz.


Nel complesso, al di là della retorica e della narrativa ufficiale, la situazione è in fase di progressivo peggioramento, e senza soluzione di continuità
La fine di novembre è stata segnata da episodi preoccupanti per la tenuta egli assetti istituzionali a causa dell’audacia delle azioni dei taliban; una situazione che, sul piano internazionale, si impone in maniera imbarazzante, tanto per il governo afghano quanto per la Coalizione che sta completando il passaggio di responsabilità.
Nel distretto di Sangin, dodici taliban e cinque soldati afghani sono morti durante un attacco contro una base militare; altri quattro poliziotti afghani sono stati uccisi in un attacco suicida nell’area di Anzur Shali, provincia di Helmand.
Infine – ma limitatamente al periodo preso in esame – il 27 novembre hanno avuto inizio gli intensi combattimenti tra le ANSF e i taliban all’interno di “Camp Bastion” (Helmand), il complesso militare lasciato all’esercito afghano dai contingenti statunitense e britannico, unitamente a “Camp Leatherneck”, il 26 ottobre scorso; combattimenti durati oltre tre giorni e condotti attraverso la tecnica dell’attacco complesso – commando suicidi a supporto di unità di assalto pesantemente armate – (ufficialmente cinque morti tra le ANSF e 27 tra le fila dei taliban); significativi i danni provocati all’infrastruttura e agli equipaggiamenti militari. “Camp Bastion” e “Camp Leatherneck” sono stati i principali complessi militari durante l’offensiva contro-insurrezionale nelle province di Helmand, Nimroz, e Farah, e per questo oggetto di precedenti attacchi (l’ultimo, il 14 settembre scorso, ha provocato la distruzione di sei velivoli statunitensi Harrier, il danneggiamento di altri due e l’uccisione di un comandante di squadrone e di un sottufficiale statunitensi). Nel frattempo, nella capitale Kabul i taliban hanno fatto irruzione all’interno di un’infrastruttura alberghiera, in prossimità del Parlamento afghano, e occupata da operatori civili stranieri poi trattenuti come ostaggi, mentre una serie di attacchi suicidi ha provocato numerosi morti: quattro gli attacchi nella capitale registrati l’ultima settimana di novembre.
In particolare, tale offensiva sarebbe riconducibile all’aumentata pressione esercitata dalla cosiddetta “Kabul Attack Network” (KAN) operativa nella capitale afghana, basata sulla collaborazione di taliban, Haqqani Network, e Hezb-i-Islami Gulbuddin Hekmatyar, e in probabile cooperazione con il pachistano Lashkar-e-Taiba (impegnato in azioni contro obiettivi indiani anche su territorio afghano) e al-Qa’ida. L’area di operazioni della KAN si estenderebbe da Kabul alle province di Logar, Wardak, Nangarhar, Kapisa, Kunar, Ghazni e Zabul.

Da impegno “full-combat” a “diversamente-combat”
A fronte di tale dinamica involuzione e al fine di prevenire il collasso istantaneo dello stato afghano, mentre la Nato avvierà la missione Resolute Support finalizzata ad attività di tipo train, assist, e advise, gli Stati Uniti hanno confermato l’intenzione di proseguire con le operazioni di combattimento, a supporto delle forze di sicurezza afghane e contro al-Qa’ida e gruppi affiliati; cosa per altro già prevista dall’accordo sulla sicurezza siglato a fine settembre dal neo-eletto presidente Ghani e approvato dal parlamento afghano (Bilateral Security Agreement – o, più correttamente, Security and Defense Cooperation Agreement – rispettivamente il 30 settembre e il 27 novembre 2014); stupisce in tal senso la sorpresa da parte dei media statunitensi (“New York Times”) che hanno enfaticamente pubblicato la notizia come “piano segreto di Obama”; tutto può essere, fuorché segreto poiché previsto dagli accordi bilaterali resi pubblici a settembre.
Dunque, come da programma, le forze statunitensi proseguiranno le operazioni di combattimento in Afghanistan anche dopo il 31 dicembre 2014. Una prosecuzione del ruolo di combattimento che prevede, sebbene in misura ridimensionata rispetto al precedente impegno, l’utilizzo dell’aviazione, bombardieri e droni a supporto delle forze afghane impiegate in missioni di combattimento; così come lo schieramento di forze terrestri statunitensi in caso di azioni offensive ai danni dell’esercito afghano, o di quello degli Stati Uniti, in particolare azioni offensive nei confronti di qualunque minaccia opportunamente definita come riconducibile ad al-Qa’ida o altri gruppi affiliati o similari. Quest’ultima frase lascia aperte le porte a un eventuale impiego nei confronti di qualunque forma di opposizione violenta, con implicito riferimento al jihadismo radicale che si sta imponendo nelle dinamiche conflittuali dell’Asia meridionale (e dunque l’ISIS/Stato islamico).
Formalmente, dunque, termina la missione di combattimento ma prosegue l’impiego combat sul campo di battaglia, in circostanze limitate, con finalità preventiva nei confronti di potenziali  effetti negativi sul piano strategico, a danno delle forze afghane e di quelle statunitensi e in operazioni di “anti-terrorismo”.
Inoltre, a conferma della crescente instabilità e dell’aumentato timore – e con dubbi di opportunità da più parte sollevati – il presidente Ghani ha autorizzato la ripresa dei cosiddetti “nighttime raids”, azioni condotte dalle forze speciali afghane affiancate da consiglieri statunitensi all’interno delle abitazioni civili durante le ore notturne; una questione che il precedente presidente, Hamid Karzai, aveva negato nel 2013.


Analisi, valutazioni, previsioni
L’espansione offensiva e la maggiore efficacia delle azioni insurrezionali è il risultato, certamente parziale, ottenuto dai gruppi di opposizione armata in conseguenza del ritiro dei contingenti della missione Isaf a guida Nato e delle truppe dell’operazione Enduring Freedom. E quanto più le truppe straniere ridurranno la loro presenza sul terreno e il loro supporto alle forze di sicurezza afghane, tanto più altri distretti cadranno sotto l’influenza, prima, e il controllo, poi, dei taliban e dei loro alleati: dalla periferia al centro.
La riduzione degli assetti statunitensi, in particolare, garantirà ai taliban una sempre maggiore capacità di concentrare unità e condurre azioni di massa, in particolare nei distretti più periferici.
Nel complesso il governo afghano e gli Stati Uniti – affiancati dagli alleati della Nato – perdono terreno, a vantaggio dei gruppi di opposizione armata. Se, come pianificato, le truppe della Nato lasceranno progressivamente i comandi regionali per concentrarsi nell’area della capitale è prevedibile che i vuoti lasciati dai contingenti stranieri verranno in breve colmati dai taliban e dai loro alleati; la prosecuzione delle azioni di combattimento si presenta dunque come una scelta strategica dagli effetti a breve termine.