Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

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domenica 15 febbraio 2015

Dopo Isaf: 'Prospettiva generale' e Afghanistan, previsioni e analisi di una guerra non vinta (CeMiSS)

di Claudio Bertolotti
14/02/2015




http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2964
La conclusione della missione Isaf ha portato a compimento la più duratura operazione di combattimento condotta dagli Stati Uniti e dall’Alleanza atlantica.

Un impegno che proseguirà ora in altre forme: da un lato la nuova missione “train, advise e assist” della Nato, la Resolute Support, dall’altro l’operazione di “combattimento” statunitense nel solco dell’esperienza di Enduring Freedom.

Un processo di analisi incentrato sugli sviluppi dell’Afghanistan impone di valutare gli elementi in grado di influire su un paese che si appresta ad affrontare il proprio futuro con maggiore autonomia grazie a:
- il sostegno della comunità internazionale e l’interesse alla stabilità degli attori regionali;
- il compromesso politico tra i gruppi di potere legati alla diarchia Ghani-Abdullah (il primo presidente, e il secondo Chief executive officer, sorta di primo ministro de facto ma non - ancora - de jure);
- la permanenza di una residua forza internazionale.

A questi fattori si contrappongono la volontà occidentale di chiudere un impegno durato troppo a lungo, e uno stato afgano debole, inefficiente, corrotto e guidato da una burocrazia incompetente.

Stabilità afghana minacciata
Le minacce alla stabilizzazione sono la prosecuzione delle conflittualità alle quali le sole forze di sicurezza afghane non saranno in grado di far fronte, in particolare contro gruppi di opposizione armata sempre più forti e capaci di riconquistare molte delle aree in precedenza tenute dalla coalizione e dai contingenti inquadrati nella missione Isaf.

Molte le opportunità potenziali: l’impegno dei donor internazionali, le ricchezze del sottosuolo, il ruolo di zona di transito dei traffici commerciali regionali e la cooperazione economica con Iran e Cina. Nel contesto di cooperazione e sostegno all’Afghanistan attualmente vengono confermati il ruolo di Italia, Germania, Turchia e Stati Uniti, come attori dell’impegno Nato post-2014.

A fronte delle opportunità, l’assenza di truppe internazionali e la volontà dei gruppi di opposizione di destabilizzare il paese rappresentano le maggiori minacce.

Lo zampino del Califfo
In particolare, è necessario porre l’attenzione su un altro preoccupante fattore che ha recentemente fatto la sua comparsa, l’autoproclamatosi “stato islamico”.

Nel tentativo di penetrazione in Asia meridionale, il “califfato” è riuscito a stimolare la scissione del movimento dei taliban pakistani e ad avviare attività operative all’interno dell’Afghanistan, inducendo all’insorgere di dinamiche che potrebbero portare, da un lato, all’istituzione di una “libera alleanza di mujaheddin” dal forte impatto mediatico e, dall’altro, a nuovi rapporti di conflittualità e competitività tra gli stessi gruppi insurrezionali.

Rischio collasso
Sul piano politico-sociale le principali variabili sono la capacità del governo afghano di mantenere un equilibrio tra i gruppi di potere, il power-sharing tra questi ultimi, e, non ultime, le elezioni politiche previste per settembre.

Sulla sicurezza influirà principalmente il fenomeno insurrezionale, che potrebbe determinare il collasso dello stato afghano. Nel complesso, il prossimo biennio sarà contraddistinto da un aumento delle conflittualità, una riduzione delle capacità statali, e una maggiore instabilità politico-sociale.

È altresì probabile uno stato afghano debole politicamente e incapace di gestire il balance of power, vulnerabile alle pressioni dei Gruppi di opposizione armata , instabile sul piano della sicurezza interna, incapace di gestire i finanziamenti internazionali.

Senza mezzi termini o formule edulcorate, se l’Occidente non sosterrà adeguatamente le deboli istituzioni afgane e si avrà il collasso dello stato, allora la sfida in Afghanistan sarà persa, vanificando l’attività contro-insurrezionale condotta nell’ultimo decennio.


Il governo di Kabul è infatti debole e sul lungo periodo non sarà in grado di resistere all’offensiva insurrezionale condotta senza soluzione di continuità, se non avrà aiuto dall’esterno.

La prospettiva è che quanto più la Nato ridurrà la presenza sul terreno e il supporto alle forze afghane, tanto più le aree periferiche cadranno sotto l’influenza, prima, e il controllo, poi, dei gruppi di opposizione armata: dalla periferia verso il centro.

La riduzione delle forze statunitensi, in particolare, garantirà ai gruppi insurrezionali una maggiore capacità di concentrare unità e condurre azioni di massa. La prosecuzione delle azioni di combattimento si presenta come una scelta strategica dagli effetti a breve termine.

In sintesi, lo stato afghano - limitato nella governante, dipendente sul piano economico e non in grado di contrastare il fenomeno insurrezionale - punta ora a un compromesso politico che dovrà muovere verso un accordo con gli insorti afghani. Le premesse si muovono sui binari della realpolitik, con buona pace delle ambizioni democratiche.



Claudio Bertolotti, analista strategico, ricercatore senior presso il Centro militare di Studi Strategici e docente di “Analisi d’area”, è stato capo sezione contro-intelligence e sicurezza di Isaf in Afghanistan. È membro dell’Italian Team for Security, Terroristic Issues & Managing Emergencies (Itstime) e ricercatore per l’Italia alla “5+5 Defense iniziative, 2015” dell’Euro-Maghreb Centre for Research and Strategic Studies (CEMRES).

Il 19 febbraio alle 9.30, presso la sede del Centro Alti Studi per la Difesa (Roma, Palazzo Salviati), il Centro Militare di Studi Strategici (CeMiSS) presenterà le proprie analisi e previsioni strategiche contenute nelle pubblicazioni “Prospettiva Generale 2015” (di cui il presente articolo è una sintesi) e “Global Outlook 2015”.

mercoledì 2 aprile 2014

Elezioni afghane: Le urne di Kabul alla sfida della governabilità




di Claudio Bertolotti

L’Afghanistan è ufficialmente pronto per le presidenziali del 5 aprile: 6.431 i seggi elettorali dichiarati “sicuri” sul totale di 6.845. La realtà è però lontana dall’immagine che si vorrebbe trasmettere: la sicurezza delle aree periferiche non è garantita, l’organizzazione elettorale procede a rilento, il numero di cittadini iscritti al voto è ridotto e ancora più limitata sembra essere la partecipazione femminile.
Tutte premesse a una situazione instabile a cui si accompagnano gli infruttuosi “dialoghi politici” con i gruppi di opposizione armata e i tentativi di revisione (e riduzione) dei diritti costituzionali - in particolare quelli delle donne chiesta dalla Comunità internazionale per convincere i gruppi insurrezionali ad accettare una soluzione negoziale (argomento a cui i media daranno scarso risalto, ma che la stessa Comunità internazionale ha messo in conto).
 
Karzai a colloquio con i taliban
Stati Uniti e attori regionali guardano con favore a un “balance of power” tra i gruppi etno-religiosi afghani: un bilanciamento “adeguato” tra gruppi di potere pashtun e le altre minoranze.
Hamid Karzai, sospeso il dialogo formale con Washington, ha avviato un intenso colloquio con i taliban. Non è esclusa un’intesa volta a preservare gli equilibri di potere nell’area di Kandahar, dove i Karzai mantengono interessi politici ed economici.
Sul fronte opposto, i taliban contrasteranno con la forza le elezioni in quanto “illegittime” e “anti-islamiche”: una minaccia che, guardando al recente passato, contribuisce ad aumentare il livello di preoccupazione.

Pashtun e tagichi
I pashtun, gruppo predominante al sud e all’est, storicamente al potere in Afghanistan e sostenuti dall’esterno dal Pakistan, si muovono attraverso linee di demarcazione etno-culturale. In particolare, il gruppo dei “Durrani” di Kandahar (del quale fa parte la stessa famiglia Karzai) ha avviato una “collaborazione inter-etnica” per ridurre la dispersione di voti e aumentare la possibilità di accesso di un proprio candidato alla presidenza. Tra Qayum Karzai (fratello dell’attuale presidente), Gul Agha Sherzai, Muhammad Nader Na’im e Zalmai Rassul, la scelta è ricaduta su quest’ultimo, nonostante un primo orientamento su Qayum Karzai (ritiratosi dalla competizione in favore di Rassul: difficile non immaginare un ruolo attivo di Hamid Karzai in tale scelta razionale).
Tra i tagichi, l’importante gruppo etnico e di potere antagonista ai pashtun, presente prevalentemente a nord e a ovest del paese e sostenuto da alcuni attori regionali (tra i quali Iran, Russia e Tajikistan), gli equilibri sono recentemente mutati con la scomparsa di Muhammad Qasim Fahim, l’influente signore della guerra anti-taliban, nonché vice-presidente dell’Afghanistan e garante del sostegno a Karzai da parte delle comunità del nord. Fahim era destinato a giocare un ruolo importante nell’Afghanistan post-elettorale; una scomparsa che lascia spazio di manovra a un altro influente tagico: Ismail Khan, anche lui potente signore della guerra, già governatore di Herat e candidato vice-presidente nella lista di Sayyaf, uomo capace di accendere gli animi inquieti di quella componente tagika indisposta al “dialogo” con i taliban.

Abdullah e Ghani favoriti
Nel complesso, oltre la metà degli elettori è disposto a sostenere un candidato disponibile al dialogo con i gruppi insurrezionali ed auspica la vittoria di un soggetto propenso alle buone relazioni con il Pakistan; 60%  guarda con favore a relazioni durature con gli Stati Uniti. A pochi giorni dall’appuntamento elettorale, l’interesse dell’opinione pubblica è aumentato, sebbene vi sia almeno un terzo di elettori indecisi o potenziali non votanti.
 
Dunque, quale il futuro politico dell’Afghanistan?
È probabile che nessuno dei candidati otterrà più del 50% cento dei voti; ciò imporrà accordi negoziali tra le parti e con quelli che potrebbero essere gli esclusi dalla seconda tornata elettorale.
Abdullah Abdullah, l’ex ministro degli Esteri, metà tagico e metà pashtun, e Ashraf Ghani Ahmadzai, ex ministro delle Finanze di etnia pashtun, sono dati per favoriti: il primo in grado di raccogliere il consenso dell’elettorato tagico e di quello, seppur limitato, femminile, il secondo più convincente per quello di estrazione urbana.
E Zalmai Rassoul, ministro degli Esteri uscente, pashtun apprezzato anche dai tagichi, rappresenta la terza potenziale incognita, anche grazie al sostegno di Qayum Karzai.
Poche speranze rimangono per gli altri concorrenti, il cui ruolo potrebbe riservare qualche sorpresa in occasione del secondo turno elettorale: Abdul Rab Rassul Sayyaf e Gul Agha Sherzai.
Nel complesso, date le premesse, è facile prevedere un’inquieta fase post-elettorale a causa delle irregolarità e dei brogli che verranno denunciati. Dato per scontato che un’unica coalizione politica non riuscirà a prevalere, lo stato di incertezza sarà amplificato dalle dinamiche multilivello che spingeranno ad accordi in vista del secondo turno elettorale dove il candidato più accreditato, Abdullah Abdullah, potrebbe vedersi contrapposto a un’unica grande coalizione pashtun.
Molto dipenderà da come gli stessi pashtun nel sud del paese voteranno – e quanti voteranno –, anche in relazione alla forte influenza dei taliban in quella parte dell’Afghanistan.

lunedì 27 gennaio 2014

Istituto di Affari Internazionali: La Nato nell'Afghanistan che verrà

di Claudio Bertolotti

Se il 2013 si è chiuso con un sostanziale nulla di fatto per il dialogo negoziale, il 2014 si annuncia come anno cruciale per l’Afghanistan: elezioni presidenziali e formalizzazione del Bilateral Security Agreement da cui dipende la permanenza militare straniera. Questi appuntamenti s’inseriscono in un quadro generale che non lascia spazio all’ottimismo. Il 2015 vedrà la Nato in Afghanistan sotto una nuova veste: la missione dell’Alleanza muta nome, dimensioni e mandato, ma non cambiano i principi regolatori di una presenza a lungo termine. 

Dialogo complesso
La ricerca del dialogo e i suoi ripetuti “stop-and-go” hanno dimostrato quanto poco gli “attori protagonisti” della guerra afghana siano disposti a concedere: un approccio che contrappone il lungimirante “attendismo opportunista” dei talebani al disperato “stallo dinamico” di Stati Uniti e alleati. Una strategia che si è dimostrata favorevole ai primi che hanno alzato la posta in gioco nell’attesa di sviluppi politici e militari. Sviluppi che, sul piano operativo, si sono concretizzati nei cosiddetti “attacchi spettacolari” dal forte impatto mediatico ed emotivo - in particolare gli attacchi suicidi - a fronte di una diminuzione di azioni contro gli uomini della missione Isaf, ma con conseguente incremento di attacchi contro le forze di sicurezza afghane. Un trend che, salvo imprevisti, sarà confermato anche nel 2014.

La fase “transition” della missione Isaf, che ha visto il governo afghano assumere la responsabilità della sicurezza, ha dato vita a due fenomeni tra loro collegati. Da un lato è diminuito il territorio sotto il controllo governativo; dall’altro, la riduzione delle forze straniere ha portato a un peggioramento della sicurezza e all’aumento delle capacità operative insurrezionali.

Orizzonti incerti
Sul piano politico gli orizzonti afghani sono incerti. Il processo elettorale che consegnerà all’Afghanistan un nuovo presidente procede a rilento, ridotto è il numero di cittadini iscritti al voto, ancora più limitata la partecipazione femminile. Tutte premesse a una situazione politica instabile.
Lo stato afghano, incapace di ottenere il monopolio della forza, dipendente dagli aiuti economici e militari stranieri, non è lontano dal fallimento sostanziale. Le sue forze armate, falcidiate da diserzioni e perdite in combattimento, mancano di logistica e supporto aereo e sono in grado di garantire un livello di sicurezza minimo nelle aree urbane, ma non in quelle periferiche del paese.
La chiusura della missione Isaf è il simbolico spartiacque dell’impegno internazionale in Afghanistan, un impegno che passerà da “combat” ad “advising”. Nel complesso, il sostegno della Nato non sarà più in grado di assicurare un capillare supporto operativo, ma garantirà agli Stati Uniti la disponibilità di basi strategiche su suolo afghano. Un’analisi in prospettiva impone di considerare gli elementi influenti sugli sviluppi dell’Afghanistan contemporaneo: il sostegno politico-economico internazionale, gli interessi delle potenze regionali, la permanenza della Nato. A questi si contrappongono il calo d’interesse generale per l’Afghanistan, un’endemica corruzione, l’assenza di una classe dirigente competente, disagio sociale, criminalità, un’insurrezione incontrastata e l’impreparazione delle forze di sicurezza afghane. Le minacce alla stabilizzazione sono la cronica conflittualità, il ridotto sostegno popolare alla presenza straniera, l’incapacità dello stato, i solidi legami tra gruppi di opposizione armata e druglord regionali.

Sul piano politico-sociale si prevedono effetti conseguenti alla contrapposizione centro-periferia, all’accesso dei gruppi di opposizione a forme di potere, al rischio di brogli elettorali. Inoltre, sulla sicurezza influirà il ruolo di primo piano dei gruppi di opposizione, imbattuti, militarmente validi, sebbene incapaci di sconfiggere Isaf e le forze afghane. Anche per questo motivo non è esclusa una riapertura del dialogo negoziale; la contropartita potrebbe essere una spartizione del potere e una parziale rinuncia ai diritti costituzionali. Infine, il ruolo politico ed economico delle potenze regionali sarà rilevante, anche in virtù dell’accesso alle risorse minerarie ed energetiche. 

Nuovo impegno militare
Per il biennio 2014-2015 è prevedibile uno scenario caratterizzato da maggiore violenza, ridimensionamento del ruolo dello stato, pressione delle forze insurrezionali, instabilità politico-sociale. Al contempo, l’Afghanistan si avvia verso il nuovo impegno militare della Nato. Due le ipotesi al vaglio, una possibile (8mila soldati) e l’altra probabile (12-15 mila soldati). La prima ipotesi - “Kabul-centric” - finalizzata al controllo del centro a fronte di un abbandono, de facto, delle aree periferiche, non escluderebbe un accordo di compromesso tra governo afghano, Stati Uniti, Pakistan e i talebani. La seconda - “Regional-Limited”- prevedrebbe una dislocazione delle truppe presso i principali comandi regionali (Kabul, Herat - sotto la responsabilità italiana -, Kunduz, Kandahar e Helmand). La prima ipotesi, di fatto, sarebbe un’implicita ammissione di fallimento della missione Isaf; la seconda, in grado di garantire capacità di supporto e intervento, è razionale e lungimirante ma non precluderebbe ulteriori sviluppi della missione.

* Questo articolo è una sintesi del contributo di analisi per “Prospettiva Generale 2014” del CeMiSS (in via di pubblicazione). Claudio Bertolotti (Ph.D) analista strategico, ricercatore senior presso il Centro militare di Studi Strategici e docente di "società, culture e conflitti dell'Afghanistan contemporaneo", è stato capo sezione contro-intelligence e sicurezza di Isaf in Afghanistan. Opinionista, autore di saggi, analisi e articoli di approfondimento sul conflitto afghano. ISSN 2280-9228 (Istituto di Affari Internazionali)