Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

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domenica 18 gennaio 2015

ISAF: la missione (in)compiuta e l’inarrestabile riconquista dei taliban (CeMiSS 10/2014)

Terminare il ruolo di combattimento in Afghanistan e il supporto diretto alle forze di sicurezza afghane (ANSF), così come pubblicamente dichiarato, significherebbe abbandonare tout court l’Afghanistan nelle mani dei gruppi di opposizione armata; gruppi che, conclusa la fase di transizione che ha trasferito al governo afghano la responsabilità della sicurezza del paese, hanno riconquistato molte delle aree in precedenza conquistate e tenute dalle forze della Coalizione e dalle truppe della missione Isaf. È già un fatto accettato che, oggi, i taliban si muovano sul campo di battaglia in maniera pressoché indisturbata.Un esempio, tra i molteplici ma che interessa direttamente l’Italia, è la sostanziale libertà di manovra delle forze di opposizione nell’area di Bala Baluk dove centinaia di taliban hanno colpito indisturbati e vanificando i pluriennali sforzi italiani nell’area. 

I taliban alla riconquista dell’Afghanistan?
All’alba del 17 novembre oltre 400 taliban hanno preso parte all’azione offensiva condotta nel distretto di Bala Baluk, provincia di Farah, area di responsabilità italiana. Fonti ufficiali confermano l’uccisione di un poliziotto afghano e di otto taliban, molti di più i feriti da entrambe le parti.
Sebbene non vi sia una dichiarazione formale da parte dell’Emirato islamico del mullah Omar attraverso il sito web “The Voice of Jihad” – organo ufficiale di stampa del movimento taliban – l’account Twitter @sabiq_jihadmal, sedicente militante, ha annunciato l’uccisione di tredici poliziotti, il ferimento di dieci e la cattura di altri diciannove agenti da parte dei mujaheddin.
Un’offensiva che, a guardare i risultati sul campo e l’efficacia della propaganda mediatica, si presenta come inarrestabile.
Già nel mese di giugno i taliban sono stati in grado di condurre un’azione di massa portando 800-1000 mujaheddin all’assalto di obiettivi governativi nel distretto di Sangin, provincia di Helmand, imponendo alle autorità governative un tentativo di dialogo politico a livello locale; con ciò evidenziando la sostanziale impotenza dello stato afghano in quell’area.
Il successivo mese di luglio, circa 300 taliban hanno portato a compimento un’ulteriore offensiva nel distretto di Char Sada, provincia di Ghor.
E ancora, ad agosto, 700 mujaheddin hanno colpito in maniera energica il distretto di Charkh, nella provincia orientale di Logar. Taliban o altri gruppi? La situazione nel distretto non è completamente chiara, ma ciò che è interessante evidenziare è che ad ottobre Junood al Fida, gruppo jihadista baluchi fedele ai taliban e ad al-Qa’ida, ha annunciato (via Twitter, account @3131jund) di aver posto sotto il proprio controllo il distretto di Registan, provincia di Kandahar, inviando via web una serie di fotografie di un avamposto militare appena conquistato. Successivamente anche i taliban hanno dichiarato di aver preso il controllo dell’area, diffondendo online alcuni video di combattimenti nell’area di Kandahar; dichiarazione a cui è seguita la smentita ufficiale del governo afghano.
Inoltre, più recentemente, sempre i taliban hanno rivendicato la conquista di tre ulteriori distretti: Sayyidabad nella provincia di Wardak e Chahar Darah e Dasht-i-Archi nella provincia di Kunduz.


Nel complesso, al di là della retorica e della narrativa ufficiale, la situazione è in fase di progressivo peggioramento, e senza soluzione di continuità
La fine di novembre è stata segnata da episodi preoccupanti per la tenuta egli assetti istituzionali a causa dell’audacia delle azioni dei taliban; una situazione che, sul piano internazionale, si impone in maniera imbarazzante, tanto per il governo afghano quanto per la Coalizione che sta completando il passaggio di responsabilità.
Nel distretto di Sangin, dodici taliban e cinque soldati afghani sono morti durante un attacco contro una base militare; altri quattro poliziotti afghani sono stati uccisi in un attacco suicida nell’area di Anzur Shali, provincia di Helmand.
Infine – ma limitatamente al periodo preso in esame – il 27 novembre hanno avuto inizio gli intensi combattimenti tra le ANSF e i taliban all’interno di “Camp Bastion” (Helmand), il complesso militare lasciato all’esercito afghano dai contingenti statunitense e britannico, unitamente a “Camp Leatherneck”, il 26 ottobre scorso; combattimenti durati oltre tre giorni e condotti attraverso la tecnica dell’attacco complesso – commando suicidi a supporto di unità di assalto pesantemente armate – (ufficialmente cinque morti tra le ANSF e 27 tra le fila dei taliban); significativi i danni provocati all’infrastruttura e agli equipaggiamenti militari. “Camp Bastion” e “Camp Leatherneck” sono stati i principali complessi militari durante l’offensiva contro-insurrezionale nelle province di Helmand, Nimroz, e Farah, e per questo oggetto di precedenti attacchi (l’ultimo, il 14 settembre scorso, ha provocato la distruzione di sei velivoli statunitensi Harrier, il danneggiamento di altri due e l’uccisione di un comandante di squadrone e di un sottufficiale statunitensi). Nel frattempo, nella capitale Kabul i taliban hanno fatto irruzione all’interno di un’infrastruttura alberghiera, in prossimità del Parlamento afghano, e occupata da operatori civili stranieri poi trattenuti come ostaggi, mentre una serie di attacchi suicidi ha provocato numerosi morti: quattro gli attacchi nella capitale registrati l’ultima settimana di novembre.
In particolare, tale offensiva sarebbe riconducibile all’aumentata pressione esercitata dalla cosiddetta “Kabul Attack Network” (KAN) operativa nella capitale afghana, basata sulla collaborazione di taliban, Haqqani Network, e Hezb-i-Islami Gulbuddin Hekmatyar, e in probabile cooperazione con il pachistano Lashkar-e-Taiba (impegnato in azioni contro obiettivi indiani anche su territorio afghano) e al-Qa’ida. L’area di operazioni della KAN si estenderebbe da Kabul alle province di Logar, Wardak, Nangarhar, Kapisa, Kunar, Ghazni e Zabul.

Da impegno “full-combat” a “diversamente-combat”
A fronte di tale dinamica involuzione e al fine di prevenire il collasso istantaneo dello stato afghano, mentre la Nato avvierà la missione Resolute Support finalizzata ad attività di tipo train, assist, e advise, gli Stati Uniti hanno confermato l’intenzione di proseguire con le operazioni di combattimento, a supporto delle forze di sicurezza afghane e contro al-Qa’ida e gruppi affiliati; cosa per altro già prevista dall’accordo sulla sicurezza siglato a fine settembre dal neo-eletto presidente Ghani e approvato dal parlamento afghano (Bilateral Security Agreement – o, più correttamente, Security and Defense Cooperation Agreement – rispettivamente il 30 settembre e il 27 novembre 2014); stupisce in tal senso la sorpresa da parte dei media statunitensi (“New York Times”) che hanno enfaticamente pubblicato la notizia come “piano segreto di Obama”; tutto può essere, fuorché segreto poiché previsto dagli accordi bilaterali resi pubblici a settembre.
Dunque, come da programma, le forze statunitensi proseguiranno le operazioni di combattimento in Afghanistan anche dopo il 31 dicembre 2014. Una prosecuzione del ruolo di combattimento che prevede, sebbene in misura ridimensionata rispetto al precedente impegno, l’utilizzo dell’aviazione, bombardieri e droni a supporto delle forze afghane impiegate in missioni di combattimento; così come lo schieramento di forze terrestri statunitensi in caso di azioni offensive ai danni dell’esercito afghano, o di quello degli Stati Uniti, in particolare azioni offensive nei confronti di qualunque minaccia opportunamente definita come riconducibile ad al-Qa’ida o altri gruppi affiliati o similari. Quest’ultima frase lascia aperte le porte a un eventuale impiego nei confronti di qualunque forma di opposizione violenta, con implicito riferimento al jihadismo radicale che si sta imponendo nelle dinamiche conflittuali dell’Asia meridionale (e dunque l’ISIS/Stato islamico).
Formalmente, dunque, termina la missione di combattimento ma prosegue l’impiego combat sul campo di battaglia, in circostanze limitate, con finalità preventiva nei confronti di potenziali  effetti negativi sul piano strategico, a danno delle forze afghane e di quelle statunitensi e in operazioni di “anti-terrorismo”.
Inoltre, a conferma della crescente instabilità e dell’aumentato timore – e con dubbi di opportunità da più parte sollevati – il presidente Ghani ha autorizzato la ripresa dei cosiddetti “nighttime raids”, azioni condotte dalle forze speciali afghane affiancate da consiglieri statunitensi all’interno delle abitazioni civili durante le ore notturne; una questione che il precedente presidente, Hamid Karzai, aveva negato nel 2013.


Analisi, valutazioni, previsioni
L’espansione offensiva e la maggiore efficacia delle azioni insurrezionali è il risultato, certamente parziale, ottenuto dai gruppi di opposizione armata in conseguenza del ritiro dei contingenti della missione Isaf a guida Nato e delle truppe dell’operazione Enduring Freedom. E quanto più le truppe straniere ridurranno la loro presenza sul terreno e il loro supporto alle forze di sicurezza afghane, tanto più altri distretti cadranno sotto l’influenza, prima, e il controllo, poi, dei taliban e dei loro alleati: dalla periferia al centro.
La riduzione degli assetti statunitensi, in particolare, garantirà ai taliban una sempre maggiore capacità di concentrare unità e condurre azioni di massa, in particolare nei distretti più periferici.
Nel complesso il governo afghano e gli Stati Uniti – affiancati dagli alleati della Nato – perdono terreno, a vantaggio dei gruppi di opposizione armata. Se, come pianificato, le truppe della Nato lasceranno progressivamente i comandi regionali per concentrarsi nell’area della capitale è prevedibile che i vuoti lasciati dai contingenti stranieri verranno in breve colmati dai taliban e dai loro alleati; la prosecuzione delle azioni di combattimento si presenta dunque come una scelta strategica dagli effetti a breve termine.


venerdì 19 novembre 2010

Il ritorno dei carri armati in Afghanistan

After nine years of war in Afghanistan, Coalition forces will deploy on the battlefield heavy armored tanks Abrams M1. A very efficient weapon for offensive operations on the Helmand and Kandahar’s frontlines. At the same time a very dangerous solution for non combatant people. A coherent choice, but several risks are implicit in this decision. Insurgents will apply more direct and powerful techniques in order to destroy this kind of vehicles, Improvised explosive devices (Ied) and suicide bombers will be more dangerous for civilians. Thus, the result could be negative effects and risks. In this situation, the most dangerous one is to be unable to win hearts and minds of the afghan people.
Right way to conduct a battle, but not to win the war.

La recente notizia (Washington Post del 19 novembre) sull’impiego nel conflitto afghano di veicoli corazzati non ha potuto che attirare l’attenzione delle agenzie di stampa. È la prima volta, in nove anni di guerra combattuta sul campo di battaglia, così come sul «terreno umano» (lo human terrain della dottrina counterinsurgency) che un comandante statunitense autorizza l’impiego di questa tipologia di veicolo. Si tratta dei moderni carri armati Abrams M1, da sessantotto tonnellate, armati con un cannone da centoventi millimetri in grado di distruggere un obiettivo a più di duemila metri di distanza. Un’arma precisa, quasi chirurgica, hanno affermato gli esperti sostenitori della scelta del generale David Petraeus, comandante delle forze impegnate nelle missioni Isaf ed Enduring Freedom in Afghanistan. Un’arma potente ed efficace in operazioni offensive, come quelle sui fronti dell’Helmand e di Kandahar in particolare.
Al tempo stesso un’arma assai pericolosa, non tanto per gli effetti devastanti dei quali – siamo certi – non si sentirà parlare, quanto per le ripercussioni sulla popolazione civile, da sempre in prima linea nella guerra più lunga combattuta dagli Stati Uniti e, sebbene sia la prima, dalla Nato al di fuori della sua «naturale area d’impiego».
Proprio oggi si discute a Lisbona circa il futuro dell’Alleanza atlantica; domani (20 novembre) si affronterà invece il problema afghano. Da un lato le parole, gli intenti ambiziosi e le speranze; dall’altro i fatti, i night raids criticati da Karzai, le incursioni delle forze speciali per colpire i vertici della resistenza taliban e, adesso, l’offensiva con i mezzi corazzati.
Nella pratica una scelta razionale, frutto di attente e ragionate valutazioni ma che non dichiara, almeno al momento, gli aspetti più delicati e rischiosi di questa scelta: il rischio di alienare maggiormente una popolazione che oggi non accoglie più gli occidentali come liberatori ma che vede in essi, spesso nella migliore delle ipotesi, una fonte di pericolo.
Sempre più spesso l’attenzione delle forze di sicurezza straniere è focalizzata su procedure e tecniche di auto-protezione a discapito della sicurezza della popolazione civile e la sproporzione nella risposta al fuoco nemico è la causa di molte delle vittime tra i non combattenti.
Il limite operativo dei veicoli blindati medi e pesanti è dato dalla ridotta mobilità, limitata capacità di reazione immediata, possibilità di rappresentare obiettivi per attacchi suicidi e con Ied ad alto potenziale esplosivo – con conseguente aumento dei rischi per la popolazione civile .
È così che si fa la guerra ma non è detto che sia così che la si possa vincere, almeno quella per la conquista dei cuori e delle menti degli afghani.

19 novembre 2010

mercoledì 28 aprile 2010

Attacco a Kandahar: la counterinsurgency dei taliban


Kandahar. Martedì 27 aprile un attacco coordinato condotto da più uomini colpisce un deposito logistico della Supreme, la compagnia di contractor che supporta gli Stati Uniti (e molti dei contingenti internazionali) nelle operazioni Isaf ed Enduring Freedom.
Sono morti almeno tre uomini (i taliban ne hanno rivendicati quindici attraverso il loro portavoce Ahmadi), altri trentacinque sarebbe rimasti feriti nell’attacco suicida multiplo avvenuto nella città di Kandahar, roccaforte dei taliban e punto di massimo sforzo dell’offensiva Nato (statunitense) ancora in corso.
Gli attentatori suicidi sono entrati all’interno della grande base logistica (la seconda per importanza in Afghanistan) e si sono fatti esplodere in prossimità dei depositi di carburanti ottenendo un risultato davvero notevole e confermando volontà e capacità: la loro offensiva, in risposta a quella Nato-Enduring Freedom, ha portato a un totale, purtroppo parziale, di venti vittime. E questo solo dal 12 aprile.
Si tratta di un cambio di strategia, in atto ormai da circa due anni, che ha portato i nuclei di combattenti taliban a muoversi sul campo di battaglia in maniera autonoma e flessibile; la politica del mujaheddin taliban della nuova generazione è “quando vedi una possibilità per colpire, fallo”. Questo ha consentito loro in breve volgere di tempo di ottenere risultati eccezionali: una vittoria sul campo difficile da contestare, almeno stando ai recenti rapporti dell’Icos che danno all’80% il territorio sotto controllo del movimento degli studenti coranici.
I risultati pratici? La situazione della sicurezza è visibilmente deteriorata, le nazioni Unite hanno temporaneamente chiuso i loro uffici di Kandahar, gli anziani rappresentanti delle comunità vengono minacciati di morte – e questo è un importante indizio di quanto la “resistenza” afghana stia mutando e muovendosi verso posizioni radicali e difficilmente concilianti con i codici comportamentali e le tradizioni locali: negli ultimi due mesi sono stati tredici i capi tribali uccisi dai taliban, l’ultimo proprio oggi.


Un’evoluzione della tecnica degli attentati suicidi che ha preso sempre più piede a partire dal 2008 con l’attentato al Serena hotel di Kabul, in cui persero la vita quattro civili. Non più, o non solo, attentatori singoli, bensì unità commando costituite da più “martiri” (Shahid) affiancati e supportati da elementi operativi da combattimento: vere e proprie operazioni militari, in cui agli equipaggiamenti esplosivi degli attentatori si aggiungono le armi leggere e di sostegno dei nuclei combattenti. Di norma accanto al primo gruppo di attaccanti armati di fucili, mitragliatrici e lanciarazzi ve n’è sempre un secondo, e magari anche un terzo, composto da attentatori suicidi.
I risultati ottenuti sul terreno da questi commando sono frutto della combinazione di un atto terroristico con un’operazione d’assalto vera e propria, che segna non solo un’importante successo militare, ma anche e soprattutto un notevole successo mediatico. La dimostrazione di forza e di sangue del 26 febbraio 2010 a Kabul, quella in cui ha perso la vita l’agente dell’Aise Antonio Colazzo, è solo un’ulteriore conferma delle capacità acquisite.
Soprattutto negli ultimi anni si sono moltiplicati gli attacchi nella capitale e adesso anche in Kandahar, in concomitanza con il prorompere della nuova politica adottata dalla seconda generazione di combattenti afghani, i “neo-taliban”. La strategia delle azioni spettacolari è prioritaria per i gruppi di opposizione.
Il 27 aprile è stata una giornata carica di violenza nella città di Kandahar. Non occorre avere la sfera di cristallo per prevederne di peggiori, e a breve termine.
ABC News

mercoledì 24 marzo 2010

Politica del compromesso e del dialogo in Afghanistan: i tre passi per uscire dalla guerra


Nel 2009, dopo 8 anni di guerra, la grave situazione in Afghanistan non è stata ancora risolta.
Ho avuto modo di appurare di persona, a Khost come a Kabul, quanto la grave situazione sociale ed economica in cui versa il Paese si sia ulteriormente aggravata, al pari della sicurezza interna. I risultati negativi attribuiti al presidente Hamid Karzai in questi anni (ma di politica negativa tout court non è corretto parlare) hanno avuto forti ripercussioni sulla politica governativa centrale, sempre più lontana da un effettivo esercizio di potere. Parlare di sicurezza è un eufemismo, il governo centrale è stretto nella morsa tra gruppi di opposizione e necessità del supporto militare dell’Occidente. Gli aiuti economici provenienti dall’esterno sono una necessità imprescindibile e la lotta al narco-traffico è solo un progetto.
Un recente studio condotto dall’International Council on Security and Development conferma che i gruppi di opposizione sono tornati a essere padroni della situazione militare – e quindi anche politica – in una porzione di territorio pari al 72% dell’intero Afghanistan. Si tratta di una controffensiva sempre più rapida che, cominciata nel 2005 e intensificata nel biennio 2007-2008, ha portato a una progressiva riduzione del territorio controllato dalle forze di Isaf e della Coalizione a guida americana. Quella che può essere definita a tutti gli effetti una manovra di accerchiamento delle forze armate internazionali e del governo centrale, si avvicina sempre più a Kabul, al punto che – a periodi alterni – ben tre delle quattro strade principali che consentono l’accesso alla capitale sono sotto relativo controllo degli insorgenti.
In questa situazione il presidente Hamid Karzai ha tentato, a più riprese, di avviare una politica conciliante e ambigua ostentando un’apparenza di relativo controllo. La svolta necessaria è stata identificata nella parziale riconciliazione con elementi del passato regime e con una loro integrazione nell’organizzazione dello Stato; in tale contesto non ha sorpreso il tentativo di avvicinamento e dialogo con i maggiori attori della vicenda afghana: i taliban. Questi hanno ricevuto un’offerta di dialogo da parte del presidente afghano in conseguenza della continua pressione sulla sicurezza interna del Paese. Per quanto non confermato ufficialmente, risalirebbero già alla fine del 2007 i primi negoziati intrapresi tra i rappresentanti del governo di Kabul – tra i quali il fratello del presidente, Qayum Karzai – e delegati del mullah Omar. A tali incontri sarebbero intervenuti due membri della famiglia di Karzai e rappresentanti dei taliban afghani e pakistani con la collaborazione e il supporto di alcuni alti ufficiali dei servizi pakistani (l’Isi). Tale tentativo di “avvicinamento” può essere considerato come il frutto della politica lungimirante messa in atto da Karzai che già da molto tempo ha assegnato cariche istituzionali, in punti chiave dell’area a maggior influenza talebana, proprio a rappresentanti del passato regime. Ciò potrebbe consentire, in un futuro non meglio definito, una relativa stabilizzazione dell’area oppure, cosa che temo sia molto probabile, una tendenza verso posizioni radicali della politica interna del Paese. Ma al momento la scelta dell’assimilazione pare essere l’unica via d’uscita da una situazione non più gestibile altrimenti. È un “dialogo tra pashtun” il prezzo da pagare. Dialogo che ha trovato come sostenitore proprio il presidente statunitense Barack Obama che ha optato per un concreto avvio del metodo di dialogo – coraggiosa ed ultima chance di compromesso – basato sull’intesa tra afghani. Contrario a questa politica sarebbe però il segretario generale dell'Organizzazione del Trattato per la sicurezza collettiva – «l'anti-Nato» a guida russa comprendente, oltre a Mosca, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirgistan, Tagikistan e Uzbekistan – che invece vedrebbe nel dialogo «con le tribù e le diverse fazioni, ma non con i taliban» una possibile via d’uscita. In un’intervista del 2008, il generale Hamid Gul – ex capo dell'Isi pakistana – ha espresso la sua opinione in base alla quale i taliban, che hanno partecipato alla serie di colloqui mediati da re Abdallah in Arabia Saudita con rappresentanti del governo afghano, sarebbero «solo esponenti della vecchia guardia, senza più legami diretti con gli attuali comandanti, primo fra tutti il mullah Omar, leader dei taliban» con cui invece si dovrebbe parlare. I capi taliban di medio/basso livello potrebbero in effetti trarre vantaggio da questo tentativo di riconciliazione e “perdono” per quanto una domanda importante non ha ancora trovato una risposta soddisfacente: come reagiranno i radicali? Come ho già detto, per questi il compromesso non esiste e per certo non rinunceranno alla battaglia ingaggiata. Ma una accorta e cauta politica del compromesso, basata sul coinvolgimento delle tribù nel processo di ricostruzione politica del Paese e nel rispetto delle gerarchie sociali tradizionali, potrebbe portare ad una loro emarginazione da parte di quei “moderati” propensi ad una tregua. Una soluzione “totalmente indolore” non è al momento ipotizzabile, tutto sta nel pesare attentamente i rischi e le opportunità della politica del dialogo. L’Afghanistan, si sa, è tutto e il contrario di tutto.
Da quanto detto è possibile fare una valutazione realistica. Il governo afghano, così come la comunità internazionale, ha come unica via di uscita il compromesso unito alla competizione con i gruppi di opposizione; ciò potrà avvenire solo lavorando su tre livelli differenti. Il primo, quella politico, deve basarsi sul dialogo con i moderati e puntare a una soluzione di compromesso, anche se questo comporterà, come prezzo da pagare, una revisione dei diritti civili. Il secondo livello è quello militare, perseguito combattendo gli elementi radicali e non disposti al dialogo e con il coinvolgimento attivo nella guerra di tutti gli attuali partecipanti alla missione Isaf. Infine quello più delicato, il livello sociale, da perseguire migliorando le condizioni di vita e venendo incontro alle aspettative della popolazione in termini di sicurezza, qualità della vita, istruzione, benessere e non disdegnando di sfruttare una politica di propaganda aggressiva e invasiva.
Prima di tutto, sarà necessario che la comunità internazionale e il governo di Kabul riescano a contrapporre al messaggio distruttivo dei gruppi di opposizione il proprio, costruttivo e semplificato, dimostrando come la politica di opposizione sia destinata a un’acutizzazione della situazione già precaria. A questo scopo è però fondamentale lasciare che la politica sia condotta dai legittimi rappresentanti afghani, senza ingerenza alcuna da parte di governi stranieri. Non è cosa facile.

Claudio Bertolotti
20 ottobre 2009