Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

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venerdì 2 aprile 2010

Iran e taliban. Una strana coppia


Lo abbiamo sentito di recente, lo ha annunciato lo stesso Gates in visita alle truppe Usa in Afghanistan, è stato ribadito ufficialmente dal colonnello Sholtis, portavoce della Nato, e la notizia ha fatto il giro del mondo: l’Iran è impegnato nell’addestramento degli insorgenti afghani e nella fornitura di armamenti ai gruppi di opposizione.
Anche la CNN ha diffuso la notizia che “secondo l’intelligence militare statunitense, l’Iran sta aiutando i combattenti taliban lungo i suoi confini”. Il “Daily Outlook Afghanistan”, giornale afghano in lingua inglese, dari e pashto ha riproposto l’argomento con maggiori dettagli: “centinaia di insorgenti sono stati addestrati in Iran per uccidere le forze Nato in Afghanistan, hanno affermato due comandanti taliban al British Sunday newspaper. Agenti iraniani li avrebbero pagati per svolgere un corso di 3-4 mesi in campi di addestramento nel deserto nel sud-est del paese, equipaggiandoli infine con armi, munizioni, mine e pistole.
La notizia personalmente non mi sorprende, e non mi stupisce neppure il fatto che sia giunta il giorno precedente la visita ufficiale in Afghanistan di Ahmadinejad. Non tanto perché possa essere scontato un impegno effettivo dell’Iran nel mantenere instabile l’Afghanistan, quanto perché questa notizia giunta attraverso la voce autorevole di politici e militari statunitensi contribuisce a definire agli occhi dell’opinione pubblica (occidentale) un soggetto che di adeguarsi alla politica estera americana proprio non ne vuole sapere. La Repubblica Islamica di Ahmadinejad è l’ambiziosa – e antagonista – candidata al ruolo di guida a livello regionale.
Prevalentemente sciita, l’Iran è stato per lungo tempo nemico dei taliban sunniti ma questo non ha impedito di intravvedere nell’insorgenza talebana una possibile e auspicabile distrazione per allontanare la pressione degli Stati Uniti su Tehran; e sebbene l’amore per gli ayatollah iraniani da parte dei taliban sia assai limitato, questo non ha impedito loro di cercare supporto ovunque questo fosse disponibile, e quindi anche in Iran. Questa necessità si è resa ancora più urgente dopo i recenti arresti dei loro leader in Pakistan e gli attacchi mirati dei “droni” americani.
Testimonianze, fotografie e video: tutto confermerebbe l’azione della “mano” iraniana dietro alla preparazione dei mujaheddin afghani. Ma a ben guardarli questi video e queste fotografie diffuse dalla CNN che cosa mostrano? Qual è la sostanza del contributo iraniano?
Poco e nulla in realtà. Si tratta di vecchi mortai privi di congegni di puntamento, mine controcarro, esplosivi, vetusti fucili leggeri, schede telefoniche e radiotrasmittenti: equipaggiamenti facilmente disponibili al mercato nero e possibili reperti di una guerra durata otto anni, quella tra Iran e Iraq, che tante, tantissime armi e munizioni ha lasciato in eredità sui campi di battaglia.
Non ci sono i temuti missili contraereo, nessuna tecnologia superiore o congegni avanzati. Niente di tutto questo. Se davvero il governo iraniano volesse supportare la resistenza afghana, e lo volesse fare in maniera concreta – cosa che non è escluso possa fare pur mantenendo un basso profilo a livello tattico – avrebbe certamente le risorse per farlo. Ma un conto è tirare la corda, un altro conto è voler arrivare al punto di rottura; per quanto i taliban siano preferibili alla presenza americana a Kabul l’obiettivo auspicabile per gli iraniani è quello di cullare l’Afghanistan in una dolce instabilità che non lo spinga né nelle mani degli Usa né tra le braccia al Pakistan; per quanto “radicale”, Ahmadinejad non pare essere uno sprovveduto disposto a spingere il suo paese verso un conflitto allargato.
Il rischio di confronto armato potrebbe essere reale solo se l’Iran fornisse ai mujaheddin i missili terra-aria, l’unica minaccia in grado di limitare i movimenti aerei delle forze di sicurezza in Afghanistan – e quindi anche del controllo del territorio –, cosa che cambierebbe gli equilibri tra le parti in conflitto (esattamente ciò che avvenne nella guerra contro i sovietici con il supporto degli Usa). Ma pensare che l’Iran voglia rischiare fino a tal punto mi pare, almeno al momento, improbabile.
E infatti sono stati sufficienti un paio di giorni per ridimensionare la minaccia. Il generale David Petraeus, il comandante di CentCom, ha affermato che “se in effetti l’Iran sta aiutando i taliban in Afghanistan, il suo ruolo è assai limitato”. E lo stesso Robert Gates ha ammesso che, “sebbene vi siano campi di addestramento in Iran, questi vanno considerati come minacce di basso livello”.
Alla base di questo “supporto tattico” vi sono in realtà interessi di differente natura, non necessariamente legati alle decisioni del governo centrale, bensì a interessi economici così redditizi da portare alla formazione di organizzazioni strutturate e in grado di avere libertà di movimento e un “relativo monopolio della forza”. Detto in altri termini,- al di là di un possibile coinvolgimento delle guardie della rivoluzione iraniana, la forza di al-Quds - mi pare più che plausibile il coinvolgimento di gruppi criminali legati al narcotraffico che proprio dal libero movimento sul confine afghano-iraniano trarrebbero notevoli benefici.
Sono i proventi derivanti dal traffico illegale di droga che consentono di ottenere le risorse necessarie al sostentamento di un apparato paramilitare costituito ad hoc per difendere gli interessi dei gruppi stessi. E l’alleanza tra i gruppi di opposizione afghani (taliban, Hezb-e Islami, o più semplicemente gruppi criminali) e narcotrafficanti iraniani, tra i quali elementi pashtun provenienti dalle zone di confine, rappresenta un evidente reciproco vantaggio.
E in questo contesto il governo di Teheran si è dimostrato deciso a collaborare con l’Afghanistan per contrastare il traffico di droga attraverso il proprio territorio, che rappresenta la via più breve per raggiungere i mercati europei. L’Iran è fortemente danneggiato dalla diffusione di droga all’interno dei propri confini, droga che proviene esclusivamente dal vicino Afghanistan.
Interessi strategici e grandi disegni politici a parte, quindi, quello che muove gli uomini sul terreno e li mette in condizione di operare sono i notevoli vantaggi di un commercio redditizio ma relativamente rischioso e che per queste ragioni viene tutelato con l’uso delle armi (che a loro volta sono acquistate con i proventi del narcotraffico). A questo possiamo aggiungere tutto il resto: uno Stato che a fatica riesce ad imporsi, l’Afghanistan, una realtà politica impegnata a gestire un’opposizione interna e che non ha risorse sufficienti per garantire il controllo dei territori di confine, l’Iran, e una super potenza impegnata a uscire da una crisi economica straordinaria e decisa ad abbandonare vittoriosamente il conflitto un minuto prima di perderlo.
È il narcotraffico dunque a sostenere l’insorgenza e l’opposizione armata dei gruppi combattenti; senza i redditizi commerci tra i gruppi dei due paesi verrebbe a mancare la spinta per una lotta, di liberazione o jihad poco importa, che si è ormai allargata in tutta la regione. Peccato che nell’ordine delle priorità della coalizione internazionale la lotta al narcotraffico non sia tra gli obiettivi prioritari.
VEDI VIDEO CNN
http://news.blogs.cnn.com/2010/04/02/intelligence-suggests-iran-may-smuggle-arms-to-afghanistan/
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mercoledì 24 marzo 2010

Dialoghi afghani: come reagiranno i radicali?

La grave situazione sociale ed economica in cui versa l’Afghanistan è ulteriormente aggravata dal problema della sicurezza interna. I risultati negativi attribuiti al presidente Hamid Karzai in questi anni (ma di politica negativa tout court non è corretto parlare) hanno avuto forti ripercussioni sulla politica governativa centrale, sempre più lontana da un effettivo esercizio di potere. Parlare di sicurezza è un eufemismo, il governo centrale è stretto nella morsa tra gruppi di opposizione e necessità del supporto militare dell’Occidente. Gli aiuti economici provenienti dall’esterno sono una necessità imprescindibile e la lotta al narco-traffico è solo un progetto.
In questa situazione il presidente Hamid Karzai è riuscito a mantenere un’apparenza di relativo controllo, per quanto questa stabilità precaria non possa durare a lungo. La svolta necessaria è stata identificata nella parziale riconciliazione con elementi del passato regime e con una loro integrazione nell’organizzazione dello Stato; in tale contesto non ha sorpreso il tentativo di avvicinamento e dialogo con i maggiori attori della vicenda afghana: Hekmatyar e i Taleban.
Mentre il primo ha avanzato direttamente una proposta di riconciliazione, dopo essere stato espulso dall’Iran che lo ospitava, i secondi hanno ricevuto un’offerta di dialogo da parte del presidente afghano in conseguenza della continua pressione sulla sicurezza interna del Paese. Per quanto non confermato o ufficializzato, risalirebbero già alla fine del 2007 i primi negoziati intrapresi tra i rappresentanti del governo di Kabul – tra i quali il fratello del presidente, Qayum Karzai – e delegati del mullah Omar. A tali incontri sarebbero intervenuti due membri della famiglia di Karzai e rappresentanti dei Taliban afghani e pakistani con la collaborazione e il supporto di alcuni alti ufficiali dell’Isi pakistano.
Tale “avvicinamento”, per quanto tra gli stessi Taliban abbia creato ulteriori divergenze di opinioni, può essere considerato come il frutto della politica lungimirante messa in atto da Karzai che già da molto tempo ha assegnato cariche istituzionali, in punti chiave dell’area a maggior influenza talebana, proprio a rappresentanti del passato regime. Ciò potrebbe consentire, in un futuro non meglio definito, una relativa stabilizzazione dell’area oppure, cosa che ritengo molto probabile, una tendenza verso posizioni radicali della politica interna del Paese.
Ma al momento la scelta dell’assimilazione pare essere l’unica via d’uscita da una situazione non più gestibile altrimenti. Il dialogo, unito al compromesso, potrebbe portare a un risultato accettabile. Non è da escludere al tempo stesso che la politica americana del tempo di Bush, dimostratasi non in grado di risolvere “la questione afghana” seguendo la via militare, abbia optato per questa sorta di “dialogo tra pashtun” pur di rendere sicura l’area appoggiando, o meglio, suggerendo quest’iniziativa al presidente Karzai sul quale, in caso di fallimento, sarebbe ricaduta ogni responsabilità. La politica del successore alla presidenza statunitense, Barack Obama, ha invece optato per un concreto avvio del metodo di dialogo – coraggiosa ed ultima chance di compromesso – basato sull’intesa tra afghani. Contrario a questa politica sarebbe però il segretario generale dell'Organizzazione del Trattato per la sicurezza collettiva – «l'anti-Nato» a guida russa comprendente, oltre a Mosca, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirgistan, Tagikistan e Uzbekistan – che invece vedrebbe nel dialogo «con le tribù e le diverse fazioni, ma non con i Taliban» una possibile via d’uscita.
In un’intervista del 2008, il generale Hamid Gul – ex capo dell'Isi pakistana –ha espresso la sua opinione in base alla quale i Taliban, che hanno partecipato alla serie di colloqui mediati da re Abdallah in Arabia Saudita con rappresentanti del governo afghano, sarebbero «solo esponenti della vecchia guardia, senza più legami diretti con gli attuali comandanti, primo fra tutti il mullah Omar, leader dei taliban» con cui invece si dovrebbe parlare.
I capi Taliban di medio/basso livello potrebbero in effetti trarre vantaggio da questo tentativo di riconciliazione e “perdono” per quanto una domanda importante non ha ancora trovato una risposta soddisfacente: come reagiranno i radicali? Come ho già detto, per questi il compromesso non esiste e per certo non rinunceranno alla battaglia ingaggiata. Ma una accorta e cauta politica del compromesso, basata sul coinvolgimento delle tribù nel processo di ricostruzione politica del Paese e nel rispetto delle gerarchie sociali tradizionali, potrebbe portare ad una loro emarginazione da parte di quei “moderati” propensi ad una tregua. Una soluzione “totalmente indolore” non è al momento ipotizzabile, tutto sta nel pesare attentamente i rischi e le opportunità della politica del dialogo. L’Afghanistan, si sa, è tutto e il contrario di tutto.

Claudio Bertolotti
25 novembre 2009

Politica del compromesso e del dialogo in Afghanistan: i tre passi per uscire dalla guerra


Nel 2009, dopo 8 anni di guerra, la grave situazione in Afghanistan non è stata ancora risolta.
Ho avuto modo di appurare di persona, a Khost come a Kabul, quanto la grave situazione sociale ed economica in cui versa il Paese si sia ulteriormente aggravata, al pari della sicurezza interna. I risultati negativi attribuiti al presidente Hamid Karzai in questi anni (ma di politica negativa tout court non è corretto parlare) hanno avuto forti ripercussioni sulla politica governativa centrale, sempre più lontana da un effettivo esercizio di potere. Parlare di sicurezza è un eufemismo, il governo centrale è stretto nella morsa tra gruppi di opposizione e necessità del supporto militare dell’Occidente. Gli aiuti economici provenienti dall’esterno sono una necessità imprescindibile e la lotta al narco-traffico è solo un progetto.
Un recente studio condotto dall’International Council on Security and Development conferma che i gruppi di opposizione sono tornati a essere padroni della situazione militare – e quindi anche politica – in una porzione di territorio pari al 72% dell’intero Afghanistan. Si tratta di una controffensiva sempre più rapida che, cominciata nel 2005 e intensificata nel biennio 2007-2008, ha portato a una progressiva riduzione del territorio controllato dalle forze di Isaf e della Coalizione a guida americana. Quella che può essere definita a tutti gli effetti una manovra di accerchiamento delle forze armate internazionali e del governo centrale, si avvicina sempre più a Kabul, al punto che – a periodi alterni – ben tre delle quattro strade principali che consentono l’accesso alla capitale sono sotto relativo controllo degli insorgenti.
In questa situazione il presidente Hamid Karzai ha tentato, a più riprese, di avviare una politica conciliante e ambigua ostentando un’apparenza di relativo controllo. La svolta necessaria è stata identificata nella parziale riconciliazione con elementi del passato regime e con una loro integrazione nell’organizzazione dello Stato; in tale contesto non ha sorpreso il tentativo di avvicinamento e dialogo con i maggiori attori della vicenda afghana: i taliban. Questi hanno ricevuto un’offerta di dialogo da parte del presidente afghano in conseguenza della continua pressione sulla sicurezza interna del Paese. Per quanto non confermato ufficialmente, risalirebbero già alla fine del 2007 i primi negoziati intrapresi tra i rappresentanti del governo di Kabul – tra i quali il fratello del presidente, Qayum Karzai – e delegati del mullah Omar. A tali incontri sarebbero intervenuti due membri della famiglia di Karzai e rappresentanti dei taliban afghani e pakistani con la collaborazione e il supporto di alcuni alti ufficiali dei servizi pakistani (l’Isi). Tale tentativo di “avvicinamento” può essere considerato come il frutto della politica lungimirante messa in atto da Karzai che già da molto tempo ha assegnato cariche istituzionali, in punti chiave dell’area a maggior influenza talebana, proprio a rappresentanti del passato regime. Ciò potrebbe consentire, in un futuro non meglio definito, una relativa stabilizzazione dell’area oppure, cosa che temo sia molto probabile, una tendenza verso posizioni radicali della politica interna del Paese. Ma al momento la scelta dell’assimilazione pare essere l’unica via d’uscita da una situazione non più gestibile altrimenti. È un “dialogo tra pashtun” il prezzo da pagare. Dialogo che ha trovato come sostenitore proprio il presidente statunitense Barack Obama che ha optato per un concreto avvio del metodo di dialogo – coraggiosa ed ultima chance di compromesso – basato sull’intesa tra afghani. Contrario a questa politica sarebbe però il segretario generale dell'Organizzazione del Trattato per la sicurezza collettiva – «l'anti-Nato» a guida russa comprendente, oltre a Mosca, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirgistan, Tagikistan e Uzbekistan – che invece vedrebbe nel dialogo «con le tribù e le diverse fazioni, ma non con i taliban» una possibile via d’uscita. In un’intervista del 2008, il generale Hamid Gul – ex capo dell'Isi pakistana – ha espresso la sua opinione in base alla quale i taliban, che hanno partecipato alla serie di colloqui mediati da re Abdallah in Arabia Saudita con rappresentanti del governo afghano, sarebbero «solo esponenti della vecchia guardia, senza più legami diretti con gli attuali comandanti, primo fra tutti il mullah Omar, leader dei taliban» con cui invece si dovrebbe parlare. I capi taliban di medio/basso livello potrebbero in effetti trarre vantaggio da questo tentativo di riconciliazione e “perdono” per quanto una domanda importante non ha ancora trovato una risposta soddisfacente: come reagiranno i radicali? Come ho già detto, per questi il compromesso non esiste e per certo non rinunceranno alla battaglia ingaggiata. Ma una accorta e cauta politica del compromesso, basata sul coinvolgimento delle tribù nel processo di ricostruzione politica del Paese e nel rispetto delle gerarchie sociali tradizionali, potrebbe portare ad una loro emarginazione da parte di quei “moderati” propensi ad una tregua. Una soluzione “totalmente indolore” non è al momento ipotizzabile, tutto sta nel pesare attentamente i rischi e le opportunità della politica del dialogo. L’Afghanistan, si sa, è tutto e il contrario di tutto.
Da quanto detto è possibile fare una valutazione realistica. Il governo afghano, così come la comunità internazionale, ha come unica via di uscita il compromesso unito alla competizione con i gruppi di opposizione; ciò potrà avvenire solo lavorando su tre livelli differenti. Il primo, quella politico, deve basarsi sul dialogo con i moderati e puntare a una soluzione di compromesso, anche se questo comporterà, come prezzo da pagare, una revisione dei diritti civili. Il secondo livello è quello militare, perseguito combattendo gli elementi radicali e non disposti al dialogo e con il coinvolgimento attivo nella guerra di tutti gli attuali partecipanti alla missione Isaf. Infine quello più delicato, il livello sociale, da perseguire migliorando le condizioni di vita e venendo incontro alle aspettative della popolazione in termini di sicurezza, qualità della vita, istruzione, benessere e non disdegnando di sfruttare una politica di propaganda aggressiva e invasiva.
Prima di tutto, sarà necessario che la comunità internazionale e il governo di Kabul riescano a contrapporre al messaggio distruttivo dei gruppi di opposizione il proprio, costruttivo e semplificato, dimostrando come la politica di opposizione sia destinata a un’acutizzazione della situazione già precaria. A questo scopo è però fondamentale lasciare che la politica sia condotta dai legittimi rappresentanti afghani, senza ingerenza alcuna da parte di governi stranieri. Non è cosa facile.

Claudio Bertolotti
20 ottobre 2009