Afghanistan Sguardi e Analisi

Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

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lunedì 2 giugno 2014

L’Afghanistan alle urne: chiusa la prima tornata elettorale

di Claudio Bertolotti

Due candidati verso il ballottaggio
Il 5 aprile 2014 gli afghani sono ufficialmente andati al voto per eleggere il prossimo presidente della Repubblica islamica dell’Afghanistan: l’affluenza alle urne è stata riportata come buona-soddisfacente nei principali centri urbani, meno nelle aree periferiche e remote del paese.
Gli attacchi finalizzati a disturbare il processo elettorale portati a termine dai gruppi di opposizione armata sono stati alcune centinaia; poco più di duecento i seggi elettorali (su un totale di 6.400) chiusi per problemi di sicurezza.
Sebbene i media internazionali abbiano diffuso un messaggio rassicurante sugli sviluppi dell’importante esercizio elettorale, i numerosi casi di brogli da più parte denunciati – oltre la mancanza di trasparenza nelle procedure di verifica del voto e degli elettori effettivamente presentatisi alle urne – si sono aggiunti a un elevato livello di insicurezza generale.
A fronte di tale quadro, e nell’ottica di un disimpegno ormai prossimo da parte degli attori fino ad oggi impegnati nel difficile processo di stabilizzazione e transizione del paese, Stati Uniti e attori regionali proseguono nel guardare con favore all’ipotesi di un bilanciamento di poteri “adeguato” tra gruppi di potere pashtun e le altre minoranze.
Completata la fase di conteggio dei voti, Abdullah Abdullah (ex ministro degli esteri, metà tagico e pashtun) e Ghani Ahmadzai (ex ministro delle finanze, pashtun) saranno i due candidati chiamati a confrontarsi per l’accesso alla poltrona presidenziale in occasione del secondo turno elettorale che si svolgerà all’inizio della prossima estate. Infatti, come previsto, nessuno dei due ha ottenuto più del cinquanta percento dei voti; e ciò imporrà l’inevitabile ricerca di accordi negoziali tra le parti.
Zalmai Rassoul, pashtun apprezzato dai tagichi e sostenuto da Karzai, terza e potenziale incognita, potrebbe fare la differenza appoggiando l’uno o l’altro candidato (con buona probabilità Ghani).

L’eredità di Karzai
Si chiude, almeno sul piano formale, il ciclo politico di Hamid Karzai, l’uomo scelto dall’amministrazione statunitense dell’allora presidente Bush per sancire l’inizio del nuovo Afghanistan: un Afghanistan che si voleva pacificato, democratico, con uno Stato efficiente dal punto di vista dell’organizzazione amministrativa e che rispondesse a quelle che erano le priorità imposte da un’opinione pubblica globale ancora sotto shock dai tragici eventi dell’11 settembre 2001: ossia la fine di una guerra trentennale, lotta al terrorismo, diritti per le donne, accesso all’istruzione, democrazia.
Insomma, un Karzai che si è dimostrato politico capace, prima presidente ad interim e poi, per due mandati, eletto dal suo popolo; certo non sono mancate le accuse, e le conferme, di brogli elettorali, irregolarità, corruzione, ma questo non cambia la sostanza: Hamid Karzai è stato il presidente dell’Afghanistan e degli afghani senza soluzione di continuità per oltre un decennio.
Un politico certamente forte, di una forza garantita anche dagli equilibri di potere che è riuscito a costruire e a mantenere, ma anche poco trasparente, ambiguo: ricordiamo la riforma del nuovo codice penale, con le limitazioni ai diritti delle donne, il rifiuto alla firma dell’accordo di sicurezza bilaterale che è alla base di una permanenza di truppe straniere su suolo afghano dopo il 2014, e il coinvolgimento della sua famiglia nel business del narcotraffico. Insomma un presidente molto discusso.
Ma il merito più grande, questo è innegabile, è l’aver saputo dimostrare il coraggio di aprire alla collaborazione e al dialogo. A livello regionale, Karzai ha lavorato molto bene nell’instaurare ottime relazioni diplomatiche e commerciali con gli attori regionali: dall’Iran, alla Cina, al Pakistan, all’India, alle confinanti repubbliche ex-sovietiche.
Inoltre, ha saputo aprire un canale di comunicazione con i taliban, un dialogo più volte interrotto, che ancora non si sa dove porterà, ma pur sempre un dialogo che comunque vada a finire avrà posto le basi per una soluzione di compromesso, una soluzione tipicamente afghana di cui si sente il bisogno dopo gli ultimi tredici anni di guerra.

Gli sviluppi afghani dal punto di vista dei Taliban
Il 18 giugno di quest’anno verrà formalizzato il passaggio di responsabilità alle forze di sicurezza afghane.
I gruppi di opposizione armata, taliban per primi, stanno aspettando proprio quel momento per raccogliere i frutti di una guerra combattuta per più di tredici anni; e lo faranno da una posizione vantaggiosa, dimostrando di essere una minaccia concreta e imbattuta, avendo tenuto sotto scacco la più grande coalizione militare contemporanea. Proprio i taliban hanno dimostrato di essere capaci sul piano militare come su quello politico e, ancor più, su quello mediatico.
Lo scorso anno il leader dei taliban ha affermato che i mujaheddin non sono interessati al controllo dell’intero Paese, quanto piuttosto a dar vita a un "governo afghano inclusivo e basato sui principi islamici". Una chiara strategia di propaganda mediatica indirizzata all’opinione pubblica globale.
Ma, nel frattempo, è continuata senza soluzione di continuità l’offensiva militare, concentrata su obiettivi in prevalenza afghani: insomma, un’azione efficace e una capacità operativa che non presentano segni di cedimento.
Nel concreto, mancano dati attendibili sulle capacità esprimibili da un’insurrezione armata forte di circa 20-40.000 unità. Ma, sebbene molti osservatori ritengano che l’insurrezione nel suo complesso non rappresenti una minaccia strategica, è però vero che gli effetti strategici della resistenza hanno imposto un accelerazione del disimpegno afghano, imponendo tempi e priorità al lento processo negoziale che – nelle intenzioni di chi lo sostiene, Stati uniti in primis – dovrebbe portare a una soluzione di compromesso accettabile.
Non per questo l’azione offensiva insurrezionale parrebbe orientata a ridimensionarsi nell’intensità e negli effetti più manifesti. È una dimostrazione di forza continua e costante orientata a colpire le sedi del potere governativo locale e nazionale, le caserme militari e i posti di polizia, i seggi elettorali: insomma tutti i simboli di quello Stato afghano che la comunità internazionale ha cercato di sostenere nei tredici anni di impegno politico e militare.

Breve analisi conclusiva
Indipendentemente dai risultati elettorali, l’accesso a forme di potere (formale-informale) da parte dei taliban è una questione accettata dalla Comunità internazionale e dalla stessa Nato; ciò potrebbe portare a una spartizione territoriale de facto dell’Afghanistan dove a un Sud pashtun, posto sotto l’influenza taliban e sostenuto da Pakistan e Arabia Saudita, si contrapporrebbe un Nord eterogeneo, sostenuto dagli attori regionali antagonisti tra i quali certamente Iran, Russia, Cina. In tale quadro l’aspetto economico sarebbe il legante di questo probabile accordo tra le parti, e forse l’unica possibilità di stabilità potrebbe essere data dal compromesso di natura economica.
Una ipotesi di divisione, quella alla quale si è accennato che, sul lungo termine, porterebbe al riaccendersi di conflittualità allargate su base etnica.
In tale contesto, pur non cadendo nella semplificazione di un problema molto più complesso, i gruppi di potere politico ed economico afghani cercheranno di conservare le proprie prerogative garantendo gli equilibri di potere esistenti e consolidati, sebbene al contempo potrebbero spingere verso uno stato di conflittualità che si muove su linee di demarcazione etno-culturale ma che si alimenta di dinamiche ed equilibri di natura economica, e a questo si sommeranno indubbiamente gli interessi legati al florido mercato del narcotraffico (che, nonostante la presenza della Nato, non ha fatto che aumentare).
In sintesi, quella che si prospetta all’orizzonte è un’inquieta fase post-elettorale, anche a causa delle irregolarità e dei brogli che verranno denunciati; inoltre, lo stato di incertezza sarà amplificato da spinte multilivello verso gli accordi funzionali al secondo turno elettorale dove il candidato più accreditato, Abdullah Abdullah, potrebbe vedersi contrapposto a un’unica grande coalizione pashtun a sostegno di Ghani.
Molto dipenderà da come gli stessi pashtun nel sud del paese voteranno – e quanti voteranno –, anche in relazione alla forte influenza dei taliban in quella parte dell’Afghanistan.

giovedì 16 gennaio 2014

Verso le elezioni: chi sarà il nuovo presidente? (dell'Afghanistan)

di Claudio Bertolotti


Tra variabili alleanze e instabili equilibri politici, si dimostra incerto il processo politico che porterà all’elezione del nuovo presidente della Repubblica islamica dell’Afghanistan il prossimo 5 aprile. Così come incerto rimane l’accordo politico-diplomatico che dovrebbe condurre all’impegno militare degli Stati Uniti e della Nato a partire dal 2015.
A fare da sfondo, permane la ricerca di un dialogo negoziale con il movimento insurrezionale dei taliban – vero soggetto forte del conflitto. Un dialogo sempre meno tangibile ma necessario, in particolare per Kabul e Washington.

Come risponderà il popolo afghano alla chiamata al voto?
Secondo un recente sondaggio condotto dall’ATR Consulting in collaborazione con l’emittente televisiva TOLO News, i candidati dati per favoriti al prossimo appuntamento elettorale per la carica di presidente sono Abdullah Abdullah, ex-ministro degli Esteri di Karzai e capo della “Coalizione Nazionale dell’Afghanistan”, e Ashraf Ghani Ahmadzai, già titolare del ministero delle Finanze.

Il sondaggio, che si è svolto in tutte le trentaquattro province del paese, mostra come – sebbene con andamento variabile a seconda delle aree geografiche (corrispondenti alle attuali “regioni militari” della Nato) – Abdullah sia in vantaggio rispetto agli avversari, con un 26,5% di consensi, seguito da Ahmadzai, con il 20%. Abdul Qayum Karzai, fratello dell’attuale presidente, segue a grande distanza con un gradimento di circa il 5%.
 
A meno di 100 giorni dall’appuntamento elettorale, il sondaggio mette in evidenza come l’interesse dell’opinione pubblica per la competizione elettorale sia sensibilmente aumentato, sebbene almeno il 7% degli intervistati abbia dichiarato di non gradire nessuno dei candidati e ben il 28% di non sapere ancora per chi voler votare.
Dunque, un totale pari al 35% di indecisi e non votanti; molti, troppi, per poter prevedere uno scenario definito dell’Afghanistan post-elettorale. In tale contesto, si inseriscono i potenziali vincitori – e i relativi gruppi di supporto – della competizione elettorale.

In generale, sebbene la discussione sul possibile esito tenda a basarsi sull’aspetto demografico (etno-culturale), è però vero che nessun gruppo ha la possibilità di ottenere una maggioranza schiacciante; ciò imporrà un probabile accordo politico tra le principali parti antagoniste.
In estrema sintesi, le coalizioni maggiormente accreditate sono così composte:
- il ministro degli Esteri Zalmai Rassoul (pashtun), affiancato dai candidati vice-presidenti Ahmad Zia Massoud (tagico) e Habiba Sarabi (hazara); indice di gradimento dell’1,5%.
- l’ex ministro degli Esteri Abdullah Abdullah (tagico/pashtun), con Mohammad Khan (pashtun) e Mohammad Mohaqeq (hazara); indice di gradimento del 26,5%.
- l’ex ministro delle Finanze Ashraf Ghani Ahmadzai (pashtun), con Abdul Rashid Dostum (uzbeco) e Sarwar Danish (hazara); indice di gradimento del 20%.
- il fratello dell’attuale presidente, Qayum Karzai (pashtun), con Wahidullah Shahrani (uzbeco) e Ibrahim Qasemi (hazara); indice di gradimento del 5%.
- il parlamentare Abdul Rab Rasoul Sayyaf (pashtun), insieme a Ismail Khan (tagico) e Abdul Wahab Erfan (uzbeco); indice di gradimento del 4,5%.
- l’ex governatore di Nangarhar, Gul Agha Sherzai (pashtun), con Sayed Hussain Alemi Balkhi (hazara) e Mohammad Hashim Zare (uzbeco); indice di gradimento del 3,5%.
- l’ex ministro della Difesa, il generale Abdul Rahim Wardak (pashtun), con Shah Abdul Ahad Afzali (tagico) e Sayed Hussain Anwari (hazara); indice di gradimento del 2%.
Dunque, un testa a testa tra un Abdullah, che raccoglie un più ampio consenso tra l’elettorato femminile, e un Ahmadzai, in grado di convincere maggiormente quello di estrazione urbana.
Inoltre, è interessante notare che sia l’Iran che gli Stati Uniti guardino con favore a un equilibrio politico su base etno-religiosa, ossia a uno Stato che nella sua struttura rispetti il delicato “balance of power” tra i molteplici gruppi etnici e religiosi afghani.
Se la tutela dell’etnia minoritaria hazara – e degli altri gruppi sciiti in genere – è una priorità per Teheran, Washington guarda con attenzione a una soluzione politica che garantisca un bilanciamento “adeguato” tra gruppi di potere pashtun (per lo più sotto influenza pakistana) e le altre minoranze etniche.

Nel complesso, quello a cui assiste – dall’esterno – la Comunità internazionale e – dall’interno – la stessa opinione pubblica afghana, è un processo elettorale che procede a rilento, ridotto nel numero di cittadini iscritti al voto, ancora più limitato nella partecipazione femminile, in sintesi un’organizzazione che non soddisfa.
Tutte premesse a una situazione politica instabile a cui si accompagnano gli infruttuosi tentativi di “dialogo politico” con i gruppi insurrezionali (Hezb-e Islami e, in particolare, i taliban) e gli azzardi di revisione (e riduzione) dei diritti costituzionali, con particolare riferimento a quelli delle donne.
Quest’ultimo, tasto dolente ma necessario prezzo che la Comunità internazionale ha dimostrato di essere disposta a pagare al fine di convincere i gruppi di opposizione armata ad accettare un soluzione negoziale al conflitto: argomento a cui i media daranno scarso risalto ma che la stessa Comunità internazionale ha già messo in conto.

lunedì 26 agosto 2013

War ends: new military Mission to Afghanistan. Between negotiate and strategic interests

CeMiSS Quarterly 1/2013
by Claudio Bertolotti

As US considers how quickly to withdraw the combat troops in Afghanistan and turn over the war to Afghan national security forces, a bleak new Pentagon report has found that only one of the Afghan National Army’s 23 brigades is able to operate independently without support from the Nato partners. According to the report, violence in Afghanistan is higher than it was before the surge of American forces into the country two years ago, although it is down from a high in the summer of 2010. The aforementioned “Report on Progress Toward Security and Stability in Afghanistan” is required twice a year by US Congress.
Furthermore, it is assessed that the Taliban remain resilient, that widespread corruption continues to weaken the central Afghan government and that Pakistan persists in providing critical support to the armed opposition groups operating in Afghanistan.
Consequentially to the security situation and to the strategic opportunities, all Nato member nations on 4-5 of June 2013 endorsed the new Nato «Resolute Support» mission in Afghanistan to train, advise and assist Afghan national security forces. The alliance is getting prepared for the new mission after the new concept of operations was endorsed.
The new mission will have a limited regional scope in Afghanistan including capital Kabul (under Turkey responsibility – to be confirmed), North (Germany), West (Italy), South and East (United States) parts of the country; the main focus of the mission will be the Afghan institutions and core level of Afghan army and national police. Even if the exact number of troops to remain in the country post 2014 has not been finalized yet the Nato will be responsible for the security of the future trainers, advisers and forces. US remains committed to support Afghanistan in the long term by remaining the largest contributor and lead nation in the new NATO mission.
Talks and compromises... (read full article pages 69-72)

martedì 30 ottobre 2012

Diario Afghano - Gli eventi di ottobre


a cura di Claudio Bertolotti
 
Ø  In occasione della 67ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il Presidente afghano Hamid Karzai ha posto all’attenzione dell’ONU la necessità di cancellare dalle liste dei terroristi i leader taliban al fine di consentire un sereno processo di riconciliazione. Inoltre, Karzai ha riconosciuto il ruolo cruciale del Pakistan nel processo di riconciliazione ma ha aggiunto che i recenti incidenti registrati al confine tra i due paesi (bombardamenti dell’artiglieria pakistana) potrebbero minare i risultati ottenuti per il raggiungimento della pace.
Ø  Il generale dei marines, Joseph F. Dunford, è stato nominato dal presidente degli Stati Uniti prossimo comandante delle truppe Usa e della NATO in Afghanistan. Il generale Dunford sostituirà il generale John R. Allen che andrà a dirigere il Comando Supremo Alleato in Europa. Dunford, che vanta una lunga esperienza di guerra in Iraq, è alla sua prima missione in Afghanistan.
Ø  Gli Emirati Arabi Uniti (UAE) hanno stanziato una cifra pari a 100 milioni di dollari per la costruzione di un centro di scambio mercantile presso la città afghana di Torkham, principale crocevia commerciale collocato nella provincia di Nangarhar, al confine tra Afghanistan e Pakistan.
Ø  2 ottobre – Il disimpegno della NATO in Afghanistan potrebbe essere accelerato. La decisione potrebbe essere conseguenza dell’aumento degli attacchi denominati «green on blue» in grado di influire significativamente sul morale delle truppe straniere. Lo ha dichiarato il Segretario generale dell’Alleanza Atlantica Anders Fogh Rasmussen.
Ø  3 ottobre – La maggior parte dei lavoratori cinesi impiegati presso il bacino minerario di Aynak (provincia di Logar) avrebbe lasciato l’area a causa delle condizioni di sicurezza instabili. Attacchi con razzi e aumento di atti ostili avrebbero indotto i lavoratori e gli investitori cinesi a rivalutare la convenienza dell’attività estrattiva; questa interruzione dovrebbe indurre il governo afghano a migliorare il sistema di difesa dell’area. Il progetto Aynak rappresenta il principale investimento del settore ed è considerato essenziale per la stabilità economica del Paese.
Ø  4 ottobre Il presidente afghano, Hamid Karzai, ha accusato gli Stati Uniti di «doppiogiochismo» combattendo una guerra contro l’insurrezione armata afghana ma non contro gli sponsor pakistani e, al tempo stesso, di rifiutare un aiuto all’Afghanistan in termini di equipaggiamenti militari necessari per combattere i nemici che attraversano le sue frontiere. Karzai ha minacciato di rivolgersi a Cina, India e Russia per l’acquisizione degli armamenti ritenuti necessari. Infine, ha accusato i media occidentali di influenzare l’opinione pubblica afghana diffondendo “false notizie” e allarmismi sull’eventualità di una guerra civile e di un collasso economico all’indomani del ritiro delle forze della NATO.
Ø  6 ottobre – L’ufficio di presidenza di Karzai ha annunciato l’avvio della privatizzazione della New Kabul Bank (NKB).
Ø  10 ottobre – Il capo del dipartimento del servizio penitenziario afghano, Amir Mohammad Jamshidi, ha dichiarato che vi è il reale rischio di perdere la capacità di controllo all’interno delle strutture carcerarie a causa dell’inadeguatezza delle infrastrutture e della mancanza di personale; Jamshidi ha poi aggiunto che i taliban detenuti sarebbero in grado di pianificare e organizzare attacchi suicidi e altre azioni militari grazie alla connivenza delle guardie carcerarie. Corruzione e traffico di sostanze stupefacenti all’interno delle carceri afghane sarebbero fattori endemici. Particolare preoccupazione desterebbe la struttura carceraria di Bagram, la cui responsabilità è stata recentemente ceduta dagli Stati Uniti alle istituzioni afghane.
Ø  16 ottobre – A causa del mancato impegno da parte del governo afghano in merito allo sviluppo di un National Priority Programme (NPP), così come stabilito in occasione della conferenza di Tokyo dello scorso luglio – in particolare gli ambiti relativi a buona governance, corruzione e diritti umani –, l’Unione europea ha annullato il proprio contributo di 26 milioni di euro destinati allo sviluppo del settore giuridico afghano.
Ø  Problemi per l’industria dello zafferano nella provincia di Herat. Oltre alla riduzione del prezzo, i produttori protestano a causa della politica adottata dai commercianti iraniani che apporrebbero nuove etichette sui prodotti afghani, rivendendoli così a prezzi maggiorati come prodotti iraniani. L’area a maggior produzione di zafferano della provincia di Herat è quella di Pashtun Zarghun, dove l’economi locale si basa al 60% sulla produzione dello zafferano.
Ø  Una fonte taliban avrebbe confermato la disponibilità da parte del principale movimento insurrezionale di una nuova qualità di esplosivo in grado di provocare maggiori danni. A conferma di questa dichiarazione sarebbero i risultati ottenuti durante l’attacco complesso contro la base statunitense di Khost (Fob Salerno). Notizia in un secondo momento smentita dai taliban.
Ø  21 ottobre La Chinese National Petroleum Corp (CNPC), società cinese di estrazioni petrolifere, ha avviato l’attività estrattiva dal bacino di Amu Darya, nel nord dell’Afghanistan. Il governo afghano ha firmato un accordo che consentirà alla compagnia cinese di estrarre petrolio per un periodo di 25 anni nelle province settentrionali di Faryab e Sar-e-Pul. Si calcola che verranno estratti circa 1.950 barili di greggio al giorno.
Ø  20 ottobre – Il presidente Hamid Karzai ha comunicato che non sarà ammessa l’immunità per i militari stranieri a partire dal 2014. Karzai ha discusso la questione con il Segretario Generale della NATO Anders Fogh Rasmussen.

mercoledì 16 novembre 2011

Af-Pak report: Jirga dei disaccordi e strategic partnership

di Claudio Bertolotti

Il futuro impegno occidentale in Afghanistan è stato discusso a Bruxelles in un incontro volto a definire un impegno, ormai è chiaro, a lungo termine; un colloquio tra i ministri degli esteri, quello concluso il 14 novembre, che prepara ad altri importanti appuntamenti, dalla conferenza di Bonn in calendario per il prossimo 5 dicembre, alla Loya Jirga di Kabul, alla discussa strategic partnership volta a definire una presenza militare permanente sul suolo afghano.

L’impegno militare statunitense post-2014 in Afghanistan dovrebbe essere limitato – stando alle recenti dichiarazione di John Allen, comandante in capo delle truppe sul terreno – ad “assetti” intelligence, forze per operazioni speciali e istruttori militari per le forze di sicurezza afghane. Una presenza che richiede però l’approvazione del governo afghano a cui è stato scelto di affiancare pro forma la tradizionale Loya Jirga, l’assemblea dei notabili afghani.
Ma proprio la Jirga ha attirato su di sé più di una voce critica, la più autorevole delle quali è quella di Abdullah (leader dell’opposizione parlamentare a Karzai), il quale ha sostenuto – formalmente a ragione – che si tratta di una realtà incostituzionale e in contrapposizione al parlamento afghano, l’unico soggetto legittimato a esprimersi sull’ipotesi di strategic parthnership con Washington.
Ma, se sul piano politico-diplomatico la Jirga ha ricevuto comunque una legittimazione de facto – non potendo vantare quella de jure –, ben altri problemi, per lo più legati alla sicurezza, inquietano gli animi: i taliban, riuscendo a impossessarsi dei piani di sicurezza segreti della Loya Jirga – tempestivamente messi online sul sito web dell’Emirato islamico dell’Afghanistan –, hanno dimostrato, ancora una volta, di poter penetrare le stesse istituzioni afghane. Una situazione critica che mette in evidenza quanto una possibile soluzione del conflitto sia ancora molto lontana.
Nell’attesa di sapere quante truppe verranno effettivamente ritirate entro il 2014, l’amministrazione statunitense prosegue sul binario della «strategic partnership» con Kabul. Ma se indefinito è il numero di soldati che lasceranno l’Afghanistan nel breve-medio termine, ancora più incerto è il numero di quelli che vi resteranno dopo il passaggio di responsabilità. Washington ufficialmente non ha confermato, ma i meccanismi diplomatici e gli equilibri politici spingono verso una comune meta: basi permanenti e presenza prolungata – per quanto ridimensionata nei ruoli e nei numeri. Una presenza militare “importante” in quella che è considerata – e a buon diritto è – una delle aree strategiche più importanti, il Grande Medio Oriente. Anche la Nato rimarrà in Afghanistan ben oltre il 2014, principalmente – ma non esclusivamente – con un ruolo di «addestratore-mentore» per le forze afghane. Ma se la presenza militare a lungo termine viene presentata all’opinione pubblica come prova del sostegno alla sicurezza, per i gruppi di opposizione armata tale opzione è semplicemente inaccettabile poiché il ritiro delle truppe straniere rappresenta il primo dei requisiti essenziali per un possibile “dialogo per il compromesso”.
Ne deriva che l’Afghanistan post-2014 non sarà meno violento di quello attuale e la presenza militare ne caratterizzerà ancora per molto tempo le dinamiche. Bagram, vecchia base aerea costruita dai sovietici, ospita oggi 30.000 soldati; solamente nel mese di giugno 2011 sono stati avviati lavori di ampliamento per ulteriori 1200 uomini; cinque milioni di dollari sono stati spesi per la creazione di una nuova area di accesso e altri progetti infrastrutturali sono previsti nel breve periodo. Tutto, proprio tutto, lascia intendere che non sarà un disimpegno di massa.
Almeno cinque sono le basi in grado di ospitare – nell’Afghanistan post-2014 – i rimanenti contingenti militari; queste strutture, al confine con Pakistan, Cina, Iran, Asia centrale e con il Golfo Persico a portata di mano, si trovano al centro di una delle più strategiche aree del mondo. Un’ipotesi di presenza a lungo termine che preoccupa più di un attore interessato all’Afghanistan, anche oltre lo spazio regionale.
Kabul si trova così impegnata in un delicato gioco delle parti dove, se da un lato grava l’eccessiva dipendenza dagli Stati Uniti, dall’altro, il ruolo rivestito da Washington rappresenta un’importante ed essenziale deterrenza all’intromissione di altri soggetti regionali. Ma la stabilità è un’altra cosa e la possibilità di ottenerla ancora molto remota. Tre sono le questioni aperte; la prima è relativa alla modalità con cui gli Stati Uniti decideranno di equipaggiare la forza armata aerea afghana, e i relativi rischi di “destabilizzazione regionale”. La seconda è rappresentata invece dalla possibilità che il territorio afghano possa essere utilizzato per condurre azioni militari contro Stati terzi dopo il 2014. Infine, la terza questione, si colloca sul piano legale: a quale titolo le truppe statunitensi potranno rimanere in Afghanistan? Al momento nulla è definito ma la posizione di Kabul – per quanto debole e non in grado di imporre una propria linea di condotta – ha negato la “totale libertà di manovra” di truppe straniere su suolo afghano.
Insomma, questioni aperte che potrebbero incoraggiare i gruppi di opposizione armata, taliban in testa, a inasprire il conflitto nella convinzione che l’Occidente sia intenzionato a rimanere in Afghanistan a tempo indeterminato.

lunedì 7 novembre 2011

Herat più insicura? Sequestrati e poi liberati i contractor italiani

di Claudio Bertolotti


Herat: un commando suicida attacca la sede delle Nazioni Unite nell’ottobre 2010; un’altra azione commando suicida colpisce il Provincial Reconstruction Team a maggio 2011; l’ultima in ordine di tempo è l’azione che un terzo commando porta a termine il 3 novembre contro la sede di una compagnia privata che fornisce servizi logistici ai contingenti della Coalizione.
L’azione dei taliban ha interessato la sede dell’Es-Ko International, sequestrando per alcune ore trentuno civili, fra cui sei italiani. Stando alle rivendicazione del portavoce taliban Qari Yossuf Ahmadi, l’attacco è iniziato intorno alle nove del mattino con un veicolo bomba che si è lanciato con i suoi trecento chilogrammi di esplosivo contro l’ingresso principale della base; a seguire sono riusciti ad attraversare il varco altri tre attentatori suicidi – i mujaheddin Muhammad Yousuf, Farooq e Hafiz Yahya – equipaggiati con armi leggere, medie e con giubbetti esplosivi: una tattica ormai collaudata e in grado ottenere risultati efficaci e soddisfacenti, se non dal punto di vista operativo, certamente da quello mediatico. Tutti gli assalitori sono infatti morti durante l’attacco e in seguito al blitz delle forze speciali italiane della Task Force 45 sostenute dalle forze di sicurezza afghane, ma i media nazionali e internazionali hanno potuto confermare di cosa sono capaci i gruppi di opposizione armata afghani. Una missione che entrambi i contendenti hanno presentato come un successo, nel rispetto di una guerra che si è spostata sul piano mediatico, ma che, per quanto ci riguarda, indica che qualcosa non va.
Al di là dell’avvenuta “neutralizzazione della minaccia”, quello inferto è un duro colpo alla strategia di transizione che vorrebbe consentire il passaggio di responsabilità al governo afghano e alle sue forze di sicurezza in tempi brevi. Eppure, quello appena concluso, è il terzo grande attacco avvenuto negli ultimi tredici mesi in quella che è una delle zone più sicure dell’Afghanistan, la tranquilla città Herat. È, insomma, una risposta concreta – e non l’azione estrema di un gruppo di disperati – alle intenzioni dichiarate dalle forze della Coalizione di avviare il «passaggio di responsabilità» al governo afghano – il processo di «afghanizzazione» del conflitto che preannuncia lo sganciamento da un impegno militare sempre più oneroso e poco sostenuto da un’opinione pubblica distante e indifferente.
In un contesto operativo in progressivo deterioramento, Herat non è il nuovo fronte dell’offensiva insurrezionale, bensì il vecchio fronte che si è allargato. L’offensiva Al-Faath (la Vittoria), che i taliban hanno avviato nella primavera del 2010, si è conclusa con un bilancio positivo per i mujaheddin del mullah Omar e ha lasciato la Coalizione in una situazione di «stallo dinamico»: una condizione di movimento delle truppe sul terreno ma senza la reale possibilità di controllo del territorio né di contrasto all’avanzata taliban sui piani militare e sociale. I fatti lo dimostrano ormai da tempo. L’offensiva al-Badar, avviata il 1° maggio 2011, non ha tardato a mostrare le reali capacità operative di un’insurrezione sempre più fenomeno sociale: azioni mordi e fuggi, imboscate, ordigni esplosivi improvvisati (Ied), uccisioni mirate, sabotaggio delle vie di comunicazione militari e, infine, i tanto temuti attentati suicidi. Nulla di tutto questo sarebbe avvenuto se non ci fosse stato un minimo supporto di parte della popolazione.
Ma quello di Herat è solo uno dei tanti episodi riportati dai media che, di massima, si limitano a descrivere le azioni taliban come una mera successione di eventi non correlati tra loro. Eppure il mutare e adeguarsi delle tattiche e degli obiettivi colpiti dovrebbero suggerire la razionalità di una strategia insurrezionale che tiene in giusta considerazione il rapporto tra i successi a medio-lungo termine e gli inevitabili danni collaterali. Una scelta che, al di là dei risultati ottenuti sul campo di battaglia, riesce e tenere impegnati polizia, eserciti e “agenzie di sicurezza” in un continuo sforzo volto a contrastare in maniera sistematica gli effetti di questa mutata strategia senza che vi sia un’effettiva comprensione del fenomeno insurrezionale in sé.
Nel rispetto delle norme di linguaggio della Nato, il vicecomandante dell'Isaf Joint Command –generale Riccardo Marchiò – ha assicurato che la situazione complessiva in Afghanistan migliora giorno dopo giorno «sia sul versante della sicurezza che della ricostruzione». Questo nonostante i dati e le statistiche tendano a dimostrare l’esatto contrario.

martedì 20 settembre 2011

Il ruolo dell’Haqqani network nel processo di stabilizzazione dell’Afghanistan. L'analisi dell'anno dopo

di Claudio Bertolotti Sempre più presente nel linguaggio mediatico così come nei report della Nato-Isaf, l'Haqqani network - recentemente definita dagli Stati Uniti come "braccio armato del Pakistan in Afghanistan" - fa parlare di sé. L’organizzazione, fondata da Jalaluddin Haqqani – il leggendario combattente mujaheddin – e poi passata sotto la guida del figlio Sirajuddin, è stata indicata da fonti ufficiali statunitensi come responsabile dell’attacco condotto da commando suicidi multipli il 13 settembre 2011 a Kabul contro il comando Isaf, l’ambasciata statunitense ed edifici governativi afghani. Ma la vera ragione che ha recentemente portato l’organizzazione Haqqani sotto i riflettori mediatici è la notizia della disponibilità dell’Hqn a partecipare al processo del dialogo e del compromesso volto a portare l’Afghanistan fuori dall’intenso conflitto che lo affligge (per limitarsi ai tempi recenti) da ormai dieci anni.
Il capo dell’Haqqani network ha dichiarato, attraverso un’intervista raccolta dai giornalisti della Reuters, di voler sostenere la leadership taliban nel processo negoziale con gli Stati Uniti e il governo afghano.
Una notizia eccezionale che, se confermata, potrebbe davvero rappresentare una significativa svolta nel tentativo di avviare una soluzione di compromesso per una relativa – per quanto temporanea – stabilizzazione dell’Afghanistan.
Un fatto che, nell’ambito di una valutazione “a breve termine” effettuata per il Centro Militare di Studi Strategici (Ce.Mi.S.S.) del Ministero della Difesa italiano, era stato previsto dall’Autore di questo articolo esattamente un anno fa, nel settembre del 2010, (la pubblicazione, disponibile online, è intitolata L’insorgenza in Afghanistan. L’evoluzione dei gruppi di opposizione dopo nove anni di conflitto e la ricerca di interlocutori per la politica del dialogo).
La notizia, diffusa dalla stampa internazionale e, parzialmente, anche da quella nazionale, lascia intuire le future mosse della Coalizione a guida statunitense e dei principali movimenti insurrezionali afghani, senza però soffermarsi adeguatamente sulle reali conseguenze che tale processo dialogico porterà con sé. Vediamo, in sintesi, il contesto e gli sviluppi.
Oggi i taliban rivestono un ruolo di riferimento per molti dei gruppi di opposizione operativi in Afghanistan, a cui sono legati per necessità operativa e convenienza politica a breve-medio termine. Lo sforzo del movimento taliban, concentrato inizialmente nelle regioni meridionali e al confine con il Pakistan, si è esteso gradualmente a tutto il territorio afghano. E questo è avvenuto anche grazie alla collaborazione a livello tattico con l’organizzazione Haqqani.
I rapporti tra taliban e Haqqani network rappresentano un reciproco vantaggio “sul campo di battaglia” per entrambi i gruppi. Informazioni e collaborazioni dirette hanno portato al raggiungimento di un alto livello operativo per quanto concerne le tecniche degli attentati suicidi e degli Ied (Improvised explosive devices) e, al tempo stesso, hanno dato modo ai gruppi di opposizione di impiantare una funzionale rete criminale dedita ai traffici illeciti e ai rapimenti mirati.
L’Haqqani network – inserita solamente nel luglio del 2010 nella lista statunitense dei gruppi terroristi più pericolosi – è parzialmente integrata nel movimento del mullah Omar e riveste il ruolo di collegamento tra i gruppi taliban nella zona di Kandahar e quelli pashtun delle regioni dell’est e del nord, in particolare con le province di Khost, Paktya e le province pakistane del Nord e del Sud Waziristan. L’Hqn è oggi una delle più pericolose minacce nella regione orientale, essendo le sue azioni concentrate nell’area di Khost e nella capitale Kabul. Stretti sono i legami con alcuni elementi dell’Isi pakistano, i gruppi di combattenti stranieri, nonché di alcuni Paesi e organizzazioni operativi a livello regionale. Relazioni che hanno consentito agli Haqqani di ottenere un potere notevole nel Nord Waziristan pakistano dove hanno imposto un’efficiente amministrazione “ombra” in grado di gestire la giustizia , reclutare combattenti, riscuotere le tasse e garantire un “livello di sicurezza minimo” per la popolazione locale.
Miramshah, principale centro del Nord Waziristan e roccaforte della rete Haqqani, è divenuta così punto di riferimento per i combattenti del jihad di tutto il mondo consentendo a Sirajuddin di aumentare la propria influenza e il potere nelle sue mani; secondo l’intelligence statunitense ciò ha portato il gruppo a divenire la prima e più pericolosa tra le minacce dell’intera area orientale dell’Afghanistan. Pericolosità dimostrata negli ultimi anni con la condotta di azioni spettacolari come l’attacco al Serena Hotel di Kabul nel gennaio 2008, il tentativo di assassinio del presidente Karzai il successivo aprile, il colpo portato a segno nella base avanzata Chapman di Khost dove hanno perso la vita sette agenti della Cia, l’operazione coordinata contro la Peace Jirga tenutasi a Kabul nel giugno 2010 e, più recentemente, gli attacchi multipli a Kabul del 13 settembre 2011.
Sirajuddin Haqqani, ad appena trent’anni, è forse uno dei quattro più potenti comandanti militari della regione; certamente il più dinamico e intraprendente di tutta la schiera dei taliban operativi in territorio afghano avendo ottenuto il comando della Miramshah Regional Military Shura ed essendo divenuto, al tempo stesso, membro della shura militare di al-Qa’ida e membro del Consiglio supremo dell’Emirato islamico dell’Afghanistan.
La seconda generazione Haqqani è riuscita nell’intento di dar vita a una fazione taliban autonoma, dotata di una propria spinta ideologica ma che riconosce – e quindi ne viene legittimata – la leadership nominale della Shura di Qetta, ossia del mullah Omar, per quanto la fedeltà sia sempre più condizionata dall’evoluzione politica e militare dell’Afghanistan, da un lato, e dalle necessità statunitensi unite alla possibilità di un conveniente accordo negoziale, dall’altro. «L’obiettivo di Haqqani è quello di legarsi alla parte vincente del conflitto per portare avanti i propri progetti », che trovano parziale coincidenza con quelli di altri gruppi insorti regionali, jihadisti, taliban e narco-criminali , ma al tempo stesso è ben consapevole dei risultati concretamente ottenibili. Questa situazione avrebbe indotto molte delle agenzie intelligence internazionali a riconoscere in Haqqani il possibile interlocutore.
Come suggerito nel 2010 e riportato nell’analisi già indicata, è probabile uno sforzo statunitense nel contenere il dilagare dell’insurrezione in attesa del ripiegamento e, al tempo stesso, nel sostenere l’avvio di negoziati tra il governo pakistano, quello afghano e i gruppi di opposizione. Politicamente parlando, molti, e tra questi la stessa Islamabad, ritengono che nell’immediato futuro Haqqani possa essere un interlocutore chiave nel processo di pace con i taliban, e la recente notizia sui possibili colloqui tra Haqqani e lo stesso Karzai , per quanto non auspicabile nei termini riportati che riferiscono di una possibile “spartizione” dell’Afghanistan (si veda oltre), non stupisce in un’ottica di stabilizzazione a breve termine.
Ufficiali pakistani e agenti dell’Isi sarebbero stati ospiti del presidente afghano nelle settimane tra la Peace Jirga del giugno 2010 e la Conferenza di Kabul del successivo luglio al fine, e forse con la speranza, di avviare un dialogo costruttivo basato su un’agenda accettabile per entrambe le parti. Un dialogo che potrebbe in effetti portare a un risultato tangibile per il governo di Kabul e i vertici dell’organizzazione Haqqani ; l’obiettivo è una soluzione negoziale i cui dettagli ben difficilmente potrebbero essere messi a disposizione “in via ufficiale” dell’opinione pubblica mondiale: un possibile accordo tra l’Isi, il gruppo di opposizione di Haqqani, il presidente Karzai e gli stessi Stati Uniti per una soluzione che vedrebbe consegnare parte del sud del Paese (dove la popolazione è a maggioranza di etnia pashtun) ad Haqqani, ma lascerebbe Kabul in mano a Karzai (o al suo successore). Una concessione di non poco conto ma che potrebbe consentire a tutti gli attori “protagonisti” di ottenere un risultato quantomeno accettabile dalle rispettive “opinioni pubbliche”. Dunque la soluzione potrebbero essere volta a un compromesso di stabilità su base etno-geografica, che è poi la spinta principale del conflitto, in cui i pashtun troverebbero soddisfazione nella “formale” autonomia e nella limitazione dell’influenza tagika.
Questa nuova e pericolosa condizione offrirebbe vantaggiose opportunità per tutti gli attori del conflitto. Certamente per l’India che, in cambio della rinuncia pakistana ad appoggiare l’opposizione armata nel Kashmir, potrebbe decidere di consentire al Pakistan di espandere la propria influenza sull’Afghanistan. Per il Pakistan, che otterrebbe la profondità strategica di cui è alla ricerca da decenni. Per la Nato e gli Stati Uniti che potrebbero vedersi garantire la possibilità di un consistente disimpegno militare. E certamente per l’Afghanistan che, con un potere diviso su base etnica potrebbe trovare un momento di stabilità, per quanto un’organizzazione geografica amministrativa autonoma basata su un principio etnico potrebbe rivelarsi fallimentare a causa dei rapporti di forza locali e della forte frammentazione interna.
Lo stesso Karzai si è dimostrato, ora più che in passato, conciliante verso le richieste e le pressioni del Pakistan tanto da far pensare a un possibile cambio di rotta nella politica di Kabul; cambio, come da più parti sostenuto, volto a un «accordo inopportuno» tra l’Afghanistan e il Pakistan che, da sostenitore taliban dietro le quinte, diverrebbe “garante” della sicurezza afghana costringendo Kabul a una condizione di instabilità cronica. Accordo inopportuno che gli Stati Uniti hanno preferito definire «game-changing» .
Eppure, dopo gli apparenti insuccessi di una politica volta ad aprire alle trattative a ogni costo, i recenti sviluppi dei dialoghi afghani hanno portato all’orecchio dei soliti ben informati una notizia che, se confermata (ma che difficilmente lo sarà), avrebbe conseguenze devastanti e al tempo stesso dolorosamente accettabili. Si tratterebbe – il condizionale è d’obbligo – dell’incontro tra il generale Kayani, comandante dell’esercito pakistano, il generale Pasha, capo dell’Isi, il presidente afghano Hamid Karzai e il comandante Haqqani; preludio allo scenario post-americano che l’Afghanistan si starebbe preparando ad allestire. Il fatto straordinario che Haqqani – o un suo delegato – possa essere stato accolto dal presidente afghano mostrerebbe come il capo dell’organizzazione legata al doppio filo dei taliban e di al-Qa’ida abbia ormai raggiunto lo status di “interlocutore privilegiato” in previsione del ritiro delle forze della Coalizione .
Pressioni politiche e militari (inserimento nella black-list delle organizzazioni terroristiche e contemporaneo surge) sono state utilizzate, e in effetti pare siano servite, per indurre Haqqani a prendere l’importante e straordinaria decisione di sedersi al tavolo delle trattative; trattative che, inizialmente lontane dai riflettori mediatici e condotte attraverso l’intermediazione di soggetti terzi, si sono finalmente palesate. L’amministrazione Obama, conclusa la seconda revisione della strategia per la soluzione del nodo afghano, ha infine aperto alla possibilità di dialogo anche con i vertici del movimento taliban accettando il riconoscimento “formale” della controparte attraverso l’apertura di un ufficio diplomatico taliban in uno Stato terzo (si era inizialmente parlato della disponibilità turca, ma l’ipotesi al momento più probabile è quella del Qatar); scelta più volte sostenuta e richiesta a Washington dallo stesso Karzai, dagli inglesi e dal Pakistan. Assodato che non esiste soluzione militare al conflitto, la soluzione è stata cercata altrove.
L’America ha dunque rivisto le proprie posizioni riconoscendo la necessità di interloquire con tutti i giocatori in campo; questo dovrebbe portare, come in effetti ci auspichiamo seppur con la convinzione di dover rinunciare a parte dei risultati ottenuti, a tendere una mano verso i vertici del movimento taliban. Un gioco pericoloso di pressioni ed equilibri dai risultati incerti, ma un azzardo tanto opportuno quanto necessario.
La ricerca di interlocutori è stata, e tuttora è, la missione in corso più difficile.
Nessuno degli attori coinvolti nel conflitto vuole mostrare segni di cedimento sul campo di battaglia né tantomeno accettare un risultato inferiore alle aspettative, per gli insorti, e alle opportunità politiche, per i governi che contribuiscono alla missione Isaf/Operation Enduring Freedom. Il surge militare dell’Occidente è servito a dimostrare la forza potenziale ma non a risolvere militarmente il conflitto; surge che ha avuto lo scopo di indurre i gruppi di opposizione a scendere a patti ma che ha al contempo ottenuto l’indesiderato effetto di spingere i radicali a unirsi ancora di più nella lotta contro il nemico esterno a causa del concomitante annuncio di disimpegno militare.
Di fronte all’eventualità di un ritiro delle forze occidentali, al di là di un surge “a scadenza”, le posizioni dei gruppi di opposizione si sono notevolmente rafforzate. Le pressioni dei radicali sui “moderati” (o meglio sarebbe dire “pragmatici”) si sono fatte insistenti, forti di una propaganda in grado di mostrare una realtà edulcorata in cui la resistenza mujaheddin, da sola, è riuscita ancora una volta a sconfiggere un potente “invasore” straniero.
Parlare con i vertici taliban significa rafforzarne la posizione sia di fronte al movimento stesso che nei confronti dell’opinione pubblica; non insistere per un dialogo a due avrebbe significato rinuncia a una soluzione di compromesso e impegno in un conflitto senza fine, non solo militare ma anche politico.
Sebbene un dialogo con la rete di Haqqani sia al momento auspicabile, se non altro per porre fine all’inarrestabile ondata di violenza indiscriminata che caratterizza il modus operandi dell’Hqn, è importante tenere in considerazione e non sottovalutare (o in alternativa accettare le conseguenze politiche di tale scelta) il rischio di adottare scelte che sul lungo periodo possano dimostrarsi controproducenti per il processo di formazione e stabilizzazione dello Stato afghano. L’ipotesi trapelata, ma non confermata, di una possibile spartizione dell’Afghanistan in aree di influenza, oltre a formalizzare uno stato di fatto, porterebbe a ulteriori squilibri e motivi di tensione tanto a livello regionale, con lo stesso Pakistan potenzialmente interessato a questo tipo di soluzione, che locale, con l’accentuarsi del gioco di equilibri instabili a livello etnico. L’inserimento della rete Haqqani nella lista dei movimenti terroristici più pericolosi e le pressioni statunitensi sul governo pakistano per contrastarne la presenza nelle aree ad amministrazione tribale di confine possono essere letti come segnali di una conferma potenziale all’idea di un Afghanistan formalmente unitario (per quanto realmente mai esistito) ma nella pratica diviso in aree di influenza assegnate agli attori regionali (Pakistan) e locali (leader tribali e gruppi di opposizione).

Come potrebbe presentarsi, dunque, il futuro scenario afghano? La realtà è che, comunque vada a finire il tentativo negoziale, nel breve-medio termine la situazione sarà tutt’altro che stabile e confortante. Due sono le ipotesi che potrebbero prospettarsi, una più pericolosa e una più probabile .
Scenario 1 – più pericoloso: disintegrazione del regime di Kabul a causa di una manovra politico-militare dell’opposizione tagika volta a far fallire il tentativo di accordo negoziale con i gruppi taliban-Haqqani e al tempo stesso in grado di imporre l’uscita dalla scena di Karzai nel post-2014; la reazione pashtun non si farebbe attendere precipitando il Paese in una nuova fase di guerra civile. La Nato si troverebbe così di fronte alla delicata questione di dover intervenire o lasciare definitivamente il sud del Paese ai taliban.
Scenario 2 – più probabile: l’apertura ai taliban-Haqqani potrebbe portare alla spartizione “politica” dell’Afghanistan dove a un Sud pashtun, “amico” del Pakistan, si contrapporrebbe un Nord eterogeneo, sostenuto dagli attori regionali antagonisti. L’aspetto economico sarebbe il legante di questo accordo tra le parti che vedrebbe i gruppi di potere dividersi i proventi derivanti dai diritti di passaggio delle pipelines (progetto Tapi), unica ragione di stabilità basata su un compromesso economico. Una divisione che però sarebbe caratterizzata da conflitti locali «di faglia» forieri, sul lungo termine, di conflittualità ben più ampie.
Due, dunque, le possibili strade percorribili (destinate a convergere) per una stabilizzazione dell’Afghanistan contemporaneo. Sul fronte interno la via del dialogo con i taliban (quindi anche con Haqqani) per ottenere una soluzione di compromesso mentre, sul fronte esterno, l’avvio di una politica di coesione tra le parti afghane in contrapposizione alla tendenza degli attori regionali – e non – di allargare le proprie sfere di influenza.
Compito della Nato, nell’ottica di prevenire un ulteriore disastro regionale, dovrà essere quello di agevolare una politica sinceramente afghana e orientata al riconoscimento di fatto dei poteri locali: la contrapposizione centro-periferia in Afghanistan ha come unica possibilità di successo proprio quella di un riconoscimento reciproco.
La probabilità che lo scenario «più pericoloso» possa convergere con quello «più probabile» non è da escludere; la possibilità di un processo irreversibile è dunque sempre più realistica. Ma non tutto è così rigidamente definito. Le future ipotesi di strategie dovranno auspicabilmente essere basate su linee programmatiche modificabili in base al tempo e dei risultati ottenuti a livello diplomatico, politico e militare. Ciò che è fondamentale comprendere, è la necessità di un approccio olistico e flessibile che sostenga in maniera equilibrata gli sforzi a livello politico, economico, sociale e sul piano della sicurezza, senza l’esclusione del dialogo allargato tra le parti in conflitto e la possibilità di reciproche ed equilibrate rinunce.

19 settembre 2011

martedì 13 settembre 2011

13 settembre 2011: Commando suicida a Kabul

di Claudio Bertolotti

Il Kabul Attack Network (KAN), l'unità operativa composta dagli elementi più radicali guidati dall'organizzazione Haqqani, torna a far parlare di sé; lo fa, come sempre, in maniera violenta e spettacolare.
L’attacco che il 13 settembre 2011 ha colpito il cuore nevralgico – e in teoria il più sicuro – della capitale Kabul ha visto un commando suicida taliban lanciarsi contro alcuni importanti obiettivi simbolici, tanto della Repubblica islamica dell’Afghanistan quanto delle forze militari straniere della Nato. Il comando Isaf, l’ambasciata statunitense, il comando della polizia di frontiera e un edificio del servizio di sicurezza afghano – il National Directorate of Security – , posti nel quartiere blindato di Wazir Akbar Khan, sono stati oggetto dell’azione suicida condotta da alcuni "attentatori-Shahid" sostenuti da un gruppo di supporto operativo armato di razzi e armi leggere e medie.
L’azione di contrasto delle forze di sicurezza della Nato, in simbolica collaborazione con le forze di sicurezza afghane, ha richiesto l’intervento di elicotteri da combattimento e ben venti ore per poter dichiarare l'area "bonificata" dalla presenza di ulteriori attaccanti. Le vittime ufficialmente rimaste sul terreno sono ventisette, tra queste undici insorti, undici civili, cinque poliziotti; sei i soldati Isaf feriti.
Per chi conosce Kabul e ha avuto modo di entrare nel quartiere blindato in cui sono ospitati i più importanti edifici governativi, le ambasciate straniere e il comando Isaf, è difficile credere che un gruppo di combattenti taliban sia riuscito a penetrare le fitte maglie di sicurezza che garantiscono – o meglio dovrebbero garantire – l’inacessibilità dell’area.
E invece, a conferma di quanto la situazione sia in costante e inarrestabile deterioramento, ancora una volta i taliban sono riusciti a dimostrare, in un momento in cui l’attenzione e l’allerta dovrebbero essere massimi, quanto la volontà di agire e la capacità di muovere sul moderno campo di battaglia siano le carte vincenti in questo conflitto sempre meno asimmetrico.
La città di Kabul è, almeno nei documenti ufficiali presentati a un’opinione pubblica mondiale sempre più stanca e distratta, sotto la responsabilità delle Afghan National Security Forces insieme ad altre sei province recentemente rientrate nel processo di transizione. E proprio Kabul è l’obiettivo che, modificando il trend evolutivo degli attacchi suicidi in Afghanistan e più di ogni altra provincia passata sotto la responsabilità del governo di Kabul, è stato colpito dall’ultima (solo in termini temporali) ondata di violenza.
Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli attacchi nella capitale in concomitanza con il prorompere della nuova politica adottata dalla nuova generazione di combattenti afghani, i “neo-taliban”. La strategia delle azioni spettacolari è prioritaria per i gruppi di opposizione; il fatto che avvengano in aree dove alta è la concentrazione di forze armate e di polizia, locali come straniere, è sintomatico della volontà totale di colpire i simboli di un potere ritenuto corrotto, debole e sostenuto da una forza militare considerata di occupazione.
Gli attacchi continueranno, focalizzandosi nelle regioni del sud, sud-est e del centro per il prossimo futuro, con un costante aumento nelle regioni orientale e centrale, ma vari indicatori suggeriscono che il fenomeno interesserà anche le altre regioni. Dispersione e incidenza aumenteranno a medio termine o, comunque, rimarranno attestate sulle attuali cifre. È infatti nell’interesse dei gruppi di opposizione allargare la distribuzione spaziale degli attacchi creando una condizione di disorientamento e paura generalizzata tra la popolazione, concentrare l’attenzione dei media e costringere le forze di sicurezza a “diluirsi” sul territorio per ridurne la capacità operativa e poterle meglio colpire.
Ma allargare la cosiddetta area di operazione significa implicitamente aumentare il rischio di coinvolgimento della popolazione afghana. Detto in altri termini, vuol dire accettare il rischio di provocare, in maniera più o meno diretta, vittime innocenti. Il gioco pare proprio che valga la candela, dal momento che è ormai evidente quanto la capacità di azione delle forze di sicurezza (locali e straniere) non sia in grado di contrapporsi efficacemente. In altre parole, è l’azione alla quale non segue la reazione.
Un’azione militare dal marcato retrogusto politico. I taliban discutono oggi al tavolo negoziale - in attesa di un ufficio diplomatico fuori dei confini afghani - del futuro dell’Afghanistan; lo fanno con Karzai, con i rappresentanti della Nato e con quelli degli Stati Uniti. Forse si può intravvedere nel futuro prossimo un’evoluzione in termini positivi del conflitto afghano? Difficile dirlo, quel che è certo è che gli stranieri vogliono andarsene (a parte un “piccolo contingente statunitense di 25.000 uomini che rimarranno a guardia delle basi strategiche – Bagram e Kandahar? –) e i taliban pretendono una fetta del potere che hanno dimostrato di essersi guadagnati sul campo di battaglia. Qualcuno sarà in grado di impedirglielo? No, almeno osservando le statistiche degli attacchi e i dati relativi alla presenza taliban sull’intero territorio afghano.




foto AFP PHOTO Massoud HOSSAINI - Map - BBC news

mercoledì 6 luglio 2011

Afghanistan: La capacità di infiltrazione dei taliban nelle Afghan National Security Forces. Minaccia reale ed effetti indiretti


Articolo completo disponibile sul sito del Centro Militare di Studi Strategici






di Claudio Bertolotti


Il problema
I taliban hanno dimostrato di poter colpire ovunque e chiunque essi vogliano, compresi gli obiettivi sensibili considerati sicuri come infrastrutture governative e basi militari. Al tempo stesso, in maniera estensiva a partire dal 2010, hanno dimostrato una notevole capacità di inserimento dei propri uomini all’interno delle istituzioni statali, nelle forze di sicurezza e, al tempo stesso, di essere in grado di reclutare elementi già facenti parte di quelle organizzazioni per portare a termine azioni suicide «dirette» e «indirette» . Si può parlare senza remore di «cellule dormienti» all’interno delle forze di sicurezza in grado di essere attivate all’occorrenza, e a distanza di tempo dal loro reclutamento; non è un fenomeno nuovo, ma che certamente si è intensificato negli ultimi due anni e che rientra nella strategia – esplicitamente dichiarata nell’annuncio delle offensive di primavera del 2010 e del 2011 – del movimento insurrezionale taliban.
In occasione della visita ufficiale del Ministro della difesa francese a Kabul, il 18 aprile 2011, i taliban sono riusciti a portare a compimento un attacco suicida di alto profilo all’interno del Ministero della Difesa afghano . Questo accadimento, se da un lato indica quanto il sistema di sicurezza governativo sia ancora non adeguato alle reali necessità, evidenzia quanto la capacità di penetrazione e infiltrazione taliban nelle istituzioni sia ormai a un livello tale per cui è possibile parlare di minaccia interna. Tale considerazione vuole porre l’accento non tanto sulle limitate capacità operative delle forze armate locali e straniere, bensì sulle reali potenzialità e capacità dei gruppi di opposizione armata di inserire propri militanti nelle stesse fila dei nemici con compiti di raccolta informazioni e per la condotta di operazioni offensive efficaci e dal forte impatto mediatico.
Nel marzo del 2009 un soldato dell’Afghan National Army ha ucciso due soldati statunitensi e ne ha ferito un terzo. Tra i caduti vi era una donna, un medico militare .
Il 3 novembre dello stesso anno, nel distretto di Nad e-Alì, provincia dell’Helmand, due ufficiali afghani e cinque militari inglesi vengono uccisi a distanza ravvicinata da un poliziotto – Gulbuddin originario di Musa Qala – in servizio da due anni nella polizia nazionale.
Pochi giorni dopo, il 24 novembre, un altro poliziotto uccide sette ufficiali afghani e un soldato inglese; tre giorni prima una simile azione aveva lasciato sul terreno due soldati statunitensi .
Nonostante i ministri dell’Interno e della Difesa abbiano cercato di rassicurare le forze della Coalizione sostenendo la tesi di casi isolati e contestando le accuse di inefficacia nei controlli di sicurezza, alcune testimonianze confermerebbero come alcune delle reclute e dei poliziotti coinvolti in attacchi di questa tipologia fossero riusciti ad arruolarsi presentando documenti falsificati .
Il 2010 è stato un anno caratterizzato dall’aumento nel numero di azioni di questa tipologia, classificabili come «suicide indirette»; il 2011 ha confermato questa tendenza.
Il 18 gennaio 2011 un militare italiano cade sotto il fuoco di un nemico in uniforme dell’esercito afghano, mentre un altro soldato rimane ferito in maniera molto grave. Il fatto è avvenuto all’interno dell’avamposto «Highlander», a dieci chilometri dalla base «Columbus» di Bala Murghab, dove i militari italiani vivono a stretto contatto, in due separate postazioni fortificate, con i soldati afghani con cui condividono il compito di garantire la sicurezza dell’area. Questo è quanto si è saputo dalla stampa nazionale. Poco di più è stato possibile raccogliere dai media internazionali, compresi quelli afghani. Un «terrorista» afghano, è stato detto inizialmente. Ma chi è in realtà l’uomo che ha ucciso distanza ravvicinata il militare italiano? Si tratta di un soldato regolare dell’esercito afghano , arruolato da tre mesi e da poco più di quarantacinque giorni in servizio presso la base avanzata dell’Afghan National Army di Bala Murghab. Il suo nome è Gullab Ali Noor, originario della provincia di Kunduz, distretto di Archì, villaggio di Sufi Zaman.
In questo caso – complici il processo di semplificazione mass-mediatica e ragioni di opportunità politica – chiamare Gullab Alì Noor terrorista significa rischiare di sminuire l’entità della minaccia nel suo complesso; una minaccia caratterizzata da un fenomeno insurrezionale sempre più forte e aggressivo .
Il 16 aprile 2011 un agente di polizia, indicato dagli organi informativi del comando Isaf come «sleeper agent», è riuscito a portare a termine un’azione suicida in una base di Jalalabad provocando la morte di cinque soldati statunitensi, quattro afghani e un interprete civile. Pochi giorni dopo, una simile azione condotta da un poliziotto ha portato alla morte del capo della polizia di Kandahar e di altri ufficiali che erano con lui.
E ancora, il 27 aprile un pilota militare afghano all’interno dell’aeroporto di Kabul ha ucciso otto ufficiali statunitensi e un contractor .

La dimensione del fenomeno
Il tema dell’infiltrazione taliban all’interno delle forze di sicurezza nazionali rappresenta un problema molto serio per le forze della Nato; il movimento insurrezionale ha inserito nella propria agenda politico-militare l’obiettivo di minare la fiducia delle forze militari straniere nei confronti dei militari dell’esercito afghano. Il fatto che la creazione di un efficace e funzionale esercito nazionale sia la conditio sine qua non per l’ottenimento di successi concreti a breve termine nell’ambito della strategia counterinsurgency e per l’avvio della fase di transizione ha indotto i taliban ad impegnarsi a fondo nel tentativo di contrastarne il raggiungimento degli obiettivi operativi a breve-medio termine.
La presenza di cosiddette cellule «dormienti» riconducibili al movimento taliban è un fatto ormai accertato che, seppur limitato nei numeri, ha influito nei rapporti tra forze Nato, incaricate di addestrare i militari locali, ed esercito nazionale. Non tanto a livello istituzionale o di vertice bensì, fattore di maggior pericolo, a livello della base dove istruttori e reclute lavorano a stretto contatto in un ambiente operativo e culturale complesso e spesso poco conosciuto. La semplice minaccia di infiltrazione paventata dalla propaganda taliban è sufficiente a creare tensione tra i due soggetti che lavorano insieme e rappresentano l’uno per l’altro la ragione d’essere. Lo scopo dei taliban è quello di «separare gli uomini della Coalizione dall’esercito afghano attraverso la presenza di cellule dormienti o la semplice minaccia di infiltrazione »; l’instillazione del dubbio, nel rispetto delle moderne operazioni psicologiche (psy-ops) , è il vero successo operativo a cui punta il movimento insurrezionale in questa fase dell’offensiva del 2011.
Che si tratti di effettiva capacità di infiltrazione o più verosimilmente di efficaci psy-ops, le azioni sinora condotte hanno saputo mettere in luce evidenti criticità sul piano della sicurezza; tra queste la reale capacità di identificazione e controllo effettuata presso i check-point di vario livello, la possibilità di falsificare documenti di identità, il rischio di corruzione delle guardie e la relativa disponibilità sul mercato di uniformi militari nazionali e, in alcuni casi, di divise molto simili a quelle della Coalizione utilizzate dagli attaccanti per infiltrarsi all’interno di infrastrutture militari.
Dal marzo 2009 sono stati sedici i casi di azioni dirette da militari/poliziotti afghani contro i militari stranieri e il totale dei soldati uccisi ammonta a trentotto . Non abbastanza per fare statistica ma sufficienti per rendere la situazione particolarmente tesa. Tecnicamente queste azioni vengono definite “green on blue attacks” – secondo il codice di colore assegnato graficamente dalla Coalizione alle unità alleate (verde), amiche (blu) e nemiche (rosso) – senza specificare se le ragioni alla base delle azioni siano di origine insurrezionale o di altra natura. In alcuni casi gli investigatori sono riusciti a determinare che la ragione scatenante delle azioni violente non fosse riconducibile all’appartenenza a un gruppo di opposizione armata bensì a ragioni di natura psicologica, incluso lo “stress da campo di battaglia”, o forme di rancore verso i militari stranieri.
Un’ulteriore motivo di preoccupazione per le forze di sicurezza internazionali è rappresentato dai potenziali «collaboratori» dei taliban che sarebbero presenti all’interno dell’esercito e della polizia con il fine di fornire informazioni utili per la pianificazione e la condotta di attacchi. Noor Al-Haq Olumi, ex generale dell’esercito e membro del parlamento afghano, ha pubblicamente denunciato la capacità di penetrazione del «nemico all’interno dello Stato. [I taliban] sono ovunque, dalle istituzioni ai villaggi; si sono infiltrati nell’esercito e nella polizia, muovendosi al loro interno per anni e guadagnandosi la fiducia dei colleghi così da poter colpire in qualunque momento essi vogliano. Questo sarà l’anno peggiore rispetto a quelli passati » ed episodi come quelli riportati saranno sempre più frequenti ed efficaci tanto dal punto di vista tattico – i risultati effettivamente ottenuti sul campo di battaglia – che su quello psicologico – la sfiducia e la diffidenza dei militari stranieri nei confronti delle forze di sicurezza afghane –, andando così a minare uno dei pilastri fondamentali della dottrina contro-insurrezionale avviata dagli Stati Uniti: la costituzione di un efficiente e adeguato esercito e di una polizia nazionale in grado di guadagnare la fiducia della popolazione civile e garantire la sicurezza interna ed esterna del Paese.
La situazione è in effetti preoccupante, ben più di quanto i media o i comunicati istituzionali non dicano o lascino intendere, ma non drammatica.
È importante però evidenziare quanto, a fronte di un fenomeno in via di espansione, le contromisure adottate non siano completamente efficaci. Sebbene molti dei cosiddetti «collaboratori» siano già presenti e ben inseriti nelle strutture e nelle organizzazioni afghane, ciò che sinora è mancato sono gli strumenti di controllo adeguati, personale specializzato e capacità counter-intelligence .
Se il problema delle forze di sicurezza afghane può trovare una concausa nella limitata capacità tecnica delle forze della missione Isaf e nel numero non sufficiente di istruttori, è però vero che le procedure di reclutamento non sono adeguate all’effettivo rischio di infiltrazione. La somma di questi fattori potrebbe spiegare perché a distanza di dieci anni dall’inizio della missione internazionale Isaf, e a poco tempo dalla fine del 2014 – momento in cui le forze di sicurezza afghane dovrebbero prendere il controllo del paese –, esercito e polizia siano solamente in minima parte in grado di poter operare autonomamente nel contrasto dell’espansione taliban.
A causa dei tempi ristretti imposti dalla politica interna dei singoli Stati partecipanti alla missione Isaf, si è proceduto a una riorganizzazione e a una ristrutturazione delle forze di sicurezza afghane insistendo su un reclutamento di tipo quantitativo, tralasciando l’aspetto ben più importante, ossia la qualità delle reclute e degli istruttori. Il principio della quantità a scapito della qualità è la causa prima del relativo fallimento nella costituzione di un efficace strumento militare. E proprio questo fallimentare processo di reclutamento ha portato all’assenza delle necessarie misure di controllo nei confronti di reclute che sempre più spesso hanno trascorsi «insurrezionali» o legami più o meno diretti con i gruppi di opposizione . Il passaggio di responsabilità previsto per il 2014 richiede l’arruolamento di 141.000 nuove reclute in tempi brevissimi, ma è difficile pensare che le forze di sicurezza afghane possano raddoppiare il proprio organico attuale senza correre il rischio di aprire le porte a soggetti ostili: i taliban non indugeranno nel tentativo di infiltrare propri uomini – informatori e attentatori suicidi – tra le fila dell’esercito e della polizia .
E se le forze di sicurezza afghane, in particolar modo la polizia, presentano i chiari sintomi di un processo di deterioramento dall’interno, parimenti si può dire del sistema carcerario. Il più eclatante avvenimento che può confermare l’esistenza di «collaboratori interni» è quello relativo alla fuga di 474 taliban dal carcere di Kandahar, il 25 aprile 2011, senza che dall’interno del carcere potesse trapelare alcun segnale di quanto stesse accadendo; una fuga collettiva che ha richiesto più di quattro ore affinché i detenuti potessero calarsi nel tunnel lungo 360 metri la cui costruzione aveva richiesto quasi cinque mesi di lavoro ininterrotto. Una conferma al fondamentale ruolo di collaboratori interni è stato l’immediato arresto del comandante del carcere e di numerosi suoi dipendenti di alto, medio e basso livello. Ciò che si palesa è l’ampiezza del fenomeno e la sua capacità di coinvolgere e penetrare tutti i livelli istituzionali.
«Ci sono uomini in uniforme sul libro-paga del taliban», afferma un ufficiale del sistema penitenziario afghano di Kandahar ; i «collaboratori» all’interno del sistema carcerario consentono ad alcuni comandanti taliban di medio e alto livello di avere contatti con l’esterno, svolgendo la funzione di “portalettere” o garantendo connessioni internet attraverso apparati dotati di tecnologia wireless. Sempre più numerosi sono i casi, riportati più dalla stampa internazionale che da quella locale, di collaborazione tra rappresentanti istituzionali e gruppi di opposizione .Insomma i taliban riescono a dominare il campo di battaglia e a organizzare azioni e attacchi anche dopo essere stati arrestati, spesso sfruttando legami famigliari o il diffuso malcontento e il risentimento nei confronti dei militari stranieri .

Le Contromisure
Di fronte alla sempre più incalzante minaccia di infiltrazione, mentre il comando Isaf ha precisato che «il fenomeno non è quantitativamente significativo », il generale Zahir Azimi – portavoce del Ministero della Difesa afghano – ha dichiarato che una «revisione dei meccanismo di reclutamento e selezione è stata avviata nel 2011 ». Una parziale ammissione di colpa dunque. È infatti evidente quanto le procedure di sicurezza fossero, e tuttora siano, puramente teoriche e quanto la carenza di adeguati strumenti di controllo sia all’origine del reclutamento di soggetti inaffidabili o non idonei.
Per poter entrare a far parte delle forze di sicurezza nazionali una nuova recluta deve aver compiuto diciotto anni, non avere precedenti criminali e non deve essere consumatore abituale di droghe. Inoltre è richiesto che abbia uno “sponsor” o la lettera di un tutore, una sorta garanzia da parte di un rappresentante istituzionale (capo-distretto, ufficiale di polizia, funzionario pubblico, ecc..) se originario di un’area urbana, o del capo della comunità o di un rappresentante anziano nel caso in cui provenga da un piccolo villaggio. In pratica però tutte le reclute – e dunque anche i gruppi di opposizione armata – sanno che il Ministero dell’Interno non è in grado di procedere a un controllo approfondito di quanto dichiarato da ogni singolo aspirante; le maglie dell’organismo di controllo sono molto larghe e il rischio di infiltrazione rimane elevato.
A partire dal 2010 le forze della Nato hanno iniziato a intensificare le procedure di sicurezza adottando un processo di verifica individuale strutturato su otto punti:

1. Possesso di un documento di identità ufficiale;
2. Controllo dei precedenti penali;
3. Test antidroga;
4. Due lettere di presentazione/raccomandazione;
5. Raccolta dei dati biometrici;
6. Scansione dell’iride;
7. Scansione delle impronte digitali;
8. Comparazione delle impronte digitali con quelle raccolte su improvised explosive devices/armi utilizzati in attacchi e registrate su database Isaf/Nato.


Si tratta di un maggiore controllo per quanto concerne i nuovi processi di reclutamento ma che al momento non ha incluso i 159.000 militari e i 125.000 poliziotti già effettivi nelle forze armate afghane.
Un ulteriore limite delle forze di sicurezza governative è rappresentato dall’assenza di una reale capacità counter-intelligence (CI) per il controllo approfondito delle reclute; al momento attuale è praticamente impossibile identificare potenziali informatori, agenti, «doppio e triplo giochisti» in grado di collaborare con i taliban o agenzie intelligence straniere.
A seguito dell’aumento del fenomeno, a partire dal 2010 la Coalizione si è resa conto della necessità di adottare contromisure più efficaci: è stato così avviato un piano per addestrare operatori counter-intelligence afghani; ma solamente a partire dal 2011 la Nato ha dato il via alla costituzione di una struttura in grado di fornire «capacità CI» alle forze di sicurezza governative al fine di identificare e neutralizzare eventuali informatori taliban e agenti infiltrati. Stando alle dichiarazione di Isaf, al momento sono attivi sul campo duecentoventidue operatori, numero che dovrebbe raddoppiare entro la fine dell’anno .
Al momento però non si può ancora parlare di efficacia delle contromisure adottate e la limitata capacità di reazione che caratterizza al momento la Nato e le forze afghane indurrà i taliban a insistere nella strategia dell’infiltrazione. È dunque verosimile che nel 2011 il numero di azioni violente che vedranno coinvolti soldati e poliziotti afghani tenderà ad aumentare, così come dichiarato dagli stessi taliban nell’annuncio dell’offensiva di primavera «Operazione Badar».
La tecnica dell’infiltrazione e degli attacchi dall’interno punta a minare un aspetto cruciale dello sforzo della Coalizione in Afghanistan: la missione di addestramento e istruzione portata faticosamente avanti dagli Operational Mentoring and Liaison Teams (Omlt) si basa sul principio di reciproca fiducia tra istruttori stranieri e soldati afghani; quando la fiducia degli istruttori verso le reclute viene meno, la disistima e il risentimento possono emergere portando la missione verso un risultato fallimentare.
In questo senso i taliban hanno ipotecato un altro grande successo sul campo di battaglia attraverso un’azione tattica a sostegno di un’efficace operazione psicologica.

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