Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

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martedì 3 aprile 2012

Bagram e Guantanamo: il ruolo delle carceri nello sviluppo del processo politico e negoziale

di Claudio Bertolotti

Non pare essere la sostanza a incidere sulle relazioni tra i due attori ufficiali, Stati Uniti e governo afghano, bensì la forma. Il ruolo delle carceri afghane rientra in questo instabile equilibrio dei rapporti formali.
Gli sforzi sinora fatti per avviare un accettabile processo di pace hanno subito un ulteriore rallentamento a causa della richiesta da parte dell’“Emirato islamico dell’Afghanistan” di trasferire cinque comandanti taliban di alto livello dal carcere sui generis di Guantanamo al Qatar, il luogo in cui i taliban hanno avviato una prima fase negoziale grazie all’apertura del loro ufficio diplomatico. Un «non problema» nella sostanza, sebbene a livello formale ciò possa portare a una discussione ideologica e di opportunità basata sugli effetti di tale politica.
A ben vedere, a fronte di nessun vantaggio derivante dalla reclusione di determinati soggetti nel carcere extraterritoriale degli Stati Uniti, una concessione ai taliban in questo senso potrebbe invece avere effetti positivi sull’avvio della fase di disimpegno militare; una considerazione che i taliban pare abbiano fatto con cognizione di causa. A questo punto, un ritardo sì, ma pur sempre un ritardo funzionale all’obiettivo che entrambi gli attori del conflitto afghano si sono prefissati.
Lo stesso presidente Obama ha avuto modo di illustrare ai membri del Congresso i dettagli del trasferimento prima di prendere la decisione definitiva, così come da protocollo.
Nel frattempo, una delegazione afghana (quella del legittimo governo) è partita alla volta di Guantanamo Bay per incontrare i cinque detenuti eccellenti e per formalizzare la partecipazione a un processo politico che tende a coinvolgere il governo di Kabul – al di là dell’ars mediatica che insiste sul processo “a guida afghana” – in maniera pericolosamente indiretta, quando non marginale. Un pericolo che potrebbe portare – questo è l’intento dei vertici insurrezionali – all’esclusione de facto dell’attuale governo dall’accordo tra le parti forti del conflitto: Stati Uniti e taliban.
In tale contesto il trasferimento dei mujaheddin detenuti (recepito come simbolico dagli Stati Uniti, ma iniziale ed esplorativo dai taliban che rafforzano così la propria volontà di procedere lungo il binario del rilancio azzardato ma vincente) da Guantanamo al Qatar diviene l’occasione per valutare i progressi ottenuti sul tavolo negoziale, in parallelo a quanto avviene su un campo di battaglia sempre più fluido e sfumato. Una scelta volta a indurre i taliban ad accettare un concreto avvio della fase negoziale in previsione della riduzione dello sforzo militare straniero a partire dal 2014 e che rappresenta una delle auspicabili, quanto necessarie, misure volte a sostenere il rapporto dialogico tra le parti e, almeno nelle intenzioni, a mettere fine a un conflitto che l’evidenza ha dimostrato essere altrimenti senza fine. Un processo di pace che si presenta non privo di pericoli, per il presidente statunitense impegnato a tempo pieno nella campagna elettorale domestica, così come il presidente afghano sempre meno politicamente credibile e dal sempre più ridotto consenso nazionale.
L’accordo per la Strategic Partnership, che formalizzerebbe una presenza statunitense oltre il 2014, dipende dunque da come verranno avviati i primi passi di questo processo negoziale e il trasferimento di responsabilità dall’esercito degli Stati Uniti alla polizia afghana del carcere di Bagram è il primo degli obiettivi nell’elenco delle priorità. E proprio per questo il trasferimento avverrà, sulla base di un primo accordo siglato nel mese di marzo dal generale statunitense John J. Allen e il ministro della difesa afghano Abdul Rahim Wardak, entro sei mesi.
Quella che appare come un’equilibrata una soluzione di compromesso – poiché in grado di salvare le apparenze consentendo Washington di ufficializzare la fase «trasferimento di responsabilità» e, al contempo, a Kabul di presentarsi come autonoma sul piano delle capacità gestionale e decisionale – pone in realtà gli Stati Uniti in posizione di vantaggio poiché consentirebbe ai “consiglieri” militari statunitensi di disporre del diritto di veto sul rilascio dei detenuti afghani; un controsenso formale ma opportuno e “reciprocamente” accettato nonostante i due eventi che hanno fortemente scosso l’opinione pubblica afghana e provocato violente manifestazioni di massa contro la presenza militare straniera: il caso delle copie del corano bruciate e l’uccisione di sedici civili inermi da parte del marine americano. I recenti sviluppi, per quanto ufficialmente orientati a tamponare una situazione difficilmente sostenibile, puntano ora verso un accordo – come precondizione necessaria all’accordo di partnership strategica – volto ad accelerare il passaggio di responsabilità di altre strutture di reclusione gestite dal governo statunitense e a ridimensionare i cosiddetti, e detestati dalla popolazione afghana, night raids. Il prossimo passo si sposta ora sul piano temporale, poiché all’amministrazione Obama urge concludere l’accordo strategico con Kabul prima del summit della Nato di Chicago in calendario per il prossimo maggio.

(articolo pubblicato su Osservatorio Iraq)

martedì 24 gennaio 2012

Diplomazia e propaganda strategica tra presente e passato



Gli Stati Uniti, in fase di avvio della campagna elettorale per le elezioni presidenziali, procedono alla revisione della politica strategica per l’area asiatica guardando oltre ai conflitti ereditati dalla precedente amministrazione. Nel lessico politico statunitense, le guerre di Iraq e Afghanistan sono ormai – paradossalmente e progressivamente – presentate come “vittorie” a un’opinione pubblica sempre più distratta da una cronica crisi economica per quanto, nella sostanza, la realtà dei fatti sia ben altra cosa. Ma un cambio di rotta significativo è avvenuto. La nuova strategia di Washington ha identificato nell’India un partner a lungo termine nella politica economica e di sicurezza dell’area dell’Oceano Indiano e, più implicitamente, in funzione di contenimento anti-cinese; dunque spalle voltate all’instabile e poco presentabile Pakistan.
Al contempo, anche i taliban si interessano agli sviluppi di politica interna e relazioni internazionali – e come dar loro torto dal momento che un riconoscimento semi-formale è ormai giunto con la prossima apertura di un ufficio diplomatico in Qatar? E infatti i taliban non hanno perso tempo giungendo a dichiarare – anche loro analogamente a Washington – formale vittoria.
L’Emirato Islamico dell’Afghanistan, dichiarano i taliban, ha dimostrato al mondo intero di essere uno Stato funzionale ed efficace, tanto sul piano politico quanto su quello militare. E proprio questa capacità obbliga a non accettare imposizioni provenienti dall’esterno, da potenze che, dopo una guerra più che decennale, hanno dovuto cambiare politica strategica ammettendo l’impossibilità di poter assoggettare gli afghani. Ciò che emerge chiaramente dalle parole dei taliban – che si definiscono non fenomeno tribale ma movimento ideologico e nazionale in grado di imporre e gestire un processo politico definito e pragmatico – è l’orgoglio di una cultura indipendente, poco propensa a soluzioni imposte e ben decisa ad affrontare il problema anche a costo di pesanti sacrifici pur di giungere a soluzioni di compromesso che apriranno la strada, con molta probabilità, ad altre rivendicazioni e pretese.
Nel frattempo torna a far parlare di sé anche un altro attore storico delle passate e presenti battaglie afghane, Gulbuddin Hekmatyar, il quale, in una non troppo inverosimile analisi della situazione, sentenzia il fallimento della guerra statunitense in Afghanistan e l’illegittimità della Strategic Partnership Stati Uniti-Afghanistan.Insomma, la propaganda dell’una e dell’altra parte di contrappongono rivolgendosi alle rispettive opinioni pubbliche, evitando accuratamente di contendersi l’attenzione degli stessi soggetti. Per i due attori protagonisti è ormai giunta l’ora di far quadrare i conti al fine di avviare, ognuno sul proprio binario, l’opportuna e temporanea exit strategy per quanto, nella sostanza, gli Stati Uniti rimarranno su suolo afghano ancora per molti anni mentre i taliban non cesseranno la loro lotta per il potere. Nella più rosea delle ipotesi all’orizzonte si prospetta dunque l’agognato cessate il fuoco, ma ancora una volta solamente momentaneo. In fondo è sufficiente guardare indietro, tra le pagine del “Great Game” di Hopkirk, per provare a immaginare il probabile futuro scenario.




di Claudio Bertolotti


mercoledì 16 novembre 2011

Af-Pak report: Jirga dei disaccordi e strategic partnership

di Claudio Bertolotti

Il futuro impegno occidentale in Afghanistan è stato discusso a Bruxelles in un incontro volto a definire un impegno, ormai è chiaro, a lungo termine; un colloquio tra i ministri degli esteri, quello concluso il 14 novembre, che prepara ad altri importanti appuntamenti, dalla conferenza di Bonn in calendario per il prossimo 5 dicembre, alla Loya Jirga di Kabul, alla discussa strategic partnership volta a definire una presenza militare permanente sul suolo afghano.

L’impegno militare statunitense post-2014 in Afghanistan dovrebbe essere limitato – stando alle recenti dichiarazione di John Allen, comandante in capo delle truppe sul terreno – ad “assetti” intelligence, forze per operazioni speciali e istruttori militari per le forze di sicurezza afghane. Una presenza che richiede però l’approvazione del governo afghano a cui è stato scelto di affiancare pro forma la tradizionale Loya Jirga, l’assemblea dei notabili afghani.
Ma proprio la Jirga ha attirato su di sé più di una voce critica, la più autorevole delle quali è quella di Abdullah (leader dell’opposizione parlamentare a Karzai), il quale ha sostenuto – formalmente a ragione – che si tratta di una realtà incostituzionale e in contrapposizione al parlamento afghano, l’unico soggetto legittimato a esprimersi sull’ipotesi di strategic parthnership con Washington.
Ma, se sul piano politico-diplomatico la Jirga ha ricevuto comunque una legittimazione de facto – non potendo vantare quella de jure –, ben altri problemi, per lo più legati alla sicurezza, inquietano gli animi: i taliban, riuscendo a impossessarsi dei piani di sicurezza segreti della Loya Jirga – tempestivamente messi online sul sito web dell’Emirato islamico dell’Afghanistan –, hanno dimostrato, ancora una volta, di poter penetrare le stesse istituzioni afghane. Una situazione critica che mette in evidenza quanto una possibile soluzione del conflitto sia ancora molto lontana.
Nell’attesa di sapere quante truppe verranno effettivamente ritirate entro il 2014, l’amministrazione statunitense prosegue sul binario della «strategic partnership» con Kabul. Ma se indefinito è il numero di soldati che lasceranno l’Afghanistan nel breve-medio termine, ancora più incerto è il numero di quelli che vi resteranno dopo il passaggio di responsabilità. Washington ufficialmente non ha confermato, ma i meccanismi diplomatici e gli equilibri politici spingono verso una comune meta: basi permanenti e presenza prolungata – per quanto ridimensionata nei ruoli e nei numeri. Una presenza militare “importante” in quella che è considerata – e a buon diritto è – una delle aree strategiche più importanti, il Grande Medio Oriente. Anche la Nato rimarrà in Afghanistan ben oltre il 2014, principalmente – ma non esclusivamente – con un ruolo di «addestratore-mentore» per le forze afghane. Ma se la presenza militare a lungo termine viene presentata all’opinione pubblica come prova del sostegno alla sicurezza, per i gruppi di opposizione armata tale opzione è semplicemente inaccettabile poiché il ritiro delle truppe straniere rappresenta il primo dei requisiti essenziali per un possibile “dialogo per il compromesso”.
Ne deriva che l’Afghanistan post-2014 non sarà meno violento di quello attuale e la presenza militare ne caratterizzerà ancora per molto tempo le dinamiche. Bagram, vecchia base aerea costruita dai sovietici, ospita oggi 30.000 soldati; solamente nel mese di giugno 2011 sono stati avviati lavori di ampliamento per ulteriori 1200 uomini; cinque milioni di dollari sono stati spesi per la creazione di una nuova area di accesso e altri progetti infrastrutturali sono previsti nel breve periodo. Tutto, proprio tutto, lascia intendere che non sarà un disimpegno di massa.
Almeno cinque sono le basi in grado di ospitare – nell’Afghanistan post-2014 – i rimanenti contingenti militari; queste strutture, al confine con Pakistan, Cina, Iran, Asia centrale e con il Golfo Persico a portata di mano, si trovano al centro di una delle più strategiche aree del mondo. Un’ipotesi di presenza a lungo termine che preoccupa più di un attore interessato all’Afghanistan, anche oltre lo spazio regionale.
Kabul si trova così impegnata in un delicato gioco delle parti dove, se da un lato grava l’eccessiva dipendenza dagli Stati Uniti, dall’altro, il ruolo rivestito da Washington rappresenta un’importante ed essenziale deterrenza all’intromissione di altri soggetti regionali. Ma la stabilità è un’altra cosa e la possibilità di ottenerla ancora molto remota. Tre sono le questioni aperte; la prima è relativa alla modalità con cui gli Stati Uniti decideranno di equipaggiare la forza armata aerea afghana, e i relativi rischi di “destabilizzazione regionale”. La seconda è rappresentata invece dalla possibilità che il territorio afghano possa essere utilizzato per condurre azioni militari contro Stati terzi dopo il 2014. Infine, la terza questione, si colloca sul piano legale: a quale titolo le truppe statunitensi potranno rimanere in Afghanistan? Al momento nulla è definito ma la posizione di Kabul – per quanto debole e non in grado di imporre una propria linea di condotta – ha negato la “totale libertà di manovra” di truppe straniere su suolo afghano.
Insomma, questioni aperte che potrebbero incoraggiare i gruppi di opposizione armata, taliban in testa, a inasprire il conflitto nella convinzione che l’Occidente sia intenzionato a rimanere in Afghanistan a tempo indeterminato.