ROMA – C. BERTOLOTTI: “Da un lato abbiamo i Talebani, dall’altro lo Stato Islamico
(Is) nella sua variante sul continente indiano, in particolar modo in
Afghanistan e Pakistan, che sta dimostrando una forza e una capacità
organizzativa sempre crescenti. Questo ha portato a un maggior numero di
incidenti, di attacchi e morti. E ha portato lo stato afghano a non
poter più gestire il livello di conflittualità del Paese e dover
dipendere sempre più dalle forze statunitensi, come già accaduto in
passato”. Così Claudio Bertolotti, analista strategico per Itstime
(Italian Team for Security, Terroristic Issues and Managing
Emergencies), già capo sezione di contro-intelligence della Nato in
Afghanistan dal 2005 al 2008, descrive all’agenzia DIRE la situazione
nel Paese all’indomani della notizia di un nuovo invio di militari statunitensi
– circa 5mila – nella guerra in Afghanistan. La decisione rientra in
“una strategia adottata da Trump e finalizzata a contenere e contrastare
lo sviluppo di ulteriori fenomeni insurrezionali” dice Bertolotti, che
ha parlato a margine di una conferenza su islamismo e terrorismo
organizzata ieri alla Camera.
Di “strategia” si tratterebbe, dunque, anche se quella guerra è da considerarsi già “persa”, aveva detto lo stesso analista, già alcuni giorni fa, in un’intervista al sito d’informazione ‘Lookout News'... (VAI ALL'INTERVISTA COMPLETA)
"Afghanistan: Sguardi e analisi" è un blog d'informazione indipendente sull'evoluzione della guerra e dei conflitti in Afghanistan e sulle ripercussioni di questi sulle dinamiche politiche e sociali locali e internazionali. L'analisi avviene attraverso il monitoraggio costante degli eventi e delle comunicazioni delle parti in conflitto attraverso il web.
Afghanistan Sguardi e Analisi
"Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.
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domenica 25 giugno 2017
Intervista a C. Bertolotti. Afghanistan, i talebani vogliono negoziare: "inutile escluderli"
(Agenzia DIRE); Camera dei Deputati, ROMA – C. Bertolotti: "L’Afghanistan non e’ in grado di camminare con le proprie gambe,
si trova quindi in una fase di grande pericolo per il futuro dei suoi
abitanti e delle sue istituzioni. E i Talebani si stanno dimostrando
favorevoli a sedersi al tavolo negoziale con Kabul, per avere la loro
parte nella gestione del Paese. Lo ha spiegato all’agenzia Dire Claudio
Bertolotti, analista strategico per Itstime (Italian Team for Security,
Terroristic Issues & Managing Emergencies), gia’ capo sezione di
contro-intelligence della Nato in Afghanistan dal 2005 al 2008.
Per Bertolotti, dopo 16 anni di guerra, la questione deve “essere risolta tra afghani”. I talebani, spiega, “stanno conquistando sempre di più il terreno, hanno il controllo di circa il 40 per cento del territorio,
questo non significa che il restante 60 per cento sia sotto il
controllo delle forze governative, tutt’altro. I talebani hanno dato una
disponibilita’ a sedersi al tavolo delle trattative, bisognera’ vedere
quanto saranno in grado di concedere, quanto saranno disposti a dare
alle forze di sicurezza internazionali e al governo afghano, in cambio
di una spartizione del potere”.
Impensabile per l’analista non prevedere nella gestione dello Stato anche i miliziani, anche perché “al momento non e’ in mano al legittimo governo“ (VAI ALL'INTERVISTA COMPLETA)
sabato 3 giugno 2017
Afghanistan: cambiano i tempi, non cambia il paese
L'#Afghanistan è la guerra persa in cui stiamo affondando.
Quella afghana è una guerra che vede impegnata la NATO da oltre 16 anni ed è costata più di 115 miliardi di dollari. E il risultato non è incoraggiante, con un paese in uno stato di guerra cronico che è caratterizzato da limiti strutturali di governabilità derivanti da una diarchia di potere, dove il fronte insurrezionale controlla il 45% del territorio (ma il governo non è in grado di controllare il restante 55%) e dove i civili uccisi e feriti nel 2016 rappresentano il più elevato numero di sempre: 11.418.
E’ un Paese dove ancora le forze di sicurezza non sono in grado di contrastare il fenomeno insurrezionale, nonostante i 68 miliardi di dollari spesi solo dagli Stati Uniti per l’assistenza all’esercito e alla polizia afghani, con l’economia dell’oppio che continua a essere l’unica in crescita, insieme alla corruzione, tra le più elevate al mondo, e l’incontrollata gestione dei fondi internazionali. Questa è la situazione in cui si trova oggi l’Afghanistan.
In Afghanistan cambiano i tempi, non cambia il paese, ma peggiora la situazione per i civili.
Quella afghana è una guerra che vede impegnata la NATO da oltre 16 anni ed è costata più di 115 miliardi di dollari. E il risultato non è incoraggiante, con un paese in uno stato di guerra cronico che è caratterizzato da limiti strutturali di governabilità derivanti da una diarchia di potere, dove il fronte insurrezionale controlla il 45% del territorio (ma il governo non è in grado di controllare il restante 55%) e dove i civili uccisi e feriti nel 2016 rappresentano il più elevato numero di sempre: 11.418.
E’ un Paese dove ancora le forze di sicurezza non sono in grado di contrastare il fenomeno insurrezionale, nonostante i 68 miliardi di dollari spesi solo dagli Stati Uniti per l’assistenza all’esercito e alla polizia afghani, con l’economia dell’oppio che continua a essere l’unica in crescita, insieme alla corruzione, tra le più elevate al mondo, e l’incontrollata gestione dei fondi internazionali. Questa è la situazione in cui si trova oggi l’Afghanistan.
In Afghanistan cambiano i tempi, non cambia il paese, ma peggiora la situazione per i civili.
Afghanistan: 90 morti e 400 feriti- Intervista a Radio Cusano campus
Afghanistan: 90 morti e 400 feriti nel cuore di Kabul. Quale la
situazione? L'ISIS conquista terreno e alza la posta in gioco, i
talebani rispondono conquistando ampie aree del paese, gli Usa aumentano
le proprie truppe sul terreno e chiedono alla Nato (e dunque
all'Italia) di fare altrettanto, riprendono le azioni di combattimento
delle truppe internazionali mentre l'esercito afghano, colpito da forti
perdite e diserzioni, viene sconfitto sul campo. Una guerra persa, ma
che peggiora sempre più. Ne ho parlato su Radio Cusano Campus con Daniel Moretti. Stay Tuned!
http://www.tag24.it/podcast/claudio-bertolotti-attentato-kabul-situazione-afghanistan/
http://www.tag24.it/podcast/claudio-bertolotti-attentato-kabul-situazione-afghanistan/
venerdì 10 febbraio 2017
Afghanistan: cosa accede? (Intervista a Rai Radio1 - Voci del Mattino)
Per l'Afghanistan serve soluzione politica e di compromesso. #Talebani imbattuti: a loro un ruolo politico.
La mia intervista a Voci del Mattino.
Podcast e punto sull'Afghanistan dopo la pubblicazione ieri del
rapporto delle Nazioni Unite. 3,498 vittime civili e 7,920 feriti nel
2016, aumento del 3% rispetto al 2015.
I talebani otterranno un ruolo riconosciuto. L'alternativa all'inclusione dei talebani, è la prosecuzione delle conflittualità, l'espansione di un crescente Stato islamico nella regione e l'accentuarsi di una guerra settaria sciiti-sunniti che è estranea all'Afghanistan: insomma da guerra locale, quale è oggi, a guerra globale, così come la vorrebbe lo Stato islamico. (SCARICA IL PODCAST)
I talebani otterranno un ruolo riconosciuto. L'alternativa all'inclusione dei talebani, è la prosecuzione delle conflittualità, l'espansione di un crescente Stato islamico nella regione e l'accentuarsi di una guerra settaria sciiti-sunniti che è estranea all'Afghanistan: insomma da guerra locale, quale è oggi, a guerra globale, così come la vorrebbe lo Stato islamico. (SCARICA IL PODCAST)
L'Afghanistan ai tempi di Trump (L'INDRO)
di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1
IL DOSSIER AFGHANISTAN. Intervista a Claudio Bertolotti
Il dossier #Afghanistan: intervista di Federica Fanuli dell'Institute for Global Studies per @AfricaMediOriente
"Una possibile via di uscita per il paese è il coinvolgimento dei
Talebani nella governance, l’accesso alle risorse del paese e un
sostanziale riconoscimento sul piano del diritto di ciò che i Talebani
hanno di fatto conquistato".
"Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ricevuto in eredità
dall’amministrazione Obama una situazione afghana molto seria. Ne
abbiamo parlato con Claudio Bertolotti, Analista strategico di ITSTIME
(Italian Team for Security, Terroristic Issues & Managing
Emergencies) e Associate Researcher ISPI, il quale ha definito
“dinamico” lo stallo in Afghanistan, perché se l’Afghanistan è fermo sul
piano operativo e politico, non lo è certo dal punto di vista della
narrativa.
Qual è dunque l’attuale situazione politica in Afghanistan?
Secondo un report non recentissimo, i Talebani deterrebbero il
controllo di circa il 30% dell’Afghanistan. Secondo un report molto più
recente, pubblicato appena la settimana scorsa dal Washington Post, tale
percentuale oggi si aggira attorno al 45%.. (vai all'articolo su "Africa Medioriente").
martedì 24 gennaio 2017
Intervista Radio Radicale. Bertolotti: Vi racconto l'Afghanistan
Fra 10.000 e 15.000 militanti di varia estrazione sono concentrati nel
nord dell’Afghanistan, alla frontiera con il Tagikistan. Intervistato
dalla tv afghana, il ministro dell’Interno del Tagikistan ha confermato
che “l’attuale situazione in Afghanistan è complicata”, e ha riferito
della presenza alla frontiera afghano-tagika di militanti dei talebani
afghani, del movimento islamico dell’Uzbkistan e del Jamaat Ansarullah
tagiko. Claudio Bertolotti (Analista strategico, ricercatore per ITSTIME e ISPI) illustra a RadioRadicale la situazione nel Paese. (vai al file audio)
lunedì 2 gennaio 2017
Gli jihadisti dall'AF-PAK alla Siria (CeMiSS OSS 5/2016)
di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1
Situazione dello Stato islamico in Afghanistan
I gruppi di opposizione armata afgani affiliati allo Stato islamico (IS) nel corso degli ultimi 18 mesi hanno tentato di consolidare le proprie basi in cinque province del paese, ma hanno ottenuto risultati a loro favorevoli solamente in una di queste, Nangarhar, dove il gruppo dello ‘Stato islamico della provincia di Khorasan’ (Islamic State Khorasan Province - IS-Khorasan) – affiliato allo ‘Stato Islamico di Iraq e Siria’ – si è imposto, trovando un terreno fertile per la propria propaganda e le attività operative, a causa delle conflittualità e delle divisioni dei gruppi insurrezionali, delle divergenze tra i ‘signori’ locali nonché del generalizzato consenso della popolazione verso interpretazioni jihadiste di orientamento salafita.
L’IS- Khorasan è però una realtà più teorica che sostanziale, composta principalmente da talebani afghani e pachistani del Teherik-e Taliban-e Pakistan (stimati al 70 percento), di esclusi o fuoriusciti dal movimento talebano (comunque un numero marginale), o elementi molto giovani che si sono uniti all’Islamic Movement of Uzbekistan (IMU, inserito nell’elenco statunitense dei gruppi terroristi) poi passato al fianco dello Stato islamico. Nella sostanza si tratta di una presenza limitata alle aree periferiche nord-orientali dell’Afghanistan in prossimità del confine pachistano.
Il totale dei combattenti dello Stato islamico in Afghanistan è stimato tra le 1.000 e le 3.000 unità; una stima approssimativa resa ancora più incerta dalle continue attività di contrasto condotte, da un lato, dai talebani afgani e, dall’altro, dalle forze statunitensi: il numero si sarebbe così significativamente ridotto a partire da marzo 2016, attestandosi su un totale di circa 2.500 combattenti. I talebani e i gruppi di opposizione armata a essi affiliati sarebbero invece circa 35-50.000.
Da 18 mesi i due principali gruppi d’opposizione armata – talebani e militanti dello Stato islamico – si sono confrontati duramente per il controllo del territorio, sia sul piano militare sia attraverso la propaganda e la narrativa.
Comunque, sebbene lo Stato islamico abbia condotto operazioni di alto profilo ed elaborato una propria narrativa basata sul jihad ‘globale’ – scontro sunniti/sciiti e Islam contro non-Islam – ha nella sostanza fallito nel tentativo di coinvolgimento dei gruppi jihadisti locali, nonostante sia il processo di frammentazione del movimento talebano conseguente a un cambio di leadership non condiviso e sia le dinamiche interne successive alla scomparsa dello storico leader mullah Mohammad Omar nel 2013 (ma resa nota ufficialmente solo nel 2015) e la morte del suo discusso successore, il mullah Akhtar Mohammad Mansour.
Lo Stato islamico non è così forte come vorrebbe apparire e manca di quella capacità organizzativa e operativa che contraddistingue i talebani. Ma per quanto poco incisivo, il ruolo dello Stato islamico in Afghanistan sta complicando i piani di ritiro delle forze di sicurezza internazionali, come messo in evidenza dalla decisione statunitense di lasciare nel teatro afghano 8.400 unità e non 5.500 come in precedenza pianificato.
Al momento l’IS sta operando in aree considerate strategiche della provincia orientale di Nangarhar, in particolare lungo il principale asse viario che collega Peshawar (Pakistan) a Kabul, dove la presenza è valutata come significativa in almeno quatto o cinque distretti provinciali. La linea di comunicazione stradale Peshawar-Jalalabad-Kabul è un asse logistico critico utilizzato dalle forze statunitensi e della NATO per i propri convogli, oltre ad essere il più importante asse di comunicazione commerciale tra l’Afghanistan e il Pakistan.
Nel 2016 lo Stato islamico ha dimostrato le proprie capacità andando oltre le aree isolate della provincia di Nangarhar, spingendosi sino alle principali aree urbanizzate, in particolare quelle in prossimità della capitale provinciale Jalalabad.
Oggi, l’ambizione è proiettata verso l’espansione della propria presenza in tutta la provincia e nelle province del Nuristan e di Kunar, mentre gruppi affiliati già opererebbero nella provincia di Zabul, dove miliziani già appartenenti all’IMU hanno concentrato le proprie operazioni contro la minoranza sciita degli Hazara (il 10/20 percento della popolazione afghana).
Ma i successi concreti sono limitati e le forze statunitensi, al fianco delle forze di sicurezza afgane, hanno concentrato i propri sforzi contro le basi dello Stato islamico nella provincia di Nangarhar. Alla pressione statunitense si è aggiunta quella dei talebani, mentre da parte del governo afghano viene sostenuta l’iniziativa ‘Popular Uprising Program’ la cui ambizione è quella di sostenere e formare le milizie territoriali locali (arbakai) da impiegare come forze di auto-difesa contro i gruppi dell’IS.
Inoltre, lo Stato islamico ha perso da una parte l’opportunità di includere nel proprio progetto un ampio bacino di dissidenti talebani e altri gruppi di opposizione armata afgani e pachistani mentre, dall’altra, ha mancato la possibilità di adottare una flessibilità ideologica funzionale a un progetto inclusivo che potesse davvero coinvolgere le differenti realtà islamiche dell’Af-Pak.
Il risultato è un conflitto in evoluzione che coinvolge attori afgani e stranieri, sia in Afghanistan che al di fuori di esso, in particolare in Siria.
L’Iran ha aumentato l’impiego in Siria di combattenti sciiti afgani, pachistani e libanesi, all’interno della propria brigata ‘Fatemiyoun’; ciò significa che migliaia di cittadini afgani (e non solo loro) stanno combattendo per il governo siriano laico di Bashar al-Assad.
I gruppi di opposizione armata afgani affiliati allo Stato islamico (IS) nel corso degli ultimi 18 mesi hanno tentato di consolidare le proprie basi in cinque province del paese, ma hanno ottenuto risultati a loro favorevoli solamente in una di queste, Nangarhar, dove il gruppo dello ‘Stato islamico della provincia di Khorasan’ (Islamic State Khorasan Province - IS-Khorasan) – affiliato allo ‘Stato Islamico di Iraq e Siria’ – si è imposto, trovando un terreno fertile per la propria propaganda e le attività operative, a causa delle conflittualità e delle divisioni dei gruppi insurrezionali, delle divergenze tra i ‘signori’ locali nonché del generalizzato consenso della popolazione verso interpretazioni jihadiste di orientamento salafita.
L’IS- Khorasan è però una realtà più teorica che sostanziale, composta principalmente da talebani afghani e pachistani del Teherik-e Taliban-e Pakistan (stimati al 70 percento), di esclusi o fuoriusciti dal movimento talebano (comunque un numero marginale), o elementi molto giovani che si sono uniti all’Islamic Movement of Uzbekistan (IMU, inserito nell’elenco statunitense dei gruppi terroristi) poi passato al fianco dello Stato islamico. Nella sostanza si tratta di una presenza limitata alle aree periferiche nord-orientali dell’Afghanistan in prossimità del confine pachistano.
Il totale dei combattenti dello Stato islamico in Afghanistan è stimato tra le 1.000 e le 3.000 unità; una stima approssimativa resa ancora più incerta dalle continue attività di contrasto condotte, da un lato, dai talebani afgani e, dall’altro, dalle forze statunitensi: il numero si sarebbe così significativamente ridotto a partire da marzo 2016, attestandosi su un totale di circa 2.500 combattenti. I talebani e i gruppi di opposizione armata a essi affiliati sarebbero invece circa 35-50.000.
Da 18 mesi i due principali gruppi d’opposizione armata – talebani e militanti dello Stato islamico – si sono confrontati duramente per il controllo del territorio, sia sul piano militare sia attraverso la propaganda e la narrativa.
Comunque, sebbene lo Stato islamico abbia condotto operazioni di alto profilo ed elaborato una propria narrativa basata sul jihad ‘globale’ – scontro sunniti/sciiti e Islam contro non-Islam – ha nella sostanza fallito nel tentativo di coinvolgimento dei gruppi jihadisti locali, nonostante sia il processo di frammentazione del movimento talebano conseguente a un cambio di leadership non condiviso e sia le dinamiche interne successive alla scomparsa dello storico leader mullah Mohammad Omar nel 2013 (ma resa nota ufficialmente solo nel 2015) e la morte del suo discusso successore, il mullah Akhtar Mohammad Mansour.
Lo Stato islamico non è così forte come vorrebbe apparire e manca di quella capacità organizzativa e operativa che contraddistingue i talebani. Ma per quanto poco incisivo, il ruolo dello Stato islamico in Afghanistan sta complicando i piani di ritiro delle forze di sicurezza internazionali, come messo in evidenza dalla decisione statunitense di lasciare nel teatro afghano 8.400 unità e non 5.500 come in precedenza pianificato.
Al momento l’IS sta operando in aree considerate strategiche della provincia orientale di Nangarhar, in particolare lungo il principale asse viario che collega Peshawar (Pakistan) a Kabul, dove la presenza è valutata come significativa in almeno quatto o cinque distretti provinciali. La linea di comunicazione stradale Peshawar-Jalalabad-Kabul è un asse logistico critico utilizzato dalle forze statunitensi e della NATO per i propri convogli, oltre ad essere il più importante asse di comunicazione commerciale tra l’Afghanistan e il Pakistan.
Nel 2016 lo Stato islamico ha dimostrato le proprie capacità andando oltre le aree isolate della provincia di Nangarhar, spingendosi sino alle principali aree urbanizzate, in particolare quelle in prossimità della capitale provinciale Jalalabad.
Oggi, l’ambizione è proiettata verso l’espansione della propria presenza in tutta la provincia e nelle province del Nuristan e di Kunar, mentre gruppi affiliati già opererebbero nella provincia di Zabul, dove miliziani già appartenenti all’IMU hanno concentrato le proprie operazioni contro la minoranza sciita degli Hazara (il 10/20 percento della popolazione afghana).
Ma i successi concreti sono limitati e le forze statunitensi, al fianco delle forze di sicurezza afgane, hanno concentrato i propri sforzi contro le basi dello Stato islamico nella provincia di Nangarhar. Alla pressione statunitense si è aggiunta quella dei talebani, mentre da parte del governo afghano viene sostenuta l’iniziativa ‘Popular Uprising Program’ la cui ambizione è quella di sostenere e formare le milizie territoriali locali (arbakai) da impiegare come forze di auto-difesa contro i gruppi dell’IS.
Inoltre, lo Stato islamico ha perso da una parte l’opportunità di includere nel proprio progetto un ampio bacino di dissidenti talebani e altri gruppi di opposizione armata afgani e pachistani mentre, dall’altra, ha mancato la possibilità di adottare una flessibilità ideologica funzionale a un progetto inclusivo che potesse davvero coinvolgere le differenti realtà islamiche dell’Af-Pak.
Il risultato è un conflitto in evoluzione che coinvolge attori afgani e stranieri, sia in Afghanistan che al di fuori di esso, in particolare in Siria.
L’Iran ha aumentato l’impiego in Siria di combattenti sciiti afgani, pachistani e libanesi, all’interno della propria brigata ‘Fatemiyoun’; ciò significa che migliaia di cittadini afgani (e non solo loro) stanno combattendo per il governo siriano laico di Bashar al-Assad.
Anche lo Stato islamico in Af-Pak starebbe reclutando combattenti per il fronte operativo del Syraq (quell’area a geografia ‘variabile’ collocata al di qua e al di là di quelli che furono i confini statali di Siria e Iraq); in altre parole i volontari afgani sarebbero parte del fronte islamista anti-Assad e molti di questi sarebbero tra le fila dello Stato islamico.
A parte le dinamiche attuali, il problema va studiato nei suoi potenziali sviluppi futuri poiché i combattenti dell’uno e dell’altro fronte rientreranno in Afghanistan (o nei rispettivi paesi di origine) e potrebbero contribuire sia ad alimentare il conflitto intra-musulmano (fitna) tra sciiti e sunniti, e sia creando a livello locale, un ampio margine di simpatia per lo Stato islamico. Ma sebbene la guerra afgana non sia stata, sino a qualche anno fa, caratterizzata da una violenza settaria, la minoranza sciita hazara ha sempre subito forme sistematizzate di discriminazione e marginalizzazione. Dall’inizio della guerra – che ricordiamo è entrata nel suo quinto decennio – la comunità hazara ha visto, in particolare negli ultimi anni, aumentare la violenza nei propri confronti con la creazione di divisioni e conflittualità all’interno della stessa minoranza e tra questa e l’amministrazione centrale di Kabul.
Ciò che s’intravede è una lotta per il potere che cerca giustificazione (ed è alimentata) da settarismo e radicalismo islamico e dimostrazione di tale sviluppo sono le rivendicazioni da parte dello Stato islamico della paternità degli attacchi contro obiettivi sciiti (esplicitamente di natura settaria). Sinora, l’Afghanistan è rimasto ampiamente resiliente al crescente settarismo, al contrario dei conflitti mediorientali e del nord Africa, ma il progetto dello Stato islamico di ‘settarizzare’ la guerra afgana potrebbe trovare terreno fertile nell’azione iraniana di reclutamento e impiego degli hazara sciiti nella guerra in Siria.
Quello in corso è un processo politico e ideologico che mira a trasformare la ‘guerra nazionale afgana’, condotta dai talebani, in un jihad globale e denazionalizzato che, sotto l’ombrello dello Stato islamico, sta bruciando il Grande Medio Oriente e progressivamente mostrando le proprie violente intenzioni verso l’Europa attraverso il crescente coinvolgimento di immigrati musulmani ed europei convertiti all’Islam. L’Afghanistan è, nell’ottica dell’IS, una grande e strategica roccaforte sebbene i limiti geografici siano oggettivamente un limite al consolidamento di legami e rapporti con le comunità locali, al contrario di quanto avviene in Libia, Nigeria o Egitto.
A parte le dinamiche attuali, il problema va studiato nei suoi potenziali sviluppi futuri poiché i combattenti dell’uno e dell’altro fronte rientreranno in Afghanistan (o nei rispettivi paesi di origine) e potrebbero contribuire sia ad alimentare il conflitto intra-musulmano (fitna) tra sciiti e sunniti, e sia creando a livello locale, un ampio margine di simpatia per lo Stato islamico. Ma sebbene la guerra afgana non sia stata, sino a qualche anno fa, caratterizzata da una violenza settaria, la minoranza sciita hazara ha sempre subito forme sistematizzate di discriminazione e marginalizzazione. Dall’inizio della guerra – che ricordiamo è entrata nel suo quinto decennio – la comunità hazara ha visto, in particolare negli ultimi anni, aumentare la violenza nei propri confronti con la creazione di divisioni e conflittualità all’interno della stessa minoranza e tra questa e l’amministrazione centrale di Kabul.
Ciò che s’intravede è una lotta per il potere che cerca giustificazione (ed è alimentata) da settarismo e radicalismo islamico e dimostrazione di tale sviluppo sono le rivendicazioni da parte dello Stato islamico della paternità degli attacchi contro obiettivi sciiti (esplicitamente di natura settaria). Sinora, l’Afghanistan è rimasto ampiamente resiliente al crescente settarismo, al contrario dei conflitti mediorientali e del nord Africa, ma il progetto dello Stato islamico di ‘settarizzare’ la guerra afgana potrebbe trovare terreno fertile nell’azione iraniana di reclutamento e impiego degli hazara sciiti nella guerra in Siria.
Quello in corso è un processo politico e ideologico che mira a trasformare la ‘guerra nazionale afgana’, condotta dai talebani, in un jihad globale e denazionalizzato che, sotto l’ombrello dello Stato islamico, sta bruciando il Grande Medio Oriente e progressivamente mostrando le proprie violente intenzioni verso l’Europa attraverso il crescente coinvolgimento di immigrati musulmani ed europei convertiti all’Islam. L’Afghanistan è, nell’ottica dell’IS, una grande e strategica roccaforte sebbene i limiti geografici siano oggettivamente un limite al consolidamento di legami e rapporti con le comunità locali, al contrario di quanto avviene in Libia, Nigeria o Egitto.
Afgani in Siria con il regime di Bashar al-Assad
I principali gruppi di opposizione armata condividono la comune preoccupazione verso la campagna iraniana di reclutamento di soggetti afgani per la guerra in Siria.
Lo stesso governo di Kabul, a cui è nota la presenza di cittadini afgani in Siria, ha mostrato imbarazzo per il fatto che propri cittadini stiano combattendo una guerra per un governo straniero; imbarazzo accentuato dalla riduzione significativa di reclute per le forze di sicurezza afgane impegnate nella lotta contro i talebani e la crescente presenza di gruppi affiliati allo Stato islamico. Ufficialmente – ha dichiarato il portavoce del ministero degli Affari Esteri Shekib Mustaghni – «il governo afgano sta operando attraverso i canali diplomatici e la ‘High Commission for Refugees’ delle Nazioni Unite» per risolvere tale questione.
Le aree d’operazione che più recentemente hanno visto l’impiego di unità afgane sono state Palmira, Aleppo, Homs, dove è stato registrato il più alto numero di perdite afgane in Siria. Media iraniani e fonti ufficiali di Kabul hanno ammesso che centinaia di combattenti afgani sarebbero stati uccisi in Siria nel corso dell’ultimo anno.
I principali gruppi di opposizione armata condividono la comune preoccupazione verso la campagna iraniana di reclutamento di soggetti afgani per la guerra in Siria.
Lo stesso governo di Kabul, a cui è nota la presenza di cittadini afgani in Siria, ha mostrato imbarazzo per il fatto che propri cittadini stiano combattendo una guerra per un governo straniero; imbarazzo accentuato dalla riduzione significativa di reclute per le forze di sicurezza afgane impegnate nella lotta contro i talebani e la crescente presenza di gruppi affiliati allo Stato islamico. Ufficialmente – ha dichiarato il portavoce del ministero degli Affari Esteri Shekib Mustaghni – «il governo afgano sta operando attraverso i canali diplomatici e la ‘High Commission for Refugees’ delle Nazioni Unite» per risolvere tale questione.
Le aree d’operazione che più recentemente hanno visto l’impiego di unità afgane sono state Palmira, Aleppo, Homs, dove è stato registrato il più alto numero di perdite afgane in Siria. Media iraniani e fonti ufficiali di Kabul hanno ammesso che centinaia di combattenti afgani sarebbero stati uccisi in Siria nel corso dell’ultimo anno.
I combattenti dell’Af-Pak con lo Stato islamico in Siria
Sul fronte opposto, quello anti-Assad, combattono soldati provenienti dall’Af-Pak e dall’Asia centrale.
Nel complesso, è stimato che un numero approssimativo di circa 30.000 combattenti sia giunto in Siria e Iraq dall’inizio della guerra siriana nel 2011 e abbia combattuto, o stia combattendo, per lo Stato islamico e altri gruppi di opposizione armata jihadisti. 14.000 di questi proverrebbero da paesi dell’Asia e sarebbero prevalentemente inquadrati nelle unità affiliate all’IS.
Sebbene i numeri non possano essere confermati, nel 2013 i talebani pachistani hanno dichiarato che centinaia dei propri combattenti erano impegnati in battaglia in Siria contro il regime di al-Assad, sotto la bandiera del ‘fronte islamico siriano’ legato ad al-Qa’ida; una parte di questi sarebbero tornati nel proprio paese di origine dopo un periodo di impiego in guerra.
Da una parte, i combattenti talebani pachistani avrebbero stabilito i propri campi di addestramento, un centro di comando e controllo e un ufficio in Siria; dall’altra parte i talebani afgani, attraverso il Consiglio supremo (Shura), hanno formalmente negato la loro partecipazione alla guerra sul fronte siriano al fianco dei gruppi ribelli. Dopo la frammentazione del Teherik-e Taliban-e Pakistan (TTP, i talebani pachistani) nel 2015, l’Islamic Movement of Uzbekistan, uno dei principali gruppi operativi nell’Af-Pak al fianco dei talebani e di al-Qa’ida, ha annunciato la sua fedeltà allo Stato islamico. Una decisione la cui conseguenza ha portato alla scissione del movimento, una parte in supporto e un’altra in contrapposizione all’IS, ai talebani e ad al-Qa’ida. Un cambio di equilibri conseguenza della frammentazione dello stesso movimento talebano afgano provocata dalla morte del suo carismatico e storico leader mullah Mohammad Omar.
Fu il leader dell’IMU, Usman Gazi, a dichiarare nel settembre 2014 fedeltà allo Stato islamico «nella lotta tra fedeli del vero Islam e non musulmani, in linea con i principi del movimento e con il sacro dovere».
La conseguenza di tale decisione fu un terremoto all’interno del già frammentato fronte insurrezionale che aprì a nuove correnti e posizioni sull’onda travolgente dell’IS.
La composizione dell’IMU, in linea con una policy aperta e inclusiva, è estremamente eterogenea e comprende soggetti uzbechi, tagichi, kirghisi, uiguri, ceceni e arabi. È inoltre interessante notare come, già nell’agosto 2014, alcuni reports confermassero la nomina di un tagico a ‘emiro di Raqqa’, la più grande provincia siriana sotto il controllo dello Stato islamico, da parte del capo dell’IS Abu Bakr al-Baghdadi. Ad oggi sarebbe confermata la presenza di combattenti dell’IMU in Siria e Iraq, la maggior parte dei quali tra le fila dello Stato islamico; nel corso del 2015-2016 è stata riportata la presenza in Siria e Iraq di soggetti uzbechi, afgani e provenienti da altre aree dell’Asia centrale.
Concludendo, una presenza significativa in Siria di combattenti afgani e pachistani al fianco dello Stato islamico non va interpretata come un diretto collegamento tra talebani afgani e Teherik-e Taliban-e Pakistani, sebbene non possano essere sottovalutate le conseguenze di medio-lungo periodo di una partecipazione rilevante di soggetti o gruppi di opposizione armata afgani o pachistani che, prima o poi, faranno rientro nei propri paesi con un elevato expertise ideologico e operativo.
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martedì 29 novembre 2016
mercoledì 9 novembre 2016
LA TRASFORMAZIONE DEL MOVIMENTO TALEBANO (CeMiSS OSS 2/2016)
di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1
La morte del mullah Mansour e la nomina del nuovo vertice dei talebani: il mawlawì Haibatullah Akhundzada
Sul
fronte interno insurrezionale, recenti dinamiche hanno imposto una
complessiva riorganizzazione interna.
Lo
scorso 22 maggio un attacco drone statunitense ha ucciso il leader
dei talebani nella provincia pachistana del Belucistan; è morto così
il mullah Aktar Mohamad Mansour, discusso capo dei talebani afghani
succeduto allo storico leader del movimento, il mullah Mohammad Omar,
deceduto nel 2013 ma la cui dipartita fu resa nota due anni più
tardi, nel luglio del 2015.Al vertice del movimento subentra come Amir-al-Momineen (‘Emiro-comandante di tutti i fedeli’) il mawlawì Haibatullah Akhundzada, luogotenente di Mansour; un ruolo, almeno in apparenza, riconosciuto all’unanimità dal Supremo Consiglio (shura) taliban.
Chi è il nuovo capo dei taliban? Haibatullah è un mujaheddin della cosiddetta vecchia guardia, ispiratore dello stesso mullah Omar di cui è stato consigliere; una figura molto rispettata e influente sul piano religioso, essendo un teologo di alto rango (il titolo mawlawi lo indica come ‘dotto religioso’). Un profilo che nel complesso è a prevalenza giuridico-religiosa. Un fattore, questo, che agevolerebbe il processo di riunificazione del movimento (frammentato durante la leadership del predecessore Mansour) attraverso un approccio fideistico-simbolico.
E sebbene molti analisti abbiano posto in evidenza l’assenza di esperienza operativo-strategica del mawlawì Haibatullah Akhundzada, quel che potrebbe fare la differenza è il fattore tribale derivante dal forte legame che questi ha con le popolazioni pashtun; in particolare, il nuovo capo dei talebani è originario del distretto di Panjwai (provincia di Kandahar), ed è membro della tribù Noorzai a cui appartengono molti di quegli oppositori a Mansour che hanno alimentato il deleterio processo di frammentazione. Un fattore, quello tribale, decisivo nella sua nomina e nel processo di dialogo tra le parti; una scelta che viene presentata come condivisa e rappresentativa delle varie correnti interne al movimento.
Al momento è da comprendere se Haibatullah deciderà di proseguire la lotta insurrezionale e attraverso quali vie; nello specifico, è necessario tenere in considerazione le dinamiche di riequilibrio dei rapporti di forza tra i membri dell’intellighenzia talebana, il crescente peso della Rahbari shura – il più importante e influente tra i Consigli talebani – e il ruolo del Pakistan nel processo decisionale.
Non sarà facile, per il nuovo leader del più importante movimento insurrezionale, cambiare approccio e policy sulla condotta della guerra e sul ruolo dei talebani nella lotta per il potere senza il sostegno degli altri attori chiave. L’autorità di Haibatullah e la sua legittimità derivano dalla nomina approvata dalla Rahbari shura e non dal fatto di essere stato indicato dal mullah Omar, la figura carismatica la cui autorevolezza non può essere messa in discussione; ciò significa che anche lui, come il suo predecessore Mansour, dovrà affrontare alcune difficoltà, aggravate in parte dall’assenza di esperienza in leadership pratica, che lo porteranno ad affidarsi in maniera significativa ai vari organismi talebani per poter guidare il gruppo in maniera efficace.
E sebbene Haibatullah sia descritto come un hardliner, ciò non significa che questo possa avere automatiche conseguenze su un cambio complessivo di policy. Lui stesso ha approvato le principali decisioni strategiche del suo predecessore, ha sostenuto alcune decisioni delicate, come la legittimità del jihad contro i suoi ‘concorrenti’ o le opposte fazioni, e ha approvato con specifiche direttive la policy sull’educazione femminile; sarebbe dunque bizzarro se proprio lui decidesse di cambiare in maniera radicale ciò che ha ereditato da Mansour.
Da una parte, non è escluso che la possibile dipendenza di Haibatullah nei confronti della ‘burocrazia’ talebana possa dare una spinta al processo evolutivo del movimento portandolo verso un modello maggiormente istituzionalizzato; una evoluzione orientata a un modello strutturato di decision-making che potrebbe essere l’unica soluzione per mantenere una parvenza di unità del movimento (unità che in realtà non è mai esistita).
Dall’altra parte, il crescente ruolo dell’apparato burocratico talebano non significa che il movimento stia muovendo verso una qualche forma di ‘democrazia’ interna per quanto riguarda i processi decisionali poiché i singoli comandanti o leader non hanno uguale peso, influenza, autorevolezza; al contrario, il loro ruolo dipende dalle capacità individuali, dai legami tribali, dalla provenienza geografica (ad esempio i leader provenienti dall’area di Kandahar – i ‘kandahari’ – hanno maggior peso politico e potere) e, in particolare, dall’esperienza militare.
Alla ricerca di una stabilizzazione degli equilibri interni
Nella conferma di un ruolo che ebbe già con Mansour, il braccio destro designato dell’Emir Haibatullah Akhundzada è Sirajuddin Haqqani, comandante della cosiddetta ‘Haqqani network’ vicina ad al-Qa’ida e figlio di Jalaluddin Haqqani, figura di rilievo del fronte insurrezionale, morto nel 2014.
L’altro stretto collaboratore è una novità significativa, trattandosi del mullah Muhammad Yaqoub: figlio venticinquenne del mullah Omar, che però occupa una posizione che è priva di un concreto potere e di un’effettiva capacità di controllo sul movimento. Ma si tratta in questo caso di un’apertura alla componente taliban ostile al mullah Mansour e che guardava con favore alla fazione guidata dal mullah Mohammad Rassoul, l’ex governatore taliban di Nimruz e responsabile della conquista di Kunduz del settembre 2015 (al momento potrebbe essere detenuto in Pakistan).
Una scelta politica, quella del mullah Yaqoub, che aprirebbe a quella componente sinora esclusa – e che non riconosceva la legittimità della precedente leadership – e dimostrerebbe una volontà di riunificazione di un fronte insurrezionale frammentato.
È evidente quanto sia sbilanciato il rapporto di poteri tra i tre componenti della leadership di vertice: un capo, il mawlawì Haibatullah, dal ruolo religioso e simbolico; un suo vice, il mullah Yaqoub, privo di capacità sostanziale; il secondo vice, Sirajuddin Haqqani, comandante della componente militare, legato ad al-Qa’da e ad altri gruppi di opposizione armata insurrezionali e un’elevata capacità di auto-finanziamento.
Chi sono davvero gli uomini al fianco del nuovo capo dei talebani?
Il vice-Emiro Sirajuddin Haqqani è uno dei pochi comandanti talebani di alto livello e con un ruolo di guida a non essere originario dell’Afghanistan del sud, sebbene la sua figura e il suo ruolo non siano unanimemente apprezzati all’interno del movimento. La sua nomina è stata accolta con favore dai gruppi della cosiddetta Loya Paktia (Paktia, Paktika, Khost, parte di Logar e Ghazni) ma guardata con sospetto altrove a causa dei suoi legami con i militari e i servizi segreti pakistani (ISI). Il suo ruolo nell’ambito decisionale è elevato e rafforzato dai risultati e dalle capacità operative della sua organizzazione militare chiamata ‘Haqqani network’, capace di ottenere importanti risultati sul campo di battaglia attraverso azioni spettacolari ed efficaci nel sud-est del paese e all’interno della capitale Kabul.
Inoltre, a causa della limitata esperienza sul campo di battaglia di Habaitullah, Sirajuddin Haqqani ha visto accrescere il suo ruolo nella gestione delle questioni militari, in particolare nella fase di pianificazione operativa.
Il vice-Emiro Mullah Muhammad Yaqub nell’aprile del 2016 è stato nominato comandante militare per le 15 province del sud e dell’est (l’attuale posizione di comando non è confermata); una scelta che può essere letta come una risposta alle crescenti preoccupazioni dei capi militari delle aree del sud e del sud-ovest nei confronti del maggiore peso militare di Sirajuddin Haqqani (in parte dovuto alla non appartenenza al gruppo dei ‘kandahari’) conseguente alla sua nomina quale responsabile degli affari militari del movimento.
È importante citare il fatto che Yakub, avendo trascorso la maggior parte della sua vita adulta in Pakistan (dove ha effettuato studi teologici presso le madrase), è considerato lontano dalla realtà afghana; una permanenza in Pakistan che però è stata funzionale alla sua formazione teologica e che gli consente oggi di godere di un ottimo rapporto con Haibatullah sotto la cui guida si è formato; questo fatto, certamente non secondario, potrebbe lasciare intuire una certa accondiscendenza nei confronti del sul ‘maestro-Emiro’. Fattori questi che, nel complesso, lo hanno portato a godere della fedeltà e del supporto di un significativo numero di comandanti militari e leader di rilievo, tra i quali Gul Agha, capo della ‘Commissione Finanziaria’; Qayum Zaker, un comandante molto rispettato nel sud; mawlawi Shirin, a capo della compagine militare nelle 19 province dell’est e del nord, e Nuruddin Turabi, ex ministro della giustizia.
Le altre figure chiave del movimento sono Amir Khan Muttaqi, capo della ‘Commissione per la Cultura’, membro della Rahbari Shura e alla testa dell’organizzazione mediatica dei talebani; mawlawi Hamdullah Nanai, ex ministro della comunicazione, da Kandahar, influente sul piano della sicurezza e su quello militare; Sadar Ibrahim, capo della ‘Commissione Militare’, da Helmand; Amir Khan Haqqani (non appartenente al clan Haqqan), vice-capo della ‘Commissione Militare’; Abdul Qayum Zaker (già detenuto a Guantanamo) ex capo della ‘Commissione Militare’ che guidò le forze talebane durante il ‘surge’ statunitense nel 2009-2012; mawlawi Abdul Kabir, ex capo militare della zona est durante l’epoca talebana; mullah Muhammad Abbas Akhund, ex ministro della salute, attualmente a capo della ‘Commissione per la Salute’ e punto di riferimento delle organizzazioni internazionali per gli aiuti umanitari per l’accesso alle aree sotto il controllo talebano; Gul Agha (anche noto come Hedayatullah), capo dell’iportante ‘Commissione Finanziaria’, dall’Helmand.
Analisi, valutazioni, previsioni
Le dinamiche interne al movimento talebano procedono indipendenti dagli sviluppi sul campo di battaglia che, nel corso del 2016 e attraverso l’offensiva di primavera intitolata al defunto mullah Omar, hanno portato il movimento insurrezionale ad ottenere risultati ancora favorevoli tra i quali si registra nel mese di settembre l’assedio di Tirin-Kot, capitale provinciale di Oruzgan, e la conferma da parte del governo locale dell’annientamento di tutte le forze a difesa della città; un episodio che segue i risultati raggiunti a Helmand un mese fa, al nord lo scorso anno con la conquista temporanea di Kunduz (quinta città dell’Afghanistan), l’escalation di violenza nella capitale Kabul e il sostanziale monopolio della violenza nel sud e nell’est.
Nel complesso, come confermato nel mese luglio al Congresso degli Stati Uniti dal SIGAR (Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction), dopo 15 anni di guerra i talebani – nonostante un processo di frammentazione interno che ne minaccia la capacità di comando e controllo – sono oggi in grado di controllare più territorio di quanto non lo siano stati dall’inizio dell’intervento militare statunitense nel 2001. Lo stesso Segretario Generale delle Nazioni Unite ha comunicato a giugno che la sicurezza generale del paese è peggiorata in maniera significativa negli ultimi mesi, confermando un trend negativo per quanto riguarda le capacità del governo afghano di mantenere il proprio controllo nella aree meridionali, orientali e periferiche del paese.
Nel complesso, è in fase di recrudescenza anche la situazione sui piani economico, politico e, più in generale, della sicurezza. Una situazione complessiva che complica e rallenta l’auspicato processo di pace al momento in fase di stallo, in attesa che i talebani – e la loro nuova leadership – trovino una ragione per sedersi a quel tavolo negoziale aperto dal Quadrilateral Coordination Group (Afghanistan, Cina, Pakistan e Stati Uniti) che sinora li ha visti assenti.
martedì 11 ottobre 2016
‘New’ combat role for foreign troops in Afghanistan (CeMiSS OSS 1/2016)
by Claudio Bertolotti
@cbertolotti1
download the full Volume pages 101-102 CeMiSS OSS 1/2016
ISBN 978-88-99468-15-6
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EXECUTIVE SUMMARY
One year has passed since the beginning of US combat Operation ‘Freedom’s Sentinel’ and NATO-led 'Resolute Support’ (RS) mission, focused on contrasting to ‘terrorism’ and enhancing the Afghan institutional capacity with a view to stability and security.
From a military point of view, US troops in Afghanistan will partially shift their role after the end of main combat operations. This partial switch in the Afghan strategy was decided by President Obama – whom mandate as President is at the end – in September but implemented in December. While with the previous plans, which were limited to training, assisting and advising the Afghan troops and tackling the remnants of Al-Qaeda, the US military will now be allowed to conduct fight operations if Armed Opposition Groups (included the Taliban) directly threaten the United States and NATO Coalition forces (‘Resolute Support’ mission) or provide direct support to Al-Qaeda or other groups (with implicit reference to the so-called ‘Islamic state’ - IS/Daesh).
On the political front, and according to the report titled ‘Enhancing Security and Stability in Afghanistan’ submitted by the Defense Department to the US Congress, the relationship between Afghanistan and Pakistan remains a critical factor for enhancing security and stability in Afghanistan. The document reports that representatives from both Afghanistan and Pakistan have made efforts to improve relations regarding mutual security but there was modest improvement in the relationship, while tensions have increased over the last semester, due of increasing violence in Afghanistan (especially in urban areas, in particular Kabul) and cross-border skirmishing between Afghan and Pakistan Security Forces.
The Taliban insurgency continues to haunt the country
On the one hand the territorial expansion of the Taliban, exposed the inefficiency of the Afghanistan security forces. On the other, proved insurgency’s capacity to expand beyond the rural strongholds.
The conquest of the provincial capital of Kunduz at the end of last September was the first Taliban success since US invasion of Afghanistan in 2001.
In general terms, the recent Taliban military offensive could be interpreted as an attempt demonstrating the superiority of the new leader, mullah Akhtar Mansour, over other Taliban factions who separated following the mullah Omar’s death; dynamics which are signal of an internal growing struggle for power. Following the end of the ISAF mission and the consequent decreasing in foreign military presence and efforts in Afghanistan, on the one hand, seems to be drifting towards chaos. On the other, the Afghan military has been modelled into a defensive force unable to react and conduct offensive operations unless US military support.
Furthermore, the security situation resulting from the expansion of the Taliban is now exacerbated by the emergence of IS/Daesh. A combination of factors, both internal and external, which are defining a new dynamic scenario where, in the north and south, the Taliban are conducting large-scale operational attacks, bringing urban areas and entire districts under their control, while in the east (Nangarhar province), IS/Daesh is gaining momentum launching efficacious attacks on the Afghan forces.
Taliban expansion and IS/Daesh growing activities underline the difficulty of the Afghan forces on the battlefield; a further threat, according to a recent UN report, is represented by the fact that IS/Daesh has recruited new members in 25 of Afghanistan's 34 provinces and is continuing to grow in the war torn-country. As a possible consequence, the violent confrontation between the Taliban and IS/Daesh may hold back the latter from repeating its breakthroughs of Syraq in Afghanistan.
The internal struggle for power within the Taliban groups could be a possible factor of weakness which the IS/Daesh could exploit to gain strategic advantages.
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'Nuovo' ruolo di combattimento per le truppe straniere in Afghanistan (CeMiSS OSS 1/2016)
di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1
da CeMiSS - Osservatorio Strategico 1/2016 pp. 103-109 - Scarica il Volume
ISBN 978-88-99468-15-6
@cbertolotti1
da CeMiSS - Osservatorio Strategico 1/2016 pp. 103-109 - Scarica il Volume
ISBN 978-88-99468-15-6
Quali dinamiche hanno investito la leadership dei taliban, il principale gruppo di opposizione armata operativo in Afghanistan? E quali sono gli sviluppi del fronte insurrezionale e della presenza militare straniera?
La morte del mullah Mohammad Omar, leader storico dei taliban afghani – avvenuta verosimilmente nell’aprile del 2013 – ha lasciato un vuoto al momento non ancora colmato, poiché la lotta per il potere e il non consolidamento della nuova leadership del mullah Akhtar Mohammad Mansour (dal mese di luglio 2015 e solo in parte riconosciuta dai componenti della galassia taliban) ha portato a una situazione altamente instabile del fronte insurrezionale, caratterizzata da lotte intestine e confronti diretti tra le varie fazioni.
Nello specifico, è nota la notizia circolata sulla morte del mullah Mansour a seguito di un ipotetico scontro con una fazione scissionista. Una notizia la cui attendibilità non è valutabile e che, sebbene smentita dai fatti – nello specifico un file audio, risultato autentico, in cui lo stesso Mansour conferma di essere ancora in vita – contribuisce a definire uno scenario tutt’altro che chiaro. E se, da un lato, gli stessi taliban hanno smentito la morte di Mansour fin da subito – ma è bene ricordare che sono gli stessi taliban che hanno negato la morte del mullah Omar per ben due anni – dall’altro lato è interessante notare come, la stessa notizia, sia stata sostenuta e ampiamente diffusa dalla fazione secessionista – vicina allo Stato islamico (IS/Daesh) in Afghanistan – del mullah Mansour Dadullah (che a sua volta risulterebbe essere stato ucciso su ordine della nuova leadership taliban).
Questo sul piano politico. Sul piano militare, invece, dopo la vittoriosa conquista di Kunduz da parte dei taliban a fine settembre scorso, e le difficoltà delle forze di sicurezza afghane, sostenute dalla NATO, nel successivo tentativo di riconquista della città (difesa dagli insorti per due settimane), nonché l'ampliamento del numero dei distretti sotto diretto controllo dei taliban, è l'attacco contro l'aeroporto di Kandahar del 9 dicembre a segnare l'avvio della stagione invernale dei combattimenti, caratterizzata da intense attività offensive da parte del fronte insurrezionale; un fronte influenzato, al suo interno, da lotte per il potere e la ricerca, da parte di una leadership ancora debole, del più ampio consenso possibile e, sul piano esterno, dalla capacità del nascente IS/Daesh in Afghanistan di influire sulle dinamiche politiche e di sicurezza dell'intera area regionale, dell'Af-Pak e di tutto il subcontinente indiano.
Nuove dinamiche, dunque, influiscono sugli sviluppi afghani e sull'impiego delle truppe straniere – tra queste le unità italiane portate da 750 a circa 1.000 – in virtù delle crescenti minacce e dei limiti oggettivi delle forze di sicurezza afghane, attualmente non in grado di operare efficacemente per un contenimento dell'offensiva insurrezionale.
Una 'nuova' fase combat per le truppe straniere in afghanistan
Fallisce, nella sostanza, il processo di disimpegno delle truppe combattenti annunciato da Obama, nel 2013, e formalmente concluso nel 2014; ciò ha imposto una revisione della strategia statunitense per l'Afghanistan e il riavvio del ruolo di combattimento delle truppe straniere (Usa in primis), archiviando così la precedente opzione, basata sulla cessazione delle attività di combattimento offensivo in favore di una policy di train, advise e assist (i pilastri dell'attuale missione della Nato – la Resolute Support – di cui l'Italia è uno degli attori principali).
Dunque, dal 2016, le truppe statunitensi saranno impiegate nuovamente in azioni di combattimento contro i taliban – gli stessi taliban con i quali Washington e Kabul sono impegnati nel tentativo di raggiungere un accordo negoziale – intensificando il ruolo militare, dopo la conclusione formale delle precedenti operazioni di combattimento.
La linea strategica proposta dal Pentagono, e approvata dall'amministrazione del presidente Obama, prevede, inoltre, un maggiore supporto aereo per le forze di sicurezza afghane. Dunque, non più solamente addestramento a favore degli afghani e azioni combat limitate a obiettivi riconducibili ad al-Qa'ida e suoi affiliati, bensì azioni offensive dirette anche contro quei gruppi di opposizione armata che dovessero rappresentare una minaccia diretta per le forze statunitensi (e per gli alleati della Coalizione) o che dovessero supportare al-Qa'ida (e gli altri attori inseriti nella black-list dei gruppi terroristici, tra i quali anche IS/Daesh).
Un cambio di impiego significativo, al di la dei numeri schierati sul terreno, che comunque dovrebbero attestarsi per tutto il corso del 2016 su cifra 15.000 (di questi circa 5.000 truppe Nato); del totale, 5.500 truppe Usa saranno schierate nelle basi di Kabul, Bagram, Nangarhar, e Kandahar. Nel complesso si tratta di una forza probabilmente insufficiente per contrastare la capacità e la volontà offensiva del fronte insurrezionale.
La natura del fenomeno insurrezionale: capillare e incontrastata.
I taliban avrebbero il pieno controllo di almeno 39 distretti provinciali (su 398 totali) e competono per il controllo in altri 39; una capacità di controllo conseguente all'espansione territoriale registrata negli ultimi due mesi e che avrebbe consentito di ottenere, complessivamente, 15 distretti nelle aree nord (area di responsabilità tedesca), ovest (area di responsabilità italiana) e sud (area di responsabilità statunitense). Un'evoluzione geografica, registrata in un periodo di tempo estremamente breve, che è seguita al confronto, sul campo di battaglia, con le forze di sicurezza afghane, non in grado di operare in maniera adeguata al fine di contrastare un fenomeno insurrezionale dalle accresciute capacità e volontà.
A conferma di ciò, basta citare l'episodio (il più recente), registrato il 20 dicembre scorso, in cui hanno perso la vita almeno 90 soldati dell'esercito afghano, durante scontri a fuoco con i taliban nei distretti di Gereskh e Sangin, provincia dell'Helmand, lasciando nelle mani degli insorti una vasta area ormai fuori controllo. Qui i taliban hanno conquistato e preso possesso di infrastrutture militari (basi), posti di polizia ed edifici governativi.
Questo episodio segue quello registrato pochi giorni prima nel distretto di Khan-e-Sheen, sempre nella provincia dell'Helmand,tenuto per più giorni fuori dal controllo del governo afghano, attraverso una serie di attacchi coordinati e continuati nel tempo. Gereskh e Sangin, da sempre obiettivo primario dei taliban nel fronte sud, rientrano nella strategica offensiva, condotta dal movimento dei taliban, finalizzata al controllo dell'ampia provincia dell'Helmand dove il fenomeno insurrezionale, perso terreno nel periodo 2009-2011, in conseguenza del surge militare statunitense, ha ricominciato ad agire in maniera pressoché indisturbata; un approccio che ha portato al controllo sostanziale di almeno 3 distretti, sui 13 che compongono la provincia dell'Helmand, mentre gli altri dieci sarebbero oggetto di contesa (di questi almeno tre - Garmsir, Washir e Nawa-i-Barak a rischio caduta nelle mani dei taliban).
E, dal campo di battaglia propriamente detto, il confronto tra le parti in conflitto si sposta su quello mediatico-comunicativo. Se da un lato il governo afghano pone all’attenzione dei media la riconquista e la cacciata dei taliban dal distretto di Khanashin della provincia dell’Helmand, parimenti operano i taliban
rispondendo con l’annuncio della conquista del distretto di Marawara, provincia nord-orientale di Kunar.
Nel complesso i taliban oggi controllano, dunque, sul piano sostanziale, 39 distretti, altrettanti sono a rischio di collasso, ma il numero di questi sarebbe, in realtà, molto più alto se come parametro si prendesse non la capacità dei taliban di avere sotto controllo un'area, bensì la capacità delle istituzioni afghane di governare e garantire la sicurezza all'interno della stessa area.
Quel che è certa è la capacità operativa e di controllo dei taliban che sarebbero in effetti in grado di controllare, nel complesso, almeno un quinto dell'intero paese ma capaci di avere un'influenza diretta in almeno la metà, in particolare i distretti delle provincie del sud e e dell'est.
A conferma di ciò, basta citare l'episodio (il più recente), registrato il 20 dicembre scorso, in cui hanno perso la vita almeno 90 soldati dell'esercito afghano, durante scontri a fuoco con i taliban nei distretti di Gereskh e Sangin, provincia dell'Helmand, lasciando nelle mani degli insorti una vasta area ormai fuori controllo. Qui i taliban hanno conquistato e preso possesso di infrastrutture militari (basi), posti di polizia ed edifici governativi.
Questo episodio segue quello registrato pochi giorni prima nel distretto di Khan-e-Sheen, sempre nella provincia dell'Helmand,tenuto per più giorni fuori dal controllo del governo afghano, attraverso una serie di attacchi coordinati e continuati nel tempo. Gereskh e Sangin, da sempre obiettivo primario dei taliban nel fronte sud, rientrano nella strategica offensiva, condotta dal movimento dei taliban, finalizzata al controllo dell'ampia provincia dell'Helmand dove il fenomeno insurrezionale, perso terreno nel periodo 2009-2011, in conseguenza del surge militare statunitense, ha ricominciato ad agire in maniera pressoché indisturbata; un approccio che ha portato al controllo sostanziale di almeno 3 distretti, sui 13 che compongono la provincia dell'Helmand, mentre gli altri dieci sarebbero oggetto di contesa (di questi almeno tre - Garmsir, Washir e Nawa-i-Barak a rischio caduta nelle mani dei taliban).
E, dal campo di battaglia propriamente detto, il confronto tra le parti in conflitto si sposta su quello mediatico-comunicativo. Se da un lato il governo afghano pone all’attenzione dei media la riconquista e la cacciata dei taliban dal distretto di Khanashin della provincia dell’Helmand, parimenti operano i taliban
rispondendo con l’annuncio della conquista del distretto di Marawara, provincia nord-orientale di Kunar.
Nel complesso i taliban oggi controllano, dunque, sul piano sostanziale, 39 distretti, altrettanti sono a rischio di collasso, ma il numero di questi sarebbe, in realtà, molto più alto se come parametro si prendesse non la capacità dei taliban di avere sotto controllo un'area, bensì la capacità delle istituzioni afghane di governare e garantire la sicurezza all'interno della stessa area.
Quel che è certa è la capacità operativa e di controllo dei taliban che sarebbero in effetti in grado di controllare, nel complesso, almeno un quinto dell'intero paese ma capaci di avere un'influenza diretta in almeno la metà, in particolare i distretti delle provincie del sud e e dell'est.
La sostanza è che i gruppi di opposizione armata, e dunque non solo i taliban, stanno riconquistando, combattendo, quanto dovettero abbandonare all'epoca del surge statunitense (2009-2011); un processo in fase di sviluppo che è seguito all'archiviazione della strategia contro-insurrezionale (e al suo mancato successo), al conseguente progressivo disimpegno militare della Comunità internazionale e alla riduzione della componente militare straniera di tipo ‘combat’.
Le conseguenze politiche dell'offensiva taliban
La drammatica situazione della sicurezza in Afghanistan, in progressivo deterioramento, ha portato Rahmatullah Nabil, responsabile dei servizi segreti afghani, a rassegnare, il 10 dicembre scorso, le proprie dimissioni per 'disaccordi sulla politica del governo' del presidente Ashraf Ghani. Rahmatullah Nabil ha, in particolare, criticato la recente visita del presidente Ghani in Pakistan, finalizzata a riaprire i negoziati di pace con il movimento taliban.
È la seconda volta che un capo della sicurezza del governo afghano si dimette in contrasto con la strategia politica del presidente. La prima volta accadde nel giugno del 2010, quando il ministro dell'Interno, Mohammed Hanif Atmar, e il capo della Direzione nazionale della sicurezza, Amrullah Saleh, si dimisero a causa della forte divergenza con la linea pro-pakistana sposata da Hamid Karzai – allora presidente al suo secondo mandato; allora il pretesto fu l'elevato numero di azioni offensive condotte, dai taliban, a danno di obiettivi istituzionali, in particolare durante lo svolgimento dell’importante Loya Jirga, l’assemblea informale dei notabili afghani. Oggi, analoghe dinamiche si ripetono, con le dimissioni di Nabil, contrario alla decisione, di Ashraf Ghani, di concedere un ruolo, considerato 'eccessivo' e 'pericoloso', a Islamabad nel processo negoziale con il fronte insurrezionale afghano. Questo è un chiaro indicatore dell'empasse politica che ha portato la diarchia Ghani-Abdullah all'attuale incapacità di governo sostanziale.
E proprio i rapporti afghano-pakistani sarebbero il fattore maggiormente critico per la sicurezza in Afghanistan, così come indicato nel report statunitense ‘Enhancing Security and Stability in Afghanistan’ e pubblicato a un anno dall’avvio delle operazioni militari ‘Freedom’s Sentinel' (operazione combat a guida statunitense) e la ‘Resolute Support’ (RS) a guida Nato.
Tale report pone in evidenza come, a fronte di un tentativo formale di riavvicinamento tra Kabul e Islamabad, i rapporti tra i due paesi si sarebbero però raffreddati, a causa di una serie di eventi considerati sfavorevoli e i risultati ottenuti di modesta rilevanza.
In particolare, limitandosi all’arco temporale del secondo semestre 2015, si citano quali fattori dinamizzanti, delle relazioni tra i due attori, la serie di attacchi di alto profilo condotti in Afghanistan (in particolare Kabul) e gli scontri violenti avvenuti nelle aree di confine tra le forze di sicurezza afghane e l’esercito pakistano, oltre al ruolo destabilizzante giocato dalla politica aggressiva del gruppo Tehrik-e-Taliban Pakistan, nei confronti di Islamabad.
Quanto accade si inserisce in un ampio processo politico che vede, da un lato, il presidente Ghani sempre più in difficoltà e sempre più propenso ad accettare una soluzione politica di compromesso con i taliban, anche svantaggiosa, pur di pacificare un paese in guerra da quarant’anni e incapace di risollevarsi; dall’altro lato, si impongono relazioni politico-diplomatiche con il Pakistan e le possibili opportunità economiche e di sicurezza che potrebbero coinvolgere il governo afghano e gli stessi taliban nella spartizione dei vantaggi derivanti dal transito di risorse energetiche naturali attraverso l’Afghanistan, con specifico riferimento al progetto della pipeline TAPI (Turkmenistan, Afghanistan, Pakistan, India).
Analisi, valutazioni e previsioni
La situazione evolve verso un sempre più complesso mosaico di conflittualità. A fronte di un processo di frantumazione interna al movimento taliban, si prospetta la possibilità di accordo negoziale con il governo afghano, anche attraverso un ruolo di primo piano del Pakistan che, però, potrebbe alimentare ulteriori conflittualità intra-insurrezionali, maggiormente dinamizzate dal crescente ruolo di IS/Daesh in Afghanistan.
La permanenza di un significativo contingente militare, benché non adeguato a contrastare il livello di minaccia, garantirà il possesso e il controllo delle importanti basi strategiche funzionali alla capacità di manovra dello strumento militare statunitense e della Nato.
L’instabilità politica e sociale sarà aggravata da una crisi economica, accentuata dal ritiro dei contingenti militari, non risolvibile né arginabile nel breve-medio periodo. Infine, un potenziale vantaggio potrebbe essere dato dalla possibilità di condivisione, con i taliban, dei vantaggi economici derivanti dall’avvio del progetto TAPI, e dal ruolo di ‘garanti’ che potrebbe essere attribuito a questi attraverso una delega alla sicurezza dell’infrastruttura transitante per le aree afghane sotto il loro controllo.
vai alla pubblicazione completa CeMiSS - Osservatorio Strategico 1/2016 pp. 103-109 - Scarica il VolumeObama e l'Afghanistan (TRECCANI)
di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1
in Atlante Geopolitico 2016 TRECCANI - "Gli USA verso le presidenziali del 2016. Le eredità di Obama"
@cbertolotti1
in Atlante Geopolitico 2016 TRECCANI - "Gli USA verso le presidenziali del 2016. Le eredità di Obama"
La guerra in Afghanistan, ricevuta in eredità nel 2008
dall’amministrazione di George W. Bush, è da subito definita dal
neo-eletto presidente degli Stati Uniti Barack Obama «guerra giusta e
cruciale».
E già nel gennaio del 2009, Obama aumenta di oltre il
50% le unità pianificate dalla precedente amministrazione; ma è con il
discorso all’accademia di West Point, il 1° dicembre 2009, che la
strategia per l’Afghanistan viene ridefinita in termini di impegno e
obiettivi: non solo l’eliminazione del terrorismo (di cui al-Qaida è
simbolo nella narrativa ufficiale) ma anche il contenimento di un
fenomeno insurrezionale che mette in pericolo l’esistenza dello stesso
stato afghano. La strategia per l’Afghanistan viene così indirizzata al
raggiungimento dichiarato di tre obiettivi: 1) negare ad al-Qaida un
rifugio sicuro; 2) contrastare l’espansione dei talebani; 3) rafforzare
la capacità del governo e delle forze di sicurezza afghane.
A fronte di un approccio dimostratosi inadeguato, Obama approva l’adozione della strategia contro-insurrezionale (Coin - counterinsurgency) sostenuta da un surge
militare di 33.000 unità, ma limitato a 18 mesi; al contempo si apre
all’ipotesi di compromesso con i talebani. Il fine strategico è duplice:
ottenere significativi risultati operativi, così da indebolire
l’insurrezione e indurla ad accettare un negoziato favorevole.
L’applicazione della nuova strategia è affidata al generale Stanley
McChrystal il quale, dal 2010, concentra gli sforzi della coalizione
sulla protezione della popolazione civile e l’aiuto alle istituzioni
afghane. Una strategia, proseguita dal generale David Petraeus, che non
raccoglie i risultati sperati nonostante uno sforzo militare di 140.000
unità.
Alla fine del 2011, nonostante la mancata stabilizzazione del paese, Obama ordina il ritiro delle truppe del surge
entro l’estate del 2012, l’avvio della «transizione irreversibile» e il
passaggio di responsabilità agli afghani. Un grave errore di
comunicazione strategica poiché l’annuncio del disimpegno, e
l’imposizione di una data per il ritiro indipendentemente dai risultati,
consente all’insurrezione di riorganizzarsi.
Nel 2012 viene
sancita l’uscita formale dal conflitto entro il 2014 archiviando, di
fatto, il fallimento della strategia contro-insurrezionale. Una
decisione che, sul piano comunicativo, trasmette all’opinione pubblica
l’idea di una ‘percepita conclusione’ dell’impegno in Afghanistan, ma è
ormai chiaro che l’unica via di uscita è una soluzione negoziale che
apra al power-sharing con i talebani.
Nel 2014 hanno
luogo le contestate elezioni presidenziali, viziate da brogli e
irregolarità, che, a fronte di uno stallo istituzionale, trovano un
temporanea soluzione sostenuta dagli Stati Uniti e basata sulla
condivisione del potere tra i due candidati: Mohammad Ashraf Ghani,
presidente, e Abdullah Abdullah, primo ministro esecutivo (carica non
prevista dalla Costituzione). Un processo di spartizione del potere che,
pur scongiurando una nuova guerra civile, limita l’azione di governo.
Nello
stesso anno inizia la penetrazione in Afghanistan dello Stato Islamico
(Is/Daesh), il passaggio nelle sue fila di alcuni ex talebani e
l’intensificazione della violenza.
La fine della missione Isaf
(dicembre 2014) conclude la più duratura operazione di combattimento
condotta dagli Stati Uniti, sebbene l’impegno continui in altre forme:
la missione Resolute Support della Nato, a sostegno delle forze di sicurezza afghane, e l’operazione statunitense di contro-terrorismo Freedom’s Sentinel. E la firma del Security and Defense Cooperation Agreement e dello Status of Forces Agreement è
l’atto formale che legittima la presenza militare straniera dal 2015 (e
fino a tutto il 2024), oltre al controllo statunitense di alcune basi
militari strategiche (Kabul, Bagram, Jalalabad e Kandahar) che
garantiscono una capacità di intervento regionale.
L’Afghanistan è parte dell’ampio contesto della geopolitica e della realpolitik: a fronte del processo di frantumazione del movimento talebano in seguito alla morte dello storico leader (mullah Omar) e delle difficoltà del suo successore (mullah
Mansour), del rallentamento del processo di pace, della minaccia
Is/Daesh, del crescente protagonismo della Russia e del ruolo sempre più
attivo della Cina, nel 2015 gli Stati Uniti procedono all’ulteriore
revisione della strategia.
Anticipata nel mese di marzo, il
presidente Obama annuncia la modifica del piano di disimpegno a
novembre, confermando sino a tutto il 2017 una presenza di 10.000
soldati statunitensi, 50.000 militari della Nato e un numero stimato di
15.000 contractor. Una scelta che, da una parte, risponde alla
richiesta formale del presidente Ghani e, dall’altra, è finalizzata a
evitare il ripetersi di un fallimento come quello iracheno – con il
ritiro accelerato delle truppe e il caos conseguente all’emergere di
Is/Daesh.
Sotto questa prospettiva va letta la decisione di
mantenere una residua presenza su suolo afghano, nonostante la guerra
sia nella sostanza persa. Una delle ragioni per le quali l’impegno
statunitense non è riuscito a tradurre gli sforzi militari in risultati
concreti è stata l’assenza di collegamento tra investimenti fatti e un
end-state strategico chiaro e definito. Un mancato successo, accelerato
dalla scelta di Obama di definire le strategie sulla base delle priorità
della propria agenda politica, ma non tenendo conto dei tempi e degli
sviluppi afghani.
vai all'Atlante Geopolitico 2016 TRECCANI
Afghanistan: la frantumazione del movimento taliban e il ruolo dello Stato islamico (ISPI)
di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1
da ISPI - ispionline.it - scarica il COMMENTARY in pdf
@cbertolotti1
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L’incontrastata
offensiva dei taliban conferma una capacità di saper operare sia sul
piano operativo-strategico sia su quello politico-diplomatico, ma il
processo di frammentazione e la lotta intestina al movimento taliban per
la successione al mullah Omar hanno aperto nuovi scenari di
conflittualità, in cui si è inserito con prepotenza IS/Daesh.
Il mullah Mohammad Omar, leader dei taliban afghani è morto, verosimilmente nell’aprile del 2013. Il mullah Akhtar Mohammad Mansour, che lo ha sostituito nell’agosto del 2015, potrebbe essere anch’egli deceduto a dicembre in seguito a un ipotetico scontro a fuoco con un capo taliban scissionista.
Queste, vere o meno, le informazioni disponibili. E gli stessi taliban hanno ufficialmente smentito la notizia; ma sono gli stessi taliban che, per due anni, hanno tenuto nascosta la morte del mullah Omar.
Alcune dinamiche rimangono però indefinite; in particolare, la stessa dinamica dell’evento appare contraddittoria.
Un incontro di alto livello che preveda la partecipazione del massimo vertice del movimento taliban impone l’adozione di misure di sicurezza estremamente cautelative; appare dunque improbabile che vi fossero armi tra i partecipanti all’incontro, al di fuori di quelle in dotazione alle guardie del corpo.
Inoltre, la notizia della sua uccisione sarebbe sostenuta a gran voce dalla fazione secessionista – vicina allo Stato islamico (IS/Daesh) in Afghanistan – del mullah Mansour Dadullah (che a sua volta risulterebbe essere stato ucciso su ordine della leadership taliban).
Dunque tutto da verificare.
Le dinamiche del fronte insurrezionale e il compromesso per la pace
Nel frattempo, prosegue incontrastata l’offensiva dei taliban – la più violenta degli ultimi quattordici anni. L’occupazione di Kunduz alla fine di settembre è l’episodio che meglio ne descrive la capacità di espansione e rappresenta il più importante successo ottenuto dall’insurrezione sino a oggi, a cui fanno seguito gli attacchi a Kandahar del 7-8 dicembre.
Tutto ciò conferma una capacità di saper operare su due piani:
Il processo di frammentazione e la lotta intestina al movimento per la successione al mullah Omar hanno aperto nuovi scenari di conflittualità, in cui si è inserito con prepotenza IS/Daesh.
Il leader ufficialmente è il mullah Mansour, indicato come “pragmatico” e disponibile all’ipotesi negoziale; la sua è però una posizione fragile e contestata e la notizia del suo ferimento – o uccisione – evidenzia le fragilità in essere.
Un secondo fattore è la difficoltà della leadership taliban nel mantenere unito il movimento; anche in questo caso l’ipotesi di uccisione di Mansour sarebbe una conferma.
Infine, terzo fattore, le spinte esterne legate alla diffusione di IS/Daesh. Più giovani mujaheddin, radicali, ex comandanti taliban, spesso marginalizzati o espulsi, o soggetti contrari al processo di pace, avrebbero già aderito al modello di “Nuovo terrorismo insurrezionale” (Nit, New Insurrectional Terrorism), di cui IS/Daesh è capolista e attore emergente della violenza in Afghanistan. Un attore, questo, che, continuando il processo di espansione dal Syraq (tra Siria e Iraq) al sub-continente indiano, si è imposto attraverso la diffusione del premium brand IS Wilayat Khorasan, riuscendo al contempo a marginalizzare un’al-Qaida indebolita.
Cosa accadrebbe se il fronte insurrezionale si frammentasse ulteriormente?
Il dialogo negoziale e il processo di power-sharing indurrebbero parte degli insorti a continuare a combattere; quattro, in breve, i rischi connessi alle conflittualità intra-taliban:
Cosa potrebbe accadere nel breve periodo?
Il fronte insurrezionale possiede significative capacità operative e di manovra, non è stato sconfitto sul campo ed è capace di limitare la libertà d’azione delle forze di sicurezza afghane. Sull’altro fronte, data l’incapacità da parte del governo afghano di garantire il controllo del territorio e un adeguato livello di sicurezza, la permanenza di una residua forza militare straniera rappresenta un vantaggio pratico.
È possibile valutare che nel breve-medio periodo vi sarà un aumento delle conflittualità a causa delle azioni insurrezionali e dell’espansione di IS/Daesh; inoltre, la riduzione delle capacità dello stato comporterà un sostanziale abbandono delle aree periferiche.
È dunque prevedibile un significativo aumento della pressione insurrezionale, anche esogena; parte dei taliban potrebbe lasciare il movimento e unirsi a IS/Daesh, mentre altri foreign fighters sono già operativi nei gruppi che fanno capo ad AQIS – nuovo brand di al-Qaida nel sub-continente indiano in risposta a IS/Daesh – (si valuta che le fazioni in campo contino complessivamente circa 6.500 foreign fighters).
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Il mullah Mohammad Omar, leader dei taliban afghani è morto, verosimilmente nell’aprile del 2013. Il mullah Akhtar Mohammad Mansour, che lo ha sostituito nell’agosto del 2015, potrebbe essere anch’egli deceduto a dicembre in seguito a un ipotetico scontro a fuoco con un capo taliban scissionista.
Queste, vere o meno, le informazioni disponibili. E gli stessi taliban hanno ufficialmente smentito la notizia; ma sono gli stessi taliban che, per due anni, hanno tenuto nascosta la morte del mullah Omar.
Alcune dinamiche rimangono però indefinite; in particolare, la stessa dinamica dell’evento appare contraddittoria.
Un incontro di alto livello che preveda la partecipazione del massimo vertice del movimento taliban impone l’adozione di misure di sicurezza estremamente cautelative; appare dunque improbabile che vi fossero armi tra i partecipanti all’incontro, al di fuori di quelle in dotazione alle guardie del corpo.
Inoltre, la notizia della sua uccisione sarebbe sostenuta a gran voce dalla fazione secessionista – vicina allo Stato islamico (IS/Daesh) in Afghanistan – del mullah Mansour Dadullah (che a sua volta risulterebbe essere stato ucciso su ordine della leadership taliban).
Dunque tutto da verificare.
Le dinamiche del fronte insurrezionale e il compromesso per la pace
Nel frattempo, prosegue incontrastata l’offensiva dei taliban – la più violenta degli ultimi quattordici anni. L’occupazione di Kunduz alla fine di settembre è l’episodio che meglio ne descrive la capacità di espansione e rappresenta il più importante successo ottenuto dall’insurrezione sino a oggi, a cui fanno seguito gli attacchi a Kandahar del 7-8 dicembre.
Tutto ciò conferma una capacità di saper operare su due piani:
- -quello operativo-strategico – attraverso azioni dirette contro obiettivi simbolici (centri urbani, basi militari), in grado di attirare l’attenzione mediatica;
- -quello politico-diplomatico – funzionale alla spartizione del potere e del paese.
Il processo di frammentazione e la lotta intestina al movimento per la successione al mullah Omar hanno aperto nuovi scenari di conflittualità, in cui si è inserito con prepotenza IS/Daesh.
Il leader ufficialmente è il mullah Mansour, indicato come “pragmatico” e disponibile all’ipotesi negoziale; la sua è però una posizione fragile e contestata e la notizia del suo ferimento – o uccisione – evidenzia le fragilità in essere.
Un secondo fattore è la difficoltà della leadership taliban nel mantenere unito il movimento; anche in questo caso l’ipotesi di uccisione di Mansour sarebbe una conferma.
Infine, terzo fattore, le spinte esterne legate alla diffusione di IS/Daesh. Più giovani mujaheddin, radicali, ex comandanti taliban, spesso marginalizzati o espulsi, o soggetti contrari al processo di pace, avrebbero già aderito al modello di “Nuovo terrorismo insurrezionale” (Nit, New Insurrectional Terrorism), di cui IS/Daesh è capolista e attore emergente della violenza in Afghanistan. Un attore, questo, che, continuando il processo di espansione dal Syraq (tra Siria e Iraq) al sub-continente indiano, si è imposto attraverso la diffusione del premium brand IS Wilayat Khorasan, riuscendo al contempo a marginalizzare un’al-Qaida indebolita.
Cosa accadrebbe se il fronte insurrezionale si frammentasse ulteriormente?
Il dialogo negoziale e il processo di power-sharing indurrebbero parte degli insorti a continuare a combattere; quattro, in breve, i rischi connessi alle conflittualità intra-taliban:
- Polarizzazione delle correnti favorevoli/contrarie al processo di pace.
- Scissione violenta.
- Trasformazione del conflitto, da “nazionale” (mujaheddin afghani per l’Afghanistan) a guerra “globale” (approccio ideologico alimentato da IS/Daesh).
- Apertura di al-Qaida a tutti i gruppi jihadisti – e dunque anche IS/Daesh – (appello dell’emiro Ayman al-Zawahiri del novembre scorso).
Cosa potrebbe accadere nel breve periodo?
Il fronte insurrezionale possiede significative capacità operative e di manovra, non è stato sconfitto sul campo ed è capace di limitare la libertà d’azione delle forze di sicurezza afghane. Sull’altro fronte, data l’incapacità da parte del governo afghano di garantire il controllo del territorio e un adeguato livello di sicurezza, la permanenza di una residua forza militare straniera rappresenta un vantaggio pratico.
È possibile valutare che nel breve-medio periodo vi sarà un aumento delle conflittualità a causa delle azioni insurrezionali e dell’espansione di IS/Daesh; inoltre, la riduzione delle capacità dello stato comporterà un sostanziale abbandono delle aree periferiche.
È dunque prevedibile un significativo aumento della pressione insurrezionale, anche esogena; parte dei taliban potrebbe lasciare il movimento e unirsi a IS/Daesh, mentre altri foreign fighters sono già operativi nei gruppi che fanno capo ad AQIS – nuovo brand di al-Qaida nel sub-continente indiano in risposta a IS/Daesh – (si valuta che le fazioni in campo contino complessivamente circa 6.500 foreign fighters).
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