Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

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martedì 11 ottobre 2016

Obama e l'Afghanistan (TRECCANI)

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1

in Atlante Geopolitico 2016 TRECCANI -  "Gli USA verso le presidenziali del 2016. Le eredità di Obama"

http://www.treccani.it/enciclopedia/gli-usa-verso-le-presidenziali-del-2016-le-eredita-di-obama_(altro)/
La guerra in Afghanistan, ricevuta in eredità nel 2008 dall’amministrazione di George W. Bush, è da subito definita dal neo-eletto presidente degli Stati Uniti Barack Obama «guerra giusta e cruciale».
E già nel gennaio del 2009, Obama aumenta di oltre il 50% le unità pianificate dalla precedente amministrazione; ma è con il discorso all’accademia di West Point, il 1° dicembre 2009, che la strategia per l’Afghanistan viene ridefinita in termini di impegno e obiettivi: non solo l’eliminazione del terrorismo (di cui al-Qaida è simbolo nella narrativa ufficiale) ma anche il contenimento di un fenomeno insurrezionale che mette in pericolo l’esistenza dello stesso stato afghano. La strategia per l’Afghanistan viene così indirizzata al raggiungimento dichiarato di tre obiettivi: 1) negare ad al-Qaida un rifugio sicuro; 2) contrastare l’espansione dei talebani; 3) rafforzare la capacità del governo e delle forze di sicurezza afghane.
A fronte di un approccio dimostratosi inadeguato, Obama approva l’adozione della strategia contro-insurrezionale (Coin - counterinsurgency) sostenuta da un surge militare di 33.000 unità, ma limitato a 18 mesi; al contempo si apre all’ipotesi di compromesso con i talebani. Il fine strategico è duplice: ottenere significativi risultati operativi, così da indebolire l’insurrezione e indurla ad accettare un negoziato favorevole. L’applicazione della nuova strategia è affidata al generale Stanley McChrystal il quale, dal 2010, concentra gli sforzi della coalizione sulla protezione della popolazione civile e l’aiuto alle istituzioni afghane. Una strategia, proseguita dal generale David Petraeus, che non raccoglie i risultati sperati nonostante uno sforzo militare di 140.000 unità.
Alla fine del 2011, nonostante la mancata stabilizzazione del paese, Obama ordina il ritiro delle truppe del surge entro l’estate del 2012, l’avvio della «transizione irreversibile» e il passaggio di responsabilità agli afghani. Un grave errore di comunicazione strategica poiché l’annuncio del disimpegno, e l’imposizione di una data per il ritiro indipendentemente dai risultati, consente all’insurrezione di riorganizzarsi.
Nel 2012 viene sancita l’uscita formale dal conflitto entro il 2014 archiviando, di fatto, il fallimento della strategia contro-insurrezionale. Una decisione che, sul piano comunicativo, trasmette all’opinione pubblica l’idea di una ‘percepita conclusione’ dell’impegno in Afghanistan, ma è ormai chiaro che l’unica via di uscita è una soluzione negoziale che apra al power-sharing con i talebani.
Nel 2014 hanno luogo le contestate elezioni presidenziali, viziate da brogli e irregolarità, che, a fronte di uno stallo istituzionale, trovano un temporanea soluzione sostenuta dagli Stati Uniti e basata sulla condivisione del potere tra i due candidati: Mohammad Ashraf Ghani, presidente, e Abdullah Abdullah, primo ministro esecutivo (carica non prevista dalla Costituzione). Un processo di spartizione del potere che, pur scongiurando una nuova guerra civile, limita l’azione di governo.
Nello stesso anno inizia la penetrazione in Afghanistan dello Stato Islamico (Is/Daesh), il passaggio nelle sue fila di alcuni ex talebani e l’intensificazione della violenza.
La fine della missione Isaf (dicembre 2014) conclude la più duratura operazione di combattimento condotta dagli Stati Uniti, sebbene l’impegno continui in altre forme: la missione Resolute Support della Nato, a sostegno delle forze di sicurezza afghane, e l’operazione statunitense di contro-terrorismo Freedom’s Sentinel. E la firma del Security and Defense Cooperation Agreement e dello Status of Forces Agreement è l’atto formale che legittima la presenza militare straniera dal 2015 (e fino a tutto il 2024), oltre al controllo statunitense di alcune basi militari strategiche (Kabul, Bagram, Jalalabad e Kandahar) che garantiscono una capacità di intervento regionale.
L’Afghanistan è parte dell’ampio contesto della geopolitica e della realpolitik: a fronte del processo di frantumazione del movimento talebano in seguito alla morte dello storico leader (mullah Omar) e delle difficoltà del suo successore (mullah Mansour), del rallentamento del processo di pace, della minaccia Is/Daesh, del crescente protagonismo della Russia e del ruolo sempre più attivo della Cina, nel 2015 gli Stati Uniti procedono all’ulteriore revisione della strategia.
Anticipata nel mese di marzo, il presidente Obama annuncia la modifica del piano di disimpegno a novembre, confermando sino a tutto il 2017 una presenza di 10.000 soldati statunitensi, 50.000 militari della Nato e un numero stimato di 15.000 contractor. Una scelta che, da una parte, risponde alla richiesta formale del presidente Ghani e, dall’altra, è finalizzata a evitare il ripetersi di un fallimento come quello iracheno – con il ritiro accelerato delle truppe e il caos conseguente all’emergere di Is/Daesh.
Sotto questa prospettiva va letta la decisione di mantenere una residua presenza su suolo afghano, nonostante la guerra sia nella sostanza persa. Una delle ragioni per le quali l’impegno statunitense non è riuscito a tradurre gli sforzi militari in risultati concreti è stata l’assenza di collegamento tra investimenti fatti e un end-state strategico chiaro e definito. Un mancato successo, accelerato dalla scelta di Obama di definire le strategie sulla base delle priorità della propria agenda politica, ma non tenendo conto dei tempi e degli sviluppi afghani.
vai all'Atlante Geopolitico 2016 TRECCANI

UE: confermato il supporto internazionale all’Afghanistan

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1

Kunduz assediata dalle forze islamiche mentre il Governo è impegnato in Europa

Oggi 4 e domani 5 ottobre l’Unione Europea e il Governo Afghano si riuniscono a Bruxelles per la ‘Conferenza sull’Afghanistan’. Ma, anticipando di un giorno l’appuntamento europeo, i talebani ripropongono un copione di successo puntando alla conquista di Kunduz – capitale provinciale e quinta città dell’Afghanistan. Era il 28 settembre 2015 quando i talebani la conquistarono, occupandola per tre giorni e impegnando le forze di sicurezza afghane e statunitensi, per le tre settimane successive, nell’opera di bonifica totale dalle sacche di resistenza. Una prova di forza, confermata dalle successive offensive nell’Helmand e in tutto il sud-est del Paese, nell’assedio di Tirin-Khot e nelle innumerevoli e spettacolari azioni violente nella capitale Kabul. Una spinta espansiva che, in competizione con lo Stato islamico-Khorasan (la succursale in franchise dell’originale ISIS in Siria e Iraq), ha portato l’insurrezione afghana a detenere il sostanziale monopolio della violenza nel 40 percento del Paese.
Oggi i talebani, comandati dal loro nuovo leader Mawlawi Haibatullah Akhundzada, succeduto al discusso mullah Mohammad Mansour (inviso a molti capi talebani) dopo la morte dello storico e carismatico mullah Mohammad Omar, ribadiscono attraverso un’importante azione militare le loro intenzioni e confermano di possedere crescenti capacità operativeL’Afghanistan è, dunque, sempre più sotto assedioE in quest’atmosfera in cui assediati e assedianti si confrontano, sì sul campo di battaglia, ma anche e ancor più sul piano comunicativo e politico, la Comunità internazionale si riunisce a Bruxelles per formalizzare entità e durata del sostegno all’Afghanistan.
Unione Europea e Governo afghano co-dirigono i lavori della ‘Conferenza per l’Afghanistan’ a cui partecipano 70 Paesi donatori e 30 organizzazioni e agenzie internazionali con l’obiettivo di creare una base su cui Kabul dovrà sostenere le proprie strategie di riforma e stabilizzazione. Per la Comunità internazionale è l’occasione per ribadire il proprio impegno nel sostegno politico e finanziario al processo di pace, alla costruzione e allo sviluppo dello Stato afghano. Un processo di pace che è, però, ben lontano dal potersi dire avviato, poiché l’interlocutore principale, il movimento talebano, è assente dall’ultimo – in termini temporali – tavolo negoziale aperto due anni fa e comprendente Afghanistan, Cina, Stati Uniti e Pakistan, meglio noto come Quadrilateral Coordination Group.
Donald Tusk, Presidente del Consiglio europeo, Federica Mogherini, Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza e Neven Mimica, Commissario europeo per lo Sviluppo e la Cooperazione, rappresentano l’Europa di fronte al Presidente dell’Afghanistan Ashraf Ghani e il suo Chief Executive Officer, o Primo Ministro esecutivo, Abdullah Abdullah nell’incontro che, seguendo il programma in agenda, si focalizzerà su due aspetti principali.
Il primo è lo sforzo congiunto per un efficace supporto internazionale e il necessario sostegno economico, sulla base di un nuovo piano strategico nazionale. Il secondo aspetto, il più problematico, è relativo agli sforzi fatti e da fare per una riforma strutturale, a partire da quella economica e comprendente la rule of law, la gestione trasparente degli stanziamenti e delle finanze, la lotta alla corruzione, i servizi essenziali, il processo di pace e la cooperazione trans-frontaliera a livello regionale. Aspetti interessanti, ma che non sono una novità avendo caratterizzato tutti gli undici incontri ufficiali, le conferenze e i summit internazionali che si sono succeduti dal 2001 in avanti.

Afghanistan: tranquilli, è sempre peggio

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1

 
Dai talebani all’Isis, aumenta la minaccia; con i mujaheddin che potrebbero ricompattarsi contro IS/Daesh
Kabul, 19 aprile. I talebani rivendicano l’attacco commando-suicida che ha provocato 28 morti e 341 feriti; un bilancio provvisorio destinato ad aumentare. Spiace doverlo ribadire, ma questo è solamente uno degli innumerevoli episodi quotidiani che colpiscono violentemente l’Afghanistan, e gli afghani. Un episodio analogo, nella tipologia forse non nell’intensità, a quelli di ogni giorno dell’anno. Sorprendono allora le parole del Ministro degli Affari Esteri italiano, Paolo Gentiloni che, da Herat dove era in visita ai  militari del contingente italiano, ha dichiarato che «dopo quasi 15 anni dal nostro impegno…i frutti si vedono in modo evidente… e si creano le condizioni migliori per la costruzione di pace». O Gentiloni non sa nulla di ciò che sta avvenendo in Afghanistan da quindici anni a questa parte, o è una deliberata scelta da parte del Governo guidato da Matteo Renzi di sposare l’approccio del ‘va tutto bene madama la marchesa’. Delle due l’una.
Manca forse il coraggio di dire che l’Afghanistan sta cadendo nel caos? La verità è che il 2016 – che già non prometteva nulla di buono – si sta rivelando un anno molto impegnativo, sia sul piano militare, sia su quello politico.  L’avevamo detto esattamente 1 anno fa che la missione era incompiuta. A causa del deterioramento della sicurezza e dell’incapacità delle forze afghane di garantire un minimo livello di protezione, colpite da grandi perdite, diserzioni e forte corruzione, gli Stati Uniti hanno avviato un’ulteriore revisione del piano di disimpegno dal Paese, il che ha comportato per noi italiani, da un lato, il congelamento del ritiro di truppe previsto per il 2016 e, dall’altro, l’aumento dello sforzo, in termini di mezzi, materiali e uomini (al momento circa 1.000 unità italiane contro le 750 dello scorso anno). Una decisione, tutta statunitense, finalizzata a evitare il ripetersi di un fallimento come quello avvenuto in Iraq, senza per altro definire quale sarà la strategia a lungo termine, né l’end state dell’attuale missione.
Nel complesso, ad oggi vi è un impegno ridotto della Nato che schiera circa 10.000 soldati, sotto la bandiera della missione ‘Resolute Support‘, mentre ulteriori 5.000 truppe (per lo più forze speciali) compongono la missione indipendente di contro-terrorismo Enduring Sentinel degli Stati Uniti. Dati che potrebbero rimanere tali sino a tutto il 2017, ma a deciderlo sarà il prossimo Presidente statunitense.
Sul terreno, prosegue incontrastata la violenta espansione dei talebani. È di pochi giorni fa l’annuncio della quindicesima offensiva di primavera – questa volta dedicata al defunto mullah Mohammad Omar avviata dal fronte talebano che, dopo la conquista, di fatto, di circa il 20% del territorio (in particolare i distretti del sud e dell’est del Paese) e la capacità di operare efficacemente in un altro 30% (e anche di più, guardando alla mappa dei più recenti attacchi), è riuscito pochi giorni fa a conquistare importanti posizioni in grado di garantire il controllo delle vie di comunicazione tra Baghlan a Mazar-e-Sharif. Ciò avviene, dopo la conquista della città di Kunduz da parte dei talebani alla fine di settembre dello scorso anno, e la tenuta della stessa per alcuni giorni ci fa capire la gravità della situazione. Se di gravità vogliamo parlare, poiché è ormai un dato di fatto che i talebani sono oggi l’attore politico, prima ancora che militare, con cui abbiamo accettato di interfacciarci e con cui collaborare sull’altro fronte, quello politico-diplomatico, attraverso un processo da più parti auspicato che dovrebbe portare a una soluzione negoziale che apra alla condivisione del potere.
Oggi, tutte le parti convergono sulla necessità di un processo di pace che vede la partecipazione di importanti attori interessati alla stabilità dell’Afghanistan attraverso il Quadrilateral Coordination Group: Cina, Pakistan, Stati Uniti e Afghanistan. Ma, al momento, mancano ancora gli interlocutori fondamentali: i talebani, che, impegnati a risolvere le conflittualità interne, non sono seduti al tavolo del dialogo. E questo è il problema sostanziale che deriverebbe dalla presenza di forze straniere su suolo afghano, poichè, come sostengono i vertici del movimento talebano, un ipotetico dialogo negoziale seguirà il ritiro delle truppe straniere, non il contrario.

martedì 16 novembre 2010

Dal 2011 al 2014: il lungo cammino della scadenza flessibile in Afghanistan

Karzai utilizza toni sempre più aspri e apertamente critici verso la presenza occidentale in Afghanistan; lo fa attraverso i media nazionali e internazionali chiedendo «riduzione delle operazioni militari» e «stop ai raid notturni»; richieste comprensibili che hanno però provocato formale stupore e disappunto in un sempre meno marziale e sempre più politico David Petraeus. Karzai, pur consapevole del fatto che parte della pochissima sicurezza in terra afghana è il risultato degli sforzi e dei sacrifici delle forze della Coalizione a guida statunitense, tenta così di ottenere consenso da parte di quegli afghani che chiedono, alcuni a gran voce, il ritiro delle truppe straniere: tra questi anche i taliban, ai quali Karzai si rivolge per una soluzione di compromesso basata sul dialogo. Dialogo puntualmente negato dallo stesso mullah Omar che, nel suo messaggio del 15 novembre, insiste nel chiedere il ritiro delle truppe straniere come precondizione a qualunque forma di trattativa.
Nel frattempo gli Stati Uniti di Obama confermano ufficiosamente ciò che è evidente almeno dalla fine di giugno: le truppe statunitensi non inizieranno a ripiegare nell’estate del 2011 e il passaggio di responsabilità – il termine della «combat mission» americana, la stessa che in Europa viene indicata come «missione di pace» – non avverrà prima del 2014 (e dunque a partire dal 2015). Lo aveva anticipato il Segretario di Stato Hillary Clinton alla Conferenza di Kabul del 20 luglio 2010 – «il 2011 è l’inizio di una nuova fase e non la fine del nostro impegno» – incalzata da Petraeus che aveva parlato di «processo basato su condizioni e non un evento» riferendosi alla data annunciata da Obama nel discorso a West Point del dicembre 2009.
Perché è avvenuto ciò? Al di là della cronica inefficienza dello Stato afghano – il cui processo di formazione è ben lungi dall’essere stato avviato efficacemente – un recente studio sulle forze di sicurezza afghane ha posto in evidenza come queste non siano ancora in grado di garantire il controllo del territorio e un livello di sicurezza accettabile. Questa situazione ha indotto al cambio dei tempi per l’uscita dal conflitto armato. È stato lo stesso capo di stato maggiore dell’esercito americano, il generale George Casey, ad affermare che gli Stati Uniti rimarranno in Afghanistan per almeno altri dieci anni: «Attori statali, non statali e singoli soggetti che stanno aumentando la volontà di utilizzo della violenza non possono essere battuti sul breve termine». Ma a livello politico vi è ancora molta indecisione proprio in merito agli obiettivi da ottenere a breve termine, compreso il processo di trasferimento di autorità alle istituzioni afghane che, comunque, verrà avviato a partire dall’anno prossimo. Scelta che sembra più una simulazione di successo e coerenza alle promesse fatte – ai propri elettori – che frutto di un calcolo razionale e di un’attenta e matura valutazione.
Il discusso annuncio di Obama a West Point nel dicembre 2009, quello in cui è stata resa manifesta la volontà di avviare il ritiro delle truppe a partire dall’estate 2011, è in parte responsabile dei parziali insuccessi ottenuti sul fronte della counterinsurgency e dell’aumento della volontà offensiva dei taliban. È ormai opinione diffusa che il ritiro delle forze statunitensi e della Nato, – 2011 o 2014 –, rappresenti una implicita dichiarazione di impossibilità di sconfiggere il nemico; un nemico che non appena la pressione si sarà attenuata, sostiene Ahmed Rashid, inizierà a marciare su Kabul.
Dal 2011 al 2014 dunque.
Entro il 2014 le forze di sicurezza straniere dovranno affidare a esercito e polizia afghani la gestione della sicurezza sull’intero territorio del paese. Quello che può apparire come l’annuncio di un ritiro è nei fatti un’evacuazione programmata e punta a imporsi nel lessico degli analisti come passaggio di consegne organizzato e graduale. Ma nel 2014 l'Afghanistan non sarà abbandonato a se stesso poiché a vigilare rimarrà la Nato, che si è assunta l’onere del supporto logistico e militare senza però interferire direttamente nella gestione dell’ordine pubblico e nel controllo del territorio.
Anche il Presidente Hamid Karzai ha confermato che il passaggio di consegne avverrà nel 2014, con la convinzione che entro quella data le forze di sicurezza afghane saranno pronte a operare autonomamente. Lo ha fatto pur sapendo che l’apertura dei taliban è la conditio sine qua non e che senza la loro partecipazione al dialogo, la guerra è destinata a continuare per molto tempo ancora. Trattare è necessario dunque, con il beneplacito degli Stati Uniti e degli altri alleati e con la certezza di altri quattro anni di guerra durante i quali riflettere sulla «definitiva» exit strategy.
Entro il 2014 – solo qualche settimana fa si parlava ancora di 2011 – esercito e polizia afghani dovranno raggiungere, nei piani dell’amministrazione Obama, quota 300.000 ma al momento i risultati raggiunti si limitano rispettivamente al diciotto e venticinque percento dell’obiettivo finale. Una situazione assolutamente inaccettabile, resa ancora più critica dal fatto che i reclutamenti nelle aree pashtun sono pressoché nulli poiché è proprio in quelle regioni e in quei distretti che i taliban prosperano e sono in grado di fare proseliti tra la popolazione locale, offrendo buoni compensi ai giovani disoccupati che decidono di aderire alla lotta contro gli stranieri e il governo di Kabul. E questo ha portato all’ottenimento di un doppio risultato negativo nella guerra per la conquista dei cuori e delle menti poiché, non solo la percentuale dei pashtun nell’esercito non supera il tre percento, ma, pericolosamente, i giovani delle aree rurali preferiscono “arruolarsi” tra le fila del movimento taliban e dei gruppi di opposizione pashtun più in generale.
La frustrazione dei comandi alleati è alle stelle: l’insoddisfazione è conseguenza del fatto che il processo di reclutamento è fallito ancor prima della scadenza prefissata mentre il fenomeno dell’insorgenza è sempre più in aumento.
Se il termine dell’estate 2011 è ormai solamente un ricordo, il 2014 è invece la «scadenza flessibile» indicata dagli Stati Uniti e dalla Nato; ma il 2014, nella più rosea delle previsioni non sarà neanche la data di un definitivo ritiro delle truppe internazionali da combattimento (e comunque quelle statunitensi) dall’Afghanistan poiché l’impegno preso è di assistere le istituzioni afghane sin quando queste non saranno in grado di poter operare per proprio conto. Situazione che potrà però essere realizzabile, almeno secondo le previsioni più ottimistiche, ben oltre quella data. Il cammino è ancora lungo e la data del 2011 segna solo l'inizio del piano quadriennale che verrà presentato a Lisbona il 19 novembre in occasione del Summit della Nato che vedrà, tra gli ospiti, anche il presidente russo Dmitrij Medvedev.
16 novembre 2010