Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

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martedì 11 ottobre 2016

'Nuovo' ruolo di combattimento per le truppe straniere in Afghanistan (CeMiSS OSS 1/2016)

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1

da CeMiSS - Osservatorio Strategico 1/2016 pp. 103-109 - Scarica il Volume
 ISBN 978-88-99468-15-6
Quali dinamiche hanno investito la leadership dei taliban, il principale gruppo di opposizione armata operativo in Afghanistan? E quali sono gli sviluppi del fronte insurrezionale e della presenza militare straniera?
La morte del mullah Mohammad Omar, leader storico dei taliban afghani – avvenuta verosimilmente nell’aprile del 2013 – ha lasciato un vuoto al momento non ancora colmato, poiché la lotta per il potere e il non consolidamento della nuova leadership del mullah Akhtar Mohammad Mansour (dal mese di luglio 2015 e solo in parte riconosciuta dai componenti della galassia taliban) ha portato a una situazione altamente instabile del fronte insurrezionale, caratterizzata da lotte intestine e confronti diretti tra le varie fazioni.
Nello specifico, è nota la notizia circolata sulla morte del mullah Mansour a seguito di un ipotetico scontro con una fazione scissionista. Una notizia la cui attendibilità non è valutabile e che, sebbene smentita dai fatti – nello specifico un file audio, risultato autentico, in cui lo stesso Mansour conferma di essere ancora in vita – contribuisce a definire uno scenario tutt’altro che chiaro. E se, da un lato, gli stessi taliban hanno smentito la morte di Mansour fin da subito – ma è bene ricordare che sono gli stessi taliban che hanno negato la morte del mullah Omar per ben due anni – dall’altro lato è interessante notare come, la stessa notizia, sia stata sostenuta e ampiamente diffusa dalla fazione secessionista – vicina allo Stato islamico (IS/Daesh) in Afghanistan – del mullah Mansour Dadullah (che a sua volta risulterebbe essere stato ucciso su ordine della nuova leadership taliban).
Questo sul piano politico. Sul piano militare, invece, dopo la vittoriosa conquista di Kunduz da parte dei taliban a fine settembre scorso, e le difficoltà delle forze di sicurezza afghane, sostenute dalla NATO, nel successivo tentativo di riconquista della città (difesa dagli insorti per due settimane), nonché l'ampliamento del numero dei distretti sotto diretto controllo dei taliban, è l'attacco contro l'aeroporto di Kandahar del 9 dicembre a segnare l'avvio della stagione invernale dei combattimenti, caratterizzata da intense attività offensive da parte del fronte insurrezionale; un fronte influenzato, al suo interno, da lotte per il potere e la ricerca, da parte di una leadership ancora debole, del più ampio consenso possibile e, sul piano esterno, dalla capacità del nascente IS/Daesh in Afghanistan di influire sulle dinamiche politiche e di sicurezza dell'intera area regionale, dell'Af-Pak e di tutto il subcontinente indiano.
Nuove dinamiche, dunque, influiscono sugli sviluppi afghani e sull'impiego delle truppe straniere – tra queste le unità italiane portate da 750 a circa 1.000 – in virtù delle crescenti minacce e dei limiti oggettivi delle forze di sicurezza afghane, attualmente non in grado di operare efficacemente per un contenimento dell'offensiva insurrezionale.
Una 'nuova' fase combat per le truppe straniere in afghanistan 
Fallisce, nella sostanza, il processo di disimpegno delle truppe combattenti annunciato da Obama, nel 2013, e formalmente concluso nel 2014; ciò ha imposto una revisione della strategia statunitense per l'Afghanistan e il riavvio del ruolo di combattimento delle truppe straniere (Usa in primis), archiviando così la precedente opzione, basata sulla cessazione delle attività di combattimento offensivo in favore di una policy di train, advise e assist (i pilastri dell'attuale missione della Nato – la Resolute Support – di cui l'Italia è uno degli attori principali).
Dunque, dal 2016, le truppe statunitensi saranno impiegate nuovamente in azioni di combattimento contro i taliban – gli stessi taliban con i quali Washington e Kabul sono impegnati nel tentativo di raggiungere un accordo negoziale – intensificando il ruolo militare, dopo la conclusione formale delle precedenti operazioni di combattimento.
La linea strategica proposta dal Pentagono, e approvata dall'amministrazione del presidente Obama, prevede, inoltre, un maggiore supporto aereo per le forze di sicurezza afghane. Dunque, non più solamente addestramento a favore degli afghani e azioni combat limitate a obiettivi riconducibili ad al-Qa'ida e suoi affiliati, bensì azioni offensive dirette anche contro quei gruppi di opposizione armata che dovessero rappresentare una minaccia diretta per le forze statunitensi (e per gli alleati della Coalizione) o che dovessero supportare al-Qa'ida (e gli altri attori inseriti nella black-list dei gruppi terroristici, tra i quali anche IS/Daesh).
Un cambio di impiego significativo, al di la dei numeri schierati sul terreno, che comunque dovrebbero attestarsi per tutto il corso del 2016 su cifra 15.000 (di questi circa 5.000 truppe Nato); del totale, 5.500 truppe Usa saranno schierate nelle basi di Kabul, Bagram, Nangarhar, e Kandahar. Nel complesso si tratta di una forza probabilmente insufficiente per contrastare la capacità e la volontà offensiva del fronte insurrezionale.
La natura del fenomeno insurrezionale: capillare e incontrastata. 
I taliban avrebbero il pieno controllo di almeno 39 distretti provinciali (su 398 totali) e competono per il controllo in altri 39; una capacità di controllo conseguente all'espansione territoriale registrata negli ultimi due mesi e che avrebbe consentito di ottenere, complessivamente, 15 distretti nelle aree nord (area di responsabilità tedesca), ovest (area di responsabilità italiana) e sud (area di responsabilità statunitense). Un'evoluzione geografica, registrata in un periodo di tempo estremamente breve, che è seguita al confronto, sul campo di battaglia, con le forze di sicurezza afghane, non in grado di operare in maniera adeguata al fine di contrastare un fenomeno insurrezionale dalle accresciute capacità e volontà.
A conferma di ciò, basta citare l'episodio (il più recente), registrato il 20 dicembre scorso, in cui hanno perso la vita almeno 90 soldati dell'esercito afghano, durante scontri a fuoco con i taliban nei distretti di Gereskh e Sangin, provincia dell'Helmand, lasciando nelle mani degli insorti una vasta area ormai fuori controllo.  Qui  i  taliban  hanno  conquistato  e  preso  possesso  di infrastrutture militari (basi), posti di polizia ed edifici governativi.
Questo episodio segue quello registrato pochi giorni prima nel distretto di Khan-e-Sheen, sempre nella provincia dell'Helmand,tenuto per più giorni fuori dal controllo del governo afghano, attraverso una serie di attacchi coordinati e continuati nel tempo. Gereskh e Sangin, da sempre obiettivo primario dei taliban nel fronte sud, rientrano  nella  strategica  offensiva,  condotta  dal  movimento  dei  taliban, finalizzata al controllo dell'ampia provincia dell'Helmand dove il fenomeno insurrezionale, perso terreno nel periodo 2009-2011, in conseguenza del surge militare  statunitense,  ha  ricominciato  ad  agire  in  maniera  pressoché indisturbata; un approccio che ha portato al controllo sostanziale di almeno 3 distretti, sui 13 che compongono la provincia dell'Helmand, mentre gli altri dieci sarebbero oggetto di contesa (di questi almeno tre - Garmsir, Washir e Nawa-i-Barak a rischio caduta nelle mani dei taliban).
E, dal campo di battaglia propriamente detto, il confronto tra le parti in conflitto si sposta su quello mediatico-comunicativo. Se da un lato il governo afghano pone all’attenzione dei media la riconquista e la cacciata dei taliban dal distretto di  Khanashin  della  provincia  dell’Helmand,  parimenti  operano  i  taliban
rispondendo  con  l’annuncio  della  conquista  del  distretto  di  Marawara, provincia nord-orientale di Kunar.
Nel complesso i taliban oggi controllano, dunque, sul piano sostanziale, 39 distretti, altrettanti sono a rischio di collasso, ma il numero di questi sarebbe, in realtà, molto più alto se come parametro si prendesse non la capacità dei taliban di avere sotto controllo un'area, bensì la capacità delle istituzioni afghane di governare e garantire la sicurezza all'interno della stessa area.
Quel che è certa è la capacità operativa e di controllo dei taliban che sarebbero in effetti in grado di controllare, nel complesso, almeno un quinto dell'intero paese ma capaci di avere un'influenza diretta in almeno la metà, in particolare i distretti delle provincie del sud e e dell'est.
La sostanza è che i gruppi di opposizione armata, e dunque non solo i taliban, stanno riconquistando, combattendo, quanto dovettero abbandonare all'epoca del surge statunitense (2009-2011); un processo in fase di sviluppo che è seguito all'archiviazione della strategia contro-insurrezionale (e al suo mancato successo), al conseguente progressivo disimpegno militare della Comunità internazionale e alla riduzione della componente militare straniera di tipo ‘combat’.
Le conseguenze politiche dell'offensiva taliban 
La drammatica situazione della sicurezza in Afghanistan, in progressivo deterioramento, ha portato Rahmatullah Nabil, responsabile dei servizi segreti afghani, a rassegnare, il 10 dicembre scorso, le proprie dimissioni per 'disaccordi sulla politica del governo' del presidente Ashraf Ghani. Rahmatullah Nabil ha, in particolare, criticato la recente visita del presidente Ghani in Pakistan, finalizzata a riaprire i negoziati di pace con il movimento taliban.
È la seconda volta che un capo della sicurezza del governo afghano si dimette in contrasto con la strategia politica del presidente. La prima volta accadde nel giugno del 2010, quando il ministro dell'Interno, Mohammed Hanif Atmar, e il capo della Direzione nazionale della sicurezza, Amrullah Saleh, si dimisero a causa della forte divergenza con la linea pro-pakistana sposata da Hamid Karzai – allora presidente al suo secondo mandato; allora il pretesto fu l'elevato numero di azioni offensive condotte, dai taliban, a danno di obiettivi istituzionali, in particolare durante lo svolgimento dell’importante Loya Jirga, l’assemblea informale dei notabili afghani. Oggi, analoghe dinamiche si ripetono, con le dimissioni di Nabil, contrario alla decisione, di Ashraf Ghani, di concedere un ruolo, considerato 'eccessivo' e 'pericoloso', a Islamabad nel processo negoziale con il fronte insurrezionale afghano. Questo è un chiaro indicatore dell'empasse politica che ha portato la diarchia Ghani-Abdullah all'attuale incapacità di governo sostanziale.
E proprio i rapporti afghano-pakistani sarebbero il fattore maggiormente critico per la sicurezza in Afghanistan, così come indicato nel report statunitense ‘Enhancing Security and Stability in Afghanistan’ e pubblicato a un anno dall’avvio delle operazioni militari ‘Freedom’s Sentinel' (operazione combat a guida statunitense) e la ‘Resolute Support’ (RS) a guida Nato.
Tale report pone in evidenza come, a fronte di un tentativo formale di riavvicinamento tra Kabul e Islamabad, i rapporti tra i due paesi si sarebbero però raffreddati, a causa di una serie di eventi considerati sfavorevoli e i risultati ottenuti di modesta rilevanza.
In particolare, limitandosi all’arco temporale del secondo semestre 2015, si citano quali fattori dinamizzanti, delle relazioni tra i due attori, la serie di attacchi di alto profilo condotti in Afghanistan (in particolare Kabul) e gli scontri violenti avvenuti nelle aree di confine tra le forze di sicurezza afghane e l’esercito pakistano, oltre al ruolo destabilizzante giocato dalla politica aggressiva del gruppo Tehrik-e-Taliban Pakistan, nei confronti di Islamabad.
Quanto accade si inserisce in un ampio processo politico che vede, da un lato, il presidente Ghani sempre più in difficoltà e sempre più propenso ad accettare una soluzione politica di compromesso con i taliban, anche svantaggiosa, pur di pacificare un paese in guerra da quarant’anni e incapace di risollevarsi; dall’altro lato, si impongono relazioni politico-diplomatiche con il Pakistan e le possibili opportunità economiche e di sicurezza che potrebbero coinvolgere il governo afghano e gli stessi taliban nella spartizione dei vantaggi derivanti dal transito di risorse energetiche naturali attraverso l’Afghanistan, con specifico riferimento al progetto della pipeline TAPI (Turkmenistan, Afghanistan, Pakistan, India).
Analisi, valutazioni e previsioni 
La situazione evolve verso un sempre più complesso mosaico di conflittualità. A fronte di un processo di frantumazione interna al movimento taliban, si prospetta la possibilità di accordo negoziale con il governo afghano, anche attraverso un ruolo di primo piano del Pakistan che, però, potrebbe alimentare ulteriori conflittualità intra-insurrezionali, maggiormente dinamizzate dal crescente ruolo di IS/Daesh in Afghanistan.
La permanenza di un significativo contingente militare, benché non adeguato a contrastare il livello di minaccia, garantirà il possesso e il controllo delle importanti basi strategiche funzionali alla capacità di manovra dello strumento militare statunitense e della Nato.
L’instabilità politica e sociale sarà aggravata da una crisi economica, accentuata dal ritiro dei contingenti militari, non risolvibile né arginabile nel breve-medio periodo. Infine, un potenziale vantaggio potrebbe essere dato dalla possibilità di condivisione, con i taliban, dei vantaggi economici derivanti dall’avvio del progetto TAPI, e dal ruolo di ‘garanti’ che potrebbe essere attribuito a questi attraverso una delega alla sicurezza dell’infrastruttura transitante per le aree afghane sotto il loro controllo.
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Afghanistan: la frantumazione del movimento taliban e il ruolo dello Stato islamico (ISPI)

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1

da ISPI - ispionline.it - scarica il COMMENTARY in pdf

L’incontrastata offensiva dei taliban conferma una capacità di saper operare sia sul piano operativo-strategico sia su quello politico-diplomatico, ma il processo di frammentazione e la lotta intestina al movimento taliban per la successione al mullah Omar hanno aperto nuovi scenari di conflittualità, in cui si è inserito con prepotenza IS/Daesh. 

Il mullah Mohammad Omar, leader dei taliban afghani è morto, verosimilmente nell’aprile del 2013. Il mullah Akhtar Mohammad Mansour, che lo ha sostituito nell’agosto del 2015, potrebbe essere anch’egli deceduto a dicembre in seguito a un ipotetico scontro a fuoco con un capo taliban scissionista.
Queste, vere o meno, le informazioni disponibili. E gli stessi taliban hanno ufficialmente smentito la notizia; ma sono gli stessi taliban che, per due anni, hanno tenuto nascosta la morte del mullah Omar.
Alcune dinamiche rimangono però indefinite; in particolare, la stessa dinamica dell’evento appare contraddittoria.
Un incontro di alto livello che preveda la partecipazione del massimo vertice del movimento taliban impone l’adozione di misure di sicurezza estremamente cautelative; appare dunque improbabile che vi fossero armi tra i partecipanti all’incontro, al di fuori di quelle in dotazione alle guardie del corpo.
Inoltre, la notizia della sua uccisione sarebbe sostenuta a gran voce dalla fazione secessionista – vicina allo Stato islamico (IS/Daesh) in Afghanistan – del mullah Mansour Dadullah (che a sua volta risulterebbe essere stato ucciso su ordine della leadership taliban).
Dunque tutto da verificare.
Le dinamiche del fronte insurrezionale e il compromesso per la pace
Nel frattempo, prosegue incontrastata l’offensiva dei taliban – la più violenta degli ultimi quattordici anni. L’occupazione di Kunduz alla fine di settembre è l’episodio che meglio ne descrive la capacità di espansione e rappresenta il più importante successo ottenuto dall’insurrezione sino a oggi, a cui fanno seguito gli attacchi a Kandahar del 7-8 dicembre.
Tutto ciò conferma una capacità di saper operare su due piani:
  • -quello operativo-strategico – attraverso azioni dirette contro obiettivi simbolici (centri urbani, basi militari), in grado di attirare l’attenzione mediatica;
  • -quello politico-diplomatico – funzionale alla spartizione del potere e del paese.
È ormai un dato di fatto che Stati Uniti, governo afghano e leadership taliban ambiscano a una soluzione di compromesso del conflitto; tale ipotesi è però minacciata dall’instabilità di alcuni fattori.
Il processo di frammentazione e la lotta intestina al movimento per la successione al mullah Omar hanno aperto nuovi scenari di conflittualità, in cui si è inserito con prepotenza IS/Daesh.
Il leader ufficialmente è il mullah Mansour, indicato come “pragmatico” e disponibile all’ipotesi negoziale; la sua è però una posizione fragile e contestata e la notizia del suo ferimento – o uccisione – evidenzia le fragilità in essere.
Un secondo fattore è la difficoltà della leadership taliban nel mantenere unito il movimento; anche in questo caso l’ipotesi di uccisione di Mansour sarebbe una conferma.
Infine, terzo fattore, le spinte esterne legate alla diffusione di IS/Daesh. Più giovani mujaheddin, radicali, ex comandanti taliban, spesso marginalizzati o espulsi, o soggetti contrari al processo di pace, avrebbero già aderito al modello di “Nuovo terrorismo insurrezionale” (Nit, New Insurrectional Terrorism), di cui IS/Daesh è capolista e attore emergente della violenza in Afghanistan. Un attore, questo, che, continuando il processo di espansione dal Syraq (tra Siria e Iraq) al sub-continente indiano, si è imposto attraverso la diffusione del premium brand IS Wilayat Khorasan, riuscendo al contempo a marginalizzare un’al-Qaida indebolita.
Cosa accadrebbe se il fronte insurrezionale si frammentasse ulteriormente?
Il dialogo negoziale e il processo di power-sharing indurrebbero parte degli insorti a continuare a combattere; quattro, in breve, i rischi connessi alle conflittualità intra-taliban:
  1. Polarizzazione delle correnti favorevoli/contrarie al processo di pace.
  2. Scissione violenta.
  3. Trasformazione del conflitto, da “nazionale” (mujaheddin afghani per l’Afghanistan) a guerra “globale” (approccio ideologico alimentato da IS/Daesh).
  4. Apertura di al-Qaida a tutti i gruppi jihadisti – e dunque anche IS/Daesh – (appello dell’emiro Ayman al-Zawahiri del novembre scorso).
Una situazione complessiva che potrebbe preannunciare uno scenario – già avvenuto per i taliban pachistani – in cui il movimento taliban afghano si frantumerebbe attraverso la contrapposizione tra blocco storico e frangia radicale (che opterebbe per l’adesione a IS/Daesh).
Cosa potrebbe accadere nel breve periodo?
Il fronte insurrezionale possiede significative capacità operative e di manovra, non è stato sconfitto sul campo ed è capace di limitare la libertà d’azione delle forze di sicurezza afghane. Sull’altro fronte, data l’incapacità da parte del governo afghano di garantire il controllo del territorio e un adeguato livello di sicurezza, la permanenza di una residua forza militare straniera rappresenta un vantaggio pratico.
È possibile valutare che nel breve-medio periodo vi sarà un aumento delle conflittualità a causa delle azioni insurrezionali e dell’espansione di IS/Daesh; inoltre, la riduzione delle capacità dello stato comporterà un sostanziale abbandono delle aree periferiche.
È dunque prevedibile un significativo aumento della pressione insurrezionale, anche esogena; parte dei taliban potrebbe lasciare il movimento e unirsi a IS/Daesh, mentre altri foreign fighters sono già operativi nei gruppi che fanno capo ad AQIS – nuovo brand di al-Qaida nel sub-continente indiano in risposta a IS/Daesh – (si valuta che le fazioni in campo contino complessivamente circa 6.500 foreign fighters).
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UE: confermato il supporto internazionale all’Afghanistan

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1

Kunduz assediata dalle forze islamiche mentre il Governo è impegnato in Europa

Oggi 4 e domani 5 ottobre l’Unione Europea e il Governo Afghano si riuniscono a Bruxelles per la ‘Conferenza sull’Afghanistan’. Ma, anticipando di un giorno l’appuntamento europeo, i talebani ripropongono un copione di successo puntando alla conquista di Kunduz – capitale provinciale e quinta città dell’Afghanistan. Era il 28 settembre 2015 quando i talebani la conquistarono, occupandola per tre giorni e impegnando le forze di sicurezza afghane e statunitensi, per le tre settimane successive, nell’opera di bonifica totale dalle sacche di resistenza. Una prova di forza, confermata dalle successive offensive nell’Helmand e in tutto il sud-est del Paese, nell’assedio di Tirin-Khot e nelle innumerevoli e spettacolari azioni violente nella capitale Kabul. Una spinta espansiva che, in competizione con lo Stato islamico-Khorasan (la succursale in franchise dell’originale ISIS in Siria e Iraq), ha portato l’insurrezione afghana a detenere il sostanziale monopolio della violenza nel 40 percento del Paese.
Oggi i talebani, comandati dal loro nuovo leader Mawlawi Haibatullah Akhundzada, succeduto al discusso mullah Mohammad Mansour (inviso a molti capi talebani) dopo la morte dello storico e carismatico mullah Mohammad Omar, ribadiscono attraverso un’importante azione militare le loro intenzioni e confermano di possedere crescenti capacità operativeL’Afghanistan è, dunque, sempre più sotto assedioE in quest’atmosfera in cui assediati e assedianti si confrontano, sì sul campo di battaglia, ma anche e ancor più sul piano comunicativo e politico, la Comunità internazionale si riunisce a Bruxelles per formalizzare entità e durata del sostegno all’Afghanistan.
Unione Europea e Governo afghano co-dirigono i lavori della ‘Conferenza per l’Afghanistan’ a cui partecipano 70 Paesi donatori e 30 organizzazioni e agenzie internazionali con l’obiettivo di creare una base su cui Kabul dovrà sostenere le proprie strategie di riforma e stabilizzazione. Per la Comunità internazionale è l’occasione per ribadire il proprio impegno nel sostegno politico e finanziario al processo di pace, alla costruzione e allo sviluppo dello Stato afghano. Un processo di pace che è, però, ben lontano dal potersi dire avviato, poiché l’interlocutore principale, il movimento talebano, è assente dall’ultimo – in termini temporali – tavolo negoziale aperto due anni fa e comprendente Afghanistan, Cina, Stati Uniti e Pakistan, meglio noto come Quadrilateral Coordination Group.
Donald Tusk, Presidente del Consiglio europeo, Federica Mogherini, Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza e Neven Mimica, Commissario europeo per lo Sviluppo e la Cooperazione, rappresentano l’Europa di fronte al Presidente dell’Afghanistan Ashraf Ghani e il suo Chief Executive Officer, o Primo Ministro esecutivo, Abdullah Abdullah nell’incontro che, seguendo il programma in agenda, si focalizzerà su due aspetti principali.
Il primo è lo sforzo congiunto per un efficace supporto internazionale e il necessario sostegno economico, sulla base di un nuovo piano strategico nazionale. Il secondo aspetto, il più problematico, è relativo agli sforzi fatti e da fare per una riforma strutturale, a partire da quella economica e comprendente la rule of law, la gestione trasparente degli stanziamenti e delle finanze, la lotta alla corruzione, i servizi essenziali, il processo di pace e la cooperazione trans-frontaliera a livello regionale. Aspetti interessanti, ma che non sono una novità avendo caratterizzato tutti gli undici incontri ufficiali, le conferenze e i summit internazionali che si sono succeduti dal 2001 in avanti.

Afghanistan: tranquilli, è sempre peggio

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1

 
Dai talebani all’Isis, aumenta la minaccia; con i mujaheddin che potrebbero ricompattarsi contro IS/Daesh
Kabul, 19 aprile. I talebani rivendicano l’attacco commando-suicida che ha provocato 28 morti e 341 feriti; un bilancio provvisorio destinato ad aumentare. Spiace doverlo ribadire, ma questo è solamente uno degli innumerevoli episodi quotidiani che colpiscono violentemente l’Afghanistan, e gli afghani. Un episodio analogo, nella tipologia forse non nell’intensità, a quelli di ogni giorno dell’anno. Sorprendono allora le parole del Ministro degli Affari Esteri italiano, Paolo Gentiloni che, da Herat dove era in visita ai  militari del contingente italiano, ha dichiarato che «dopo quasi 15 anni dal nostro impegno…i frutti si vedono in modo evidente… e si creano le condizioni migliori per la costruzione di pace». O Gentiloni non sa nulla di ciò che sta avvenendo in Afghanistan da quindici anni a questa parte, o è una deliberata scelta da parte del Governo guidato da Matteo Renzi di sposare l’approccio del ‘va tutto bene madama la marchesa’. Delle due l’una.
Manca forse il coraggio di dire che l’Afghanistan sta cadendo nel caos? La verità è che il 2016 – che già non prometteva nulla di buono – si sta rivelando un anno molto impegnativo, sia sul piano militare, sia su quello politico.  L’avevamo detto esattamente 1 anno fa che la missione era incompiuta. A causa del deterioramento della sicurezza e dell’incapacità delle forze afghane di garantire un minimo livello di protezione, colpite da grandi perdite, diserzioni e forte corruzione, gli Stati Uniti hanno avviato un’ulteriore revisione del piano di disimpegno dal Paese, il che ha comportato per noi italiani, da un lato, il congelamento del ritiro di truppe previsto per il 2016 e, dall’altro, l’aumento dello sforzo, in termini di mezzi, materiali e uomini (al momento circa 1.000 unità italiane contro le 750 dello scorso anno). Una decisione, tutta statunitense, finalizzata a evitare il ripetersi di un fallimento come quello avvenuto in Iraq, senza per altro definire quale sarà la strategia a lungo termine, né l’end state dell’attuale missione.
Nel complesso, ad oggi vi è un impegno ridotto della Nato che schiera circa 10.000 soldati, sotto la bandiera della missione ‘Resolute Support‘, mentre ulteriori 5.000 truppe (per lo più forze speciali) compongono la missione indipendente di contro-terrorismo Enduring Sentinel degli Stati Uniti. Dati che potrebbero rimanere tali sino a tutto il 2017, ma a deciderlo sarà il prossimo Presidente statunitense.
Sul terreno, prosegue incontrastata la violenta espansione dei talebani. È di pochi giorni fa l’annuncio della quindicesima offensiva di primavera – questa volta dedicata al defunto mullah Mohammad Omar avviata dal fronte talebano che, dopo la conquista, di fatto, di circa il 20% del territorio (in particolare i distretti del sud e dell’est del Paese) e la capacità di operare efficacemente in un altro 30% (e anche di più, guardando alla mappa dei più recenti attacchi), è riuscito pochi giorni fa a conquistare importanti posizioni in grado di garantire il controllo delle vie di comunicazione tra Baghlan a Mazar-e-Sharif. Ciò avviene, dopo la conquista della città di Kunduz da parte dei talebani alla fine di settembre dello scorso anno, e la tenuta della stessa per alcuni giorni ci fa capire la gravità della situazione. Se di gravità vogliamo parlare, poiché è ormai un dato di fatto che i talebani sono oggi l’attore politico, prima ancora che militare, con cui abbiamo accettato di interfacciarci e con cui collaborare sull’altro fronte, quello politico-diplomatico, attraverso un processo da più parti auspicato che dovrebbe portare a una soluzione negoziale che apra alla condivisione del potere.
Oggi, tutte le parti convergono sulla necessità di un processo di pace che vede la partecipazione di importanti attori interessati alla stabilità dell’Afghanistan attraverso il Quadrilateral Coordination Group: Cina, Pakistan, Stati Uniti e Afghanistan. Ma, al momento, mancano ancora gli interlocutori fondamentali: i talebani, che, impegnati a risolvere le conflittualità interne, non sono seduti al tavolo del dialogo. E questo è il problema sostanziale che deriverebbe dalla presenza di forze straniere su suolo afghano, poichè, come sostengono i vertici del movimento talebano, un ipotetico dialogo negoziale seguirà il ritiro delle truppe straniere, non il contrario.

domenica 18 gennaio 2015

ISAF: la missione (in)compiuta e l’inarrestabile riconquista dei taliban (CeMiSS 10/2014)

Terminare il ruolo di combattimento in Afghanistan e il supporto diretto alle forze di sicurezza afghane (ANSF), così come pubblicamente dichiarato, significherebbe abbandonare tout court l’Afghanistan nelle mani dei gruppi di opposizione armata; gruppi che, conclusa la fase di transizione che ha trasferito al governo afghano la responsabilità della sicurezza del paese, hanno riconquistato molte delle aree in precedenza conquistate e tenute dalle forze della Coalizione e dalle truppe della missione Isaf. È già un fatto accettato che, oggi, i taliban si muovano sul campo di battaglia in maniera pressoché indisturbata.Un esempio, tra i molteplici ma che interessa direttamente l’Italia, è la sostanziale libertà di manovra delle forze di opposizione nell’area di Bala Baluk dove centinaia di taliban hanno colpito indisturbati e vanificando i pluriennali sforzi italiani nell’area. 

I taliban alla riconquista dell’Afghanistan?
All’alba del 17 novembre oltre 400 taliban hanno preso parte all’azione offensiva condotta nel distretto di Bala Baluk, provincia di Farah, area di responsabilità italiana. Fonti ufficiali confermano l’uccisione di un poliziotto afghano e di otto taliban, molti di più i feriti da entrambe le parti.
Sebbene non vi sia una dichiarazione formale da parte dell’Emirato islamico del mullah Omar attraverso il sito web “The Voice of Jihad” – organo ufficiale di stampa del movimento taliban – l’account Twitter @sabiq_jihadmal, sedicente militante, ha annunciato l’uccisione di tredici poliziotti, il ferimento di dieci e la cattura di altri diciannove agenti da parte dei mujaheddin.
Un’offensiva che, a guardare i risultati sul campo e l’efficacia della propaganda mediatica, si presenta come inarrestabile.
Già nel mese di giugno i taliban sono stati in grado di condurre un’azione di massa portando 800-1000 mujaheddin all’assalto di obiettivi governativi nel distretto di Sangin, provincia di Helmand, imponendo alle autorità governative un tentativo di dialogo politico a livello locale; con ciò evidenziando la sostanziale impotenza dello stato afghano in quell’area.
Il successivo mese di luglio, circa 300 taliban hanno portato a compimento un’ulteriore offensiva nel distretto di Char Sada, provincia di Ghor.
E ancora, ad agosto, 700 mujaheddin hanno colpito in maniera energica il distretto di Charkh, nella provincia orientale di Logar. Taliban o altri gruppi? La situazione nel distretto non è completamente chiara, ma ciò che è interessante evidenziare è che ad ottobre Junood al Fida, gruppo jihadista baluchi fedele ai taliban e ad al-Qa’ida, ha annunciato (via Twitter, account @3131jund) di aver posto sotto il proprio controllo il distretto di Registan, provincia di Kandahar, inviando via web una serie di fotografie di un avamposto militare appena conquistato. Successivamente anche i taliban hanno dichiarato di aver preso il controllo dell’area, diffondendo online alcuni video di combattimenti nell’area di Kandahar; dichiarazione a cui è seguita la smentita ufficiale del governo afghano.
Inoltre, più recentemente, sempre i taliban hanno rivendicato la conquista di tre ulteriori distretti: Sayyidabad nella provincia di Wardak e Chahar Darah e Dasht-i-Archi nella provincia di Kunduz.


Nel complesso, al di là della retorica e della narrativa ufficiale, la situazione è in fase di progressivo peggioramento, e senza soluzione di continuità
La fine di novembre è stata segnata da episodi preoccupanti per la tenuta egli assetti istituzionali a causa dell’audacia delle azioni dei taliban; una situazione che, sul piano internazionale, si impone in maniera imbarazzante, tanto per il governo afghano quanto per la Coalizione che sta completando il passaggio di responsabilità.
Nel distretto di Sangin, dodici taliban e cinque soldati afghani sono morti durante un attacco contro una base militare; altri quattro poliziotti afghani sono stati uccisi in un attacco suicida nell’area di Anzur Shali, provincia di Helmand.
Infine – ma limitatamente al periodo preso in esame – il 27 novembre hanno avuto inizio gli intensi combattimenti tra le ANSF e i taliban all’interno di “Camp Bastion” (Helmand), il complesso militare lasciato all’esercito afghano dai contingenti statunitense e britannico, unitamente a “Camp Leatherneck”, il 26 ottobre scorso; combattimenti durati oltre tre giorni e condotti attraverso la tecnica dell’attacco complesso – commando suicidi a supporto di unità di assalto pesantemente armate – (ufficialmente cinque morti tra le ANSF e 27 tra le fila dei taliban); significativi i danni provocati all’infrastruttura e agli equipaggiamenti militari. “Camp Bastion” e “Camp Leatherneck” sono stati i principali complessi militari durante l’offensiva contro-insurrezionale nelle province di Helmand, Nimroz, e Farah, e per questo oggetto di precedenti attacchi (l’ultimo, il 14 settembre scorso, ha provocato la distruzione di sei velivoli statunitensi Harrier, il danneggiamento di altri due e l’uccisione di un comandante di squadrone e di un sottufficiale statunitensi). Nel frattempo, nella capitale Kabul i taliban hanno fatto irruzione all’interno di un’infrastruttura alberghiera, in prossimità del Parlamento afghano, e occupata da operatori civili stranieri poi trattenuti come ostaggi, mentre una serie di attacchi suicidi ha provocato numerosi morti: quattro gli attacchi nella capitale registrati l’ultima settimana di novembre.
In particolare, tale offensiva sarebbe riconducibile all’aumentata pressione esercitata dalla cosiddetta “Kabul Attack Network” (KAN) operativa nella capitale afghana, basata sulla collaborazione di taliban, Haqqani Network, e Hezb-i-Islami Gulbuddin Hekmatyar, e in probabile cooperazione con il pachistano Lashkar-e-Taiba (impegnato in azioni contro obiettivi indiani anche su territorio afghano) e al-Qa’ida. L’area di operazioni della KAN si estenderebbe da Kabul alle province di Logar, Wardak, Nangarhar, Kapisa, Kunar, Ghazni e Zabul.

Da impegno “full-combat” a “diversamente-combat”
A fronte di tale dinamica involuzione e al fine di prevenire il collasso istantaneo dello stato afghano, mentre la Nato avvierà la missione Resolute Support finalizzata ad attività di tipo train, assist, e advise, gli Stati Uniti hanno confermato l’intenzione di proseguire con le operazioni di combattimento, a supporto delle forze di sicurezza afghane e contro al-Qa’ida e gruppi affiliati; cosa per altro già prevista dall’accordo sulla sicurezza siglato a fine settembre dal neo-eletto presidente Ghani e approvato dal parlamento afghano (Bilateral Security Agreement – o, più correttamente, Security and Defense Cooperation Agreement – rispettivamente il 30 settembre e il 27 novembre 2014); stupisce in tal senso la sorpresa da parte dei media statunitensi (“New York Times”) che hanno enfaticamente pubblicato la notizia come “piano segreto di Obama”; tutto può essere, fuorché segreto poiché previsto dagli accordi bilaterali resi pubblici a settembre.
Dunque, come da programma, le forze statunitensi proseguiranno le operazioni di combattimento in Afghanistan anche dopo il 31 dicembre 2014. Una prosecuzione del ruolo di combattimento che prevede, sebbene in misura ridimensionata rispetto al precedente impegno, l’utilizzo dell’aviazione, bombardieri e droni a supporto delle forze afghane impiegate in missioni di combattimento; così come lo schieramento di forze terrestri statunitensi in caso di azioni offensive ai danni dell’esercito afghano, o di quello degli Stati Uniti, in particolare azioni offensive nei confronti di qualunque minaccia opportunamente definita come riconducibile ad al-Qa’ida o altri gruppi affiliati o similari. Quest’ultima frase lascia aperte le porte a un eventuale impiego nei confronti di qualunque forma di opposizione violenta, con implicito riferimento al jihadismo radicale che si sta imponendo nelle dinamiche conflittuali dell’Asia meridionale (e dunque l’ISIS/Stato islamico).
Formalmente, dunque, termina la missione di combattimento ma prosegue l’impiego combat sul campo di battaglia, in circostanze limitate, con finalità preventiva nei confronti di potenziali  effetti negativi sul piano strategico, a danno delle forze afghane e di quelle statunitensi e in operazioni di “anti-terrorismo”.
Inoltre, a conferma della crescente instabilità e dell’aumentato timore – e con dubbi di opportunità da più parte sollevati – il presidente Ghani ha autorizzato la ripresa dei cosiddetti “nighttime raids”, azioni condotte dalle forze speciali afghane affiancate da consiglieri statunitensi all’interno delle abitazioni civili durante le ore notturne; una questione che il precedente presidente, Hamid Karzai, aveva negato nel 2013.


Analisi, valutazioni, previsioni
L’espansione offensiva e la maggiore efficacia delle azioni insurrezionali è il risultato, certamente parziale, ottenuto dai gruppi di opposizione armata in conseguenza del ritiro dei contingenti della missione Isaf a guida Nato e delle truppe dell’operazione Enduring Freedom. E quanto più le truppe straniere ridurranno la loro presenza sul terreno e il loro supporto alle forze di sicurezza afghane, tanto più altri distretti cadranno sotto l’influenza, prima, e il controllo, poi, dei taliban e dei loro alleati: dalla periferia al centro.
La riduzione degli assetti statunitensi, in particolare, garantirà ai taliban una sempre maggiore capacità di concentrare unità e condurre azioni di massa, in particolare nei distretti più periferici.
Nel complesso il governo afghano e gli Stati Uniti – affiancati dagli alleati della Nato – perdono terreno, a vantaggio dei gruppi di opposizione armata. Se, come pianificato, le truppe della Nato lasceranno progressivamente i comandi regionali per concentrarsi nell’area della capitale è prevedibile che i vuoti lasciati dai contingenti stranieri verranno in breve colmati dai taliban e dai loro alleati; la prosecuzione delle azioni di combattimento si presenta dunque come una scelta strategica dagli effetti a breve termine.


giovedì 18 dicembre 2014

La competizione jihadista in Af-Pak: tra “Al-Qa’ida” e “Isis” in Asia Meridionale (CeMiSS)

di Claudio Bertolotti


I taliban e l’espansione dello “Stato Islamico”
Ci sono alcuni indicatori che suggeriscono un’avanzata dello “Stato islamico dell'Iraq e del Levante” (ISIL/ISIS d’ora in poi IS, Stato Islamico) in Asia meridionale, in particolare nell’area dell’Af-Pak – tra i gruppi di opposizione armata afghani e pakistani – e in India. All’interno di tale dinamica espansione dell’IS, una parte dei taliban pakistani (Teherik-e-Taliban Pakistan, TTP) pare avviarsi verso l’istituzione di quella che sembra essere una “libera alleanza di mujaheddin”.
Il pericolo è concreto. E se è confermato che alcune fazioni dei TTP hanno dichiarato il proprio sostegno all’IS – al contrario di al-Qa’ida – è altresì vero che lo stesso gruppo – in rapporto di collaborazione con al-Qa’ida – ha ribadito la propria fedeltà ai taliban afghani del mullah Omar – i quali a loro volta sono legati ad al-Qa’ida (Fonte Reuters, 4 ottobre 2014). Un intreccio di interessi, equilibri precari e rapporti di collaborazione  e competizione che suggerisce la sussistenza di ragioni di preoccupazione:
-    in primis perché le dinamiche competitive tra gruppi jihadisti fortemente radicalizzati tendono ad acuire i conflitti portando le parti più “moderate” ad assumere un ruolo attivo nelle conflittualità locali – anche al fine di sopravvivere;
-    in secondo luogo perché le comunità non rientranti nelle rigide categorie dei gruppi radicali tendono a divenire il bersaglio proprio dei movimenti jihadisti estremisti; con la conseguenza di indurre alla conflittualità anche soggetti (o comunità, gruppi) che non ne avrebbero necessità.
In Pakistan si sono verificate spinte divergenti all’interno del movimento Tehrik-e-Taliban Pakistan.
Cinque comandanti TTP di alto livello hanno dichiarato la loro posizione a favore dell’IS, in linea con quanto espresso da Shahidullah Shahid: Saeek Khan, capo del gruppo dell’agenzia di Orakzai, Khalid Mansoor, capo della zona di Hangu, Daulat Khan, capo dell’agenzia di Kurram, Fateh Gul Zaman, capo dell’agenzia di Khyber e Mufti Hasan, capo della zona di Peshawar; per un totale di circa 700/1000 combattenti.
Il TTP ha subito numerose defezioni e allontanamenti nell’ultimo anno, in seguito alla morte del carismatico leader storico, Hakimullah Mehsud, colpito da un attacco drone statunitense nel novembre del 2013.
Sono segnali forti di un dinamismo centrifugo che sta caratterizzando il movimento dei taliban pakistani; al contrario i “cugini” afghani avrebbero trovato un giusto equilibrio. Dinamismo che avrebbe così portato alla nascita di due fronti: uno costituito dai TTP, dai taliban afghani e da Al-Qa’ida, l’altro formato dal gruppo scissionista dei TTP, dall’IS e dall’IMU (di cui si parlerà più oltre).
 
Jihad tra marketing e franchising
Si impone l’efficacia del marketing del jihad nell’area dell’Af-Pak.
Al-Qa’ida si sta indebolendo, ha perso quel mordente che l’ha caratterizzata negli anni dieci del nuovo millennio; come un marchio in franchising, non è riuscita ad imporsi alle nuove generazioni così come invece sta riuscendo l’IS.
Al-Qa’ida e lo Stato islamico IS/ISIL hanno intensificato l’opera di reclutamento all’interno del Pakistan e in alcuni paesi del Sud-Est asiatico, con ciò confermando la competizione nell’attività di arruolamento di elementi radicali, per lo più giovani.
Partiamo dal video di Al-Zawairi. Da un lato, il capo di Al-Qa’ida ha annunciato la creazione di una nuova forza islamica chiamata "Qaedat al-Jihad del subcontinente indiano": un messaggio ricco di significati, al di là delle parole (Fonte SITE Intelligence Group).
Dall’altro, l’IS ha lanciato una propria campagna di reclutamento in Pakistan e in Afghanistan, attraverso un’opera di propaganda a livello locale e con metodi tradizionali del tipo “porta a porta” (Fonte Pakistan’s Express Tribune).
Quello a cui stiamo assistendo è uno sforzo parallelo condotto da due organizzazioni in competizione tra di loro: la prima con una presenza consolidata sul territorio, ma in fase di declino (al-Qa’ida), l’altra in piena fase espansiva, ma con un’esperienza limitata in Asia meridionale (IS).
Il video di al-Zawairi lascia intuire che al-Qa’ida si senta minacciata dall’emergere di un nuovo e alternativo soggetto jihadista, capace di conquistare i “cuori e le menti” dei più giovani in Medio Oriente e nel Sud Est asiatico, dove l’IS starebbe raccogliendo adesioni.
In tale contesto la residualità jihadista di al-Qa’ida nell’area dell’Af-Pak sarebbe minacciata da un competitor esterno che introduce il suo “prodotto” in un mercato che è alla ricerca di una nuova identità, svincolato da modelli passati, – certo di “successo”, ma un successo spostato indietro nel tempo; e il riferimento fatto da al-Zawairi a Osama bin Laden, all’interno del video, confermerebbe ancora una volta la necessità di richiamo al modello originale, tradizionale, in contrapposizione a quello “nuovo” dell’IS.
 
Brand al-Qa’ida e sviluppi regionali
Il paragone in termini “commerciali” descrive in maniera molto semplice lo sviluppo di quello che si delinea sempre più come un rapporto di competizione per il possesso esclusivo del brand “jihad”; e l’innovazione introdotta con il “marchio” “Qaedat al-Jihad del subcontinente indiano” si inserirebbe all’interno di questo spietato marketing del jihad.
E al-Zawairi si spinge oltre. Pretendendo il ruolo di leadership dello jihadismo globale e regionale, mobilita tutti i fedeli verso l’unità della Ummah, e lo fa attraverso il richiamo (che fu di Osama bin Laden) al Tawhid (monoteismo) e al jihad contro i suoi nemici.
Un richiamo a quella necessaria unità dei mujaheddin che deve contrapporsi a "differenze e discordia" tra jihadisti; un implicito riferimento all’IS. In particolare, è interessante notare il richiamo che al-Zawairi fa, nel suo intervento video, alla necessità di distruggere quei confini artificiali imposti dagli occupanti inglesi che continuano a dividere i musulmani del subcontinente indiano. È questa una risposta al messaggio che l’IS sta portando avanti in Medio Oriente, attraverso l’abbattimento dei confini che furono imposti nel secolo scorso dall’Occidente, quell’Occidente che oggi deve essere colpito, battuto.
Un richiamo energico, quello di Ayman al-Zawairi, che si colloca in un momento difficile per al-Qa’ida e per la sua leadership poiché da più parti gli stessi appartenenti al movimento e i mujaheddin combattenti su diversi fronti (in particolare quello mediorientale) hanno manifestato i propri dubbi sull’efficacia del gruppo dirigente – e dello stesso  al-Zawahiri – arrivando a chiederne la rimozione. E ancora una volta, il video-messaggio si inserisce all’interno di dinamiche interne al gruppo; un video che mostrerebbe più le debolezze che non i punti di forza di un movimento che è stato di ben più ampia portata.
 
IS e l’opera di reclutamento in Af-Pak
Lo Stato Islamico nel subcontinente indiano è estremamente attivo sul fronte della propaganda. Una capacità che, al contrario, al-Qa’ida ha progressivamente ridotto.
Gli opuscoli propagandistici dell’IS, tradotti nelle lingue locali (urdu e pashto) e distribuiti in alcune zone del nord-ovest del Pakistan e nelle province di confine dell’Afghanistan, sono finalizzati alla promozione del brand “IS/ISIL”, dei suoi fini e della visione di un mondo in cui il Califfato islamico (Stato islamico) è soggetto forte e portatore di un messaggio inclusivo.
Al contrario, al-Qa’ida ha forti difficoltà a competere con la macchina propagandistica di IS, e ciò avverrebbe poiché:
1.    manca un’adeguata capacità comunicativa sul piano virtuale – è sufficiente raffrontare il numero di account “Twitter” di IS rispetto ad al-Qa’ida, o la presenza sui social media;
2.    mancano i risultati sul fronte “reale”, poiché al-Qa’ida – al contrario di IS che è un proto-Stato in grado di autofinanziarsi e amministrare un proprio apparato – non ha una presenza sul territorio, non possiede brigate combattenti, manca di contatto con la realtà;
3.    non è in grado di opporsi concretamente al governo pakistano.
In tale contesto, svantaggioso per al-Qa’ida, l’IS riesce a competere in maniera efficace per una notevole quota di mercato del jihad. Quale brand avrà più successo?
-    Da un lato l’opera di restiling e il difficile rilancio dello storico marchio di al-Qa’ida.
-   Dall’altro, l’irruente comparsa di IS, il nuovo marchio del jihad, capace di colmare rapidamente e con efficacia i vuoti lasciati da un’al-Qa’ida non in grado di muoversi agevolmente, né capace di utilizzare un linguaggio accattivante.
In sintesi, IS guadagna terreno mentre al-Qa’ida avanza con fatica, tra difficoltà interne e limiti esterni. Ma è bene ricordare che l’IS è privo di strutture e di organizzazione nell’area dell’Af-Pak e dell’intero subcontinente indiano; almeno per il momento. 

IMU: l’Islamic movement of Uzbekistan 
Il Movimento islamico dell’Uzbekistan collabora apertamente con al-Qa’ida, i TTP e i taliban afghani.
È probabile che l’attuale forza del movimento sia superiore ai 2.000 mujaheddin – dei quali 700 combattenti e 140 istruttori concentrati nel nord dell’Afghanistan – sebbene siano al momento in atto alcune defezioni a causa dell’ambigua strategia che porrebbe come obiettivo principale la lotta all’interno dell’Asia centrale in alternativa al jihad globale.
L'IMU disporrebbe anche di un numero imprecisato di militanti, sostenitori e attivisti in Asia centrale, nel Caucaso, in Iran e in Siria; combattenti dell’IMU sarebbero al fianco di al-Qa’ida in Iraq e Siria e con un ulteriore gruppo dell'Asia centrale (Seyfuddin Uzbek Jamaat).
Stando alle dichiarazioni del movimento, circa Il 10% della forza dell’IMU in Afghanistan e in Pakistan è rappresentata da organizzazioni alleate quali l’Islamic Movement of Turkmenistan (IMT) e il Tajikistan’s Islamic Renaissance Party (IRP); quest’ultimo partito islamista legale . E ancora l’East Turkestan Islamic Movement (ETIM).
L'IMU ha proprie fonti di finanziamento, che sono separate da quelle dei taliban sebbene godano degli stessi diritti di rappresentanza dei taliban; è dunque probabile una presenza di appartenenti all’IMU a livello distrettuale e provinciale e all’interno delle commissioni per quanto, dopo la “rottura” seguita all’avvio del dialogo negoziale Taliban-Usa-Governo afghano, l’IMU abbia spostato la propria area operativa nel nord dell’Afghanistan dove collaborerebbe con i taliban locali. Rimangono comunque separate le due organizzazioni, così come lo sono la catena di comando e l’attività di finanziamento. 
L’IMU, dal 2010, coopererebbe in prevalenza con i gruppi di opposizione armata non-pashtun, anche taliban afghani, così come con i taliban pakistani; ma anche con i gruppi jihadisti regionali e con la stessa al-Qa’ida.
Più in generale, l'IMU ha preso parte alle dinamiche insurrezionali dell'Asia centrale e del Medio Oriente, tra cui il sostegno all’iraniano Jundullah in Baluchistan (movimento sunnita baluchi in lotta contro l'Iran), così come ha sostenuto altri piccoli gruppi jihadisti tra i quali l'IMT in Turkmenistan, e ancora in Kazakhstan, in  Cecenia e collaborato con altri gruppi legati ad al-Qa’ida in Siria; a ciò si aggiungono non meglio specificate attività di sostegno in "alcuni paesi africani". 
IMU e Stato Islamico 
Il 26 settembre 2014, il leader dell’IMU Usman Ghazi ha dichiarato il proprio sostegno all’IS (Radio Free Europe/Radio Liberty’s, Uzbek Service, 4 ottobre 2014).  Ciò implica una significativa modifica degli equilibri del movimento e tra i gruppi jihadisti regionali poiché un avvicinamento all’IS comporterebbe un allontanamento da al-Qa’ida.
Questo anche sul piano economico-finanziario poiché un cambio di alleanza comporterebbe una riorganizzazione dei finanziamenti verso l’IMU, non più da al-Qa’da bensì dallo Stato Islamico di Abu Bakr al-Baghdadi, in grado di registrare entrate giornaliere di 2/4 milioni di dollari (USD).
Dunque una partnership con l’IS rappresenterebbe per l’IMU un vantaggio in termini di sostegno economico da sfruttare in Asia Centrale. 

Considerazioni, valutazioni, previsioni 
L’ombra dello Stato Islamico muove verso il subcontinente indiano.
In un mondo sempre più interconnesso dove le conflittualità locali sono condizionate e influenzate da spinte di natura globale, la violenza radicale che imperversa nel Vicino e Medio Oriente si sta espandendo a macchia d’olio; al di là dei risultati militari e delle manifestazioni violente e crudeli, ciò che deve preoccupare è la diffusione dell’ideologia, del suo veloce radicamento, del proselitismo di successo che anticipa, sì, l’accendersi della violenza, ma che al contempo permane indipendentemente dallo spostamento della linea del fronte di combattimento.
E un Afghanistan non stabilizzato è una terra di facile conquista per le ideologie radicali.
I taliban di oggi non solo quelli di dieci o quindici anni fa, è vero. Ma potrebbero tornare a esserlo in caso di contatto (reale o “virtuale”) con i gruppi radicali e fondamentalisti operativi in Iraq, o in Siria; anche in questo caso un copione già conosciuto .
Rischio di un fondamentalismo di ritorno a cui il governo afghano deve porre un argine attraverso una soluzione di compromesso che preveda quel necessario power-sharing – formale o informale, questo poco importa – che conceda l’accesso a forme di potere reale anche ai taliban (le cui finalità sono – al momento – di natura “nazionale” e non globale) e agli altri importanti gruppi di opposizione armata: questa è una soluzione accettabile, oggi certamente necessaria.