Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

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lunedì 13 aprile 2015

Il Presidente Ghani offre ai taliban la condivisione del potere mentre l’ISIS avanza in Afghanistan (CeMiSS)

di Claudio Bertolotti
 
Il Governo di unità nazionale è in difficoltà?
Sul piano politico, il Governo di unità nazionale guidato dalla diarchia Ghani-Abdullah ha concretizzato nella sostanza quanto da mesi già annunciato; lo ha fatto offrendo ai taliban parte del potere dello stato, in quello che possiamo definire un formale processo di power-sharing (si rimanda all’Osservatorio Strategico 10/2014). Benché i taliban non abbiano accettato – nessun si sarebbe aspettato il contrario – questo fatto pone i riflettori sulle grandi difficoltà di governo e, in particolare, sul mantenimento di equilibri politici precari e sotto la minaccia dalle spinte competitive dei due principali gruppi politici che fanno capo a Ghani, da un lato, e ad Abdullah, dall’altro.
I soggetti indicati da Ghani quali auspicabili collaboratori erano il mullah Zaeef (ex ambasciatore dei taliban in Pakistabn), Wakil Muttawakil (ex ministro degli Esteri dell’epoca talebana) e, infine, Ghairat Baheer, parente di Gulbuddin Hekmatyar, capo del secondo principale gruppo di opposizione armata afghano (l’Hezb-e-Islami), movimento in competizione-collaborazione con i taliban. Nel concreto, la spartizione del potere avrebbe previsto l’assegnazione del ministero degli Affari Rurali, il ministero dell’Haji e degli Affari Religiosi e il ministero dei Confini; ai ministeri si sarebbero sommate le nomine di soggetti indicati dai taliban per i governi provinciali di Nimruz, Kandahar e Helmand. In particolare, la nomina dei governatori di queste province sarebbe andata a formalizzare uno stato di fatto, poiché i taliban già detengono il potere nella maggior parte di tali aree; una soluzione che, a ragion veduta, avrebbe potuto indurre a una possibile riduzione delle conflittualità a livello locale.
Come noto, la ragione del rifiuto da parte dei taliban – almeno sul piano formale – deriverebbe dalla firma dell’accordo di sicurezza bilaterale tra l’attuale governo e la Nato; accordo che autorizza le forze di sicurezza internazionali (prevalentemente statunitensi) a rimanere in Afghanistan sino al 2024.
Sfumata l’opzione del power-sharing con i taliban, Ghani e Abdullah hanno così provveduto – dopo tre mesi di attesa – alla nomina del nuovo governo della Repubblica islamica dell’Afghanistan. Abdul Salaam Rahimi, capo dello staff del presidente Ghani, il 12 gennaio ha annunciato la lista dei venticinque candidati ministri, unitamente alla nomina del direttore dell’intelligence afghana e del vertice della banca centrale.
Salahuddin Rabbani, già a capo dell’Alto consiglio per la pace (High Peace Council) è stato designato quale ministro degli esteri, Sher Mohammad Karimi, attuale capo di stato maggiore delle forze armate, è stato nominato ministro della Difesa mentre l’ex generale Noor al-Haq Ulomi è destinato a subentrare al ministero dell’Interno; l’attuale capo dell’intelligence nazionale, Rahmatullah Nabil è stato confermato nel suo incarico.
Tra i venticinque candidati – la cui nomina formale spetta al parlamento – tre sono le donne; a queste sono stati assegnati i ministeri dell’Informazione e della Cultura, quello degli Affari Femminili e quello dell’Istruzione superiore.
Ma, in prima battuta, il parlamento afghano non ha confermato l’investitura di sette dei venticinque nominativi proposti dal presidente Ghani poiché, come previsto dalla costituzione afghana, in possesso di doppia cittadinanza. Tra questi Noor al-Haq Ulomi (ministero dell’Interno) e Salahuddin Rabbani (ministero degli Esteri). Si rimane in attesa di una soluzione che prevederà, con buona probabilità, la rinuncia della doppia cittadinanza da parte degli esclusi.

L’ISIS combatte (anche) in Afghanistan
Sul piano della sicurezza, alla già drammatica e precaria situazione, si è sommato un fattore dinamizzante che rappresenta un’ulteriore fonte di preoccupazione. Come previsto nell’Osservatorio Strategico 9/2014 di novembre, l’attività di reclutamento dell’ISIS (Stato islamico dell'Iraq e di al-Sham, o del Levante) si è imposta anche in Asia meridionale e, nello specifico, in Afghanistan.
I più recenti sviluppi sono stati caratterizzati da una significativa comparsa di militanti e combattenti dell’ISIS nella provincia di Helmand – altre fonti confermerebbero la presenza di militanti sotto la bandiera dello Stato islamico e di attività di propaganda anche nelle aree centrali del paese e nella provincia di Logar.
Fenomeno endogeno oppure esogeno? Le informazioni disponibili inducono a descriverlo come di natura prevalentemente autoctona ma dai forti e preoccupanti legami con l’area mediorientale. Se da un lato, alla guida del primo nucleo combattente dell’IS su suolo afghano ci sarebbe il mullah Rauf Khadim – mujaheddin di epoca sovietica e poi comandante dei taliban –, dall’altro lato è da considerarsi significativo il ruolo giocato dal messaggio “globale” dell’ISIS.
In primis, si rende opportuna una riflessione circa i trascorsi relativamente recenti del mullah Rauf Khadim che, al pari del califfo Abu Bakr al Baghdadi – leader dell’ISIS –, è un ex-detenuto speciale del carcere extraterritoriale statunitense di Guantanamo-“Gitmo”. Rauf Khadim, consegnato nel 2007 alle autorità afghane, riuscì a fuggire nel 2009 e a riunirsi con il movimento dei taliban unitamente a un altro prigioniero, il mullah Abdullah Zakir; quest’ultimo, nel 2010 avrebbe preso parte attiva, con il ruolo di “comandante”, al surge dei taliban nel sud del paese.
Al contrario, il rientro di Khadim tra i ranghi del principale movimento insurrezionale non gli avrebbe permesso di appropriarsi del ruolo di leadership a cui avrebbe ambito; questa le ragione che potrebbe averlo indotto al radicale cambio di schieramento in favore dell’ISIS (osteggiato da al-Qa’ida e dai taliban). Inoltre, recenti report confermerebbero la presenza di altri ex-detenuti di Guantanamo passati tra le fila dello Stato islamico, sia in Afghanistan sia in Pakistan.
Questo cambio di schieramento potrebbe essere letto come effetto di una lotta intestina al movimento dei taliban per la conquista del potere  e conseguente tentativo dei gruppi marginalizzati di riconquistare spazio di manovra e capacità di operare sul terreno. E il cambio di bandiera, da bianca – Emirato islamico – a nera – Stato islamico –, potrebbe essere più l’effetto di un efficace capacità comunicativa del brand “ISIS” ulita a ragioni di opportunità individuale che non un cambio di approccio ideologico tout court dei gruppi afghani.

Analisi, valutazioni, previsioni
La presenza dell’ISIS nell’Afghanistan sostenuto dalla Nato, e più in generale in Asia meridionale, è ora un dato di fatto, sebbene al momento limitato nei numeri e nella capacità operativa, ma non per questo non degno di attenzione; se è possibile valutare come improbabile un rapporto interattivo tra ISIS e movimento taliban, è però vero che la capacità attrattiva dello Stato islamico è riuscita a coinvolgere le nuove generazioni dell’arco geografico che va dal Marocco all’India, ai paesi occidentali (dove è in crescita il numero di “aderenti” immigrati di seconda/terza generazione, ma anche convertiti, prevalentemente uomini, e un numero crescente di giovani donne). Le dinamiche dell’Afghanistan sono molto differenti da quelle mediorientali, ma non per questo la società afghana è impermeabile ai fattori di influenza esterna – così come ha ben dimostrato al-Qa’ida nei passati decenni.

Un ulteriore spinta verso una nuova fase di guerra civile?È probabile che nel breve-medio periodo si possa aprire uno scenario di crescente conflittualità tra i gruppi di opposizione armata in Afghanistan; conflittualità locali/regionali che andrebbero così a inserirsi nel più ampio contesto di conflittualità globale contemporanea che vede schierati su fronti contrapposti al-Qa’ida e l’ISIS. Una dinamica che, nel breve periodo, potrebbe portare, sul piano globale, a un’escalation di “violenza spettacolare” finalizzata all’attenzione e all’amplificazione mass-mediatica – come dimostrerebbero gli attacchi di Parigi del 7-9 gennaio e le più o meno correlate attività jihadiste in Belgio – e, sul piano locale-regionale, a dinamiche competitive in grado di coinvolgere le cosiddette componenti “moderate” spingendole ad assumere un ruolo attivo nelle conflittualità locali – anche al fine di non essere sopraffatte.
Al nascente governo, una volta approvato dal parlamento, spetterà dunque, da un lato, affrontare la questione sicurezza e, dall’altro, rendere concrete le promesse elettorali della doppia leadership afghana, in particolare quelle sul piano economico e sociale, così come spetterà l’avvio dell’Afghanistan verso un processo di stabilizzazione che comporterà pesanti ma necessarie rinunce – anche sul piano dei diritti – poiché se i taliban non hanno accettato di entrare a far parte del Governo di unità nazionale, è verosimile che continueranno lo scontro su un campo di battaglia che (per loro) è sempre più favorevole. Uno scontro che, sul “campo di battaglia”, sarò oggetto di una significativa recrudescenza del conflitto alimentata dalla competizione tra “storici” gruppi di opposizione armata e i “newcomer” del jihad – come lo Stato Islamico.
Inoltre, ancora una volta si impone il fattore “tempo” che i gruppi di opposizione armata afghani hanno saputo sfruttare con raffinata capacità, insieme alla disponibilità a interloquire con qualunque soggetto disposto a concedere qualcosa pur di porre fine alla guerra e avviare il paese verso un processo di stabilizzazione, qualunque esso sia.
Lo ha capito bene la Cina che, pur non avendo impegnato il proprio Strumento militare su suolo afghano, è impegnata in colloqui con rappresentanti del movimento taliban; una Cina, soggetto forte e determinato, intenzionato a ridurre le fonti di preoccupazione legate all’accesso alle risorse energetiche del sottosuolo afghano come al contenimento delle spinte fondamentaliste che dal Medio Oriente potrebbero accendere mai sopite velleità autonomistiche alimentate da un emergente fondamentalismo nelle aree dello Xinjang/Turkestan orientale (con esplicito riferimento, ancora una volta, all’ISIS).
 
 

 

domenica 15 febbraio 2015

Dopo Isaf: 'Prospettiva generale' e Afghanistan, previsioni e analisi di una guerra non vinta (CeMiSS)

di Claudio Bertolotti
14/02/2015




http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2964
La conclusione della missione Isaf ha portato a compimento la più duratura operazione di combattimento condotta dagli Stati Uniti e dall’Alleanza atlantica.

Un impegno che proseguirà ora in altre forme: da un lato la nuova missione “train, advise e assist” della Nato, la Resolute Support, dall’altro l’operazione di “combattimento” statunitense nel solco dell’esperienza di Enduring Freedom.

Un processo di analisi incentrato sugli sviluppi dell’Afghanistan impone di valutare gli elementi in grado di influire su un paese che si appresta ad affrontare il proprio futuro con maggiore autonomia grazie a:
- il sostegno della comunità internazionale e l’interesse alla stabilità degli attori regionali;
- il compromesso politico tra i gruppi di potere legati alla diarchia Ghani-Abdullah (il primo presidente, e il secondo Chief executive officer, sorta di primo ministro de facto ma non - ancora - de jure);
- la permanenza di una residua forza internazionale.

A questi fattori si contrappongono la volontà occidentale di chiudere un impegno durato troppo a lungo, e uno stato afgano debole, inefficiente, corrotto e guidato da una burocrazia incompetente.

Stabilità afghana minacciata
Le minacce alla stabilizzazione sono la prosecuzione delle conflittualità alle quali le sole forze di sicurezza afghane non saranno in grado di far fronte, in particolare contro gruppi di opposizione armata sempre più forti e capaci di riconquistare molte delle aree in precedenza tenute dalla coalizione e dai contingenti inquadrati nella missione Isaf.

Molte le opportunità potenziali: l’impegno dei donor internazionali, le ricchezze del sottosuolo, il ruolo di zona di transito dei traffici commerciali regionali e la cooperazione economica con Iran e Cina. Nel contesto di cooperazione e sostegno all’Afghanistan attualmente vengono confermati il ruolo di Italia, Germania, Turchia e Stati Uniti, come attori dell’impegno Nato post-2014.

A fronte delle opportunità, l’assenza di truppe internazionali e la volontà dei gruppi di opposizione di destabilizzare il paese rappresentano le maggiori minacce.

Lo zampino del Califfo
In particolare, è necessario porre l’attenzione su un altro preoccupante fattore che ha recentemente fatto la sua comparsa, l’autoproclamatosi “stato islamico”.

Nel tentativo di penetrazione in Asia meridionale, il “califfato” è riuscito a stimolare la scissione del movimento dei taliban pakistani e ad avviare attività operative all’interno dell’Afghanistan, inducendo all’insorgere di dinamiche che potrebbero portare, da un lato, all’istituzione di una “libera alleanza di mujaheddin” dal forte impatto mediatico e, dall’altro, a nuovi rapporti di conflittualità e competitività tra gli stessi gruppi insurrezionali.

Rischio collasso
Sul piano politico-sociale le principali variabili sono la capacità del governo afghano di mantenere un equilibrio tra i gruppi di potere, il power-sharing tra questi ultimi, e, non ultime, le elezioni politiche previste per settembre.

Sulla sicurezza influirà principalmente il fenomeno insurrezionale, che potrebbe determinare il collasso dello stato afghano. Nel complesso, il prossimo biennio sarà contraddistinto da un aumento delle conflittualità, una riduzione delle capacità statali, e una maggiore instabilità politico-sociale.

È altresì probabile uno stato afghano debole politicamente e incapace di gestire il balance of power, vulnerabile alle pressioni dei Gruppi di opposizione armata , instabile sul piano della sicurezza interna, incapace di gestire i finanziamenti internazionali.

Senza mezzi termini o formule edulcorate, se l’Occidente non sosterrà adeguatamente le deboli istituzioni afgane e si avrà il collasso dello stato, allora la sfida in Afghanistan sarà persa, vanificando l’attività contro-insurrezionale condotta nell’ultimo decennio.


Il governo di Kabul è infatti debole e sul lungo periodo non sarà in grado di resistere all’offensiva insurrezionale condotta senza soluzione di continuità, se non avrà aiuto dall’esterno.

La prospettiva è che quanto più la Nato ridurrà la presenza sul terreno e il supporto alle forze afghane, tanto più le aree periferiche cadranno sotto l’influenza, prima, e il controllo, poi, dei gruppi di opposizione armata: dalla periferia verso il centro.

La riduzione delle forze statunitensi, in particolare, garantirà ai gruppi insurrezionali una maggiore capacità di concentrare unità e condurre azioni di massa. La prosecuzione delle azioni di combattimento si presenta come una scelta strategica dagli effetti a breve termine.

In sintesi, lo stato afghano - limitato nella governante, dipendente sul piano economico e non in grado di contrastare il fenomeno insurrezionale - punta ora a un compromesso politico che dovrà muovere verso un accordo con gli insorti afghani. Le premesse si muovono sui binari della realpolitik, con buona pace delle ambizioni democratiche.



Claudio Bertolotti, analista strategico, ricercatore senior presso il Centro militare di Studi Strategici e docente di “Analisi d’area”, è stato capo sezione contro-intelligence e sicurezza di Isaf in Afghanistan. È membro dell’Italian Team for Security, Terroristic Issues & Managing Emergencies (Itstime) e ricercatore per l’Italia alla “5+5 Defense iniziative, 2015” dell’Euro-Maghreb Centre for Research and Strategic Studies (CEMRES).

Il 19 febbraio alle 9.30, presso la sede del Centro Alti Studi per la Difesa (Roma, Palazzo Salviati), il Centro Militare di Studi Strategici (CeMiSS) presenterà le proprie analisi e previsioni strategiche contenute nelle pubblicazioni “Prospettiva Generale 2015” (di cui il presente articolo è una sintesi) e “Global Outlook 2015”.

domenica 18 gennaio 2015

ISAF: la missione (in)compiuta e l’inarrestabile riconquista dei taliban (CeMiSS 10/2014)

Terminare il ruolo di combattimento in Afghanistan e il supporto diretto alle forze di sicurezza afghane (ANSF), così come pubblicamente dichiarato, significherebbe abbandonare tout court l’Afghanistan nelle mani dei gruppi di opposizione armata; gruppi che, conclusa la fase di transizione che ha trasferito al governo afghano la responsabilità della sicurezza del paese, hanno riconquistato molte delle aree in precedenza conquistate e tenute dalle forze della Coalizione e dalle truppe della missione Isaf. È già un fatto accettato che, oggi, i taliban si muovano sul campo di battaglia in maniera pressoché indisturbata.Un esempio, tra i molteplici ma che interessa direttamente l’Italia, è la sostanziale libertà di manovra delle forze di opposizione nell’area di Bala Baluk dove centinaia di taliban hanno colpito indisturbati e vanificando i pluriennali sforzi italiani nell’area. 

I taliban alla riconquista dell’Afghanistan?
All’alba del 17 novembre oltre 400 taliban hanno preso parte all’azione offensiva condotta nel distretto di Bala Baluk, provincia di Farah, area di responsabilità italiana. Fonti ufficiali confermano l’uccisione di un poliziotto afghano e di otto taliban, molti di più i feriti da entrambe le parti.
Sebbene non vi sia una dichiarazione formale da parte dell’Emirato islamico del mullah Omar attraverso il sito web “The Voice of Jihad” – organo ufficiale di stampa del movimento taliban – l’account Twitter @sabiq_jihadmal, sedicente militante, ha annunciato l’uccisione di tredici poliziotti, il ferimento di dieci e la cattura di altri diciannove agenti da parte dei mujaheddin.
Un’offensiva che, a guardare i risultati sul campo e l’efficacia della propaganda mediatica, si presenta come inarrestabile.
Già nel mese di giugno i taliban sono stati in grado di condurre un’azione di massa portando 800-1000 mujaheddin all’assalto di obiettivi governativi nel distretto di Sangin, provincia di Helmand, imponendo alle autorità governative un tentativo di dialogo politico a livello locale; con ciò evidenziando la sostanziale impotenza dello stato afghano in quell’area.
Il successivo mese di luglio, circa 300 taliban hanno portato a compimento un’ulteriore offensiva nel distretto di Char Sada, provincia di Ghor.
E ancora, ad agosto, 700 mujaheddin hanno colpito in maniera energica il distretto di Charkh, nella provincia orientale di Logar. Taliban o altri gruppi? La situazione nel distretto non è completamente chiara, ma ciò che è interessante evidenziare è che ad ottobre Junood al Fida, gruppo jihadista baluchi fedele ai taliban e ad al-Qa’ida, ha annunciato (via Twitter, account @3131jund) di aver posto sotto il proprio controllo il distretto di Registan, provincia di Kandahar, inviando via web una serie di fotografie di un avamposto militare appena conquistato. Successivamente anche i taliban hanno dichiarato di aver preso il controllo dell’area, diffondendo online alcuni video di combattimenti nell’area di Kandahar; dichiarazione a cui è seguita la smentita ufficiale del governo afghano.
Inoltre, più recentemente, sempre i taliban hanno rivendicato la conquista di tre ulteriori distretti: Sayyidabad nella provincia di Wardak e Chahar Darah e Dasht-i-Archi nella provincia di Kunduz.


Nel complesso, al di là della retorica e della narrativa ufficiale, la situazione è in fase di progressivo peggioramento, e senza soluzione di continuità
La fine di novembre è stata segnata da episodi preoccupanti per la tenuta egli assetti istituzionali a causa dell’audacia delle azioni dei taliban; una situazione che, sul piano internazionale, si impone in maniera imbarazzante, tanto per il governo afghano quanto per la Coalizione che sta completando il passaggio di responsabilità.
Nel distretto di Sangin, dodici taliban e cinque soldati afghani sono morti durante un attacco contro una base militare; altri quattro poliziotti afghani sono stati uccisi in un attacco suicida nell’area di Anzur Shali, provincia di Helmand.
Infine – ma limitatamente al periodo preso in esame – il 27 novembre hanno avuto inizio gli intensi combattimenti tra le ANSF e i taliban all’interno di “Camp Bastion” (Helmand), il complesso militare lasciato all’esercito afghano dai contingenti statunitense e britannico, unitamente a “Camp Leatherneck”, il 26 ottobre scorso; combattimenti durati oltre tre giorni e condotti attraverso la tecnica dell’attacco complesso – commando suicidi a supporto di unità di assalto pesantemente armate – (ufficialmente cinque morti tra le ANSF e 27 tra le fila dei taliban); significativi i danni provocati all’infrastruttura e agli equipaggiamenti militari. “Camp Bastion” e “Camp Leatherneck” sono stati i principali complessi militari durante l’offensiva contro-insurrezionale nelle province di Helmand, Nimroz, e Farah, e per questo oggetto di precedenti attacchi (l’ultimo, il 14 settembre scorso, ha provocato la distruzione di sei velivoli statunitensi Harrier, il danneggiamento di altri due e l’uccisione di un comandante di squadrone e di un sottufficiale statunitensi). Nel frattempo, nella capitale Kabul i taliban hanno fatto irruzione all’interno di un’infrastruttura alberghiera, in prossimità del Parlamento afghano, e occupata da operatori civili stranieri poi trattenuti come ostaggi, mentre una serie di attacchi suicidi ha provocato numerosi morti: quattro gli attacchi nella capitale registrati l’ultima settimana di novembre.
In particolare, tale offensiva sarebbe riconducibile all’aumentata pressione esercitata dalla cosiddetta “Kabul Attack Network” (KAN) operativa nella capitale afghana, basata sulla collaborazione di taliban, Haqqani Network, e Hezb-i-Islami Gulbuddin Hekmatyar, e in probabile cooperazione con il pachistano Lashkar-e-Taiba (impegnato in azioni contro obiettivi indiani anche su territorio afghano) e al-Qa’ida. L’area di operazioni della KAN si estenderebbe da Kabul alle province di Logar, Wardak, Nangarhar, Kapisa, Kunar, Ghazni e Zabul.

Da impegno “full-combat” a “diversamente-combat”
A fronte di tale dinamica involuzione e al fine di prevenire il collasso istantaneo dello stato afghano, mentre la Nato avvierà la missione Resolute Support finalizzata ad attività di tipo train, assist, e advise, gli Stati Uniti hanno confermato l’intenzione di proseguire con le operazioni di combattimento, a supporto delle forze di sicurezza afghane e contro al-Qa’ida e gruppi affiliati; cosa per altro già prevista dall’accordo sulla sicurezza siglato a fine settembre dal neo-eletto presidente Ghani e approvato dal parlamento afghano (Bilateral Security Agreement – o, più correttamente, Security and Defense Cooperation Agreement – rispettivamente il 30 settembre e il 27 novembre 2014); stupisce in tal senso la sorpresa da parte dei media statunitensi (“New York Times”) che hanno enfaticamente pubblicato la notizia come “piano segreto di Obama”; tutto può essere, fuorché segreto poiché previsto dagli accordi bilaterali resi pubblici a settembre.
Dunque, come da programma, le forze statunitensi proseguiranno le operazioni di combattimento in Afghanistan anche dopo il 31 dicembre 2014. Una prosecuzione del ruolo di combattimento che prevede, sebbene in misura ridimensionata rispetto al precedente impegno, l’utilizzo dell’aviazione, bombardieri e droni a supporto delle forze afghane impiegate in missioni di combattimento; così come lo schieramento di forze terrestri statunitensi in caso di azioni offensive ai danni dell’esercito afghano, o di quello degli Stati Uniti, in particolare azioni offensive nei confronti di qualunque minaccia opportunamente definita come riconducibile ad al-Qa’ida o altri gruppi affiliati o similari. Quest’ultima frase lascia aperte le porte a un eventuale impiego nei confronti di qualunque forma di opposizione violenta, con implicito riferimento al jihadismo radicale che si sta imponendo nelle dinamiche conflittuali dell’Asia meridionale (e dunque l’ISIS/Stato islamico).
Formalmente, dunque, termina la missione di combattimento ma prosegue l’impiego combat sul campo di battaglia, in circostanze limitate, con finalità preventiva nei confronti di potenziali  effetti negativi sul piano strategico, a danno delle forze afghane e di quelle statunitensi e in operazioni di “anti-terrorismo”.
Inoltre, a conferma della crescente instabilità e dell’aumentato timore – e con dubbi di opportunità da più parte sollevati – il presidente Ghani ha autorizzato la ripresa dei cosiddetti “nighttime raids”, azioni condotte dalle forze speciali afghane affiancate da consiglieri statunitensi all’interno delle abitazioni civili durante le ore notturne; una questione che il precedente presidente, Hamid Karzai, aveva negato nel 2013.


Analisi, valutazioni, previsioni
L’espansione offensiva e la maggiore efficacia delle azioni insurrezionali è il risultato, certamente parziale, ottenuto dai gruppi di opposizione armata in conseguenza del ritiro dei contingenti della missione Isaf a guida Nato e delle truppe dell’operazione Enduring Freedom. E quanto più le truppe straniere ridurranno la loro presenza sul terreno e il loro supporto alle forze di sicurezza afghane, tanto più altri distretti cadranno sotto l’influenza, prima, e il controllo, poi, dei taliban e dei loro alleati: dalla periferia al centro.
La riduzione degli assetti statunitensi, in particolare, garantirà ai taliban una sempre maggiore capacità di concentrare unità e condurre azioni di massa, in particolare nei distretti più periferici.
Nel complesso il governo afghano e gli Stati Uniti – affiancati dagli alleati della Nato – perdono terreno, a vantaggio dei gruppi di opposizione armata. Se, come pianificato, le truppe della Nato lasceranno progressivamente i comandi regionali per concentrarsi nell’area della capitale è prevedibile che i vuoti lasciati dai contingenti stranieri verranno in breve colmati dai taliban e dai loro alleati; la prosecuzione delle azioni di combattimento si presenta dunque come una scelta strategica dagli effetti a breve termine.


sabato 29 novembre 2014

Un nuovo presidente per l’Afghanistan: un potere a metà ma c’è firma del BSA



di Claudio Bertolotti


29 settembre – Dopo una campagna elettorale particolarmente difficile e un ancor più difficile conteggio (e riconteggio) delle schede elettorali, Ashraf Ghani è oggi il nuovo presidente della Repubblica islamica dell’Afghanistan e, nel rispetto degli accordi tra le parti, Abbullah Abdullah – suo avversario nella competizione elettorale – è stato nominato Chief Executive Officer. Abbullah va così a ricoprire una posizione che formalmente non è prevista dall’ordinamento afghano ma che si è palesata come unica alternativa al collasso politico e al rischio di guerra civile tra i due principali blocchi etno-politici: il macro-gruppo dei pashtun e l’alternativa dei non-pashtun. Non ha vinto la democrazia poiché la soluzione di compromesso tra i principali gruppi di potere ha portato a una divisione formale delle prerogative e delle responsabilità costituzionalmente spettanti al Presidente, ma ha prevalso il principio della ricerca della stabilità, almeno sul breve periodo.
In occasione del discorso inaugurale del nuovo presidente, un appello alla pacificazione è stato indirizzato ai principali gruppi di opposizione armata afghani – i taliban e Hezb-e-Islami di Gulbuddin Hekmatyar – affinché si giunga a un accordo negoziale finalizzato alla conclusione delle conflittualità: una conferma formale di quanto energicamente annunciato da Ghani durante il periodo della campagna elettorale.
Un percorso difficoltoso quello della nuova leadership afghana, che sarà reso più difficile dalla grave situazione economica in cui si trova il paese, dalla limitata capacità funzionale dell’apparato statale,  dalla corruzione endemica, dai concreti limiti delle forze di sicurezza nazionali, dall’offensiva efficace dei gruppi di opposizione armata (taliban in primis).
Un importante atto formale è stata la firma del Bilateral Security Agreement tra Stati Uniti e governo afghano; da gennaio 2015 la presenza militare statunitense sarà dunque legittimata. Parallelamente anche la NATO ha firmato lo Status of Forces Agreement (SOFA) sulla base del quale le truppe dell’Alleanza Atlantica rimarranno in Afghanistan al termine della missione ISAF (dicembre 2014) dando il via all’impegno “Resolute Support Mission” incentrato sull’addestramento e sul sostegno alle Forze di sicurezza afghane.
Immediata la reazione dei taliban che hanno portato a compimento una serie di attacchi suicidi il giorno stesso dell’insediamento del nuovo presidente e hanno formalmente condannato la firma del BSA a cui si opporranno proseguendo i combattimenti sul campo di battaglia.


Nello stesso numero anche

lunedì 3 novembre 2014

In Afghanistan dopo il 2014. Le forze Nato rimangono essenziali

 di Claudio Bertolotti
A fronte di un inadeguato livello di sicurezza dell’Afghanistan, due dinamiche favorevoli agevolano la stabilità politica a breve-termine.

La prima è l’accordo tra i due pretendenti alla presidenza della Repubblica islamica dell’Afghanistan che, attraverso un complesso negoziato, si è concluso con la spartizione del potere tra Ashraf Ghani Ahmadzai, formalmente il presidente, e Abdullah Abdullah, artificiosamente nominato Chief executive officer (di fatto un primo ministro).
Si rimane in attesa della revisione della Carta costituzionale per legittimare tale accordo; tempo stimato un anno, ma parliamo di tempi afghani. Una soluzione che, elettori a parte, rende soddisfatti i principali gruppi di potere (pashtun e non-pashtun), avvia il processo di power-sharing, posticipa una possibile guerra civile e apre al processo negoziale con i taliban, ma non è garanzia di stabilità a medio-lungo termine.
 

L’accordo sullo statuto delle forze
La seconda è la firma dei tanto attesi accordi di sicurezza. Il 30 settembre il governo afghano ha infatti firmato il Security and Defence Cooperation Agreement (già Bsa - Bilateral Security Agreement) con gli Stati Uniti, e lo Status of Forces Agreement (Sofa) con la Nato; il secondo è il prerequisito per la permanenza di truppe straniere in Afghanistan dal gennaio 2015.
Inoltre, gli accordi consentono al nuovo establishment afghano di recuperare la credibilità di uno stato a rischio di fallimento che avrebbe potuto essere abbandonato a sé stesso; un doppio risultato, ottenuto nei confronti dell’opinione pubblica afghana (consenso interno), e dei partner internazionali (credibilità).
Una decisione responsabile, primo atto formale del governo di “unità nazionale”, che ha consentito di ottenere un ulteriore effetto favorevole: la conferma degli aiuti economici internazionali, la cui interruzione avrebbe portato al caos a causa di un’economia nazionale totalmente dipendente dai finanziamenti stranieri.

La guerra ai terroristi prosegue
Con la chiusura della missione Isaf a fine anno, la Nato limiterà il suo impegno al sostegno delle forze afghane attraverso attività train, assist e advise.
Ma, benché l’attenzione mediatica sull’Afghanistan sia concentrata sul futuro impegno dell’Alleanza atlantica, è importante evidenziare come sul piano operativo - nel solco della tradizione che ha visto Isaf al fianco di Enduring Freedom - saranno due le “anime” della componente militare: la “Resolute Support”, missione Nato non-combat a guida statunitense, e la missione Usa di contro-terrorismo, questa sì di combattimento, indipendente dalla Nato e finalizzata al contrasto di al-Qahida e dei gruppi a essa affiliati (tra i quali anche i taliban, qualora non aderissero all’ipotesi di soluzione negoziale).
Sul piano temporale, sebbene Obama insista - per ragioni di opportunità politica interna (elezioni di mid-term) - nel definire quello afghano un impegno a breve termine (“dimezzamento delle truppe nel 2016 e completo ritiro nel 2017”), gli accordi Usa-Afghanistan sanciscono la disponibilità di basi militari fino al 2024, con possibilità di rinnovo; dunque, al di là delle parole, un impegno a lungo termine.
Sul piano spaziale, alle forze straniere è garantito il possesso di basi militari operative e strategiche, aeroporti e porti terrestri, per tutto il periodo di permanenza sul suolo afghano (2024). Centro della nuova missione è l’asse Kabul/Bagram attorno a cui gravitano i quattro punti radiali di Mazar-i-Sharif (nord), Herat (ovest), Kandahar (sud), e Jalalabad (est).
In tale contesto, sebbene quello afghano tenda a imporsi come fronte secondario - ma non stabilizzato - l’Italia onora l’impegno preso. E lo fa garantendo una presenza militare di tutto rispetto (circa mille uomini) e il ruolo di leadership dell’area occidentale del paese (Herat), insieme a Stati Uniti (Bagram, Kandahar e Jalalabad), Germania (Mazar-i-Sharif) e Turchia (Kabul).
Un impegno che prosegue parallelamente a quello annunciato dal ministro della Difesa Roberta Pinotti e volto a confermare un ruolo attivo dell’Italia nella lotta allo jihadismo dello Stato Islamico (IS/Isis) ormai giunto sulle coste del Mediterraneo.

C’è un legame tra Medio Oriente e Afghanistan
Ma la scelta non deve e non può essere tra la lotta al terrorismo in Medio Oriente e il sostegno all’Afghanistan poiché, in un mondo sempre più interconnesso dove alle conflittualità locali si sovrappongono le dinamiche globali, la violenza radicale che imperversa nel Vicino e Medio Oriente si espande a macchia d’olio (compreso in Libano, dove è impegnata militarmente l’Italia) arrivando a colpire anche l’Europa e l’Asia.
Al di là dei risultati sul campo di battaglia, preoccupano la diffusione dell’ideologia, il suo radicamento, il proselitismo che accende la violenza e che permane negli animi. E un Afghanistan non stabilizzato è una terra di facile conquista per le ideologie radicali; come la storia recente del paese insegna.
I taliban di oggi non sono quelli del 2001, ma potrebbero tornare a esserlo attraverso il contatto (reale o “virtuale”) con i radicali operativi in Iraq, o in Siria; anche in questo caso un copione già conosciuto. E nell’ottica di promuovere il consolidamento del fronte sunnita contro l’Occidente, i taliban pachistani hanno già fatto la loro scelta sostenendo pubblicamente la causa dell’Isis.

Una ragione in più per tenere viva l’attenzione sull’Afghanistan.


Claudio Bertolotti, analista strategico, ricercatore senior presso il Centro militare di Studi Strategici e docente di “Analisi d’area”, è stato capo sezione contro-intelligence e sicurezza di Isaf in Afghanistan. È membro di Itstime