Afghanistan Sguardi e Analisi

Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

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venerdì 10 febbraio 2017

L'effetto Trump sulla Nato (Intervista a Radio Cusano Campus)

L'effetto #Trump sulla #Nato.
Afghanistan, Turchia, Russia, Ucraina: cosa cambia per la NATO dopo l'elezione di Donald J. Trump? Rispondo alle domande di Daniel Moretti su Radio Cusano Campus (vai al podcast)

martedì 17 novembre 2015

Afghanistan: Obama ci ripensa. E anche Renzi (L'INDRO)

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1

 
Obama aumenta le truppe in Afghanistan. Perché aumentano anche i soldati italiani? Guardare verso la Libia

Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha annunciato la propria revisione del piano di disimpegno dall’Afghanistan. Non più un ritiro consistente come era stato annunciato, ma una presenza duratura sino a tutto il 2016. Il totale delle truppe Usa sarà di almeno 10.000 soldati, ai quali andranno ovviamente a sommarsi i circa 5.000 della Nato (e tra questi gli italiani). Il perché di questa scelta è evidente: il Paese non è stabilizzato, i gruppi di opposizione armata (talebani in primis) sono in grado di operare e colpire in buona parte del Paese -come la conquista della città settentrionale di Kunduz alla fine di settembre da parte dei talebani ha ampiamente dimostrato -, lo Stato afghano è inefficiente e corrotto e le sue forze di sicurezza mancano di capacità operativa, logistica e intelligence, nonostante i quattordici anni di sforzi della Comunità internazionale e gli oltre quattro miliardi di dollari spesi per addestrare le forze armate afgane. E come se non bastasse, il fenomeno del Nuovo Terrorismo Insurrezionale (NIT)... (vai all'articolo su L'INDRO)

martedì 25 agosto 2015

La ricerca di una nuova strategia per l’Afghanistan: l’ufficio politico dei taliban e lo scontro militare. Quattro ipotesi di scenari futuri (CeMiSS)



di Claudio Bertolotti


ISBN: 978-88-99468-03-3
 
I gruppi di opposizione armata afghani sono impegnati in un’offensiva militare sempre più violenta e muovono verso un possibile e vantaggioso processo negoziale che potrebbe imporre significativi riequilibri nelle dinamiche nazionali e regionali. L’analisi di Claudio Bertolotti evidenzia come le dinamiche conflittuali non coinvolgono più solamente i gruppi di opposizione armata afghani, ma anche soggetti e gruppi stranieri, cosa questa che ha l’effetto di riportare al livello globale l’annoso conflitto afghano.

I gruppi di opposizione armata afghani sono impegnati in un’offensiva militare sempre più violenta e muovono verso un possibile e vantaggioso processo negoziale che potrebbe imporre significativi riequilibri nelle dinamiche nazionali e regionali; un processo che, per contro, potrebbe aprire a nuove conflittualità intra-insurrezionali a causa del rischio di frantumazione del fronte interno agevolato dal tentativo di penetrazione destabilizzante dello Stato islamico nella variante asiatico-meridionale (ISIS&Co., si veda Osservatorio Strategico CeMiSS 4/2015).
I taliban sono alla ricerca del riconoscimento formale del loro ruolo ‘in’ Afghanistan  e ‘per’ l’Afghanistan e perseguono l’obiettivo politico attraverso la via diplomatica; un approccio strategico che ha aperto le porte di molti paesi.
Si moltiplicano infatti le occasioni di incontro tra esponenti politici afghani, società civile, organizzazioni non governative e rappresentanti dell’ufficio politico dei taliban, formalmente partecipanti a titolo personale; così, dopo l’incontro a Doha in Qatar (2 maggio) – dove ha sede l’ufficio politico dei taliban – e quello in Cina (24 maggio), è stata la volta della Norvegia (4 giugno) e degli Emirati Arabi Uniti (Dubai, 6-7 giugno); un altro incontro è in calendario per il mese di luglio. Eppure il sedicente Emirato islamico dell’Afghanistan non ha ammesso di aver avviato un dialogo con il governo di Kabul, che insiste nel definire come illegittimo; questo è un fattore significativo del doppio binario perseguito dalla leadership insurrezionale: da un lato continuare nel sottrarre territorio e capacità di manovra al debole governo di unità nazionale, dall’altro aprire a un dialogo allargato, quanto volutamente non definito.
Ma il fatto che ognuno di questi incontri, benché ufficialmente informali, sia stato pubblicizzato attraverso il sito web ufficiale dell’Emirato islamico dei taliban mediante dichiarazioni formali, lascia intravedere un disegno strategico favorevole, orientato a una possibile, quanto auspicata, soluzione negoziale, sebbene al costo di una sempre più prossima revisione della costituzione in linea con alcune delle richieste dei taliban, a una riorganizzazione dello stato in senso maggiormente islamico e, infine, a un processo inclusivo di power-sharing e balance of power a cui potrebbe unirsi una sostanziale divisione politico-geografica del paese (lungo le linee delle aree di controllo dei gruppi di opposizione armata). Da una realtà de facto a una possibile soluzione de jure che potrebbe dunque prospettarsi nel futuro prossimo dell’Afghanistan.
Un percorso, quello della ricerca del dialogo, che procede parallelo all’aumento delle conflittualità e della violenza sul campo di battaglia dove prosegue senza interruzioni un’offensiva di primavera i cui effetti tattici si traducono in pressione politica nei confronti di un governo di unità nazionale caratterizzato da mai celate conflittualità interne derivanti dalle spinte dei gruppi di potere a sostegno dell’una o dell’altra parte (Ashraf Ghani e Abdullah Abdullah, rispettivamente presidente e CEO-capo dell’esecutivo, si dividono l’onere di governare l’Afghanistan e le conseguenti prerogative).
Prosegue, incontrastata come non mai, l’offensiva di primavera (la più violenta e intensa degli ultimi quattordici anni) e l’espansione territoriale dei taliban, come dimostra la provincia di Uruzgan dove cinquantacinque posti di polizia sono caduti nelle mani dei gruppi di opposizione armata e quella di Helmand dove sono stati registrati intensi scontri tra militanti e forze di sicurezza afghane. E ancora, il violento attacco al parlamento nazionale di Kabul del 22 giugno (che ha provocato la morte di due civili e il ferimento di circa trenta persone) ha aumentato l’imbarazzo di un governo che, a distanza di dieci mesi, non è riuscito a insediare il proprio ministro della Difesa ed è sempre più in difficoltà nel gestire la sicurezza del paese, in particolare delle aree periferiche sempre più a rischio di cadere sotto il controllo definitivo della galassia di gruppi di opposizione armata, come dimostra la sorte dei due i distretti – Archi e Chahar Dara – caduti di recente sotto il controllo dei taliban, tanto da porre in pericolo la stessa città di Kunduz – la quinta principale area urbana del paese; se ciò dovesse avvenire sarebbe l’ulteriore conferma di una crescente quanto incontenibile capacità operativa del fronte insurrezionale e dell’acquisizione di un peso sempre maggiore al possibile tavolo negoziale.
E ancora, aumentano le dinamiche conflittuali che coinvolgono non solamente i gruppi di opposizione armata afghani ma anche soggetti e gruppi stranieri, con ciò (ri)portando la guerra afghana a un livello globale che supera la realtà locale e regionale. Un esempio significativo è dato dalla notizia (riportata dal Washington Post) dell’uccisione del primo combattente afghano sotto l’insegna dell’ISIS al di fuori dell’Afghanistan (Wali Mohammad Darwazi, ventitreenne appartenente a un gruppo di studenti dell’università di Kabul impegnati a combattere in Syraq per lo Stato islamico). Un esempio, tra i sempre più numerosi, che conferma il crescente processo di radicalizzazione, propaganda e reclutamento che sta lentamente investendo il sub-continente indiano.
E la possibilità che combattenti afghani possano essere addestrati in Syraq, per poi far ritorno in Afghanistan per combattere o reclutare altri giovani afghani per conto dell’ISIS, è un fattore di preoccupazione poiché rappresenta un’ulteriore minaccia diretta per il governo afghano, già in difficoltà nel tentativo di gestire le conflittualità endogene del paese; ma anche per lo stesso fronte insurrezionale che potrebbe accelerare un processo di frantumazione interna avviato già nel 2009, in seguito ai primi approcci negoziali e ai tentativi di dialogo tra la leadership taliban, Washington e Kabul.
Quali gli effetti registrati?
Il primo risultato conseguente all’avvio del possibile dialogo negoziale è stata la manifesta preoccupazione del Pakistan. Una preoccupazione che deriva dal timore di Islamabad di essere marginalizzato (o escluso) al tavolo negoziale e di perdere, come conseguenza, un ruolo primario nell’influenza delle dinamiche interne all’Afghanistan il cui territorio rimane funzionale in caso di eventuale conflittualità aperta con l’India (necessità pakistana di un retroterra strategico).
Un altro significativo risultato è la decisione statunitense di congelare il ritiro delle proprie truppe combattenti (e parimenti quelle della Nato) e di proseguire con attività propriamente ‘combat’, in previsione di un peggioramento delle condizioni operative e dell’avanzata dei taliban. Sebbene non definito, è ipotizzabile che il totale delle truppe statunitensi (alle quali si sommerebbero quelle della Nato) dovrebbe essere di circa 10.000 (una cifra che, se convalidata, confermerebbe la validità dell’analisi predittiva pubblicata su Osservatorio Strategico - Prospettive 2015). Tale entità di forze residue consentirebbe di mantenere il controllo delle due principali basi strategiche su suolo afghano, Kandahar e Jalalabad e di sostenere le forze di sicurezza afghane (un’opzione combat che si traduce come vantaggio strategico per i taliban che potranno così rimproverare al governo afghano – a fini propagandistici e in funzione del possibile negoziato – di continuare a sostenere un’occupazione militare straniera).
Analisi, valutazioni, previsioni
Fattori dinamizzanti, quelli sinteticamente presentati che potrebbero aprire a quattro tipologie di scenario.
1. Primo scenario. La natura dinamizzante dell’ISIS potrebbe indurre i taliban a una soluzione negoziale con il governo afghano aprendo a un’ipotesi di power-sharing sostanziale, ciò agevolerebbe il disimpegno di una parte significativa della forza militare straniera. Possibile, poco probabile.
2. Secondo scenario. La competizione con l’ISIS potrebbe portare a una nuova fase di guerra civile caratterizzata da un significativo aumento della violenza conseguente alla condotta di azioni a elevata spettacolarizzazione e finalizzate alla ricerca dell’attenzione mediatica (il fine è l’imposizione del premium brand ‘ISIS’). Il principale gruppo di opposizione armata afghano, i Taliban, potrebbe concentrare i propri sforzi nel contrasto offensivo verso il nuovo soggetto. Tale processo potrebbe coinvolgere anche attori marginali, quali i gruppi di opposizione locali di seconda schiera, gruppi di potere, criminalità transnazionale. Probabile.
3. Terzo scenario: alleanza tra mujaheddin. Se la conflittualità dovesse proseguire sul lungo periodo non è escluso un possibile rapporto di collaborazione tra i principali attori insurrezionali: ISIS, Taliban e Hig (Hezb-e-islami Gulbuddin Hekmatyar). Possibile, improbabile nel breve termine. 
4. Quarto scenario. (Ipotesi in linea con le valutazioni espresse nella Ricerca CeMiSS 2010 “L'insorgenza in Afghanistan. L'evoluzione dei gruppi di opposizione dopo nove anni di conflitto e la ricerca di interlocutori per la politica del dialogo”). In linea con quanto già avvenuto per i taliban pakistani (TTP, Teherik-e Taliban-e Pakistan), anche i taliban afghani potrebbero frantumarsi o, più probabilmente, avviare un processo di scissione dove al blocco storico disposto a una soluzione negoziale di compromesso si contrapporrebbe la frangia radicale costituita dalle generazioni di giovani mujaheddin che opterebbero l’adesione al progetto dell’ISIS. Ipotesi valutata come molto probabile.


martedì 18 agosto 2015

L'Afghanistan senza il mullah Omar (L'INDRO)

di Claudio Bertolotti 

L’Afghanistan senza il mullah Omar
A rischio il processo di pace? Analisi e possibili scenari futuri
Il mullah Mohammad Omar, leader dei taliban dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, sarebbe morto nell’aprile 2013, probabilmente in Pakistan. Il mullah Akhtar Mohammad Mansour lo ha formalmente sostituito, essendo stato designato quale suo successore; al suo fianco ci sarà Sirajuddin Haqqani, comandante della cosiddetta ‘Haqqani network’ vicina ad al-Qa’ida, e figlio del defunto Jalaluddin Haqqani, storico mujaheddin e figura di spicco della galassia taliban. Questi i fatti, ma alcune dinamiche rimangono indefinite, - See more at: http://www.lindro.it/lafghanistan-senza-il-mullah-omar/#sthash.HQUUu53u.dpuf



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probabilmente in Pakistan. Il mullah Akhtar Mohammad Mansour lo ha formalmente sostituito, essendo stato designato quale suo successore; al suo fianco ci sarà Sirajuddin Haqqani, comandante della cosiddetta ‘Haqqani network’ vicina ad al-Qa’ida, e figlio del defunto Jalaluddin Haqqani, storico mujaheddin e figura di spicco della galassia taliban. Questi i fatti, ma alcune dinamiche rimangono indefinite, così come incerti sono i possibili scenari futuri; - See more at: http://www.lindro.it/lafghanistan-senza-il-mullah-omar/#sthash.HQUUu53u.dpuf
Il mullah Mohammad Omar, leader dei taliban dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, sarebbe morto nell’aprile 2013, probabilmente in Pakistan. Il mullah Akhtar Mohammad Mansour lo ha formalmente sostituito, essendo stato designato quale suo successore; al suo fianco ci sarà Sirajuddin Haqqani, comandante della cosiddetta ‘Haqqani network’ vicina ad al-Qa’ida, e figlio del defunto Jalaluddin Haqqani, storico mujaheddin e figura di spicco della galassia taliban. Questi i fatti, ma alcune dinamiche rimangono indefinite, - See more at: http://www.lindro.it/lafghanistan-senza-il-mullah-omar/#sthash.HQUUu53u.dpuf
Il mullah Mohammad Omar, leader dei taliban dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, sarebbe morto nell’aprile 2013, probabilmente in Pakistan. Il mullah Akhtar Mohammad Mansour lo ha formalmente sostituito, essendo stato designato quale suo successore; al suo fianco ci sarà Sirajuddin Haqqani, comandante della cosiddetta ‘Haqqani network’ vicina ad al-Qa’ida, e figlio del defunto Jalaluddin Haqqani, storico mujaheddin e figura di spicco della galassia taliban. Questi i fatti, ma alcune dinamiche rimangono indefinite, - See more at: http://www.lindro.it/lafghanistan-senza-il-mullah-omar/#sthash.HQUUu53u.dpuf
Il mullah Mohammad Omar, leader dei taliban dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, sarebbe morto nell’aprile 2013, probabilmente in Pakistan. Il mullah Akhtar Mohammad Mansour lo ha formalmente sostituito, essendo stato designato quale suo successore; al suo fianco ci sarà Sirajuddin Haqqani, comandante della cosiddetta ‘Haqqani network’ vicina ad al-Qa’ida, e figlio del defunto Jalaluddin Haqqani, storico mujaheddin e figura di spicco della galassia taliban. Questi i fatti, ma alcune dinamiche rimangono indefinite, - See more at: http://www.lindro.it/lafghanistan-senza-il-mullah-omar/#sthash.HQUUu53u.dpuf

domenica 3 maggio 2015

Intervista a C. Bertolotti "Afghanistan, missione incompiuta" (L'Indro)


L'Indro 

di Francesca Lancini

Geopolitica 3.0 dall’India all'Africa/1

Con Claudio Bertolotti, il punto sui conflitti a 14 anni dall’11 settembre



Quattordici anni di guerre mosse dall’Occidente, instabilità, disintegrazione di intere Nazioni, richiedono un’ampia riflessione. Lo Stato Islamico ha alzato la sua bandiera, almeno formalmente, anche in India, Pakistan e Afghanistan. LIraq, la Siria e la Libia non esistono più come Stati. Le cosiddette ‘primavere arabe’ si sono presto rivelate degli inverni. Migranti disperati continuano a morire nel Mediterraneo o, nel migliore dei casi, ad approdare sulle nostre coste all’apice di una propaganda xenofoba e strumentale.
 
Lo studioso Claudio Bertolotti spiega a ‘L’Indro’ in un’intervista, divisa in due parti (la prima su Afghanistan e Asia meridionale, la seconda su Medio-Oriente e Mediterraneo), perché siamo giunti a questo scenario e dove ci staremmo dirigendo.
Come analista strategico indipendente e ricercatore senior presso il Centro militare di Studi Strategici (CeMISS), Bertolotti si occupa di conflittualità dell’area MENA allargata (Grande Medio Oriente). Ma è anche rappresentante nazionale per l’Italia alla ‘5+5 Defense iniziative 2015′ dell’Euro-Maghreb Centre for Research and Strategic Studies (CEMRES) di Tunisi.
 
Non da ultimo, Bertolotti è stato per circa due anni capo sezione contro-intelligence e sicurezza di ISAF in Afghanistan, il Paese asiatico completamente fuori controlloda cui parte la sua analisi. “Politicamente un fallimento, militarmente un mancato successo”. Vediamo perché. 
Perché di Afghanistan si parla sempre meno e male?
La guerra che dura da 14 anni è il secondo tempo di quarant’anni di conflittualità. L’opinione pubblica globale è stanca, distratta, anche da una crisi economica dalla quale si fatica a uscire, che coinvolge tutto l’Occidente e si estende oltre. I Governi delle principali potenze occidentali tendono a spostare l’attenzione altrove. L’esperienza afgana non è stata positiva né dal punto di vista politico né da quello militare. Il Governo afgano ha un controllo limitatissimo sulle aree urbane, mentre le aree periferiche sono in mano ai gruppi d’opposizione armata. Non è in grado di dare risposte alle esigenze sociali, economiche e finanziarie della popolazione. Non riesce, per esempio, a raccogliere le tasse. Le sue uniche entrate lecite vengono dai donatori internazionali, che dopo il summit di Tokyo del 2012 si sono presi per almeno quattro anni l’impegno di versare nelle casse dello Stato afgano 4 miliardi di eurodollari.
 
Si può definire una guerra persa?
Sì, dal punto di vista politico. Dal punto di vista militare non è stata vinta. C’è una differenza tra le due cose. Politicamente un fallimento, militarmente un mancato successo. L’averla persa è conseguenza del non essere riusciti a vincerla, ossia sconfiggere il nemico sul campo, ma neanche i Taliban hanno sconfitto le forze militari straniere. La guerra, così come impostata, non poteva essere vinta.
 
Che cosa avrebbe significato vincerla?
Il fine ultimo della missione non è mai stato ben chiaro o, meglio, è cambiato nel corso del tempo. Si è insistito sul processo di costruzione, stabilizzazione e ricostruzione dello Stato, ma non si sono raggiunti risultati soddisfacenti. Lo Stato afgano non esiste. C’è una diarchia al potere che non rispetta i principi costituzionali. Il Presidente Ashraf Ghani e Abdullah Abdullah (Capo Esecutivo del Governo: una nuova carica con poteri da Primo Ministro, ndr) agiscono secondo accordi di segreteria interna e occidentale. È l’Amministrazione statunitense ad aver messo d’accordo, almeno temporaneamente, i due soggetti, cui corrispondono due gruppi di potere.
 
Sul piano della sicurezza qual è la situazione?
I gruppi di opposizione armata non diminuiscono, ma aumentano i loro organici. Le sigle aumentano, evolvono. Si creano alleanze laddove prima c’era competizione e, viceversa, nascono conflittualità laddove prima esistevano realtà pseudo-monolitiche.
 
Lei utilizza l’espressione ‘gruppi di opposizione armata’, riferendosi a una realtà più variegata che non comprende solo i Taliban o Talebani.
Uso la sigla ‘gruppi di opposizione armata’ perché è la più neutra, mentre il termine ‘terroristi’ è ideologico e colloca gli altri dalla parte dei cattivi. I gruppi di opposizione armata sono coloro che combattono contro uno status quo. A fronte del luogo comune di un’opposizione armata monolitica, l’Afghanistan ha circa 60 gruppi d’opposizione armata differenti. I Taliban costituiscono il più importante, il più visibile, quello che riesce a vendere meglio la propria immagine sfruttando le tecnologie moderne. Hanno, infatti, un sito web ufficiale aggiornato quotidianamente: Al- Emarah (L’Emirato). Fra gli altri gruppi è molto importante Hezb-e-Islami di Gulbuddin Hekmatyar, movimento storico che a periodi alterni è in guerra sia contro il Governo afgano che contro i Taliban, o dialoga con il Governo. Il mujaheddin Hekmatyar è sempre stato un personaggio poco chiaro fin dai tempi della guerra contro i sovietici.
 
L’analista Olivier Roy ci ha detto in una precedente intervistaL’Afghanistan non è una questione di creazione di uno Stato Islamico. È in corso una guerra civile fra le genti del Nord e quelle del Sud, che ha assunto una piega ideologica con i Talebani. Problematica è l’interferenza straniera”. Che cosa ne pensa?
Senza dubbio l’Occidente in Afghanistan rappresenta un ulteriore elemento di destabilizzazione. Tuttavia, sulla contrapposizione Nord-Sud non sono del tutto d’accordo. La conflittualità fra Nord e Sud c’è sempre stata. Non è una questione geografica o etnica. Innanzitutto, ci sono tanti Nord e tanti Sud. Gli stessi gruppi che combattono contro il Sud combattono anche tra loro. In Afghanistan ci sono una quarantina di gruppi etnici diversi, che corrispondono ad altrettanti gruppi linguistici. Si tratta di culture diverse legate diversamente a realtà extra-afgane: i Tajiki al Tajikistan e all’Iran; gli Uzbeki all’Uzbekistan; i Turkmeni al Turkmenistan; gli Hazara all’Iran. Tutti in contrapposizione per la spartizione della torta, che consiste in aiuti economici esteri, ma anche in ricavati di un narcotraffico incontrollato.
 
Il narcotraffico non doveva essere contrastato?
Escluse le donazioni straniere, è la prima fonte economico-finanziaria del Paese. Le coltivazioni d’oppio garantiscono la sopravvivenza della gente comune. L’ 80 per cento della popolazione vive di agricoltura, in maniera diretta o indiretta. A fronte di un investimento ingente per la coltivazione di qualcosa di diverso (grano e zafferano), l’oppio garantisce introiti decisamente superiori con pochi investimenti, con poco lavoro sul campo e con la certezza della vendita. Così sopravvivono intere comunità rurali e periferiche nel Sud, nel Sud-Est, ma anche a Nord. Un esempio a noi molto vicino è quello di Bala Murghab, di cui l’Italia fino a due anni fa era responsabile. Lì transitano, tuttora, traffici di oppiacei verso il Turkmenistan, la Russia e l’Europa.
 
Quindi, la Coalizione occidentale ha fallito in questo obiettivo?
Formalmente la NATO aveva affidato agli inglesi il compito di contrastare il narcotraffico. Ma, dopo vari tentativi, ci si è resi conto che non era possibile. Si sarebbe destabilizzato un sistema micro-economico, generando un ulteriore sostegno ai gruppi d’opposizione armata, i quali anch’essi sopravvivono grazie al narcotraffico. La produzione di oppio, la lavorazione dello stesso e l’esportazione di eroina sono causa e conseguenza dello stato di conflittualità persistente. Più oppio si produce, più fucili possono essere comprati per garantire la sicurezza dei campi. Quei pochi momenti in cui la produzione di oppio è diminuita non vanno attribuiti alla capacità di contrasto delle forze della Coalizione e delle Forze di Sicurezza locali, bensì alla scelta razionale dei gruppi d’opposizione armata e della criminalità legata al narcotraffico di ridurre la produzione per causare un innalzamento dei prezzi.
 
E lo zafferano, promosso dall’Italia, come eventuale sostituto dell’oppio?
Inadatto per almeno due ragioni. Costa di più perché richiede più risorse umane nella produzione, un costante controllo, l’uso di insetticidi anti-muffa e di manodopera specializzata in quanto molto delicato. Inoltre, seconda ragione, una volta saturato il mercato locale, non è stata garantita l’immissione nel mercato straniero; e anche se si fosse riusciti in questa impresa non sarebbe stato di qualità buona come quello iraniano o abruzzese.
 
Tornando ai gruppi di opposizione armata, che si finanziano attraverso il narcotraffico, lei ha evidenziato la loro natura extra-afgana.
I confini dell’Afghanistan sono estremamente porosi, inconsistenti. Se ci spostiamo a Sud-Est, verso il Pakistan, vediamo che i locali non si sentono né afgani né pachistani, ma appartenenti al gruppo etnico-linguistico principale dei pashtun, forse il 30 per cento della popolazione afgana. Ma non lo sappiamo con certezza, perché l’ultimo censimento risale agli anni Settanta. Intere famiglie pashtun (o paktun) vivono al di qua e al di là di quella linea teorica che dividerebbe Afghanistan e Pakistan. In queste aree si creano alleanze e si decide con chi andare in guerra o quale gruppo sostenere. Lungo la cosiddetta frontiera ci sono anche i campi profughi ereditati da 40 anni di guerra civile, che sono diventati ormai villaggi stabili. Soprattutto le Aree ad Amministrazione Tribale del Nord, laddove lo Stato pachistano è assente, costituiscono basi di reclutamento di combattenti che si muovono al di qua o al di là del confine.
 
Oggi la conflittualità si è allargata. Perché?
Elementi esterni hanno influito sulle dinamiche interne delle aree tribali. Il conflitto si è esteso al Pakistan, contro il Governo pachistano e rischia di trasformarsi presto in guerra civile. Fra questi elementi esterni ci sono quelli riconducibili ad Al Qaeda, che hanno spostato qui la loro base di sostegno o condotta per la jihad globale. Essi si sono sovrapposti a forme di conflittualità pre-esistenti creando una realtà nuova, tipicamente pachistana. In queste zone c’è anche l’IMU, Islamic Movement of Uzbekistan che, cacciato da Uzbekistan e Afghanistan, ha trovato rifugio sicuro in queste regioni fuori controllo. I gruppi di opposizione armata godono anche dell’appoggio della popolazione locale, della quale sono divenuti parte integrante, attraverso matrimoni, alleanze e collaborazione sul campo di battaglia. Al Qaeda e IMU hanno portato elementi innovatori: la prima nell’ideologia, il secondo nel campo tecnico-tattico, poiché i suoi elementi storici provengono dall’Armata Rossa.
 
E i Taliban?
Siamo abituati a pensarli che combattono in Afghanistan, ma in realtà si è sviluppato un loro ramo pachistano, il Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP). Esso da una parte sostiene logisticamente i Taliban afgani, dando loro delle basi in cui dormire, riposarsi e addestrarsi; dall’altra colpisce il Governo pachistano che ritiene corrotto, poco musulmano, aperto all’Occidente, tentando gradualmente di prendere il potere con attacchi così spettacolari da essere diffusi dai media locali e stranieri, al fine di mostrare quanto sia debole il suo obiettivo. Adesso, però, il TTP si è spaccato in due. Prima era alleato con Al Qaeda e con i Taliban pachistani, ma nell’autunno scorso il portavoce del TTP ha annunciato di essersi alleato con lo Stato Islamico o Islamic State (IS). Immediata è arrivata la smentita del capo del TTP, con esclusione del portavoce dal gruppo. In seguito, altri sei comandanti del TTP hanno confermato la loro alleanza con l’IS. Dunque, metà TTP è rimasto con Al Qaeda e i Taliban, e l’altra metà è passata – almeno formalmente – con l’IS.
 
Lo Stato Islamico, dunque, è arrivato in Afghanistan e Pakistan. Come?
L’IS ha sfruttato un vuoto lasciato da Al Qaeda nell’area del Subcontinente Indiano, avviando una propaganda tra le comunità musulmane dell’India, e in Pakistan. Si è mosso sul web, ma anche fra sostenitori locali che avevano avuto esperienza operativa in Syraq (Siria e Iraq, ndr.). Indiani e pachistani che avevano combattuto in Syraq sono stati rispediti nei loro Paesi per formare gruppi d’opposizione che si dichiarino fedeli all’ IS. Stessa cosa è accaduta in Libia e in Tunisia, ma in India e Pakistan sono anche comparsi i primi gadget, magliette, spille, adesivi, scritte, murales. Ciò ha fatto drizzare le antenne delle intelligence locali, ma ha anche spinto Al Qaeda, che è in competizione con l’IS, a fondare una nuova ala operativa specifica per il Subcontinente Indiano (AQIS). La annunciò Al Zawahiri lo scorso ottobre. Ora la competizione si è spostata sul campo di battaglia, attraverso un numero di attacchi spettacolari che ottengano l’attenzione mediatica per imporre il proprio ‘brand’. Se in India ci si è limitati per ora alla competizione mediatica, in Pakistan il TTP, che ha giurato fedeltà all’IS, ha condotto operazioni militari.
 
Successivamente lo Stato Islamico ha innalzato la sua bandiera nera in Afghanistan.
Sì. Alla fine del 2014 il mullah Rauf Khadim – mujaheddin di epoca sovietica e poi comandante dei Taliban – che era stato rilasciato da Guantanamo, ha creato un gruppo di una quarantina di uomini che da bianco è divenuto nero. Da fonti indirette pare, però, che i Taliban lo abbiano giustiziato. Intanto, il 18 aprile 2015, un commando-suicida, portabandiera dell’IS, ha ucciso 34 persone e ne ha ferite altre 125 a Jalalabad. Ma non possiamo dire che l’IS abbia delle truppe in Afghanistan, perché la guerra 3.0 si è spostata su un altro piano.
 
Quale?
Si fa condurre un’azione con pochi uomini, se ne assume la responsabilità ‘di successo’ e si innalza la bandiera nera come punto di riferimento per altri gruppi intenzionati a muoversi in quella direzione. I Taliban, per la prima volta in 15 anni, si trovano in difficoltà; non tanto per le Forze di Sicurezza afgane, ma perché molti dei più giovani e più radicali guardano al ‘new-comer’ come a un soggetto vincente: l’IS. Tutto ciò che è nuovo tende a piacere. Inoltre, a supporto di questa policy, è stata fatta circolare la voce che il Mullah Omar fosse morto: non avrebbe più senso combattere per chi non c’è più e per chi ormai opera lontano dall’Afghanistan, cioè dal Pakistan. È la guerra mediatica.
 
Khadim rilasciato dal carcere di Guantanamo, dove furono mandati i ‘terroristi’, crea un gruppo affiliato allo Stato Islamico. Paradossale?
La prigione di Guantanamo è una stranezza al di fuori del territorio statunitense e di qualsiasi giurisdizione internazionale. È un caso di a-legalità. Non è stata chiusa, ma si è cominciato a distribuire i detenuti in giro per il mondo o a rilasciarli, come è avvenuto per Khadim.
Finché il primo attacco suicida dello Stato Islamico ha riacceso i riflettori sull’Afghanistan.
Non a caso Renzi ha incontrato un Obama al tramonto, che gli avrebbe chiesto di prolungare l’impegno nel Paese asiatico dei militari italiani.
 
Ma l’impegno è cambiato. Quanti sono i militari italiani in Afghanistan e cosa stanno facendo?
I militari italiani arrivano fino a un massimo di 800, dei quali la maggior parte a Herat (almeno 700) e una cinquantina a Kabul. Tali resteranno per tutto il 2015. ISAF ed Enduring Freedom formalmente sono finite. In pratica, la missione NATO è diversa, ma continua. Se prima doveva stabilizzare il Paese, ora addestra, consiglia e assiste le Forze di Sicurezza afgane. I nostri militari, dunque, non operano al fianco dei soldati afgani, ma al livello superiore del corpo di armata. Questo consente di non avere morti, che in passato sono stati causati in parte da attacchi interni, compiuti da soldati afgani contro i loro istruttori (‘green on blue’, ‘insider attack’). E di non attirare l’attenzione mediatica, spingendo l’opinione pubblica verso il ritiro delle truppe.
 
Tutti gli attori in campo cercano di influenzare chirurgicamente i media per indirizzare l’opinione pubblica. E perché restare di più?
Lo Strategic Partnership Agreement, firmato da Stati Uniti, Afghanistan e SOFA (Status of Forces Agreement), stabilisce che fino al 2024 possiamo usare le basi in Afghanistan e altre nuove ed eventuali. Fino a poco tempo fa i media riportavano la notizia, disseminata ad arte da Pentagono e Casa Bianca, che le truppe sarebbero diminuite significativamente: non più di 10mila militari statunitensi e di 6mila NATO. E a questi andavano aggiunti i contractors. Ora, invece, Enduring Freedom è stata sostituita da Freedom Sentinel, che fa le stesse cose della prima ma con organici ridotti. Ovvero, azioni di anti-terrorismo contro Al Qaeda e i suoi ‘affiliati’, termine generico che può comprendere chiunque. Al momento, per esempio, non si riferisce ai Taliban, perché si sta cercando un accordo con loro (‘power sharing’). Tuttavia, l’Afghanistan è totalmente fuori controllo, come spiegavo all’inizio. E il Presidente Ghani ha chiesto di riconsiderare la tempistica del ritiro solamente perché indotto dall’Amministrazione statunitense. Lasciare l’Afghanistan significherebbe consegnarlo assieme al Pakistan a una guerra civile transnazionale e transfrontaliera, con elementi che andrebbero a colpire entrambi i Governi. In aggiunta, il quadro si farebbe più temibile, dal momento che il Pakistan detiene armi nucleari.
 
Soluzioni possibili a questo eventuale scenario apocalittico?
La NATO, gradualmente, si deve disimpegnare ma, se la situazione sul terreno non è gestibile dalle Forze di Sicurezza afgane, bisogna trovare una soluzione di compromesso. Gli attori che potrebbero sostituire la NATO e che si sono dati disponibili sono molti. Un attore estremamente importante, anche se confina con l’Afghanistan solamente per 66 chilometri, è la Cina. Essa ha acquisito i diritti di estrazione per l’80/90 percento del sottosuolo afgano (pozzi petroliferi, miniere di rame, miniere di minerali rari) e ha quindi l’interesse maggiore a garantire la stabilità del Paese. Personalmente, non escluderei una presenza militare cinese in Afghanistan, che finora non c’è mai stata. Di fatto, Pechino sta spingendo per inviare delle unità di sicurezza, nonostante non si sappia se militari o contractors, e ha avviato colloqui informali con i Taliban. L’idea è la stessa che ebbero gli USA per il gasdotto Tapi, che non si poteva realizzare senza il consenso di chi detiene il potere nei territori attraversati (Afghanistan, Turkmenistan, Pakistan e India). Si pagano royalties ai Governi, ai signori della guerra, ai gruppi di opposizione armata, in cambio della sicurezza nelle attività di estrazione.
 
La Cina ha ottenuto il controllo di quasi tutto il sottosuolo afgano, mentre i soldati della Coalizione morivano sul campo di battaglia. Per quali ragioni, dunque, l’Amministrazione USA ha intrapreso questa guerra?
Le risorse non sono la ragione primaria. Gli Stati Uniti volevano controllare un’ampia zona dell’Asia centrale e meridionale, a partire dalle basi afgane, e attuare una politica di contenimento anti-cinese.
 
E la reazione agli attentati dell’11 settembre 2001?
C’era una minaccia e fu fatta una scelta legittima. Si richiese formalmente al Governo Taliban, non riconosciuto, di consegnare Osama Bin Laden (designato responsabile degli attentati), ma quest’ultimo fu invece incaricato dal Mullah Omar (politico afghano, guida spirituale dei Taliban afgani, ndr.) di riorganizzare le Forze di Sicurezza afgane talebane. Si poteva considerare Bin Laden un Ministro di Difesa dell’Afghanistan. Il diritto internazionale dice che se un membro di un Governo si rende responsabile di un attacco contro un altro Stato, quest’ultimo può reagire.
 
Quindi, non si potevano prendere altre strade?
L’opinione pubblica globale spingeva per un intervento. Una risposta andava data. Fu una scelta politica razionale e passionale al tempo stesso. E’ stato unito l’utile all’opportuno.
 
Ovvero, l’11 settembre 2001 è stata un’occasione?
O meglio, E’ stata anche un’occasione. Ma gli statunitensi non potevano fare nulla di diverso, come per Pearl Harbour. Serviva un ‘casus belli’ ed è arrivato. Tuttavia, escludo le teorie complottiste. All’ultimo posto delle ragioni di guerra, c’era la possibilità di sfruttare il territorio afgano per il transito delle risorse energetiche. L’interesse maggiore – ripeto – era quello geo-strategico di mettere un piede in Asia Meridionale, in funzione di contenimento anti-cinese e in un momento in cui l’Iran faceva ancora parte dell’ ‘Asse del Male’. Da lì la scelta di allestire basi permanenti e semi-permanenti che rimarranno in parte in Afghanistan. La lotta al terrorismo fu più un modo per rispondere all’opinione pubblica, la quale ha sempre bisogno di spiegazioni semplici.
 
Ricorda la campagna statunitense per liberare le donne dal burqa? Nel quadro geopolitico e militare, i diritti umani quale collocazione hanno?
Ininfluente. Triste dirlo, ma la contropartita per un accordo con i Taliban potrebbe essere una rinuncia parziale ai diritti formalmente acquisiti – sebbene nella sostanza spesso disattesi – in particolare quelli delle donne.
 
Esistono delle stime attendibili sulle vittime?
Sì, un recente report ONU conferma l’aumento del 24% di morti civili nei primi sei mesi del 2014 rispetto al 2013.
 
E poi, oltre alla Cina, ci sono altri attori in gioco, come l’Iran.
L’Iran, dopo l’apertura USA sul nucleare, ha garantito un supporto alle attività di contro-terrorismo in Afghanistan. L’Iran è sempre stato interessato a questo Paese confinante per motivi culturali e per un’ambizione egemonica regionale. Ha sempre finanziato il Governo di Karzai e i governatori delle province confinanti. Vuole contrastare il narcotraffico che si muove verso il suo territorio e collabora con l’India per le questioni afgane.
 
Il Pakistan, invece, ha ottime relazioni con la Cina.
Assomiglia a una provincia cinese. Fondi e tecnologie cinesi hanno consentito la ricostruzione del suo impianto industriale, dei porti, la ristrutturazione delle sue centrali nucleari, l’agevolazione degli impianti che portano energia in Pakistan, come il Tapi stesso o l’Ipi.
 
Gli USA, dunque, dovrebbero fare un passo indietro, permettendo agli attori regionali di contrastare il terrorismo?
Sì. Prevedo che ci sarà un progressivo disimpegno NATO da qui al 2024, mentre gli USA rimarranno con qualche base strategica in funzione di contenimento soprattutto anti-cinese. I gruppi di opposizione armata, Taliban in testa ai quali gli USA già si stanno aprendo, e altri gruppi di potere si spartiranno il controllo del Paese. E un ruolo d’influenza primaria avranno gli attori regionali: Cina, Iran, Repubbliche Centroasiatiche, India, Pakistan. Vedremo un Afghanistan diviso in due: la parte Sud sotto influenza pachistana e il Nord sotto tutti gli altri.
Intanto, in Pakistan continua la guerra dei droni, con cui si bombardano le zone dei gruppi di opposizione armata. Un’inchiesta di ‘Foreign Affairs’ del 2013 diceva che a breve termine i droni sono efficaci nell’eliminare gli insorti, mentre a lungo termine ne producono molti di più.
È vero. Nel 2010 feci una ricerca sugli attentatori suicidi che avevano fallito l’attacco. Risultò che una gran parte avevano scelto di diventare martiri perché avevano perso i famigliari a seguito di un bombardamento aereo o con drone. Eppure i droni, d’ora in poi, con meno truppe sul terreno, saranno sempre più utilizzati.
 
Giovanni Lo Porto è stato ucciso a gennaio in Pakistan in un attacco con un drone. Perché si è saputo solo ora?
L’opportunità detta le priorità. Mi sento di condividere il pensiero di V. E. Parsi pubblicato su ‘Il Sole 24 Ore’: «Obama (e la sua Amministrazione) potrebbe aver deciso di posticipare l’annuncio al Primo Ministro Renzi così da ‘agevolare’ il prolungamento dell’impegno italiano in Afghanistan (6 mesi? O qualcosa di più…). Il cinismo condisce tutto il piatto servito dagli Usa all’Italia, che – non stupisce – ne ha aggiunto di suo (di cinismo). […] Il perché ci sia stato questo ritardo nella comunicazione direi che centra poco con le ‘indagini necessarie’ a verificare l’identità dei cadaveri, ma più con l’opportunità e le priorità della Casa Bianca».

Nella seconda parte di questa intervista Claudio Bertolotti analizzerà la situazione mediorientale e nordafricana, dall’Iraq alla Libia.

mercoledì 4 marzo 2015

NATO, TALIBAN AND AFGHAN GOVERNMENT: LOOKING FOR A COMPROMISE

by Claudio Bertolotti
@cbertolotti1

2014 was the year of the substantial breakdown of the ‘military's approach’; January 2015 is the formal beginning of the NATO’s new commitment to Afghanistan: the NATO ‘Resolute Support Mission’ (RSM) represents the medium-long term activity of the Alliance, a direct but reduced support to the Afghan Security Forces (ANSF).
The foreign military presence will continue, on the one hand, with the NATO’s contribute – ‘advise’, ‘assist’ and ‘train’ – and, on the other hand, with the US enduring effort on the battlefield – a separated ‘combat mission’ (formally ‘counter-terrorism’) under US responsibility.
Prospective analysis imposes to look at 2015-2016 taking into account the elements influencing the development of Afghanistan for the next two-years: international political and economic support, regional country’s interests, political power-sharing involving the power groups (diarchy Ghani-Abdullah), NATO residual military presence, reduced international interests for Afghanistan, a weak State based on endemic corruption, lack of a capable administrative leadership.
Several threats to stabilization can be identified: firstly the enduring permanent conflict and the inadequate Afghan National Security Forces (ANSF); in particular, the stepped-up transition of security responsibilities from ISAF to Afghan forces and the closure of international forward operating bases was met with increased attacks by AOG.
Potential encouraging development are also on the ground: the International community commitment to Afghanistan, the natural and mineral resources, the commercial-export businesses, and the primary role of China and Iran. Furthermore, cooperation and support offered by Italy, Germany, Turkey and US represent another important variable.
The threats to Afghanistan stability are: the reduced presence of international troops – which lead to a lack in security conditions – and the increased operational capabilities of the Armed Opposition Groups (AOGs) able to destabilize the country.
From a political-social perspective, it is assessed the consequence of dynamics effects generated by:I. Capability to create a ‘balance of power’;
II. Power-sharing process;
III. Constitutional revision;
IV. September political election.
Additionally, the AOGs dynamics and strategy could determine the State collapse.

Analysis, assessment, considerations
In brief, the short-term scenario may be characterized by:
I. General increasing of conflicts (consequence of internal actors – Afghan AOGs – and external newcomers – ISIS),
II. Reduction of the role of the Afghan State,
III. political and social instability.

Furtherly, the Afghan State is:
- politically weak and unable to manage the balance of power;
- vulnerable to AOGs pressure;
- unstable from the security perspective;
- not capable to manage the financial budget.

The International community is concluding the expensive Afghan engagement because of its costs and substantial fiasco. What is clear is that the International community and the NATO have not been able to win the challenge,  the ‘counterinsurgency’ (COIN) strategy did not work, and the Afghan government will be not able to resist to the AOGs’ offensive (from periphery to the centre) without external support.
For these reasons, the Afghan state – limited in governance, economically dependent and unable to contrast the insurgency – is looking for a political compromise with the AOGs. Realpolitik imposes limits to its ambitions.

 

domenica 15 febbraio 2015

Dopo Isaf: 'Prospettiva generale' e Afghanistan, previsioni e analisi di una guerra non vinta (CeMiSS)

di Claudio Bertolotti
14/02/2015




http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2964
La conclusione della missione Isaf ha portato a compimento la più duratura operazione di combattimento condotta dagli Stati Uniti e dall’Alleanza atlantica.

Un impegno che proseguirà ora in altre forme: da un lato la nuova missione “train, advise e assist” della Nato, la Resolute Support, dall’altro l’operazione di “combattimento” statunitense nel solco dell’esperienza di Enduring Freedom.

Un processo di analisi incentrato sugli sviluppi dell’Afghanistan impone di valutare gli elementi in grado di influire su un paese che si appresta ad affrontare il proprio futuro con maggiore autonomia grazie a:
- il sostegno della comunità internazionale e l’interesse alla stabilità degli attori regionali;
- il compromesso politico tra i gruppi di potere legati alla diarchia Ghani-Abdullah (il primo presidente, e il secondo Chief executive officer, sorta di primo ministro de facto ma non - ancora - de jure);
- la permanenza di una residua forza internazionale.

A questi fattori si contrappongono la volontà occidentale di chiudere un impegno durato troppo a lungo, e uno stato afgano debole, inefficiente, corrotto e guidato da una burocrazia incompetente.

Stabilità afghana minacciata
Le minacce alla stabilizzazione sono la prosecuzione delle conflittualità alle quali le sole forze di sicurezza afghane non saranno in grado di far fronte, in particolare contro gruppi di opposizione armata sempre più forti e capaci di riconquistare molte delle aree in precedenza tenute dalla coalizione e dai contingenti inquadrati nella missione Isaf.

Molte le opportunità potenziali: l’impegno dei donor internazionali, le ricchezze del sottosuolo, il ruolo di zona di transito dei traffici commerciali regionali e la cooperazione economica con Iran e Cina. Nel contesto di cooperazione e sostegno all’Afghanistan attualmente vengono confermati il ruolo di Italia, Germania, Turchia e Stati Uniti, come attori dell’impegno Nato post-2014.

A fronte delle opportunità, l’assenza di truppe internazionali e la volontà dei gruppi di opposizione di destabilizzare il paese rappresentano le maggiori minacce.

Lo zampino del Califfo
In particolare, è necessario porre l’attenzione su un altro preoccupante fattore che ha recentemente fatto la sua comparsa, l’autoproclamatosi “stato islamico”.

Nel tentativo di penetrazione in Asia meridionale, il “califfato” è riuscito a stimolare la scissione del movimento dei taliban pakistani e ad avviare attività operative all’interno dell’Afghanistan, inducendo all’insorgere di dinamiche che potrebbero portare, da un lato, all’istituzione di una “libera alleanza di mujaheddin” dal forte impatto mediatico e, dall’altro, a nuovi rapporti di conflittualità e competitività tra gli stessi gruppi insurrezionali.

Rischio collasso
Sul piano politico-sociale le principali variabili sono la capacità del governo afghano di mantenere un equilibrio tra i gruppi di potere, il power-sharing tra questi ultimi, e, non ultime, le elezioni politiche previste per settembre.

Sulla sicurezza influirà principalmente il fenomeno insurrezionale, che potrebbe determinare il collasso dello stato afghano. Nel complesso, il prossimo biennio sarà contraddistinto da un aumento delle conflittualità, una riduzione delle capacità statali, e una maggiore instabilità politico-sociale.

È altresì probabile uno stato afghano debole politicamente e incapace di gestire il balance of power, vulnerabile alle pressioni dei Gruppi di opposizione armata , instabile sul piano della sicurezza interna, incapace di gestire i finanziamenti internazionali.

Senza mezzi termini o formule edulcorate, se l’Occidente non sosterrà adeguatamente le deboli istituzioni afgane e si avrà il collasso dello stato, allora la sfida in Afghanistan sarà persa, vanificando l’attività contro-insurrezionale condotta nell’ultimo decennio.


Il governo di Kabul è infatti debole e sul lungo periodo non sarà in grado di resistere all’offensiva insurrezionale condotta senza soluzione di continuità, se non avrà aiuto dall’esterno.

La prospettiva è che quanto più la Nato ridurrà la presenza sul terreno e il supporto alle forze afghane, tanto più le aree periferiche cadranno sotto l’influenza, prima, e il controllo, poi, dei gruppi di opposizione armata: dalla periferia verso il centro.

La riduzione delle forze statunitensi, in particolare, garantirà ai gruppi insurrezionali una maggiore capacità di concentrare unità e condurre azioni di massa. La prosecuzione delle azioni di combattimento si presenta come una scelta strategica dagli effetti a breve termine.

In sintesi, lo stato afghano - limitato nella governante, dipendente sul piano economico e non in grado di contrastare il fenomeno insurrezionale - punta ora a un compromesso politico che dovrà muovere verso un accordo con gli insorti afghani. Le premesse si muovono sui binari della realpolitik, con buona pace delle ambizioni democratiche.



Claudio Bertolotti, analista strategico, ricercatore senior presso il Centro militare di Studi Strategici e docente di “Analisi d’area”, è stato capo sezione contro-intelligence e sicurezza di Isaf in Afghanistan. È membro dell’Italian Team for Security, Terroristic Issues & Managing Emergencies (Itstime) e ricercatore per l’Italia alla “5+5 Defense iniziative, 2015” dell’Euro-Maghreb Centre for Research and Strategic Studies (CEMRES).

Il 19 febbraio alle 9.30, presso la sede del Centro Alti Studi per la Difesa (Roma, Palazzo Salviati), il Centro Militare di Studi Strategici (CeMiSS) presenterà le proprie analisi e previsioni strategiche contenute nelle pubblicazioni “Prospettiva Generale 2015” (di cui il presente articolo è una sintesi) e “Global Outlook 2015”.

sabato 29 novembre 2014

Un nuovo presidente per l’Afghanistan: un potere a metà ma c’è firma del BSA



di Claudio Bertolotti


29 settembre – Dopo una campagna elettorale particolarmente difficile e un ancor più difficile conteggio (e riconteggio) delle schede elettorali, Ashraf Ghani è oggi il nuovo presidente della Repubblica islamica dell’Afghanistan e, nel rispetto degli accordi tra le parti, Abbullah Abdullah – suo avversario nella competizione elettorale – è stato nominato Chief Executive Officer. Abbullah va così a ricoprire una posizione che formalmente non è prevista dall’ordinamento afghano ma che si è palesata come unica alternativa al collasso politico e al rischio di guerra civile tra i due principali blocchi etno-politici: il macro-gruppo dei pashtun e l’alternativa dei non-pashtun. Non ha vinto la democrazia poiché la soluzione di compromesso tra i principali gruppi di potere ha portato a una divisione formale delle prerogative e delle responsabilità costituzionalmente spettanti al Presidente, ma ha prevalso il principio della ricerca della stabilità, almeno sul breve periodo.
In occasione del discorso inaugurale del nuovo presidente, un appello alla pacificazione è stato indirizzato ai principali gruppi di opposizione armata afghani – i taliban e Hezb-e-Islami di Gulbuddin Hekmatyar – affinché si giunga a un accordo negoziale finalizzato alla conclusione delle conflittualità: una conferma formale di quanto energicamente annunciato da Ghani durante il periodo della campagna elettorale.
Un percorso difficoltoso quello della nuova leadership afghana, che sarà reso più difficile dalla grave situazione economica in cui si trova il paese, dalla limitata capacità funzionale dell’apparato statale,  dalla corruzione endemica, dai concreti limiti delle forze di sicurezza nazionali, dall’offensiva efficace dei gruppi di opposizione armata (taliban in primis).
Un importante atto formale è stata la firma del Bilateral Security Agreement tra Stati Uniti e governo afghano; da gennaio 2015 la presenza militare statunitense sarà dunque legittimata. Parallelamente anche la NATO ha firmato lo Status of Forces Agreement (SOFA) sulla base del quale le truppe dell’Alleanza Atlantica rimarranno in Afghanistan al termine della missione ISAF (dicembre 2014) dando il via all’impegno “Resolute Support Mission” incentrato sull’addestramento e sul sostegno alle Forze di sicurezza afghane.
Immediata la reazione dei taliban che hanno portato a compimento una serie di attacchi suicidi il giorno stesso dell’insediamento del nuovo presidente e hanno formalmente condannato la firma del BSA a cui si opporranno proseguendo i combattimenti sul campo di battaglia.


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