Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

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martedì 11 ottobre 2016

Afghanistan: tranquilli, è sempre peggio

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1

 
Dai talebani all’Isis, aumenta la minaccia; con i mujaheddin che potrebbero ricompattarsi contro IS/Daesh
Kabul, 19 aprile. I talebani rivendicano l’attacco commando-suicida che ha provocato 28 morti e 341 feriti; un bilancio provvisorio destinato ad aumentare. Spiace doverlo ribadire, ma questo è solamente uno degli innumerevoli episodi quotidiani che colpiscono violentemente l’Afghanistan, e gli afghani. Un episodio analogo, nella tipologia forse non nell’intensità, a quelli di ogni giorno dell’anno. Sorprendono allora le parole del Ministro degli Affari Esteri italiano, Paolo Gentiloni che, da Herat dove era in visita ai  militari del contingente italiano, ha dichiarato che «dopo quasi 15 anni dal nostro impegno…i frutti si vedono in modo evidente… e si creano le condizioni migliori per la costruzione di pace». O Gentiloni non sa nulla di ciò che sta avvenendo in Afghanistan da quindici anni a questa parte, o è una deliberata scelta da parte del Governo guidato da Matteo Renzi di sposare l’approccio del ‘va tutto bene madama la marchesa’. Delle due l’una.
Manca forse il coraggio di dire che l’Afghanistan sta cadendo nel caos? La verità è che il 2016 – che già non prometteva nulla di buono – si sta rivelando un anno molto impegnativo, sia sul piano militare, sia su quello politico.  L’avevamo detto esattamente 1 anno fa che la missione era incompiuta. A causa del deterioramento della sicurezza e dell’incapacità delle forze afghane di garantire un minimo livello di protezione, colpite da grandi perdite, diserzioni e forte corruzione, gli Stati Uniti hanno avviato un’ulteriore revisione del piano di disimpegno dal Paese, il che ha comportato per noi italiani, da un lato, il congelamento del ritiro di truppe previsto per il 2016 e, dall’altro, l’aumento dello sforzo, in termini di mezzi, materiali e uomini (al momento circa 1.000 unità italiane contro le 750 dello scorso anno). Una decisione, tutta statunitense, finalizzata a evitare il ripetersi di un fallimento come quello avvenuto in Iraq, senza per altro definire quale sarà la strategia a lungo termine, né l’end state dell’attuale missione.
Nel complesso, ad oggi vi è un impegno ridotto della Nato che schiera circa 10.000 soldati, sotto la bandiera della missione ‘Resolute Support‘, mentre ulteriori 5.000 truppe (per lo più forze speciali) compongono la missione indipendente di contro-terrorismo ‘Enduring Sentinel‘ degli Stati Uniti. Dati che potrebbero rimanere tali sino a tutto il 2017, ma a deciderlo sarà il prossimo Presidente statunitense.
Sul terreno, prosegue incontrastata la violenta espansione dei talebani. È di pochi giorni fa l’annuncio della quindicesima offensiva di primavera – questa volta dedicata al defunto mullah Mohammad Omar – avviata dal fronte talebano che, dopo la conquista, di fatto, di circa il 20% del territorio (in particolare i distretti del sud e dell’est del Paese) e la capacità di operare efficacemente in un altro 30% (e anche di più, guardando alla mappa dei più recenti attacchi), è riuscito pochi giorni fa a conquistare importanti posizioni in grado di garantire il controllo delle vie di comunicazione tra Baghlan a Mazar-e-Sharif. Ciò avviene, dopo la conquista della città di Kunduz da parte dei talebani alla fine di settembre dello scorso anno, e la tenuta della stessa per alcuni giorni ci fa capire la gravità della situazione. Se di gravità vogliamo parlare, poiché è ormai un dato di fatto che i talebani sono oggi l’attore politico, prima ancora che militare, con cui abbiamo accettato di interfacciarci e con cui collaborare sull’altro fronte, quello politico-diplomatico, attraverso un processo da più parti auspicato che dovrebbe portare a una soluzione negoziale che apra alla condivisione del potere.
Oggi, tutte le parti convergono sulla necessità di un processo di pace che vede la partecipazione di importanti attori interessati alla stabilità dell’Afghanistan attraverso il Quadrilateral Coordination Group: Cina, Pakistan, Stati Uniti e Afghanistan. Ma, al momento, mancano ancora gli interlocutori fondamentali: i talebani, che, impegnati a risolvere le conflittualità interne, non sono seduti al tavolo del dialogo. E questo è il problema sostanziale che deriverebbe dalla presenza di forze straniere su suolo afghano, poichè, come sostengono i vertici del movimento talebano, un ipotetico dialogo negoziale seguirà il ritiro delle truppe straniere, non il contrario.

martedì 17 novembre 2015

The fragmentation of the Afghan insurrectional front: from national war to global jihad? (CeMiSS 8/2015)

by Claudio Bertolotti

CeMiSS - Osservatorio Strategico 8/2015 pp. 133-135
ISBN 978-88-99468-10-1

Brief general overview
The 28th of September hundreds of Taliban have overrun the northern city of Kunduz, taking control of areas, military bases, police compounds, governmental buildings and freeing hundreds of prisoners from detection centers. The city of Kunduz – which is symbolically and strategically important – is the first provincial capital taken by the Taliban; it shows the incapability and the low operational level of the Afghan National Security Forces and the lack of support by the Nato train, advise and assist role of the Resolute Support Mission. Why is the city of Kunduz important? Because it represents a gateway to Afghan northern provinces and neighboring Central Asian countries. This event represents a clear indicator of the worsening security situation in Afghanistan, despite the presence of Nato and Us forces. This could force the US to maintain more troops on the ground in order to contain the Armed Opposition Groups expansion.
The Taliban fragmentation
Taliban released a statement of the movement’s new leader, Akhtar Muhammad Mansour, in which he encouraged unity union and harmony within the Taliban and rejected the ongoing peace process involving Kabul’s regime, US and Pakistan. Mansour was chosen as the new leader and two hard-liners from the Haqqani Network - Mawlawi Haibatullah Akhunzada and Mullah Sirajuddin Haqqani, the son of Jalaluddin Haqqani founder of the hard-line network - were appointed as his deputies. Mansour, who was said to have been interested to peace talks in July declared that ‘the jihad will continue until an Islamic system will be established.’ He indicated the peace process as the ‘words of the enemy.’
In an odd twist mirroring the events of the Taliban, Pakistani media reported that Jalaluddin Haqqani, the founder of the Haqqani network, died over one year ago. The Taliban denied his death in a statement on the official Islamic Emirate website that is purportedly from Haqqani endorsing Mansour as the new leader.
A group of pro-taliban Ulema, religious clerics, have failed to resolve tensions between Mullah Akhtar Mansoor and his opponents and the dissident. The 23rd of September the Ulema council stated that the new leadership after mullah Omar’s demise had been appointed following an incorrect procedure because without the principle of the unanimously of all ulema, members of the leadership council, military commanders and influential elders. In addition, the ulema council (comprising former Taliban ministers, governors, commanders and high-ranking officials) also asked the United States to expel their military forces from Afghanistan. This occurs as Afghanistan Islamic Movement Fidai Mahaz (former Taliban), claimed that there has been no breakthrough to resolve issues among the Taliban leadership despite forcing Mullah Yaqoob (the son of mullah Omar and military commander operating in Afghanistan) to accept Mullah Akhtar Mansoor as the new Taliban leader.
The struggle for power has aggravated existing divisions over whether to continue fighting or join the negotiation process, as well as tribal, local and regional competitions that were once suppressed by mullah Omar’s authority.
The other major player is Pakistan which has strong leverage over Taliban militants who moved there after the (fall of the Taliban regime in 2001), but other factions, in particular the Taliban based in Qatar, do not trust Islamabad and oppose the negotiation process. At the moment peace talks involving the Afghan government, the Taliban, Pakistan, and others have been postponed.
From the security viewpoint, the U.S. commander in Afghanistan, General John Campbell, has proposed to the Pentagon and NATO five alternatives for troop presence in Afghanistan. The options include keeping the U.S. military presence at 10,000 troops; reducing the total to 8,000 or 6,000; or continuing with the current drawdown plans (source The Wall Street Journal).
NATO and the U.S. at the moment have about 13,000 troops in Afghanistan, the main part engaged in training, advising and assisting, following the end of the combat mission the 31st of December 2014.

Brief analysis, assessments, forecasts

It is assessed that a large and quickly troop reduction could increase the pressure on the weak Afghanistan's government from the Taliban and other Armed Opposition Groups (AOG), in particular the new threat represented by the groups affiliates to IS/Daesh. In brief, it is tangible that the Taliban internal situation has further deteriorated and is getting worse as time passes.
Furthermore it is assessed that the Taliban fragmentation process will boost the conflict evolution, imposing the role and the dynamics connected with the IS/Daesh strategic penetration in the Indian Sub-continent.


lunedì 24 agosto 2015

The double-track of the Afghan strategies: the Taliban political office and the military confrontation. Hypothesis of future scenarios



by Claudio Bertolotti


Afghanistan opposition parties are engaged in an increasingly violent offensive. Negotiations are likely to dictate crucial counterbalances to domestic and regional dynamics.
Claudio Bertolotti’s analysis underlines that conflicts involve not only the Afghan armed opposition groups, but also foreign actors, bringing the long-standing Afghan issue to a global level.


Brief general overview

Afghan Armed opposition groups (AOGs) are conducting a growing military offensive and are moving to a possible and profitable political negotiation process which could impose, on the one hand, a significant new equilibrium on national and regional dynamics. On the other hand, the political process could open to new intra-insurgency conflicts because of the risk of a fragmentation of the AOGs; a fragmentation that could be facilitated by the ISIS&Co. attempt to destabilize the region.

Between the two groups, the Afghan government, the US, and the regional powers are trying to convince the Taliban about the advantages and the benefits deriving from a political agreement. Meetings and talks are ongoing at present and in agenda for the future and involving governmental representatives, AOGs members, civil society, NGOs, and countries, as demonstrated by Qatar, China, Norway, United Arab Emirates.

Outcomes of the afghan dynamics

On the one hand, Pakistan urges Afghanistan's Taliban to join in peace talks. It is a clear indicator of the Pakistani concern to maintain a primary role in the influence-process of the Afghan dynamics. For the first time, Islamabad has denounced the ‘spike in violence’ stemming from the Taliban new spring offensive, declaring peace, dialogue and reconciliation is the only solution to end war. This could open to a new relationship between Kabul and Islamabad.

On the other hand, more U.S. troops will remain in Afghanistan. The Obama administration decided to maintain more troops in Afghanistan next year than it had intended, effectively upending its drawdown plans in response to roiling violence in the country and in support to the Afghan government which had requested flexibility on the pace of the drawdown. It is a consequence of the recent events in Syraq, where Iraqi military forces collapsed in the face of an offensive by the Islamic State (ISIS). In synthesis, US forces will provide combat support to Afghan troops in order to prevent detrimental strategic effects.


Analysis, assessments, forecasts


Afghan four main short term scenarios.


1. First scenario. The dynamic nature of ISIS could lead the Taliban to a political solution with the Afghan government opening to a substantial power-sharing process; this could facilitate a substantial disengagement of the US lead foreign combat troops. Possible, unlikely.


2. Second scenario. Competition with ISIS could drive to a new phase of civil war characterized by augment of violence as consequence of the conduct of ‘spectacular actions’ finalized to obtain media-attention effects (in order to impose the ‘ISIS premium brand’). As consequence, Taliban could concentrate their effort on ISIS’s affiliate groups. This process cound involve marginal actors, local groups, power groups, local and transnational crime. Probable.


3. Third scenario: mujahidin alliance. In case of a long-period conflicts among AOGs and ISIS affiliate groups, it is not excluded a possible ‘insurgency’ collaboration involving the main actors of the conflict: Isis, Taliban and Hig (Hezb-e-islami Gulbuddin Hekmatyar). Possible, improbable in the short-period.


4. Fourth scenario. In line with the dynamics involving the Teherik-e Taliban-e Pakistan, the Afghan Taliban could be characterized by a splintering process where the hard-core (oriented to a power-sharing process based on the compromise) could face the more young and radical faction not willing to stop the fighting and induced to join the ISIS&Co. groups. Hypothesis assessed as very likely.

martedì 18 agosto 2015

L'Afghanistan senza il mullah Omar (L'INDRO)

di Claudio Bertolotti 

L’Afghanistan senza il mullah Omar
A rischio il processo di pace? Analisi e possibili scenari futuri
Il mullah Mohammad Omar, leader dei taliban dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, sarebbe morto nell’aprile 2013, probabilmente in Pakistan. Il mullah Akhtar Mohammad Mansour lo ha formalmente sostituito, essendo stato designato quale suo successore; al suo fianco ci sarà Sirajuddin Haqqani, comandante della cosiddetta ‘Haqqani network’ vicina ad al-Qa’ida, e figlio del defunto Jalaluddin Haqqani, storico mujaheddin e figura di spicco della galassia taliban. Questi i fatti, ma alcune dinamiche rimangono indefinite, - See more at: http://www.lindro.it/lafghanistan-senza-il-mullah-omar/#sthash.HQUUu53u.dpuf



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probabilmente in Pakistan. Il mullah Akhtar Mohammad Mansour lo ha formalmente sostituito, essendo stato designato quale suo successore; al suo fianco ci sarà Sirajuddin Haqqani, comandante della cosiddetta ‘Haqqani network’ vicina ad al-Qa’ida, e figlio del defunto Jalaluddin Haqqani, storico mujaheddin e figura di spicco della galassia taliban. Questi i fatti, ma alcune dinamiche rimangono indefinite, così come incerti sono i possibili scenari futuri; - See more at: http://www.lindro.it/lafghanistan-senza-il-mullah-omar/#sthash.HQUUu53u.dpuf
Il mullah Mohammad Omar, leader dei taliban dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, sarebbe morto nell’aprile 2013, probabilmente in Pakistan. Il mullah Akhtar Mohammad Mansour lo ha formalmente sostituito, essendo stato designato quale suo successore; al suo fianco ci sarà Sirajuddin Haqqani, comandante della cosiddetta ‘Haqqani network’ vicina ad al-Qa’ida, e figlio del defunto Jalaluddin Haqqani, storico mujaheddin e figura di spicco della galassia taliban. Questi i fatti, ma alcune dinamiche rimangono indefinite, - See more at: http://www.lindro.it/lafghanistan-senza-il-mullah-omar/#sthash.HQUUu53u.dpuf
Il mullah Mohammad Omar, leader dei taliban dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, sarebbe morto nell’aprile 2013, probabilmente in Pakistan. Il mullah Akhtar Mohammad Mansour lo ha formalmente sostituito, essendo stato designato quale suo successore; al suo fianco ci sarà Sirajuddin Haqqani, comandante della cosiddetta ‘Haqqani network’ vicina ad al-Qa’ida, e figlio del defunto Jalaluddin Haqqani, storico mujaheddin e figura di spicco della galassia taliban. Questi i fatti, ma alcune dinamiche rimangono indefinite, - See more at: http://www.lindro.it/lafghanistan-senza-il-mullah-omar/#sthash.HQUUu53u.dpuf
Il mullah Mohammad Omar, leader dei taliban dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, sarebbe morto nell’aprile 2013, probabilmente in Pakistan. Il mullah Akhtar Mohammad Mansour lo ha formalmente sostituito, essendo stato designato quale suo successore; al suo fianco ci sarà Sirajuddin Haqqani, comandante della cosiddetta ‘Haqqani network’ vicina ad al-Qa’ida, e figlio del defunto Jalaluddin Haqqani, storico mujaheddin e figura di spicco della galassia taliban. Questi i fatti, ma alcune dinamiche rimangono indefinite, - See more at: http://www.lindro.it/lafghanistan-senza-il-mullah-omar/#sthash.HQUUu53u.dpuf

martedì 14 settembre 2010

Mullah Omar il politico

In occasione della ricorrenza islamica dell’Eid-ul-Fitr, il mullah Omar, Amir-ul-momineem dell’Emirato islamico dell’Afghanistan (IEA), è tornato a far sentire la sua voce al popolo afghano e alla Comunità internazionale. Lo ha fatto in maniera ufficiale, con un comunicato stampa, al pari dei più importanti capi di Stato del mondo.
La politica, e con essa tutte le formalità del caso, è ormai lo strumento di cui hanno imparato servirsi i taliban e i gruppi di opposizione armata della regione. Compromessi, propaganda, accuse e minacce; tutto questo supportato da una campagna militare efficace e dirompente che ha portato gli “insorgenti-oppositori” a divenire soggetto politico di primo piano per la risoluzione di un conflitto di “liberazione nazionale” in grado di alimentare quella che ormai è una guerra civile di ampia portata.
I taliban si pongono di fronte all’Onu come soggetto forte, in grado di concedere tregua e apertura al dialogo. Lo hanno fatto pubblicamente qualche settimana fa aprendo, con evidenti finalità propagandistiche, alla possibilità di una commissione congiunta Onu-IEA per accertare le responsabilità delle uccisioni dei civili nel conflitto. Lo fanno oggi, seguendo una propria politica basata su una particolare dottrina di “controinsorgenza dei mujaheddin”. Una risposta al modello di counterinsurgency statunitense, e in contrapposizione ad esso. Dunque stesso linguaggio, ma più semplificato, stessi strumenti, ma più adeguati alle esigenze culturali afghane e meno dottrinali, e stesse finalità, la conquista dei cuori e delle menti della popolazione civile. Anche il modello politico proposto è un’alternativa a quello della Repubblica islamica di Karzai, con obiettivi più limitati, ma in grado di presentare un progetto politico che fa riferimento a dialogo, collaborazione, giustizia, sicurezza e lotta contro i soprusi e l’occupazione da parte di eserciti stranieri.
Il messaggio politico del mullah Omar si rivolge a tutti gli attori del conflitto afghano: la nazione, i mujaheddin, i religiosi e gli intellettuali, gli ex-combattenti e i rappresentanti dello Stato, l’opinione pubblica straniera e le forze della Coalizione e, infine, il governo e il popolo degli Stati Uniti. Un discorso pragmatico che si pone contemporaneamente sul piano ideologico del Jihad, della politica e militare della lotta di liberazione.
L’appello all’unità dei gruppi di opposizione che giunge dal vertice del movimento taliban mette però in mostra attriti e difficoltà di accordo tra le differenti fazioni dell’insorgenza; difficoltà che si traducono in antagonismo, competizione e conflitti che però, secondo il capo dei taliban, è necessario accantonare in aderenza al Jihad e alla lotta per la difesa della sovranità di un paese islamico e dell’Islam in generale. In tale contesto l’operazione della Coalizione volta a creare le Forze di polizia locali viene presentata come ulteriore tentativo di divisione degli animi e delle coscienze del popolo afghano, un frammentazione indotta che si affianca agli zoppicanti tentativi di riconciliazione e reintegrazione e del processo elettorale in corso.
La chiamata “alle armi” si rivolge anche a quella che è l’intellighenzia dell’Afghanistan – dottori, politici, insegnanti, religiosi – il cui contributo richiesto è l’impegno per l’unità nazionale, essenziale per un forte governo islamico largamente condiviso. Un’unità che deve coinvolgere tutti i “fratelli mujaheddin” chiamati a combattere una guerra contro un nemico definito e a difendere la popolazione dagli effetti devastanti di una guerra che si combatte per le strade, tra le case.
L’Occidente è in difficoltà in Afghanistan, questo è un fatto. I Mujaheddin non possono che trarre vantaggio dalla confusione dei comandi della Coalizione, dai loro fallimenti e dalle errate strategie che hanno comportato solamente sprechi di risorse umane ed economiche e indotto l’opinione pubblica occidentale a insistere per la ricerca di una exit strategy. E se gli occidentali sono confusi e frastornati dalla violenta resistenza afghana, questo deve indurre i combattenti per la libertà a essere sempre più uniti, nel rispetto delle gerarchie e delle decisioni approvate dai “consigli”, attenti alla popolazione civile e agli interessi generali della nazione afghana in considerazione degli obiettivi finali e delle capacità operative e politiche del nemico. Gli ordini del mullah Omar sono chiari, così come le sue “preoccupazioni formali” per la popolazione. Ogni precauzione deve essere presa per garantire la sicurezza dei civili, della proprietà privata e delle infrastrutture utili per le necessità quotidiane delle comunità. La società civile, che deve essere parte della resistenza e non un’entità separata da essa, deve essere sempre protetta attraverso il rispetto delle regole indicate nel Layeha, il codice di guerra dei taliban, senza che violenze gratuite o punizioni sbrigative portino a sofferenze non necessarie. Soldati e poliziotti governativi devono essere avvicinati e indotti a scegliere per la giusta causa al fine di poter contare su soggetti infiltrati all’interno delle forze di sicurezza statali per operazioni contro gli invasori e i loro “collaborazionisti”.
La “casta della società”, insegnanti, religiosi uomini politici, scrittori, intellettuali e poeti, sono il ponte ideale tra il popolo e l’Emirato e per questa ragione devono svolgere l’importante compito di rendere noto a tutti quanto l’occupazione militare sia la causa delle atrocità e delle sofferenze a cui è sottoposto il popolo afghano. Il loro compito è quello di mostrare alle nuove generazioni qual è la strada “giusta” da seguire, rifiutando pericolose contaminazioni culturali e religiose provenienti dall’esterno, e di creare una felice e stimolante “atmosfera islamica”.
Coloro che hanno abbandonato il campo di battaglia per aderire al processo di riconciliazione non devono dimenticare gli sforzi fatti da intere generazioni di mujaheddin per cacciare i nemici che con il tempo si sono alternati nel portare sofferenza all’Afghanistan; la resistenza contro l’invasore è un dovere sacrosanto e irrinunciabile. La minaccia di essere puniti come traditori è esplicita per coloro che si sono lasciati convincere ma una porta viene lasciata aperta per coloro che vogliono rientrare nei ranghi dei mujaheddin; anche il perdono e la riconciliazione trovano posto, così come nei discorsi di Karzai, anche nell’appello dei taliban: amnistia e sicurezza vengono offerti a chi decide di abbandonare le forze di sicurezza o l’incarico governativo.
Quello presentato dai taliban è un programma di riforma islamica a livello di politica interna dell’economia, della legalità, della sicurezza, dell’educazione, della giustizia attraverso l’opera di esperti dotati di provata capacità professionale e intellettuale, senza discriminazione alcuna di carattere politico, etnico e linguistico, nel rispetto dei diritti “islamici” del popolo, incluse le donne, e contrastando l’immoralità e l’ingiustizia, l’indecenza e tutti gli altri vizi. A livello di politica estera i taliban danno il benvenuto a una cooperazione a livello regionale con i Paesi confinanti con l’Afghanistan, sul principio della non ingerenza negli affari interni e con una promessa collaborazione per risolvere i problemi legati all’economia, al commercio, al narcotraffico e all’inquinamento.
L’appello alla Ummah e a un mondo islamico in generale ormai in pericolo di aggressione da parte dell’Occidente, ricorda a tutti i musulmani il dovere di partecipare alla “resistenza”, un obbligo per la difesa della propria religione e della propria cultura. Un richiamo che non dimentica di fare un parallelo tra Afghanistan, Iraq e Palestina, legati dal comune libro sacro; in tale situazione rimanere neutrali è un delitto e pertanto gli afghani devono assumersi la responsabilità di difendere l’Ummah islamica, così come hanno difeso l’Afghanistan dai tempi delle invasioni di Alessandro il Macedone sino a oggi.
Un ultimo appello viene fatto ai governi componenti la Coalizione internazionale affinché rinuncino a sostenere gli interessi coloniali degli Stati Uniti così da evitare l’inutile sacrificio dei propri soldati e le ingiustizie e i crimini di guerra contro la popolazione afghana, in particolare contro le future generazioni.
La guerra più lunga degli Stati Uniti, dopo nove anni non ha ottenuto neanche un risultato positivo; strategie dopo strategie hanno causato solamente un aumento progressivo del numero dei morti. La ricerca di una exit strategy basata sull’aumento dei soldati è solamente un escamotage per spostare il problema avanti nel tempo e per inasprire i conflitti interni di un Afghanistan che conosce solamente guerra. Tentativi di creare milizie tribali, la strategia semantica di dividere tra taliban moderati e radicali, le conferenze infruttuose, le Jirga illegittime, il processo elettorale, la propaganda subdola sarebbero tutti espedienti per non ammettere la sconfitta. Forza e coercizione non hanno effetti sugli afghani, se non quelli di unirli ancora di più nella difesa contro il nemico esterno. Ritiro senza condizioni delle truppe straniere dall’Afghanistan, questa è la perentoria conclusione del mullah Omar.
Leggendo il discorso dell’Amir-ul-momineem, almeno la parte relativa al dialogo tra afghani, pare quasi di leggere il “bignami” del programma che Karzai ha presentato alla Peace Jirga di giugno, più semplificato, meno oneroso ma non meno ambizioso. Riproponendo un piano speculare a quello di Karzai, il mullah Omar e i suoi consiglieri non hanno dimostrato molta fantasia ma certamente una grande capacità di adattamento e di visione a lungo termine. Non vi sono più accuse dirette al governo di Karzai, ma tutta la violenza verbale è concentrata sulle forze di sicurezza occidentali. Un segnale positivo per l’apertura al dialogo tra i legittimi soggetti politici afghani? Verosimilmente sì, è un segnale di possibile apertura, anche se non ufficializzato. La vittoria della nazione islamica contro gli invasori infedeli è imminente, lo sostiene il leader dell’Emirato afghano; forse non una vittoria immediata sul campo di battaglia ma quello che è certo è che la vittoria del movimento di resistenza dei mujaheddin afghani si basa sul principio della mancata sconfitta, della sopravvivenza ai sempre più consistenti, ma non per questo più efficaci, surge occidentali. Sopravvivere al ritiro delle forze occidentali è la vittoria dei taliban nella guerra civile afghana.

11 settembre 2010