Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

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domenica 5 giugno 2011

Attentati suicidi al maschile e l’eccezione delle due donne afghane

di Claudio Bertolotti

Afghanistan - Kunar, 21 giugno 2010.
Attento suicida nel distretto di Shaigal: è la prima azione condotta da una donna nel più che trentennale conflitto afghano. Aveva perso tutta la sua famiglia in un bombardamento aereo della Nato, hanno dichiarato i taliban rivendicando l’azione condotta da Fahima.

Afghanistan - Kunar, 4 giugno 2011.
Un anno dopo l’episodio di Shaigal, un’altra attentatrice si lascia esplodere contro le forze straniere uccidendo tre interpreti afghani e ferendo alcuni soldati Isaf nel distretto di Marwara. Anche in questo caso i taliban hanno rivendicato la paternità dell’azione attribuendo alla donna il titolo di Mujahida.

Teorie contrastanti definiscono il ruolo delle donne nell’ambito degli attacchi suicidi. Gli esempi a cui è possibile attingere per lo studio del fenomeno nella sua variante femminile sono molti. Dall’attività di supporto ad azioni terroristiche agli attacchi suicidi veri e propri, le donne hanno dimostrato con i fatti di essere in possesso dei requisiti di “combattenti” e, al tempo stesso, di “martiri” –, seppur con limiti e caratteristiche peculiari che le distinguono dalla figura dell’omologo maschile. Un elevato numero di attentatrici ha indirettamente trovato impiego in operazioni suicide che richiedessero l’infiltrazione all’interno di gruppi, organizzazioni o infrastrutture con un elevato livello di sicurezza. Minor sospettabilità, remore culturali che limita le perquisizioni corporali, possibilità di simulare la condizione di gestante per celare gli equipaggiamenti esplosi: iecco le ragioni per cui in alcuni contesti le donne sono preferibili agli uomini. Ma non in Afghanistan.
Mentre per gli uomini la religione offre una giustificazione anche di fronte alla comunità, per le donne la situazione è differente. La società, il costume e la cultura della comunità di appartenenza influiscono in maniera decisiva sul sostegno e sull’accettazione della tecnica suicida. Avviene così che, laddove il conflitto sia mosso da ideologie politiche laiche o di secessionismo etnico, le donne trovino impiego in azioni uguali o equiparabili a quelle degli uomini. Invece, nei casi in cui la religione rivesta un ruolo determinante, alla donna viene riservato il compito di “allevare buoni musulmani” – magari i “combattenti di domani” –offrendo loro al massimo un ruolo subordinato e marginale. È il tipo di lotta, la motivazione e l’ideologia del gruppo, a determinare il ruolo dei sessi sul campo di battaglia.
In generale, il fenomeno degli attacchi suicidi femminili è conseguenza di differenti fattori difficili da classificare in categorie stagne: la perdita di un caro a causa del conflitto, l’allontanamento dalla propria comunità, l’umiliazione e i soprusi utilizzati come arma psicologica, lo stress che ne deriva, la depressione, il desiderio di riscatto o vendetta, ma anche le violenze sessuali, gli effetti di droghe e stupefacenti, sino all’influenza indiretta di messaggi mediatici.
I 749 attentati suicidi registrati in Afghanistan dal 2001 a oggi hanno visto come protagonisti quasi esclusivamente individui di sesso maschile; due sole donne – più il caso di un’anziana arrestata durante il trasporto di un giubbetto esplosivo “non attivo” nel 2007 – hanno preso parte a un attacco di questa tipologia. Sono le due eccezioni alla norma.
Alla luce dell’esperienza vissuta in quella fantastica e terribile terra che è l’Afghanistan e di quanto ho avuto modo di carpire dalla realtà locale, ritengo che il fenomeno non abbia interessato la guerra afghana poiché tale conflitto non presentava sino a un paio di anni fa le connotazioni tipiche della lotta di liberazione nazionale dove le donne, al fianco degli uomini, partecipano alle “cose della guerra”.
Sebbene sinora il mancato riconoscimento dell’identità di donna – declassata spesso a strumento di procreazione – trovi dimostrazione in episodi e scelte politiche che mai avrebbero consentito a un soggetto femminile di aspirare al titolo di “martire”, oggi si possono intravvedere alcune condizioni favorevoli a un cambio di tendenza. Nonostante nelle aree sotto il controllo dei taliban la condizione della donna stia peggiorando sempre più e prosegua la crociata contro l’emancipazione femminile, si stanno registrando alcuni episodi di reclutamento di donne per azioni militari. Seppure i fatti stiano a dimostrare quanto poco valga la donna per i taliban, che mai ne farebbero una “combattente” di una guerra ideologica – dal momento che la stessa ideologia di riferimento nega alle donne anche solamente il diritto all‘identità – due donne hanno preso parte, dall’inizio del conflitto a oggi, ad azioni suicide contro le forze di sicurezza internazionali.
Oggi le cose sono dunque cambiate. I taliban insistono sul concetto di lotta di liberazione dell’Afghanistan, e la violenta offensiva insurrezionale richiede ogni giorno che passa più “martiri” da impiegare sul campo di battaglia. Ma è davvero così? Sul serio i taliban hanno accettato le donne tra le fila dei combattenti mujaheddin? E le donne accorrono numerose nei centri di reclutamento taliban? La risposta è no.
I cambiamenti politici avvenuti in Afghanistan negli ultimi venti anni hanno rappresentato, per le donne, un continuum di mutamenti circa il loro status e la loro posizione nella società. Negli anni Ottanta, il regime marxista (laico e secolarizzato) ha tentato di annullare, nella società tribale afghana, il principio patriarcale della famiglia. Ciò ha portato a reazioni violente e a un distacco irreparabile tra società e governo.
Dalla metà degli anni Novanta, la politica verso le donne è cambiata in modo sostanziale, con l’esclusione della partecipazione femminile dagli uffici pubblici e dall’ambito professionale; il regime taliban, a partire dal 1996, le ha obbligate ad allontanarsi visibilmente dalla società e ciò ha indotto alcune di loro a organizzarsi clandestinamente al fine di provvedere all’istruzione. Soltanto la cacciata dei taliban ha consentito un timido miglioramento della condizione femminile; ma per quanto tale condizione sia esclusiva delle realtà urbane, è pur sempre un risultato positivo che dovrebbe indurre la componente femminile a combattere per mantenere il “diritto di essere donna” piuttosto che scegliere di morire per dovervi rinunciare. I casi di suicidio femminile – e non di attacchi-suicidi – in Afghanistan hanno toccato livelli elevatissimi, tra i più alti del mondo, ma in tutti i casi registrati la motivazione è quella di una condizione di vita “al femminile” insoddisfacente, frustrante e senza via d’uscita: una condizione frutto della consuetudine. Anche il suicidio può essere un elemento di rottura, una sorta di reazione alla subordinazione assoluta al padre, prima, e al marito, per il resto della vita. E il suicidio è un grave peccato nell’Islam. Uccidendo se stesse le donne, non solo ottengono da sé una particolare forma di “libertà”, ma offendono – di fronte alla comunità – anche chi le ha maltrattate e umiliate.
È dunque il desiderio di libertà ad aver spinto le due donne afghane a morire per la causa taliban? Difficile crederlo. Non è una lodevole azione di lotta per la liberazione del proprio paese e per la difesa della propria cultura quella che vede l’impiego delle donne negli attacchi suicidi in Afghanistan. È più facile ritenere che si tratti di donne disperate, senza famiglia, «senza più onore»; donne che, avendo perso tutto, accettano di morire abbandonando i resti dei propri corpi nudi alla mercé di occhi profanatori e irrispettosi. No, non sono le donne afghane a farsi esplodere, sono i sottoprodotti della guerra, gli scarti di una società di cui sentono di non appartenere più.


5 giugno 2011

lunedì 21 febbraio 2011

Governo ombra e giustizia taliban a Bala Murghab

Shadow government and taliban justice in Bala Murghab

Talibans have been able to create a sort of new administration based on the role of the Taliban Government (shadow government): a strong power characterized by competence, efficiency and good capabilities about military and civilian matters. This represents a clear proof of the Government and Coalition difficulties at the social and political levels. Taliban mobile justice courts are able to move inside and outside the security bubbles established by Isaf/CF, conducting judicial processes and public punishments freely and without interference. Bala Murghab represents our case-study. Bala Murghab town and district, and in general Badghis province, show that Talibans organization at local level is in line with the pragmatism of the movement and there are not applied positive solutions to contrast the deteriorating phenomenon.

di Claudio Bertolotti

Seguendo un copione ormai collaudato, i taliban hanno saputo sviluppare e imporre nei territori sotto il loro controllo un piano per l’amministrazione civile a livello locale, una sorta di governo parallelo e sempre più spesso alternativo a quello centrale. Definito «governo ombra», quello imposto dagli insorti è un potere forte in grado di muoversi con competenza ed efficacia nel campo militare, amministrativo e giudiziario. Il «governatore» taliban è originario di una regione differente da quella in cui svolge il proprio «servizio» – questo al fine di evitare attriti tra le componenti tribali locali – ed è assistito da collaboratori responsabili di ognuna delle incombenze necessarie all’amministrazione locale: sicurezza, riscossione delle tasse e giustizia. Mentre nelle province del nord questo fenomeno è più limitato, in alcuni distretti del sud e, più recentemente, dell’ovest i governi ombra dei taliban sono divenuti particolarmente attivi; sempre più numerose sono le informazioni relative alle «corti mobili» che amministrano la giustizia secondo una restrittiva interpretazione della legge islamica senza che né il governo centrale né le autorità locali possano opporsi.
E potrebbe essere difficilmente il contrario dal momento che istituzioni afghane e forze di sicurezza sono sostanzialmente assenti da intere aree che, giocoforza, finiscono sotto il controllo dei gruppi di opposizione: i vuoti vengono riempiti immediatamente, in un gioco di equilibri e geometrie variabili.
Un caso-studio, argomento che vede attualmente impegnato l’Autore in attività di ricerca, è quello del distretto di Bala Murghab in cui è riportata la presenza e il funzionamento di un governo ombra taliban – o pseudo tale – fuori e dentro i limiti della cosiddetta «bolla di sicurezza» creata dalle forze straniere (tra le quali le unità italiane) e locali.
La politica dei taliban nell'area di Bala Murghab, pur adeguandosi alle necessità dettate dalle realtà locali, è in linea con l’atteggiamento pragmatico del movimento; il fine è quello di allargare la presenza sul territorio in contrapposizione alle forze di sicurezza, in modo tale da impedire a queste di concentrarsi in punti localizzati e limitati nell’estensione territoriale. I taliban considerano l’espansione geografica una priorità necessaria alla propria sopravvivenza poiché maggiore è l’area di operazioni, minore è la possibilità di essere intercettati e contrastati da un nemico a cui si vuole progressivamente ridurre la possibilità di movimento.
Al di là dell’attività delle forze di sicurezza straniere e afghane impegnate a contrapporsi a un nemico volatile e fluido su un campo di battaglia di difficile definizione, ciò che più preoccupa è la possibilità che i taliban riescano, ammesso che non lo abbiano già fatto, a penetrare all’interno delle comunità divenendo un modello proto-satale in grado di dare risposte immediate alle necessità delle popolazioni attraverso una corretta amministrazione a cui si affiancano violenza, intimidazione e propaganda.
Da questo punto di vista, la situazione di Bala Murghab è particolarmente deteriorata per quanto la mancanza di informazioni non consenta di fare un paragone proiettato indietro nel tempo: ciò che però conta è che presenza e ingerenza del potere ombra taliban siano manifesti nonostante l’allargamento della cosiddetta security bubble creata delle forze della Coalizione e Isaf.
Tra i tanti episodi in grado di definire la drammaticità della situazione, quello più recente è relativo alla punizione di una donna colpevole di essersi ribellata alla decisione paterna di essere data in sposa a un uomo anziano non gradito. Un caso, come tanti altri, in cui una donna è stata giudicata colpevole di disobbedienza al volere paterno – e di aver così disonorato la famiglia – da parte di una corte di giustizia taliban operante all’interno dell’area di Bala Murghab. Il fatto è avvenuto nella seconda metà di gennaio nel villaggio di Mangan, sobborgo esterno alla "bolla di sicurezza" e a circa venti chilometri a sud-ovest di Bala Murghab (lungo la linea di comunicazione "Lithium" e noto per l'attentato del 17 maggio contro gli italiani) che è stato oggetto di cruente battaglie ai più sconosciute; qui la punizione esemplare – frustata alla schiena – è stata somministrata pubblicamente alla condannata dietro l’ordine diretto del comandante taliban provinciale, un mujaheddin originario del Pakistan (verosimilmente dalle Fata) a capo del gruppo di taliban operativi nell'area di Mangan. Nonostante il fatto sia avvenuto in un luogo pubblico, al cospetto degli abitanti del villaggio, e abbia visto la partecipazione di numerosi taliban la polizia afghana non è intervenuta né, tantomeno, nessuno è stato arrestato o interrogato per il fatto. Le forze di sicurezza e il rappresentante locale del governo non hanno avuto percezione di quanto stesse accadendo o, più verosimilmente, non hanno avuto gli strumenti né l’interesse per poter reagire a un fatto che, grave nel suo complesso, mette in mostra l’estrema precarietà di una situazione che se dal punto di vista delle forze di sicurezza è di «stallo dinamico», sul fronte insurrezionale offre stimoli per proseguire una lotta proiettata avanti nel tempo e sostenuta da una significativa parte della società afghana, quella rurale.
Bala Murghab è un luogo come tanti altri in Afghanistan ma che richiama la nostra attenzione verso un concreta minaccia ogni giorno sempre più preoccupante.

20 febbraio 2011

martedì 30 novembre 2010

3 attentati suicidi in 3 giorni

di Claudio Bertolotti
Three suicide attacks in three days it’s a good result for taliban forces in Afghanistan. They are able to move and hide mujaheddin inside barracks and governmental units killing soldiers looking them in their eyes. This represents a high level of intelligence, operational capabilities and willingness. At least 12 afghan policemen and 6 Nato soldiers employed as trainers for afghan security forces have been killed in three days; all the trainers were mentors and were working in order to prepare new afghan soldiers and policemen. It is a bad result for the international security forces and, at the same time, for the political goals. Efficient Afghan security forces represents the condition sine qua non in order to guarantee the transfer of responsibility to afghans. In the next future more Nato soldiers will be employed in this specific mission: it is a necessity, not a suggestion.

Dopo il duplice attentato suicida che il 27 novembre ha portato alla morte di 12 poliziotti afghani all’interno del dipartimento di polizia nella provincia orientale di Paktyka, - anticipato dall’attacco del commando suicida che il giorno precedente ha colpito una Ngo a Jalalabad, capoluogo della provincia di Nangarhar – è la volta di un’altra azione che, per quanto non sia stata formalmente inserita nella lista degli attentati suicidi è comunque da considerarsi come evento della stessa tipologia. Il 29 novembre, un mujaheddin travestito da agente di polizia di frontiera ha aperto il fuoco contro un’unità statunitense deputata all’addestramento delle reclute afghane, provocando la morte di sei soldati prima di essere ucciso dal fuoco dei commilitoni. Un colpo duro alle forze occidentali impegnate nel difficile compito di formare e preparare alla guerra le forze di sicurezza afghane, la conditio sine qua non per il previsto passaggio di responsabilità al governo afghano nel 2015 annunciato pochi giorni fa a Lisbona. Un impegno necessario, quello preso dalla Nato, per la formazione di forze di sicurezza afghane che siano davvero in grado di garantire il controllo del territorio e di contrastare il potere dei gruppi di opposizione, taliban in testa. Una missione difficile a cui è stata chiamata a partecipare, ancora una volta, la Comunità internazionale e, dunque, anche l’Italia. Un impegno necessario.

30 novembre 2010

giovedì 21 ottobre 2010

Dialoghi segreti e prospettive afghane tra compromessi e rinunce

di Claudio Bertolotti e Chiara Sulmoni


Extensive, face-to-face discussions between Taliban commanders, the Haqqani’s network and the Afghan government are ongoing. Discussions, and not negotiates, without the involvement of the Taliban’s leader, the mullah Omar, and supported by Nato troops.
At the moment Karzai’s government is looking for an extreme solution based on dialogue and agreement with the Taliban’s movement; there are no different ways to achieve the exit strategy. Pakistan is not involved in this specific phase of the dialog because many in the Afghan government remain highly suspicious of Pakistan's role.
What will happen in the future in Afghanistan? «Reintegration and reconciliation program» could be a part of the solution but, at the same time, part of the problem: many risks, social tribal and ethnic tensions, warlords' role and drug business are factors to be considered. Reconciliation could be a possibility for the Taliban to enter the system and change the rules in southern provinces and in marginal areas building a formal and official Taliban system. The role of the tribal militias (Local police forces), especially in the pashtun areas, could facilitate this risk and could represent a clear threat for the Afghan National Security Forces. Tajiks, Hazaras and Uzbeks could reply creating similar tribal militias in order to be able to contrast possible Pashtun actions. In this situation it is clear that regional actors will take part to the internal conflicts supporting specific groups according to religious, cultural, economic and strategic reasons. Russia, Tajikistan, Uzbekistan, Pakistan, Saudi Arabia, Iran and China will be part of the next afghan internal conflicts.

«Extensive, face-to-face discussions with Taliban commanders» fondati su relazioni personali di mutua fiducia, ha dichiarato al New York Times una fonte afghana coinvolta nelle trattative tra la cerchia di Karzai ed esponenti taliban di alto livello, alcuni appartenenti alla shura di Quetta e anche – pare – un membro della rete radicale che fa capo alla famiglia Haqqani. Colloqui che, facendo seguito a quelli avvenuti nei primi giorni di ottobre in Arabia Saudita, escludono però il mullah Omar, leader di nome del movimento taliban, e il Pakistan che, fortemente impegnato a mantenere uno stretto legame con l’etnia maggioritaria pashtun – la stessa che alimenta l’insorgenza –, potrebbe mettere il bastone tra le ruote alla macchina diplomatica guidata da Stati Uniti e governo afghano.
La Nato avrebbe contribuito attivamente all’incontro avvenuto poco più di una settimana fa a Kabul, sede del comando della missione Isaf, trasferendo dal Pakistan su elicotteri sicuri comandanti mujaheddin ed esponenti dell’intellighenzia taliban, e aprendo corridoi d’accesso via terra. Sono questi i taliban moderati di cui si è tanto parlato, quelli da coinvolgere nel processo di reintegrazione e riconciliazione? Così sembra. Parliamo di dialogo, non di negoziazioni, ha tenuto a precisare Mark Sedwill, rappresentante civile della Nato in Afghanistan; ma l’apertura al dialogo, nel dinamismo statico del conflitto afghano, segna già un passo avanti.
Ora il governo di Kabul, sempre più debole e alla disperata ricerca di una via di uscita – qualunque essa sia – prova a giocarsi l’ultima carta e lo fa con l’approvazione della Comunità internazionale e della diplomazia, sostenuto dalla stessa Alleanza atlantica. Insomma tutti con Karzai. I governi alleati della Coalizione fremono sotto le pressioni delle proprie opinioni pubbliche, sempre più critiche nei confronti di un impegno armato che, dopo nove anni, anziché smorzarsi si intensifica. Il tempo stringe, e in vista di un prossimo ritiro o comunque di una contrazione delle truppe internazionali, per Karzai è urgente tessere, se non una trama di alleanze, perlomeno di tregue che permettano una riduzione della violenza. Allo stato attuale, non potrebbe da solo garantire la sicurezza nel paese.
I requisiti indispensabili per accedere al processo di reintegrazione e riconciliazione – la rinuncia in modo irreversibile al terrorismo e alla violenza, il rispetto per la costituzione e i diritti, fra cui quelli delle donne, e la rottura di ogni legame con al-Qa’ida – pare siano stati informalmente accantonati dagli stessi Stati Uniti, intenti ad applicare il linguaggio della exit strategy e del processo di «afghanizzazione» a questa cosiddetta «guerra necessaria», con la speranza di venirne a capo. Anche se si tratta solo di incontri preliminari, questo non è un buon segno. Insieme alla ripresa dei bombardamenti aerei – che il precedente comandante Isaf, il generale Stanley McChrystal aveva fortemente limitato per evitare vittime fra civili e tensioni con il governo Karzai – questa prospettiva potrebbe fortemente compromettere una delle strategie a lungo termine su cui si è tanto insistito, «la conquista dei cuori e delle menti degli afghani». Non molti infatti sono impazienti di vedere gli «studenti» nuovamente legittimati a imporre la propria autorità, neppure nel sud a maggioranza pashtun (l’etnia dei taliban), che è la roccaforte del movimento. Nel frattempo, l’acuirsi delle ostilità e delle violenze, e anche delle rappresaglie e delle imboscate da parte degli insorti che rispondono così all’offensiva militare congiunta della Coalizione e dell’esercito afghano, colpiscono anche innocenti, e inaspriscono i rapporti con una popolazione già provata. Lo sdoganamento da parte dell’Occidente delle trattative con quello che sul campo di battaglia è il nemico, fanno pensare a un cambiamento di rotta innescato dalla considerazione che ormai la guerra in Afghanistan richiede un impegno troppo gravoso per gli Stati che compongono la Coalizione internazionale. In altri termini: il gioco non vale la candela. O meglio: questa candela, brucia troppo lentamente. L’Afghanistan, potrebbe così davvero correre il rischio di ritrovarsi travolto da una guerra civile, forse anche di livello regionale; i presupposti sono tutti là, schierati sul terreno.
Proviamo ad affrontare la prospettiva afghana con occhio affetto da ipermetropia pessimistica.
Partiamo dal presupposto che i colloqui tra le parti possano effettivamente portare a una soluzione di compromesso; non sarebbe certo la fine dei problemi per il Paese. Quale infatti lo scenario afghano nel futuro immediato e a medio termine?
Un certo numero di taliban, mujaheddin e militanti dei gruppi di opposizione che compongono l’insurrezione, riabilitati dal processo di reintegrazione e riconciliazione, verrebbero nominati governatori o inseriti nell’apparato statale in posizioni di vertice.
1. Il Sud, roccaforte taliban.
L’intensità dei combattimenti potrebbe temporaneamente calare, in cambio però di una (in)formale autonomia dei distretti e delle provincie gestiti dai leader provenienti dalla classe dirigente del movimento taliban. Ma poiché non tutti i vari gruppi di opposizione – ideologici o meno – saranno scesi al compromesso politico, la lotta per il potere e il controllo della periferia (contrapposizione centro-periferia) tornerà a incidere pesantemente sulla sicurezza; vecchi attriti e antiche dispute di carattere etnico e tribale – che nel quadro del conflitto attuale sono passate in secondo piano – risalirebbero a galla; tanto per citarne un paio quelli tra pashtun e tajiki e tra pashtun durrani e ghilzai. A questo si sommi la lotta intestina che inevitabilmente affiorerebbe all’interno della stessa compagine taliban fra un’ala più pragmatica e una più ideologica. Tra coloro che riconosceranno il governo di Kabul e gli irriducibili.
Non si smetterà dunque di combattere tout court. Per far fronte alla violenza causata dagli attriti sopraelencati, e per ovviare a una prevedibile insufficienza – o inefficienza – di forze di sicurezza governative, un nuovo attore potrebbe entrare in scena: una sorta di polizia locale aggiuntiva. Parliamo delle Lashkar, o più correttamente – ma non politicamente opportuno – milizie tribali. Una variabile del conflitto, questa, già introdotta da Petraeus in Iraq, almeno per quel che concerne il principio; una realtà anche in Pakistan, dove non è stata però risolutiva. Si tratterebbe di apparati che, scelti e reclutati dai rappresentanti delle diverse comunità locali e formalmente sottoposte al controllo del Ministero dell’Interno, non si discosterebbero molto dalle bande armate a disposizione dei notabili locali, spesso legati al narcotraffico, al contrabbando di armi e uniti da interessi di varia natura a quegli stessi elementi ex-taliban forse ormai divenuti funzionari e dirigenti dello Stato. Il problema, con queste milizie, è che dovrebbero trovare una propria collocazione finale. Inserirle nella gerarchia delle forze di sicurezza nazionali, come l’esercito e la polizia, non sarebbe impresa facile, a causa di considerazioni di natura etnica ma anche perché diverrebbero fortemente avvezze all’autonomia.
2. Nord e Ovest del Paese.
I potenti di turno (tajiki, uzbeki, hazara), fra cui anche narcotrafficanti, signori della guerra e «rispettabili» uomini d’affari e politici che ora dettano legge anche grazie all’assenza del governo o in un clima di laissez-faire, non rimarrebbero certo ad assistere passivamente al riarmo dei nemici storici (i pashtun, e non solo i taliban); e un processo di spiralizzazione di queste tensioni sarebbe innescato proprio dal riarmo delle milizie tribali, gli eserciti privati dei signori della guerra che tanto hanno fatto per spingere il Paese nell’abisso di un conflitto trentennale, e dalla lotta per gli interessi di natura principalmente economica a cui, recentemente, si sono aggiunti quelli appetibili legati alle ricchezze minerarie locali – fra tutti, il litio dei nostri computer e telefoni cellulari – e alle risorse energetiche in transito – condotte di gas naturale –.
Nel complesso e aleatorio mondo delle alleanze afghane, Lashkar legittimate dallo Stato potrebbero alla lunga divenire un ulteriore ostacolo per l’affermazione dell’autorità centrale di Kabul nelle periferie e nelle provincie, già difficilmente raggiungibili anche fisicamente, a causa di una logistica fortemente frammentaria e a una ricostruzione rallentata da azioni di sabotaggio da parte della guerriglia – si pensi a strade e ponti, target principale per gli Ied degli insorti –.
A tutto ciò si aggiunga l’incognita delle forze di sicurezza, come si presentano allo stato attuale. Un esercito composto principalmente da tajiki – nazionale di nome ma non di fatto – e che rappresenta una problematica perché si troverebbe in una posizione difficile, in contrapposizione agli interessi locali (spesso e volentieri di natura etnica) e difficilmente riconosciuto come legittimo da parte delle comunità pashtun giù al sud dove si troverebbe naturalmente a operare; a meno che il processo di riconciliazione attraverso il compromesso non comporti anche una spartizione dell’Afghanistan a livello territoriale, con un sud pashtun dichiaratamente taliban – sebbene formalmente «moderato» –, e una ridistribuzione concordata dei poteri a livello politico. La situazione potrebbe divenire più instabile ed esplosiva di quella attuale, con prevedibili influenze esterne da parte di potenze e gruppi regionali a peggiorare la situazione. Nessuno rimarrebbe semplicemente a guardare ma, secondo un copione ormai noto, seguirebbero pressioni politiche, formali e informali, volte a condizionare le scelte strategiche del Paese o, meglio, delle etnie componenti l’Afghanistan.
3. Fattore esterno.
La Russia, con le altre repubbliche ex-sovietiche confinanti con l’Afghanistan, guarderebbe ai tajiki e agli uzbeki (fortemente legati al narcotraffico). L’Iran spingerebbe anch’esso sui tajiki (di cultura e lingua persiana) e sugli hazara (sciiti). L’Arabia Saudita e il Pakistan premerebbero entrambi sui gruppi pashtun (sunniti). L’India, in competizione con il Pakistan, cercherebbe di accentuare le divisioni interne e per ridurre l’influenza pakistana e aumenterebbe la propria presenza fisica sul suolo afghano attraverso politiche di natura sociale e legate alla ricostruzione infrastrutturale del Paese. La Cina guarderebbe ai propri interessi legati alle concessioni minerarie e alla possibilità di uno sfruttamento intensivo delle risorse del sottosuolo attraverso accordi formali bilaterali con Kabul e informali con i gruppi di potere locale.
Il risultato finale sarebbe il protrarsi di una guerra civile manipolata dalle potenze regionali e finanziata dai commerci illeciti – narcotraffico – e leciti – risorse minerarie ed energetiche. Il nuovo-vecchio conflitto a partecipazione regionale, una storia da cui non si riesce a venir fuori.
Questo è il peggiore degli scenari possibili, ma quel che conta in questo momento è l’avvio del dialogo seppur orientato verso un compromesso basato su reciproche rinunce e amare prospettive future. In questo contesto, poco responsabile è stata la pubblicità propagandistica data dalla Nato a un evento che sarebbe dovuto rimanere riservato. Tanto più che a condurre il gioco sono i legittimi soggetti titolari: gli afghani, dell’una e dell’altra parte.
Ma peggiore degli scenari possibili non significa futuro inappellabile. Nel Paese languono questioni irrisolte, connaturate e sempre sul punto di trasformarsi in conflitto aperto, che gli attuali tentativi di negoziazione – indipendentemente dal loro esito – non potranno eliminare. Nel frattempo però, si stanno perlomeno identificando gli interlocutori di domani.

20 ottobre 2010

martedì 14 settembre 2010

Mullah Omar il politico

In occasione della ricorrenza islamica dell’Eid-ul-Fitr, il mullah Omar, Amir-ul-momineem dell’Emirato islamico dell’Afghanistan (IEA), è tornato a far sentire la sua voce al popolo afghano e alla Comunità internazionale. Lo ha fatto in maniera ufficiale, con un comunicato stampa, al pari dei più importanti capi di Stato del mondo.
La politica, e con essa tutte le formalità del caso, è ormai lo strumento di cui hanno imparato servirsi i taliban e i gruppi di opposizione armata della regione. Compromessi, propaganda, accuse e minacce; tutto questo supportato da una campagna militare efficace e dirompente che ha portato gli “insorgenti-oppositori” a divenire soggetto politico di primo piano per la risoluzione di un conflitto di “liberazione nazionale” in grado di alimentare quella che ormai è una guerra civile di ampia portata.
I taliban si pongono di fronte all’Onu come soggetto forte, in grado di concedere tregua e apertura al dialogo. Lo hanno fatto pubblicamente qualche settimana fa aprendo, con evidenti finalità propagandistiche, alla possibilità di una commissione congiunta Onu-IEA per accertare le responsabilità delle uccisioni dei civili nel conflitto. Lo fanno oggi, seguendo una propria politica basata su una particolare dottrina di “controinsorgenza dei mujaheddin”. Una risposta al modello di counterinsurgency statunitense, e in contrapposizione ad esso. Dunque stesso linguaggio, ma più semplificato, stessi strumenti, ma più adeguati alle esigenze culturali afghane e meno dottrinali, e stesse finalità, la conquista dei cuori e delle menti della popolazione civile. Anche il modello politico proposto è un’alternativa a quello della Repubblica islamica di Karzai, con obiettivi più limitati, ma in grado di presentare un progetto politico che fa riferimento a dialogo, collaborazione, giustizia, sicurezza e lotta contro i soprusi e l’occupazione da parte di eserciti stranieri.
Il messaggio politico del mullah Omar si rivolge a tutti gli attori del conflitto afghano: la nazione, i mujaheddin, i religiosi e gli intellettuali, gli ex-combattenti e i rappresentanti dello Stato, l’opinione pubblica straniera e le forze della Coalizione e, infine, il governo e il popolo degli Stati Uniti. Un discorso pragmatico che si pone contemporaneamente sul piano ideologico del Jihad, della politica e militare della lotta di liberazione.
L’appello all’unità dei gruppi di opposizione che giunge dal vertice del movimento taliban mette però in mostra attriti e difficoltà di accordo tra le differenti fazioni dell’insorgenza; difficoltà che si traducono in antagonismo, competizione e conflitti che però, secondo il capo dei taliban, è necessario accantonare in aderenza al Jihad e alla lotta per la difesa della sovranità di un paese islamico e dell’Islam in generale. In tale contesto l’operazione della Coalizione volta a creare le Forze di polizia locali viene presentata come ulteriore tentativo di divisione degli animi e delle coscienze del popolo afghano, un frammentazione indotta che si affianca agli zoppicanti tentativi di riconciliazione e reintegrazione e del processo elettorale in corso.
La chiamata “alle armi” si rivolge anche a quella che è l’intellighenzia dell’Afghanistan – dottori, politici, insegnanti, religiosi – il cui contributo richiesto è l’impegno per l’unità nazionale, essenziale per un forte governo islamico largamente condiviso. Un’unità che deve coinvolgere tutti i “fratelli mujaheddin” chiamati a combattere una guerra contro un nemico definito e a difendere la popolazione dagli effetti devastanti di una guerra che si combatte per le strade, tra le case.
L’Occidente è in difficoltà in Afghanistan, questo è un fatto. I Mujaheddin non possono che trarre vantaggio dalla confusione dei comandi della Coalizione, dai loro fallimenti e dalle errate strategie che hanno comportato solamente sprechi di risorse umane ed economiche e indotto l’opinione pubblica occidentale a insistere per la ricerca di una exit strategy. E se gli occidentali sono confusi e frastornati dalla violenta resistenza afghana, questo deve indurre i combattenti per la libertà a essere sempre più uniti, nel rispetto delle gerarchie e delle decisioni approvate dai “consigli”, attenti alla popolazione civile e agli interessi generali della nazione afghana in considerazione degli obiettivi finali e delle capacità operative e politiche del nemico. Gli ordini del mullah Omar sono chiari, così come le sue “preoccupazioni formali” per la popolazione. Ogni precauzione deve essere presa per garantire la sicurezza dei civili, della proprietà privata e delle infrastrutture utili per le necessità quotidiane delle comunità. La società civile, che deve essere parte della resistenza e non un’entità separata da essa, deve essere sempre protetta attraverso il rispetto delle regole indicate nel Layeha, il codice di guerra dei taliban, senza che violenze gratuite o punizioni sbrigative portino a sofferenze non necessarie. Soldati e poliziotti governativi devono essere avvicinati e indotti a scegliere per la giusta causa al fine di poter contare su soggetti infiltrati all’interno delle forze di sicurezza statali per operazioni contro gli invasori e i loro “collaborazionisti”.
La “casta della società”, insegnanti, religiosi uomini politici, scrittori, intellettuali e poeti, sono il ponte ideale tra il popolo e l’Emirato e per questa ragione devono svolgere l’importante compito di rendere noto a tutti quanto l’occupazione militare sia la causa delle atrocità e delle sofferenze a cui è sottoposto il popolo afghano. Il loro compito è quello di mostrare alle nuove generazioni qual è la strada “giusta” da seguire, rifiutando pericolose contaminazioni culturali e religiose provenienti dall’esterno, e di creare una felice e stimolante “atmosfera islamica”.
Coloro che hanno abbandonato il campo di battaglia per aderire al processo di riconciliazione non devono dimenticare gli sforzi fatti da intere generazioni di mujaheddin per cacciare i nemici che con il tempo si sono alternati nel portare sofferenza all’Afghanistan; la resistenza contro l’invasore è un dovere sacrosanto e irrinunciabile. La minaccia di essere puniti come traditori è esplicita per coloro che si sono lasciati convincere ma una porta viene lasciata aperta per coloro che vogliono rientrare nei ranghi dei mujaheddin; anche il perdono e la riconciliazione trovano posto, così come nei discorsi di Karzai, anche nell’appello dei taliban: amnistia e sicurezza vengono offerti a chi decide di abbandonare le forze di sicurezza o l’incarico governativo.
Quello presentato dai taliban è un programma di riforma islamica a livello di politica interna dell’economia, della legalità, della sicurezza, dell’educazione, della giustizia attraverso l’opera di esperti dotati di provata capacità professionale e intellettuale, senza discriminazione alcuna di carattere politico, etnico e linguistico, nel rispetto dei diritti “islamici” del popolo, incluse le donne, e contrastando l’immoralità e l’ingiustizia, l’indecenza e tutti gli altri vizi. A livello di politica estera i taliban danno il benvenuto a una cooperazione a livello regionale con i Paesi confinanti con l’Afghanistan, sul principio della non ingerenza negli affari interni e con una promessa collaborazione per risolvere i problemi legati all’economia, al commercio, al narcotraffico e all’inquinamento.
L’appello alla Ummah e a un mondo islamico in generale ormai in pericolo di aggressione da parte dell’Occidente, ricorda a tutti i musulmani il dovere di partecipare alla “resistenza”, un obbligo per la difesa della propria religione e della propria cultura. Un richiamo che non dimentica di fare un parallelo tra Afghanistan, Iraq e Palestina, legati dal comune libro sacro; in tale situazione rimanere neutrali è un delitto e pertanto gli afghani devono assumersi la responsabilità di difendere l’Ummah islamica, così come hanno difeso l’Afghanistan dai tempi delle invasioni di Alessandro il Macedone sino a oggi.
Un ultimo appello viene fatto ai governi componenti la Coalizione internazionale affinché rinuncino a sostenere gli interessi coloniali degli Stati Uniti così da evitare l’inutile sacrificio dei propri soldati e le ingiustizie e i crimini di guerra contro la popolazione afghana, in particolare contro le future generazioni.
La guerra più lunga degli Stati Uniti, dopo nove anni non ha ottenuto neanche un risultato positivo; strategie dopo strategie hanno causato solamente un aumento progressivo del numero dei morti. La ricerca di una exit strategy basata sull’aumento dei soldati è solamente un escamotage per spostare il problema avanti nel tempo e per inasprire i conflitti interni di un Afghanistan che conosce solamente guerra. Tentativi di creare milizie tribali, la strategia semantica di dividere tra taliban moderati e radicali, le conferenze infruttuose, le Jirga illegittime, il processo elettorale, la propaganda subdola sarebbero tutti espedienti per non ammettere la sconfitta. Forza e coercizione non hanno effetti sugli afghani, se non quelli di unirli ancora di più nella difesa contro il nemico esterno. Ritiro senza condizioni delle truppe straniere dall’Afghanistan, questa è la perentoria conclusione del mullah Omar.
Leggendo il discorso dell’Amir-ul-momineem, almeno la parte relativa al dialogo tra afghani, pare quasi di leggere il “bignami” del programma che Karzai ha presentato alla Peace Jirga di giugno, più semplificato, meno oneroso ma non meno ambizioso. Riproponendo un piano speculare a quello di Karzai, il mullah Omar e i suoi consiglieri non hanno dimostrato molta fantasia ma certamente una grande capacità di adattamento e di visione a lungo termine. Non vi sono più accuse dirette al governo di Karzai, ma tutta la violenza verbale è concentrata sulle forze di sicurezza occidentali. Un segnale positivo per l’apertura al dialogo tra i legittimi soggetti politici afghani? Verosimilmente sì, è un segnale di possibile apertura, anche se non ufficializzato. La vittoria della nazione islamica contro gli invasori infedeli è imminente, lo sostiene il leader dell’Emirato afghano; forse non una vittoria immediata sul campo di battaglia ma quello che è certo è che la vittoria del movimento di resistenza dei mujaheddin afghani si basa sul principio della mancata sconfitta, della sopravvivenza ai sempre più consistenti, ma non per questo più efficaci, surge occidentali. Sopravvivere al ritiro delle forze occidentali è la vittoria dei taliban nella guerra civile afghana.

11 settembre 2010