Afghanistan Sguardi e Analisi

Afghanistan Sguardi e Analisi

"
Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

Visualizzazione post con etichetta Stallo dinamico. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Stallo dinamico. Mostra tutti i post

lunedì 21 febbraio 2011

Governo ombra e giustizia taliban a Bala Murghab

Shadow government and taliban justice in Bala Murghab

Talibans have been able to create a sort of new administration based on the role of the Taliban Government (shadow government): a strong power characterized by competence, efficiency and good capabilities about military and civilian matters. This represents a clear proof of the Government and Coalition difficulties at the social and political levels. Taliban mobile justice courts are able to move inside and outside the security bubbles established by Isaf/CF, conducting judicial processes and public punishments freely and without interference. Bala Murghab represents our case-study. Bala Murghab town and district, and in general Badghis province, show that Talibans organization at local level is in line with the pragmatism of the movement and there are not applied positive solutions to contrast the deteriorating phenomenon.

di Claudio Bertolotti

Seguendo un copione ormai collaudato, i taliban hanno saputo sviluppare e imporre nei territori sotto il loro controllo un piano per l’amministrazione civile a livello locale, una sorta di governo parallelo e sempre più spesso alternativo a quello centrale. Definito «governo ombra», quello imposto dagli insorti è un potere forte in grado di muoversi con competenza ed efficacia nel campo militare, amministrativo e giudiziario. Il «governatore» taliban è originario di una regione differente da quella in cui svolge il proprio «servizio» – questo al fine di evitare attriti tra le componenti tribali locali – ed è assistito da collaboratori responsabili di ognuna delle incombenze necessarie all’amministrazione locale: sicurezza, riscossione delle tasse e giustizia. Mentre nelle province del nord questo fenomeno è più limitato, in alcuni distretti del sud e, più recentemente, dell’ovest i governi ombra dei taliban sono divenuti particolarmente attivi; sempre più numerose sono le informazioni relative alle «corti mobili» che amministrano la giustizia secondo una restrittiva interpretazione della legge islamica senza che né il governo centrale né le autorità locali possano opporsi.
E potrebbe essere difficilmente il contrario dal momento che istituzioni afghane e forze di sicurezza sono sostanzialmente assenti da intere aree che, giocoforza, finiscono sotto il controllo dei gruppi di opposizione: i vuoti vengono riempiti immediatamente, in un gioco di equilibri e geometrie variabili.
Un caso-studio, argomento che vede attualmente impegnato l’Autore in attività di ricerca, è quello del distretto di Bala Murghab in cui è riportata la presenza e il funzionamento di un governo ombra taliban – o pseudo tale – fuori e dentro i limiti della cosiddetta «bolla di sicurezza» creata dalle forze straniere (tra le quali le unità italiane) e locali.
La politica dei taliban nell'area di Bala Murghab, pur adeguandosi alle necessità dettate dalle realtà locali, è in linea con l’atteggiamento pragmatico del movimento; il fine è quello di allargare la presenza sul territorio in contrapposizione alle forze di sicurezza, in modo tale da impedire a queste di concentrarsi in punti localizzati e limitati nell’estensione territoriale. I taliban considerano l’espansione geografica una priorità necessaria alla propria sopravvivenza poiché maggiore è l’area di operazioni, minore è la possibilità di essere intercettati e contrastati da un nemico a cui si vuole progressivamente ridurre la possibilità di movimento.
Al di là dell’attività delle forze di sicurezza straniere e afghane impegnate a contrapporsi a un nemico volatile e fluido su un campo di battaglia di difficile definizione, ciò che più preoccupa è la possibilità che i taliban riescano, ammesso che non lo abbiano già fatto, a penetrare all’interno delle comunità divenendo un modello proto-satale in grado di dare risposte immediate alle necessità delle popolazioni attraverso una corretta amministrazione a cui si affiancano violenza, intimidazione e propaganda.
Da questo punto di vista, la situazione di Bala Murghab è particolarmente deteriorata per quanto la mancanza di informazioni non consenta di fare un paragone proiettato indietro nel tempo: ciò che però conta è che presenza e ingerenza del potere ombra taliban siano manifesti nonostante l’allargamento della cosiddetta security bubble creata delle forze della Coalizione e Isaf.
Tra i tanti episodi in grado di definire la drammaticità della situazione, quello più recente è relativo alla punizione di una donna colpevole di essersi ribellata alla decisione paterna di essere data in sposa a un uomo anziano non gradito. Un caso, come tanti altri, in cui una donna è stata giudicata colpevole di disobbedienza al volere paterno – e di aver così disonorato la famiglia – da parte di una corte di giustizia taliban operante all’interno dell’area di Bala Murghab. Il fatto è avvenuto nella seconda metà di gennaio nel villaggio di Mangan, sobborgo esterno alla "bolla di sicurezza" e a circa venti chilometri a sud-ovest di Bala Murghab (lungo la linea di comunicazione "Lithium" e noto per l'attentato del 17 maggio contro gli italiani) che è stato oggetto di cruente battaglie ai più sconosciute; qui la punizione esemplare – frustata alla schiena – è stata somministrata pubblicamente alla condannata dietro l’ordine diretto del comandante taliban provinciale, un mujaheddin originario del Pakistan (verosimilmente dalle Fata) a capo del gruppo di taliban operativi nell'area di Mangan. Nonostante il fatto sia avvenuto in un luogo pubblico, al cospetto degli abitanti del villaggio, e abbia visto la partecipazione di numerosi taliban la polizia afghana non è intervenuta né, tantomeno, nessuno è stato arrestato o interrogato per il fatto. Le forze di sicurezza e il rappresentante locale del governo non hanno avuto percezione di quanto stesse accadendo o, più verosimilmente, non hanno avuto gli strumenti né l’interesse per poter reagire a un fatto che, grave nel suo complesso, mette in mostra l’estrema precarietà di una situazione che se dal punto di vista delle forze di sicurezza è di «stallo dinamico», sul fronte insurrezionale offre stimoli per proseguire una lotta proiettata avanti nel tempo e sostenuta da una significativa parte della società afghana, quella rurale.
Bala Murghab è un luogo come tanti altri in Afghanistan ma che richiama la nostra attenzione verso un concreta minaccia ogni giorno sempre più preoccupante.

20 febbraio 2011

martedì 26 ottobre 2010

Attacco all'Unama: Herat sempre più insicura?

Abstract
Saturday the 23rd, a Suicide Commando Improvised Explosive Device (Scied) attacked the United Nations compound in Herat city with rocket-propelled grenades, crashed a Suicide vehicle born improvised explosive device (Svbied) and attempt to detonate suicide vests hidden under burqas. It is not important the military results (no serious damages reported, only two Afghan policemen injured) but the political message launched by the insurgents: Talibans are able to hit everywhere and everyone in accordance with the Al-Faath operation’s goals. United Nations represents a symbol, a political objective, because authorized the United States to invade the Islamic Emirate of Afghanistan nine years ago causing thousands of innocent victims.
Herat is considered a safe area, without a strong presence of Talibans or insurgency activities: a place far away from the front line. But Talibans and armed opposition groups are moving to the places where the Coalition Forces are transferring the responsibility to the Afghan government: Herat will be probably the first province of the list. International Community, Isaf and Coalition forces will not be able to contrast the Taliban's offensive, both social and military; the result is the clear intent to pass to the transfer of authority' strategy, or «Afghanization» of the conflict. Herat doesn’t represent the new front line, but the old one expanding from south-east to north-west.

Che cosa succede a Herat, una delle province più tranquille dell’Afghanistan?
L’offensiva che i taliban hanno avviato nella primavera del 2010, denominata Al-Faath (la Vittoria), volge al termine con un bilancio decisamente positivo per i mujaheddin del mullah Omar e lascia la Coalizione occidentale in una situazione che non trova definizione migliore di «stallo dinamico»: una condizione di movimento delle truppe sul terreno ma senza la reale possibilità di controllo del territorio né, fattore decisamente più interessante, di contrasto all’avanzata dei taliban sui piani militare e sociale. I fatti lo stanno dimostrando ormai da molto tempo.
A maggio di quest’anno i taliban, annunciando di voler colpire su tutto il territorio del Paese, hanno voluto indicare anche gli obiettivi che sarebbero rientrati nei piani di guerra, tra questi anche «consiglieri stranieri, spie che si spacciano per diplomatici, … contractor delle compagnie di sicurezza straniere e locali, … e tutti coloro che lavorano per gli occupanti». Una dichiarazione di intenti che non ha tardato a mostrare le reali capacità operative di un’insorgenza sempre più fenomeno sociale e non limitata a poche e circoscritte frange radicali: azioni mordi e fuggi, imboscate, ordigni esplosivi improvvisati (Ied), uccisioni mirate, sabotaggio delle vie di comunicazione militari e, infine, i tanto temuti attentati suicidi.
L’operazione militare contro la base della missione Unama compiuta a Herat da un commando suicida (Scied, Suicide Commando Improvised Explosive Device) sabato 23 ottobre rientra in questo quadro. Quattro martiri (Shuhada, pl.), supportati dal fuoco delle armi portatili, dal lancio di razzi e anticipati da un attentatore suicida alla guida di un veicolo carico di esplosivo (Svbied, suicide vehicle born improvised explosive device), hanno tentato di entrare al’interno del compound delle Nazioni Unite per portare a temine un’operazione spettacolare. Operazione parzialmente riuscita poiché, al di là dei limitati danni materiali (danneggiamento dell’infrastruttura, distruzione di alcuni veicoli e ferimento di due poliziotti afghani), l’attenzione mediatica si è immediatamente concentrata su quella che probabilmente è la più tranquilla delle grandi città dell’Afghanistan, Herat.
L’obiettivo colpito è di natura politica, come ha dimostrato la stessa rivendicazione dei taliban giunta puntualmente attraverso uno dei suoi portavoce, Qari Yousuf Ahmadi: «l’edificio dell’Unama è stato colpito perché le Nazioni Unite, macchiandosi di un crimine, hanno autorizzato l’invasione dell’Afghanistan nove anni fa; invasione che ha portato alla morte di migliaia di innocenti afghani dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan».
L’operazione militare è, dunque, un chiaro messaggio politico: «i taliban possono colpire sempre, ovunque e chiunque»; al tempo stesso si tratta di una risposta concreta alle intenzioni dichiarate dalle forze della Coalizione di avviare, proprio dalla provincia di Herat, il «passaggio di responsabilità» al governo afghano che, detto in altri termini, sarebbe il processo di «afghanizzazione» del conflitto che preannuncia lo sganciamento da un impegno militare sempre più oneroso e poco sostenuto da un’opinione pubblica occidentale distante e indifferente. Quello che verosimilmente avverrà nel futuro prossimo sarà un passaggio di responsabilità dalle amare conseguenze, tanto scontate quanto inevitabili, per la popolazione afghana ma necessarie per un occidente non in grado di tenere il fronte.
Contrariamente a quanto ho letto di recente, Herat non è il nuovo fronte dell’offensiva taliban, è il vecchio fronte che si è allargato.

26 ottobre 2010

lunedì 18 ottobre 2010

Stallo dinamico, comprehensive counterinsurgency e revisione della strategia in Afghanistan

Progresso militare ed effettiva governance: è ciò che manca ai due presidenti, Obama e Karzai, sempre più impegnati nella definizione di una revisione della strategia e nell’avvio, l’uno in sostegno all’altro, di una soluzione politica di compromesso.
In questo momento la sconfitta militare dei taliban è quanto di più lontano ci possa essere dalla realtà. Un obiettivo irrealistico. Periodici surge militari, offensive risolutive annunciate e mai avviate, costruzione di bolle di sicurezza poco più che simboliche, azioni nominali di pattugliamento, rinuncia de facto al controllo del territorio: questi sono i tristi risultati all’inizio del decimo anno di guerra in Afghanistan.
Rinuncia al tentativo di riconquista dell’Afghanistan e alla riduzione del potenziale offensivo dell’insorgenza dunque.
«Non è una battaglia convenzionale», sostiene Petraeus, «è un lento progresso in cui a ogni passo in avanti può seguirne uno indietro». Eppure, quello che appare evidente in questa guerra delle percezioni è che abbiano ormai vinto i taliban. E questo è avvenuto semplicemente perché non hanno perso, sono sopravvissuti all’impegno militare internazionale, si sono radicati sul territorio, con il tempo sono stati assimilati dalla società rurale pashtun che li ha accettati, o subiti. Un dinamismo statico che non ha portato a espugnare i cuori e le menti degli afghani, sempre più spinti, volenti o nolenti, verso il sostegno all’insorgenza o comunque lontani dalle istituzioni dello Stato di Karzai; ciò ha portato a guardare al dialogo tra afghani come unica soluzione, un’alternativa in grado di muovere verso qualcosa di concreto. La reintegrazione dei combattenti di basso-medio livello è avvenuta in maniera troppo limitata, a macchia di leopardo, e questo non ha consentito di ottenere aree omogenee libere dall’insorgenza; chi ha deposto le armi è stato ben presto sostituito da nuove reclute, altri gruppi di mujaheddin radicali della nuova generazione.
Ho sempre riconosciuto la bontà della dottrina counterinsurgency (Coin) e le grandi capacità militari del generale Petraeus, e prima di lui del generale McChrystal, nel saper sfruttare al massimo le poche – sebbene non pochissime – risorse a disposizione. Ma questo è lo strumento militare che da solo non può essere la soluzione a un problema che militare non è. L’approccio olistico è quello che finora è mancato mentre unicamente politica è la via su cui si è deciso di puntare in extremis, seppur navigando a vista. Costruzione dello Stato, definizione di un ruolo per la società civile, ripristino di un’economia nazionale nel rispetto di quelle locali e della microeconomia: nulla di tutto ciò è avvenuto se non settorialmente e in maniera parziale.
Se fino a qualche mese fa le alternative potevano essere sostanzialmente due:
1. processo a lungo termine: conquistare i cuori e le menti degli afghani, avviare un processo di «costruzione dello Stato», sviluppo economico e infrastrutturale, costruire un esercito davvero nazionale;
2. exit strategy a breve-medio termine: compromesso politico basato sulla «condivisione del potere» coi i gruppi di opposizione, trasferimento di autorità verso le forze governative e «arroccamento territoriale» da parte dello Stato afghano;
oggi si corre il rischio di veder sempre più ridursi il margine di manovra per poter optare tra l’una e l’altra via di uscita.
Non è questione di numeri, ma di strategia. Fino ad ora si è cercato di raggiungere gli obiettivi a lungo termine con sforzi parziali e non coordinati; è tempo di revisione, ed è necessario comprendere che più passa il tempo, maggiori sono i vantaggi per la cosiddetta insorgenza, l’opposizione armata dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan.
A livello militare vi sono molteplici fattori di criticità, primo dei quali è il conflitto interno agli stessi vertici di comando. Il generale James Jones, consigliere per la sicurezza nazionale, lascerà il suo incarico all’inizio del 2011, non appena presentata la revisione della strategia per l’Afghanistan e poco prima che lasci anche il segretario alla difesa Robert Gates. Le decisioni di Obama sono state spesso criticate a seguito dell’annunciato ritiro del 2011 – a ragione – e i conflitti interni alla classe dirigente, politica e militare, non hanno fatto che aumentare i dubbi sulla convinzione alla base della nuova strategia – vedi l’«auto-licenziamento» di McChrystal – che tra poche settimane, a dicembre, verrà presentata, rivista e adeguata ai, pochi, risultati ottenuti negli ultimi dodici mesi. Una strategia che, senza ormai troppe remore, abbraccia con favore tanto la reintegrazione dei combattenti di medio-basso livello che la riconciliazione tra il governo afghano e i vertici politici del movimento taliban. Dunque dalla «comprehensive counterinsurgency» al «comprehensive agreement».
Non esiste uno Stato efficiente, né una burocrazia funzionante, né tantomeno un esercito pronto: sì, è il momento del compromesso. Una soluzione accettabile per entrambe le parti e che comprenda un’ormai inevitabile spartizione del potere, nella migliore delle ipotesi. Attendere ancora e puntare su improbabili e temporanei successi militari potrebbe invece portare a una posizione di ulteriore svantaggio che, col tempo, non potrebbe che ottenere soluzioni ben peggiori, come la concessione ai taliban di intere porzioni del Paese che porterebbero, come naturale conseguenza, a conflitti etnici di ampia portata e, dunque, ulteriore instabilità regionale.
Già nell’aprile del 2010, di fronte al National Security Council statunitense, il generale McChrystal aveva evidenziato come le forze di sicurezza afghane non fossero in grado di assumere la responsabilità di porzioni del territorio afghano. Petraeus ha confermato che la strategia, basata sul principio del «clear, hold, build and transfer» si è ridotta, nella pratica, al «clear, hold, hold and hold».
Sostenere che la strategia non stia raggiungendo gli obiettivi dichiarati è quasi scontato, ma stabilire date a breve termine è un forte indicatore di probabile insuccesso. In questo contesto, male ha fatto l’Italia a insistere sulla data del 2011 per un poco responsabile passaggio di responsabilità alle autorità afghane. Annunciare la data del ritiro equivale a fornire una ragione in più al nemico per continuare a combattere, tanto più se il 2011 è oggi.