Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

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martedì 23 settembre 2014

Afghanistan: l’instabilità politica che avvantaggia l’Emirato islamico dei taliban


di Claudio Bertolotti




L’8 agosto, il segretario di Stato Americano John Kerry ha incontrato il presidente uscente dell’Afghanistan Hamid Karzai e, in separata sede, i due contendenti alla poltrona presidenziale – Ashraf Ghani Ahmadzai e Abdullah Abdullah –, attori protagonisti di un’anomala competizione elettorale che vedrà entrambi gli antagonisti uscirne vincitori, comunque sia l’esito del (ri)conteggio dei voti.
E se, da un lato, Karzai dichiara che il ritardo nella proclamazione del suo successore non può che nuocere alla sicurezza del paese, dall’altro, Kerry preme per una soluzione negoziale in tempi brevi: dunque convergenza di opinioni, almeno nelle parole.
Due i fattori dinamici di quest’ultimo periodo: la denuncia di brogli elettorali avanzata da Abdullah – fortemente intenzionato a non desistere dal rifiutare il riconoscimento dei risultati elettorali –, e la soluzione di compromesso di “unità nazionale” da più parti auspicata, benché non in linea con l’espressione democratica dell’elettorato afghano.
Ghani e Abdullah hanno giocato entrambi la carta del ricatto dell’instabilità politica e paventato, più o meno indirettamente, il rischio di una guerra civile obbligando gli Stati Uniti ad assumere la responsabilità del mediatore. Washington è così divenuta testimone di un accordo già definito (ma non per questo certo o stabile), proponendosi alla Comunità internazionale come interlocutore capace di far aderire i due candidati a un accordo preliminare per la spartizione del potere che, nelle intenzioni, dovrebbe sbloccare l’imbarazzante empasse.
Ghani e Abdullah hanno così siglato un accordo preparatorio di power-sharing basato sull’istituzione del ruolo – non contemplato dalla Costituzione afghana – di "Chief Executive Officer", CEO, soggetto co-responsabile e coordinatore chiamato a esprimersi nel merito di decisioni importanti. Il testo di tale accordo, non rilasciato formalmente dai due firmatari, è stato diffuso attraverso i social-network dai due gruppi di sostegno ai candidati e inviato via e-mail, dal Dipartimento di Stato americano, alle principali agenzie di stampa.
Un accordo e una tempistica sui generis che hanno contribuito ad aumentare la confusione tra gli afghani e in un’opinione pubblica internazionale pur distratta da altri conflitti oggi al centro dell’attenzione mass-mediatica. E l’Afghanistan è ormai una realtà marginale, sul piano mediatico e all’interno di cancellerie occidentali sempre più impegnate da una crisi economica dai preoccupanti risvolti sui piani politico-sociali interni.
Sulla base di tale accordo, che sul piano tecnico prevede procedure condivise di validazione e annullamento dei voti, l’Afghanistan's Independent Election Commission (IEC) ha annunciato l’adozione dei criteri di scrutinio elaborati con il contributo delle parti e formalizzati dalle Nazioni Unite – un’intesa estremamente fragile che entrambi i contendenti potrebbero rigettare unilateralmente in qualsiasi momento, come dimostra l’atteggiamento tutt’altro che conciliante del candidato Abdullah.
Tra le procedure concordate vi sono la definizione delle tempistiche di scrutinio di tutte le circa 23.000 urne elettorali, la verifica dei sigilli e delle schede in esse contenute e, a seguire, il ri-conteggio, l’accettazione o l’invalidamento di ogni singolo voto alla presenza dei rappresentanti di entrambi gli schieramenti, delle Nazioni Unite, del personale dell’IEC, di osservatori nazionali e stranieri, e giornalisti. Il tutto in aderenza a quanto espresso nell’Articolo 58 della legge elettorale afghana, sebbene non sia ancora definito il criterio di  invalidamento delle schede ritenute “non regolari” (20 agosto), così come sono indefiniti i criteri di validazione.
Via comunque, sotto la supervisione delle Nazioni Unite, al nuovo conteggio delle schede elettorali, al termine del quale si saprà il nome del successore di Karzai. Ma di conteggio molto lento e difficoltoso si tratta poiché, ancora nella seconda metà di agosto, gli stop-and-go si sono alternati ripetutamente a causa delle dispute sull’interpretazione delle regole da applicare.
Cosa dovrebbe accadere al momento della proclamazione del nuovo presidente della repubblica afghana?
In base agli accordi, il vincitore sarà proclamato Presidente; a lui toccherà formare un governo di unità nazionale. Un governo che seguirà, nella sostanza, alcuni principi condivisi tra i gruppi di potere che hanno aderito alla soluzione di compromesso e che l’Afghanistan Analysts Network ha così sintetizzato:
1.    sviluppo di un programma di riforme in tutti i principali ambiti: sicurezza, governance, giustizia, servizi, sviluppo economico;
2.    modifica della Costituzione e creazione della figura di Executive Prime Minister (entro due anni);
3.    introduzione immediata, tramite decreto presidenziale, della figura del Government Chief Executive Officer, in previsione dell’introduzione dell’Executive Prime Minister;
4.    creazione della figura di “Capo dell’opposizione”, scelto dal non vincitore;
5.    distribuzione condivisa e bilanciata delle cariche istituzionali più importanti e di quelle subordinate, da parte del Presidente e del Capo dell’opposizione: sicurezza nazionale, economia, agenzie governative indipendenti;
6.    passaggio progressivo dai precedenti vertici statali a quelli del nuovo establishment (periodo transitorio di 90 giorni);
7.    adozione, entro un anno, di una riforma del sistema elettorale.
Principi, da più parti auspicati ma non comunemente condivisi poiché le due fazioni discordano su importanti elementi che richiedono un’ulteriore fase negoziale. Questi gli interrogativi:
a.    Deve esserci un unico CEO (proposta di Ghani) oppure a questi deve essere affiancata la figura del Capo dell’opposizione (posizione di Abdullah)?
b.    Il CEO e i suoi collaboratori guideranno il consiglio dei ministri (Abdullah) o sarà un onere del Presidente (Ghani)?
c.    Il CEO sarà rappresentato da un suo incaricato al vertice del National Security Council (o in alternativa avrà voce in merito alla nomina del National Security Adviser) (Abdullah) oppure questa rimarrà una prerogativa del presidente (Ghani)?
Anche in questo caso una forma di soluzione di compromesso pare essere a portata di mano, ma i dettagli tardano a essere resi pubblici, ingenerando ulteriori tensioni e confusione tra gli stessi addetti alla verifica elettorale, tra l’elettorato afghano e all’interno dei gruppi di potere; non sono mancate minacce di disobbedienza da parte di personaggi influenti, di attuali e aspiranti detentori di cariche pubbliche (in tale dinamica rientra l’emergere del formalmente pacifico “Movimento Verde-Green Trend” – sulla linea del “Movimento Arancione” ucraino – guidato dall’ex capo dei servizi di sicurezza Amrullah Saleh, al cui fianco vi è l’ex ministro degli Interni Hanif Atmar; entrambi emarginati sul piano politico da Karzai, ufficialmente perché non in linea con la politica di dialogo con il Pakistan).
L’inarrestabile avanzata dei gruppi di opposizione armata
Lo stallo politico si affianca alla mancata formazione dello stato afghano le cui forze di sicurezza nazionali riescono a garantire una funzionalità minima nelle principali aree urbane, ma non in quelle rurali e periferiche nelle quali le forme di autonomia locali si alternano alla capacità organizzative e di amministrazione  dei “governi ombra” dei taliban dell’Emirato islamico: forti sul piano militare, capaci su quello amministrativo.
Le forze di sicurezza internazionali di Isaf entro la fine dell’anno lasceranno il campo di battaglia propriamente detto all’esercito e alla polizia afghani e verranno sostituite dalle più esigue truppe, in prevalenza non combattenti, della Resolute Support Missione della Nato.
Ma i vuoti lasciati dalle truppe di Isaf e la mancanza di capacità delle forze di sicurezza afghane sono stati prontamente colmati dai gruppi di opposizione armata, taliban in testa.
Taliban che, sul piano militare, sono intenzionati ad avanzare.
Come già nel 2010, i taliban controllano alternativamente tre delle quattro direttrici principali che portano a Kabul, hanno ampliato la propria area di influenza e di presenza al di fuori della “terra di nessuno” sul confine afghano-pakistano, sono riusciti ad imporre la propria presenza fisica ben oltre i baluardi precedentemente tenuti dalle forze statunitensi e dell’Alleanza atlantica. Il livello di audacia e aggressività è aumentato, portando a un incremento delle azioni dirette e frontali condotte da unità consistenti; un’evoluzione importante, significativa, che si contrappone alle tecniche sino ad ora ampiamente utilizzate contro le forze straniere: colpiscono, con offensive dimostrative, azioni di “massa” (condotte da alcune centinaia di combattenti), come quelle recentemente registrate nell’area di Kandahar; ma non solo, anche Helmand e Nangarhar sono state teatro di questo cambio di strategia.
Un’ulteriore evoluzione della tattica di combattimento, in senso più “convenzionale”, che si è affiancata – non sostituendola – a quella asimmetrica degli attacchi suicidi, degli ordigni esplosivi (IED), delle imboscate “mordi e fuggi” e degli attacchi green-on-blue/insider-threat (nel merito, si ricorda la recente azione che ha portato alla morte del generale statunitense Harold Greene e al ferimento dei suoi collaboratori).
E, se da un lato l’attenzione mediatica e quella politica si sono concentrate su un processo elettorale estenuante, dall’altro i taliban hanno saputo approfittare della situazione andando a colpire in tutto il territorio, anche in quelle aree – come Herat, dove opera il contingente italiano – relativamente più tranquille; sebbene il sud-est continui ad essere il centro di gravità della strategia offensiva insurrezionale, così come è sempre stato. Un’offensiva che, con la fine del Ramadan (28 luglio), si è intensificata sul piano quantitativo, come dimostrato dagli attacchi di Sangin (provincia di Helmand) e Hesarak (provincia di Nangarhar); e ancora, l’attacco Logar del 17 agosto in cui una forza di oltre 700 taliban ha colpito un posto di controllo delle forze di sicurezza afghane. Queste azioni fanno parte di una serie di analoghi attacchi condotti nei giorni scorsi in altre province del paese: Helmand a sud, Nangarhar a est, Kunduz a nord, e ancora a Kunar.
Qualcosa sta cambiando sul campo di battaglia, ma in effetti sarebbe più corretto dire qualcosa sta continuando a cambiare poiché i gruppi di opposizione armata fin dall’inizio, e imparando dagli insuccessi, hanno adeguato le proprie tattiche in base alle contromisure adottate dalle forze di sicurezza internazionali. E lo hanno fatto molto più velocemente di quanto non siano riuscite a farlo le truppe della Nato.
Insomma, i taliban hanno dimostrato di essere capaci su tutti i livelli:
-       sul piano militare, riuscendo ad imporre una propria presenza in oltre l’80% del paese con una forza operativa stimata in 20-40.000 unità;
-       come su quello politico avendo imposto ritmi e dinamiche di un processo negoziale che aprirà loro l’accesso a forme di potere, formale e informale, nell’Afghanistan post-missione Isaf
-       e, ancor più, su quello mediatico poiché le loro azioni trovano spazio proprio sui media, nazionali e internazionali, dove viene amplificato.
Un copione che, sul piano tecnico-tattico, ricorda l’offensiva del 2006, quando unità consistenti di insorti colpivano obiettivi importanti come centri abitati o infrastrutture; ma allora c’erano i soldati delle forze internazionali a contrastare la minaccia, soldati che oggi sono stati sostituiti dalle esigue, mal equipaggiate e non adeguate truppe afghane.
Oggi manca il sostegno delle truppe della Nato, in particolare il supporto aereo e quello logistico; questo limita fortemente la capacità operativa e di reazione delle forze di sicurezza afghane – in particolare quelle schierate nelle aree più isolate del paese – inducendo, al tempo stesso, le comunità periferiche ad avviare programmi di auto-difesa, spesso autonomi, che implicano la comparsa di nuovi attori armati che, anziché contenerlo, aumentano il livello di conflittualità.
La Nato, come noto, trasformerà il suo impegno, da importante forza di “combattimento” a ridotto strumento di assistenza e addestramento per le forze di sicurezza afghane; un ruolo che sarà assunto dalla Nato non appena il successore di Karzai, entro il mese di settembre, avrà firmato l’accordo di sicurezza con gli Stati Uniti e con la Nato.
Breve analisi conclusiva
In un mondo sempre più interconnesso dove le conflittualità locali sono condizionate ed influenzate da spinte di natura globale, la violenza radicale che imperversa nel Vicino e Medio Oriente si sta espandendo a macchia d’olio; al di là dei risultati militari e delle manifestazioni violente e crudeli, ciò che deve preoccupare è la diffusione dell’ideologia, del suo veloce radicamento, del proselitismo di successo che anticipa, sì, l’accendersi della violenza ma che al contempo permane, indipendentemente dallo spostamento della linea del fronte di combattimento.
E un Afghanistan non stabilizzato è una terra di facile conquista per le ideologie radicali; come la storia recente del paese insegna.
I taliban di oggi non solo quelli di dieci o quindici anni fa, è vero. Ma potrebbero tornare ad esserlo in caso di contatto (reale o “virtuale”) con i gruppi radicali e fondamentalisti operativi in Iraq, o in Siria; anche in questo caso un copione già conosciuto.
Un fondamentalismo di ritorno a cui, il prossimo governo afghano dovrà porre un argine attraverso una soluzione di compromesso che preveda quel necessario power sharing – formale o informale questo poco importa – che conceda anche ai taliban (le cui finalità sono – al momento – di natura “nazionale” e non globale), e agli altri importanti gruppi di opposizione armata, l’accesso a forme di potere reale: questa è una soluzione accettabile, oggi certamente necessaria.

sabato 21 giugno 2014

Afghanistan: from elections to regional proxy conflict? (CeMiSS)

by Claudio Bertolotti


Afghan presidential elections took place on April, 5, despite Taliban threats to disrupt the electoral process. From the beginning the candidates Abdullah and Ghani were believed to have the best chance of winning the election; this assessment was confirmed by the results.
Reported high participation and frauds in Afghan elections. What does it means? Seven millions of voters but thousands of reports of irregularities.
In numbers, the Independent Electoral Complaints Commission has registered nearly 3,500 complaints, including 2000 having documents in support. 343 of 892 complaints classed a “Priority-A” had so far been investigated and the rest being probed. Afghanistan's Independent Electoral Complaints Commission report ballot boxes that had been quarantined due to fraud have to be investigated in the presence of national and international observers. It is improbable that it could change the result of the election, but it could postpone the next step of the electoral process, scheduled for the 28th of May, that will formalize the name of the next President of Afghanistan.
Regional debate on the future of the Afghan situation after 2014 is focusing on prospects for increased cooperation with Afghanistan and regional actors, in particular Iran.
The main part of the international forces are due to leave Afghanistan, ending a 13 years’ war against an apparently undefeated insurgency. The new mission, which will be formalized through the signature of Bilateral Security Agreement by the next President of Afghanistan, should start on January 2015 (Nato “Resolute Support Mission”).
NATO’s combat troops are scheduled to leave the country by the end of 2014. This is likely to have deep implications for Afghanistan and, in general, for South Asia also because tensions between Pakistan and India may intensify, if the Afghan political reconciliation process with the armed opposition groups fails.
It is assessed that there are four main factors that will contribute to the war-torn South Asian nation:
1. the number of international troops in the country after 2014,
2. the success of negotiations with the Taliban,
3. the results of the presidential elections,
4. the role of the regional countries in facilitating the reconciliation process.

In briefly.
NATO’s and Us forces remaining in Afghanistan from 2015 could be about 8,000-15,000 advisors/trainers and counterterrorism and special forces, the main part from the US. In general, from the security point of view, the situation in Afghanistan seems to be deteriorating and NATO troops will remain in a multifaceted war shaped by two pre-existing and overlapping conflicts:
one is the inter-ethnic conflict, the other is the regional conflict between India and Pakistan.
The Karzai government has held informal talks with Taliban since 2001, and has renewed peace efforts in recent years and in particular in recent months, perhaps to ensure Karzai leaves a legacy as he readies to hand over the leadership before the end of the year. Furthermore, it is not excluded that Karzai is negotiating with Taliban in order to protect his “family’s interests” and power in Kandahar area (this could confirm the decision to avoid his direct involvement in the signing of the Bilateral Security agreement with the Us).
Regarding the electoral process and the election of the next President of Afghanistan, the results will take time to be officially publicized, and Afghans are waiting to participate to the second part of the elections which will formalize the successor of the President Karzai: the former foreign minister Abdullah or the ex-finance minister Ashraf Ghani.
About the role of the regional countries, it is important to underline that if Afghanistan’s neighbors do not start to cooperate, competing desires for influence could decline into a bloody proxy war in the country. The risk is real but what is unclear, because of the overlapping interests of the main regional players (Pakistan, Iran, India and China) as well as the United States, is if a coherent regional common agreement will emerge. In general, regional dynamics are changing and the political and security future will depend on the strategic decisions taken by the new political leaderships in Iran, Pakistan, China, India and Afghanistan. The decade-long conflict between Pakistan and India for strategic influence and foothold in Afghanistan could further intensify. It is assessed that, in order to realize an “acceptable stability” in the country, on one hand India and Pakistan should start a realistic and pragmatic dialogue on their strategic objectives and, on the other hand, a regional consensus on an agreement has to be reached on how to include the Taliban in the existing political system.
Finally, preparing to withdraw its troops from Afghanistan by this year’s end, the US is now focused on connecting the economies of South and Central Asia.

 

venerdì 13 giugno 2014

Elezioni in Afghanistan. Chi sarà il successore di Hamid Karzai?

di Claudio Bertolotti
 

http://osservatorioiraq.it/analisi/elezioni-afghanistan-chi-sar%C3%A0-il-successore-di-hamid-karzai
Dal ballottaggio di sabato dipenderà il nome del successore di Hamid Karzai, il presidente uscente che lascia l’Afghanistan con non poche questione sospese. Prima tra tutte l’accordo di sicurezza bilaterale con gli Stati Uniti e, dunque, con la Nato.

Nato e Afghanistan
Un accordo vincolante per l’Alleanza atlantica poiché alla fine dell’anno scadrà il mandato delle Nazioni Unite per la presenza di truppe straniere su suolo afghano; presenza che, dal 2015, non sarà superiore alle 12 mila unità, un numero minimo per garantire la sicurezza delle basi strategiche, la capacità di intervento a livello regionale e un limitato supporto alle forze di Kabul.
E se sul fronte politico si impone l’attesa, sul piano della sicurezza le preoccupazioni trovano conferma nelle minacce talebane che, sebbene concrete, non hanno impedito al 58% degli elettori di esercitare il proprio diritto di voto al primo turno elettorale.
Nel complesso possiamo dire che le attuali elezioni sono più sentite di quanto non lo siano state le precedenti del 2009: circa il 50 % di elettori in più, di questi il 36 % donne. Un dato importante da leggere come segnale di fiducia nei confronti del processo elettorale, in contrapposizione all’alto livello di conflittualità socio-politica.
Zalmai Rassoul, il candidato sponsorizzato da Karzai, non ha ottenuto il successo elettorale sperato accontentandosi dell’11,5 % delle preferenze. Il suo ruolo, che non si esaurisce con l’esclusione dal ballottaggio, contribuirà a stabilizzare gli equilibri elettorali che vedranno coinvolti i due candidati rimasti in corsa: Abdullah Abdullah (ex ministro degli Esteri) con il 45 % delle preferenze e forte dell’endorsement di Rassoul, e Ashraf Ghani Ahmadzai (ex ministro delle Finanze) fermo al 31,6 %.

Abdullah contro Ghani
Entrambi i candidati in corsa hanno dichiarato che firmeranno l’accordo di sicurezza bilaterale.
Abdullah si aspetta di vincere; uno scenario che, imprevisti a parte, potrebbe realizzarsi.
Ma è difficile dire come si concluderà questo importante processo elettorale poiché, a fronte di un vantaggio significativo di Abdullah (almeno nei numeri) si contrappongono dinamiche politiche che poggiano su variabili linee di faglia di natura etnica, in particolare quelle dei gruppi pashtun che guarderebbero con maggior favore a Ghani – pashtun –, come alternativa ad Abdullah – metà pashtun e metà tagico.
E infatti, a pochi giorni dalle elezioni, i colpi di scena non sono mancati con lo schieramento, a favore di Ghani, di Abdul Rahim Ayoubi, leader del partito Milate Mutahed a cui si aggiunge una serie di dichiarazioni di sostegno di alto profilo, dal vice-presidente Ahmad Zia Massud (il cui ruolo di leader tagico potrebbe prevenire conflitti di natura etnica), al partito dei giovani afghani Etelaf-e-Meli Nahj Naween, alle numerose manifestazioni di sostegno di alcuni importanti leader religiosi e, ancora, da una significativa parte dell’elettorato femminile. Insomma, sebbene Abdullah sia sulla carta il candidato dato per vincitore, i giochi sono tutt’altro che chiusi.
Quello che ci attende è un cambio alla guida dell’Afghanistan che non avverrà prima della fine dell’estate: le elezioni sono in calendario per il 14 giugno, i risultati finali saranno annunciati il 22 e la proclamazione avverrà non prima del 22 luglio, brogli elettorali permettendo. Già, perche il licenziamento di 5338 dipendenti della Commissione Elettorale indipendente accusati di frode ci ricorda, ancora una volta, l’endemico livello di corruzione del “sistema afghano”, che non sorprende ma induce una distratta opinione pubblica globale ad accettare il risultato finale, qualunque esso sia.

Riconcilizione con i talebani
Che vinca Abdullah o Ghani, è probabile che nel breve termine poco cambierà e l’Afghanistan permarrà in una condizione di equilibrio instabile; le problematiche da affrontare rimarranno le stesse, potrebbero però cambiare i ritmi della politica presidenziale.
A fronte di una condizione sociale insostenibile, il sostanziale fallimento dei progetti infrastrutturali e un’economia nazionale inesistente, la decisione al momento più impegnativa si sposta sul piano politico ed è incentrata sul ruolo dei gruppi di opposizione armata nel futuro assetto del paese.
Ghani, dimostrandosi pragmatico e flessibile, ha dichiarato di voler percorrere la via della riconciliazione con i talebani fin da subito, aprendo a una possibile spartizione del potere attraverso un processo di graduale “power sharing”.
Un’opportuna linea strategica che Abdullah, sebbene riluttante, sarebbe comunque costretto a seguire. È solo una questione di tempistiche poiché l’unica via strategica che porta fuori dall’empasse afghano passa attraverso il compromesso che, se da un lato apre le porte ai talebani – formalmente imbattuti sul campo di battaglia – dall’altro imporrà una parziale revisione dei diritti costituzionali.
Un prezzo da pagare che la Comunità internazionale, e con essa la Nato, ha ormai da tempo messo in conto pur di sganciarsi da un impegno non più sostenibile e ormai impopolare, a fronte dei risultati parziali, ma non del tutto negativi, ottenuti in tredici anni di guerra: una guerra comunque non vinta e ormai estranea all’interesse e all’attenzione mediatica internazionali.

lunedì 2 giugno 2014

L’Afghanistan alle urne: chiusa la prima tornata elettorale

di Claudio Bertolotti

Due candidati verso il ballottaggio
Il 5 aprile 2014 gli afghani sono ufficialmente andati al voto per eleggere il prossimo presidente della Repubblica islamica dell’Afghanistan: l’affluenza alle urne è stata riportata come buona-soddisfacente nei principali centri urbani, meno nelle aree periferiche e remote del paese.
Gli attacchi finalizzati a disturbare il processo elettorale portati a termine dai gruppi di opposizione armata sono stati alcune centinaia; poco più di duecento i seggi elettorali (su un totale di 6.400) chiusi per problemi di sicurezza.
Sebbene i media internazionali abbiano diffuso un messaggio rassicurante sugli sviluppi dell’importante esercizio elettorale, i numerosi casi di brogli da più parte denunciati – oltre la mancanza di trasparenza nelle procedure di verifica del voto e degli elettori effettivamente presentatisi alle urne – si sono aggiunti a un elevato livello di insicurezza generale.
A fronte di tale quadro, e nell’ottica di un disimpegno ormai prossimo da parte degli attori fino ad oggi impegnati nel difficile processo di stabilizzazione e transizione del paese, Stati Uniti e attori regionali proseguono nel guardare con favore all’ipotesi di un bilanciamento di poteri “adeguato” tra gruppi di potere pashtun e le altre minoranze.
Completata la fase di conteggio dei voti, Abdullah Abdullah (ex ministro degli esteri, metà tagico e pashtun) e Ghani Ahmadzai (ex ministro delle finanze, pashtun) saranno i due candidati chiamati a confrontarsi per l’accesso alla poltrona presidenziale in occasione del secondo turno elettorale che si svolgerà all’inizio della prossima estate. Infatti, come previsto, nessuno dei due ha ottenuto più del cinquanta percento dei voti; e ciò imporrà l’inevitabile ricerca di accordi negoziali tra le parti.
Zalmai Rassoul, pashtun apprezzato dai tagichi e sostenuto da Karzai, terza e potenziale incognita, potrebbe fare la differenza appoggiando l’uno o l’altro candidato (con buona probabilità Ghani).

L’eredità di Karzai
Si chiude, almeno sul piano formale, il ciclo politico di Hamid Karzai, l’uomo scelto dall’amministrazione statunitense dell’allora presidente Bush per sancire l’inizio del nuovo Afghanistan: un Afghanistan che si voleva pacificato, democratico, con uno Stato efficiente dal punto di vista dell’organizzazione amministrativa e che rispondesse a quelle che erano le priorità imposte da un’opinione pubblica globale ancora sotto shock dai tragici eventi dell’11 settembre 2001: ossia la fine di una guerra trentennale, lotta al terrorismo, diritti per le donne, accesso all’istruzione, democrazia.
Insomma, un Karzai che si è dimostrato politico capace, prima presidente ad interim e poi, per due mandati, eletto dal suo popolo; certo non sono mancate le accuse, e le conferme, di brogli elettorali, irregolarità, corruzione, ma questo non cambia la sostanza: Hamid Karzai è stato il presidente dell’Afghanistan e degli afghani senza soluzione di continuità per oltre un decennio.
Un politico certamente forte, di una forza garantita anche dagli equilibri di potere che è riuscito a costruire e a mantenere, ma anche poco trasparente, ambiguo: ricordiamo la riforma del nuovo codice penale, con le limitazioni ai diritti delle donne, il rifiuto alla firma dell’accordo di sicurezza bilaterale che è alla base di una permanenza di truppe straniere su suolo afghano dopo il 2014, e il coinvolgimento della sua famiglia nel business del narcotraffico. Insomma un presidente molto discusso.
Ma il merito più grande, questo è innegabile, è l’aver saputo dimostrare il coraggio di aprire alla collaborazione e al dialogo. A livello regionale, Karzai ha lavorato molto bene nell’instaurare ottime relazioni diplomatiche e commerciali con gli attori regionali: dall’Iran, alla Cina, al Pakistan, all’India, alle confinanti repubbliche ex-sovietiche.
Inoltre, ha saputo aprire un canale di comunicazione con i taliban, un dialogo più volte interrotto, che ancora non si sa dove porterà, ma pur sempre un dialogo che comunque vada a finire avrà posto le basi per una soluzione di compromesso, una soluzione tipicamente afghana di cui si sente il bisogno dopo gli ultimi tredici anni di guerra.

Gli sviluppi afghani dal punto di vista dei Taliban
Il 18 giugno di quest’anno verrà formalizzato il passaggio di responsabilità alle forze di sicurezza afghane.
I gruppi di opposizione armata, taliban per primi, stanno aspettando proprio quel momento per raccogliere i frutti di una guerra combattuta per più di tredici anni; e lo faranno da una posizione vantaggiosa, dimostrando di essere una minaccia concreta e imbattuta, avendo tenuto sotto scacco la più grande coalizione militare contemporanea. Proprio i taliban hanno dimostrato di essere capaci sul piano militare come su quello politico e, ancor più, su quello mediatico.
Lo scorso anno il leader dei taliban ha affermato che i mujaheddin non sono interessati al controllo dell’intero Paese, quanto piuttosto a dar vita a un "governo afghano inclusivo e basato sui principi islamici". Una chiara strategia di propaganda mediatica indirizzata all’opinione pubblica globale.
Ma, nel frattempo, è continuata senza soluzione di continuità l’offensiva militare, concentrata su obiettivi in prevalenza afghani: insomma, un’azione efficace e una capacità operativa che non presentano segni di cedimento.
Nel concreto, mancano dati attendibili sulle capacità esprimibili da un’insurrezione armata forte di circa 20-40.000 unità. Ma, sebbene molti osservatori ritengano che l’insurrezione nel suo complesso non rappresenti una minaccia strategica, è però vero che gli effetti strategici della resistenza hanno imposto un accelerazione del disimpegno afghano, imponendo tempi e priorità al lento processo negoziale che – nelle intenzioni di chi lo sostiene, Stati uniti in primis – dovrebbe portare a una soluzione di compromesso accettabile.
Non per questo l’azione offensiva insurrezionale parrebbe orientata a ridimensionarsi nell’intensità e negli effetti più manifesti. È una dimostrazione di forza continua e costante orientata a colpire le sedi del potere governativo locale e nazionale, le caserme militari e i posti di polizia, i seggi elettorali: insomma tutti i simboli di quello Stato afghano che la comunità internazionale ha cercato di sostenere nei tredici anni di impegno politico e militare.

Breve analisi conclusiva
Indipendentemente dai risultati elettorali, l’accesso a forme di potere (formale-informale) da parte dei taliban è una questione accettata dalla Comunità internazionale e dalla stessa Nato; ciò potrebbe portare a una spartizione territoriale de facto dell’Afghanistan dove a un Sud pashtun, posto sotto l’influenza taliban e sostenuto da Pakistan e Arabia Saudita, si contrapporrebbe un Nord eterogeneo, sostenuto dagli attori regionali antagonisti tra i quali certamente Iran, Russia, Cina. In tale quadro l’aspetto economico sarebbe il legante di questo probabile accordo tra le parti, e forse l’unica possibilità di stabilità potrebbe essere data dal compromesso di natura economica.
Una ipotesi di divisione, quella alla quale si è accennato che, sul lungo termine, porterebbe al riaccendersi di conflittualità allargate su base etnica.
In tale contesto, pur non cadendo nella semplificazione di un problema molto più complesso, i gruppi di potere politico ed economico afghani cercheranno di conservare le proprie prerogative garantendo gli equilibri di potere esistenti e consolidati, sebbene al contempo potrebbero spingere verso uno stato di conflittualità che si muove su linee di demarcazione etno-culturale ma che si alimenta di dinamiche ed equilibri di natura economica, e a questo si sommeranno indubbiamente gli interessi legati al florido mercato del narcotraffico (che, nonostante la presenza della Nato, non ha fatto che aumentare).
In sintesi, quella che si prospetta all’orizzonte è un’inquieta fase post-elettorale, anche a causa delle irregolarità e dei brogli che verranno denunciati; inoltre, lo stato di incertezza sarà amplificato da spinte multilivello verso gli accordi funzionali al secondo turno elettorale dove il candidato più accreditato, Abdullah Abdullah, potrebbe vedersi contrapposto a un’unica grande coalizione pashtun a sostegno di Ghani.
Molto dipenderà da come gli stessi pashtun nel sud del paese voteranno – e quanti voteranno –, anche in relazione alla forte influenza dei taliban in quella parte dell’Afghanistan.

lunedì 26 maggio 2014

2014: L’Afghanistan non è pronto ma l’Italia, con la NATO, resta in prima linea (CeMiSS)

di Claudio Bertolotti

 
L’Italia
Salvo improbabili inversioni di rotta, l’Italia manterrà il proprio contingente militare in Afghanistan unitamente agli altri alleati della NATO partecipanti alla nuova missione dell’Alleanza atlantica, la “Resolute Support Mission”.
Sul piano quantitativo sarà un impegno ridotto rispetto a quello degli ultimi dodici anni: non meno di 800 uomini, non più di 1.800 (sul totale di 10-15.000) impegnati, in particolare, nel delicato ruolo di “advisor” al fianco dei colleghi afghani; al nucleo di consiglieri si unirà una componente non secondaria di forze per operazioni speciali.
Un impegno, nel complesso, già pianificato sebbene nell’attesa di disposizioni più dettagliate che arriveranno da Bruxelles (NATO HQ) non appena Washington avrà definito l’entità e la natura della presenza di forze statunitensi su suolo afghano. Tutto ciò, sul piano formale e diplomatico, dipende da quando (essendo solamente una questione di tempi) il governo afghano (nella persona del nuovo presidente della repubblica) firmerà il tanto atteso Bilateral Security Agreement con gli Stati Uniti e, a seguire, con i partner dell’Alleanza atlantica.
Ciò che appare ormai evidente è l’efficace «ostruzionismo aggressivo» adottato da Karzai, deciso a non firmare alcun accordo con gli Stati Uniti; Stati Uniti che si sono formalmente rassegnati ad attendere l’esito delle elezioni presidenziali del 5 aprile prossimo per proporre al successore dell’attuale presidente della Repubblica islamica dell’Afghanistan un accordo politico-militare che consenta alle truppe straniere di garantire l’avvio della nuova missione.
Gli Stati Uniti
Dunque, nell’attesa di formalizzare l’impegno futuro, preparandosi comunque al peggio (il riferimento va all’«opzione zero», ossia il ritiro di tutti i soldati stranieri dal teatro afghano), gli Stati Uniti propendono per un approccio diplomatico energico predisponendo una via di uscita supplementare dal pantano afghano che possa essere posta sul tavolo negoziale al quale siederà il successore di Karzai.
Data la condizione di stallo dinamico dove gli attori in scena mostrano intenzioni più formali che sostanziali, è logico valutare come altamente improbabile da parte degli Stati Uniti un ritiro totale che comporterebbe una rinuncia agli strategici vantaggi derivanti da una presenza a lungo termine in Asia meridionale; ma ciò che emerge è un nervosismo diffuso alimentato da una frustrante politica del braccio di ferro psicologico a cui l’attuale governo afghano pare non intendere porre fine.
A febbraio, dopo mesi di resistenze e disaccordi tra Washington e Kabul, il presidente Obama ha chiamato ufficialmente l’omologo afghano – la prima telefonata tra i due leader dal giugno del 2013 – comunicando di aver ordinato al Pentagono di studiare un piano di ritiro totale delle truppe dal teatro afghano entro la fine del 2014: una decisione presa ufficialmente dalla Casa Bianca, un atto formale ritenuto necessario e imprescindibile per l’amministrazione statunitense.
Al di là della scelta di forza dall’ampio effetto politico e mediatico, gli Stati Uniti lasceranno comunque un contingente militare ridotto anche dopo il termine della missione “combat” della NATO che avverrà a dicembre di quest’anno a conferma di un impegno preso con l’Afghanistan – e questo indipendentemente dalla firma dell’accordo; un impegno che ci si aspetta verrà confermato dal successore di Karzai, il soggetto su cui si riversano le speranze di una ripresa formale del dialogo tra i due alleati.
Anticipando la discussione dei ministri della difesa dell’Alleanza atlantica di febbraio, il presidente Obama ha così minacciato e predisposto formalmente la pianificazione del ritiro quasi completo delle forze armate statunitensi dall’Afghanistan. In particolare, la specifica richiesta fatta al Pentagono è orientata a garantire l’esecuzione di un completo ed efficace ritiro di tutte le truppe entro la fine del 2014 e, al contempo, la capacità – previa firma del BSA da parte del successore di Karzai – di mantenere una presenza minima capace di sostenere una missione di «training», «advising» e «assisting» a favore delle forze di sicurezza afghane e condurre, parallelamente, operazioni mirate contro elementi residui di Al-Qa’ida. Ciò che complica la realizzazione di tale intendimento è che più in avanti nel tempo viene procrastinata la firma del BSA più ridotto potrebbe essere l’impegno statunitense (e della NATO) nel sostegno all’esercito e allo stato afghani.
Una scelta politica, quella di Obama, che ha anticipato l’importante incontro dei vertici militari statunitensi, il generale Martin Dempsey, chairman del Joint Chiefs of Staff, e il Segretario alla Difesa statunitense Chuck Hagel; un incontro preparatorio alla strategia poi presentata al summit della NATO di Bruxelles il 26 febbraio scorso e orientata allo sforzo comune per la formalizzazione del BSA.
Commentando la decisione di Obama, il generale Dempsey ha affermato che la pianificazione dell’impegno in Afghanistan a partire dal 2015 è certamente importante, così come è importante il lavoro che al momento viene condotto e deve essere portato a termine, in particolare l’attività “advising” a favore delle forze di sicurezza afghane e il contributo alla sicurezza delle elezioni presidenziali di aprile.
Sul piano politico e diplomatico, gli Stati Uniti hanno confermato ancora una volta di voler sostenere la sovranità di uno stato afghano stabile, unito e democratico attraverso una partnership basata sul principio del mutuo rispetto e collaborazione.
Infine, la NATO
Gli Stati Uniti insistono anche sul piano delle relazioni internazionali; lo fanno chiedendo ai partner della NATO di fare fronte comune nei confronti del governo afghano in merito al BSA. E gli alleati, sposando la linea politica di Washington, hanno annunciato di voler pianificare il ritiro anticipato delle proprie truppe in assenza dell’accordo con Kabul (Bruxelles, 2014). Una vittoria, scontata, dell’amministrazione statunitense che è riuscita così ad aumentare la pressione sul presidente uscente nell’attesa del suo successore.
Nel merito, il rappresentante permanente degli Stati Uniti presso la NATO, l’ambasciatore Doug Lute, ha insistito sulla situazione politica e la sicurezza in Afghanistan (in particolare il livello di capacità operativa delle forze di sicurezza afghane – al momento incapaci di operare in autonomia al fine di contrastare il fenomeno insurrezionale –), e sull’opportunità di proseguire con la missione della NATO, nonostante il ritardo nella firma del BSA e l’attuale assenza di uno Status of Forces Agreement che dia la copertura legale alla presenza di truppe straniere su suolo afghano.
L’ambasciatore Lute, in tal senso, ha chiesto ai ministri della difesa della NATO di valutare la situazione della sicurezza in Afghanistan proprio alla luce degli sviluppi in corso delle forze di sicurezza afghane e dell’importanza della nuova missione finalizzata proprio ad aumentare le capacità operative e organizzative delle forze armate di Kabul. Tutto ciò potrà essere realizzato, ha ribadito Lute, solo ed esclusivamente a seguito della formalizzazione del BSA, già approvato dalla maggioranza dei «notabili» afghani partecipanti alla tradizionale Loya Jirga (organo consultivo non istituzionale voluto dal presidente Karzai) tenutasi il novembre scorso a Kabul ma rimasto inascoltato da un Karzai sordo, da un lato, agli appelli della Comunità internazionale e impegnato, dall’altro, in un dialogo con i taliban.
Anche i ministri della difesa dei paesi NATO hanno riaffermato, nella consapevolezza di un nuovo e necessario impegno comune dell’Alleanza atlantica nell’Afghanistan post-2014, l’importanza di un accordo formale con il governo di Kabul; un accordo che deve concretizzarsi con la firma del BSA: un atto politico, conditio sine qua non, da realizzare prima della chiusura dell’International Security Assistance Force (ISAF), pena il ritiro immediato dei contingenti militari.
Dunque, almeno a parole, anche la NATO si starebbe preparando per il ritiro completo delle proprie unità schierate sul campo di battaglia afghano; una scelta in contrasto con il principio di opportunità strategica ma, come noto, l’ars diplomatica è fatta anche di bluff e azzardi politici.
E infatti, a fronte del vivace dinamismo da parte dell’Alleanza atlantica, sul fronte istituzionale afghano il portavoce del presidente, Aimal Faizi, ha confermato che Karzai non ha posto tra le priorità nell’agenda di governo la firma dell’accordo bilaterale sulla sicurezza poiché al momento impegnato nel tentativo di riconciliazione con i taliban.
La presa di posizione della NATO è stata formalizzata alla chiusura del meeting di Bruxelles, due giorni dopo la chiamata di Obama a Karzai e l’annuncio della predisposizione da parte del Pentagono di un piano di ritiro totale. Ma è improbabile che tale ipotesi possa trovare realizzazione pratica; e infatti, il Segretario di Stato Chuck Hagel e il Segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen hanno precisato che confidano comunque nella firma dell’accordo da parte del successore di Karzai. Dunque tutto è rinviato al dopo elezioni di aprile.
Breve analisi conclusiva
Sul piano formale, lo scoglio principale rimane dunque la firma del BSA tra Washington e Kabul a cui seguirà naturalmente quello tra Kabul e la NATO.
Tutto lascia supporre che, sebbene con notevole ritardo rispetto all’agenda statunitense, l’accordo possa essere firmato dal nuovo esecutivo prima dell’estate, spostando semplicemente sul piano temporale l’applicazione concreta di un necessario accordo politico. Nella peggiore delle ipotesi, qualora nessun candidato alla poltrona presidenziale dovesse ottenere la maggioranza schiacciante, l’accordo potrebbe essere concluso anche nel tardo autunno o all’inizio dell’inverno: tardi per consentire un disimpegno razionale e sostenibile, sia dal punto di vista logistico-operativo, sia su quello economico.
È dunque evidente che Karzai non vuole compromettersi; così come è evidente che stia facendo il possibile per evitare di chiudere l’esperienza di governo con un accordo che, da un lato, legherebbe il suo nome a quello degli Stati Uniti (e alla presenza di truppe straniere) e, dall’altro impedirebbe qualunque accordo di compromesso (anche personale e familiare) con i principali gruppi di opposizione armata (taliban in primis).
Comunque sia, chiuso il capitolo “Karzai”, si aprirà una nuova fase politica afghana; difficile dire quanto differente sarà da quella in fase di conclusione e quanto potrà durare: anche in questa occasione i tempi afghani hanno prevalso sulla logica strategica e sulla razionale volontà organizzativa occidentale.

mercoledì 2 aprile 2014

Elezioni afghane: Le urne di Kabul alla sfida della governabilità




di Claudio Bertolotti

L’Afghanistan è ufficialmente pronto per le presidenziali del 5 aprile: 6.431 i seggi elettorali dichiarati “sicuri” sul totale di 6.845. La realtà è però lontana dall’immagine che si vorrebbe trasmettere: la sicurezza delle aree periferiche non è garantita, l’organizzazione elettorale procede a rilento, il numero di cittadini iscritti al voto è ridotto e ancora più limitata sembra essere la partecipazione femminile.
Tutte premesse a una situazione instabile a cui si accompagnano gli infruttuosi “dialoghi politici” con i gruppi di opposizione armata e i tentativi di revisione (e riduzione) dei diritti costituzionali - in particolare quelli delle donne chiesta dalla Comunità internazionale per convincere i gruppi insurrezionali ad accettare una soluzione negoziale (argomento a cui i media daranno scarso risalto, ma che la stessa Comunità internazionale ha messo in conto).
 
Karzai a colloquio con i taliban
Stati Uniti e attori regionali guardano con favore a un “balance of power” tra i gruppi etno-religiosi afghani: un bilanciamento “adeguato” tra gruppi di potere pashtun e le altre minoranze.
Hamid Karzai, sospeso il dialogo formale con Washington, ha avviato un intenso colloquio con i taliban. Non è esclusa un’intesa volta a preservare gli equilibri di potere nell’area di Kandahar, dove i Karzai mantengono interessi politici ed economici.
Sul fronte opposto, i taliban contrasteranno con la forza le elezioni in quanto “illegittime” e “anti-islamiche”: una minaccia che, guardando al recente passato, contribuisce ad aumentare il livello di preoccupazione.

Pashtun e tagichi
I pashtun, gruppo predominante al sud e all’est, storicamente al potere in Afghanistan e sostenuti dall’esterno dal Pakistan, si muovono attraverso linee di demarcazione etno-culturale. In particolare, il gruppo dei “Durrani” di Kandahar (del quale fa parte la stessa famiglia Karzai) ha avviato una “collaborazione inter-etnica” per ridurre la dispersione di voti e aumentare la possibilità di accesso di un proprio candidato alla presidenza. Tra Qayum Karzai (fratello dell’attuale presidente), Gul Agha Sherzai, Muhammad Nader Na’im e Zalmai Rassul, la scelta è ricaduta su quest’ultimo, nonostante un primo orientamento su Qayum Karzai (ritiratosi dalla competizione in favore di Rassul: difficile non immaginare un ruolo attivo di Hamid Karzai in tale scelta razionale).
Tra i tagichi, l’importante gruppo etnico e di potere antagonista ai pashtun, presente prevalentemente a nord e a ovest del paese e sostenuto da alcuni attori regionali (tra i quali Iran, Russia e Tajikistan), gli equilibri sono recentemente mutati con la scomparsa di Muhammad Qasim Fahim, l’influente signore della guerra anti-taliban, nonché vice-presidente dell’Afghanistan e garante del sostegno a Karzai da parte delle comunità del nord. Fahim era destinato a giocare un ruolo importante nell’Afghanistan post-elettorale; una scomparsa che lascia spazio di manovra a un altro influente tagico: Ismail Khan, anche lui potente signore della guerra, già governatore di Herat e candidato vice-presidente nella lista di Sayyaf, uomo capace di accendere gli animi inquieti di quella componente tagika indisposta al “dialogo” con i taliban.

Abdullah e Ghani favoriti
Nel complesso, oltre la metà degli elettori è disposto a sostenere un candidato disponibile al dialogo con i gruppi insurrezionali ed auspica la vittoria di un soggetto propenso alle buone relazioni con il Pakistan; 60%  guarda con favore a relazioni durature con gli Stati Uniti. A pochi giorni dall’appuntamento elettorale, l’interesse dell’opinione pubblica è aumentato, sebbene vi sia almeno un terzo di elettori indecisi o potenziali non votanti.
 
Dunque, quale il futuro politico dell’Afghanistan?
È probabile che nessuno dei candidati otterrà più del 50% cento dei voti; ciò imporrà accordi negoziali tra le parti e con quelli che potrebbero essere gli esclusi dalla seconda tornata elettorale.
Abdullah Abdullah, l’ex ministro degli Esteri, metà tagico e metà pashtun, e Ashraf Ghani Ahmadzai, ex ministro delle Finanze di etnia pashtun, sono dati per favoriti: il primo in grado di raccogliere il consenso dell’elettorato tagico e di quello, seppur limitato, femminile, il secondo più convincente per quello di estrazione urbana.
E Zalmai Rassoul, ministro degli Esteri uscente, pashtun apprezzato anche dai tagichi, rappresenta la terza potenziale incognita, anche grazie al sostegno di Qayum Karzai.
Poche speranze rimangono per gli altri concorrenti, il cui ruolo potrebbe riservare qualche sorpresa in occasione del secondo turno elettorale: Abdul Rab Rassul Sayyaf e Gul Agha Sherzai.
Nel complesso, date le premesse, è facile prevedere un’inquieta fase post-elettorale a causa delle irregolarità e dei brogli che verranno denunciati. Dato per scontato che un’unica coalizione politica non riuscirà a prevalere, lo stato di incertezza sarà amplificato dalle dinamiche multilivello che spingeranno ad accordi in vista del secondo turno elettorale dove il candidato più accreditato, Abdullah Abdullah, potrebbe vedersi contrapposto a un’unica grande coalizione pashtun.
Molto dipenderà da come gli stessi pashtun nel sud del paese voteranno – e quanti voteranno –, anche in relazione alla forte influenza dei taliban in quella parte dell’Afghanistan.