Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

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venerdì 13 giugno 2014

Elezioni in Afghanistan. Chi sarà il successore di Hamid Karzai?

di Claudio Bertolotti
 

http://osservatorioiraq.it/analisi/elezioni-afghanistan-chi-sar%C3%A0-il-successore-di-hamid-karzai
Dal ballottaggio di sabato dipenderà il nome del successore di Hamid Karzai, il presidente uscente che lascia l’Afghanistan con non poche questione sospese. Prima tra tutte l’accordo di sicurezza bilaterale con gli Stati Uniti e, dunque, con la Nato.

Nato e Afghanistan
Un accordo vincolante per l’Alleanza atlantica poiché alla fine dell’anno scadrà il mandato delle Nazioni Unite per la presenza di truppe straniere su suolo afghano; presenza che, dal 2015, non sarà superiore alle 12 mila unità, un numero minimo per garantire la sicurezza delle basi strategiche, la capacità di intervento a livello regionale e un limitato supporto alle forze di Kabul.
E se sul fronte politico si impone l’attesa, sul piano della sicurezza le preoccupazioni trovano conferma nelle minacce talebane che, sebbene concrete, non hanno impedito al 58% degli elettori di esercitare il proprio diritto di voto al primo turno elettorale.
Nel complesso possiamo dire che le attuali elezioni sono più sentite di quanto non lo siano state le precedenti del 2009: circa il 50 % di elettori in più, di questi il 36 % donne. Un dato importante da leggere come segnale di fiducia nei confronti del processo elettorale, in contrapposizione all’alto livello di conflittualità socio-politica.
Zalmai Rassoul, il candidato sponsorizzato da Karzai, non ha ottenuto il successo elettorale sperato accontentandosi dell’11,5 % delle preferenze. Il suo ruolo, che non si esaurisce con l’esclusione dal ballottaggio, contribuirà a stabilizzare gli equilibri elettorali che vedranno coinvolti i due candidati rimasti in corsa: Abdullah Abdullah (ex ministro degli Esteri) con il 45 % delle preferenze e forte dell’endorsement di Rassoul, e Ashraf Ghani Ahmadzai (ex ministro delle Finanze) fermo al 31,6 %.

Abdullah contro Ghani
Entrambi i candidati in corsa hanno dichiarato che firmeranno l’accordo di sicurezza bilaterale.
Abdullah si aspetta di vincere; uno scenario che, imprevisti a parte, potrebbe realizzarsi.
Ma è difficile dire come si concluderà questo importante processo elettorale poiché, a fronte di un vantaggio significativo di Abdullah (almeno nei numeri) si contrappongono dinamiche politiche che poggiano su variabili linee di faglia di natura etnica, in particolare quelle dei gruppi pashtun che guarderebbero con maggior favore a Ghani – pashtun –, come alternativa ad Abdullah – metà pashtun e metà tagico.
E infatti, a pochi giorni dalle elezioni, i colpi di scena non sono mancati con lo schieramento, a favore di Ghani, di Abdul Rahim Ayoubi, leader del partito Milate Mutahed a cui si aggiunge una serie di dichiarazioni di sostegno di alto profilo, dal vice-presidente Ahmad Zia Massud (il cui ruolo di leader tagico potrebbe prevenire conflitti di natura etnica), al partito dei giovani afghani Etelaf-e-Meli Nahj Naween, alle numerose manifestazioni di sostegno di alcuni importanti leader religiosi e, ancora, da una significativa parte dell’elettorato femminile. Insomma, sebbene Abdullah sia sulla carta il candidato dato per vincitore, i giochi sono tutt’altro che chiusi.
Quello che ci attende è un cambio alla guida dell’Afghanistan che non avverrà prima della fine dell’estate: le elezioni sono in calendario per il 14 giugno, i risultati finali saranno annunciati il 22 e la proclamazione avverrà non prima del 22 luglio, brogli elettorali permettendo. Già, perche il licenziamento di 5338 dipendenti della Commissione Elettorale indipendente accusati di frode ci ricorda, ancora una volta, l’endemico livello di corruzione del “sistema afghano”, che non sorprende ma induce una distratta opinione pubblica globale ad accettare il risultato finale, qualunque esso sia.

Riconcilizione con i talebani
Che vinca Abdullah o Ghani, è probabile che nel breve termine poco cambierà e l’Afghanistan permarrà in una condizione di equilibrio instabile; le problematiche da affrontare rimarranno le stesse, potrebbero però cambiare i ritmi della politica presidenziale.
A fronte di una condizione sociale insostenibile, il sostanziale fallimento dei progetti infrastrutturali e un’economia nazionale inesistente, la decisione al momento più impegnativa si sposta sul piano politico ed è incentrata sul ruolo dei gruppi di opposizione armata nel futuro assetto del paese.
Ghani, dimostrandosi pragmatico e flessibile, ha dichiarato di voler percorrere la via della riconciliazione con i talebani fin da subito, aprendo a una possibile spartizione del potere attraverso un processo di graduale “power sharing”.
Un’opportuna linea strategica che Abdullah, sebbene riluttante, sarebbe comunque costretto a seguire. È solo una questione di tempistiche poiché l’unica via strategica che porta fuori dall’empasse afghano passa attraverso il compromesso che, se da un lato apre le porte ai talebani – formalmente imbattuti sul campo di battaglia – dall’altro imporrà una parziale revisione dei diritti costituzionali.
Un prezzo da pagare che la Comunità internazionale, e con essa la Nato, ha ormai da tempo messo in conto pur di sganciarsi da un impegno non più sostenibile e ormai impopolare, a fronte dei risultati parziali, ma non del tutto negativi, ottenuti in tredici anni di guerra: una guerra comunque non vinta e ormai estranea all’interesse e all’attenzione mediatica internazionali.

lunedì 2 giugno 2014

L’Afghanistan alle urne: chiusa la prima tornata elettorale

di Claudio Bertolotti

Due candidati verso il ballottaggio
Il 5 aprile 2014 gli afghani sono ufficialmente andati al voto per eleggere il prossimo presidente della Repubblica islamica dell’Afghanistan: l’affluenza alle urne è stata riportata come buona-soddisfacente nei principali centri urbani, meno nelle aree periferiche e remote del paese.
Gli attacchi finalizzati a disturbare il processo elettorale portati a termine dai gruppi di opposizione armata sono stati alcune centinaia; poco più di duecento i seggi elettorali (su un totale di 6.400) chiusi per problemi di sicurezza.
Sebbene i media internazionali abbiano diffuso un messaggio rassicurante sugli sviluppi dell’importante esercizio elettorale, i numerosi casi di brogli da più parte denunciati – oltre la mancanza di trasparenza nelle procedure di verifica del voto e degli elettori effettivamente presentatisi alle urne – si sono aggiunti a un elevato livello di insicurezza generale.
A fronte di tale quadro, e nell’ottica di un disimpegno ormai prossimo da parte degli attori fino ad oggi impegnati nel difficile processo di stabilizzazione e transizione del paese, Stati Uniti e attori regionali proseguono nel guardare con favore all’ipotesi di un bilanciamento di poteri “adeguato” tra gruppi di potere pashtun e le altre minoranze.
Completata la fase di conteggio dei voti, Abdullah Abdullah (ex ministro degli esteri, metà tagico e pashtun) e Ghani Ahmadzai (ex ministro delle finanze, pashtun) saranno i due candidati chiamati a confrontarsi per l’accesso alla poltrona presidenziale in occasione del secondo turno elettorale che si svolgerà all’inizio della prossima estate. Infatti, come previsto, nessuno dei due ha ottenuto più del cinquanta percento dei voti; e ciò imporrà l’inevitabile ricerca di accordi negoziali tra le parti.
Zalmai Rassoul, pashtun apprezzato dai tagichi e sostenuto da Karzai, terza e potenziale incognita, potrebbe fare la differenza appoggiando l’uno o l’altro candidato (con buona probabilità Ghani).

L’eredità di Karzai
Si chiude, almeno sul piano formale, il ciclo politico di Hamid Karzai, l’uomo scelto dall’amministrazione statunitense dell’allora presidente Bush per sancire l’inizio del nuovo Afghanistan: un Afghanistan che si voleva pacificato, democratico, con uno Stato efficiente dal punto di vista dell’organizzazione amministrativa e che rispondesse a quelle che erano le priorità imposte da un’opinione pubblica globale ancora sotto shock dai tragici eventi dell’11 settembre 2001: ossia la fine di una guerra trentennale, lotta al terrorismo, diritti per le donne, accesso all’istruzione, democrazia.
Insomma, un Karzai che si è dimostrato politico capace, prima presidente ad interim e poi, per due mandati, eletto dal suo popolo; certo non sono mancate le accuse, e le conferme, di brogli elettorali, irregolarità, corruzione, ma questo non cambia la sostanza: Hamid Karzai è stato il presidente dell’Afghanistan e degli afghani senza soluzione di continuità per oltre un decennio.
Un politico certamente forte, di una forza garantita anche dagli equilibri di potere che è riuscito a costruire e a mantenere, ma anche poco trasparente, ambiguo: ricordiamo la riforma del nuovo codice penale, con le limitazioni ai diritti delle donne, il rifiuto alla firma dell’accordo di sicurezza bilaterale che è alla base di una permanenza di truppe straniere su suolo afghano dopo il 2014, e il coinvolgimento della sua famiglia nel business del narcotraffico. Insomma un presidente molto discusso.
Ma il merito più grande, questo è innegabile, è l’aver saputo dimostrare il coraggio di aprire alla collaborazione e al dialogo. A livello regionale, Karzai ha lavorato molto bene nell’instaurare ottime relazioni diplomatiche e commerciali con gli attori regionali: dall’Iran, alla Cina, al Pakistan, all’India, alle confinanti repubbliche ex-sovietiche.
Inoltre, ha saputo aprire un canale di comunicazione con i taliban, un dialogo più volte interrotto, che ancora non si sa dove porterà, ma pur sempre un dialogo che comunque vada a finire avrà posto le basi per una soluzione di compromesso, una soluzione tipicamente afghana di cui si sente il bisogno dopo gli ultimi tredici anni di guerra.

Gli sviluppi afghani dal punto di vista dei Taliban
Il 18 giugno di quest’anno verrà formalizzato il passaggio di responsabilità alle forze di sicurezza afghane.
I gruppi di opposizione armata, taliban per primi, stanno aspettando proprio quel momento per raccogliere i frutti di una guerra combattuta per più di tredici anni; e lo faranno da una posizione vantaggiosa, dimostrando di essere una minaccia concreta e imbattuta, avendo tenuto sotto scacco la più grande coalizione militare contemporanea. Proprio i taliban hanno dimostrato di essere capaci sul piano militare come su quello politico e, ancor più, su quello mediatico.
Lo scorso anno il leader dei taliban ha affermato che i mujaheddin non sono interessati al controllo dell’intero Paese, quanto piuttosto a dar vita a un "governo afghano inclusivo e basato sui principi islamici". Una chiara strategia di propaganda mediatica indirizzata all’opinione pubblica globale.
Ma, nel frattempo, è continuata senza soluzione di continuità l’offensiva militare, concentrata su obiettivi in prevalenza afghani: insomma, un’azione efficace e una capacità operativa che non presentano segni di cedimento.
Nel concreto, mancano dati attendibili sulle capacità esprimibili da un’insurrezione armata forte di circa 20-40.000 unità. Ma, sebbene molti osservatori ritengano che l’insurrezione nel suo complesso non rappresenti una minaccia strategica, è però vero che gli effetti strategici della resistenza hanno imposto un accelerazione del disimpegno afghano, imponendo tempi e priorità al lento processo negoziale che – nelle intenzioni di chi lo sostiene, Stati uniti in primis – dovrebbe portare a una soluzione di compromesso accettabile.
Non per questo l’azione offensiva insurrezionale parrebbe orientata a ridimensionarsi nell’intensità e negli effetti più manifesti. È una dimostrazione di forza continua e costante orientata a colpire le sedi del potere governativo locale e nazionale, le caserme militari e i posti di polizia, i seggi elettorali: insomma tutti i simboli di quello Stato afghano che la comunità internazionale ha cercato di sostenere nei tredici anni di impegno politico e militare.

Breve analisi conclusiva
Indipendentemente dai risultati elettorali, l’accesso a forme di potere (formale-informale) da parte dei taliban è una questione accettata dalla Comunità internazionale e dalla stessa Nato; ciò potrebbe portare a una spartizione territoriale de facto dell’Afghanistan dove a un Sud pashtun, posto sotto l’influenza taliban e sostenuto da Pakistan e Arabia Saudita, si contrapporrebbe un Nord eterogeneo, sostenuto dagli attori regionali antagonisti tra i quali certamente Iran, Russia, Cina. In tale quadro l’aspetto economico sarebbe il legante di questo probabile accordo tra le parti, e forse l’unica possibilità di stabilità potrebbe essere data dal compromesso di natura economica.
Una ipotesi di divisione, quella alla quale si è accennato che, sul lungo termine, porterebbe al riaccendersi di conflittualità allargate su base etnica.
In tale contesto, pur non cadendo nella semplificazione di un problema molto più complesso, i gruppi di potere politico ed economico afghani cercheranno di conservare le proprie prerogative garantendo gli equilibri di potere esistenti e consolidati, sebbene al contempo potrebbero spingere verso uno stato di conflittualità che si muove su linee di demarcazione etno-culturale ma che si alimenta di dinamiche ed equilibri di natura economica, e a questo si sommeranno indubbiamente gli interessi legati al florido mercato del narcotraffico (che, nonostante la presenza della Nato, non ha fatto che aumentare).
In sintesi, quella che si prospetta all’orizzonte è un’inquieta fase post-elettorale, anche a causa delle irregolarità e dei brogli che verranno denunciati; inoltre, lo stato di incertezza sarà amplificato da spinte multilivello verso gli accordi funzionali al secondo turno elettorale dove il candidato più accreditato, Abdullah Abdullah, potrebbe vedersi contrapposto a un’unica grande coalizione pashtun a sostegno di Ghani.
Molto dipenderà da come gli stessi pashtun nel sud del paese voteranno – e quanti voteranno –, anche in relazione alla forte influenza dei taliban in quella parte dell’Afghanistan.

sabato 5 aprile 2014

Intervista a C. Bertolotti. Afghanistan: si sceglie il dopo Karzai


Claudio Bertolotti, analista strategico e membro dello Strat-Group della Società Italiana di Scienza Politica, analizza per oltreradio.it le importanti elezioni presidenziali che sceglieranno in Afghanistan il successore di Hamid Karzai.
La questione sicurezza, i competitor più accreditati, la minaccia dei Taleban, l'eredità di Karzai, il Paese dopo la fine del 2014: i passaggi dell'analisi (vai all'audio radio).

mercoledì 2 aprile 2014

Elezioni afghane: Le urne di Kabul alla sfida della governabilità




di Claudio Bertolotti

L’Afghanistan è ufficialmente pronto per le presidenziali del 5 aprile: 6.431 i seggi elettorali dichiarati “sicuri” sul totale di 6.845. La realtà è però lontana dall’immagine che si vorrebbe trasmettere: la sicurezza delle aree periferiche non è garantita, l’organizzazione elettorale procede a rilento, il numero di cittadini iscritti al voto è ridotto e ancora più limitata sembra essere la partecipazione femminile.
Tutte premesse a una situazione instabile a cui si accompagnano gli infruttuosi “dialoghi politici” con i gruppi di opposizione armata e i tentativi di revisione (e riduzione) dei diritti costituzionali - in particolare quelli delle donne chiesta dalla Comunità internazionale per convincere i gruppi insurrezionali ad accettare una soluzione negoziale (argomento a cui i media daranno scarso risalto, ma che la stessa Comunità internazionale ha messo in conto).
 
Karzai a colloquio con i taliban
Stati Uniti e attori regionali guardano con favore a un “balance of power” tra i gruppi etno-religiosi afghani: un bilanciamento “adeguato” tra gruppi di potere pashtun e le altre minoranze.
Hamid Karzai, sospeso il dialogo formale con Washington, ha avviato un intenso colloquio con i taliban. Non è esclusa un’intesa volta a preservare gli equilibri di potere nell’area di Kandahar, dove i Karzai mantengono interessi politici ed economici.
Sul fronte opposto, i taliban contrasteranno con la forza le elezioni in quanto “illegittime” e “anti-islamiche”: una minaccia che, guardando al recente passato, contribuisce ad aumentare il livello di preoccupazione.

Pashtun e tagichi
I pashtun, gruppo predominante al sud e all’est, storicamente al potere in Afghanistan e sostenuti dall’esterno dal Pakistan, si muovono attraverso linee di demarcazione etno-culturale. In particolare, il gruppo dei “Durrani” di Kandahar (del quale fa parte la stessa famiglia Karzai) ha avviato una “collaborazione inter-etnica” per ridurre la dispersione di voti e aumentare la possibilità di accesso di un proprio candidato alla presidenza. Tra Qayum Karzai (fratello dell’attuale presidente), Gul Agha Sherzai, Muhammad Nader Na’im e Zalmai Rassul, la scelta è ricaduta su quest’ultimo, nonostante un primo orientamento su Qayum Karzai (ritiratosi dalla competizione in favore di Rassul: difficile non immaginare un ruolo attivo di Hamid Karzai in tale scelta razionale).
Tra i tagichi, l’importante gruppo etnico e di potere antagonista ai pashtun, presente prevalentemente a nord e a ovest del paese e sostenuto da alcuni attori regionali (tra i quali Iran, Russia e Tajikistan), gli equilibri sono recentemente mutati con la scomparsa di Muhammad Qasim Fahim, l’influente signore della guerra anti-taliban, nonché vice-presidente dell’Afghanistan e garante del sostegno a Karzai da parte delle comunità del nord. Fahim era destinato a giocare un ruolo importante nell’Afghanistan post-elettorale; una scomparsa che lascia spazio di manovra a un altro influente tagico: Ismail Khan, anche lui potente signore della guerra, già governatore di Herat e candidato vice-presidente nella lista di Sayyaf, uomo capace di accendere gli animi inquieti di quella componente tagika indisposta al “dialogo” con i taliban.

Abdullah e Ghani favoriti
Nel complesso, oltre la metà degli elettori è disposto a sostenere un candidato disponibile al dialogo con i gruppi insurrezionali ed auspica la vittoria di un soggetto propenso alle buone relazioni con il Pakistan; 60%  guarda con favore a relazioni durature con gli Stati Uniti. A pochi giorni dall’appuntamento elettorale, l’interesse dell’opinione pubblica è aumentato, sebbene vi sia almeno un terzo di elettori indecisi o potenziali non votanti.
 
Dunque, quale il futuro politico dell’Afghanistan?
È probabile che nessuno dei candidati otterrà più del 50% cento dei voti; ciò imporrà accordi negoziali tra le parti e con quelli che potrebbero essere gli esclusi dalla seconda tornata elettorale.
Abdullah Abdullah, l’ex ministro degli Esteri, metà tagico e metà pashtun, e Ashraf Ghani Ahmadzai, ex ministro delle Finanze di etnia pashtun, sono dati per favoriti: il primo in grado di raccogliere il consenso dell’elettorato tagico e di quello, seppur limitato, femminile, il secondo più convincente per quello di estrazione urbana.
E Zalmai Rassoul, ministro degli Esteri uscente, pashtun apprezzato anche dai tagichi, rappresenta la terza potenziale incognita, anche grazie al sostegno di Qayum Karzai.
Poche speranze rimangono per gli altri concorrenti, il cui ruolo potrebbe riservare qualche sorpresa in occasione del secondo turno elettorale: Abdul Rab Rassul Sayyaf e Gul Agha Sherzai.
Nel complesso, date le premesse, è facile prevedere un’inquieta fase post-elettorale a causa delle irregolarità e dei brogli che verranno denunciati. Dato per scontato che un’unica coalizione politica non riuscirà a prevalere, lo stato di incertezza sarà amplificato dalle dinamiche multilivello che spingeranno ad accordi in vista del secondo turno elettorale dove il candidato più accreditato, Abdullah Abdullah, potrebbe vedersi contrapposto a un’unica grande coalizione pashtun.
Molto dipenderà da come gli stessi pashtun nel sud del paese voteranno – e quanti voteranno –, anche in relazione alla forte influenza dei taliban in quella parte dell’Afghanistan.

giovedì 16 gennaio 2014

Verso le elezioni: chi sarà il nuovo presidente? (dell'Afghanistan)

di Claudio Bertolotti


Tra variabili alleanze e instabili equilibri politici, si dimostra incerto il processo politico che porterà all’elezione del nuovo presidente della Repubblica islamica dell’Afghanistan il prossimo 5 aprile. Così come incerto rimane l’accordo politico-diplomatico che dovrebbe condurre all’impegno militare degli Stati Uniti e della Nato a partire dal 2015.
A fare da sfondo, permane la ricerca di un dialogo negoziale con il movimento insurrezionale dei taliban – vero soggetto forte del conflitto. Un dialogo sempre meno tangibile ma necessario, in particolare per Kabul e Washington.

Come risponderà il popolo afghano alla chiamata al voto?
Secondo un recente sondaggio condotto dall’ATR Consulting in collaborazione con l’emittente televisiva TOLO News, i candidati dati per favoriti al prossimo appuntamento elettorale per la carica di presidente sono Abdullah Abdullah, ex-ministro degli Esteri di Karzai e capo della “Coalizione Nazionale dell’Afghanistan”, e Ashraf Ghani Ahmadzai, già titolare del ministero delle Finanze.

Il sondaggio, che si è svolto in tutte le trentaquattro province del paese, mostra come – sebbene con andamento variabile a seconda delle aree geografiche (corrispondenti alle attuali “regioni militari” della Nato) – Abdullah sia in vantaggio rispetto agli avversari, con un 26,5% di consensi, seguito da Ahmadzai, con il 20%. Abdul Qayum Karzai, fratello dell’attuale presidente, segue a grande distanza con un gradimento di circa il 5%.
 
A meno di 100 giorni dall’appuntamento elettorale, il sondaggio mette in evidenza come l’interesse dell’opinione pubblica per la competizione elettorale sia sensibilmente aumentato, sebbene almeno il 7% degli intervistati abbia dichiarato di non gradire nessuno dei candidati e ben il 28% di non sapere ancora per chi voler votare.
Dunque, un totale pari al 35% di indecisi e non votanti; molti, troppi, per poter prevedere uno scenario definito dell’Afghanistan post-elettorale. In tale contesto, si inseriscono i potenziali vincitori – e i relativi gruppi di supporto – della competizione elettorale.

In generale, sebbene la discussione sul possibile esito tenda a basarsi sull’aspetto demografico (etno-culturale), è però vero che nessun gruppo ha la possibilità di ottenere una maggioranza schiacciante; ciò imporrà un probabile accordo politico tra le principali parti antagoniste.
In estrema sintesi, le coalizioni maggiormente accreditate sono così composte:
- il ministro degli Esteri Zalmai Rassoul (pashtun), affiancato dai candidati vice-presidenti Ahmad Zia Massoud (tagico) e Habiba Sarabi (hazara); indice di gradimento dell’1,5%.
- l’ex ministro degli Esteri Abdullah Abdullah (tagico/pashtun), con Mohammad Khan (pashtun) e Mohammad Mohaqeq (hazara); indice di gradimento del 26,5%.
- l’ex ministro delle Finanze Ashraf Ghani Ahmadzai (pashtun), con Abdul Rashid Dostum (uzbeco) e Sarwar Danish (hazara); indice di gradimento del 20%.
- il fratello dell’attuale presidente, Qayum Karzai (pashtun), con Wahidullah Shahrani (uzbeco) e Ibrahim Qasemi (hazara); indice di gradimento del 5%.
- il parlamentare Abdul Rab Rasoul Sayyaf (pashtun), insieme a Ismail Khan (tagico) e Abdul Wahab Erfan (uzbeco); indice di gradimento del 4,5%.
- l’ex governatore di Nangarhar, Gul Agha Sherzai (pashtun), con Sayed Hussain Alemi Balkhi (hazara) e Mohammad Hashim Zare (uzbeco); indice di gradimento del 3,5%.
- l’ex ministro della Difesa, il generale Abdul Rahim Wardak (pashtun), con Shah Abdul Ahad Afzali (tagico) e Sayed Hussain Anwari (hazara); indice di gradimento del 2%.
Dunque, un testa a testa tra un Abdullah, che raccoglie un più ampio consenso tra l’elettorato femminile, e un Ahmadzai, in grado di convincere maggiormente quello di estrazione urbana.
Inoltre, è interessante notare che sia l’Iran che gli Stati Uniti guardino con favore a un equilibrio politico su base etno-religiosa, ossia a uno Stato che nella sua struttura rispetti il delicato “balance of power” tra i molteplici gruppi etnici e religiosi afghani.
Se la tutela dell’etnia minoritaria hazara – e degli altri gruppi sciiti in genere – è una priorità per Teheran, Washington guarda con attenzione a una soluzione politica che garantisca un bilanciamento “adeguato” tra gruppi di potere pashtun (per lo più sotto influenza pakistana) e le altre minoranze etniche.

Nel complesso, quello a cui assiste – dall’esterno – la Comunità internazionale e – dall’interno – la stessa opinione pubblica afghana, è un processo elettorale che procede a rilento, ridotto nel numero di cittadini iscritti al voto, ancora più limitato nella partecipazione femminile, in sintesi un’organizzazione che non soddisfa.
Tutte premesse a una situazione politica instabile a cui si accompagnano gli infruttuosi tentativi di “dialogo politico” con i gruppi insurrezionali (Hezb-e Islami e, in particolare, i taliban) e gli azzardi di revisione (e riduzione) dei diritti costituzionali, con particolare riferimento a quelli delle donne.
Quest’ultimo, tasto dolente ma necessario prezzo che la Comunità internazionale ha dimostrato di essere disposta a pagare al fine di convincere i gruppi di opposizione armata ad accettare un soluzione negoziale al conflitto: argomento a cui i media daranno scarso risalto ma che la stessa Comunità internazionale ha già messo in conto.