Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

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venerdì 13 giugno 2014

Elezioni in Afghanistan. Chi sarà il successore di Hamid Karzai?

di Claudio Bertolotti
 

http://osservatorioiraq.it/analisi/elezioni-afghanistan-chi-sar%C3%A0-il-successore-di-hamid-karzai
Dal ballottaggio di sabato dipenderà il nome del successore di Hamid Karzai, il presidente uscente che lascia l’Afghanistan con non poche questione sospese. Prima tra tutte l’accordo di sicurezza bilaterale con gli Stati Uniti e, dunque, con la Nato.

Nato e Afghanistan
Un accordo vincolante per l’Alleanza atlantica poiché alla fine dell’anno scadrà il mandato delle Nazioni Unite per la presenza di truppe straniere su suolo afghano; presenza che, dal 2015, non sarà superiore alle 12 mila unità, un numero minimo per garantire la sicurezza delle basi strategiche, la capacità di intervento a livello regionale e un limitato supporto alle forze di Kabul.
E se sul fronte politico si impone l’attesa, sul piano della sicurezza le preoccupazioni trovano conferma nelle minacce talebane che, sebbene concrete, non hanno impedito al 58% degli elettori di esercitare il proprio diritto di voto al primo turno elettorale.
Nel complesso possiamo dire che le attuali elezioni sono più sentite di quanto non lo siano state le precedenti del 2009: circa il 50 % di elettori in più, di questi il 36 % donne. Un dato importante da leggere come segnale di fiducia nei confronti del processo elettorale, in contrapposizione all’alto livello di conflittualità socio-politica.
Zalmai Rassoul, il candidato sponsorizzato da Karzai, non ha ottenuto il successo elettorale sperato accontentandosi dell’11,5 % delle preferenze. Il suo ruolo, che non si esaurisce con l’esclusione dal ballottaggio, contribuirà a stabilizzare gli equilibri elettorali che vedranno coinvolti i due candidati rimasti in corsa: Abdullah Abdullah (ex ministro degli Esteri) con il 45 % delle preferenze e forte dell’endorsement di Rassoul, e Ashraf Ghani Ahmadzai (ex ministro delle Finanze) fermo al 31,6 %.

Abdullah contro Ghani
Entrambi i candidati in corsa hanno dichiarato che firmeranno l’accordo di sicurezza bilaterale.
Abdullah si aspetta di vincere; uno scenario che, imprevisti a parte, potrebbe realizzarsi.
Ma è difficile dire come si concluderà questo importante processo elettorale poiché, a fronte di un vantaggio significativo di Abdullah (almeno nei numeri) si contrappongono dinamiche politiche che poggiano su variabili linee di faglia di natura etnica, in particolare quelle dei gruppi pashtun che guarderebbero con maggior favore a Ghani – pashtun –, come alternativa ad Abdullah – metà pashtun e metà tagico.
E infatti, a pochi giorni dalle elezioni, i colpi di scena non sono mancati con lo schieramento, a favore di Ghani, di Abdul Rahim Ayoubi, leader del partito Milate Mutahed a cui si aggiunge una serie di dichiarazioni di sostegno di alto profilo, dal vice-presidente Ahmad Zia Massud (il cui ruolo di leader tagico potrebbe prevenire conflitti di natura etnica), al partito dei giovani afghani Etelaf-e-Meli Nahj Naween, alle numerose manifestazioni di sostegno di alcuni importanti leader religiosi e, ancora, da una significativa parte dell’elettorato femminile. Insomma, sebbene Abdullah sia sulla carta il candidato dato per vincitore, i giochi sono tutt’altro che chiusi.
Quello che ci attende è un cambio alla guida dell’Afghanistan che non avverrà prima della fine dell’estate: le elezioni sono in calendario per il 14 giugno, i risultati finali saranno annunciati il 22 e la proclamazione avverrà non prima del 22 luglio, brogli elettorali permettendo. Già, perche il licenziamento di 5338 dipendenti della Commissione Elettorale indipendente accusati di frode ci ricorda, ancora una volta, l’endemico livello di corruzione del “sistema afghano”, che non sorprende ma induce una distratta opinione pubblica globale ad accettare il risultato finale, qualunque esso sia.

Riconcilizione con i talebani
Che vinca Abdullah o Ghani, è probabile che nel breve termine poco cambierà e l’Afghanistan permarrà in una condizione di equilibrio instabile; le problematiche da affrontare rimarranno le stesse, potrebbero però cambiare i ritmi della politica presidenziale.
A fronte di una condizione sociale insostenibile, il sostanziale fallimento dei progetti infrastrutturali e un’economia nazionale inesistente, la decisione al momento più impegnativa si sposta sul piano politico ed è incentrata sul ruolo dei gruppi di opposizione armata nel futuro assetto del paese.
Ghani, dimostrandosi pragmatico e flessibile, ha dichiarato di voler percorrere la via della riconciliazione con i talebani fin da subito, aprendo a una possibile spartizione del potere attraverso un processo di graduale “power sharing”.
Un’opportuna linea strategica che Abdullah, sebbene riluttante, sarebbe comunque costretto a seguire. È solo una questione di tempistiche poiché l’unica via strategica che porta fuori dall’empasse afghano passa attraverso il compromesso che, se da un lato apre le porte ai talebani – formalmente imbattuti sul campo di battaglia – dall’altro imporrà una parziale revisione dei diritti costituzionali.
Un prezzo da pagare che la Comunità internazionale, e con essa la Nato, ha ormai da tempo messo in conto pur di sganciarsi da un impegno non più sostenibile e ormai impopolare, a fronte dei risultati parziali, ma non del tutto negativi, ottenuti in tredici anni di guerra: una guerra comunque non vinta e ormai estranea all’interesse e all’attenzione mediatica internazionali.

lunedì 26 agosto 2013

War ends: new military Mission to Afghanistan. Between negotiate and strategic interests

CeMiSS Quarterly 1/2013
by Claudio Bertolotti

As US considers how quickly to withdraw the combat troops in Afghanistan and turn over the war to Afghan national security forces, a bleak new Pentagon report has found that only one of the Afghan National Army’s 23 brigades is able to operate independently without support from the Nato partners. According to the report, violence in Afghanistan is higher than it was before the surge of American forces into the country two years ago, although it is down from a high in the summer of 2010. The aforementioned “Report on Progress Toward Security and Stability in Afghanistan” is required twice a year by US Congress.
Furthermore, it is assessed that the Taliban remain resilient, that widespread corruption continues to weaken the central Afghan government and that Pakistan persists in providing critical support to the armed opposition groups operating in Afghanistan.
Consequentially to the security situation and to the strategic opportunities, all Nato member nations on 4-5 of June 2013 endorsed the new Nato «Resolute Support» mission in Afghanistan to train, advise and assist Afghan national security forces. The alliance is getting prepared for the new mission after the new concept of operations was endorsed.
The new mission will have a limited regional scope in Afghanistan including capital Kabul (under Turkey responsibility – to be confirmed), North (Germany), West (Italy), South and East (United States) parts of the country; the main focus of the mission will be the Afghan institutions and core level of Afghan army and national police. Even if the exact number of troops to remain in the country post 2014 has not been finalized yet the Nato will be responsible for the security of the future trainers, advisers and forces. US remains committed to support Afghanistan in the long term by remaining the largest contributor and lead nation in the new NATO mission.
Talks and compromises... (read full article pages 69-72)

lunedì 1 luglio 2013

Quanti soldati italiani rimarranno in Afghanistan dopo il 2014?


di Claudio Bertolotti

Il 1° gennaio 2015, conclusa la missione Isaf, verrà dato il via al nuovo impegno della Nato in Afghanistan attraverso la Resolute Support Mission. Quale contributo darà l’Italia?
1.800 (circa) è il numero di militari italiani che rimarranno in Afghanistan a partire dal 2015. «Il numero preciso verrà stabilito nel corso di incontri tecnici con gli altri stati che partecipano alla missione» – queste le parole del ministro della Difesa Mario Mauro del 1° luglio. Del totale, almeno un terzo sarà costituito da unità di istruttori e addestratori di varia tipologia (componente terrestre e aerea).
È noto che la Nato, come concordato al vertice dei ministri della difesa dell’Alleanza atlantica il 4-5 giugno, concluderà l’attuale missione Isaf (International Security Assistance Force to Afghanistan) il 31 dicembre del 2014, ma rimarrà in Afghanistan ben oltre tale data.
La missione muta denominazione, entità, responsabilità e mandato. Ma non variano i principi regolatori di una presenza a lungo termine da tempo annunciata. Nella realtà si tratta di un cambio sostanziale dell’impegno militare e politico, in particolare per quei paesi che hanno dato la propria disponibilità ad assumersi oneri impegnativi. Così sarà per gli Stati Uniti che, nazione leader nella condotta delle operazioni militari e politiche in Afghanistan, assumeranno la responsabilità dei futuri comandi militari delle regioni Est e Sud del paese; lo stesso sarà per la Germania, che ha confermato il proprio ruolo di comando nella regione Nord; probabile l’impegno della Turchia nella capitala Kabul; e, infine, garantito il ruolo di comando di primo piano dell’Italia nell’area Ovest.
A fronte di impegni internazionali e delle relazioni tra gli Stati membri dell’Alleanza, non poteva essere diversamente. La scelta responsabile dell'Italia non sorprende, né rappresenta un cambio di strategia dato il ruolo di rilievo in seno alla missione Isaf e l’impegno prolungato nell’area di Herat. Se il compito dei componenti l’Alleanza atlantica è (anche) quello di addestrare gli oltre trecentomila membri delle forze di sicurezza afghane, l’Italia darà il proprio contributo attraverso i suoi “consiglieri militari”, nonostante i vertici militari siano sempre più preoccupati dal concreto pericolo degli attacchi green on blue, la minaccia interna delle reclute afghane che attaccano (e uccidono) i propri istruttori stranieri. E forse per questa ragione, l’impegno si concentrerà non più sui livelli più bassi delle unità afghane (battaglioni e brigate), bensì su quelli superiori (corpi di armata) e meno esposti ai pericoli interni (il ché potrebbe essere letto come sostanziale ammissione di impotenza e incapacità nel contenimento della minaccia).
Perché un contingente di 1.800 uomini? Lasciamo che siano i numeri a dare una risposta alle possibili (e probabili) contestazioni che da più parti potrebbero arrivare in merito al nuovo impegno dell’Italia nell’Afghanistan post-2014.
Perché a quei 5/700 consiglieri militari - dichiarazione del Ministro Mauro del 21 giugno - promessi dall’Italia (e indispensabili per la condotta della missione) va aggiunta una componente logistica adeguata a sostenerne gli sforzi in un’area ad alta intensità operativa, così come è necessaria una parte deputata alla sicurezza della base principale (Herat) e del suo aeroporto e, infine, non può mancare la componente dedicata alla gestione del comando di una missione di livello internazionale; impensabile poter fare tutto ciò con una ridotta componente di supporto costituita da alcune centinaia di uomini, a meno che non si vogliano esporre le proprie truppe a rischi decisamente superiori.
Sull’opportunità di garantire il rispetto di impegni internazionali, e in particolare le missioni militari, il ministro Mauro ha aggiunto che «ci sono delle condizioni in cui il “fattore deterrenza” è necessario per contenere i conflitti e perseguire l'obiettivo della pace. Siamo da dieci anni in Afghanistan, ma anche da 20 anni in Bosnia e da 15 in Kosovo (sebbene in  realtà gli anni siano 14!, nda). Nel 2014 la nostra missione in Afghanistan terminerà, ma è impensabile lasciare quel paese proprio nella fase di stabilizzazione democratica. Si debbono fare distinzioni, ma il tema della pace passa sempre attraverso l'obbligo della democrazia. L'Italia è chiamata a fornire elementi utili per trovare soluzioni di pace».
Una dichiarazione di natura politica difficilmente sostenibile quella del ministro – la nostra missione non terminerà, come confermato dai fatti, mentre «pace»  e «democrazia» in Afghanistan sono obiettivi informalmente archiviati – , ma condivisibile nel merito e nelle ragioni di fondo. In particolare, il fattore democrazia è l’ultimo degli argomenti in grado di preoccupare le cancellerie europee e l’amministrazione statunitense; va però tenuta in forte considerazione la questione delle elezioni presidenziali del 2014. Manca meno di un anno all’elezioni del nuovo presidente afghano, un anno particolarmente delicato. Per la prima volta dal 2001, l’Afghanistan avrà un nuovo presidente, un nuovo esecutivo e un nuovo parlamento (le elezioni parlamentari sono previste per il 2015): una transizione dei poteri che potrebbe avere significative ripercussioni sull’impegno e sulla presenza delle forze militari straniere che rimarranno sul suolo afghano, e conseguenze significative sul piano politico interno. Non possono essere esclusi il rischio di guerra civile e una parziale o totale disintegrazione dello Stato afghano, in particolare a causa delle conflittualità più o meno latenti tra i gruppi di potere non-pashtun e quelli pashtun (tra i quali i taliban, tra l’altro coinvolti nel processo negoziale sostenuto dalla Comunità internazionale).
A oggi rimangono alcune, poche, certezze: l’Afghanistan non è un paese pacificato, il processo democratico di stampo occidentale non ha raggiunto gli obiettivi essenziali prefissati, il narcotraffico si diffonde incontrastato,  lo Stato afghano è a un passo dal fallimento sostanziale, le sue forze di sicurezza non sono in grado di garantire il controllo del territorio e di contenere la capacità operativa dei gruppi di opposizione armata, infine la presenza dei taliban viene registrata in oltre l’80% del paese.
Una missione fallita? Nella sostanza sì, Isaf non ha raggiunto i suoi scopi dichiarati, sebbene non manchino alcuni risultati positivi: la formazione di una società civile in continua fase di crescita, l’aumento del tasso di alfabetizzazione, un maggiore accesso ai servizi essenziali; certamente poco, ma non pochissimo.
Dunque, la nuova missione della Nato è una soluzione di compromesso basata sulla riduzione rilevante della presenza di soldati stranieri – ma comunque sufficiente per intervenire in maniera efficace “anche” a sostegno delle forze afghane – a fronte della ristrutturazione dell’organizzazione militare di comando e controllo. In quest’ottica va riconsiderato il ruolo dell’Italia nel teatro afghano del 2015, e oltre: Italia-Afghanistan è un binomio confermato per i prossimi (10?) anni.

giovedì 6 giugno 2013

CEMISS - Osservatorio Strategico 2/2013. LA DROGA DELL’AFGHANISTAN: TRA INSURREZIONE E PROBLEMA SOCIALE




di Claudio Bertolotti

Primavera 2013. Come ogni anno, la bella stagione segna l’inizio dell’offensiva insurrezionale e della coltivazione di oppio: due elementi tra di loro strettamente correlati che interessano, per il dodicesimo anno consecutivo, anche la provincia di Herat – l’area di operazioni del contingente italiano –, dove i taliban sono legati in un rapporto di collaborazione-competizione con i locali “warlord” e “druglord” e le molteplici organizzazioni criminali. In particolare, nei distretti di Farah – dove la coltivazione di oppio è largamente diffusa e di tipo estensivo – la presenza di organizzazioni legate al narcotraffico è endemica e fortemente radicata, nonché facilitata nell’esportazione dalla vicinanza con il confine iraniano.
Un recente report dell’Onu, intitolato “Afghanistan Opium Risk Assessment 2013″, confermerebbe la correlazione tra scarsa assistenza all’agricoltura e coltivazione di oppio: i villaggi che non riceverebbero assistenza ne produrrebbero di più rispetto a quelli che avrebbero ottenuto un contributo materiale o incentivi. Nel complesso, le province di Farah, Baghdis e Nimroz sono quelle in cui è stato registrato un incremento moderato nella produzione di oppio, mentre un aumento significativo ha caratterizzato la provincia di Herat (area di Shindand). Più a sud e a est, sono le province di Helmand e Kandahar, aree di responsabilità delle forze britanniche e statunitensi, quelle particolarmente interessate al fenomeno. Secondo il report, anche aree in cui al momento non esistono queste colture, come Balkh, Faryab e Takhar, sono destinate alla “conversione” dei raccolti; in sintesi, riporta lo studio dell’Onu, le aree rurali classificate come “meno sicure” hanno una probabilità maggiore di coltivare l’oppio di quelle con migliori condizioni di sicurezza.
Secondo il ministero degli interni afghano, la campagna 2013 di distruzione delle piantagioni di papavero da oppio ha provocato, in quaranta giorni, la morte di 131 uomini delle forze di sicurezza governative.

Oppio, criminalità e insurrezione
Il cambio di strategia e il corso di una guerra proiettata verso l’“irreversibile” transizione, hanno portato a una riduzione dell’attenzione mediatica sul conflitto, in particolare dei successi insurrezionali sul campo di battaglia convenzionale e su quello politico e sociale. Eppure, anche nel dodicesimo anno di guerra i taliban hanno ottenuto buoni risultati in un’opera di ampliamento operativo che dal sud e dal sud-est li ha spinti anche verso il nord e l’ovest.
La situazione è critica e dimostra come i taliban abbiano perseguito una politica della doppia velocità volta, da un lato, a occupare gli spazi lasciati progressivamente vuoti dalle forze della Coalizione e, dall’altro, a colpire incisivamente laddove l’impegno militare delle forze occidentali e governative avrebbe dovuto dimostrarsi maggiormente efficace; in questo provocando un’escalation della violenza nei punti chiave dell’Afghanistan da pacificare, le provincie di Kandahar, Paktya, Kabul, ma anche Herat, Nangarhar e Kunduz.
Le tecniche operativamente e psicologicamente più destabilizzanti sono quelle degli attacchi con ordigni esplosivi improvvisati Ied (Improvised explosive device) e attacchi suicidi, migliorati con l’applicazione della tecnica suicide-commando, ma alta è anche la preoccupazione per le azioni tipiche della guerriglia, le imboscate, i preoccupanti attacchi green on blue, i rapimenti e le uccisioni mirate aventi lo scopo di demoralizzare funzionari locali e stranieri.
Eppure i mandanti o gli oppositori non sarebbero sempre i taliban propriamente detti; il narcotraffico ha infatti portato alla nascita di gruppi di para-insorti interessati al massimo profitto derivante dal commercio di droga, nascondendosi formalmente tra i gruppi di opposizione e spesso collaborando con loro, sebbene non condividendone ragioni ideologiche o politiche.
La criminalità, dunque, si affiancherebbe ai gruppi di opposizione uccidendo “rivali in affari”, politici ostili, funzionari dell’apparato di giustizia.
E in questa fase dello scontro il peso della droga, ancora una volta, si è fatto sentire. Mentre il governo centrale si è, seppur pigramente, impegnato nel processo di eradicazione del papavero da oppio – unica fonte di sostentamento per molte delle comunità rurali dell’Afghanistan – gli insorti ne hanno garantito la sicurezza dei campi, l’acquisto delle produzioni stagionali con pagamenti anticipati e il supporto logistico alle comunità dedite a questo tipo di coltura. Ciò ha provocato un processo di indebitamento di molte famiglie contadine afghane che, a fronte del parziale tentativo di eradicazione dell’oppio da parte del governo di Kabul (per lo più concentrato sule piccole produzioni famigliari e limitatamente su quelle dei grandi proprietari terrieri), hanno dovuto compensare il denaro dovuto attraverso la formula “debt marriage”, l’uso di ragazze (le figlie dei debitori) come merce di scambio tra contadini e trafficanti (fonte Iom, International Organization for Migration, 2008).
Le povere comunità rurali, dovendo scegliere tra governo e insorti sulla base dei benefit e delle politiche adottate dall’uno e dagli altri, hanno optato per la parte che è in grado di sostenere l’economia locale. I taliban si sono così avvicinati alla popolazione civile con fine ed efficace azione di convincimento basata sulla propaganda e su risposte concrete ai bisogni immediati di comunità ai margini di uno Stato a rischio di fallimento.

L’economia della droga e le ripercussioni sociali
I proventi derivanti dalla produzione di papavero da oppio e il suo commercio garantiscono all’insurrezione afghana, taliban in primis, ingenti somme di denaro utilizzate per sostenere l’opposizione armata e la lotta di resistenza contro la Coalizione internazionale a guida statunitense e il governo afghano da questa sostenuto. Qual è, in termini quantitativi, l’entità dell’economia di guerra basata sulla droga? I numeri di questo fronte non secondario del conflitto afghano, ci descrivono la situazione come molto critica, tanto sul piano della sicurezza quanto su quello del disagio sociale. 
L’Afghanistan produce il 90% di tutte le droghe oppiacee al mondo, sebbene sino a tempi recenti non ne fosse un importante consumatore. Al contempo, la produzione di eroina su territorio afghano è aumentata di quaranta volte da quando, nel 2001, è stata avviata la «guerra al terrore»; solamente nell’ultimo anno, la produzione è aumentata del 18%, portando da 131.000 a oltre 154.000 gli ettari di terreno agricolo dedicati alla coltivazione del papavero da oppio. È evidente il fallimento della Nato sul fronte della lotta al narcotraffico.
Secondo lo United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC) – che attribuisce l’aumento della produzione di oppio al profitto competitivo della coltura in un paese in cui non esistono migliori alternative – i taliban sarebbero attualmente in grado di ricavare economicamente dalla droga più di quanto non lo fossero durante il regime del loro Emirato islamico negli anni Novanta. Un business che garantirebbe all’insurrezione entrate di circa 700 milioni di dollari annui (cifra di molto inferiore a quella destinata ai narcotrafficanti), più che necessarie a sostenere – e al tempo stesso ad alimentare – una «macchina da guerra» funzionale ed efficace, tanto sul piano militare quanto su quello politico-economico.
Due terzi dell’oppio prodotto in Afghanistan sono trasformati in eroina, direttamente in Afghanistan o nei paesi limitrofi dell’Asia centrale; del totale prodotto poco meno del 2% verrebbe intercettato dalle autorità governative afghane.
Tre sono le principali «vie della droga» dall’Afghanistan. La più importante è quella che attraversa l’Iran (35/40% del traffico totale), la seconda è quella che attraverso Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan (25/30%) garantisce un approvvigionamento di cinquanta tonnellate di oppio l’anno per il mercato russo; la terza via (25/30%) attraverso il Pakistan, in particolare via Baluchistan e Karachi, si muove su rotte europee.
Il Tagikistan, afflitto da un elevato livello di corruzione, è il principale paese di transito della rotta verso nord; quando la Russia schierò le proprie truppe sul confine tagiko nel 2005 il livello del traffico illecito diminuì significativamente.
Il Kirghizistan ha recentemente aumentato i propri sforzi nel contrasto al narcotraffico, in particolare avviando un rapporto di collaborazione e mutua assistenza con il governo iraniano; anche l’Uzbekistan ha adottato un’analoga politica, per lo più per ragioni legate al ruolo giocato dai gruppi di opposizione armata operativi a livello regionale.
Il Kazakhstan è particolarmente attivo nella lotta al narcotraffico; nonostante i problemi di coordinamento con il Turkmenistan (una sorta di zona grigia non adeguatamente controllata), ogni anno le autorità kazakhe sequestrano partite di droga per un totale di 23 tonnellate.
Circa metà dell’eroina prodotta in Afghanistan è consumata in Europa e in Russia, mentre il 42% dei consumatori di oppio si trovano in Iran; le due droghe, complessivamente, sarebbero la causa di 100.000 morti l’anno, un terzo dei quali nella sola Russia.
L’Afghanistan, con una popolazione teorica di trentacinque milioni di abitanti, presenta un preoccupante livello di tossicodipendenza: oltre un milione di individui – poco meno della metà (40%) sarebbero donne e minori.
I profughi afghani rientrati dall’Iran e dal Pakistan – dove il livello di tossicodipendenza è elevato – avrebbero contribuito alla diffusione dell’uso di droghe; miseria, disoccupazione e degrado diffusi sarebbero concause di questa situazione, a cui si unisce il ruolo di una violenta guerra combattuta ininterrottamente da quasi quattro decenni le cui conseguenze si ripercuotono pesantemente a livello sociale. Infine, l’oppio in Afghanistan è un diversivo a buon mercato – meno di cinque euro/grammo (il prezzo dell’oppio grezzo è di poco superiore ai 200 euro al chilogrammo) – e ampiamente disponibile. Domanda e offerta si incontrano sostenendosi vicendevolmente.
Se il ministero degli Interni afghano ha dimostrato incapacità nel contrasto del narcotraffico, il ministero della salute ha finanziato complessivamente non più di cento centri di riabilitazione e disintossicazione, per un bacino di utenza di 2500 assistiti e un budget inferiore ai tre euro/anno  per ognuno dei soggetti in cura; è evidente l’inefficacia dello strumento sanitario, così come è evidente l’assenza di una volontà strategica di limitare produzione e commercio della materia prima. Un ulteriore indizio che conferma come la guerra alla droga in Afghanistan non sia stata vinta.
La produzione di oppio è stata centrale nell’economia afghana, ben prima dell’intervento statunitense e della Nato; la severa politica di contenimento della produzione di oppio negli ultimi anni del governo taliban non va letta in un’ottica di contrasto al fenomeno bensì come tentativo (riuscito) di riportare i prezzi di vendita a livelli vantaggiosi (giacché l’eccessiva produzione aveva comportato un abbassamento significativo del prezzo di vendita); l’andamento dei prezzi negli ultimi tre anni è stata altalenante: nel 2010 l’oppio afghano variava tra i 60 e gli 85 dollari al chilo, nel 2011 tra i 300 e il 600 dollari, nel 2012 e inizio 2013 è tra 160 e 440 dollari al chilo (sebbene quest’anno i prezzi siano più bassi degli anni scorsi, sono comunque più alti di quanto lo fossero tra il 2005 e 2009). Oggi l’economia afghana dipende, quasi esclusivamente, da due fonti di reddito: gli aiuti concessi dalla comunità internazionale e il traffico dell’oppio. 
Al di là dei proclami ufficiali e indirizzati alle opinioni pubbliche delle nazioni contribuenti allo sforzo bellico afghano, i numerosi tentativi di contrasto della produzione di oppiacei adottati dalla Nato sono stati fallimentari e in contrasto con gli obiettivi della politica di «conquista dei cuori e delle menti degli afghani» che, in un contesto socio-economico disastrato e affetto da corruzione cronica, proprio nel narcotraffico trovano l’unica fonte di sopravvivenza: agire efficacemente su questo fronte avrebbe comportato, per l’Alleanza atlantica, un aumento delle ostilità nei confronti della missione internazionale con conseguente allargamento dell’entità insurrezionale e severe ripercussioni a livello politico-strategico e operativo. Osservando la diffusione del fenomeno, emerge come non esista un prodotto agricolo che possa sostituire l’oppio: non richiede un’elevata tecnologia di produzione, necessita di poca acqua per essere coltivato ed è di rapida crescita.
Sul piano dei vantaggi commerciali e dell’investimento in tecnologie e attrezzature per la produzione, il papavero non ha eguali; a poco, o nulla, sono serviti i numerosi tentativi di sostituire la produzione di oppio con altri prodotti agricoli, compresa la costosa – e complessa sul piano gestionale – coltura dello zafferano. Una situazione che avrebbe portato circa due milioni e mezzo di persone, per lo più contadini con le loro famiglie, a vivere oggi del raccolto di oppio; una condizione destinata a rimanere invariata anche nel 2013.
Il principale programma di contrasto alla produzione dell’oppio, messo a punto nel 2008, nasceva da considerazioni di carattere economico: un ettaro di terreno coltivato a grano garantirebbe una rendita di 1.200 dollari, 4.500 per uno a oppio, a fronte di 12.000 dollari per uno a zafferano (ma con tre anni di attesa per un effettivo profitto). Al fine di limitare la produzione di oppio, come alternativa italiana all’approccio sino ad allora utilizzato e basato sull’azione di «convincimento» e della «conquista dei cuori e delle menti», nella seconda metà del 2010 venivano distribuite oltre cinquanta tonnellate di bulbi di zafferano (a cura del Provincial Reconstruction Team italiano di Herat) destinate alla coltivazione di almeno trenta ettari. I risultati non sono stati soddisfacenti:
-          produzione, lavorazione e mercato dello zafferano non sono stati sviluppati in maniera coordinata;
-          l’assenza di specifici processi di trattamento – causa della perdita di colore e profumo dello zafferano – ne ha precluso la vendita all’estero (a fronte di una sostanziale assenza di mercato interno);
-          le vie di accesso ai mercati regionali e internazionali sono limitate e di difficile praticabilità (sono 1600 i chilogrammi di zafferano esportati nel corso del 2012);
-          gli aiuti economici promessi ai coltivatori afghani sono stati disattesi – convincendo molti di questi a proseguire o a riavviare la coltura dell’oppio.
In sintesi, «l’offensiva dello zafferano» è fallita.
Secondo stime della Nato, metà dei fondi a disposizione dell’insurrezione proverrebbe proprio dal narcotraffico. E i taliban, che hanno dimostrato di non avere alcuna intenzione di rinunciarvi, avrebbero avviato un’offensiva orientata a distruggere i campi con coltivazioni legali, colpire i mezzi di trasporto con bulbi di zafferano e fertilizzanti, minacciare di morte gli agricoltori e le loro famiglie.
Anche sul piano politico-finanziario non sono stati ottenuti risultati soddisfacenti, avendo mancato di raggiungere un obiettivo di rilevanza strategica: il taglio del flusso di denaro – correlato al narcotraffico – dalle organizzazioni criminali ai gruppi insurrezionali. Circa il 15% del PNL afghano dipende dall’esportazione di droga, per un totale di 2,4 miliardi di dollari l’anno (fonte UN). E così, all’evidente impossibilità da parte della Comunità internazionale di contrastarne la produzione e il commercio, si unirebbe l’interesse di alcuni istituti finanziari internazionali nella gestione del denaro derivante dai traffici illeciti.

Breve Analisi conclusiva
Secondo le Nazioni Unite, l’aumento nella produzione di oppio è avvenuto prevalentemente nelle regioni meridionali, in particolare nei distretti e nelle province recentemente transitate dalla responsabilità della Coalizione a guida statunitense alle forze di sicurezza afghane.
L’incremento nella produzione, favorito anche dal prezzo di mercato, suggerisce che gli afghani starebbero concentrandosi sui traffici illegali in previsione della probabile crisi economica che potrebbe derivare dal disimpegno dei contingenti militari stranieri alla fine del 2014.
Su trentaquattro province, l’aumento di produzione è stato registrato in dodici, stabile in altre sette e in lieve calo in una; nel complesso quattordici province sarebbero classificate come “poppy free”. Kandahar e Helmand a livello produttivo sono classificate come “high” e “very high”; queste sono le due aree da cui le truppe statunitensi si stanno disimpegnando – dopo il surge militare durato tre anni – e sulle quali si sono concentrati i principali sforzi per la lotta al narcotraffico attraverso la ricerca di colture alternative all’oppio.
Nonostante il governo afghano si sia formalmente impegnato a “bonificare” 15.000 ettari di terreno utilizzato per la coltura di oppio (non molto rispetto al totale di 154.000, ma comunque un target superiore del 50% rispetto a quello del 2012), il rischio potenziale – a fronte del disimpegno internazionale a cui farà seguito il passaggio di responsabilità alle impreparate forze di sicurezza locali e al debole stato afghano – è che l’Afghanistan si trasformi nel medio termine un narco-stato.