Afghanistan Sguardi e Analisi

Afghanistan Sguardi e Analisi

"
Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

Visualizzazione post con etichetta talebani. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta talebani. Mostra tutti i post

domenica 25 giugno 2017

Intervista a C. Bertolotti. Afghanistan, i talebani vogliono negoziare: "inutile escluderli"

http://www.dire.it/17-06-2017/128544-afghanistan-talebani-vogliono-negoziare-inutile-escluderli/


(Agenzia DIRE); Camera dei Deputati, ROMA – C. Bertolotti: "L’Afghanistan non e’ in grado di camminare con le proprie gambe, si trova quindi in una fase di grande pericolo per il futuro dei suoi abitanti e delle sue istituzioni. E i Talebani si stanno dimostrando favorevoli a sedersi al tavolo negoziale con Kabul, per avere la loro parte nella gestione del Paese. Lo ha spiegato all’agenzia Dire Claudio Bertolotti, analista strategico per Itstime (Italian Team for Security, Terroristic Issues & Managing Emergencies), gia’ capo sezione di contro-intelligence della Nato in Afghanistan dal 2005 al 2008.
Per Bertolotti, dopo 16 anni di guerra, la questione deve “essere risolta tra afghani”. I talebani, spiega, “stanno conquistando sempre di più il terreno, hanno il controllo di circa il 40 per cento del territorio, questo non significa che il restante 60 per cento sia sotto il controllo delle forze governative, tutt’altro. I talebani hanno dato una disponibilita’ a sedersi al tavolo delle trattative, bisognera’ vedere quanto saranno in grado di concedere, quanto saranno disposti a dare alle forze di sicurezza internazionali e al governo afghano, in cambio di una spartizione del potere”.
Impensabile per l’analista non prevedere nella gestione dello Stato anche i miliziani, anche perché “al momento non e’ in mano al legittimo governo“ (VAI ALL'INTERVISTA COMPLETA)

mercoledì 9 novembre 2016

LA TRASFORMAZIONE DEL MOVIMENTO TALEBANO (CeMiSS OSS 2/2016)

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1


ISBN 978-88-99468-16-3 

La morte del mullah Mansour e la nomina del nuovo vertice dei talebani: il mawlawì Haibatullah Akhundzada
Sul fronte interno insurrezionale, recenti dinamiche hanno imposto una complessiva riorganizzazione interna.
Lo scorso 22 maggio un attacco drone statunitense ha ucciso il leader dei talebani nella provincia pachistana del Belucistan; è morto così il mullah Aktar Mohamad Mansour, discusso capo dei talebani afghani succeduto allo storico leader del movimento, il mullah Mohammad Omar, deceduto nel 2013 ma la cui dipartita fu resa nota due anni più tardi, nel luglio del 2015.
Al vertice del movimento subentra come Amir-al-Momineen (‘Emiro-comandante di tutti i fedeli’) il mawlawì Haibatullah Akhundzada, luogotenente di Mansour; un ruolo, almeno in apparenza, riconosciuto all’unanimità dal Supremo Consiglio (shura) taliban.
Chi è il nuovo capo dei taliban? Haibatullah è un mujaheddin della cosiddetta vecchia guardia, ispiratore dello stesso mullah Omar di cui è stato consigliere; una figura molto rispettata e influente sul piano religioso, essendo un teologo di alto rango (il titolo mawlawi lo indica come ‘dotto religioso’). Un profilo che nel complesso è a prevalenza giuridico-religiosa. Un fattore, questo, che agevolerebbe il processo di riunificazione del movimento (frammentato durante la leadership del predecessore Mansour) attraverso un approccio fideistico-simbolico.
E sebbene molti analisti abbiano posto in evidenza l’assenza di esperienza operativo-strategica del mawlawì Haibatullah Akhundzada, quel che potrebbe fare la differenza è il fattore tribale derivante dal forte legame che questi ha con le popolazioni pashtun; in particolare, il nuovo capo dei talebani è originario del distretto di Panjwai (provincia di Kandahar), ed è membro della tribù Noorzai a cui appartengono molti di quegli oppositori a Mansour che hanno alimentato il deleterio processo di frammentazione. Un fattore, quello tribale, decisivo nella sua nomina e nel processo di dialogo tra le parti; una scelta che viene presentata come condivisa e rappresentativa delle varie correnti interne al movimento.
Al momento è da comprendere se Haibatullah deciderà di proseguire la lotta insurrezionale e attraverso quali vie; nello specifico, è necessario tenere in considerazione le dinamiche di riequilibrio dei rapporti di forza tra i membri dell’intellighenzia talebana, il crescente peso della Rahbari shura – il più importante e influente tra i Consigli talebani – e il ruolo del Pakistan nel processo decisionale.
Non sarà facile, per il nuovo leader del più importante movimento insurrezionale, cambiare approccio e policy sulla condotta della guerra e sul ruolo dei talebani nella lotta per il potere senza il sostegno degli altri attori chiave. L’autorità di Haibatullah e la sua legittimità derivano dalla nomina approvata dalla Rahbari shura e non dal fatto di essere stato indicato dal mullah Omar, la figura carismatica la cui autorevolezza non può essere messa in discussione; ciò significa che anche lui, come il suo predecessore Mansour, dovrà affrontare alcune difficoltà, aggravate in parte dall’assenza di esperienza in leadership pratica, che lo porteranno ad affidarsi in maniera significativa ai vari organismi talebani per poter guidare il gruppo in maniera efficace.
E sebbene Haibatullah sia descritto come un hardliner, ciò non significa che questo possa avere automatiche conseguenze su un cambio complessivo di policy. Lui stesso ha approvato le principali decisioni strategiche del suo predecessore, ha sostenuto alcune decisioni delicate, come la legittimità del jihad contro i suoi ‘concorrenti’ o le opposte fazioni, e ha approvato con specifiche direttive la policy sull’educazione femminile; sarebbe dunque bizzarro se proprio lui decidesse di cambiare in maniera radicale ciò che ha ereditato da Mansour.
Da una parte, non è escluso che la possibile dipendenza di Haibatullah nei confronti della ‘burocrazia’ talebana possa dare una spinta al processo evolutivo del movimento portandolo verso un modello maggiormente istituzionalizzato; una evoluzione orientata a un modello strutturato di decision-making che potrebbe essere l’unica soluzione per mantenere una parvenza di unità del movimento (unità che in realtà non è mai esistita).
Dall’altra parte, il crescente ruolo dell’apparato burocratico talebano non significa che il movimento stia muovendo verso una qualche forma di ‘democrazia’ interna per quanto riguarda i processi decisionali poiché i singoli comandanti o leader non hanno uguale peso, influenza, autorevolezza; al contrario, il loro ruolo dipende dalle capacità individuali, dai legami tribali, dalla provenienza geografica (ad esempio i leader provenienti dall’area di Kandahar – i ‘kandahari’ – hanno maggior peso politico e potere) e, in particolare, dall’esperienza militare.
Alla ricerca di una stabilizzazione degli equilibri interni
Nella conferma di un ruolo che ebbe già con Mansour, il braccio destro designato dell’Emir Haibatullah Akhundzada è Sirajuddin Haqqani, comandante della cosiddetta ‘Haqqani network’ vicina ad al-Qa’ida e figlio di Jalaluddin Haqqani, figura di rilievo del fronte insurrezionale, morto nel 2014.
L’altro stretto collaboratore è una novità significativa, trattandosi del mullah Muhammad Yaqoub: figlio venticinquenne del mullah Omar, che però occupa una posizione che è priva di un concreto potere e di un’effettiva capacità di controllo sul movimento. Ma si tratta in questo caso di un’apertura alla componente taliban ostile al mullah Mansour e che guardava con favore alla fazione guidata dal mullah Mohammad Rassoul, l’ex governatore taliban di Nimruz e responsabile della conquista di Kunduz del settembre 2015 (al momento potrebbe essere detenuto in Pakistan).
Una scelta politica, quella del mullah Yaqoub, che aprirebbe a quella componente sinora esclusa – e che non riconosceva la legittimità della precedente leadership – e dimostrerebbe una volontà di riunificazione di un fronte insurrezionale frammentato.
È evidente quanto sia sbilanciato il rapporto di poteri tra i tre componenti della leadership di vertice: un capo, il mawlawì Haibatullah, dal ruolo religioso e simbolico; un suo vice, il mullah Yaqoub, privo di capacità sostanziale; il secondo vice, Sirajuddin Haqqani, comandante della componente militare, legato ad al-Qa’da e ad altri gruppi di opposizione armata insurrezionali e un’elevata capacità di auto-finanziamento.
Chi sono davvero gli uomini al fianco del nuovo capo dei talebani?
Il vice-Emiro Sirajuddin Haqqani è uno dei pochi comandanti talebani di alto livello e con un ruolo di guida a non essere originario dell’Afghanistan del sud, sebbene la sua figura e il suo ruolo non siano unanimemente apprezzati all’interno del movimento. La sua nomina è stata accolta con favore dai gruppi della cosiddetta Loya Paktia (Paktia, Paktika, Khost, parte di Logar e Ghazni) ma guardata con sospetto altrove a causa dei suoi legami con i militari e i servizi segreti pakistani (ISI). Il suo ruolo nell’ambito decisionale è elevato e rafforzato dai risultati e dalle capacità operative della sua organizzazione militare chiamata ‘Haqqani network’, capace di ottenere importanti risultati sul campo di battaglia attraverso azioni spettacolari ed efficaci nel sud-est del paese e all’interno della capitale Kabul.
Inoltre, a causa della limitata esperienza sul campo di battaglia di Habaitullah, Sirajuddin Haqqani ha visto accrescere il suo ruolo nella gestione delle questioni militari, in particolare nella fase di pianificazione operativa.
Il vice-Emiro Mullah Muhammad Yaqub nell’aprile del 2016 è stato nominato comandante militare per le 15 province del sud e dell’est (l’attuale posizione di comando non è confermata); una scelta che può essere letta come una risposta alle crescenti preoccupazioni dei capi militari delle aree del sud e del sud-ovest nei confronti del maggiore peso militare di Sirajuddin Haqqani (in parte dovuto alla non appartenenza al gruppo dei ‘kandahari’) conseguente alla sua nomina quale responsabile degli affari militari del movimento.
È importante citare il fatto che Yakub, avendo trascorso la maggior parte della sua vita adulta in Pakistan (dove ha effettuato studi teologici presso le madrase), è considerato lontano dalla realtà afghana; una permanenza in Pakistan che però è stata funzionale alla sua formazione teologica e che gli consente oggi di godere di un ottimo rapporto con Haibatullah sotto la cui guida si è formato; questo fatto, certamente non secondario, potrebbe lasciare intuire una certa accondiscendenza nei confronti del sul ‘maestro-Emiro’. Fattori questi che, nel complesso, lo hanno portato a godere della fedeltà e del supporto di un significativo numero di comandanti militari e leader di rilievo, tra i quali Gul Agha, capo della ‘Commissione Finanziaria’; Qayum Zaker, un comandante molto rispettato nel sud; mawlawi Shirin, a capo della compagine militare nelle 19 province dell’est e del nord, e Nuruddin Turabi, ex ministro della giustizia.
Le altre figure chiave del movimento sono Amir Khan Muttaqi, capo della ‘Commissione per la Cultura’, membro della Rahbari Shura e alla testa dell’organizzazione mediatica dei talebani; mawlawi Hamdullah Nanai, ex ministro della comunicazione, da Kandahar, influente sul piano della sicurezza e su quello militare; Sadar Ibrahim, capo della ‘Commissione Militare’, da Helmand; Amir Khan Haqqani (non appartenente al clan Haqqan), vice-capo della ‘Commissione Militare’; Abdul Qayum Zaker (già detenuto a Guantanamo) ex capo della ‘Commissione Militare’ che guidò le forze talebane durante il ‘surge’ statunitense nel 2009-2012; mawlawi Abdul Kabir, ex capo militare della zona est durante l’epoca talebana; mullah Muhammad Abbas Akhund, ex ministro della salute, attualmente a capo della ‘Commissione per la Salute’ e punto di riferimento delle organizzazioni internazionali per gli aiuti umanitari per l’accesso alle aree sotto il controllo talebano; Gul Agha (anche noto come Hedayatullah), capo dell’iportante ‘Commissione Finanziaria’, dall’Helmand.
Analisi, valutazioni, previsioni
Le dinamiche interne al movimento talebano procedono indipendenti dagli sviluppi sul campo di battaglia che, nel corso del 2016 e attraverso l’offensiva di primavera intitolata al defunto mullah Omar, hanno portato il movimento insurrezionale ad ottenere risultati ancora favorevoli tra i quali si registra nel mese di settembre l’assedio di Tirin-Kot, capitale provinciale di Oruzgan, e la conferma da parte del governo locale dell’annientamento di tutte le forze a difesa della città; un episodio che segue i risultati raggiunti a Helmand un mese fa, al nord lo scorso anno con la conquista temporanea di Kunduz (quinta città dell’Afghanistan), l’escalation di violenza nella capitale Kabul e il sostanziale monopolio della violenza nel sud e nell’est.
Nel complesso, come confermato nel mese luglio al Congresso degli Stati Uniti dal SIGAR (Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction), dopo 15 anni di guerra i talebani – nonostante un processo di frammentazione interno che ne minaccia la capacità di comando e controllo – sono oggi in grado di controllare più territorio di quanto non lo siano stati dall’inizio dell’intervento militare statunitense nel 2001. Lo stesso Segretario Generale delle Nazioni Unite ha comunicato a giugno che la sicurezza generale del paese è peggiorata in maniera significativa negli ultimi mesi, confermando un trend negativo per quanto riguarda le capacità del governo afghano di mantenere il proprio controllo nella aree meridionali, orientali e periferiche del paese.
Nel complesso, è in fase di recrudescenza anche la situazione sui piani economico, politico e, più in generale, della sicurezza. Una situazione complessiva che complica e rallenta l’auspicato processo di pace al momento in fase di stallo, in attesa che i talebani – e la loro nuova leadership – trovino una ragione per sedersi a quel tavolo negoziale aperto dal Quadrilateral Coordination Group (Afghanistan, Cina, Pakistan e Stati Uniti) che sinora li ha visti assenti.


martedì 11 ottobre 2016

Afghanistan: la frantumazione del movimento taliban e il ruolo dello Stato islamico (ISPI)

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1

da ISPI - ispionline.it - scarica il COMMENTARY in pdf

L’incontrastata offensiva dei taliban conferma una capacità di saper operare sia sul piano operativo-strategico sia su quello politico-diplomatico, ma il processo di frammentazione e la lotta intestina al movimento taliban per la successione al mullah Omar hanno aperto nuovi scenari di conflittualità, in cui si è inserito con prepotenza IS/Daesh. 

Il mullah Mohammad Omar, leader dei taliban afghani è morto, verosimilmente nell’aprile del 2013. Il mullah Akhtar Mohammad Mansour, che lo ha sostituito nell’agosto del 2015, potrebbe essere anch’egli deceduto a dicembre in seguito a un ipotetico scontro a fuoco con un capo taliban scissionista.
Queste, vere o meno, le informazioni disponibili. E gli stessi taliban hanno ufficialmente smentito la notizia; ma sono gli stessi taliban che, per due anni, hanno tenuto nascosta la morte del mullah Omar.
Alcune dinamiche rimangono però indefinite; in particolare, la stessa dinamica dell’evento appare contraddittoria.
Un incontro di alto livello che preveda la partecipazione del massimo vertice del movimento taliban impone l’adozione di misure di sicurezza estremamente cautelative; appare dunque improbabile che vi fossero armi tra i partecipanti all’incontro, al di fuori di quelle in dotazione alle guardie del corpo.
Inoltre, la notizia della sua uccisione sarebbe sostenuta a gran voce dalla fazione secessionista – vicina allo Stato islamico (IS/Daesh) in Afghanistan – del mullah Mansour Dadullah (che a sua volta risulterebbe essere stato ucciso su ordine della leadership taliban).
Dunque tutto da verificare.
Le dinamiche del fronte insurrezionale e il compromesso per la pace
Nel frattempo, prosegue incontrastata l’offensiva dei taliban – la più violenta degli ultimi quattordici anni. L’occupazione di Kunduz alla fine di settembre è l’episodio che meglio ne descrive la capacità di espansione e rappresenta il più importante successo ottenuto dall’insurrezione sino a oggi, a cui fanno seguito gli attacchi a Kandahar del 7-8 dicembre.
Tutto ciò conferma una capacità di saper operare su due piani:
  • -quello operativo-strategico – attraverso azioni dirette contro obiettivi simbolici (centri urbani, basi militari), in grado di attirare l’attenzione mediatica;
  • -quello politico-diplomatico – funzionale alla spartizione del potere e del paese.
È ormai un dato di fatto che Stati Uniti, governo afghano e leadership taliban ambiscano a una soluzione di compromesso del conflitto; tale ipotesi è però minacciata dall’instabilità di alcuni fattori.
Il processo di frammentazione e la lotta intestina al movimento per la successione al mullah Omar hanno aperto nuovi scenari di conflittualità, in cui si è inserito con prepotenza IS/Daesh.
Il leader ufficialmente è il mullah Mansour, indicato come “pragmatico” e disponibile all’ipotesi negoziale; la sua è però una posizione fragile e contestata e la notizia del suo ferimento – o uccisione – evidenzia le fragilità in essere.
Un secondo fattore è la difficoltà della leadership taliban nel mantenere unito il movimento; anche in questo caso l’ipotesi di uccisione di Mansour sarebbe una conferma.
Infine, terzo fattore, le spinte esterne legate alla diffusione di IS/Daesh. Più giovani mujaheddin, radicali, ex comandanti taliban, spesso marginalizzati o espulsi, o soggetti contrari al processo di pace, avrebbero già aderito al modello di “Nuovo terrorismo insurrezionale” (Nit, New Insurrectional Terrorism), di cui IS/Daesh è capolista e attore emergente della violenza in Afghanistan. Un attore, questo, che, continuando il processo di espansione dal Syraq (tra Siria e Iraq) al sub-continente indiano, si è imposto attraverso la diffusione del premium brand IS Wilayat Khorasan, riuscendo al contempo a marginalizzare un’al-Qaida indebolita.
Cosa accadrebbe se il fronte insurrezionale si frammentasse ulteriormente?
Il dialogo negoziale e il processo di power-sharing indurrebbero parte degli insorti a continuare a combattere; quattro, in breve, i rischi connessi alle conflittualità intra-taliban:
  1. Polarizzazione delle correnti favorevoli/contrarie al processo di pace.
  2. Scissione violenta.
  3. Trasformazione del conflitto, da “nazionale” (mujaheddin afghani per l’Afghanistan) a guerra “globale” (approccio ideologico alimentato da IS/Daesh).
  4. Apertura di al-Qaida a tutti i gruppi jihadisti – e dunque anche IS/Daesh – (appello dell’emiro Ayman al-Zawahiri del novembre scorso).
Una situazione complessiva che potrebbe preannunciare uno scenario – già avvenuto per i taliban pachistani – in cui il movimento taliban afghano si frantumerebbe attraverso la contrapposizione tra blocco storico e frangia radicale (che opterebbe per l’adesione a IS/Daesh).
Cosa potrebbe accadere nel breve periodo?
Il fronte insurrezionale possiede significative capacità operative e di manovra, non è stato sconfitto sul campo ed è capace di limitare la libertà d’azione delle forze di sicurezza afghane. Sull’altro fronte, data l’incapacità da parte del governo afghano di garantire il controllo del territorio e un adeguato livello di sicurezza, la permanenza di una residua forza militare straniera rappresenta un vantaggio pratico.
È possibile valutare che nel breve-medio periodo vi sarà un aumento delle conflittualità a causa delle azioni insurrezionali e dell’espansione di IS/Daesh; inoltre, la riduzione delle capacità dello stato comporterà un sostanziale abbandono delle aree periferiche.
È dunque prevedibile un significativo aumento della pressione insurrezionale, anche esogena; parte dei taliban potrebbe lasciare il movimento e unirsi a IS/Daesh, mentre altri foreign fighters sono già operativi nei gruppi che fanno capo ad AQIS – nuovo brand di al-Qaida nel sub-continente indiano in risposta a IS/Daesh – (si valuta che le fazioni in campo contino complessivamente circa 6.500 foreign fighters).
scarica il COMMENTARY in pdf


UE: confermato il supporto internazionale all’Afghanistan

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1

Kunduz assediata dalle forze islamiche mentre il Governo è impegnato in Europa

Oggi 4 e domani 5 ottobre l’Unione Europea e il Governo Afghano si riuniscono a Bruxelles per la ‘Conferenza sull’Afghanistan’. Ma, anticipando di un giorno l’appuntamento europeo, i talebani ripropongono un copione di successo puntando alla conquista di Kunduz – capitale provinciale e quinta città dell’Afghanistan. Era il 28 settembre 2015 quando i talebani la conquistarono, occupandola per tre giorni e impegnando le forze di sicurezza afghane e statunitensi, per le tre settimane successive, nell’opera di bonifica totale dalle sacche di resistenza. Una prova di forza, confermata dalle successive offensive nell’Helmand e in tutto il sud-est del Paese, nell’assedio di Tirin-Khot e nelle innumerevoli e spettacolari azioni violente nella capitale Kabul. Una spinta espansiva che, in competizione con lo Stato islamico-Khorasan (la succursale in franchise dell’originale ISIS in Siria e Iraq), ha portato l’insurrezione afghana a detenere il sostanziale monopolio della violenza nel 40 percento del Paese.
Oggi i talebani, comandati dal loro nuovo leader Mawlawi Haibatullah Akhundzada, succeduto al discusso mullah Mohammad Mansour (inviso a molti capi talebani) dopo la morte dello storico e carismatico mullah Mohammad Omar, ribadiscono attraverso un’importante azione militare le loro intenzioni e confermano di possedere crescenti capacità operative. L’Afghanistan è, dunque, sempre più sotto assedio. E in quest’atmosfera in cui assediati e assedianti si confrontano, sì sul campo di battaglia, ma anche e ancor più sul piano comunicativo e politico, la Comunità internazionale si riunisce a Bruxelles per formalizzare entità e durata del sostegno all’Afghanistan.
Unione Europea e Governo afghano co-dirigono i lavori della ‘Conferenza per l’Afghanistan’ a cui partecipano 70 Paesi donatori e 30 organizzazioni e agenzie internazionali con l’obiettivo di creare una base su cui Kabul dovrà sostenere le proprie strategie di riforma e stabilizzazione. Per la Comunità internazionale è l’occasione per ribadire il proprio impegno nel sostegno politico e finanziario al processo di pace, alla costruzione e allo sviluppo dello Stato afghano. Un processo di pace che è, però, ben lontano dal potersi dire avviato, poiché l’interlocutore principale, il movimento talebano, è assente dall’ultimo – in termini temporali – tavolo negoziale aperto due anni fa e comprendente Afghanistan, Cina, Stati Uniti e Pakistan, meglio noto come Quadrilateral Coordination Group.
Donald Tusk, Presidente del Consiglio europeo, Federica Mogherini, Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza e Neven Mimica, Commissario europeo per lo Sviluppo e la Cooperazione, rappresentano l’Europa di fronte al Presidente dell’Afghanistan Ashraf Ghani e il suo Chief Executive Officer, o Primo Ministro esecutivo, Abdullah Abdullah nell’incontro che, seguendo il programma in agenda, si focalizzerà su due aspetti principali.
Il primo è lo sforzo congiunto per un efficace supporto internazionale e il necessario sostegno economico, sulla base di un nuovo piano strategico nazionale. Il secondo aspetto, il più problematico, è relativo agli sforzi fatti e da fare per una riforma strutturale, a partire da quella economica e comprendente la rule of law, la gestione trasparente degli stanziamenti e delle finanze, la lotta alla corruzione, i servizi essenziali, il processo di pace e la cooperazione trans-frontaliera a livello regionale. Aspetti interessanti, ma che non sono una novità avendo caratterizzato tutti gli undici incontri ufficiali, le conferenze e i summit internazionali che si sono succeduti dal 2001 in avanti.

venerdì 13 giugno 2014

Elezioni in Afghanistan. Chi sarà il successore di Hamid Karzai?

di Claudio Bertolotti
 

http://osservatorioiraq.it/analisi/elezioni-afghanistan-chi-sar%C3%A0-il-successore-di-hamid-karzai
Dal ballottaggio di sabato dipenderà il nome del successore di Hamid Karzai, il presidente uscente che lascia l’Afghanistan con non poche questione sospese. Prima tra tutte l’accordo di sicurezza bilaterale con gli Stati Uniti e, dunque, con la Nato.

Nato e Afghanistan
Un accordo vincolante per l’Alleanza atlantica poiché alla fine dell’anno scadrà il mandato delle Nazioni Unite per la presenza di truppe straniere su suolo afghano; presenza che, dal 2015, non sarà superiore alle 12 mila unità, un numero minimo per garantire la sicurezza delle basi strategiche, la capacità di intervento a livello regionale e un limitato supporto alle forze di Kabul.
E se sul fronte politico si impone l’attesa, sul piano della sicurezza le preoccupazioni trovano conferma nelle minacce talebane che, sebbene concrete, non hanno impedito al 58% degli elettori di esercitare il proprio diritto di voto al primo turno elettorale.
Nel complesso possiamo dire che le attuali elezioni sono più sentite di quanto non lo siano state le precedenti del 2009: circa il 50 % di elettori in più, di questi il 36 % donne. Un dato importante da leggere come segnale di fiducia nei confronti del processo elettorale, in contrapposizione all’alto livello di conflittualità socio-politica.
Zalmai Rassoul, il candidato sponsorizzato da Karzai, non ha ottenuto il successo elettorale sperato accontentandosi dell’11,5 % delle preferenze. Il suo ruolo, che non si esaurisce con l’esclusione dal ballottaggio, contribuirà a stabilizzare gli equilibri elettorali che vedranno coinvolti i due candidati rimasti in corsa: Abdullah Abdullah (ex ministro degli Esteri) con il 45 % delle preferenze e forte dell’endorsement di Rassoul, e Ashraf Ghani Ahmadzai (ex ministro delle Finanze) fermo al 31,6 %.

Abdullah contro Ghani
Entrambi i candidati in corsa hanno dichiarato che firmeranno l’accordo di sicurezza bilaterale.
Abdullah si aspetta di vincere; uno scenario che, imprevisti a parte, potrebbe realizzarsi.
Ma è difficile dire come si concluderà questo importante processo elettorale poiché, a fronte di un vantaggio significativo di Abdullah (almeno nei numeri) si contrappongono dinamiche politiche che poggiano su variabili linee di faglia di natura etnica, in particolare quelle dei gruppi pashtun che guarderebbero con maggior favore a Ghani – pashtun –, come alternativa ad Abdullah – metà pashtun e metà tagico.
E infatti, a pochi giorni dalle elezioni, i colpi di scena non sono mancati con lo schieramento, a favore di Ghani, di Abdul Rahim Ayoubi, leader del partito Milate Mutahed a cui si aggiunge una serie di dichiarazioni di sostegno di alto profilo, dal vice-presidente Ahmad Zia Massud (il cui ruolo di leader tagico potrebbe prevenire conflitti di natura etnica), al partito dei giovani afghani Etelaf-e-Meli Nahj Naween, alle numerose manifestazioni di sostegno di alcuni importanti leader religiosi e, ancora, da una significativa parte dell’elettorato femminile. Insomma, sebbene Abdullah sia sulla carta il candidato dato per vincitore, i giochi sono tutt’altro che chiusi.
Quello che ci attende è un cambio alla guida dell’Afghanistan che non avverrà prima della fine dell’estate: le elezioni sono in calendario per il 14 giugno, i risultati finali saranno annunciati il 22 e la proclamazione avverrà non prima del 22 luglio, brogli elettorali permettendo. Già, perche il licenziamento di 5338 dipendenti della Commissione Elettorale indipendente accusati di frode ci ricorda, ancora una volta, l’endemico livello di corruzione del “sistema afghano”, che non sorprende ma induce una distratta opinione pubblica globale ad accettare il risultato finale, qualunque esso sia.

Riconcilizione con i talebani
Che vinca Abdullah o Ghani, è probabile che nel breve termine poco cambierà e l’Afghanistan permarrà in una condizione di equilibrio instabile; le problematiche da affrontare rimarranno le stesse, potrebbero però cambiare i ritmi della politica presidenziale.
A fronte di una condizione sociale insostenibile, il sostanziale fallimento dei progetti infrastrutturali e un’economia nazionale inesistente, la decisione al momento più impegnativa si sposta sul piano politico ed è incentrata sul ruolo dei gruppi di opposizione armata nel futuro assetto del paese.
Ghani, dimostrandosi pragmatico e flessibile, ha dichiarato di voler percorrere la via della riconciliazione con i talebani fin da subito, aprendo a una possibile spartizione del potere attraverso un processo di graduale “power sharing”.
Un’opportuna linea strategica che Abdullah, sebbene riluttante, sarebbe comunque costretto a seguire. È solo una questione di tempistiche poiché l’unica via strategica che porta fuori dall’empasse afghano passa attraverso il compromesso che, se da un lato apre le porte ai talebani – formalmente imbattuti sul campo di battaglia – dall’altro imporrà una parziale revisione dei diritti costituzionali.
Un prezzo da pagare che la Comunità internazionale, e con essa la Nato, ha ormai da tempo messo in conto pur di sganciarsi da un impegno non più sostenibile e ormai impopolare, a fronte dei risultati parziali, ma non del tutto negativi, ottenuti in tredici anni di guerra: una guerra comunque non vinta e ormai estranea all’interesse e all’attenzione mediatica internazionali.

domenica 1 giugno 2014

Messaggio al Presidente degli Stati Uniti d'America: bentornato sergente Bergdahl

(trad. del messaggio inviato alla "White House")
Al Presidente degli Stati Uniti d'America, Mr. Barack Obama, e alla famiglia Bergdahl.
Accogliamo con immensa soddisfazione la notizia della liberazione del sergente Bowe Bergdahl, dopo cinque lunghi anni di prigionia in Afghanistan.
Unitamente al popolo americano, noi Italiani ci stringiamo attorno al sergente Bowe Bergdahl - un eroe dei nostri tempi - e alla sua famiglia esprimendo il nostro affetto, la nostra gioia e il nostro orgoglio nei confronti  di chi, come lui, mette a disposizione della Nazione, dei suoi compatrioti e degli Alleati, la propria vita.
Bentornato Bowe!