Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

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martedì 11 ottobre 2016

UE: confermato il supporto internazionale all’Afghanistan

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1

Kunduz assediata dalle forze islamiche mentre il Governo è impegnato in Europa

Oggi 4 e domani 5 ottobre l’Unione Europea e il Governo Afghano si riuniscono a Bruxelles per la ‘Conferenza sull’Afghanistan’. Ma, anticipando di un giorno l’appuntamento europeo, i talebani ripropongono un copione di successo puntando alla conquista di Kunduz – capitale provinciale e quinta città dell’Afghanistan. Era il 28 settembre 2015 quando i talebani la conquistarono, occupandola per tre giorni e impegnando le forze di sicurezza afghane e statunitensi, per le tre settimane successive, nell’opera di bonifica totale dalle sacche di resistenza. Una prova di forza, confermata dalle successive offensive nell’Helmand e in tutto il sud-est del Paese, nell’assedio di Tirin-Khot e nelle innumerevoli e spettacolari azioni violente nella capitale Kabul. Una spinta espansiva che, in competizione con lo Stato islamico-Khorasan (la succursale in franchise dell’originale ISIS in Siria e Iraq), ha portato l’insurrezione afghana a detenere il sostanziale monopolio della violenza nel 40 percento del Paese.
Oggi i talebani, comandati dal loro nuovo leader Mawlawi Haibatullah Akhundzada, succeduto al discusso mullah Mohammad Mansour (inviso a molti capi talebani) dopo la morte dello storico e carismatico mullah Mohammad Omar, ribadiscono attraverso un’importante azione militare le loro intenzioni e confermano di possedere crescenti capacità operative. L’Afghanistan è, dunque, sempre più sotto assedio. E in quest’atmosfera in cui assediati e assedianti si confrontano, sì sul campo di battaglia, ma anche e ancor più sul piano comunicativo e politico, la Comunità internazionale si riunisce a Bruxelles per formalizzare entità e durata del sostegno all’Afghanistan.
Unione Europea e Governo afghano co-dirigono i lavori della ‘Conferenza per l’Afghanistan’ a cui partecipano 70 Paesi donatori e 30 organizzazioni e agenzie internazionali con l’obiettivo di creare una base su cui Kabul dovrà sostenere le proprie strategie di riforma e stabilizzazione. Per la Comunità internazionale è l’occasione per ribadire il proprio impegno nel sostegno politico e finanziario al processo di pace, alla costruzione e allo sviluppo dello Stato afghano. Un processo di pace che è, però, ben lontano dal potersi dire avviato, poiché l’interlocutore principale, il movimento talebano, è assente dall’ultimo – in termini temporali – tavolo negoziale aperto due anni fa e comprendente Afghanistan, Cina, Stati Uniti e Pakistan, meglio noto come Quadrilateral Coordination Group.
Donald Tusk, Presidente del Consiglio europeo, Federica Mogherini, Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza e Neven Mimica, Commissario europeo per lo Sviluppo e la Cooperazione, rappresentano l’Europa di fronte al Presidente dell’Afghanistan Ashraf Ghani e il suo Chief Executive Officer, o Primo Ministro esecutivo, Abdullah Abdullah nell’incontro che, seguendo il programma in agenda, si focalizzerà su due aspetti principali.
Il primo è lo sforzo congiunto per un efficace supporto internazionale e il necessario sostegno economico, sulla base di un nuovo piano strategico nazionale. Il secondo aspetto, il più problematico, è relativo agli sforzi fatti e da fare per una riforma strutturale, a partire da quella economica e comprendente la rule of law, la gestione trasparente degli stanziamenti e delle finanze, la lotta alla corruzione, i servizi essenziali, il processo di pace e la cooperazione trans-frontaliera a livello regionale. Aspetti interessanti, ma che non sono una novità avendo caratterizzato tutti gli undici incontri ufficiali, le conferenze e i summit internazionali che si sono succeduti dal 2001 in avanti.

martedì 17 novembre 2015

La frammentazione del fronte insurrezionale afghano: da guerra di liberazione nazionale a jihad globale? (CeMiSS 8/2015)

di Claudio Bertolotti
CeMiSS - Osservatorio Strategico 8/2015 pp. 135-141
ISBN 978-88-99468-10-1


Le dinamiche del campo di battaglia: la presa di Kunduz.
Il 28 settembre i taliban hanno conquistato temporaneamente la città di Kunduz, cacciando le forze di sicurezza afghane e occupato gli edifici governativi, le caserme della polizia e le infrastrutture militari.
Quanto accaduto a Kunduz (quinta più grande città dell’Afghanistan e capitale provinciale) è un episodio che va a sommarsi al processo di espansione insurrezionale nel sud e nell’est del paese e rappresenta il più grande successo ottenuto dai taliban in 14 anni di guerra di resistenza: un chiaro esempio di capacità tattica e mediatica dal lato dei taliban (e di tutti i gruppi di opposizione armata insurrezionali) e al tempo stesso di incapacità operativa e strategica dal lato delle forze di sicurezza afghane (forze che, come dimostrato, non sono in grado di garantire un livello minimo di sicurezza nonostante gli immensi sforzi fatti dalla Comunità internazionale).
I soldati di Kabul non mancano di coraggio, tutt’altro, ma mancano di elementi ben più importanti: la capacità operativa, quella intelligence, il coordinamento sul campo di battaglia, il supporto aereo e quello logistico – più della metà dell’esercito non è in grado di operare autonomamente senza il supporto delle forze di sicurezza straniere; supporto che è venuto a mancare con la chiusura della missione ISAF (il 31 dicembre 2014) e l’avvio della missione NATO ‘Resolute Support’.
E la debolezza militare segue quella politica di una diarchia di potere (si veda oltre) incapace di realizzare quanto promesso durante la campagna elettorale: un Afghanistan migliore e sicuro.
E oggi i taliban, quegli stessi che hanno conquistato Kunduz, si trovano così a muoversi su due piani paralleli:
1.    da un lato il campo di battaglia vero e proprio dove i risultati dimostrano che l’opposizione afghana è capace di colpire e ottenere obiettivi altamente simbolici (la fuga del governo locale, la cattura di soldati, l’occupazione di basi militari) e remunerativi dal punto di vista dell’immagine (come l’ampia diffusione mediatica della notizia e delle immagini ha dimostrato);
2.    dall’altro il fronte politico-diplomatico che li potrebbe condurre verso un tavolo negoziale favorevole e che garantirebbe loro l’accesso a forme di potere, e una spartizione de facto del paese (cosa che in effetti è già in essere).
D'altronde, dobbiamo ricordare come anche nei momenti di massimo dispiegamento di truppe straniere in Afghanistan le zone rurali e periferiche in buona parte siano sempre state fortemente infiltrate dai gruppi di opposizione armata (GOA); non è una novità, ormai da circa 10 anni i taliban sono in grado di muoversi e operare, pur non avendo capacità di controllo permanente del territorio, in circa l’80 percento del paese, il che equivale a tutta l’area extraurbana dell’Afghanistan. E l’attacco di Kunduz, così come lo sono gli attacchi quasi quotidiani che avvengono a Kabul, tendono a dimostrare una capacità operativa che è conseguenza di un approccio e una visione strategici dei taliban di tutto rispetto.
L’Italia ha ancora più di 700 soldati impegnati nel teatro operativo afghano che vanno a costituire il totale delle 10.000 unità della Nato della missione ‘Resolute Support’; in tale contesto, l’episodio di Kunduz appresenta un episodio che si va a inserire in un più ampio scenario e che, con buona probabilità, andrà a influire sulle scelte strategiche statunitensi in termini di permanenza delle truppe sul suolo afghano nel breve-medio periodo. Gli Stati Uniti sono infatti in fase di ri-pianificazione e ricollocamento delle truppe sul terreno; conferme sul mantenimento a livello attuale delle truppe che porterebbe  al mantenimento quantitativo sul livello attuale che consta di circa 10.000 truppe statunitensi, alle quale vanno ad aggiungersi le unità della Nato – due missioni differenti ma strettamente collegate tra di loro; numeri teoricamente ridimensionabili ma che, data la situazione attuale e l’espansione del fenomeno insurrezionale in tutto il paese, potrebbero essere riconsiderati nel processo di disimpegno e ritiro delle truppe inducendo a una stabilizzazione sul livello attuale fino a tutto il 2016.
In estrema sintesi, ecco cosa rappresenta la battaglia di Kunduz oggi:
-    è il più grande successo militare in 14 anni;
-    evidenzia l’inadeguatezza delle forze di sicurezza afghane;
-    complica il ritiro delle truppe statunitensi e della Nato in Afghanistan, che potrebbero essere mantenute agli attuali livelli sino a tutto il 2016;
-    dimostra e conferma che i taliban sono una realtà molto forte con cui ci si deve interfacciare, anche formalmente, e includere nel processo politico;
-    è una fonte di forte imbarazzo per il governo di Kabul.
Vi è però un’incognita: il processo di frammentazione interna conseguente alla morte del mullah Omar: riuscirà la nuova leadership taliban a unire le diverse fazioni? Non è cosa facile e i recenti attriti, di cui si parla in questo contributo, lo dimostrano. E a trarne vantaggio sarà un nuovo attore che ha fatto la sua comparsa (da poco meno di un anno) in Afghanistan: IS/Daesh, lo Stato islamico.
Dalle dinamiche del campo di battaglia ai fattori interni caratterizzanti la realtà del fronte insurrezionale.
A nove mesi dalla conclusione della missione ISAF e dall’inizio del nuovo impegno della Nato con la ‘Resolute Support’ mission, sono aumentati gli attacchi e le azioni dei gruppi di opposizione armata afghani ai danni delle forze di sicurezza della Nato e delle istituzioni afghane, quest’ultime sempre più in balia, da un lato, di un’ondata di violenza caratterizzata da azioni sempre più spettacolari e capaci di provocare un elevato numero di morti e feriti e, dall’altro lato, di un’instabilità politica sempre più preoccupante.
E ancora, se da un lato la diarchia di potere Ghani-Abdullah – il primo presidente e il secondo CEO (Chief executive officer), incarico quest’ultimo formalmente non previsto dalla Costituzione – ha portato a una sostanziale e cronica empasse politica, dall’altro assistiamo a uno sviluppo incrementale del fenomeno insurrezionale che si alimenta attraverso due fattori significativi che si sono recentemente imposti.
Il primo, da tempo monitorato dall’Osservatorio Strategico attraverso questa rubrica, è la penetrazione asiatica del fenomeno IS/Daesh, l’imposizione di successo del suo ‘premium brand’ e il progressivo aumento di un ruolo attivo sul campo di battaglia vero e proprio e su quello, maggiormente importante, mediatico; un aumento di attività operative, mediatiche e politiche finalizzato ad attirare le donazioni straniere e i finanziamenti per la condotta di un jihad in Afghanistan che, da guerra di liberazione nazionale, sta trasformandosi sempre più nella variante asiatica di quel ‘Nuovo Terrorismo Insurrezionale’ (NIT) che sta travolgendo l’area del Medio-oriente e del nord Africa, dal Syraq a quello che resta della Libia, e che ha ormai definitivamente stravolto la geografia politica dell’intero arco grande-mediorientale a cominciare, dall’area MENA.
Il secondo è dato dalle dinamiche interne al fronte insurrezionale afghano, mai stato di fatto unito, che dal cambio di vertice conseguente alla morte dello storico leader taliban, il mullah Mohammad Omar, si è avviato verso un repentino processo di frantumazione interna che ha destabilizzato l’intero fronte di opposizione armata – e non solamente del principale movimento, quello dei taliban afghani. Alla fazione del Mullah Akhtar Mansour, che al momento occupa la posizione di vertice, si contrappongono, anche energicamente, le altre correnti di pensiero e tutte le parti escluse dal processo di spartizione delle cariche, e del conseguente potere.
La sostanza di questi due fattori ha dato vita a un circolo vizioso fatto di incapacità dello Stato afghano, competizione, conflitto, ricerca dell’attenzione mediatica attraverso la spettacolarizzazione della violenza.
Una situazione particolarmente critica che ha indotto l’amministrazione statunitense a confermare la presenza delle proprie truppe sino a tutto il 2016 e a prendere in considerazione la possibilità di mantenere un numero superiore di unità militari rispetto a quanto in precedenza annunciato; le opzioni al momento al vaglio, oltre all’opzione che prevede il ritiro già annunciato e la permanenza sul terreno di alcune centinaia di soldati, sono di 6.000, 8.000 o 10.000 unità (oltre al contributo della Nato).
Vediamo ora, più nel dettaglio, quali sono i fattori dinamizzanti del fronte insurrezionale afghano.
Il richiamo all’unità del fronte insurrezionale: verso una guerra tra fazioni?
Se sino al mese di agosto poteva sembrare che il dialogo preparatorio al processo di pace proseguisse in direzione di un esito favorevole, ora la questione si presenta come molto complicata, a causa dell’assenza di una posizione e una volontà univoche da parte dei gruppi componenti la galassia insurrezionale; da un lato i pragmatici e propensi al dialogo, dall’altra lo zoccolo duro intenzionato a proseguire una guerra che, ormai da quarant’anni, impone i propri ritmi e dinamiche alla società afghana. In mezzo la minaccia di un IS/Daesh sempre più aggressivo.
E se i vertici dei taliban hanno saputo muoversi e sedersi al tavolo delle trattative con raffinato pragmatismo, sfruttando la fine della missione ISAF, l’arretramento sostanziale della Nato, lo stallo politico afghano, i limiti dello Stato e delle sue forze di sicurezza, anche il loro principale supporter, il Pakistan, ha saputo imporsi con un ruolo di attore principale. Sino a questo momento. Ma le dinamiche sono cambiate, e stanno ancora cambiando, proprio a causa del disaccordo tra le fazioni dei GOA e la penetrazione aggressiva di IS/Daesh e, dunque, il percorso verso una soluzione negoziale basata sul power-sharing sembra sempre più lontano dal poter essere avviato.
Per quanto riguarda il ruolo del Pakistan, attore principale nello scenario regionale, esso appare ancora ambiguo tra una posizione propositiva nel contesto del processo di pace e le ambizioni mai nascoste di controllo sull’Afghanistan. Ciò potrebbe indurre a non escludere un coinvolgimento diretto del Pakistan nel rallentamento del dialogo negoziale, così da agevolare l’inserimento di taliban filo-pakistani all’interno della leadership insurrezionale al fine di influenzare le decisioni dei taliban filo-pakistani, in contrapposizione ad altre fazioni tra le quali quella che fa riferimento all’ufficio politico dei taliban in Qatar.
Il Pakistan trae vantaggio da un fronte insurrezionale diviso che gli consenta di poter trattare con ogni singolo gruppo, in collaborazione/competizione con gli altri; questo per ovvie ragioni di opportunità. La nomina di Mansour a successore del mullah Omar – e quella di  Sirajuddin Haqqani quale suo vice – è un elemento in grado di rendere dinamico lo sviluppo del futuro scenario e dei rapporti e delle relazioni tra il fronte insurrezionale e Islamabad, anche per quanto riguarda il legame tra il gruppo Haqqani e al-Qa’ida e la posizione statunitense di ccontrasto alle organizzazioni qaediste – sebbene sia prevedibile che ragioni di real-politik possano indurre verso approcci più pragmatici, e dunque di inclusione.
Un elemento da tenere in debita considerazione è l’approccio innovativo introdotto dal mullah Mansour. È la natura stessa del suo primo messaggio da ‘capo’ dei taliban a indicare un significativo cambio nella policy di comunicazione strategica, in contrasto con quella estremamente riservata del suo predecessore. La registrazione di un messaggio, e la sua diffusione attraverso il Web, sono funzionali a presentare il neo-leader del movimento nella sua nuova veste e, al tempo stesso, a cercare un consenso quanto più ampio possibile in un contesto dove molte voci contrarie si sono sollevate. E Mansour è oggi impegnato nella difficile opera di consolidamento del potere e nell’imporre un’autorità non ancora riconosciuta da tutti i leader del movimento. Il discorso di Mansour va in questa direzione, e lo fa attraverso un’efficace tecnica comunicativa utilizzando un tono pacato e senza l’ausilio di un testo scritto, appellandosi all’unità dei taliban e presentando sé stesso come un capo tollerante, conciliante, pragmatico.
Ma nonostante gli sforzi profusi, un riconoscimento condiviso deve passare anche attraverso il coinvolgimento dei rappresentanti religiosi, gli ulema (o mawlawi). Un processo non semplice che, pur nel tentativo di trovare una conciliazione tra le parti, non ha al momento raggiunto il suo scopo, come dimostrato dal confronto tra la delegazione dei mille rappresentanti religiosi e il Consiglio Supremo dello Stato Islamico (che si è concluso con un sostanziale nulla di fatto, fatta eccezione per le raccomandazioni espresse dai chierici in favore di una soluzione condivisa).
Analisi, valutazioni, previsioni
La lotta per il potere sta logorando la già scarsa unità di un fronte insurrezionale operativo al di qua e al di là della linea di confine tra Afghanistan e Pakistan e che si trova a dover bilanciare le ambizioni individuali, gli interessi dei gruppi di combattenti e quelle dinamiche tribali sinora contenute grazie al ruolo unificatore, ormai venuto meno, del mullah Omar.
Dinamiche, quelle indicate, i cui effetti ancora non sono definiti ma che avranno un impatto significativo sulla sicurezza regionale e che potranno condurre verso una crisi esistenziale proprio del principale movimento insurrezionale, i taliban, la cui conclusione potrebbe essere una frantumazione che porterebbe, da un lato, una componente ad aderire al processo di riconciliazione e, dall’altro, l’altra o altre componenti (la cui entità potrebbe essere significativa) ad aderire al piano di espansione di IS/Daesh anche in Af-Pak; uno sviluppo del fronte insurrezionale che deve preoccupare poiché IS/Daesh è sul piano sostanziale, come su quello ‘comunicativo’, una minaccia ben più critica di quanto non lo siano i taliban o al-Qa’ida poiché gode di tutti quei vantaggi che derivano dal fattore ‘novità’, dagli echi dei successi sul campo di battaglia e, di conseguenza, dall’elevata capacità propagandistica e di reclutamento.
E se la Comunità internazionale assume una posizione di attesa, i due fronti insurrezionali si dividono su due opzioni.
La prima è quella di continuare a combattere, proseguendo nel percorso avviato quattordici anni fa ma senza la forza simbolica del leader storico, la cui morte è stata tenuta nascosta per due anni dall’attuale leadership del movimento (con conseguente rischio di perdita di fiducia da parte della base).
La seconda consiste nel trovare, attraverso il processo di riconciliazione, un ruolo all’interno della società afghana per gli ex-mujaheddin; un processo non semplice dato l’alto livello di disoccupazione.
Nel complesso delle dinamiche regionali, il governo afghano potrebbe (dovrebbe) cogliere l’occasione per stabilire un rapporto diretto con i taliban, dividendo il fronte tra chi vuole essere parte del processo di riconciliazione da quelli che invece intendono continuare a combattere. Ma al momento tale iniziativa è assente e il governo afghano, bloccato da una con-divisione del potere inefficace, non pare aver colto l’occasione data dalle difficoltà dei taliban. Il risultato è che l’IS/Daesh è divenuto una valida alternativa, accattivante e determinata.

 

giovedì 16 dicembre 2010

Arbakai: Da Shindand a Badghis una milizia tribale da temere

di Claudio Bertolotti
As reported by IWPR Institute for War & Peace Reporting, local defense units said to be turning on villagers rather than providing security.
The idea of creating and arming tribal and local forces is hugely sensitive in Afghanistan, given the country’s long history of conflict, often involving paramilitary tribal groups.
Residents of western provinces of Afghanistan have complained that local militias set up to protect communities from the Taliban have been harassing, robbing and killing civilian people; new militias, it is reported, are acting with impunity and bringing instability rather than security. Approximately 1,000 local militias’ member are currently active in various districts of the province of Badghis but they are not officially registered with the government.
On occasion these individuals are involved in instability, armed robberies and cooperation with the armed opposition groups, but since central government has taken the decision to form them, Afghan national police are unable to confront them.
In summer 2010, afghan government decided to replace the local militias with a local police force (Lpf) under Ministry of interior control. A new title – Local Police Force – for a new attempt to put under control peripheral areas: a real risk for a weak central power.

Recentemente, a Kunduz, quarantasei volontari afghani hanno ultimato il corso da agenti di polizia locale tenuto dalle forze speciali statunitensi. Questa forza di polizia, nata per contrastare i movimenti insurrezionali e per sostituirsi alle milizie tribali meglio conosciute come Arbakai, è la recente iniziativa avviata dal Ministero degli Interni dietro la spinta degli Stati Uniti, Petraeus in primis, per tentare di arginare l’insurrezione nelle aree periferiche dell’Afghanistan. Non solamente una forma di contrasto armato ai gruppi di opposizione, ma una formula di competitività sul piano occupazionale il cui intento principale è quello di attirare molti di quei giovani che altrimenti aderirebbero ai movimenti insurrezionali in qualità di ten dollars taliban, coloro che si uniscono alla lotta armata per questioni di necessità economica e non per convinzione ideologica. Al di là della dubbia efficacia di tale iniziativa e dei deludenti risultati sinora raggiunti, il piano di contrapporre alle milizie tribali – che nella pratica continueranno a rappresentare l’espressione dei poteri locali e a esserne strumento di confronto e scontro – una forza locale di polizia non può che indicare un progressivo allontanamento del potere centrale, per altro già relativamente debole quando non del tutto assente, dalla periferia. Spesso chi aderisce alle milizie tribali, così come chi si unisce ai gruppi di opposizione armata, e adesso alle forze di polizia locale, lo fa spinto da ragioni sì di carattere economico ma più spesso indotto da altre logiche tra le quali il senso di appartenenza culturale e tribale, i codici d’onore tribali, o la volontà di difesa degli interessi della propria comunità, non necessariamente sotto la minaccia dei gruppi di opposizione.
Il progetto delle Arbakai, nato spontaneamente ma riconosciuto formalmente a livello locale ha deluso le aspettative di chi, nonostante le forti critiche e le valutazioni di rischio potenziale a più voci sollevate, le ha fortemente volute. Le forze di polizia locale, nate con lo scopo di risolvere nel breve termine questo problema non hanno però ancora dimostrato di essere davvero efficaci. Spesso l’una e le altre sono difficilmente riconoscibili mentre gli effetti sul fattore sicurezza appaiono quantomeno dubbi.
Ishaq Nizami, uno dei diplomati all’ultimo corso per poliziotti locali conclusosi a Kunduz la settimana scorsa, testimonia il rischio potenziale di ravvivare un conflitto latente di natura interetnica: «Ho perso tre fratelli nella guerra contro i taliban e io stesso sono stato ferito. Prima di questo ero anche io un taliban ma ho lasciato la lotta insurrezionale a causa delle brutalità a cui ho assistito ».
Molta gente non ama le Arbakai né, tantomeno, il nuovo soggetto chiamato a sostituirle e che spesso è costituito dagli stessi elementi a cui, adesso, viene legittimamente attribuito un ruolo istituzionale. Spesso, come accaduto nel distretto di Imam Sahib, le comunità protestano a gran voce tanto contro i taliban quanto contro le milizie tribali. Haji Aman Otmanzoy, uno degli anziani che partecipano alle shurà comunitarie, ha accusato le stesse Arbakai di essere fonte di insicurezza e illegalità dal momento che, invece di combattere la presenza degli insorti, si dedicano ad attività molto più redditizie e meno pericolose come la rapina e il taglieggiamento ai danni delle comunità locali.
Come recentemente riportato dall’Institute for War & Peace Reporting , gli abitanti delle provincie orientali hanno ormai compreso che le milizie tribali, organizzate per proteggere le popolazioni dalle violenze dei taliban, rappresentano invece una minaccia concreta essendosi macchiate, impunemente, di crimini quali furto, violenze e uccisioni arbitrarie nei confronti della povera gente. Il Village Stability Programme, avviato per fornire ai membri delle Arbakai un adeguato addestramento per poter garantire la sicurezza delle proprie comunità, si è rivelato invece un controverso programma dai risultati tutt’altro che soddisfacenti.
Il mullah Naim della provincia di Badghis, sotto responsabilità italiana, è stato ripetutamente minacciato da alcuni componenti della locale Arbakai in seguito della denuncia di collusione tra questi e i taliban operativi nell’area. Una denuncia che è costata la vita alla madre e ha portato al ferimento della matrigna (la seconda moglie del padre) costringendo Naim ad abbandonare, con il resto della famiglia, il proprio villaggio di Darzak nel distretto di Jawand.
Un portavoce delle forze Nato in quell’area ha confermato che molte delle azioni condotte da gruppi di opposizione contro obiettivi nel distretto hanno avuto origine nell’attività di raccolta informazioni da parte delle stesse milizie tribali collegate agli insurgent. È ormai noto che molti appartenenti a queste unità sono ex taliban che, pur avendo aderito al processo di reintegrazione ed essendo divenuti “poliziotti locali”, non hanno reciso i rapporti con i movimenti insurrezionali di provenienza. Ciò ha portato alla paradossale situazione di legittimare l’uso delle armi e delegare la sicurezza a coloro che, a diverso titolo, sono comunque legati alla minaccia che si vuole eliminare o, più realisticamente, tentare di contenere.
Mille sono approssimativamente i miliziani-poliziotti delle Arbakai nella provincia di Badghis, ma il numero è puramente indicativo poiché non esiste un registro degli organici e delle unità operative; detto in altri termini, ancora non è possibile definire quanti e dove siano gli agenti della polizia tribale legittimati dal Village Stability Programme. E dunque non è possibile dire se le Forze di polizia locale potranno contare sul supporto di queste o dovranno sostituirsi a esse, anche con l’uso della forza, portando a conseguenze deleterie sul piano dei conflitti interetnici e tribali.
Haji Qari, ex rappresentante del governo locale del distretto di Bala Murghab, conferma questa valutazione affermando che le milizie tribali, equipaggiate e addestrate dalle forze di sicurezza straniere, contribuiscono attivamente all’instabilità dell’area ma che al momento non vi è iniziativa alcuna da parte governativa per porre termine a questa fonte di minaccia alla sicurezza. Dello stesso parere è Lal Mohammad Omarzai, a capo del distretto di Shindand, provincia di Herat, che denuncia l’inaffidabilità dei duecento uomini armati – dalle forze straniere sostiene Lal Mohammad – che nell’area di Zirkoh sono spesso dediti al taglieggiamento e alla giustizia spicciola. Tre uomini, interpreti delle forze di sicurezza internazionali, sarebbero stati uccisi recentemente proprio nella valle di Zerkoh; dietro a questi omicidi ci sarebbe l’ombra delle milizie tribali. Ma la risposta di Abdorrahman, comandante di una milizia di Shindand, nega ogni coinvolgimento dei suoi uomini in tali azioni, per quanto non escluda che alcuni singoli soggetti possano essere implicati in episodi isolati di violenza nei confronti della popolazione civile. Episodi, sostiene Abdorrahman, su cui sarà fatta chiarezza.
La presenza dei taliban e di altri gruppi di opposizione è diminuita in seguito alla costituzione delle milizie tribali? Difficile dirlo, specialmente quando le azioni attribuibili agli insorgenti o alle milizie tribali non sono facilmente riconoscibili. Quel che è certo è che tali milizie, strumento di potere locale sempre più forte e fuori controllo, sono riuscite – complice la necessità di svincolare truppe straniere dall’impegno prolungato nelle aree periferiche – a guadagnarsi la “fiducia” del governo centrale e delle forze di sicurezza della Coalizione sempre ben disposte a elargire finanziamenti e a fornire equipaggiamenti militari. Eppure gli episodi di violenza e manifesta inaffidabilità non mancano.
Alcuni mesi fa, ha dichiarato un ufficiale di polizia all’Institute for War & Peace Reporting, uno scontro armato con gli abitanti di Bala Murghab ha portato alla morte di due donne e di un appartenente alle milizia tribali. Nessun taliban sarebbe stato coinvolto in questo episodio di violenza causato, stando alle parole della polizia, dalla pretesa da parte dei miliziani di raccogliere tributi dalla popolazione locale.
Abdul Rauf Ahmadi, portavoce della polizia nazionale, ha confermato che episodi del genere non sono rari.
Nell’estate del 2010 il governo afghano ha deciso di sostituire le milizie tribali con una forza di polizia locale controllata dal governo centrale. Nuovo nome – forze di polizia locale – per un tentativo ulteriore di mettere sotto controllo le aree periferiche attraverso la delega alla sicurezza: un rischio non da poco per un potere centrale sempre più debole.

15 dicembre 2010