Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

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lunedì 21 febbraio 2011

Governo ombra e giustizia taliban a Bala Murghab

Shadow government and taliban justice in Bala Murghab

Talibans have been able to create a sort of new administration based on the role of the Taliban Government (shadow government): a strong power characterized by competence, efficiency and good capabilities about military and civilian matters. This represents a clear proof of the Government and Coalition difficulties at the social and political levels. Taliban mobile justice courts are able to move inside and outside the security bubbles established by Isaf/CF, conducting judicial processes and public punishments freely and without interference. Bala Murghab represents our case-study. Bala Murghab town and district, and in general Badghis province, show that Talibans organization at local level is in line with the pragmatism of the movement and there are not applied positive solutions to contrast the deteriorating phenomenon.

di Claudio Bertolotti

Seguendo un copione ormai collaudato, i taliban hanno saputo sviluppare e imporre nei territori sotto il loro controllo un piano per l’amministrazione civile a livello locale, una sorta di governo parallelo e sempre più spesso alternativo a quello centrale. Definito «governo ombra», quello imposto dagli insorti è un potere forte in grado di muoversi con competenza ed efficacia nel campo militare, amministrativo e giudiziario. Il «governatore» taliban è originario di una regione differente da quella in cui svolge il proprio «servizio» – questo al fine di evitare attriti tra le componenti tribali locali – ed è assistito da collaboratori responsabili di ognuna delle incombenze necessarie all’amministrazione locale: sicurezza, riscossione delle tasse e giustizia. Mentre nelle province del nord questo fenomeno è più limitato, in alcuni distretti del sud e, più recentemente, dell’ovest i governi ombra dei taliban sono divenuti particolarmente attivi; sempre più numerose sono le informazioni relative alle «corti mobili» che amministrano la giustizia secondo una restrittiva interpretazione della legge islamica senza che né il governo centrale né le autorità locali possano opporsi.
E potrebbe essere difficilmente il contrario dal momento che istituzioni afghane e forze di sicurezza sono sostanzialmente assenti da intere aree che, giocoforza, finiscono sotto il controllo dei gruppi di opposizione: i vuoti vengono riempiti immediatamente, in un gioco di equilibri e geometrie variabili.
Un caso-studio, argomento che vede attualmente impegnato l’Autore in attività di ricerca, è quello del distretto di Bala Murghab in cui è riportata la presenza e il funzionamento di un governo ombra taliban – o pseudo tale – fuori e dentro i limiti della cosiddetta «bolla di sicurezza» creata dalle forze straniere (tra le quali le unità italiane) e locali.
La politica dei taliban nell'area di Bala Murghab, pur adeguandosi alle necessità dettate dalle realtà locali, è in linea con l’atteggiamento pragmatico del movimento; il fine è quello di allargare la presenza sul territorio in contrapposizione alle forze di sicurezza, in modo tale da impedire a queste di concentrarsi in punti localizzati e limitati nell’estensione territoriale. I taliban considerano l’espansione geografica una priorità necessaria alla propria sopravvivenza poiché maggiore è l’area di operazioni, minore è la possibilità di essere intercettati e contrastati da un nemico a cui si vuole progressivamente ridurre la possibilità di movimento.
Al di là dell’attività delle forze di sicurezza straniere e afghane impegnate a contrapporsi a un nemico volatile e fluido su un campo di battaglia di difficile definizione, ciò che più preoccupa è la possibilità che i taliban riescano, ammesso che non lo abbiano già fatto, a penetrare all’interno delle comunità divenendo un modello proto-satale in grado di dare risposte immediate alle necessità delle popolazioni attraverso una corretta amministrazione a cui si affiancano violenza, intimidazione e propaganda.
Da questo punto di vista, la situazione di Bala Murghab è particolarmente deteriorata per quanto la mancanza di informazioni non consenta di fare un paragone proiettato indietro nel tempo: ciò che però conta è che presenza e ingerenza del potere ombra taliban siano manifesti nonostante l’allargamento della cosiddetta security bubble creata delle forze della Coalizione e Isaf.
Tra i tanti episodi in grado di definire la drammaticità della situazione, quello più recente è relativo alla punizione di una donna colpevole di essersi ribellata alla decisione paterna di essere data in sposa a un uomo anziano non gradito. Un caso, come tanti altri, in cui una donna è stata giudicata colpevole di disobbedienza al volere paterno – e di aver così disonorato la famiglia – da parte di una corte di giustizia taliban operante all’interno dell’area di Bala Murghab. Il fatto è avvenuto nella seconda metà di gennaio nel villaggio di Mangan, sobborgo esterno alla "bolla di sicurezza" e a circa venti chilometri a sud-ovest di Bala Murghab (lungo la linea di comunicazione "Lithium" e noto per l'attentato del 17 maggio contro gli italiani) che è stato oggetto di cruente battaglie ai più sconosciute; qui la punizione esemplare – frustata alla schiena – è stata somministrata pubblicamente alla condannata dietro l’ordine diretto del comandante taliban provinciale, un mujaheddin originario del Pakistan (verosimilmente dalle Fata) a capo del gruppo di taliban operativi nell'area di Mangan. Nonostante il fatto sia avvenuto in un luogo pubblico, al cospetto degli abitanti del villaggio, e abbia visto la partecipazione di numerosi taliban la polizia afghana non è intervenuta né, tantomeno, nessuno è stato arrestato o interrogato per il fatto. Le forze di sicurezza e il rappresentante locale del governo non hanno avuto percezione di quanto stesse accadendo o, più verosimilmente, non hanno avuto gli strumenti né l’interesse per poter reagire a un fatto che, grave nel suo complesso, mette in mostra l’estrema precarietà di una situazione che se dal punto di vista delle forze di sicurezza è di «stallo dinamico», sul fronte insurrezionale offre stimoli per proseguire una lotta proiettata avanti nel tempo e sostenuta da una significativa parte della società afghana, quella rurale.
Bala Murghab è un luogo come tanti altri in Afghanistan ma che richiama la nostra attenzione verso un concreta minaccia ogni giorno sempre più preoccupante.

20 febbraio 2011

mercoledì 19 gennaio 2011

Caduto il 18 gennaio 2011 a Bala Murghab

di Claudio Bertolotti

Ucciso da un nemico in uniforme dell’esercito afghano: così è morto il 18 gennaio 2011 in Afghanistan, in uno sperduto avamposto della zona di Bala Murghab, l’alpino Luca Sanna, 33 anni, di Oristano, mentre un altro è rimasto ferito in modo molto grave.
Il fatto è avvenuto alle 12.05 italiane, nell’avamposto Highlander, a circa 10 chilometri dalla base italiana Columbus di Bala Murghab dove due squadre di alpini vivono a stretto contatto, in due separate postazioni fortificate e circondate da filo spinato, con i soldati afghani con cui condividono il compito di garantire la security bubble di circa 14 chilometri.
Un uomo, con indosso un’uniforme militare, proveniente dal caposaldo afghano si è avvicinato ai due soldati italiani che si trovavano vicino a un veicolo Vtlm Lince ed ha aperto il fuoco. C’è stato un tentativo di risposta, anche da parte dei soldati afghani, ma l’uomo è riuscito ad allontanarsi, sfruttando l’effetto sorpresa.
Questo è quanto si è saputo dalla stampa nazionale. Poco di più è stato possibile raccogliere dai media internazionali, compresi quelli afghani poiché quello di ieri, è solo uno dei caduti stranieri che segnano il trascorrere quotidiano della missione in Afghanistan, giorno dopo giorno.
Un «terrorista» afghano, è stato detto, con indosso l’uniforme dell’esercito regolare. Ma chi era in realtà l’uomo che ha ucciso sul campo di battaglia l’alpino italiano? Si tratta di un soldato dell’esercito afghano – ha sostenuto una fonte locale in condizione di anonimato – arruolato da pochi mesi - tre citano le fonti - e da poco più di quarantacinque giorni in servizio presso la base avanzata dell’Afghan National Army di Bala Murghab. Il suo nome è Gullab Ali Noor, originario della provincia di Kunduz,distretto di Archi, villaggio di Sufi Zaman.
Chiamare Gullab Ali Noor semplicemente
terrorista, come di recente avvenuto, significa rischiare di sminuire l’entità della minaccia nel suo complesso. Una minaccia caratterizzata da un fenomeno insurrezionale sempre più forte e aggressivo, in grado di penetrare all’interno delle stesse istituzioni governative, nelle sue forze di sicurezza. Dunque l’alpino italiano è morto per mano di un nemico, un mujaheddin, un taliban o, meglio, un insorto. Messa in questi termini la situazione può essere più facilmente compresa nella sua cruda realtà: un militare caduto in guerra, e non una vittima di un volutamente generico terrorismo; la “guerra” combattuta dai militari italiani al fianco degli alleati della Nato e della coalizione internazionale. Una guerra che richiede di combattere insieme all’esercito di Kabul, nonostante i rischi potenziali.
Si tratta di una modalità - ha proseguito La Russa - non nuova per l’Afghanistan; ma, contrariamente a quanto affermato dal ministro non è la prima volta che i militari italiani vengono attaccati in questo modo. Era successo poco più di un anno fa, nella Fob Culumbus di Bala Murghab; ma allora non ci fu nessun ferito e la notizia passò senza l’interesse amplificato dei media. Oggi, con un morto e un ferito grave, la notizia ha fatto il giro dei telegiornali nazionali come se, all’improvviso, fosse drammaticamente precipitata la situazione in Afghanistan. Non è così. La situazione sta progressivamente degenerando – pur tenendo conto della naturale stasi invernale – e il 2010 si è concluso con più di 700 caduti tra le fila della Coalizione: una media di circa due soldati stranieri uccisi ogni giorno. Un dato inquietante, che tende ad aumentare ogni giorno che passa; il soldato caduto ieri rientra nelle fredde statistiche, quelle fatte di colonne e percentuali. Nel frattempo i taliban, come più volte annunciato, continuano con la tattica di infiltrazione dei propri «soldati» all’interno delle forze di sicurezza afghane.

19 gennaio 2011

giovedì 16 dicembre 2010

Arbakai: Da Shindand a Badghis una milizia tribale da temere

di Claudio Bertolotti
As reported by IWPR Institute for War & Peace Reporting, local defense units said to be turning on villagers rather than providing security.
The idea of creating and arming tribal and local forces is hugely sensitive in Afghanistan, given the country’s long history of conflict, often involving paramilitary tribal groups.
Residents of western provinces of Afghanistan have complained that local militias set up to protect communities from the Taliban have been harassing, robbing and killing civilian people; new militias, it is reported, are acting with impunity and bringing instability rather than security. Approximately 1,000 local militias’ member are currently active in various districts of the province of Badghis but they are not officially registered with the government.
On occasion these individuals are involved in instability, armed robberies and cooperation with the armed opposition groups, but since central government has taken the decision to form them, Afghan national police are unable to confront them.
In summer 2010, afghan government decided to replace the local militias with a local police force (Lpf) under Ministry of interior control. A new title – Local Police Force – for a new attempt to put under control peripheral areas: a real risk for a weak central power.

Recentemente, a Kunduz, quarantasei volontari afghani hanno ultimato il corso da agenti di polizia locale tenuto dalle forze speciali statunitensi. Questa forza di polizia, nata per contrastare i movimenti insurrezionali e per sostituirsi alle milizie tribali meglio conosciute come Arbakai, è la recente iniziativa avviata dal Ministero degli Interni dietro la spinta degli Stati Uniti, Petraeus in primis, per tentare di arginare l’insurrezione nelle aree periferiche dell’Afghanistan. Non solamente una forma di contrasto armato ai gruppi di opposizione, ma una formula di competitività sul piano occupazionale il cui intento principale è quello di attirare molti di quei giovani che altrimenti aderirebbero ai movimenti insurrezionali in qualità di ten dollars taliban, coloro che si uniscono alla lotta armata per questioni di necessità economica e non per convinzione ideologica. Al di là della dubbia efficacia di tale iniziativa e dei deludenti risultati sinora raggiunti, il piano di contrapporre alle milizie tribali – che nella pratica continueranno a rappresentare l’espressione dei poteri locali e a esserne strumento di confronto e scontro – una forza locale di polizia non può che indicare un progressivo allontanamento del potere centrale, per altro già relativamente debole quando non del tutto assente, dalla periferia. Spesso chi aderisce alle milizie tribali, così come chi si unisce ai gruppi di opposizione armata, e adesso alle forze di polizia locale, lo fa spinto da ragioni sì di carattere economico ma più spesso indotto da altre logiche tra le quali il senso di appartenenza culturale e tribale, i codici d’onore tribali, o la volontà di difesa degli interessi della propria comunità, non necessariamente sotto la minaccia dei gruppi di opposizione.
Il progetto delle Arbakai, nato spontaneamente ma riconosciuto formalmente a livello locale ha deluso le aspettative di chi, nonostante le forti critiche e le valutazioni di rischio potenziale a più voci sollevate, le ha fortemente volute. Le forze di polizia locale, nate con lo scopo di risolvere nel breve termine questo problema non hanno però ancora dimostrato di essere davvero efficaci. Spesso l’una e le altre sono difficilmente riconoscibili mentre gli effetti sul fattore sicurezza appaiono quantomeno dubbi.
Ishaq Nizami, uno dei diplomati all’ultimo corso per poliziotti locali conclusosi a Kunduz la settimana scorsa, testimonia il rischio potenziale di ravvivare un conflitto latente di natura interetnica: «Ho perso tre fratelli nella guerra contro i taliban e io stesso sono stato ferito. Prima di questo ero anche io un taliban ma ho lasciato la lotta insurrezionale a causa delle brutalità a cui ho assistito ».
Molta gente non ama le Arbakai né, tantomeno, il nuovo soggetto chiamato a sostituirle e che spesso è costituito dagli stessi elementi a cui, adesso, viene legittimamente attribuito un ruolo istituzionale. Spesso, come accaduto nel distretto di Imam Sahib, le comunità protestano a gran voce tanto contro i taliban quanto contro le milizie tribali. Haji Aman Otmanzoy, uno degli anziani che partecipano alle shurà comunitarie, ha accusato le stesse Arbakai di essere fonte di insicurezza e illegalità dal momento che, invece di combattere la presenza degli insorti, si dedicano ad attività molto più redditizie e meno pericolose come la rapina e il taglieggiamento ai danni delle comunità locali.
Come recentemente riportato dall’Institute for War & Peace Reporting , gli abitanti delle provincie orientali hanno ormai compreso che le milizie tribali, organizzate per proteggere le popolazioni dalle violenze dei taliban, rappresentano invece una minaccia concreta essendosi macchiate, impunemente, di crimini quali furto, violenze e uccisioni arbitrarie nei confronti della povera gente. Il Village Stability Programme, avviato per fornire ai membri delle Arbakai un adeguato addestramento per poter garantire la sicurezza delle proprie comunità, si è rivelato invece un controverso programma dai risultati tutt’altro che soddisfacenti.
Il mullah Naim della provincia di Badghis, sotto responsabilità italiana, è stato ripetutamente minacciato da alcuni componenti della locale Arbakai in seguito della denuncia di collusione tra questi e i taliban operativi nell’area. Una denuncia che è costata la vita alla madre e ha portato al ferimento della matrigna (la seconda moglie del padre) costringendo Naim ad abbandonare, con il resto della famiglia, il proprio villaggio di Darzak nel distretto di Jawand.
Un portavoce delle forze Nato in quell’area ha confermato che molte delle azioni condotte da gruppi di opposizione contro obiettivi nel distretto hanno avuto origine nell’attività di raccolta informazioni da parte delle stesse milizie tribali collegate agli insurgent. È ormai noto che molti appartenenti a queste unità sono ex taliban che, pur avendo aderito al processo di reintegrazione ed essendo divenuti “poliziotti locali”, non hanno reciso i rapporti con i movimenti insurrezionali di provenienza. Ciò ha portato alla paradossale situazione di legittimare l’uso delle armi e delegare la sicurezza a coloro che, a diverso titolo, sono comunque legati alla minaccia che si vuole eliminare o, più realisticamente, tentare di contenere.
Mille sono approssimativamente i miliziani-poliziotti delle Arbakai nella provincia di Badghis, ma il numero è puramente indicativo poiché non esiste un registro degli organici e delle unità operative; detto in altri termini, ancora non è possibile definire quanti e dove siano gli agenti della polizia tribale legittimati dal Village Stability Programme. E dunque non è possibile dire se le Forze di polizia locale potranno contare sul supporto di queste o dovranno sostituirsi a esse, anche con l’uso della forza, portando a conseguenze deleterie sul piano dei conflitti interetnici e tribali.
Haji Qari, ex rappresentante del governo locale del distretto di Bala Murghab, conferma questa valutazione affermando che le milizie tribali, equipaggiate e addestrate dalle forze di sicurezza straniere, contribuiscono attivamente all’instabilità dell’area ma che al momento non vi è iniziativa alcuna da parte governativa per porre termine a questa fonte di minaccia alla sicurezza. Dello stesso parere è Lal Mohammad Omarzai, a capo del distretto di Shindand, provincia di Herat, che denuncia l’inaffidabilità dei duecento uomini armati – dalle forze straniere sostiene Lal Mohammad – che nell’area di Zirkoh sono spesso dediti al taglieggiamento e alla giustizia spicciola. Tre uomini, interpreti delle forze di sicurezza internazionali, sarebbero stati uccisi recentemente proprio nella valle di Zerkoh; dietro a questi omicidi ci sarebbe l’ombra delle milizie tribali. Ma la risposta di Abdorrahman, comandante di una milizia di Shindand, nega ogni coinvolgimento dei suoi uomini in tali azioni, per quanto non escluda che alcuni singoli soggetti possano essere implicati in episodi isolati di violenza nei confronti della popolazione civile. Episodi, sostiene Abdorrahman, su cui sarà fatta chiarezza.
La presenza dei taliban e di altri gruppi di opposizione è diminuita in seguito alla costituzione delle milizie tribali? Difficile dirlo, specialmente quando le azioni attribuibili agli insorgenti o alle milizie tribali non sono facilmente riconoscibili. Quel che è certo è che tali milizie, strumento di potere locale sempre più forte e fuori controllo, sono riuscite – complice la necessità di svincolare truppe straniere dall’impegno prolungato nelle aree periferiche – a guadagnarsi la “fiducia” del governo centrale e delle forze di sicurezza della Coalizione sempre ben disposte a elargire finanziamenti e a fornire equipaggiamenti militari. Eppure gli episodi di violenza e manifesta inaffidabilità non mancano.
Alcuni mesi fa, ha dichiarato un ufficiale di polizia all’Institute for War & Peace Reporting, uno scontro armato con gli abitanti di Bala Murghab ha portato alla morte di due donne e di un appartenente alle milizia tribali. Nessun taliban sarebbe stato coinvolto in questo episodio di violenza causato, stando alle parole della polizia, dalla pretesa da parte dei miliziani di raccogliere tributi dalla popolazione locale.
Abdul Rauf Ahmadi, portavoce della polizia nazionale, ha confermato che episodi del genere non sono rari.
Nell’estate del 2010 il governo afghano ha deciso di sostituire le milizie tribali con una forza di polizia locale controllata dal governo centrale. Nuovo nome – forze di polizia locale – per un tentativo ulteriore di mettere sotto controllo le aree periferiche attraverso la delega alla sicurezza: un rischio non da poco per un potere centrale sempre più debole.

15 dicembre 2010

martedì 1 giugno 2010

Bala Murghab in tre atti

Atto primo, 17 maggio.
Il convoglio Nato di 129 veicoli militari partito da Herat viene fermato da un attacco Ied a venticinque chilometri dalla Fob Columbus di Bala Murghab. Muoiono nella micidiale esplosione due militari italiani, Ramadù e Pascazio; feriti gli altri due trasportati sul veicolo Lince, la cui troppo “leggera” blindatura inferiore ha ceduto sotto la pressione dell’esplosivo.
Il dispositivo jammer, sempre ammesso che fosse installato sul veicolo, non ha funzionato. Il Lince, ancora una volta, ha dimostrato di non essere il veicolo adeguato per questo tipo di minaccia, e quindi per questa missione. Lo hanno ben compreso gli americani ormai da alcuni anni, avendo sostituito il “vecchio” Humvee – molto simile al Lince – con un moderno veicolo maggiormente protetto. Lo ha implicitamente ammesso anche il ministro della difesa La Russa annunciando l’invio in Afghanistan dei nuovi veicoli blindati Freccia in sostituzione dei Lince. Prima i feriti e poi i morti hanno indotto la politica a correre ai ripari in extremis, al fine di limitare gli effetti mediatici della morte dei militari sull’opinione pubblica. Di certo non ha influito in questa decisione il numero di morti, limitato e abbondantemente al di sotto dei “rischi calcolati” dagli stati maggiori delle forze armate.

Atto secondo, 18-19 maggio.
Presenza, capacità operativa e relativo monopolio della forza dei gruppi di opposizione – e quindi non solo taliban – nella zona di Bala Murghab (provincia di Badghis) ha indotto l’Isaf Regional Command West a prendere l’iniziativa appena 24 ore dopo l’azione militare contro gli italiani.
Una prima operazione congiunta ha visto italiani, americani e afghani (forze aeree e terrestri) attaccare e distruggere una base nemica provocando un numero imprecisato di morti. Un’azione portata a termine con esito favorevole per gli attaccanti. Una risposta allo smacco subito il giorno precedente: una “rappresaglia” è stato detto. Forse.
L’artificioso, e forse un po’ ipocrita, equilibrio del “vivi e lascia vivere” ha perso la sua vacillante stabilità e dall’azione si è giunti alla reazione. Rappresaglia dunque? No, azione militare tout court, tardiva certamente ma efficace sul piano militare; ammesso che fra quei morti afghani non vi fossero civili poiché anche un solo morto non militare porterebbe al risultato opposto: ostilità da parte della popolazione locale. Un equilibrio ormai rotto dunque e che ha portato alla caduta di un velo di pudicizia scomodo e fastidioso circa la presenza dei militari italiani in Afghanistan, e a Bala Murghab in particolare. Non più semplice presenza, ma partecipazione attiva al conflitto; che detto in altri termini significa “combattere in guerra”, andando oltre alle mortificanti norme di linguaggio a cui devono attenersi gli organi militari di pubblica informazione.

Atto terzo, 22 maggio.
In Parlamento c’è stato fermento per i recenti avvenimenti afghani. Non per i Caduti, ormai onorati, sepolti e pronti per essere dimenticati; in realtà la vivace discussione è il risultato di un articolo apparso sull’Espresso del 21 maggio a firma di Gianluca Di Feo. L’Italia dei Valori (on. Rosa Villecco Calipari) e il Partito Democratico (on. Fabio Evangelisti) hanno avviato un’interpellanza parlamentare dai toni duramente polemici.
Di cosa tratta l’articolo del giornalista Di Feo? Di fatti. Fatti incontestabili, non vi è dubbio, ma il titolo dell’articolo è difficilmente condivisibile, al limite della faziosità e richiamante all’ideologia del “contro a prescindere”. Eppure l’articolo è interessante di per sé, ma quel titolo mal si adatta alla realtà: "Ritorsione all'alba". L’autore ha attaccato i militari sul terreno, con fuoco indiscriminato e quasi condannando il diritto alla difesa di chi combatte una guerra scomoda e non condivisa da molti, moltissimi. Anche Di Feo è stato duramente contestato da altri suoi colleghi, di altre testate ovviamente, avviando un processo di spiralizzazione senza via di uscita (per quanto, passata la bufera, anche questa polemica artefatta finirà nel dimenticatoio).
Non è questione di stare al di qua o al di là della barricata; se è pur vero che non si può essere neutrali e che tutti siamo schierati, è però necessario osservare i fatti da una posizione di “presunta equidistanza”. Alpini e gruppi di opposizione (taliban, Hig, Ttp, ecc..) sono, per quanto mi riguarda, combattenti da porre sullo stesso piano, al di là di posizioni ideologiche e reciproche accuse di terrorismo, occupazione, limitazione della libertà, ecc..
So di pormi nella posizione del facile bersaglio così dicendo, da una parte e dall’altra, ma sono un presuntuoso: un presuntuoso equidistante perplesso.

E a proposito di perplessità, concludo con una considerazione personale, una delle tante, che può testimoniare questo mio stato di inquietudine.
Chi è all’opposizione ha fatto polemica, sterile. Ma la maggioranza non ha potuto offrire niente di meglio che un po’ di retorica, insipida per di più. «Noi in Afghanistan ci siamo andati non per combattere una guerra, ma per portare stabilità ed eliminare in "Casa" loro il terrorismo. Dispiace che ancora oggi, nonostante le Forze Armate Italiane continuino a fare il proprio dovere all'estero rappresentando l'Italia e non i governi ci sia sempre qualcuno che metta in dubbio il loro operato». Forse all’onorevole Paglia, ufficiale dei paracadutisti che ha pronunciato questo commento ricco di pathos, sfugge il fatto che la politica estera la fanno i governi, e non le “Patrie”, così come “il dovere” – dei militari – risponde all’ “interesse” di altri soggetti, istituzionali e non.
E a questo punto ben si ricollega quanto appena detto dal presidente della repubblica tedesca Koehler: «in caso di necessità è necessario anche un intervento militare per difendere i propri interessi» come «le libere vie di comunicazione commerciale, ma anche l’impedimento di instabilità di tipo regionale, che sicuramente si ripercuoterebbero negativamente sulle nostre possibilità in termini di commercio, posti di lavoro e salari».
Affermazione che è costata a Horst Koehler le dimissioni dal massimo incarico istituzionale. Indicibile verità.

31 maggio 2010
Leggi l'articolo di Gianluca Di Feo, Ritorsione all'alba

venerdì 21 maggio 2010

Papaveri rossi a Bala Murghab



Afghanistan, 17 maggio 2010. A venticinque chilometri da Bala Murghab muoiono, in un’azione di guerriglia, due militari italiani della Brigata Alpina Taurinense. I loro nomi sono Massimiliano Ramadù e Luigi Pascazio, sergente il primo, caporalmaggiore il secondo.
La dinamica dell’incidente è la più semplice e classica: un Ied (improvised explosive device) piazzato lungo la pista che porta alla base avanzata Fob Columbus esplode al passaggio dell’ottavo mezzo di una colonna di centoventi veicoli. Non prima e non dopo, proprio l’ottavo, il quarto dei mezzi italiani. Il perché può essere dovuto a due ragioni principali.
La prima è che il dispositivo, rudimentale, sia stato azionato dalla pressione esercitata del veicolo stesso. Possibile.
La seconda è che l’attivazione sia stata attivata a distanza tramite un semplice telefono cellulare e che il jammer (dispositivo di disturbo delle onde elettromagnetiche) in dotazione al mezzo abbia fatto cilecca. Probabile.
Il risultato è che un veicolo tattico leggero multiruolo Lince è stato completamente sventrato dall’esplosione avvenuta sotto la ruota anteriore portando alla morte dell’autista e del comandante del mezzo, oltre al ferimento dei due militari trasportati. Questo è certo.

Quello che è meno certo, almeno a parere di chi scrive, è chi vi sia dietro all’attentato. Ma un’ipotesi ragionata è necessaria.
Ho trascorso circa due anni della mia vita in Afghanistan, tentando di capire l’universo dei taliban (definizione generica e abusata), o meglio dei gruppi di opposizione che operano in quel magnifico e terribile Paese. Tutto mi dice che i taliban, quelli del mullah Omar, in questo attentato non centrano. Perché? La faccio breve, senza girarci troppo attorno. I taliban, quelli che si battono nel nome dell’Emirato Islamico, hanno la tendenza a rivendicare le proprie azioni, specialmente quando ottengono un successo sul campo che può essere sfruttato mediaticamente attraverso il web. Questa volta non lo hanno fatto.
In più vi è un altro fattore: il luogo, Bala Murghab.
Bala Murghab non è un’area densamente popolata, è lontana dai maggiori centri della regione, ha una posizione remota e questo crea non pochi problemi a chi è chiamato a operarvi. Qui, le più basilari necessità di un’unità militare richiedono sforzi logistici notevoli e, come è stato dimostrato, rischiosi.
Le strade sono tali solo di nome; in realtà si tratta di piste polverose pronte a trasformarsi in trappole di argilla vischiosa alla prima pioggia.
Bala Murghab si trova nella provincia di Badghis, area a predominanza pasthun in una terra di tagiki. È qui che Ismail Khan, padrone incontrastato della provincia di Herat, ha avviato la sua resistenza antisovietica ed è sempre in questo sperduto angolo di Afghanistan che i taliban hanno stazionato all’indomani dell’offensiva su Mazar-i-Sharif nella metà degli anni novanta.
Non è un area ricca, non ha infrastrutture importanti; anzi, a prima vista si direbbe che non ha nulla di nulla. E invece non è così. La ricchezza di Bala Murghab è nelle terre che la circondano: è la linea, seppur indefinita, di confine con il Turkmenistan dove si arriva, a passo d’asino, in poco tempo e dove è possibile trasportare buona parte del papavero da oppio prodotto proprio nei dintorni di Bala Murghab. Papavero da oppio che, per quieto vivere, non viene toccato dalle forze straniere ma che contribuisce, attraverso un redditizio commercio che arricchisce i signori locali legati per ragioni di comuni interessi ai differenti gruppi di opposizione, la risorsa necessaria al reclutamento e mantenimento di braccia e fucili per difendere i campi da eventuali iniziative esterne. E questo crea un circolo virtuoso per cui all’aumentare dei proventi aumenta la possibilità di permettersi milizie private che a loro volta aumentano la cornice di sicurezza attorno al traffico illegale. Illegale ma non illecito da queste parti.
La presenza militare straniera (non necessariamente quella italiana) deve aver dato fastidio a qualcuno. E da lì a piazzare un congegno esplosivo sotto dieci centimetri di terra ci è voluto poco.