Afghanistan Sguardi e Analisi

Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

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venerdì 22 novembre 2013

I risultati della minaccia asimmetrica in Afghanistan

Gli attacchi suicidi: successo o fallimento?

disponibile in edicola

di Claudio Bertolotti 
 
Abstract
Dal 2001, il fenomeno degli attacchi suicidi in Afghanistan si è evoluto sui piani tecnico e militare imponendosi come minaccia in tutto il Paese. Esistono più tecniche classificabili come suicide - comprese le cosiddette green on blue (azioni condotte da soggetti appartenenti alle Afghan National Security Forces - ANSF); ai fini dello studio si è tenuto conto solo di quelle condotte con l’impiego di equipaggiamenti esplosivi IED (Improvised Explosive Devices).
L’argomento qui presentato è frutto di una ricerca analitica basata su fonti complementari: da un lato l’attività di studio sul campo durata circa due anni, dall’altro lato la raccolta e l’analisi delle informazioni open source e di quelle classificate rese disponibili attraverso l’Afghan War Diary (AWD) di Wikileaks.
L’approccio teorico adottato si basa sulla definizione di «attacco suicida» come azione offensiva, non-convenzionale e inserita in un contesto di guerra asimmetrica, che per propria natura prevede la morte consapevole del combattente-suicida e le cui conseguenze si ripercuotono a livello politico, strategico, operativo, tattico e psicologico.
Il combattente-suicida afghano - al di là di implicazioni ideologiche e culturali - quale contributo a livello strategico, operativo e tattico riesce a fornire? Sulla base dell’attività di ricerca, a seguito dell’analisi dei dati costituenti il database ASA (Afghanistan Suicide Attacks) creato dall’Autore relativo a 1.003 attacchi registrati dal 2001 al 2012, è stato possibile rispondere alla domanda portando un po’ di luce sull’evoluzione tecnica e sul ruolo dello “shahid” afghano.


THE RESULTS OF THE ASYMMETRIC THREAT IN AFGHANISTAN
Suicide attacks: failure or success?
 
Since 2001, the phenomenon of suicide attacks in Afghanistan has enhanced its technical and military plans, so becoming a threat throughout the country. There are many techniques that can be classified as suicide - including the so-called green on blue (actions carried out by individuals belonging to the Afghan National Security Forces - ANSF). For the purpose of this study, only those carried out with the use of Improvised Explosive Devices (IED) have been taken into account. The argument presented here is the result of an analytical research based on various sources: on the one hand, the activities of study on the field which lasted about two years and,on the other hand, the collection and analysis of both open source and classified information, which was made available through the Afghan War Diary (AWD), Wikileaks. The theoretical approach adopted is based on the definition of 'suicide attack' as an offensive and unconventional action placed in a context of asymmetric warfare, which by its nature involves the conscious death of the fighter and whose consequences have repercussions on the political, strategic, operational, tactical and psychological level. What contribution on the strategic, operational and tactical level is the Afghan suicide fighter - beyond ideological and cultural implications- able to
provide? On the basis of the research activity and of the analysis of the data which make up the Afghanistan Suicide Attacks database - created by the author and relevant to 1 003 attacks recorded from 2001 to 2012 - was it possible to find an answer to the question,shedding some light on the technical evolution and on the role of the Afghan “shahid”.

venerdì 19 ottobre 2012

CEMISS - Teatro Afghano - Effetti strategici, mediatici e psicologici della triplice offensiva insurrezionale afghana

di Claudio Bertolotti

Tattico, operativo e strategico sono i livelli su cui si muovono i gruppi insurrezionali afghani.
Ma non solo; anche l’amplificazione mediatica e le ripercussioni sul piano psicologico che influiscono sugli sviluppi della lunga guerra afghana sono tenute in forte considerazione dai vertici del principale movimento di opposizione, i taliban, che adottano sul campo di battaglia tecniche e procedure tattiche dalle significative e razionali ripercussioni sul piano strategico: «improvised explosive device», «green on blue» e «attacchi suicidi»... (vai all'articolo)

mercoledì 19 settembre 2012

CEMISS - Teatro Afghano - Azione e reazione: gruppi di opposizione armata e forze di sicurezza afghane tra volontà e capacità


di Claudio Bertolotti
Nessun cambiamento rispetto alla Transition Timeline per l’Afghanistan tracciata a Lisbona: nonostante l’aumento della violenza registrato nelle ultime settimane, il portavoce del Pentagono, George Little, ha recentemente dichiarato che l’attuale situazione del conflitto afghano è caratterizzata dal «progresso e dai positivi risultati ottenuti dalle Forze di sicurezza afghane (ANSF)»; dunque rimane confermata la data del 2014 per il passaggio di responsabilità alle ANSF (completamento della fase «transizione»).
Statisticamente parlando, gli attacchi dei gruppi insurrezionali avvenuti tra aprile e luglio di quest’anno hanno registrato un aumento dell’11 percento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il mese di giugno, da solo, è stato caratterizzato da oltre 3.000 azioni offensive; tra queste attacchi suicidi, Improvised Explosive Device (IED), «green on blue» e attacchi diretti...
(vai all'articolo completo)

sabato 30 aprile 2011

Operazione Badar: la nuova offensiva di primavera dei taliban

vai all'articolo su "L'Interprete Internazionale"








Afghanistan 30 aprile: nello stesso istante in cui il Pentagono ha annunciato «progressi tangibili» nella guerra afghana, i taliban comunicavano ufficialmente l’avvio dell’offensiva di primavera; la decima offensiva che vede confrontarsi sul campo di battaglia le forze militari – e politiche – occidentali e l’insurrezione armata afghana. Come di consueto, il comunicato è avvenuto attraverso il sito web dell’Emirato islamico dell’Afghanistan. Indubbiamente la più vasta e impegnativa operazione militare mai annunciata sino ad ora dai gruppi di opposizione armata afghani.
L’operazione Badar – così è stata chiamata dalla leadership dell’Emirato – segue senza soluzione di continuità la precedente micidiale offensiva taliban del 2010, l’operazione al-Faath, caratterizzata da un massiccio impiego di attentatori e commando suicidi, imboscate e attacchi Ied (Improvised explosive devices - ordigni esplosivi improvvisati) e, pericolo sempre più reale, infiltrazione all’interno delle forze di sicurezza afghane. Un’offensiva, quella del 2011, avviata in grande stile e anticipata pochi giorni fa dalla strabiliante operazione che ha portato alla fuga dal carcere di Kandahar di 474 insorti, tra i quali alcuni comandanti militari di medio livello.
Anche quest’anno i taliban sono stati chiari, espliciti nei loro intenti; e non vi è da dubitare che metteranno in pratica quanto minacciato, poiché è sufficiente guardare indietro, al numero di azioni, alle statistiche relative ai danni inferti, per rendersi conto del potenziale militare, delle capacità offensive e del sempre più ampio consenso (spontaneo e indotto) tra gli strati sociali delle più o meno remote realtà rurali dell’Afghanistan.
Badar è un’operazione di jihad che si estenderà a tutto il territorio del Paese seguendo la logica della guerriglia: azioni mordi e fuggi, imboscate, Ied, uccisione di rappresentanti dell’amministrazione civile, sabotaggio delle vie di comunicazione militari, cattura di soldati stranieri, attentati suicidi e, infine, infiltrazione all’interno delle forze di sicurezza afghane. Un copione ormai collaudato che li porterà a scegliere obiettivi appaganti dal punto di vista mediatico, utilizzeranno commando suicidi tecnicamente sempre più preparati contro le infrastrutture delle forze militari straniere e afghane, si infiltreranno nelle forze di sicurezza locali e nazionali per poter raccogliere informazioni e colpire direttamente dall’interno così come avvenuto nell’ultimo anno (l’ultimo attacco avvenuto il 27 aprile all’aeroporto di Kabul ha provocato la morte di otto militari e un contractor statunitensi). Lo hanno detto e lo faranno, non si tratta di semplice propaganda. Oggetto del fuoco taliban saranno i principali centri urbani, la capitale Kabul, Kandahar e Lashkar-Gah nel sud, Kunduz nel nord e Herat nell’ovest. Se il Pentagono nel suo report è stato estremamente cauto nel non utilizzare il termine «vittoria», i taliban sono stati parimenti espliciti nel manifestare i loro intenti:
1. Colpire le basi militari, gli aeroporti, i depositi di munizioni e i convogli logistici in tutto il territorio del paese;
2. Concentrare l’offensiva su obiettivi militari stranieri, le agenzie intelligence, i contractor, i vertici civili e militari dello Stato afghano, rappresentanti politici e funzionari istituzionali, dirigenti delle organizzazioni straniere e locali che collaborano con le forze militari e con il governo di Kabul;
3. Colpire i componenti della Peace Jirga che, con il loro comportamento, si sarebbero resi compici del prolungamento del conflitto attraverso una politica ambigua e corrotta in favore dell’occupazione militare straniera; con essi verranno colpiti tutti coloro che si oppogono al jihad e alla lotta di liberazione nazionale.

Al tempo stesso il messaggio dell’Emirato islamico ha posto l’accento su due aspetti importanti.
Il primo è quello che, da un lato, impone ai mujaheddin di prestare la massima attenzione alla protezione e alla salvaguardia delle popolazioni civili attraverso una pianificazione meticolosa delle azioni militari e l’utilizzo di adeguati e sofisticati equipaggiamenti per colpire le forze nemiche aeree e terrestri; dall’altro lato, i taliban chiedono ai civili di rimanere lontani da quelli che sono gli obiettivi designati, e cioè tutto ciò che è straniero e legato al governo di Karzai.
Il secondo punto, di natura squisitamente politica, insiste sugli argomenti a giustificazione del conflitto in Afghanistan e la prosecuzione della lotta contro le forze occidentali e del governo di Kabul: la difesa dell’Islam attraverso il jihad e la lotta di liberazione nazionale contro gli invasori stranieri e i loro collaborazionisti responsabili di crimini di guerra, uccisioni indiscriminate, distruzione di proprietà privata e beni comunitari e oltraggio al Corano; la religione è sempre un forte strumento di giustificazione.
I taliban stavano attendendo il momento giusto per dare inizio all’offensiva di primavera. Il movimento degli studenti coranici, in grado di muoversi in maniera relativamente sicura in quasi tutto il territorio dell’Afganistan, si è preparato per riprendere quanto strappato dalla Coalizione a partire dall’agosto dell’anno scorso.
I vertici della missione Isaf si aspettano un ulteriore aumento nel numero e nell’intensità delle azioni offensive contro le forze di sicurezza nei prossimi dodici mesi; nonostante i duri colpi inferti al movimento insurrezionale nel corso del 2010 i taliban sembrano essersi rinvigoriti, galvanizzati da un successo che appare sempre più inarrestabile. Nel 2007 le fonti intelligence fornivano un dato variabile da 5.000 a 7.000 elementi operativi, nel febbraio del 2009 erano 10-15.000; stando a quanto afferma l’intelligence americana, la cifra attuale si dovrebbe attestare su 25-35.000 militanti operativi in Afghanistan, cifra elevata a 50.000 allargando il conteggio alle agenzie tribali del Pakistan. Fonti ufficiali della Nato hanno confermato tali numeri: una cifra "approssimativa" ma identica a quella dell'anno scorso, precedente all'arrivo dei rinforzi, e nonostante nel 2010 gli insorti abbiano registrato 5.225 morti e 949 feriti sul territorio afghano. Se tali stime ufficiali sono corrette è confermata l’elevata capacità dei gruppi di opposizione di arruolare nuove reclute che, detto in altri termini, significa inarrestabile capacità di rigenerazione. Combattere per difendere il proprio popolo e per difendere sé stessi, è questo l’efficace messaggio dei taliban.
La lettura dei proclami, degli annunci e dei messaggi mediatici dell’una e dell’altra schiera consente di spostare l’attenzione su capacità e volontà delle parti in conflitto, lasciando in secondo piano ciò che invece è molto più importante, ossia il tentativo di accordo e compromesso tra chi deve per forza andarsene e chi, comunque, rimarrà in Afghanistan.
In ogni caso l’offensiva Badar inizia l’11 Saur Hijri, ossia il primo maggio.

30 aprile 2011


lunedì 28 febbraio 2011

Caduto sul fronte afghano un altro alpino, un ufficiale. La minaccia degli Improvised Explosive Devices

Un altro soldato italiano della Task Force Center, un alpino del 5° Reggimento di Vipiteno (Sterzing), è morto in Afghanistan: è il tenente Massimo Ranzani. Feriti gli altri quattro a bordo dello stesso veicolo, un Vtlm Lince, il secondo di una colonna di tredici automezzi militari sulla via del rientro al termine di un’operazione. È accaduto oggi nell’ovest dell’Afghanistan, nel distretto di Adar Sang, a venticinque chilometri a nord di Shindand. L'attacco è stato prontamente rivendicato dai mujaheddin taliban attraverso il loro portavoce, Qari Yossuf Ahmadi.
Quotidiana minaccia e puntuale conferma. La tecnica maggiormente insidiosa contro le forze di sicurezza in Afghanistan è proprio quella delle bombe esplosive collocate lungo le principali vie di comunicazione; bombe sempre più potenti, efficaci e di elevato livello tecnologico: l’Ied è l’arma più efficace ed economica utilizzata dai gruppi di opposizione. Il numero di attacchi di questa tipologia ha superato quota 14.000 nel 2010, erano 8.000 nel 2008, poco meno di 2.700 nel 2007: un incremento notevole per quella che è la principale causa di morte tra i militari stranieri.
L’evoluzione della tecnica e la veloce risposta alle contromisure tecnologiche messe in campo dai militari occidentali non riescono a essere contrastate prontamente e in maniera efficace dagli specialisti di minaccia asimmetrica. Gli insorti, studiando le tattiche e le procedure militari delle forze di Isaf/Oef, imparando dai propri errori e scambiando informazioni con i vari gruppi regionali, sono riusciti progressivamente a guadagnare terreno sul campo di battaglia portando a segno un elevato e progressivo numero di attacchi. E nonostante le azioni mirate volte a colpire i vertici di comando, quello dei taliban (e di tutti i movimenti e le fazioni che a essi si richiamano), gli sforzi fatti non riescono a compensare la capacità di adattamento di un’insurrezione che si presenta come un mondo dall’indefinita gerarchia di comando e caratterizzato da ampia autonomia sul terreno; per contro le tecniche e le tattiche vincenti trovano una veloce e impressionante espansione geografica. Questo significa che vi è collegamento costante, nonché un adeguato livello di collaborazione e coordinamento.
Nel 2010 i gruppi di opposizione hanno portato a segno una media di quaranta attacchi al giorno; gli effetti di questa offensiva sono stati disastrosi dal punto di vista della logistica della missione internazionale: movimenti via terra limitati, velocità di movimento ridotta, pericolo per la sicurezza fisica del personale e dei mezzi.
Nell’Afghanistan contemporaneo la violenza avanza su tutti i fronti e lo fa attraverso attacchi diretti, attentati suicidi, imboscate. I gruppi di opposizione sono in grado di colpire sempre e ovunque: giorno dopo giorno il livello di sicurezza diminuisce sempre più.
28 febbraio 2010

martedì 26 ottobre 2010

Attacco all'Unama: Herat sempre più insicura?

Abstract
Saturday the 23rd, a Suicide Commando Improvised Explosive Device (Scied) attacked the United Nations compound in Herat city with rocket-propelled grenades, crashed a Suicide vehicle born improvised explosive device (Svbied) and attempt to detonate suicide vests hidden under burqas. It is not important the military results (no serious damages reported, only two Afghan policemen injured) but the political message launched by the insurgents: Talibans are able to hit everywhere and everyone in accordance with the Al-Faath operation’s goals. United Nations represents a symbol, a political objective, because authorized the United States to invade the Islamic Emirate of Afghanistan nine years ago causing thousands of innocent victims.
Herat is considered a safe area, without a strong presence of Talibans or insurgency activities: a place far away from the front line. But Talibans and armed opposition groups are moving to the places where the Coalition Forces are transferring the responsibility to the Afghan government: Herat will be probably the first province of the list. International Community, Isaf and Coalition forces will not be able to contrast the Taliban's offensive, both social and military; the result is the clear intent to pass to the transfer of authority' strategy, or «Afghanization» of the conflict. Herat doesn’t represent the new front line, but the old one expanding from south-east to north-west.

Che cosa succede a Herat, una delle province più tranquille dell’Afghanistan?
L’offensiva che i taliban hanno avviato nella primavera del 2010, denominata Al-Faath (la Vittoria), volge al termine con un bilancio decisamente positivo per i mujaheddin del mullah Omar e lascia la Coalizione occidentale in una situazione che non trova definizione migliore di «stallo dinamico»: una condizione di movimento delle truppe sul terreno ma senza la reale possibilità di controllo del territorio né, fattore decisamente più interessante, di contrasto all’avanzata dei taliban sui piani militare e sociale. I fatti lo stanno dimostrando ormai da molto tempo.
A maggio di quest’anno i taliban, annunciando di voler colpire su tutto il territorio del Paese, hanno voluto indicare anche gli obiettivi che sarebbero rientrati nei piani di guerra, tra questi anche «consiglieri stranieri, spie che si spacciano per diplomatici, … contractor delle compagnie di sicurezza straniere e locali, … e tutti coloro che lavorano per gli occupanti». Una dichiarazione di intenti che non ha tardato a mostrare le reali capacità operative di un’insorgenza sempre più fenomeno sociale e non limitata a poche e circoscritte frange radicali: azioni mordi e fuggi, imboscate, ordigni esplosivi improvvisati (Ied), uccisioni mirate, sabotaggio delle vie di comunicazione militari e, infine, i tanto temuti attentati suicidi.
L’operazione militare contro la base della missione Unama compiuta a Herat da un commando suicida (Scied, Suicide Commando Improvised Explosive Device) sabato 23 ottobre rientra in questo quadro. Quattro martiri (Shuhada, pl.), supportati dal fuoco delle armi portatili, dal lancio di razzi e anticipati da un attentatore suicida alla guida di un veicolo carico di esplosivo (Svbied, suicide vehicle born improvised explosive device), hanno tentato di entrare al’interno del compound delle Nazioni Unite per portare a temine un’operazione spettacolare. Operazione parzialmente riuscita poiché, al di là dei limitati danni materiali (danneggiamento dell’infrastruttura, distruzione di alcuni veicoli e ferimento di due poliziotti afghani), l’attenzione mediatica si è immediatamente concentrata su quella che probabilmente è la più tranquilla delle grandi città dell’Afghanistan, Herat.
L’obiettivo colpito è di natura politica, come ha dimostrato la stessa rivendicazione dei taliban giunta puntualmente attraverso uno dei suoi portavoce, Qari Yousuf Ahmadi: «l’edificio dell’Unama è stato colpito perché le Nazioni Unite, macchiandosi di un crimine, hanno autorizzato l’invasione dell’Afghanistan nove anni fa; invasione che ha portato alla morte di migliaia di innocenti afghani dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan».
L’operazione militare è, dunque, un chiaro messaggio politico: «i taliban possono colpire sempre, ovunque e chiunque»; al tempo stesso si tratta di una risposta concreta alle intenzioni dichiarate dalle forze della Coalizione di avviare, proprio dalla provincia di Herat, il «passaggio di responsabilità» al governo afghano che, detto in altri termini, sarebbe il processo di «afghanizzazione» del conflitto che preannuncia lo sganciamento da un impegno militare sempre più oneroso e poco sostenuto da un’opinione pubblica occidentale distante e indifferente. Quello che verosimilmente avverrà nel futuro prossimo sarà un passaggio di responsabilità dalle amare conseguenze, tanto scontate quanto inevitabili, per la popolazione afghana ma necessarie per un occidente non in grado di tenere il fronte.
Contrariamente a quanto ho letto di recente, Herat non è il nuovo fronte dell’offensiva taliban, è il vecchio fronte che si è allargato.

26 ottobre 2010

martedì 28 settembre 2010

Intervista al comandante taliban Muneeb: il ruolo degli Improvised Explosive devices

Tecnica offensiva vincente sotto tutti i punti di vista: basso costo, semplice, efficace. Gli Improvised explosive devices (Ied) sono una delle armi vincenti dei gruppi di opposizione impegnati nella “guerra di liberazione” afghana, certamente la più insidiosa per le forze di sicurezza. Bombe esplosive, collocate lungo le principali vie di comunicazione, sempre più potenti, efficaci e di elevato rendimento in termini di danni inflitti al nemico, danni che si misurano in numero di morti: l’Ied è l’arma più efficace ed economica. Il numero di attacchi ha superato cifra 8.000 nel 2009, un incremento notevole rispetto ai poco meno di 2.700 del 2007, ed è la principale causa di morte tra i militari stranieri.
L’evoluzione della tecnica e la veloce risposta alle contromisure adottate dai militari occidentali non riescono a essere contrastate prontamente e in maniera efficace dagli specialisti della minaccia asimmetrica. Gli insorgenti, studiando le tattiche e le procedure militari delle forze della Coalizione, imparando dai propri errori e scambiando informazioni con i vari gruppi regionali, sono riusciti progressivamente a guadagnare terreno sul campo di battaglia portando a segno un elevato e progressivo numero di attacchi. E nonostante le azioni mirate volte a colpire i vertici di comando, quello dei taliban – e di tutti i movimenti e le fazioni che a essi si richiamano –, i risultati non riescono a compensare la capacità di adattamento di un’insorgenza che si presenta come un mondo dall’indefinita gerarchia di comando e caratterizzato da ampia autonomia sul terreno che ottiene una sempre più veloce e impressionante espansione geografica. Questo significa che vi è un adeguato livello di coordinamento e collaborazione tra le unità “insurgent” sul terreno.
Nel 2009 i gruppi di opposizione hanno portato a segno in media ventidue attentati Ied al giorno, e i risultati sono stati disastrosi dal punto di vista della logistica della missione internazionale: movimenti limitati, ridotta velocità di spostamento, pericolo per la sicurezza fisica del personale e dei mezzi.
Tutto questo è il risultato di un’organizzazione militare di alto livello, come testimonia Qari Khairullah Muneeb, comandante taliban delle “unità Ied” dell’area di Dand nella provincia di Kandahar, intervistato da Al Emarah Jihadi Studio, l’organo di propaganda dell’Emirato islamico dell’Afghanistan.
La testimonianza del comandante Muneeb, per quanto parziale, ha il grande merito di presentare un aspetto importante dell’organizzazione militare dei taliban: la capacità di comando e controllo.
Muneeb, originario di Spin Boldak (provincia di Kandahar), è a capo delle “unità Ied” che si occupano di colpire le truppe straniere e le forze di sicurezza afghane attraverso attacchi diretti lungo le principali vie di comunicazione. Unità, divise in 37 sezioni, che sono operative su base distrettuale. Si tratta di unità, denominate Brigate ma dalla consistenza numerica di alcune decine di individui ognuna, composte da specialisti addetti agli esplosivi, nuclei di sicurezza e supporto alle operazioni, trasmettitori, informatori e facilitatori. Un’organizzazione flessibile, fluida, in grado di muovere e combattere sul campo di battaglia per poi diluirsi all’interno delle comunità locali.
Unità agili e ben coordinate, e al tempo stesso autonome. Un’autonomia che ha consentito, e consente tuttora, di ottenere grandi risultati. Da un lato, costringe le truppe afghane e della Coalizione a diminuire i movimenti via terra e a ridurre la presenza sul territorio con conseguente ridimensionamento della capacità di controllo effettivo delle aree di operazioni, dall’altro, gioca un ruolo fondamentale nel condizionare il morale delle truppe e l’opinione pubblica locale.
Dunque, stando così le cose, l’impatto della tecnica Ied contribuirà a rendere più pericolosa la missione per gli eserciti occidentali in Afghanistan? Sì, secondo il comandante Muneeb. Sì secondo il parere di chi scrive. I risultati sinora ottenuti hanno consentito di adeguare sempre più e sempre meglio gli equipaggiamenti esplosivi alle esigenze di carattere tattico. E i gruppi di opposizione sono sempre un passo avanti alla Coalizione. Questo accade perché la capacità di adattamento degli insorgenti, per forza di cose, è molto più veloce che non per gli eserciti organizzati: aumentare il potenziale distruttivo e penetrante di un Ied è certamente più semplice e veloce che non progettare veicoli sempre più protetti e pesanti (e costosi). Accade così che, a ogni tentativo da parte delle forze di sicurezza di porre rimedio al gap dell’auto-protezione, la risposta degli insorgenti si dimostra sempre terribilmente efficace; lo possono quotidianamente verificare le forze della Nato quanto i mujaheddin siano capaci di offendere. E aumento del livello di protezione significa necessità di dispositivi più potenti per poter arrecare danno: un circolo vizioso che influisce sensibilmente sulle statistiche delle vittime collaterali, i civili.
Muneeb sottolinea che i risultati ottenuti contro le forze di sicurezza non sono che una conferma della bontà della tecnica Ied. La componente militare dell’Emirato islamico implementerà ulteriormente questo tipo di tattica – Ied warfare – aumentando il numero di unità autonome, migliorando la qualità degli equipaggiamenti e perfezionando l’addestramento degli stessi operatori Ied – anche attraverso il ricorso a “istruttori stranieri” – in modo da poter essere sempre più abili e professionali e di poter colpire con sempre maggior frequenza ed efficacia. Parlano i numeri, gli attacchi si sono moltiplicati negli ultimi mesi e non accennano a diminuire.
E a nulla servono escamotage come il divieto di vendita di ammonio nitrato, fertilizzante utilizzato per la costruzione di bombe Ied, che ha ottenuto come unico risultato quello di far infuriare intere comunità rurali dedite all’agricoltura.
Una tecnica semplice, dunque, in risposta alla complessità tecnologica delle sofisticate procedure di guerra. Una tecnica che funziona e che produce risultati terribilmente concreti.

28 settembre 2010

venerdì 21 maggio 2010

Papaveri rossi a Bala Murghab



Afghanistan, 17 maggio 2010. A venticinque chilometri da Bala Murghab muoiono, in un’azione di guerriglia, due militari italiani della Brigata Alpina Taurinense. I loro nomi sono Massimiliano Ramadù e Luigi Pascazio, sergente il primo, caporalmaggiore il secondo.
La dinamica dell’incidente è la più semplice e classica: un Ied (improvised explosive device) piazzato lungo la pista che porta alla base avanzata Fob Columbus esplode al passaggio dell’ottavo mezzo di una colonna di centoventi veicoli. Non prima e non dopo, proprio l’ottavo, il quarto dei mezzi italiani. Il perché può essere dovuto a due ragioni principali.
La prima è che il dispositivo, rudimentale, sia stato azionato dalla pressione esercitata del veicolo stesso. Possibile.
La seconda è che l’attivazione sia stata attivata a distanza tramite un semplice telefono cellulare e che il jammer (dispositivo di disturbo delle onde elettromagnetiche) in dotazione al mezzo abbia fatto cilecca. Probabile.
Il risultato è che un veicolo tattico leggero multiruolo Lince è stato completamente sventrato dall’esplosione avvenuta sotto la ruota anteriore portando alla morte dell’autista e del comandante del mezzo, oltre al ferimento dei due militari trasportati. Questo è certo.

Quello che è meno certo, almeno a parere di chi scrive, è chi vi sia dietro all’attentato. Ma un’ipotesi ragionata è necessaria.
Ho trascorso circa due anni della mia vita in Afghanistan, tentando di capire l’universo dei taliban (definizione generica e abusata), o meglio dei gruppi di opposizione che operano in quel magnifico e terribile Paese. Tutto mi dice che i taliban, quelli del mullah Omar, in questo attentato non centrano. Perché? La faccio breve, senza girarci troppo attorno. I taliban, quelli che si battono nel nome dell’Emirato Islamico, hanno la tendenza a rivendicare le proprie azioni, specialmente quando ottengono un successo sul campo che può essere sfruttato mediaticamente attraverso il web. Questa volta non lo hanno fatto.
In più vi è un altro fattore: il luogo, Bala Murghab.
Bala Murghab non è un’area densamente popolata, è lontana dai maggiori centri della regione, ha una posizione remota e questo crea non pochi problemi a chi è chiamato a operarvi. Qui, le più basilari necessità di un’unità militare richiedono sforzi logistici notevoli e, come è stato dimostrato, rischiosi.
Le strade sono tali solo di nome; in realtà si tratta di piste polverose pronte a trasformarsi in trappole di argilla vischiosa alla prima pioggia.
Bala Murghab si trova nella provincia di Badghis, area a predominanza pasthun in una terra di tagiki. È qui che Ismail Khan, padrone incontrastato della provincia di Herat, ha avviato la sua resistenza antisovietica ed è sempre in questo sperduto angolo di Afghanistan che i taliban hanno stazionato all’indomani dell’offensiva su Mazar-i-Sharif nella metà degli anni novanta.
Non è un area ricca, non ha infrastrutture importanti; anzi, a prima vista si direbbe che non ha nulla di nulla. E invece non è così. La ricchezza di Bala Murghab è nelle terre che la circondano: è la linea, seppur indefinita, di confine con il Turkmenistan dove si arriva, a passo d’asino, in poco tempo e dove è possibile trasportare buona parte del papavero da oppio prodotto proprio nei dintorni di Bala Murghab. Papavero da oppio che, per quieto vivere, non viene toccato dalle forze straniere ma che contribuisce, attraverso un redditizio commercio che arricchisce i signori locali legati per ragioni di comuni interessi ai differenti gruppi di opposizione, la risorsa necessaria al reclutamento e mantenimento di braccia e fucili per difendere i campi da eventuali iniziative esterne. E questo crea un circolo virtuoso per cui all’aumentare dei proventi aumenta la possibilità di permettersi milizie private che a loro volta aumentano la cornice di sicurezza attorno al traffico illegale. Illegale ma non illecito da queste parti.
La presenza militare straniera (non necessariamente quella italiana) deve aver dato fastidio a qualcuno. E da lì a piazzare un congegno esplosivo sotto dieci centimetri di terra ci è voluto poco.