Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

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mercoledì 19 gennaio 2011

Caduto il 18 gennaio 2011 a Bala Murghab

di Claudio Bertolotti

Ucciso da un nemico in uniforme dell’esercito afghano: così è morto il 18 gennaio 2011 in Afghanistan, in uno sperduto avamposto della zona di Bala Murghab, l’alpino Luca Sanna, 33 anni, di Oristano, mentre un altro è rimasto ferito in modo molto grave.
Il fatto è avvenuto alle 12.05 italiane, nell’avamposto Highlander, a circa 10 chilometri dalla base italiana Columbus di Bala Murghab dove due squadre di alpini vivono a stretto contatto, in due separate postazioni fortificate e circondate da filo spinato, con i soldati afghani con cui condividono il compito di garantire la security bubble di circa 14 chilometri.
Un uomo, con indosso un’uniforme militare, proveniente dal caposaldo afghano si è avvicinato ai due soldati italiani che si trovavano vicino a un veicolo Vtlm Lince ed ha aperto il fuoco. C’è stato un tentativo di risposta, anche da parte dei soldati afghani, ma l’uomo è riuscito ad allontanarsi, sfruttando l’effetto sorpresa.
Questo è quanto si è saputo dalla stampa nazionale. Poco di più è stato possibile raccogliere dai media internazionali, compresi quelli afghani poiché quello di ieri, è solo uno dei caduti stranieri che segnano il trascorrere quotidiano della missione in Afghanistan, giorno dopo giorno.
Un «terrorista» afghano, è stato detto, con indosso l’uniforme dell’esercito regolare. Ma chi era in realtà l’uomo che ha ucciso sul campo di battaglia l’alpino italiano? Si tratta di un soldato dell’esercito afghano – ha sostenuto una fonte locale in condizione di anonimato – arruolato da pochi mesi - tre citano le fonti - e da poco più di quarantacinque giorni in servizio presso la base avanzata dell’Afghan National Army di Bala Murghab. Il suo nome è Gullab Ali Noor, originario della provincia di Kunduz,distretto di Archi, villaggio di Sufi Zaman.
Chiamare Gullab Ali Noor semplicemente
terrorista, come di recente avvenuto, significa rischiare di sminuire l’entità della minaccia nel suo complesso. Una minaccia caratterizzata da un fenomeno insurrezionale sempre più forte e aggressivo, in grado di penetrare all’interno delle stesse istituzioni governative, nelle sue forze di sicurezza. Dunque l’alpino italiano è morto per mano di un nemico, un mujaheddin, un taliban o, meglio, un insorto. Messa in questi termini la situazione può essere più facilmente compresa nella sua cruda realtà: un militare caduto in guerra, e non una vittima di un volutamente generico terrorismo; la “guerra” combattuta dai militari italiani al fianco degli alleati della Nato e della coalizione internazionale. Una guerra che richiede di combattere insieme all’esercito di Kabul, nonostante i rischi potenziali.
Si tratta di una modalità - ha proseguito La Russa - non nuova per l’Afghanistan; ma, contrariamente a quanto affermato dal ministro non è la prima volta che i militari italiani vengono attaccati in questo modo. Era successo poco più di un anno fa, nella Fob Culumbus di Bala Murghab; ma allora non ci fu nessun ferito e la notizia passò senza l’interesse amplificato dei media. Oggi, con un morto e un ferito grave, la notizia ha fatto il giro dei telegiornali nazionali come se, all’improvviso, fosse drammaticamente precipitata la situazione in Afghanistan. Non è così. La situazione sta progressivamente degenerando – pur tenendo conto della naturale stasi invernale – e il 2010 si è concluso con più di 700 caduti tra le fila della Coalizione: una media di circa due soldati stranieri uccisi ogni giorno. Un dato inquietante, che tende ad aumentare ogni giorno che passa; il soldato caduto ieri rientra nelle fredde statistiche, quelle fatte di colonne e percentuali. Nel frattempo i taliban, come più volte annunciato, continuano con la tattica di infiltrazione dei propri «soldati» all’interno delle forze di sicurezza afghane.

19 gennaio 2011

venerdì 21 maggio 2010

Papaveri rossi a Bala Murghab



Afghanistan, 17 maggio 2010. A venticinque chilometri da Bala Murghab muoiono, in un’azione di guerriglia, due militari italiani della Brigata Alpina Taurinense. I loro nomi sono Massimiliano Ramadù e Luigi Pascazio, sergente il primo, caporalmaggiore il secondo.
La dinamica dell’incidente è la più semplice e classica: un Ied (improvised explosive device) piazzato lungo la pista che porta alla base avanzata Fob Columbus esplode al passaggio dell’ottavo mezzo di una colonna di centoventi veicoli. Non prima e non dopo, proprio l’ottavo, il quarto dei mezzi italiani. Il perché può essere dovuto a due ragioni principali.
La prima è che il dispositivo, rudimentale, sia stato azionato dalla pressione esercitata del veicolo stesso. Possibile.
La seconda è che l’attivazione sia stata attivata a distanza tramite un semplice telefono cellulare e che il jammer (dispositivo di disturbo delle onde elettromagnetiche) in dotazione al mezzo abbia fatto cilecca. Probabile.
Il risultato è che un veicolo tattico leggero multiruolo Lince è stato completamente sventrato dall’esplosione avvenuta sotto la ruota anteriore portando alla morte dell’autista e del comandante del mezzo, oltre al ferimento dei due militari trasportati. Questo è certo.

Quello che è meno certo, almeno a parere di chi scrive, è chi vi sia dietro all’attentato. Ma un’ipotesi ragionata è necessaria.
Ho trascorso circa due anni della mia vita in Afghanistan, tentando di capire l’universo dei taliban (definizione generica e abusata), o meglio dei gruppi di opposizione che operano in quel magnifico e terribile Paese. Tutto mi dice che i taliban, quelli del mullah Omar, in questo attentato non centrano. Perché? La faccio breve, senza girarci troppo attorno. I taliban, quelli che si battono nel nome dell’Emirato Islamico, hanno la tendenza a rivendicare le proprie azioni, specialmente quando ottengono un successo sul campo che può essere sfruttato mediaticamente attraverso il web. Questa volta non lo hanno fatto.
In più vi è un altro fattore: il luogo, Bala Murghab.
Bala Murghab non è un’area densamente popolata, è lontana dai maggiori centri della regione, ha una posizione remota e questo crea non pochi problemi a chi è chiamato a operarvi. Qui, le più basilari necessità di un’unità militare richiedono sforzi logistici notevoli e, come è stato dimostrato, rischiosi.
Le strade sono tali solo di nome; in realtà si tratta di piste polverose pronte a trasformarsi in trappole di argilla vischiosa alla prima pioggia.
Bala Murghab si trova nella provincia di Badghis, area a predominanza pasthun in una terra di tagiki. È qui che Ismail Khan, padrone incontrastato della provincia di Herat, ha avviato la sua resistenza antisovietica ed è sempre in questo sperduto angolo di Afghanistan che i taliban hanno stazionato all’indomani dell’offensiva su Mazar-i-Sharif nella metà degli anni novanta.
Non è un area ricca, non ha infrastrutture importanti; anzi, a prima vista si direbbe che non ha nulla di nulla. E invece non è così. La ricchezza di Bala Murghab è nelle terre che la circondano: è la linea, seppur indefinita, di confine con il Turkmenistan dove si arriva, a passo d’asino, in poco tempo e dove è possibile trasportare buona parte del papavero da oppio prodotto proprio nei dintorni di Bala Murghab. Papavero da oppio che, per quieto vivere, non viene toccato dalle forze straniere ma che contribuisce, attraverso un redditizio commercio che arricchisce i signori locali legati per ragioni di comuni interessi ai differenti gruppi di opposizione, la risorsa necessaria al reclutamento e mantenimento di braccia e fucili per difendere i campi da eventuali iniziative esterne. E questo crea un circolo virtuoso per cui all’aumentare dei proventi aumenta la possibilità di permettersi milizie private che a loro volta aumentano la cornice di sicurezza attorno al traffico illegale. Illegale ma non illecito da queste parti.
La presenza militare straniera (non necessariamente quella italiana) deve aver dato fastidio a qualcuno. E da lì a piazzare un congegno esplosivo sotto dieci centimetri di terra ci è voluto poco.