Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

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martedì 14 luglio 2015

IL “NUOVO” RUOLO DI FACILITATORE DEL QATAR: TRA JIHADISMO GLOBALE, INSURREZIONE AFGHANA E REALPOLITIK

di Claudio Bertolotti
 

Dopo anni di incontri infruttuosi e tentativi di dialogo negoziale tra governo afghano e il movimento dei Taliban qualcosa si è mosso nella direzione auspicata.
Il 24 maggio, i rappresentanti del governo afghano hanno incontrato alcuni delegati taliban nella città cinese di Urumqi. L’incontro, sostenuto dalla Cina – intenzionata a tutelare i propri interessi in Afghanistan e a contenere il crescente jihadismo regionale come all’interno dei propri confini – è stato agevolato da un Pakistan a sua volta impegnato nel tentativo di tutelare il proprio ruolo guida nella gestione delle dinamiche afghane.
Il fine dell’incontro è stato quello di agevolare gli sforzi negoziali tra le parti attraverso la definizione delle precondizioni necessarie al desiderato processo di pace formale.
Un’iniziativa che è seguita di poche settimane a quella che ha portato ufficialmente al tavolo di discussione le parti in causa. Il 2-3 maggio incaricati del governo afghano, dei taliban, rappresentanti della società civile e delegati della United Nations Assistance  Mission in Afghanistan (UNAMA), si sono incontrati in una struttura turistica di Doha, in Qatar; un incontro informale, non ufficiale, sostenuto dal ‘Pugwash International Conference on Science and World Affairs’.
Definita dalle due parti una ‘research conference’ (taliban) e ‘scientific discussions’ (governo afghano), non un dialogo di pace, né un processo negoziale, troppo presto per entrambi; ma un primo passo verso una soluzione negoziata sembra essere stato fatto. Guardando indietro nel tempo e ai numerosi incontri, formali ma non sostanziali, non v’è da illudersi, ma le dinamiche attuali – a cui si unisce il rischio di un’espansione dello jihadismo dell’ISIS anche in Afghanistan – possono aprire a un auspicabile processo di power-sharing e balance of power che includa i gruppi insurrezionali afghani.
Il focus dell’incontro, che si è svolto in maniera cooperativa, costruttiva e amichevole e a cui hanno preso parte circa quaranta rappresentanti ‘liberi di esprimere le proprie opinioni personali’, è stato il ‘cessate il fuoco’ con riserva, vincolato dalla questione presenza militare statunitense su suolo afghano a cui si sono affiancati altri temi laterali, non significativi sul piano sostanziale bensì su quello formale e della comunicazione istituzionale, tra i quali l’apertura dei taliban all’istruzione femminile (forme, metodi e tempi non dichiarati), il riconoscimento del rispetto di alcuni diritti umani per le donne, il riconoscimento e la piena funzionalità dell’ufficio politico dei taliban in Qatar e, come più volte sottolineato nel corso delle precedenti analisi per il CeMiSS, la revisione della Costituzione la cui occasione più opportuna sarà rappresentata dal processo di modifica costituzionale richiesto dal presidente Ashraf Ghani Ahmadzai al fine di formalizzare la posizione di primo ministro esecutivo di Abdullah Abdullah (attualmente Chief Executive Officer, carica non prevista dall’ordinamento istituzionale e costituzionale in vigore). A ciò si accompagna il recente restringimento alle libertà di stampa per i media afghani.
Ottimistiche le valutazioni dell’Alto Consiglio per la Pace, organo istituzionale del governo afghano, espresse da Mohammad Ismail Qasimyar, a capo del comitato per la politica estera del consiglio.
Un aspetto positivo di primo piano è dato dalla pubblicità dell’evento, confermato da entrambe le parti – al contrario che in passato quando le notizie di incontri e dialogo venivano prontamente smentite. Questo è un primo indicatore di un processo in fase avanzata, sebbene sul piano formale i rappresentanti taliban siano intervenuti all’evento ‘in forma privata e a titolo personale’.
Un secondo indicatore è rappresentato dall’alto livello degli otto interlocutori taliban, tra i quali Sher Mohammad Abbas Stanikzai, ex capo taliban di primo piano, e Sohail Shaheen, portavoce dell’ufficio taliban in Qatar, il cui nome venne cancellato dalla lista nera dell’Onu nel 2010.
E anche la località di svolgimento degli incontri è significativa, poiché il Qatar ha da sempre ambito a ricoprire il ruolo di facilitatore e mediatore nel processo di pace afghano, come dimostrato nel 2013 allorquando fece sforzi diplomatici di rilievo che si conclusero con l’apertura dell’ufficio politico dei taliban proprio nella capitale Doha.
Per il governo afghano erano presenti personaggi chiave, tra i quali alcuni ex-taliban “riconciliati”, rappresentanti di alto livello appartenenti ai gruppi di potere etno-politici tagichi, pashtun e uzbechi; tra i partecipanti anche lo zio del presidente Ghani, Abdul Qayoum Kochai. Infine, tre le donne in rappresentanza del governo afghano (anche questo è un ulteriore indicatore favorevole). I dettagli relativi ai due gruppi di rappresentanza sono stati resi pubblici da parte di Nazar Mohammad Mutmaeen, scrittore, giornalista ed egli stesso ex taliban.
I quindici punti dell’incontro del Pugwash International Conference on Science and World Affairs
Il report ufficiale pubblicato dal Pugwash riassume in quindici punti i temi affrontati. In breve:
1. Condivisa gratitudine nei confronti del governo del Qatar per l’ospitalità e l’assistenza fornite.
2. Condivisa necessità di porre fine alle violenze in Afghanistan.
3. Priorità nella protezione dei civili.
4. Condivisa necessità di un ritiro delle forze di sicurezza straniere.
5. Cancellazione delle black-list, nessuna discriminazione e rilascio dei prigionieri politici.
6. Contrasto alla corruzione e produzione/traffico di droga.
7. Necessità condivisa dell’educazione per uomini e donne.
8. Revisione della costituzione.
9. Stato costruito sulla base di principi islamici.
10. Condivisa necessità di contrastare l’espansione del cosiddetto ‘Stato islamico (IS/ISIS/Daesh), riconosciuto come elemento estraneo all’Afghanistan.
11. Rapporto di amicizia e collaborazione con i paesi confinanti, senza interferenza alcuna da parte di questi.
12. Accordo per la condotta di ulteriori incontri tra le parti, in particolare il governo afghano e i taliban.
13. Apertura e riconoscimento formale dell’ufficio politico dei taliban a Doha.
14. Iniziative di supporto alla pace in Afghanistan che coinvolgano Qatar, UN e organizzazioni internazionali non governative.
15. Il benessere della popolazione afghana è il focus dell’incontro e di quelli che seguiranno.
La dichiarazione formale dei taliban
I taliban, attraverso il loro sito web, hanno formalmente ammesso di aver preso parte all’importante iniziativa, hanno ringraziato il ‘Pugwash International Conference on Science and World Affairs’ con particolare riferimento al segretario generale, l’italiano Paolo Cotta-Ramusino e i suoi colleghi e collaboratori, ed espresso gratitudine al governo islamico del Qatar per aver facilitato l’incontro tra le parti. L’analisi del testo della dichiarazione ufficiale mette in evidenza alcuni fattori interessanti.
- In primis il livello strategico in cui si inserisce l’impegno del movimento islamico dei taliban, ossia quello nazionale. I taliban insistono nel rimarcare l’essenza specificatamente afghana del proprio movimento e del proprio impegno, in difesa dell’interesse nazionale e nel contrasto alla distruzione dell’identità islamica e nazionale. Dunque, un approccio che li contrappone ad altri movimenti jihadisti globali/glocali, in primo luogo il fenomeno cosiddetto ISIS&Co. – la galassia insurrezionale che si richiama simbolicamente e mediaticamente allo Stato islamico del Syraq  e che ha fatto la sua recente comparsa anche nell’area dell’Af-Pak.
- L’illegittimità dell’invasione statunitense che ha portato alla caduta dell’Emirato islamico dell’Afghanistan e alla successiva occupazione militare straniera (con specifico riferimento agli Stati Uniti); un’occupazione che impedisce l’avvio di un processo di pace e il ristabilimento di un governo indipendente e di uno stato sovrano e basato sui principi islamici.
- L’illegittimità dell’attuale governo afghano.
- L’illegittimità delle strutture carcerarie in Afghanistan e all’estero (da Bagram a Guantanamo).
- Il riferimento al principio di autodeterminazione e all’indipendenza del popolo afghano, così come la natura islamica e nazionale della resistenza jihadista del movimento taliban.
Tutti elementi, non nuovi, ma che confermano la direzione presa dal movimento, al momento non intenzionato a stringere alleanze con altri gruppi esogeni i cui obiettivi sono in contrasto con la natura nazionale della resistenza dei mujaheddin afghani. Il messaggio è chiaro: la guerra finirà quando se ne saranno andati tutti gli stranieri la cui presenza è lo scoglio principale a un processo di pace.
E i taliban fanno appello a un processo di pace e riconciliazione nazionale che preveda un ruolo chiave giocato da fattori interni, quale la partecipazione attiva di soli attori afghani, e l’esclusione di fattori e vincoli esterni, in primo luogo gli Stati Uniti e gli accordi di sicurezza che ne autorizzano la presenza a lungo termine sul suolo afghano (2024).
La proposta concreta che viene dai taliban pone dunque l’accento su alcune interessanti questioni:
- La più significativa, sul piano politico e ideologico, è il riconoscimento della necessità di una nuova costituzione nazionale (ciò apre alla probabilità di una significativa revisione costituzionale in tempi relativamente brevi su cui peseranno le richieste dei taliban – come più volte anticipato e suggerito in questa sede).
- La necessità di un ufficio politico, formalmente riconosciuto e che svolga il luogo di incontro per i successivi dialoghi negoziali
- L’annullamento della black-list dell’Onu e di qualunque organizzazione internazionale.
- Facilitazione dei paesi confinanti nel processo di ritiro delle truppe straniere.
- Ruolo delle potenze regionali funzionale alla pacificazione e non al sostegno di singoli gruppi di potere afghani.
- L’impegno dell’Emirato islamico sul piano politico, sociale, economico e culturale; in particolare viene posto l’accento alla possibile apertura all’educazione femminile e ai diritti individuali delle donne, nel rispetto dei principi islamici.
- Un processo attivo di pace e riconciliazione sostenuto dalla Comunità internazionale.
 
Analisi, valutazioni, previsioni
A fronte di un processo dialogico inclusivo finalizzato al cessate il fuoco, continua la violenta offensiva di primavera del taliban (denominata ‘Azm’); in breve, si prevede:
- un aumento della pressione sul governo afghano attraverso attacchi spettacolari in particolare attacchi suicidi e commando-suicidi (finalizzati all’attenzione mediatica e alla pressione psicologica, indipendentemente dal risultato tattico ottenuto);
- l’intensificazione di attacchi convenzionali di tipo blitz, caratterizzati da elevata concentrazione di forze (nell’ordine delle centinaia di unità ad elevata mobilità) per limitati periodi ti tempo (alcune ore, al massimo 1/2 giorni) e contro obiettivi puntiformi (caserme delle forze di sicurezza afghane, edifici governativi).
Un’offensiva che nel complesso risulta facilitata dall’assenza di truppe combattenti straniere sul terreno e dalla volontà politica della Comunità internazionale di cessare nella sostanza il confronto militare sul campo di battaglia in previsione di un possibile ritiro, quasi totale, delle forze della Nato nel medio periodo; per contro, rimane confermata una presenza statunitense sul medio-lungo periodo, sulla base del ‘Security and Defense Cooperation Agreement’ (SDCA) i cui numeri non verranno ridotti così come preannunciato (forza totale US/Nato stimata di 15/20.000 unità).
Nel complesso, si valuta come altamente probabile l’aumento di azioni offensive da parte dei gruppi di opposizione armata (GOA), così come l’aumento delle conflittualità interessanti i tradizionali gruppi afghani in contrapposizione ai nuovi attori del conflitto, in testa il fenomeno dell’ISIS&Co. Ciò potrebbe provocare un coinvolgimento di gruppi e comunità marginali sinora non direttamente interessate al confronto, il cui ruolo sarebbe funzionale all’ulteriore destabilizzazione del paese, in particolare le aree periferiche e rurali; il coinvolgimento di milizie locali e/o private, anche in funzione di autodifesa, potrebbe portare a un’escalation sul lungo periodo: si valuta come possibile lo sviluppo di questa linea strategica da parte di gruppi esogeni di ispirazione jihadista.
Non si esclude la possibilità di scissione all’interno dell’eterogeneo macro-gruppo taliban – così come già avvenuto per il Teherik-e Taliban Pakistan – che vedrebbe contrapposta la leadership a parte della frangia radicale forte di una significativa componente ‘giovane’.
In tale dinamica instabilità si uniscono le preoccupazioni di un Pakistan a rischio di esclusione da un ruolo di primo piano nel processo di pacificazione afghana; un’esclusione che avrebbe origine proprio in quei taliban che all’interno dei territori pakistani trovano rifugio. Uno sviluppo che potrebbe aprire ad ulteriori scenari interessanti.
 
Claudio Bertolotti, Ph.D, is Assistant Professor of Area Analysis at CSPCO (Turin), Senior Analyst at CeMiSS (Rome), and Italian representative at CEMRES «5+5 Defense Initiative 2015» (Tunis).
 
 
 

martedì 9 giugno 2015

Al-Qaeda vs ISIS & Co. A new critical phase for the Afghan war (CeMiSS Quarterly 1/2015)



by Claudio Bertolotti

 www.difesa.it/SMD_/CASD/IM/CeMiSS/Pubblicazioni/OsservatorioStrategico/Documents/Osservatorio_Strategico_2015/Q_1_2015_WEB_r.pdf
Recent events
 February
-    Self-claiming ISIS militants killed a Taliban commander during a clash in the Charkh province. The governor of northeastern Kunduz stated that there were about 70 ISIS militants in the province.
-    Afghan treasury chief stated that the new Afghan finance minister discussed a plan with the International Monetary Fund to privatize the New Kabul Bank - formed after the original Kabul Bank collapsed in 2010 generating a financial crisis in the country – that has lost around $56 million in the last four years
March
-    Afghan President Ashraf Ghani stated that ISIS views Afghanistan as a key component in its broader goal to establish a caliphate in the Middle East
-    United States delays troops withdrawal from Afghanistan. The United States will keep the 9,800 troops currently in Afghanistan on the ground through the end of the year, rather than reducing the number to 5,500 as planned; the U.S. military bases in the cities of Kandahar and Jalalabad are likely to remain open beyond the end of 2015. US President pledged to continue to conduct targeted counterterrorism operations in Afghanistan.
-    President Ghani visits the United States: Ghani declared a new phase in relations between Afghanistan and the United States, stressing his commitment to combating militancy and making Afghanistan a stable democracy.
April
-    A group of Uzbeks in northern Afghanistan claiming to be from the Islamic Movement of Uzbekistan (IMU) pledged their allegiance to ISIS’s Abu Bakr al-Baghdadi.
-    UN reports 6,500 foreign militants fighting in Afghanistan have links to Al-Qaeda and ISIS.
-    At least 17 people were killed and about 40 were injured, including a prominent parliamentarian, on Thursday in a suicide bombing in Afghanistan’s Khost province.
-    Russian Foreign Affairs Minister Sergey Lavrov promised Russian support to Afghanistan during a visit by Afghan National Security Advisor Muhammad Hanif Atmar to Moscow. Lavrov stated that  Russia  is ready to help Afghanistan in stabilizing its current complex conditions, and to cooperate with Afghanistan's allies in fighting against terrorism and counter narcotics. Previously Lavrov criticized the International Security Assistance Force in Afghanistan (ISAF) for being unable to provide security; moreover Lavrov stated that ISAF has failed to handle the set goals because terrorism in the country has not been unrooted and drug trafficking has increased.

AQIS, al-Qaeda in the Indian Subcontinent
As reaction to the expansion of the Islamic State (ISIS, also known as Daesh) in the Indian Subcontinent, on September 2014 al-Qaeda has announced the establishment of the jihadi new wing, called ‘Qaedat al-Jihad in the Indian Subcontinent’ (AQIS, al-Qaeda in the Indian Subcontinent) – the Indian wing that would spread Islamic rule and raise the jihad across the subcontinent, as a glad tidings for Muslims in Burma, Bangladesh, Assam, Gujarat, Ahmedabad, and Kashmir.  The group reports to the head of the Taliban in Afghanistan Mullah Omar and is led by a former commander of the Pakistani Taliban who is also in al-Qaeda’s wing in Pakistan. The mission of AQIS is to establish a global caliphate based on the Islamic law.
In line with this mission, months ago (September 2014) Al-Zawahiri released a video appointing Maulana Asim Umar as the Emir of AQIS; the appointment follows the extensive presence of al-Qaeda and associations with various jihadist groups in Pakistan.
Recently (March 2015) AQIS spokesman Usama Mehmood confirmed that nearly 50 of the group’s members have been killed in US drone strikes, including three senior leaders in separate strikes in January, one of them was the appointed Emir Maulana Asim Umar. The other two were named as the group’s Deputy Head Ustad Ahmad Farooq and Qari Imran the group’s central council member in charge of operations in Afghanistan.
Furtherly, AQIS commanders have been reported killed in a raid conducted in Karachi. According to ‘The Express Tribune’, on April 14, the Pakistan’s Counter-Terrorism Department conducted an operation in Karachi’s Orangi Town; as result, five militants have been killed including two AQIS commanders: Noorul Hassan, AQIS’ Karachi chapter chief, and Usman – alias Irfan or Abdullah –, AQIS deputy commander.
What is interesting to highlight, is the ‘professional’ profile of the appointed (and killed) Emir. Who was Asim Umar, the Head of al-Qaeda's India unit?
He was considered to be a long-time propagandist of the militant group and earlier been associated with the Pakistan Taliban, Umar was expected to ensure that the relations with the Pakistani group were maintained. In other words, the appointment of Umar showed the importance of Pakistan jihadist groups to al-Qaeda Central Command, with Umar’s links to these groups as the key to foster close cooperation. In addition, Umar as ideologue could facilitate access to Pakistan’s youth as recruitment ground for al-Qaeda in contraposition with the ISIS presence in the area. His appointment was the continuation of a long standing relationship between al-Qaeda Central Command and the Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP), whereby al-Qaeda is the ideological inspiration for the TTP, with the latter providing support and even reported safe havens for al-Qaeda militants.
It is clear that not the Afghan Taliban but leaders and members of AQIS had been the main target of US and Pakistani operations since the security forces have launched military operations in Pakistani North Waziristan in June 2014. Afghan Taliban still remain a secondary target because the real target is al-Qaeda, its affiliates and the radical competitors (such as ISIS).
Why not the Afghan Taliban?
-    Firstly, the Afghan Taliban is a local movement, with strict relationship with al-Qaeda but without global or regional ambitions.
-    Secondly, the US is attempting to break up the relationships between the Taliban and their external supporters (in order to break down a connection which represent a strength for both the actors).
-    Thirdly, the Taliban are not included in the terrorist-list because their potential and desirable role in the future of Afghanistan.
-    As a final point, neither the International Coalition forces nor the Afghan National Security Forces are able to defeat the Taliban.

ISIS is moving to Afghanistan
Moreover, what is important to underline is that, in contrast with the AQIS, ISIS is moving to Afghanistan, creating affiliates groups, recruiting Afghan and foreign fighters and conducting operational activities.
Recently, ISIS militants were responsible for kidnapping dozens of Shiite men; the information was for the first time officially reported by the Afghan government: ISIS is now officially a threat. In detail, two former Taliban leaders, who switched to ISIS, were behind a mass abduction in February, in which ISIS militants seized 31 passengers from buses traveling from Zabul province to Kabul.
As reported by the ‘Washington Post’ and summarized by the ‘Foreign Policy - The South Asia Daily’, hundreds of foreign fighters are moving into Afghanistan from Pakistan bolstering the Taliban and increasing the level of violence in the conflict.
Afghan officials stated that in Badakhshan province the Taliban militants overran military positions in the province and beheaded 18 Afghan National Army soldiers; this event could be assessed as an effect of the influx of foreign and Pakistani fighters.
According to Afghan official statement who beheaded the soldiers were foreign fighters and not the local Taliban.
Besides, a recent report confirms the role of the foreign fighters and their influence. The United Nations stated that thousands of foreign fighters from about 100 countries are fighting for al-Qaeda, ISIS, or affiliated groups; of those fighters, an estimated 6,500 are operating in Afghanistan. The UN report was released after a group of Uzbek militants claiming to be members of the Islamic Movement of Uzbekistan (IMU) swore allegiance to ISIS. 

General situation in brief
The situation is generally worsening.
The escalation of insurgency attacks comes as the traditional ‘spring fighting’ season is about to begin. The situation is worsening especially in southern and eastern provinces.
As confirmed by the United Nations Assistance Mission in Afghanistan, in the first quarter of 2015  the number of casualties caused by ground operations rose eight percent compared to the same time period in 2014; in contrast the overall number of civilian casualties declined by two percent  but is reported a fifteen percent rise in women and children casualties.
Concerning the Afghan National Security Forces, the Afghan National Army (ANA) lost more than 20,000 members in 2014 due to desertions, discharges, and casualties in combat, according to the Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction (SIGAR). From January to November 2014, the ANA’s numbers declined by 11 percent, to 169,000 soldiers (the force is still the smallest it has been since the fall of 2011).
Moreover, the Afghan Counternarcotics Minister stated that the poppy cultivation had risen seven percent in the current season; according to the official report, poppy was grown on 224,000 hectares of land in 132 districts and 65 percent of the cultivation occurred in Helmand, Kandahar, Farah, and Nimroz provinces.
The new actors are imposing new dynamics whose consequences are not easily containable. 

Analysis, assessments, forecasts
The Armed Opposition Groups activity and attacks are expected to rise with the coming of spring season when the weather gets warmer and snow begins to melt in Afghanistan; in line with the past years, the insurgency would get its momentum in a conflict that continues to hit Afghan security forces at an accelerated rate.
As consequence, it would be difficult for the Afghan government to push through its peace agenda that aims to find a political solution based on negotiate to the persistent crisis and instability.
Furthermore, many Taliban fighters have abandoned their original groups and have joined the so-called ISIS.
Considering the influx of foreign fighters in Afghanistan, this fighting season will be – one more time –  the hardest fighting season. It is assessed that only part of the threat had migrated to Afghanistan from Pakistan as consequence of the Pakistan’s military operation in North Waziristan; but an important component of the foreign fighters presence in Afghanistan has to be considered, on the one hand, as the direct result of the ISIS policy to expand the “caliphate” influence into Indian subcontinent and, on the other hand, the AQIS’ effort to contrast it.
This fresh wave of foreign fighters has added a probable new dimension to the Afghan conflict, threatening more instability, more violence, more challenges to the International Community and to the weak Afghan government which is not able to contrast militarily the Armed Opposition Groups and to contain the growing conflictual dynamics boosted by old-actors and newcomers.
On the one hand, the Ghani-Abdullah policy is to improve the relations with Pakistan in order to gain its support in facilitating peace talks with the Taliban.
But, as possible consequence of the foreign fighters expansion in Afghanistan, negotiations with the few Taliban leaders could be more difficult and could drive to an unsuccessful result because  many young Taliban fighters, in particular the most fanatic ones, are apparently switching their loyalty to ISIS. A trend that is supported by the large use of social media as recruiting technique both in Pakistan and Afghanistan. At the moment, the Taliban leadership has not showed any indication that it would agree to a peace negotiation with the Ghani-Abdullah government.
Moreover, the role and the regional ambitions of Iran are growing, possibly as consequence, on the one hand, of the ongoing US-Iranian nuclear dialogue and overture and, on the other hand, of the ISIS expansion and the Iran’s role to contrast ISIS in Syraq (and Afghanistan); as recently stated by the Iranian Interior Minister Abdolreza Rahmani Fazli, Iran offers joint counterterrorism operations with Pakistan and Afghanistan inside their territory”. This is an important dynamic that will open to a new phase of the Iranian’s role in the region.
Concluding, after Syraq and Lybia, ISIS is trying to extend its influence into Afghanistan. Considering the development of the phenomenon from the double perspective of “time” and “space”, we have to be aware of the need to contain, disrupt, degrade and defeat ISIS immediately wherever it exists and considering it a transnational, global and linked threat, and don’t committing the mistake to analyze the events and the attacks in MENA areas as disconnected dynamics: each single events, even if not coordinated, is a part of a large political plan based on revolutionary and disruptive ideological principles.

giovedì 30 gennaio 2014

CULTURAL AWARENESS. Il manuale per gli operatori in Afghanistan: la Linea guida di Afghanistan Sguardi e Analisi


È finalmente disponibile il manuale del corso di AFGHAN CULTURAL AWARENESS:

Linea guida per operatori civili e militari al corretto approccio socio-culturale

Una descrizione  completa e ad ampio spettro: dal quadro geopolitico e geostrategico di cui il Paese è parte, alle dinamiche politiche e sociali interne, agli usi, i costumi e le tradizioni dei "popoli afghani".

In attesa di pubblicazione
Disponibile in versione prestampa

A partire dall’analisi della stratificata società afghana. Dei suoi usi, costumi e delle molteplici tradizioni, del complesso intreccio culturale e religioso, il testo descrive il “profilo socio-culturale” e politico dell’Afghanistan contemporaneo: le dinamiche, le ragioni, le evoluzioni di un conflitto di ampia portata, sono qui definite grazie allo “studio sul campo” e all’analisi open source intelligence (OSINT).
«Afghanistan Sguardi e Analisi» è la linea guida per operatori civili e militari che si inserisce in un più ampio contesto di informazione e formazione culturale introdotto dall’Autore nel 2009 (e tuttora in corso) che ha coinvolto oltre 4.000 partecipanti.
L’iniziativa recepisce le esigenze manifestate dagli operatori delle Forze Armate, da Organizzazioni governative e non governative e contribuisce alla riduzione del livello di pericolo di “uomini e donne sul terreno”, alla limitazione dei rischi individuali, derivanti da incomprensioni di natura culturale, e al raggiungimento degli obiettivi della missione. In particolare risponde alle esigenze della Nato e dell’Esercito italiano (per saperne di più).

giovedì 6 dicembre 2012

Afghanistan. Da Herat prove tecniche di guerra civile?

 
di Claudio Bertolotti
 
Con l’avvicinarsi della transizione e al conseguente disimpegno militare della Nato, aumentano le spinte dirette e indirette volte a portare l’Afghanistan verso un processo di progressiva destabilizzazione interna.
Ismail Khan, ricco e potente ex-mujaheddin e “warlord”, attualmente ministro del governo afghano, ha manifestato preoccupazione e mancanza di fiducia nei confronti dello stesso governo di cui fa parte e delle forze di sicurezza nazionali (Ansf) chiamando a raccolta i suoi seguaci, alleati e compagni di Herat al fine di creare una milizia di difesa anti-taliban. 
Una situazione paradossale e preoccupante al tempo stesso, che mette in luce l’umore serpeggiante all’interno delle stesse istituzioni afghane. 
Le reazioni non sono mancate, così come le critiche e i riferimenti a una potenziale escalation della violenza all’indomani del disimpegno delle forze della Nato.
L'iniziativa di riorganizzare le milizie armate non rappresenta di certo una novità nel panorama afghano.
Le forze di polizia locale, (circa 13-20.000 uomini) volute e sostenute dagli Stati Uniti, rappresentano un esempio di non-successo nel complesso dei piani e delle attività avviate per garantire il controllo del territorio e contenere il fenomeno insurrezionale, un fallimento che ha contribuito al rafforzamento e alla legittimazione di molti warlord.
La più grande preoccupazione è che queste milizie possano concorrere alla destabilizzazione locale, ma ancor più ad acutizzare le già profonde linee di demarcazione tribali, etniche e di fazione presenti all’interno delle Ansf e che potrebbero accentuarsi all’indomani del disimpegno della Nato.
In tale contesto, il timore non sarebbe quello di un’escalation di violenza da parte dei taliban, bensì la frammentazione delle Ansf e le ripercussioni sull’ipotesi di guerra civile.
Ciò che va attentamente preso in considerazione sono le potenziali ripercussioni sul piano politico e sociale, in particolare sull’opinione pubblica afghana.
Se da un lato non è possibile escludere la riaccensione di contrasti di natura politica e, principalmente, etnica (per semplificazione “pashtun” versus “non pashtun”) dalle conseguenze tutt’altro che contenibili, dall’altro è bene considerare gli effetti amplificati che tali prese di posizione avrebbero sulle conflittualità latenti a cui si uniranno il generale e diffuso disagio e l’alto tasso di disoccupazione.
In questa situazione gli attori regionali, in una sorta di gioco degli equilibri instabili, tenteranno con buona probabilità di sostenere i gruppi di potere affini in una forma di competizione parallela.
È dunque prevedibile che il disimpegno della Nato potrà essere accompagnato da una sensibile intensificazione del conflitto che porterebbe all’indesiderato, quanto difficilmente reversibile sul breve-medio termine, effetto di guerra civile su più livelli alimentato da competizione e scontro tra fazioni afghane e relativi supporter esterni.
Il rischio potenziale di una nuova fase di guerra civile afghana, sostenuta dall’amplificazione degli scontri locali coinvolti e proiettati in un più ampio e pericoloso conflitto transnazionale e regionale, non è dunque da escludere.

martedì 3 aprile 2012

Bagram e Guantanamo: il ruolo delle carceri nello sviluppo del processo politico e negoziale

di Claudio Bertolotti

Non pare essere la sostanza a incidere sulle relazioni tra i due attori ufficiali, Stati Uniti e governo afghano, bensì la forma. Il ruolo delle carceri afghane rientra in questo instabile equilibrio dei rapporti formali.
Gli sforzi sinora fatti per avviare un accettabile processo di pace hanno subito un ulteriore rallentamento a causa della richiesta da parte dell’“Emirato islamico dell’Afghanistan” di trasferire cinque comandanti taliban di alto livello dal carcere sui generis di Guantanamo al Qatar, il luogo in cui i taliban hanno avviato una prima fase negoziale grazie all’apertura del loro ufficio diplomatico. Un «non problema» nella sostanza, sebbene a livello formale ciò possa portare a una discussione ideologica e di opportunità basata sugli effetti di tale politica.
A ben vedere, a fronte di nessun vantaggio derivante dalla reclusione di determinati soggetti nel carcere extraterritoriale degli Stati Uniti, una concessione ai taliban in questo senso potrebbe invece avere effetti positivi sull’avvio della fase di disimpegno militare; una considerazione che i taliban pare abbiano fatto con cognizione di causa. A questo punto, un ritardo sì, ma pur sempre un ritardo funzionale all’obiettivo che entrambi gli attori del conflitto afghano si sono prefissati.
Lo stesso presidente Obama ha avuto modo di illustrare ai membri del Congresso i dettagli del trasferimento prima di prendere la decisione definitiva, così come da protocollo.
Nel frattempo, una delegazione afghana (quella del legittimo governo) è partita alla volta di Guantanamo Bay per incontrare i cinque detenuti eccellenti e per formalizzare la partecipazione a un processo politico che tende a coinvolgere il governo di Kabul – al di là dell’ars mediatica che insiste sul processo “a guida afghana” – in maniera pericolosamente indiretta, quando non marginale. Un pericolo che potrebbe portare – questo è l’intento dei vertici insurrezionali – all’esclusione de facto dell’attuale governo dall’accordo tra le parti forti del conflitto: Stati Uniti e taliban.
In tale contesto il trasferimento dei mujaheddin detenuti (recepito come simbolico dagli Stati Uniti, ma iniziale ed esplorativo dai taliban che rafforzano così la propria volontà di procedere lungo il binario del rilancio azzardato ma vincente) da Guantanamo al Qatar diviene l’occasione per valutare i progressi ottenuti sul tavolo negoziale, in parallelo a quanto avviene su un campo di battaglia sempre più fluido e sfumato. Una scelta volta a indurre i taliban ad accettare un concreto avvio della fase negoziale in previsione della riduzione dello sforzo militare straniero a partire dal 2014 e che rappresenta una delle auspicabili, quanto necessarie, misure volte a sostenere il rapporto dialogico tra le parti e, almeno nelle intenzioni, a mettere fine a un conflitto che l’evidenza ha dimostrato essere altrimenti senza fine. Un processo di pace che si presenta non privo di pericoli, per il presidente statunitense impegnato a tempo pieno nella campagna elettorale domestica, così come il presidente afghano sempre meno politicamente credibile e dal sempre più ridotto consenso nazionale.
L’accordo per la Strategic Partnership, che formalizzerebbe una presenza statunitense oltre il 2014, dipende dunque da come verranno avviati i primi passi di questo processo negoziale e il trasferimento di responsabilità dall’esercito degli Stati Uniti alla polizia afghana del carcere di Bagram è il primo degli obiettivi nell’elenco delle priorità. E proprio per questo il trasferimento avverrà, sulla base di un primo accordo siglato nel mese di marzo dal generale statunitense John J. Allen e il ministro della difesa afghano Abdul Rahim Wardak, entro sei mesi.
Quella che appare come un’equilibrata una soluzione di compromesso – poiché in grado di salvare le apparenze consentendo Washington di ufficializzare la fase «trasferimento di responsabilità» e, al contempo, a Kabul di presentarsi come autonoma sul piano delle capacità gestionale e decisionale – pone in realtà gli Stati Uniti in posizione di vantaggio poiché consentirebbe ai “consiglieri” militari statunitensi di disporre del diritto di veto sul rilascio dei detenuti afghani; un controsenso formale ma opportuno e “reciprocamente” accettato nonostante i due eventi che hanno fortemente scosso l’opinione pubblica afghana e provocato violente manifestazioni di massa contro la presenza militare straniera: il caso delle copie del corano bruciate e l’uccisione di sedici civili inermi da parte del marine americano. I recenti sviluppi, per quanto ufficialmente orientati a tamponare una situazione difficilmente sostenibile, puntano ora verso un accordo – come precondizione necessaria all’accordo di partnership strategica – volto ad accelerare il passaggio di responsabilità di altre strutture di reclusione gestite dal governo statunitense e a ridimensionare i cosiddetti, e detestati dalla popolazione afghana, night raids. Il prossimo passo si sposta ora sul piano temporale, poiché all’amministrazione Obama urge concludere l’accordo strategico con Kabul prima del summit della Nato di Chicago in calendario per il prossimo maggio.

(articolo pubblicato su Osservatorio Iraq)

martedì 28 febbraio 2012

Donne afghane, un problema mai risolto

di Anna Vanzan

Un articolo postato in questi giorni nella rubrica di Claudio Bertolotti (http://www.grandemedioriente.it/lexit-strategy-internazionale-alla-prova-6750) a proposito delle difficoltà della eterna fase di transizione in Afghanistan, mi induce a qualche riflessione. Bertolotti, con l'usuale competenza, scrive:

[...]la riforma della giustizia [in Afghanistan] impone una sorta di “stallo dialogico” dovuto a rigide posizioni nei confronti della questione femminile poiché qualunque discussione o proposta di riforma tende ad arenarsi di fronte al problema dei diritti delle donne, tuttora “informalmente” riconosciute come soggetti socialmente (e legalmente) subordinati e non come individui al pari degli uomini.


Bertolotti mette il dito su una piaga che pare non voglia mai rimarginarsi: le donne, in Afghanistan, sono un problema, soprattutto per sé stesse.
Poco importa che la Costituzione prevede uguali diritti per uomini e donne, se poi, nel Codice Civile, si parla ancora di tamkin (obbedienza), ovviamente dovuta dalle donne nei confronti degli uomini della famiglia, e di nushuz (disubbidienza), in presenza della quale (a discrezione totale maschile) le donne vengono precluse dall'esercizio di ogni diritto, compreso quello del mantenimento. Addurre a pretesto di queste discriminazioni il fatto che l'Afghanistan è un paese islamico e quindi deve rispettare questi limiti è privo di sostanza: lo era anche quasi un secolo fa, eppure, a fine anni '20, le donne afghane godevano di una legislazione tra le più progressiste nel mondo islamico.
Il governo afghano del post-Taleban s'è impegnato ad innalzare il livello di istruzione delle sue donne, ma, dopo 10 anni, le statistiche sono impietose, pur non rivelando fino in fondo la realtà, ovvero, l'enorme divario tra le possibilità offerte a chi vive in città e quelle non raggiungibili dalla stragrande maggioranza degli afgani, sparpagliata tra minuscoli villaggi, magari posti su impervie alture. Le donne che vivono in queste situazioni non hanno accesso all'istruzione, né alla facilitazioni sanitarie: solo il 13% di loro riceve cure prenatali e la mortalità tra le puerpere (moltissime delle quali sotto i 19 anni) si è stabilizzata su un inquietante 14%, cosa che non impedisce alle afghane di raggiungere la non invidiabile media di 6,6 figli ciascuna, uno dei tassi di fertilità più alti al mondo.

Tutto ciò ha poco a che vedere con l'islam e la shari'a, quest'ultima agitata come uno spauracchio tanto da chi vive all'interno di queste situazioni e non le vuole cambiare, quanto da molti “analisti” esterni che s'accontentano di demonizzare senza proporre alternative praticabili. Le leggi differiscono molto da un paese islamico all'altro, fattore che dimostra come esse cambino secondo i bisogni delle società.

L'Afghanistan ha necessità di nuove leggi, ma anche di supporti per implementarle. In un paese così conservatore la strada delle riforme può essere aiutata pure da leader religiosi che aderiscano a nuove interpretazioni che si contrappongano a quelle degli estremisti
.
Mentre in parlamento c'è chi pensa di postporre la riforma del diritto di famiglia per non acuire i contrasti tra le parti (la solita storia: i diritti delle donne sono sempre procrastinabili e barattabili), la vita quotidiana di milioni di afghani è regolata da regole locali basate su codici di presunto onore che vittimizzano soprattutto le donne.

Dopo oltre dieci anni di sacrifici, anche da parte della comunità internazionale, bisogna che questa si attivi per promuovere un cambiamento tangibile: alle donne afghane non basta certo, quale emblema di riforma, che qualcuna di loro possa camminare per le strade di Kabul senza il burqa.

domenica 12 febbraio 2012

Diplomazia e propaganda

Anche i taliban si interessano agli sviluppi di politica interna e relazioni internazionali. E infatti non hanno perso tempo giungendo a dichiarare formale vittoria attraverso il loro sito internet.

L’Emirato Islamico dell’Afghanistan, affermano i taliban, «ha dimostrato al mondo intero di essere uno Stato funzionale ed efficace, tanto sul piano politico quanto su quello militare». E proprio questa presunta capacità li indurrebbe a «non accettare imposizioni provenienti da potenze che, dopo una guerra più che decennale, hanno dovuto cambiare politica strategica ammettendo l’impossibilità di poter assoggettare gli afghani».

Quello che emerge dalle parole dei taliban – che si definiscono «non fenomeno tribale ma movimento ideologico e nazionale in grado di imporre e gestire un processo politico definito e pragmatico – è l’orgoglio di una cultura indipendente, poco propensa a soluzioni imposte e ben decisa ad affrontare il problema anche a costo di pesanti sacrifici» pur di giungere a soluzioni di compromesso che apriranno la strada, con molta probabilità, ad altre rivendicazioni e pretese.

Nel frattempo, è tornato a far parlare di sé anche un altro attore storico delle passate e presenti battaglie afghane, Gulbuddin Hekmatyar, il quale, in conclusione della propria analisi, ha sentenziato il fallimento della guerra statunitense in Afghanistan e l’illegittimità della Strategic Partnership Stati Uniti-Afghanistan.

mercoledì 7 dicembre 2011

Radio Radicale: La Conferenza di Bonn e le prospettive per l'Afghanistan. Intervista a C. Bertolotti

Ascolta l'intervista su Radio Radicale

I taliban potrebbero prendersi il potere in Afghanistan, questo è il monitor lanciato da Karzai alla seconda conferenza internazionale sull’Afghanistan di Bonn, anticipando la sua richiesta di sostegno e collaborazione a lungo termine.
Se l’Afghanistan – e dunque i suoi alleati e sostenitori Nato e Stati Uniti in testa – dovesse perdere la Guerra questo sarebbe in effetti il rischio reale. Al momento attuale gli obiettivi a breve-medio termine non sono stati raggiunti.
Karzai ha chiesto alla Nato, forte della decisione della Loya Jirga – che peraltro è un organo non costituzionale ma semplicemente consultivo –, di rimanere in Afghanistan ben oltre il 2014, momento in cui le truppe combattenti dovrebbero – almeno formalmente – lasciare il teatro afghano. Una richiesta che è parsa tanto una supplica alla Comunità internazionale chiamata a non abbandonare un paese in preda alla guerra civile.
Dunque non più truppe combattenti ma unità per l’addestramento e il sostegno alle forze di sicurezza afghane: cambiano i nomi ma nella sostanza non cambiano i soggetti, ne gli equipaggiamenti ne, tantomeno, la capacità operativa. Dunque altri dieci anni di missione in Afghanistan si prospettano all’orizzonte della Comunità internazionale, Stati Uniti in testa (così formalmente autorizzati ad allestire le necessarie basi permanenti in quella che è forse la loro più importante area strategica).
Dieci anni dopo la prima Conferenza di Bonn, con gli stessi principali attori protagonisti e gli stessi importanti esclusi – i taliban –, la Comunità internazionale è chiamata in causa per il futuro dell’Afghanistan; gli ostacoli sono evidenti – lo ha sottolineato anche il Segretario di Stato statunitense Hillary Clinton – nessuno deve farsi illusioni.

Ascolta l'intervista su Radio Radicale

Radio Onda d'Urto. L’eccezione del Lashkar-e-Jhangvi: i cinquantotto sciiti morti a Kabul. Intervista a C. Bertolotti

di Claudio Bertolotti

Ascolta l'intervista su Radio Onda d'Urto


Il sangue continua a scorrere anche nella giornata in cui gli sciiti celebrano l'Ashura, il martirio del nipote del profeta Maometto, Hussein, nella battaglia di Kerbala del 680. Il 6 dicembre 2011 un doppio attentato scuote l'Afghanistan. E' di cinquantotto morti il primo bilancio dell'attacco, più di cento i feriti, tra questi donne e bambini in gravi condizioni. L'esplosione ha avuto luogo all'ingresso di uno dei santuari della capitale afghana, dove si celebrava l'Ashura, festa sacra per gli sciiti; contemporaneamente altre quattro persone perdevano la vita nella città di Mazar-i-Sharif a seguito di un altro attentato esplosivo.
L’attentato, condannato dal presidente afghano, dalle nazioni Unite, dal comando Isaf e dagli stessi taliban, è stato rivendicato dal gruppo Lashkar-e-Jhangvi, un movimento pakistano di opposizione armata sunnita di orientamento deobandi nato nel 1996 da una costola di un altro importante soggetto politico radicale pakistano, il Sipah-e-Sahaba (SSP). Il Lashkar-e-Jhangvi, classificato come “organizzazione terrorista” da Pakistan e Stati Uniti, che ha principalmente indirizzato i propri attacchi contro la comunità sciita pakistana ed è giunto agli onori della cronaca per un tentativo di assassinio del primo ministro pakistano Nawaz Sharif nel 1999, è un gruppo radicale che che vanta legami con i principali gruppi di opposizione armata a livello regionale, dai taliban, ad Al-Qaida, all’IMU – il movimento islamico per l’indipendenza dell’Uzbekistan – e gode dell’ospitalità dei taliban in territorio afghano, un ospitalità che porta a un fruttuoso e reciproco sostegno tra i due soggetti.
La situazione afghana a partire dalla fine del 2001 – anno dell’abbattimento del regime taliban – si è visibilmente deteriorata. La missione internazionale Isaf, e con essa la Nato, non ha raggiunto i suoi obiettivi ed è ormai chiaro che non è più possibile «vincere questa guerra»; si tratta piuttosto di giungere a una soluzione politica di compromesso tra le parti e «ridurre l'insurrezione a un livello gestibile, in modo che possa quindi essere contenuta dall'esercito afghano» sostenuto da una ridotta presenza militare straniera.
Dal 2008, i gruppi di opposizione sono tornati a essere in grado di operare militarmente in una porzione di territorio pari al 72% dell’intero Afghanistan, mentre una "concreta" attività insurrezionale è stata registrata nel 21% del Paese. Oggi, il Paese, vede un relativa libertà di azione dei taliban su circa l’80% del territorio afghano.
Il fenomeno degli attacchi suicidi ha fatto la sua prima comparsa in Afghanistan nel 2001 e, in maniera progressiva e incontenibile, si è diffuso a macchia d’olio in tutte le province del Paese; inizialmente concentrata nelle aree pashtun (di professione religiosa sunnita), si è gradualmente imposto anche in quelle zone contraddistinte da una forte presenza non-pastun. Perché ciò sia avvenuto può trovare una possibile risposta nella situazione politico-sociale-militare interna del Paese, così come nella significativa ingerenza di organizzazioni radicali esogene. Tra le quali anche gruppi pakistani come Lashkar-e-Toiba e, appunto, Lashkar-e-Jiangvi.
Gli attacchi del 6 dicembre vanno ad inserirsi in un sempre più ampio gioco di destabilizzazione regionale che i singoli gruppi, in una condizione che possiamo definire di competizione collaborativa, stanno portando avanti da diverso tempo. Certo è che questi attacchi e la partecipazione del gruppo Lashkar-e-Jiangvi rappresentano – almeno al momento – un’eccezione nella migliore delle ipotesi o, nella peggiore, un ulteriore inasprimento del conflitto che si presenta come sempre più inarrestabile. Così come non è escluso che gli attacchi possano essere una sorta di risposta, in primis, alla discussa Loya Jirga che ha “agevolato” gli accordi di Strategic Partnership tra Afghanistan e Stati Uniti e, in secondo luogo, alla Seconda conferenza di Bonn che si è appena conclusa. (ascolta l'intervista su radio Onda d'urto)

lunedì 5 dicembre 2011

Al via la seconda Conferenza di Bonn. Assente il Pakistan*

*articolo pubblicato su Grandemedioriente

In un mondo in cui la tendenza è quella di scelta – spesso con molta semplicità – tra due categorie (buono-cattivo, positivo-negativo, successo-fallimento) ben si inserisce la questione afghana. La giusta via “teorica”, basata su sicurezza, economia, costruzione politica, riconciliazione, governance, diritti umani e collaborazione regionale, si contrappone alla poco convincente soluzione “pratica” della transizione accelerata e del ritiro incondizionato degli attori internazionali. Due alternative in netta antitesi. Il fatto è che stabilizzare e (ri)costruire l’Afghanistan è una missione complessa e complicata: le soluzioni adottate per risolvere un problema, in genere, sono state spesso all’origine di ulteriori e ben più gravi disequilibri. La seconda Conferenza di Bonn del 5 dicembre 2011 deve riconoscere che le soluzioni a breve scadenza non possono portare benefici sul medio-lungo periodo; detto in altri termini, la transizione a tempo deve necessariamente basarsi su un concreto e significativo sostegno all’Afghanistan sul lungo termine. In assenza di questo riconoscimento lo scenario più probabile (e forse più pericoloso) è quello di una nuova e più cruenta guerra civile afghana. Ma proprio l’appuntamento di Bonn è stato anticipato da un grave “incidente” che ha portato all’uccisione – da parte statunitense – di ventiquattro soldati di frontiera pakistani. Un errore militare, dalle amare conseguenze politiche e diplomatiche, che ha posto Pakistan nella condizione di poter puntare il dito nei confronti degli Stati Uniti. Crescono le proteste pakistane sui fronti popolare e diplomatico; lo stesso capo delle forze armate, generale Ashfaq Parvez Kayani, si è spinto al punto di ordinare all’esercito di aprire il fuoco sui militari statunitensi che dovessero varcare il confine. Non è chiaro dove porterà questo atteggiamento, da più parti ritenuto “eccessivo”; di certo vi è che il Pakistan, in forma di protesta, ha colto l’occasione per giustificare la propria assenza alla Conferenza di Bonn. Islamabad non vuole che il suolo del “fratello Afghanistan” venga utilizzato per colpire lo stesso Pakistan, queste le parole – tutt’altro che concilianti – del primo ministro Gilani. La conseguenza più immediata è stata la decisione di allontanare le truppe statunitensi dalla base aerea di Shamsi, nel Baluchistan, senza peraltro comportare alcuna rilevante ripercussione sulla condotta delle operazioni nell’area. Il segretario di Stato americano Hillary Rodham Clinton, nel definire “tragico” l’imbarazzante evento, si è dichiarato dispiaciuto di quanto accaduto, sostenuto in questa affermazione dallo stesso Cancelliere tedesco, Angela Merkel, che ha voluto porre in evidenza come l’evento, per quanto grave, non deve però distrarre i partecipanti dall’importante conferenza; Karzai, in un’intervista al settimanale tedesco Der Spiegel, ha invece reagito definendo la scelta di boicottare il summit da parte di Islamabad come un “tentativo di ostacolare i negoziati con i taliban”. Toni caldi, per quanto formali. Dieci anni dopo la prima Conferenza di Bonn, con gli stessi principali attori protagonisti e gli stessi importanti esclusi – i taliban –, la Comunità internazionale è chiamata in causa per il futuro dell’Afghanistan; al Pakistan, in questo gioco delle parti, è riconosciuto il ruolo di soggetto primario. Una nuova conferenza che ha tra i suoi obiettivi più ambiziosi quello di dimostrare l’impegno della Comunità internazionale anche oltre il 2014, per quanto i rapporti Stati Uniti-Afghanistan e Stati Uniti-Pakistan appaiano fragili e vacillanti. Date le premesse può essere corretto affermare che l’assenza del Pakistan non farà molta differenza. Ciò che accade sul campo di battaglia e a livello di accordi negoziali tra le parti in causa (Afghanistan, Pakistan, Stati Uniti e taliban) è assai più significativo di quanto formalmente avviene nei pubblici incontri internazionali. Il fatto che un rappresentante del Pakistan non sia tra i delegati stranieri non significa rinuncia alla possibilità di accordo negoziale tra le parti in conflitto, il vero e importante end-state. Nel grande gioco delle parti, anche l’Emirato Islamico dei taliban ha voluto far sentire la propria voce ponendo pubblicamente alcuni quesiti alla Nato e agli Stati Uniti: «quali misure sono state prese per garantire l’incolumità della popolazione afghana? Quante industrie sono state costruite per liberare gli afghani dalla dipendenza dei prodotti di importazione e quali hanno concretamente stimolato l’economia locale creando posti di lavoro? Quanti centrali elettriche sono in grado di garantire l’autonomia energetica di una singola provincia o città? Quanti progetti di sviluppo agricolo e di distribuzione idrica sono stati sviluppati? Quanti ospedali sono stati creati per assistere la popolazione afghana consentendole di non dover cercare altrove le cure mediche?». La conferenza di Bonn, e questo la propaganda taliban lo ha posto in giusta evidenza, si affaccia su una realtà che è frutto di una decennale politica di guerra caratterizzata da rimedi e soluzioni a breve termine, decisioni e approcci vacillanti e limitata capacità di coordinamento tra attori nazionali e internazionali. Kabul continua a chiedere sostegno economico, politico e militare senza peraltro aver definito un programma di sviluppo trasparente (e credibile). Un recente studio della Banca mondiale ha evidenziato come l’Afghanistan necessiterà di circa sette miliardi di dollari all’anno per pagare le proprie forze armate nel momento in cui la Nato se ne dovesse andare; dollari che – pena una ancora più grave guerra civile – saranno a carico della Comunità internazionale. Così, mentre la diplomazia prosegue sul proprio binario, i mujaheddin afghani – che oggi si chiamano taliban – continuano a combattere quella che è ormai una cronica guerra civile transfrontaliera sotto l’insegna della lotta di liberazione.

di Claudio Bertolotti

*articolo pubblicato su Grandemedioriente


lunedì 7 novembre 2011

Herat più insicura? Sequestrati e poi liberati i contractor italiani

di Claudio Bertolotti


Herat: un commando suicida attacca la sede delle Nazioni Unite nell’ottobre 2010; un’altra azione commando suicida colpisce il Provincial Reconstruction Team a maggio 2011; l’ultima in ordine di tempo è l’azione che un terzo commando porta a termine il 3 novembre contro la sede di una compagnia privata che fornisce servizi logistici ai contingenti della Coalizione.
L’azione dei taliban ha interessato la sede dell’Es-Ko International, sequestrando per alcune ore trentuno civili, fra cui sei italiani. Stando alle rivendicazione del portavoce taliban Qari Yossuf Ahmadi, l’attacco è iniziato intorno alle nove del mattino con un veicolo bomba che si è lanciato con i suoi trecento chilogrammi di esplosivo contro l’ingresso principale della base; a seguire sono riusciti ad attraversare il varco altri tre attentatori suicidi – i mujaheddin Muhammad Yousuf, Farooq e Hafiz Yahya – equipaggiati con armi leggere, medie e con giubbetti esplosivi: una tattica ormai collaudata e in grado ottenere risultati efficaci e soddisfacenti, se non dal punto di vista operativo, certamente da quello mediatico. Tutti gli assalitori sono infatti morti durante l’attacco e in seguito al blitz delle forze speciali italiane della Task Force 45 sostenute dalle forze di sicurezza afghane, ma i media nazionali e internazionali hanno potuto confermare di cosa sono capaci i gruppi di opposizione armata afghani. Una missione che entrambi i contendenti hanno presentato come un successo, nel rispetto di una guerra che si è spostata sul piano mediatico, ma che, per quanto ci riguarda, indica che qualcosa non va.
Al di là dell’avvenuta “neutralizzazione della minaccia”, quello inferto è un duro colpo alla strategia di transizione che vorrebbe consentire il passaggio di responsabilità al governo afghano e alle sue forze di sicurezza in tempi brevi. Eppure, quello appena concluso, è il terzo grande attacco avvenuto negli ultimi tredici mesi in quella che è una delle zone più sicure dell’Afghanistan, la tranquilla città Herat. È, insomma, una risposta concreta – e non l’azione estrema di un gruppo di disperati – alle intenzioni dichiarate dalle forze della Coalizione di avviare il «passaggio di responsabilità» al governo afghano – il processo di «afghanizzazione» del conflitto che preannuncia lo sganciamento da un impegno militare sempre più oneroso e poco sostenuto da un’opinione pubblica distante e indifferente.
In un contesto operativo in progressivo deterioramento, Herat non è il nuovo fronte dell’offensiva insurrezionale, bensì il vecchio fronte che si è allargato. L’offensiva Al-Faath (la Vittoria), che i taliban hanno avviato nella primavera del 2010, si è conclusa con un bilancio positivo per i mujaheddin del mullah Omar e ha lasciato la Coalizione in una situazione di «stallo dinamico»: una condizione di movimento delle truppe sul terreno ma senza la reale possibilità di controllo del territorio né di contrasto all’avanzata taliban sui piani militare e sociale. I fatti lo dimostrano ormai da tempo. L’offensiva al-Badar, avviata il 1° maggio 2011, non ha tardato a mostrare le reali capacità operative di un’insurrezione sempre più fenomeno sociale: azioni mordi e fuggi, imboscate, ordigni esplosivi improvvisati (Ied), uccisioni mirate, sabotaggio delle vie di comunicazione militari e, infine, i tanto temuti attentati suicidi. Nulla di tutto questo sarebbe avvenuto se non ci fosse stato un minimo supporto di parte della popolazione.
Ma quello di Herat è solo uno dei tanti episodi riportati dai media che, di massima, si limitano a descrivere le azioni taliban come una mera successione di eventi non correlati tra loro. Eppure il mutare e adeguarsi delle tattiche e degli obiettivi colpiti dovrebbero suggerire la razionalità di una strategia insurrezionale che tiene in giusta considerazione il rapporto tra i successi a medio-lungo termine e gli inevitabili danni collaterali. Una scelta che, al di là dei risultati ottenuti sul campo di battaglia, riesce e tenere impegnati polizia, eserciti e “agenzie di sicurezza” in un continuo sforzo volto a contrastare in maniera sistematica gli effetti di questa mutata strategia senza che vi sia un’effettiva comprensione del fenomeno insurrezionale in sé.
Nel rispetto delle norme di linguaggio della Nato, il vicecomandante dell'Isaf Joint Command –generale Riccardo Marchiò – ha assicurato che la situazione complessiva in Afghanistan migliora giorno dopo giorno «sia sul versante della sicurezza che della ricostruzione». Questo nonostante i dati e le statistiche tendano a dimostrare l’esatto contrario.

martedì 13 settembre 2011

13 settembre 2011: Commando suicida a Kabul

di Claudio Bertolotti

Il Kabul Attack Network (KAN), l'unità operativa composta dagli elementi più radicali guidati dall'organizzazione Haqqani, torna a far parlare di sé; lo fa, come sempre, in maniera violenta e spettacolare.
L’attacco che il 13 settembre 2011 ha colpito il cuore nevralgico – e in teoria il più sicuro – della capitale Kabul ha visto un commando suicida taliban lanciarsi contro alcuni importanti obiettivi simbolici, tanto della Repubblica islamica dell’Afghanistan quanto delle forze militari straniere della Nato. Il comando Isaf, l’ambasciata statunitense, il comando della polizia di frontiera e un edificio del servizio di sicurezza afghano – il National Directorate of Security – , posti nel quartiere blindato di Wazir Akbar Khan, sono stati oggetto dell’azione suicida condotta da alcuni "attentatori-Shahid" sostenuti da un gruppo di supporto operativo armato di razzi e armi leggere e medie.
L’azione di contrasto delle forze di sicurezza della Nato, in simbolica collaborazione con le forze di sicurezza afghane, ha richiesto l’intervento di elicotteri da combattimento e ben venti ore per poter dichiarare l'area "bonificata" dalla presenza di ulteriori attaccanti. Le vittime ufficialmente rimaste sul terreno sono ventisette, tra queste undici insorti, undici civili, cinque poliziotti; sei i soldati Isaf feriti.
Per chi conosce Kabul e ha avuto modo di entrare nel quartiere blindato in cui sono ospitati i più importanti edifici governativi, le ambasciate straniere e il comando Isaf, è difficile credere che un gruppo di combattenti taliban sia riuscito a penetrare le fitte maglie di sicurezza che garantiscono – o meglio dovrebbero garantire – l’inacessibilità dell’area.
E invece, a conferma di quanto la situazione sia in costante e inarrestabile deterioramento, ancora una volta i taliban sono riusciti a dimostrare, in un momento in cui l’attenzione e l’allerta dovrebbero essere massimi, quanto la volontà di agire e la capacità di muovere sul moderno campo di battaglia siano le carte vincenti in questo conflitto sempre meno asimmetrico.
La città di Kabul è, almeno nei documenti ufficiali presentati a un’opinione pubblica mondiale sempre più stanca e distratta, sotto la responsabilità delle Afghan National Security Forces insieme ad altre sei province recentemente rientrate nel processo di transizione. E proprio Kabul è l’obiettivo che, modificando il trend evolutivo degli attacchi suicidi in Afghanistan e più di ogni altra provincia passata sotto la responsabilità del governo di Kabul, è stato colpito dall’ultima (solo in termini temporali) ondata di violenza.
Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli attacchi nella capitale in concomitanza con il prorompere della nuova politica adottata dalla nuova generazione di combattenti afghani, i “neo-taliban”. La strategia delle azioni spettacolari è prioritaria per i gruppi di opposizione; il fatto che avvengano in aree dove alta è la concentrazione di forze armate e di polizia, locali come straniere, è sintomatico della volontà totale di colpire i simboli di un potere ritenuto corrotto, debole e sostenuto da una forza militare considerata di occupazione.
Gli attacchi continueranno, focalizzandosi nelle regioni del sud, sud-est e del centro per il prossimo futuro, con un costante aumento nelle regioni orientale e centrale, ma vari indicatori suggeriscono che il fenomeno interesserà anche le altre regioni. Dispersione e incidenza aumenteranno a medio termine o, comunque, rimarranno attestate sulle attuali cifre. È infatti nell’interesse dei gruppi di opposizione allargare la distribuzione spaziale degli attacchi creando una condizione di disorientamento e paura generalizzata tra la popolazione, concentrare l’attenzione dei media e costringere le forze di sicurezza a “diluirsi” sul territorio per ridurne la capacità operativa e poterle meglio colpire.
Ma allargare la cosiddetta area di operazione significa implicitamente aumentare il rischio di coinvolgimento della popolazione afghana. Detto in altri termini, vuol dire accettare il rischio di provocare, in maniera più o meno diretta, vittime innocenti. Il gioco pare proprio che valga la candela, dal momento che è ormai evidente quanto la capacità di azione delle forze di sicurezza (locali e straniere) non sia in grado di contrapporsi efficacemente. In altre parole, è l’azione alla quale non segue la reazione.
Un’azione militare dal marcato retrogusto politico. I taliban discutono oggi al tavolo negoziale - in attesa di un ufficio diplomatico fuori dei confini afghani - del futuro dell’Afghanistan; lo fanno con Karzai, con i rappresentanti della Nato e con quelli degli Stati Uniti. Forse si può intravvedere nel futuro prossimo un’evoluzione in termini positivi del conflitto afghano? Difficile dirlo, quel che è certo è che gli stranieri vogliono andarsene (a parte un “piccolo contingente statunitense di 25.000 uomini che rimarranno a guardia delle basi strategiche – Bagram e Kandahar? –) e i taliban pretendono una fetta del potere che hanno dimostrato di essersi guadagnati sul campo di battaglia. Qualcuno sarà in grado di impedirglielo? No, almeno osservando le statistiche degli attacchi e i dati relativi alla presenza taliban sull’intero territorio afghano.




foto AFP PHOTO Massoud HOSSAINI - Map - BBC news