- 1 aprile – Il governo Afghano ha espresso la propria preoccupazione in riferimento al “avvio unilaterale del rafforzamento militare delle frontiere da parte del Pakistan” al confine con la provincia afghana di Nangarhar. Una formale protesta da parte di Kabul è stata formulata attraverso il canale diplomatico.
- 4 aprile – Cina e Russia hanno avviato una consultazione con il Pakistan per discutere sulla sicurezza in Afghanistan in previsione del disimpegno da parte della Coalizione a guida statunitense nel 2014. L’incontro trilaterale è seguito a un’analoga iniziativa che ha visto la partecipazione dei consiglieri alla sicurezza di India, Cina, e Russia (Mosca, 21 febbraio).
- 7 aprile – Nell’ottica strategica di giocare un ruolo di primo piano nell’Afghanistan post-NATO, la Cina ha riaperto presso l’università di Kabul il «Confucius Institute» (chiuso per motivi di sicurezza nel 2011), per l’insegnamento della lingua cinese agli studenti afghani.
- 11 aprile – Il leader dei taliban, mullah Muhammad Omar potrebbe partecipare alla competizione elettorale come candidato alla presidenza della Repubblica islamica dell’Afghanistan; lo ha dichiarato il presidente afghano uscente Hamid Karzai al giornale tedesco Sueddeutsche Zeitung. Anche il partito islamico Hezb-e-Islami di Gulbuddin Hekmatyar potrebbe nominare un proprio candidato; il vice presidente del partito, Ghairat Bahir – ha annunciato TOLO-Tv –, ha fatto parte di una delegazione di quattro dirigenti del movimento riunitisi a Kabul con alcuni rappresentanti politici locali.
- 16 aprile – Il comandante delle forze statunitensi in Afghanistan, generale Dunford, ha valutato come opportuna la permanenza in Afghanistan di un consistente contingente di truppe anche dopo la data del 2014, al fine di prevenire e contenere l’ondata di violenza che potrà seguire il disimpegno massiccio della Nato.
- 18 aprile – Kabul e Doha hanno siglato, in occasione della visita del presidente Karzai in Qatar, un accordo per l’apertura dell’ufficio diplomatico dei taliban nella capitale dello stato del Golfo; un ufficio, è stato precisato, destinato esclusivamente al dialogo tra il principale gruppo insurrezionale afghano e gli Stati Uniti, ma non per altre finalità. Dialogo che nell’ultimo anno non ha dato risultati positivi, nonostante il trasferimento in Qatar di un nutrito gruppo di inviati dell’Emirato islamico dei taliban all’inizio del 2012.
- 18 aprile – India e Cina hanno formalizzato l’avvio del dialogo sulla questione afghana in occasione del primo incontro bilaterale di Beijing. I due importanti attori regionali hanno discusso di cooperazione alla sicurezza e politica di contro-terrorismo in previsione del disimpegno della Nato dalle «combat operation».
"Afghanistan: Sguardi e analisi" è un blog d'informazione indipendente sull'evoluzione della guerra e dei conflitti in Afghanistan e sulle ripercussioni di questi sulle dinamiche politiche e sociali locali e internazionali. L'analisi avviene attraverso il monitoraggio costante degli eventi e delle comunicazioni delle parti in conflitto attraverso il web.
Afghanistan Sguardi e Analisi
"Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.
lunedì 6 maggio 2013
Diario afghano - Gli eventi di aprile
martedì 24 luglio 2012
Diario Afghano - Gli eventi di giugno
di Claudio Bertolotti
venerdì 29 giugno 2012
L’irreversibile transizione della NATO in Afghanistan tra opportunità strategica, volontà politica e capacità operativa
martedì 5 giugno 2012
Taliban, oppio e consenso: Il segreto del successo dell’opposizione armata
lunedì 21 maggio 2012
Summit Nato: Francia che va, Alleanza che resta. La sindrome francese e la posizione dell'Italia nella lunga guerra afghana
Innanzitutto perché vi è la volontà di mantenere un impegno preso undici anni fa. Una scelta di coerenza e di opportunità, su questo pochi dubbi. In secondo luogo è la conferma dell’esistenza e della necessità di un’Alleanza atlantica unita; senza alleati appunto la Nato non avrebbe senso, e questa è la missione di punta della Nato. La lotta al terrorismo è uno slogan molto accattivante (forse più in voga qualche anno fa di quanto non lo sia adesso) ma non è certo quello il vero motivo della nostra presenza in terra afghana, questo credo sia abbastanza evidente. Quella dell’Italia è una questione di opportunità e, per quanto l’impegno militare italiano sia certamente significativo non è però fondamentale; 4000 soldati su 130.000 non fanno la differenza ma danno l’idea di un’Alleanza che funziona, nonostante tutti i limiti dimostrati in altri recenti fronti di guerra, e che è in grado di muoversi unita. In questo senso è auspicabile che altri Stati contribuenti alla missione afghana non siano colpiti dalla cosiddetta “sindrome francese” che provocherebbe un ritiro eccessivamente accelerato delle truppe e, di conseguenza, un danno irreparabile all’attuale strategia di ritiro progressivo (per quanto non certamente lento e forse non adeguato a quelle che sono le necessità operative e, forse, anche politiche).
vai all'articolo pubblicato su OsservatorioIraq
sabato 14 aprile 2012
Afghanistan: che ci stiamo a fare?
di Claudio Bertolotti
Siamo ormai entrati nel dodicesimo anno di guerra lasciandoci alle spalle undici anni di conflittualità che complessivamente hanno lasciato sul campo di battaglia un numero, ampiamente approssimativo, di vittime dirette e indirette della guerra; un numero compreso tra 29.000 e 37.000 civili. Civili uccisi che sono aumentati progressivamente nel corso degli ultimi anni; dell’8%solamente negli ultimi dodici mesi (3021 sono le cosiddette vittime collaterali del 2011, di queste 2300 attribuibili ai taliban).
Attacchi suicidi e ordigni esplosivi improvvisati sono le principali cause dei danni inflitti alla Coalizione militare internazionale e a i civili. Per contro , dal 2009 al 2011, si sono dimezzate le vittime provocate dagli attacchi aerei della Coalizione
Cifre queste molte approssimative.
Possiamo invece essere più precisi per le forze di sicurezza internazionali che hanno lasciato sul campo di battaglia circa 3000 uomini; di questi oltre 1900 statunitensi e, nel nostro caso, cinquanta soldati italiani.
Per quanto riguarda i numeri del campo di battaglia vero e proprio, attualmente sul terreno sono schierate circa 130.000 unità (e di queste 90.000 sono americane) – erano 140.000 sino all’anno scorso –, comprendendo nel computo entrambe le anime della missione afghana, Isaf ed Enduring Freedom (quest’ultima interamente statunitense).
Sul fronte insurrezionale si troverebbero invece ad operare gruppi di opposizione armata afghani (affiancati da una componente residua ma non marginale di combattenti stranieri) composti in maniera molto approssimativa da 20-35.000 mujaheddin operativi principalmente nelle regioni orientali e meridionali dell’Afghanistan ma in grado di muoversi e in molti casi di “operare” tanto sul piano militare che sul quello politico (attraverso i cosiddetti governatori ombra) in almeno l’80% del territorio afghano. Dunque una situazione tutt’altro che soddisfacente, guardando agli sforzi fatti sinora, e certamente non ottimale guardando avanti lungo il sentiero tracciato dall’exit strategy statunitense.
Ma i numeri sono la conseguenza diretta di scelte politiche e strategiche. Entro il mese di settembre Washington ritirerà circa 23.000 soldati; una scelta che porterà la presenza militare verso una significativa diminuzione entro il 2014 definendo un impegno complessivo di circa 60.000 militari di differente nazionalità ma la cui componente principale rimarrebbe comunque statunitense. E proprio gli Stati Uniti sono intenzionati, e verosimilmente lo faranno, a rimanere con gli stivali sul terreno per almeno altri dieci anni attraverso l’accordo di strategic partnership che, grazie alle concessioni statunitensi (diritto di veto ai giudici afghani per i night raids e passaggio di responsabilità delle carceri), verrà a breve siglato tra Washington e Kabul. Certo cambieranno le unità, da truppe combattenti convenzionali a forze per operazioni speciali, da “mentori” a “consiglieri” (advisors), ma nella sostanza l’impegno militare afghano, almeno sulla carta, è ancora lontano dall’essere archiviato.
Al di là delle esigenze strategiche del nostro principale alleato, gli Stati Uniti, come italiani cosa ci facciamo ancora in Afghanistan?
Innanzitutto manteniamo un impegno preso undici anni fa e poi confermiamo l’esistenza e la necessità di un’Alleanza atlantica; senza alleati appunto la Nato non avrebbe senso, e questa è la missione di punta della Nato. La lotta al terrorismo è uno slogan molto accattivante (forse più in voga qualche anno fa di quanto non lo sia adesso) ma non è certo quello il vero motivo della nostra presenza in terra afghana, questo credo sia abbastanza evidente. Quella dell’Italia è una questione di opportunità e, per quanto l’impegno militare italiano sia certamente significativo non è però fondamentale; 4000 soldati su 130.000 non fanno la differenza ma danno l’idea di un’Alleanza che funziona, nonostante tutti i limiti dimostrati in altri recenti fronti di guerra, e che è in grado di muoversi unita. In questo senso è auspicabile che altri Stati contribuenti alla missione afghana non siano colpiti dalla cosiddetta “sindrome francese” che provocherebbe un ritiro eccessivamente accelerato delle truppe e, di conseguenza, un danno irreparabile all’attuale strategia di ritiro progressivo (per quanto non certamente lento e forse non adeguato a quelle che sono le necessità operative e, forse, anche politiche).
L’Italia rientra tra i soggetti intenzionati a dare un senso all’alleanza Atlantica, confermando giorno dopo giorno, un impegno certo gravoso ma dai significativi effetti sull’immagine della Nato i cui riflessi in ambito internazionale si riversano anche sull’Italia che proprio in ambito internazionale non ha certamente brillato negli ultimi anni; la nostra presenza potrebbe dunque servire a compensare la recente politica estera, in questo senso potremmo chiamarla missione di compensazione.
Se invece ci spostiamo sul piano prettamente operativo il ruolo dell’Italia, sebbene non prenda parte alla guerra vera e propria (almeno a parole), consente però agli alleati combattenti di liberare truppe dal controllo di aree relativamente tranquille – come appunto lo è Herat – per impegnarle nei combattimenti delle regioni meridionali e orientali del paese. Dunque una funzione di alleggerimento per Stati Uniti e Gran Bretagna in primis – che nella guerra afghana sono impegnati a pieno titolo. In questo senso, e a difesa dell’operato delle forze militari italiane mi sentirei dunque di dire che un ruolo non di prima linea, come appunto è quello dell’Italia, è tutt’altro che secondario poiché come in tutte le guerre il fronte tiene se alle spalle il retrofronte è sicuro.
(articolo tratto dalla Rubrica di Radio Radicale Settimana Internazionale, ascolta l'audio di mercoledì 11 aprile 2012)
mercoledì 21 marzo 2012
Radio Onda d'Urto - Strage di civili: i taliban giurano vendetta - Intervista a C. Bertolotti
In primo piano le reazioni alla carneficina, compiuta in piena notte, a sangue freddo, porta per porta, di donne, bambini , anziani in due villaggi della provincia afghana di Kandahar delle truppe occupanti nordamericane in Afghanistan ieri. 16 le vittime ufficiali, “inclusi bambini, donne e uomini anziani”.
L’efferatezza del massacro rischia di far precipitare i rapporti, già tesi, fra Kabul e Washington e di far deflagrare l’ostilità popolare nei confronti delle truppe occupanti, già esacerbata dal rogo del Corano e da uno stillicidio di episodi di gratuito disprezzo e di civili morti, vittime di azioni militari fuori bersaglio.
La cancelliera tedesca Angela Merkel si è detta scettica sul ritiro delle truppe tedesche, preventivate da tempo dagli Stati Uniti d’America, dall’Afghanistan entro il 2014. La situazione attuale non permette di dire che “possiamo ritirarci oggi. E non possiamo neanche dire che ci riusciremo entro il 2013-14″, ha dichiarato durante una visita improvvisa a Masar-i-Sharif". “La volontà c’é, vogliamo riuscirci e ci stiamo lavorando”, ha aggiunto Merkel.
Anche il parlamento Afghano ha espresso sdegno per la mattanza. “Gli afghani hanno esaurito la pazienza sulle azioni “arbitrarie” delle truppe straniere” ha affermato il parlamento guidato da Karzai, mentre i taliban giurano di vendicare il massacro promettendo di intensificare i loro attacchi contro l’esercito occupante. Di “incidente scioccante” parla il Presidente nordamericano Barack Obama, che si è limitato ad assicurare che sarà fatta giustizia.
La lettura dei fatti con Claudio Bertolotti, analista di geopolitica e di geostrategia, esperto di insorgenza afghana, ricercatore e autore dei saggi “shahid. Analisi del terrorismo suicida in Afghanistan” (Franco Angeli), e “attacchi suicidi” (Eurasia). Ascolta [Download]
Il commento di Emanuele Giordana, fondatore di Lettera 22 e profondo conoscitore dello scenario afghano. Ascolta
lunedì 5 marzo 2012
Le possibili cause del dissenso afghano
La vicenda delle copie del Corano bruciate dai soldati statunitensi è un evento che segue altri analoghi episodi tra cui, il più recente, la dissacrazione dei corpi dei taliban uccisi dai soldati (sempre americani). Accadimenti, apparentemente marginali sul campo di battaglia convenzionale, che hanno però evidenti ripercussioni sull’opinione pubblica afghana.
Le violente manifestazioni di massa che hanno caratterizzato il mese di febbraio indicano l’evolversi di una situazione politico-sociale in progressivo, e apparentemente incontenibile, deterioramento. A nulla sono valse le prime giustificazioni, le formali scuse del presidente Obama e l’appello alla calma di Karzai.
A Kabul, così come in molte altre località dell’Afghanistan, una massa significativa di dimostranti ha riversato la propria rabbia contro i simboli di ciò che viene indicato come male all’origine dell’attuale situazione: gli Stati Uniti, e gli stranieri in genere. Lancio di pietre, minacce dirette all’America, atti dimostrativi di assalto alle basi militari e alle infrastrutture adiacenti, addirittura il lancio di una bomba a mano contro una base avanzata nel nord dell’Afghanistan e un attentato suicida contro la base aerea di Jalalabad.
E dopo l’uccisione di due alti ufficiali “consiglieri” da parte di un agente dei servizi di Kabul, l’attacco di un soldato afghano contro i suoi istruttori – tecnicamente un green on blue – ha provocato la morte di due soldati statunitensi e il ferimento di altri quattro; solamente l’ultimo di una serie di recenti attacchi di questa tipologia. Benché gli organi di informazione di Isaf e della Nato abbiano riportato la notizia come attacco perpetrato da un soggetto con uniforme dell’esercito afghano, seguendo uno schema ormai consolidato di opportune norme di linguaggio, la realtà dei fatti conferma un trend in crescita di attacchi condotti dall’interno delle istituzioni afghane (per quanto questo fenomeno non rappresenti, per il momento, una minaccia statisticamente significativa). Ciò che invece si presenta come un fatto difficilmente incontestabile è che dopo oltre dieci anni di guerra, i legami tra gli afghani e le truppe della Nato tendono ad apparire sempre più deboli, precari.
Per quanto non è certo che vi sia una connessione diretta tra movimenti insurrezionali (taliban in primis) e autori degli attacchi, ciò che emerge è comunque la presenza di un risentimento palpabile che si basa sul presupposto della mancanza – o la presunta mancanza – di “rispetto”; rispetto della cultura, delle tradizioni, dei costumi e della stessa religione. E i recenti avvenimenti rientrano in questo contesto di conflittualità culturale, ulteriormente inasprito dalla morte di cittadini afghani durante le stesse manifestazioni.
L’impressione che traspare è che molti afghani, non solo i gruppi di opposizione armata, siano stanchi di una presenza straniera associata quasi esclusivamente – anche grazie a una fine opera di propaganda dei movimenti insurrezionali sostenuti in questo dai mullah nelle moschee – ad abusi, attacchi indiscriminati e raid notturni all’interno delle abitazioni private: e proprio umiliazione e offesa sono gli argomenti su cui insiste l’opera di propaganda dei taliban dell’Emirato islamico.
L'avversione per le truppe straniere che progressivamente sta crescendo tra gli afghani è solamente una scintilla della crisi che sta accendendosi sempre più col trascorrere del tempo e che solamente i più recenti accadimenti stanno mettendo in mostra.
(articolo pubblicato su Grandemedioriente.it)
martedì 28 febbraio 2012
Donne afghane, un problema mai risolto
Un articolo postato in questi giorni nella rubrica di Claudio Bertolotti (http://www.grandemedioriente.it/lexit-strategy-internazionale-alla-prova-6750) a proposito delle difficoltà della eterna fase di transizione in Afghanistan, mi induce a qualche riflessione. Bertolotti, con l'usuale competenza, scrive:
[...]la riforma della giustizia [in Afghanistan] impone una sorta di “stallo dialogico” dovuto a rigide posizioni nei confronti della questione femminile poiché qualunque discussione o proposta di riforma tende ad arenarsi di fronte al problema dei diritti delle donne, tuttora “informalmente” riconosciute come soggetti socialmente (e legalmente) subordinati e non come individui al pari degli uomini.
Bertolotti mette il dito su una piaga che pare non voglia mai rimarginarsi: le donne, in Afghanistan, sono un problema, soprattutto per sé stesse. Poco importa che la Costituzione prevede uguali diritti per uomini e donne, se poi, nel Codice Civile, si parla ancora di tamkin (obbedienza), ovviamente dovuta dalle donne nei confronti degli uomini della famiglia, e di nushuz (disubbidienza), in presenza della quale (a discrezione totale maschile) le donne vengono precluse dall'esercizio di ogni diritto, compreso quello del mantenimento. Addurre a pretesto di queste discriminazioni il fatto che l'Afghanistan è un paese islamico e quindi deve rispettare questi limiti è privo di sostanza: lo era anche quasi un secolo fa, eppure, a fine anni '20, le donne afghane godevano di una legislazione tra le più progressiste nel mondo islamico.
Il governo afghano del post-Taleban s'è impegnato ad innalzare il livello di istruzione delle sue donne, ma, dopo 10 anni, le statistiche sono impietose, pur non rivelando fino in fondo la realtà, ovvero, l'enorme divario tra le possibilità offerte a chi vive in città e quelle non raggiungibili dalla stragrande maggioranza degli afgani, sparpagliata tra minuscoli villaggi, magari posti su impervie alture. Le donne che vivono in queste situazioni non hanno accesso all'istruzione, né alla facilitazioni sanitarie: solo il 13% di loro riceve cure prenatali e la mortalità tra le puerpere (moltissime delle quali sotto i 19 anni) si è stabilizzata su un inquietante 14%, cosa che non impedisce alle afghane di raggiungere la non invidiabile media di 6,6 figli ciascuna, uno dei tassi di fertilità più alti al mondo.
Tutto ciò ha poco a che vedere con l'islam e la shari'a, quest'ultima agitata come uno spauracchio tanto da chi vive all'interno di queste situazioni e non le vuole cambiare, quanto da molti “analisti” esterni che s'accontentano di demonizzare senza proporre alternative praticabili. Le leggi differiscono molto da un paese islamico all'altro, fattore che dimostra come esse cambino secondo i bisogni delle società.
L'Afghanistan ha necessità di nuove leggi, ma anche di supporti per implementarle. In un paese così conservatore la strada delle riforme può essere aiutata pure da leader religiosi che aderiscano a nuove interpretazioni che si contrappongano a quelle degli estremisti.
Mentre in parlamento c'è chi pensa di postporre la riforma del diritto di famiglia per non acuire i contrasti tra le parti (la solita storia: i diritti delle donne sono sempre procrastinabili e barattabili), la vita quotidiana di milioni di afghani è regolata da regole locali basate su codici di presunto onore che vittimizzano soprattutto le donne.
Dopo oltre dieci anni di sacrifici, anche da parte della comunità internazionale, bisogna che questa si attivi per promuovere un cambiamento tangibile: alle donne afghane non basta certo, quale emblema di riforma, che qualcuna di loro possa camminare per le strade di Kabul senza il burqa.
martedì 24 gennaio 2012
Diplomazia e propaganda strategica tra presente e passato
Al contempo, anche i taliban si interessano agli sviluppi di politica interna e relazioni internazionali – e come dar loro torto dal momento che un riconoscimento semi-formale è ormai giunto con la prossima apertura di un ufficio diplomatico in Qatar? E infatti i taliban non hanno perso tempo giungendo a dichiarare – anche loro analogamente a Washington – formale vittoria.
L’Emirato Islamico dell’Afghanistan, dichiarano i taliban, ha dimostrato al mondo intero di essere uno Stato funzionale ed efficace, tanto sul piano politico quanto su quello militare. E proprio questa capacità obbliga a non accettare imposizioni provenienti dall’esterno, da potenze che, dopo una guerra più che decennale, hanno dovuto cambiare politica strategica ammettendo l’impossibilità di poter assoggettare gli afghani. Ciò che emerge chiaramente dalle parole dei taliban – che si definiscono non fenomeno tribale ma movimento ideologico e nazionale in grado di imporre e gestire un processo politico definito e pragmatico – è l’orgoglio di una cultura indipendente, poco propensa a soluzioni imposte e ben decisa ad affrontare il problema anche a costo di pesanti sacrifici pur di giungere a soluzioni di compromesso che apriranno la strada, con molta probabilità, ad altre rivendicazioni e pretese.
Nel frattempo torna a far parlare di sé anche un altro attore storico delle passate e presenti battaglie afghane, Gulbuddin Hekmatyar, il quale, in una non troppo inverosimile analisi della situazione, sentenzia il fallimento della guerra statunitense in Afghanistan e l’illegittimità della Strategic Partnership Stati Uniti-Afghanistan.Insomma, la propaganda dell’una e dell’altra parte di contrappongono rivolgendosi alle rispettive opinioni pubbliche, evitando accuratamente di contendersi l’attenzione degli stessi soggetti. Per i due attori protagonisti è ormai giunta l’ora di far quadrare i conti al fine di avviare, ognuno sul proprio binario, l’opportuna e temporanea exit strategy per quanto, nella sostanza, gli Stati Uniti rimarranno su suolo afghano ancora per molti anni mentre i taliban non cesseranno la loro lotta per il potere. Nella più rosea delle ipotesi all’orizzonte si prospetta dunque l’agognato cessate il fuoco, ma ancora una volta solamente momentaneo. In fondo è sufficiente guardare indietro, tra le pagine del “Great Game” di Hopkirk, per provare a immaginare il probabile futuro scenario.
giovedì 5 gennaio 2012
L’Afghanistan che sarà: l’Emirato e la Repubblica Islamica
da Grandemedioriente.it
La Repubblica Islamica di Karzai accetterà l’apertura di un ufficio diplomatico dell’Emirato Islamico dei taliban in Qatar; questo fondamentale e tanto atteso passo – che ha visto l’importante ruolo giocato dalla diplomazia di Berlino – aprirà con molta probabilità le porte alla politica del dialogo – e auspicabilmente del compromesso – tra le parti in causa. Diplomatici stranieri – il che vuol dire statunitensi – formalmente fuori dall’ufficio, ma pur sempre dietro le quinte. Infatti, per quanto la partita potrà vedere seduti al tavolo dei giochi in apparenza solo attori afghani (i legittimi titolari), i fili continueranno a essere mossi da una regia statunitense che nell’ultimo anno molto tempo, e ancora più risorse, ha investito nel tentativo di giungere a questo apprezzabile risultato. Incontri con gli emissari del mullah Omar hanno avuto luogo proprio a Doha, in Qatar, al fine di definire il ruolo e le regole del nuovo grande gioco degli equilibri instabili. Sul piatto, al centro del tavolo negoziale, la stessa Kabul già da tempo propensa al dialogo tra afghani.
Stop alla violenza – dunque alla lotta insurrezionale –, cessazione di qualunque tipo di collaborazione con al-Qa’ida, rispetto della Costituzione afghana e dei diritti civili (donne incluse). Adesso, tralasciando i due punti marginali sul fronte della realpolitik (stop alla violenza e rispetto di costituzione e diritti civili) ciò che più preme agli Stati Uniti – più per ragioni di politica domestica che di effettivo ritorno sul piano operativo e strategico – è mettere fine al sostegno dei gruppi radicali jihadisti, in primis proprio al-Qa’ida. Così facendo gli Stati Uniti potranno forse dire – almeno questa volta a ragione – “missione compiuta”. È un obiettivo necessario e ineludibile, così come lo è nel lessico di Washington la guerra in Afghanistan (in contrapposizione a quella sbagliata appena conclusa in Iraq, dove per altro rimangono migliaia di contractor sul libro paga del dipartimento della difesa statunitense); pena il rischio di sconfitta elettorale – tutt’altro che remoto – alle ormai prossime elezioni presidenziali.
La necessità, tutta statunitense, di una exit strategy realistica e presentabile è in cima alla lista delle priorità di Washington; il National Intelligence Estimate on Afghanistan, un rapporto stilato dalle agenzie di sicurezza americane, descriverebbe la situazione in termini tutt’altro che ottimistici per l’immediato futuro; ragione in più per propendere verso una soluzione negoziale di compromesso che ponga fine a una guerra combattuta, ma senza via di uscita, e a una condizione di stallo dinamico in cui i contendenti non perdono ma, al contempo, non possono vincere.
Gli accordi a breve termine, quelli su cui si vorrebbe puntare, porteranno a temporanei cessate il fuoco in grado di consentire il passaggio di responsabilità alle forze di sicurezza afghane; non è certo un vantaggio operativo o strategico sul lungo termine, ma come tale potrà essere presentato a un’opinione pubblica distratta da una sempre più grave crisi economica.
Dunque l’avvio del compromesso – il che non significa tout court cessazione delle ostilità e stabilizzazione – pare essere a portata di mano. Nella migliore delle ipotesi, al governo di Kabul andrà il potere formale e un apparente (per quanto a breve termine) stabilità politica; alla Comunità internazionale spetterà l’onere di mantenere in vita uno Stato privo di una seppur minima forma di economia in grado di garantirne la sopravvivenza; agli Stati Uniti la certezza di una manciata di basi strategiche in una regione essenziale per il tentativo di mantenere un ruolo di potenza egemone (per quanto in declino) e in grado di garantire la possibilità di intervento diretto (anche militare) in Iran, in Pakistan, in India, in Cina, nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale e in parte nella stessa Russia; e infine ai taliban, che riuscendo ad allontanare l’attenzione e la pressione internazionale dall’Afghanistan, andrà la possibilità di estendere sempre più le proprie presenza ed influenza, mantenendo vitale un’economia basata sul narcotraffico ma che vedrà aumentare gli introiti grazie ai progetti degli oleo-gasdotti che attraverseranno l’Afghanistan in un futuro non meglio definito ma le cui rendite giungeranno in ampio anticipo e indipendentemente dalla messa in opera delle pipeline.
Dunque “l’Afghanistan che sarà” si prospetta all’orizzonte: un po’ Repubblica Islamica, così come l’abbiamo conosciuto, e un po’ Emirato islamico, così come potremmo conoscerlo a breve se avremmo la pazienza di seguirne le evoluzioni.
di Claudio Bertolotti
venerdì 23 dicembre 2011
Gli Stati Uniti tra due fuochi: Iran e Pakistan
La pronta risposta del Segretario alla Difesa americano non si è fatta attendere; in occasione di una visita lampo in Afghanistan, Leon E. Panetta ha confermato che le attività di sorveglianza continueranno al fine di raccogliere quante più informazioni possibili sui siti nucleari iraniani che, come riportato dall’Atomic Energy Agency, destano più di una preoccupazione per l’agenzia delle Nazioni Unite – ma ancor di più per gli altri attori protagonisti del Grande Medioriente. Dunque gli Stati Uniti sono intenzionati – e verosimilmente non si asterranno dal farlo – a proseguire nel loro intento. Ma qui si pone un problema sostanziale: a quale titolo gli Stati Uniti hanno utilizzato e utilizzeranno il territorio afghano – uno Stato formalmente sovrano – come base per operazioni in un paese terzo?
Evidente l’imbarazzo di Karzai, alla ricerca – sue le parole – delle «migliori relazioni» con i suoi vicini. Un imbarazzo che trova ragion d’essere anche nel recente memorandum preliminare a una Joint Defence Cooperation proprio tra Kabul e Teheran.
E come se non bastasse, i problemi statunitensi proseguono anche sul fronte opposto, quello pakistano. L’incidente che, a causa di un “errore” statunitense, ha provocato la morte di ventiquattro soldati pakistani alla fine di novembre continua a rappresentare il leit motiv del dissidio diplomatico contemporaneo tra Washington e Islamabad. Una crisi che ha portato, a livello politico, all’assenza di Islamabad alla seconda Conferenza di Bonn del 5 dicembre e, su quello militare (peraltro senza ripercussioni sul piano operativo), al ritiro del contingente Usa dalla base aerea pakistana di Shamsi, nel Baluchistan.
Gli Stati Uniti si trovano così a dover affrontare più difficoltà di quante non ne avessero preventivate ma, al di là di qualche imbarazzo, nulla pare cambiare, a parte il congelamento – deciso dal Senato statunitense – di settecento milioni di dollari in “aiuti” per il Pakistan.
E così, mentre gli Stati Uniti si trovano nella scomoda posizione di doversi guardare su tre fronti (Iran, Pakistan e quello interno all’Afghanistan), i taliban si avvicinano sempre più all’apertura di un “ufficio” che possa garantire una forma di rappresentanza diplomatica – forse in Qatar –; è questo il primo (in)formale passo concreto verso l’auspicabile e opportuna soluzione politica di compromesso, a scapito di quello militare che, ancora una volta, si è dimostrata essere causa e non soluzione della sempre più drammatica insicurezza afghana, quando non dell’intera regione.
mercoledì 7 dicembre 2011
Radio Radicale: La Conferenza di Bonn e le prospettive per l'Afghanistan. Intervista a C. Bertolotti
I taliban potrebbero prendersi il potere in Afghanistan, questo è il monitor lanciato da Karzai alla seconda conferenza internazionale sull’Afghanistan di Bonn, anticipando la sua richiesta di sostegno e collaborazione a lungo termine.
Karzai ha chiesto alla Nato, forte della decisione della Loya Jirga – che peraltro è un organo non costituzionale ma semplicemente consultivo –, di rimanere in Afghanistan ben oltre il 2014, momento in cui le truppe combattenti dovrebbero – almeno formalmente – lasciare il teatro afghano. Una richiesta che è parsa tanto una supplica alla Comunità internazionale chiamata a non abbandonare un paese in preda alla guerra civile.
Dunque non più truppe combattenti ma unità per l’addestramento e il sostegno alle forze di sicurezza afghane: cambiano i nomi ma nella sostanza non cambiano i soggetti, ne gli equipaggiamenti ne, tantomeno, la capacità operativa. Dunque altri dieci anni di missione in Afghanistan si prospettano all’orizzonte della Comunità internazionale, Stati Uniti in testa (così formalmente autorizzati ad allestire le necessarie basi permanenti in quella che è forse la loro più importante area strategica).
Dieci anni dopo la prima Conferenza di Bonn, con gli stessi principali attori protagonisti e gli stessi importanti esclusi – i taliban –, la Comunità internazionale è chiamata in causa per il futuro dell’Afghanistan; gli ostacoli sono evidenti – lo ha sottolineato anche il Segretario di Stato statunitense Hillary Clinton – nessuno deve farsi illusioni.
Ascolta l'intervista su Radio Radicale
mercoledì 16 novembre 2011
Af-Pak report: Jirga dei disaccordi e strategic partnership
Il futuro impegno occidentale in Afghanistan è stato discusso a Bruxelles in un incontro volto a definire un impegno, ormai è chiaro, a lungo termine; un colloquio tra i ministri degli esteri, quello concluso il 14 novembre, che prepara ad altri importanti appuntamenti, dalla conferenza di Bonn in calendario per il prossimo 5 dicembre, alla Loya Jirga di Kabul, alla discussa strategic partnership volta a definire una presenza militare permanente sul suolo afghano.
L’impegno militare statunitense post-2014 in Afghanistan dovrebbe essere limitato – stando alle recenti dichiarazione di John Allen, comandante in capo delle truppe sul terreno – ad “assetti” intelligence, forze per operazioni speciali e istruttori militari per le forze di sicurezza afghane. Una presenza che richiede però l’approvazione del governo afghano a cui è stato scelto di affiancare pro forma la tradizionale Loya Jirga, l’assemblea dei notabili afghani.
Ma proprio la Jirga ha attirato su di sé più di una voce critica, la più autorevole delle quali è quella di Abdullah (leader dell’opposizione parlamentare a Karzai), il quale ha sostenuto – formalmente a ragione – che si tratta di una realtà incostituzionale e in contrapposizione al parlamento afghano, l’unico soggetto legittimato a esprimersi sull’ipotesi di strategic parthnership con Washington.
Ma, se sul piano politico-diplomatico la Jirga ha ricevuto comunque una legittimazione de facto – non potendo vantare quella de jure –, ben altri problemi, per lo più legati alla sicurezza, inquietano gli animi: i taliban, riuscendo a impossessarsi dei piani di sicurezza segreti della Loya Jirga – tempestivamente messi online sul sito web dell’Emirato islamico dell’Afghanistan –, hanno dimostrato, ancora una volta, di poter penetrare le stesse istituzioni afghane. Una situazione critica che mette in evidenza quanto una possibile soluzione del conflitto sia ancora molto lontana.
Nell’attesa di sapere quante truppe verranno effettivamente ritirate entro il 2014, l’amministrazione statunitense prosegue sul binario della «strategic partnership» con Kabul. Ma se indefinito è il numero di soldati che lasceranno l’Afghanistan nel breve-medio termine, ancora più incerto è il numero di quelli che vi resteranno dopo il passaggio di responsabilità. Washington ufficialmente non ha confermato, ma i meccanismi diplomatici e gli equilibri politici spingono verso una comune meta: basi permanenti e presenza prolungata – per quanto ridimensionata nei ruoli e nei numeri. Una presenza militare “importante” in quella che è considerata – e a buon diritto è – una delle aree strategiche più importanti, il Grande Medio Oriente. Anche la Nato rimarrà in Afghanistan ben oltre il 2014, principalmente – ma non esclusivamente – con un ruolo di «addestratore-mentore» per le forze afghane. Ma se la presenza militare a lungo termine viene presentata all’opinione pubblica come prova del sostegno alla sicurezza, per i gruppi di opposizione armata tale opzione è semplicemente inaccettabile poiché il ritiro delle truppe straniere rappresenta il primo dei requisiti essenziali per un possibile “dialogo per il compromesso”.
Ne deriva che l’Afghanistan post-2014 non sarà meno violento di quello attuale e la presenza militare ne caratterizzerà ancora per molto tempo le dinamiche. Bagram, vecchia base aerea costruita dai sovietici, ospita oggi 30.000 soldati; solamente nel mese di giugno 2011 sono stati avviati lavori di ampliamento per ulteriori 1200 uomini; cinque milioni di dollari sono stati spesi per la creazione di una nuova area di accesso e altri progetti infrastrutturali sono previsti nel breve periodo. Tutto, proprio tutto, lascia intendere che non sarà un disimpegno di massa.
Almeno cinque sono le basi in grado di ospitare – nell’Afghanistan post-2014 – i rimanenti contingenti militari; queste strutture, al confine con Pakistan, Cina, Iran, Asia centrale e con il Golfo Persico a portata di mano, si trovano al centro di una delle più strategiche aree del mondo. Un’ipotesi di presenza a lungo termine che preoccupa più di un attore interessato all’Afghanistan, anche oltre lo spazio regionale.
Kabul si trova così impegnata in un delicato gioco delle parti dove, se da un lato grava l’eccessiva dipendenza dagli Stati Uniti, dall’altro, il ruolo rivestito da Washington rappresenta un’importante ed essenziale deterrenza all’intromissione di altri soggetti regionali. Ma la stabilità è un’altra cosa e la possibilità di ottenerla ancora molto remota. Tre sono le questioni aperte; la prima è relativa alla modalità con cui gli Stati Uniti decideranno di equipaggiare la forza armata aerea afghana, e i relativi rischi di “destabilizzazione regionale”. La seconda è rappresentata invece dalla possibilità che il territorio afghano possa essere utilizzato per condurre azioni militari contro Stati terzi dopo il 2014. Infine, la terza questione, si colloca sul piano legale: a quale titolo le truppe statunitensi potranno rimanere in Afghanistan? Al momento nulla è definito ma la posizione di Kabul – per quanto debole e non in grado di imporre una propria linea di condotta – ha negato la “totale libertà di manovra” di truppe straniere su suolo afghano.
Insomma, questioni aperte che potrebbero incoraggiare i gruppi di opposizione armata, taliban in testa, a inasprire il conflitto nella convinzione che l’Occidente sia intenzionato a rimanere in Afghanistan a tempo indeterminato.
lunedì 7 novembre 2011
Herat più insicura? Sequestrati e poi liberati i contractor italiani
Herat: un commando suicida attacca la sede delle Nazioni Unite nell’ottobre 2010; un’altra azione commando suicida colpisce il Provincial Reconstruction Team a maggio 2011; l’ultima in ordine di tempo è l’azione che un terzo commando porta a termine il 3 novembre contro la sede di una compagnia privata che fornisce servizi logistici ai contingenti della Coalizione.L’azione dei taliban ha interessato la sede dell’Es-Ko International, sequestrando per alcune ore trentuno civili, fra cui sei italiani. Stando alle rivendicazione del portavoce taliban Qari Yossuf Ahmadi, l’attacco è iniziato intorno alle nove del mattino con un veicolo bomba che si è lanciato con i suoi trecento chilogrammi di esplosivo contro l’ingresso principale della base; a seguire sono riusciti ad attraversare il varco altri tre attentatori suicidi – i mujaheddin Muhammad Yousuf, Farooq e Hafiz Yahya – equipaggiati con armi leggere, medie e con giubbetti esplosivi: una tattica ormai collaudata e in grado ottenere risultati efficaci e soddisfacenti, se non dal punto di vista operativo, certamente da quello mediatico. Tutti gli assalitori sono infatti morti durante l’attacco e in seguito al blitz delle forze speciali italiane della Task Force 45 sostenute dalle forze di sicurezza afghane, ma i media nazionali e internazionali hanno potuto confermare di cosa sono capaci i gruppi di opposizione armata afghani. Una missione che entrambi i contendenti hanno presentato come un successo, nel rispetto di una guerra che si è spostata sul piano mediatico, ma che, per quanto ci riguarda, indica che qualcosa non va.
Al di là dell’avvenuta “neutralizzazione della minaccia”, quello inferto è un duro colpo alla strategia di transizione che vorrebbe consentire il passaggio di responsabilità al governo afghano e alle sue forze di sicurezza in tempi brevi. Eppure, quello appena concluso, è il terzo grande attacco avvenuto negli ultimi tredici mesi in quella che è una delle zone più sicure dell’Afghanistan, la tranquilla città Herat. È, insomma, una risposta concreta – e non l’azione estrema di un gruppo di disperati – alle intenzioni dichiarate dalle forze della Coalizione di avviare il «passaggio di responsabilità» al governo afghano – il processo di «afghanizzazione» del conflitto che preannuncia lo sganciamento da un impegno militare sempre più oneroso e poco sostenuto da un’opinione pubblica distante e indifferente.
In un contesto operativo in progressivo deterioramento, Herat non è il nuovo fronte dell’offensiva insurrezionale, bensì il vecchio fronte che si è allargato. L’offensiva Al-Faath (la Vittoria), che i taliban hanno avviato nella primavera del 2010, si è conclusa con un bilancio positivo per i mujaheddin del mullah Omar e ha lasciato la Coalizione in una situazione di «stallo dinamico»: una condizione di movimento delle truppe sul terreno ma senza la reale possibilità di controllo del territorio né di contrasto all’avanzata taliban sui piani militare e sociale. I fatti lo dimostrano ormai da tempo. L’offensiva al-Badar, avviata il 1° maggio 2011, non ha tardato a mostrare le reali capacità operative di un’insurrezione sempre più fenomeno sociale: azioni mordi e fuggi, imboscate, ordigni esplosivi improvvisati (Ied), uccisioni mirate, sabotaggio delle vie di comunicazione militari e, infine, i tanto temuti attentati suicidi. Nulla di tutto questo sarebbe avvenuto se non ci fosse stato un minimo supporto di parte della popolazione.
Ma quello di Herat è solo uno dei tanti episodi riportati dai media che, di massima, si limitano a descrivere le azioni taliban come una mera successione di eventi non correlati tra loro. Eppure il mutare e adeguarsi delle tattiche e degli obiettivi colpiti dovrebbero suggerire la razionalità di una strategia insurrezionale che tiene in giusta considerazione il rapporto tra i successi a medio-lungo termine e gli inevitabili danni collaterali. Una scelta che, al di là dei risultati ottenuti sul campo di battaglia, riesce e tenere impegnati polizia, eserciti e “agenzie di sicurezza” in un continuo sforzo volto a contrastare in maniera sistematica gli effetti di questa mutata strategia senza che vi sia un’effettiva comprensione del fenomeno insurrezionale in sé.
Nel rispetto delle norme di linguaggio della Nato, il vicecomandante dell'Isaf Joint Command –generale Riccardo Marchiò – ha assicurato che la situazione complessiva in Afghanistan migliora giorno dopo giorno «sia sul versante della sicurezza che della ricostruzione». Questo nonostante i dati e le statistiche tendano a dimostrare l’esatto contrario.
mercoledì 2 novembre 2011
lunedì 24 ottobre 2011
Parole di fuoco dall'Af-Pak
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