"Afghanistan: Sguardi e analisi" è un blog d'informazione indipendente sull'evoluzione della guerra e dei conflitti in Afghanistan e sulle ripercussioni di questi sulle dinamiche politiche e sociali locali e internazionali. L'analisi avviene attraverso il monitoraggio costante degli eventi e delle comunicazioni delle parti in conflitto attraverso il web. Oggetto di osservazione sono i gruppi di opposizione armata (insurgents) riconosciuti come attori del conflitto stesso.


"Afghanistan: Sguardi e analisi" vuole essere uno strumento per comprendere e discutere e per questa ragione è aperto a tutti.

mercoledì 21 marzo 2012

Radio Onda d'Urto - Strage di civili: i taliban giurano vendetta - Intervista a C. Bertolotti

In primo piano le reazioni alla carneficina, compiuta in piena notte, a sangue freddo, porta per porta, di donne, bambini , anziani in due villaggi della provincia afghana di Kandahar delle truppe occupanti nordamericane in Afghanistan ieri. 16 le vittime ufficiali, “inclusi bambini, donne e uomini anziani”.

L’efferatezza del massacro rischia di far precipitare i rapporti, già tesi, fra Kabul e Washington e di far deflagrare l’ostilità popolare nei confronti delle truppe occupanti, già esacerbata dal rogo del Corano e da uno stillicidio di episodi di gratuito disprezzo e di civili morti, vittime di azioni militari fuori bersaglio.

La cancelliera tedesca Angela Merkel si è detta scettica sul ritiro delle truppe tedesche, preventivate da tempo dagli Stati Uniti d’America, dall’Afghanistan entro il 2014. La situazione attuale non permette di dire che “possiamo ritirarci oggi. E non possiamo neanche dire che ci riusciremo entro il 2013-14″, ha dichiarato durante una visita improvvisa a Masar-i-Sharif". “La volontà c’é, vogliamo riuscirci e ci stiamo lavorando”, ha aggiunto Merkel.

Anche il parlamento Afghano ha espresso sdegno per la mattanza. “Gli afghani hanno esaurito la pazienza sulle azioni “arbitrarie” delle truppe straniere” ha affermato il parlamento guidato da Karzai, mentre i taliban giurano di vendicare il massacro promettendo di intensificare i loro attacchi contro l’esercito occupante. Di “incidente scioccante” parla il Presidente nordamericano Barack Obama, che si è limitato ad assicurare che sarà fatta giustizia.

La lettura dei fatti con Claudio Bertolotti, analista di geopolitica e di geostrategia, esperto di insorgenza afghana, ricercatore e autore dei saggi “Terrorismo in Afghanistan” (Franco Angeli), e “Analisi del terrorismo suicida” (Euroasia). Ascolta [Download]

Il commento di Emanuele Giordana, fondatore di Lettera 22 e profondo conoscitore dello scenario afghano. Ascolta

lunedì 5 marzo 2012

Le possibili cause del dissenso afghano

di Claudio Bertolotti

La vicenda delle copie del Corano bruciate dai soldati statunitensi è un evento che segue altri analoghi episodi tra cui, il più recente, la dissacrazione dei corpi dei taliban uccisi dai soldati (sempre americani). Accadimenti, apparentemente marginali sul campo di battaglia convenzionale, che hanno però evidenti ripercussioni sull’opinione pubblica afghana.

Le violente manifestazioni di massa che hanno caratterizzato il mese di febbraio indicano l’evolversi di una situazione politico-sociale in progressivo, e apparentemente incontenibile, deterioramento. A nulla sono valse le prime giustificazioni, le formali scuse del presidente Obama e l’appello alla calma di Karzai.

A Kabul, così come in molte altre località dell’Afghanistan, una massa significativa di dimostranti ha riversato la propria rabbia contro i simboli di ciò che viene indicato come male all’origine dell’attuale situazione: gli Stati Uniti, e gli stranieri in genere. Lancio di pietre, minacce dirette all’America, atti dimostrativi di assalto alle basi militari e alle infrastrutture adiacenti, addirittura il lancio di una bomba a mano contro una base avanzata nel nord dell’Afghanistan e un attentato suicida contro la base aerea di Jalalabad.

E dopo l’uccisione di due alti ufficiali “consiglieri” da parte di un agente dei servizi di Kabul, l’attacco di un soldato afghano contro i suoi istruttori – tecnicamente un green on blue – ha provocato la morte di due soldati statunitensi e il ferimento di altri quattro; solamente l’ultimo di una serie di recenti attacchi di questa tipologia. Benché gli organi di informazione di Isaf e della Nato abbiano riportato la notizia come attacco perpetrato da un soggetto con uniforme dell’esercito afghano, seguendo uno schema ormai consolidato di opportune norme di linguaggio, la realtà dei fatti conferma un trend in crescita di attacchi condotti dall’interno delle istituzioni afghane (per quanto questo fenomeno non rappresenti, per il momento, una minaccia statisticamente significativa). Ciò che invece si presenta come un fatto difficilmente incontestabile è che dopo oltre dieci anni di guerra, i legami tra gli afghani e le truppe della Nato tendono ad apparire sempre più deboli, precari.

Per quanto non è certo che vi sia una connessione diretta tra movimenti insurrezionali (taliban in primis) e autori degli attacchi, ciò che emerge è comunque la presenza di un risentimento palpabile che si basa sul presupposto della mancanza – o la presunta mancanza – di “rispetto”; rispetto della cultura, delle tradizioni, dei costumi e della stessa religione. E i recenti avvenimenti rientrano in questo contesto di conflittualità culturale, ulteriormente inasprito dalla morte di cittadini afghani durante le stesse manifestazioni.

L’impressione che traspare è che molti afghani, non solo i gruppi di opposizione armata, siano stanchi di una presenza straniera associata quasi esclusivamente – anche grazie a una fine opera di propaganda dei movimenti insurrezionali sostenuti in questo dai mullah nelle moschee – ad abusi, attacchi indiscriminati e raid notturni all’interno delle abitazioni private: e proprio umiliazione e offesa sono gli argomenti su cui insiste l’opera di propaganda dei taliban dell’Emirato islamico.

L'avversione per le truppe straniere che progressivamente sta crescendo tra gli afghani è solamente una scintilla della crisi che sta accendendosi sempre più col trascorrere del tempo e che solamente i più recenti accadimenti stanno mettendo in mostra.

martedì 28 febbraio 2012

Donne afghane, un problema mai risolto

di Anna Vanzan

Un articolo postato in questi giorni nella rubrica di Claudio Bertolotti (http://www.grandemedioriente.it/lexit-strategy-internazionale-alla-prova-6750) a proposito delle difficoltà della eterna fase di transizione in Afghanistan, mi induce a qualche riflessione. Bertolotti, con l'usuale competenza, scrive:

[...]la riforma della giustizia [in Afghanistan] impone una sorta di “stallo dialogico” dovuto a rigide posizioni nei confronti della questione femminile poiché qualunque discussione o proposta di riforma tende ad arenarsi di fronte al problema dei diritti delle donne, tuttora “informalmente” riconosciute come soggetti socialmente (e legalmente) subordinati e non come individui al pari degli uomini.


Bertolotti mette il dito su una piaga che pare non voglia mai rimarginarsi: le donne, in Afghanistan, sono un problema, soprattutto per sé stesse.
Poco importa che la Costituzione prevede uguali diritti per uomini e donne, se poi, nel Codice Civile, si parla ancora di tamkin (obbedienza), ovviamente dovuta dalle donne nei confronti degli uomini della famiglia, e di nushuz (disubbidienza), in presenza della quale (a discrezione totale maschile) le donne vengono precluse dall'esercizio di ogni diritto, compreso quello del mantenimento. Addurre a pretesto di queste discriminazioni il fatto che l'Afghanistan è un paese islamico e quindi deve rispettare questi limiti è privo di sostanza: lo era anche quasi un secolo fa, eppure, a fine anni '20, le donne afghane godevano di una legislazione tra le più progressiste nel mondo islamico.
Il governo afghano del post-Taleban s'è impegnato ad innalzare il livello di istruzione delle sue donne, ma, dopo 10 anni, le statistiche sono impietose, pur non rivelando fino in fondo la realtà, ovvero, l'enorme divario tra le possibilità offerte a chi vive in città e quelle non raggiungibili dalla stragrande maggioranza degli afgani, sparpagliata tra minuscoli villaggi, magari posti su impervie alture. Le donne che vivono in queste situazioni non hanno accesso all'istruzione, né alla facilitazioni sanitarie: solo il 13% di loro riceve cure prenatali e la mortalità tra le puerpere (moltissime delle quali sotto i 19 anni) si è stabilizzata su un inquietante 14%, cosa che non impedisce alle afghane di raggiungere la non invidiabile media di 6,6 figli ciascuna, uno dei tassi di fertilità più alti al mondo.

Tutto ciò ha poco a che vedere con l'islam e la shari'a, quest'ultima agitata come uno spauracchio tanto da chi vive all'interno di queste situazioni e non le vuole cambiare, quanto da molti “analisti” esterni che s'accontentano di demonizzare senza proporre alternative praticabili. Le leggi differiscono molto da un paese islamico all'altro, fattore che dimostra come esse cambino secondo i bisogni delle società.

L'Afghanistan ha necessità di nuove leggi, ma anche di supporti per implementarle. In un paese così conservatore la strada delle riforme può essere aiutata pure da leader religiosi che aderiscano a nuove interpretazioni che si contrappongano a quelle degli estremisti
.
Mentre in parlamento c'è chi pensa di postporre la riforma del diritto di famiglia per non acuire i contrasti tra le parti (la solita storia: i diritti delle donne sono sempre procrastinabili e barattabili), la vita quotidiana di milioni di afghani è regolata da regole locali basate su codici di presunto onore che vittimizzano soprattutto le donne.

Dopo oltre dieci anni di sacrifici, anche da parte della comunità internazionale, bisogna che questa si attivi per promuovere un cambiamento tangibile: alle donne afghane non basta certo, quale emblema di riforma, che qualcuna di loro possa camminare per le strade di Kabul senza il burqa.

sabato 25 febbraio 2012

Guerra e dialogo in AfPak

Militari pakistani, rappresentanti della Nato e delle Forze di sicurezza afghane si sono incontrati alcuni giorni fa per risolvere i problemi conseguenti all’incidente che lo scorso 26 novembre portò alla morte di alcuni soldati di Islamabad. Da allora i rapporti tra Usa e Pakistan sono andati sempre più raffreddandosi portando alla chiusura delle frontiere per i convogli logistici necessari all’impegno militare della Coalizione a guida statunitense. La situazione si presenta ora formalmente “distesa” e la riapertura ai rifornimenti verso l’Afghanistan è a portata di mano; l’interesse è reciproco, tanto per il Pakistan – che è così riuscito a dimostrare all’opinione pubblica interna di non essere sottomesso ai capricci statunitensi e, al tempo stesso, a risolvere un’imbarazzante quanto critica chiusura degli aiuti economici di Washington – sia per gli Stati Uniti – ora più che mai intenzionati ad agevolare un processo politico volto all’uscita dal pantano afghano in cui l’impegno del Pakistan è considerato essenziale.
Nel frattempo, sul fronte politico afghano, il presidente Hamid Karzai ha dichiarato di essere finalmente riuscito a dare vita un triplice dialogo con Stati Uniti e taliban per l’avvio dei tanto desiderati – quanto pubblicizzati – colloqui negoziali tra le parti. «Ci sono stati contatti tra Stati Uniti e taliban, così come ci sono stati contatti tra governo afghano e gli stessi taliban» ha dichiarato Karzai poco prima di essere formalmente smentito dallo stesso portavoce dell’Emirato Islamico, Zabiullah Mujahid, che lo ha accusato di essere un «fantoccio nelle mani degli Stati Uniti» e, dunque, di non aver voce in capitolo.
Allora, chi parla con chi? E a quale titolo? È prassi che in fase negoziale entrambe le parti in conflitto tendano ad alzare il tiro, impegnandosi sempre più sul fronte militare per poter giungere al tavolo delle trattative con maggiori vantaggi e, quindi, maggiori pretese; ciò che però non è chiaro è se gli interlocutori siano effettivamente seduti allo stesso tavolo. Il dubbio è legittimo e in effetti, come la storia afghana tende a dimostrare, non è escluso che a giocare l’insolita partita vi siano più attori (protagonisti e comprimari) e ancor più comparse. La cosa non deve stupire: instabili equilibri, promesse non mantenute e alleanze ballerine fanno parte delle regole non scritte del «grande gioco»; tutto sta nel comprendere quelli che sono gli obiettivi finali delle parti, tralasciando quelli intermedi e secondari che, di prassi, vengono invece esaltati su tutti i fronti dalla vivace e accattivante propaganda.
Gli Stati Uniti hanno dichiarato di essere in contatto con i taliban; questi, interpretando l’evento come una vittoria hanno confermato l’apertura di un proprio ufficio di rappresentanza in Qatar; l’Afghanistan, tenuto all’oscuro, si è subito dichiarato contrario all’iniziativa, ma solo fin quando gli americani non lo hanno coinvolto direttamente; i taliban, convinti di essere a un passo dall’accesso al potere, rifiutano di dialogare con un governo che considerano illegittimo ma, nel frattempo, siedono a più di un tavolo con i membri dell’High Peace Council e dei servizi afghani (il che, implicitamente, significa riconoscerne un ruolo) e, cosa più importante, avranno un loro rappresentante in Qatar, un interlocutore fisico, rappresentativo e, fattore non secondario, definito. Insomma, nulla di sorprendente a ben vedere, tutto sta nel guardare il dramma afghano nella giusta prospettiva: la prospettiva del “parziale” disimpegno militare internazionale, per quanto gli Stati Uniti siano ben avviati verso la strategic partnership che consentirà loro di mantenere basi strategiche in Afghanistan.
Una presenza a lungo termine, quella statunitense, di cui si è discusso nel corso del vertice trilaterale Afghanistan-Pakistan-Iran appena concluso; un incontro, tra i presidenti dei tre paesi, che ha dimostrato ancora una volta quanto gli interessi regionali spingano nella direzione opposta rispetto a quelli strategici degli attori esterni (Usa in primis). Il Pakistan sosterrà formalmente una strategia di uscita dal conflitto attraverso un’iniziativa di pace solamente se questa sarà a guida afghana riuscendo così ad accontentare almeno due delle tre parti, Washington e Kabul. I taliban, prima di esprimersi favorevolmente hanno però chiesto una prova della buona fede statunitense: la liberazione dei compagni detenuti a Guantanamo; al momento però tutto tace, per quanto non è escluso che informalmente qualcosa possa andare nella direzione desiderata dall’Emirato Islamico.
I taliban sono stanchi di combattere, questo è verosimile, ma sono ben lontani dal pensare di fermarsi proprio adesso che avvertono la possibilità di ottenere grandi soddisfazioni, con un Pakistan compiacente alle spalle e risultati concreti sul campo di battaglia; questo gli Stati Uniti lo hanno capito? La risposta a questo domanda non è poi così scontata guardando alla confusa tattica del “combattere e negoziare” con i taliban che pare riflettere un disegno strategico altalenante nei confronti del Pakistan: ora «amico dei terroristi», ora «alleato necessario». E anche il Pakistan pare aver ben compreso l’utilità del tenere sotto pressione Washington; a parole – e la cosa non è trascurabile – Islamabad sosterrà l’Iran in caso di azioni militari da parte di forze straniere, almeno stando a quanto dichiarato dal media pakistano Geo secondo il quale il presidente pakistano Asif Ali Zardari avrebbe promesso all’omologo iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, il proprio «appoggio qualora Teheran dovesse subire attacchi dall’esterno».
Una guerra di parole che non aiuterà certamente l’Afghanistan, di fatto in guerra già da troppo tempo.

di Claudio Bertolotti

domenica 12 febbraio 2012

Diplomazia e propaganda

Anche i taliban si interessano agli sviluppi di politica interna e relazioni internazionali. E infatti non hanno perso tempo giungendo a dichiarare formale vittoria attraverso il loro sito internet.

L’Emirato Islamico dell’Afghanistan, affermano i taliban, «ha dimostrato al mondo intero di essere uno Stato funzionale ed efficace, tanto sul piano politico quanto su quello militare». E proprio questa presunta capacità li indurrebbe a «non accettare imposizioni provenienti da potenze che, dopo una guerra più che decennale, hanno dovuto cambiare politica strategica ammettendo l’impossibilità di poter assoggettare gli afghani».

Quello che emerge dalle parole dei taliban – che si definiscono «non fenomeno tribale ma movimento ideologico e nazionale in grado di imporre e gestire un processo politico definito e pragmatico – è l’orgoglio di una cultura indipendente, poco propensa a soluzioni imposte e ben decisa ad affrontare il problema anche a costo di pesanti sacrifici» pur di giungere a soluzioni di compromesso che apriranno la strada, con molta probabilità, ad altre rivendicazioni e pretese.

Nel frattempo, è tornato a far parlare di sé anche un altro attore storico delle passate e presenti battaglie afghane, Gulbuddin Hekmatyar, il quale, in conclusione della propria analisi, ha sentenziato il fallimento della guerra statunitense in Afghanistan e l’illegittimità della Strategic Partnership Stati Uniti-Afghanistan.

martedì 24 gennaio 2012

Diplomazia e propaganda strategica tra presente e passato



Gli Stati Uniti, in fase di avvio della campagna elettorale per le elezioni presidenziali, procedono alla revisione della politica strategica per l’area asiatica guardando oltre ai conflitti ereditati dalla precedente amministrazione. Nel lessico politico statunitense, le guerre di Iraq e Afghanistan sono ormai – paradossalmente e progressivamente – presentate come “vittorie” a un’opinione pubblica sempre più distratta da una cronica crisi economica per quanto, nella sostanza, la realtà dei fatti sia ben altra cosa. Ma un cambio di rotta significativo è avvenuto. La nuova strategia di Washington ha identificato nell’India un partner a lungo termine nella politica economica e di sicurezza dell’area dell’Oceano Indiano e, più implicitamente, in funzione di contenimento anti-cinese; dunque spalle voltate all’instabile e poco presentabile Pakistan.
Al contempo, anche i taliban si interessano agli sviluppi di politica interna e relazioni internazionali – e come dar loro torto dal momento che un riconoscimento semi-formale è ormai giunto con la prossima apertura di un ufficio diplomatico in Qatar? E infatti i taliban non hanno perso tempo giungendo a dichiarare – anche loro analogamente a Washington – formale vittoria.
L’Emirato Islamico dell’Afghanistan, dichiarano i taliban, ha dimostrato al mondo intero di essere uno Stato funzionale ed efficace, tanto sul piano politico quanto su quello militare. E proprio questa capacità obbliga a non accettare imposizioni provenienti dall’esterno, da potenze che, dopo una guerra più che decennale, hanno dovuto cambiare politica strategica ammettendo l’impossibilità di poter assoggettare gli afghani. Ciò che emerge chiaramente dalle parole dei taliban – che si definiscono non fenomeno tribale ma movimento ideologico e nazionale in grado di imporre e gestire un processo politico definito e pragmatico – è l’orgoglio di una cultura indipendente, poco propensa a soluzioni imposte e ben decisa ad affrontare il problema anche a costo di pesanti sacrifici pur di giungere a soluzioni di compromesso che apriranno la strada, con molta probabilità, ad altre rivendicazioni e pretese.
Nel frattempo torna a far parlare di sé anche un altro attore storico delle passate e presenti battaglie afghane, Gulbuddin Hekmatyar, il quale, in una non troppo inverosimile analisi della situazione, sentenzia il fallimento della guerra statunitense in Afghanistan e l’illegittimità della Strategic Partnership Stati Uniti-Afghanistan.Insomma, la propaganda dell’una e dell’altra parte di contrappongono rivolgendosi alle rispettive opinioni pubbliche, evitando accuratamente di contendersi l’attenzione degli stessi soggetti. Per i due attori protagonisti è ormai giunta l’ora di far quadrare i conti al fine di avviare, ognuno sul proprio binario, l’opportuna e temporanea exit strategy per quanto, nella sostanza, gli Stati Uniti rimarranno su suolo afghano ancora per molti anni mentre i taliban non cesseranno la loro lotta per il potere. Nella più rosea delle ipotesi all’orizzonte si prospetta dunque l’agognato cessate il fuoco, ma ancora una volta solamente momentaneo. In fondo è sufficiente guardare indietro, tra le pagine del “Great Game” di Hopkirk, per provare a immaginare il probabile futuro scenario.




di Claudio Bertolotti


sabato 7 gennaio 2012

Radio radicale: Notiziario del Grande Medioriente

Domenica 8 gennaio 2012
Radio Radicale "Notiziario del Grande Medioriente"

Approfondimenti e analisi sulle notizie della settimana realizzato in collaborazione con il portale web grandemedioriente.it L'editoriale di Antonio Badini (già Ambasciatore d'Italia in Egitto) e l'analisi di Vanna Vannuccini (inviata speciale de la Repubblica) sulle tensioni tra Iran e Stati Uniti. L'opinione di Claudio Bertolotti (Analista e docente militare di Società, culture e conflitti dell'Afghanistan contemporaneo) sulla possibile apetura di un'ambasciata dei Taleban in Qatar.

L'apertura dell'uffico diplomatico taliban in Qatar e il futuro dell'Afghanistan attraverso la possible soluzione del compromesso.
Notizie sempre più dettagliate su un possibile tavolo negoziale in Qatar continuano a farsi sempre più insistenti. Perché in Qatar? Il Qatar si presenterebbe ora come il Paese più indicato perché mantiene buone relazioni sia con il mondo musulmano che con quello occidentale. A livello internazionale non è un attore di primo piano, dunque le ripercussioni a livello di relazioni internazionali si riducono notevolmente (la stessa cosa non sarebbe stata per la Turchia e l’Arabia Saudita che più di una volta si sono dichiarate disponibili ad ospitare una rappresentanza diplomatica taliban) e infine è un paese musulmano gradito agli Stati Uniti e, al contempo, non sgradito ai taliban.

Gli Stati Uniti si sono dichiarati interessati a questa possibilità; ma sappiamo bene che il ruolo di Washington in questo gioco delle parti è ben più di quello di semplice osservatore, e le vivaci affermazioni del governo afghano e dell’Alto Consiglio per la Pace non nascondono la tiepida, quanto giustificata, irritazione per l’iniziativa apparentemente unilaterale. In fondo Karzai è dal 2007 che tenta di avviare un dialogo con il movimento del mullah Omar.

L’Emirato islamico dei taliban, dal canto suo ha dichiarato il 3 gennaio, ha sempre cercato di risolvere il problema del conflitto afghano attraverso il dialogo.

Sappiamo bene che non è così, ma entrambi gli attori, che si parli di Stati Uniti (e con essi la Coalizione internazionale) o di taliban e gruppi di opposizione armata sanno bene quali parole utilizzare con le rispettive opinioni pubbliche.

Al di là del vivace entusiasmo di questi giorni, è opportuno procedere con cautela nell’analisi dei futuri scenari.

I taliban chiedono la liberazione di tutti (o parte dei detenuti a Guantanamo): gli Stati uniti difficilmente potranno accontentarli.

Gli Stati Uniti e il governo Karzai chiedono di cessare le ostilità: i taliban certamente non potranno accontentare né Washington né, tantomeno, Kabul.

Il punto, che potrebbe soddisfare entrambi tramite un accordo a breve termine, è il rapporto tra taliban e gruppi radicali esterni: ciò che più preme agli Stati Uniti – più per ragioni di politica domestica che di effettivo ritorno sul piano operativo e strategico – è mettere fine al sostegno dei gruppi radicali jihadisti, in primis proprio al-Qa’ida. In fondo la necessità statunitense di una exit strategy realistica è in cima alla lista delle priorità di Washington poiché il rischio più immediato è quello di una sconfitta elettorale – tutt’altro che remota – alle ormai prossime elezioni presidenziali.

Dunque l’avvio del compromesso – che non è sinonimo di cessazione delle ostilità – pare essere a portata di mano.

Nella migliore delle ipotesi, al governo di Kabul andrà il potere formale e un apparente (per quanto a breve termine) stabilità politica; alla Comunità internazionale spetterà l’onere di mantenere in vita uno Stato privo di una seppur minima forma di economia in grado di garantirne la sopravvivenza; agli Stati Uniti la certezza di una manciata di basi strategiche in una regione essenziale per il tentativo di mantenere un ruolo di potenza egemone (per quanto in declino) e in grado di garantire la possibilità di intervento diretto (anche militare) in Iran, in Pakistan, in India, in Cina, nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale e in parte nella stessa Russia; e infine ai taliban, che riuscendo ad allontanare l’attenzione e la pressione internazionale dall’Afghanistan, andrà la possibilità di estendere sempre più le proprie presenza ed influenza, mantenendo vitale un’economia basata sul narcotraffico ma che vedrà aumentare gli introiti grazie ai progetti degli oleo-gasdotti che attraverseranno l’Afghanistan in un futuro non meglio definito ma le cui rendite giungeranno in ampio anticipo e indipendentemente dalla messa in opera delle pipeline.


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