"Afghanistan: Sguardi e analisi" è un blog d'informazione indipendente sull'evoluzione della guerra e dei conflitti in Afghanistan e sulle ripercussioni di questi sulle dinamiche politiche e sociali locali e internazionali. L'analisi avviene attraverso il monitoraggio costante degli eventi e delle comunicazioni delle parti in conflitto attraverso il web.
Afghanistan Sguardi e Analisi
"Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.
martedì 21 maggio 2013
Quali sono i numeri dell’impegno militare per l’Afghanistan post-Nato?
sabato 25 febbraio 2012
Guerra e dialogo in AfPak
Nel frattempo, sul fronte politico afghano, il presidente Hamid Karzai ha dichiarato di essere finalmente riuscito a dare vita un triplice dialogo con Stati Uniti e taliban per l’avvio dei tanto desiderati – quanto pubblicizzati – colloqui negoziali tra le parti. «Ci sono stati contatti tra Stati Uniti e taliban, così come ci sono stati contatti tra governo afghano e gli stessi taliban» ha dichiarato Karzai poco prima di essere formalmente smentito dallo stesso portavoce dell’Emirato Islamico, Zabiullah Mujahid, che lo ha accusato di essere un «fantoccio nelle mani degli Stati Uniti» e, dunque, di non aver voce in capitolo.
Allora, chi parla con chi? E a quale titolo? È prassi che in fase negoziale entrambe le parti in conflitto tendano ad alzare il tiro, impegnandosi sempre più sul fronte militare per poter giungere al tavolo delle trattative con maggiori vantaggi e, quindi, maggiori pretese; ciò che però non è chiaro è se gli interlocutori siano effettivamente seduti allo stesso tavolo. Il dubbio è legittimo e in effetti, come la storia afghana tende a dimostrare, non è escluso che a giocare l’insolita partita vi siano più attori (protagonisti e comprimari) e ancor più comparse. La cosa non deve stupire: instabili equilibri, promesse non mantenute e alleanze ballerine fanno parte delle regole non scritte del «grande gioco»; tutto sta nel comprendere quelli che sono gli obiettivi finali delle parti, tralasciando quelli intermedi e secondari che, di prassi, vengono invece esaltati su tutti i fronti dalla vivace e accattivante propaganda.
Gli Stati Uniti hanno dichiarato di essere in contatto con i taliban; questi, interpretando l’evento come una vittoria hanno confermato l’apertura di un proprio ufficio di rappresentanza in Qatar; l’Afghanistan, tenuto all’oscuro, si è subito dichiarato contrario all’iniziativa, ma solo fin quando gli americani non lo hanno coinvolto direttamente; i taliban, convinti di essere a un passo dall’accesso al potere, rifiutano di dialogare con un governo che considerano illegittimo ma, nel frattempo, siedono a più di un tavolo con i membri dell’High Peace Council e dei servizi afghani (il che, implicitamente, significa riconoscerne un ruolo) e, cosa più importante, avranno un loro rappresentante in Qatar, un interlocutore fisico, rappresentativo e, fattore non secondario, definito. Insomma, nulla di sorprendente a ben vedere, tutto sta nel guardare il dramma afghano nella giusta prospettiva: la prospettiva del “parziale” disimpegno militare internazionale, per quanto gli Stati Uniti siano ben avviati verso la strategic partnership che consentirà loro di mantenere basi strategiche in Afghanistan.
Una presenza a lungo termine, quella statunitense, di cui si è discusso nel corso del vertice trilaterale Afghanistan-Pakistan-Iran appena concluso; un incontro, tra i presidenti dei tre paesi, che ha dimostrato ancora una volta quanto gli interessi regionali spingano nella direzione opposta rispetto a quelli strategici degli attori esterni (Usa in primis). Il Pakistan sosterrà formalmente una strategia di uscita dal conflitto attraverso un’iniziativa di pace solamente se questa sarà a guida afghana riuscendo così ad accontentare almeno due delle tre parti, Washington e Kabul. I taliban, prima di esprimersi favorevolmente hanno però chiesto una prova della buona fede statunitense: la liberazione dei compagni detenuti a Guantanamo; al momento però tutto tace, per quanto non è escluso che informalmente qualcosa possa andare nella direzione desiderata dall’Emirato Islamico.
I taliban sono stanchi di combattere, questo è verosimile, ma sono ben lontani dal pensare di fermarsi proprio adesso che avvertono la possibilità di ottenere grandi soddisfazioni, con un Pakistan compiacente alle spalle e risultati concreti sul campo di battaglia; questo gli Stati Uniti lo hanno capito? La risposta a questo domanda non è poi così scontata guardando alla confusa tattica del “combattere e negoziare” con i taliban che pare riflettere un disegno strategico altalenante nei confronti del Pakistan: ora «amico dei terroristi», ora «alleato necessario». E anche il Pakistan pare aver ben compreso l’utilità del tenere sotto pressione Washington; a parole – e la cosa non è trascurabile – Islamabad sosterrà l’Iran in caso di azioni militari da parte di forze straniere, almeno stando a quanto dichiarato dal media pakistano Geo secondo il quale il presidente pakistano Asif Ali Zardari avrebbe promesso all’omologo iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, il proprio «appoggio qualora Teheran dovesse subire attacchi dall’esterno».
Una guerra di parole che non aiuterà certamente l’Afghanistan, di fatto in guerra già da troppo tempo.
di Claudio Bertolotti
martedì 24 gennaio 2012
Diplomazia e propaganda strategica tra presente e passato
Al contempo, anche i taliban si interessano agli sviluppi di politica interna e relazioni internazionali – e come dar loro torto dal momento che un riconoscimento semi-formale è ormai giunto con la prossima apertura di un ufficio diplomatico in Qatar? E infatti i taliban non hanno perso tempo giungendo a dichiarare – anche loro analogamente a Washington – formale vittoria.
L’Emirato Islamico dell’Afghanistan, dichiarano i taliban, ha dimostrato al mondo intero di essere uno Stato funzionale ed efficace, tanto sul piano politico quanto su quello militare. E proprio questa capacità obbliga a non accettare imposizioni provenienti dall’esterno, da potenze che, dopo una guerra più che decennale, hanno dovuto cambiare politica strategica ammettendo l’impossibilità di poter assoggettare gli afghani. Ciò che emerge chiaramente dalle parole dei taliban – che si definiscono non fenomeno tribale ma movimento ideologico e nazionale in grado di imporre e gestire un processo politico definito e pragmatico – è l’orgoglio di una cultura indipendente, poco propensa a soluzioni imposte e ben decisa ad affrontare il problema anche a costo di pesanti sacrifici pur di giungere a soluzioni di compromesso che apriranno la strada, con molta probabilità, ad altre rivendicazioni e pretese.
Nel frattempo torna a far parlare di sé anche un altro attore storico delle passate e presenti battaglie afghane, Gulbuddin Hekmatyar, il quale, in una non troppo inverosimile analisi della situazione, sentenzia il fallimento della guerra statunitense in Afghanistan e l’illegittimità della Strategic Partnership Stati Uniti-Afghanistan.Insomma, la propaganda dell’una e dell’altra parte di contrappongono rivolgendosi alle rispettive opinioni pubbliche, evitando accuratamente di contendersi l’attenzione degli stessi soggetti. Per i due attori protagonisti è ormai giunta l’ora di far quadrare i conti al fine di avviare, ognuno sul proprio binario, l’opportuna e temporanea exit strategy per quanto, nella sostanza, gli Stati Uniti rimarranno su suolo afghano ancora per molti anni mentre i taliban non cesseranno la loro lotta per il potere. Nella più rosea delle ipotesi all’orizzonte si prospetta dunque l’agognato cessate il fuoco, ma ancora una volta solamente momentaneo. In fondo è sufficiente guardare indietro, tra le pagine del “Great Game” di Hopkirk, per provare a immaginare il probabile futuro scenario.
sabato 7 gennaio 2012
Radio radicale: Notiziario del Grande Medioriente
Radio Radicale "Notiziario del Grande Medioriente"
Gli Stati Uniti si sono dichiarati interessati a questa possibilità; ma sappiamo bene che il ruolo di Washington in questo gioco delle parti è ben più di quello di semplice osservatore, e le vivaci affermazioni del governo afghano e dell’Alto Consiglio per la Pace non nascondono la tiepida, quanto giustificata, irritazione per l’iniziativa apparentemente unilaterale. In fondo Karzai è dal 2007 che tenta di avviare un dialogo con il movimento del mullah Omar.
L’Emirato islamico dei taliban, dal canto suo ha dichiarato il 3 gennaio, ha sempre cercato di risolvere il problema del conflitto afghano attraverso il dialogo.
Sappiamo bene che non è così, ma entrambi gli attori, che si parli di Stati Uniti (e con essi la Coalizione internazionale) o di taliban e gruppi di opposizione armata sanno bene quali parole utilizzare con le rispettive opinioni pubbliche.
Al di là del vivace entusiasmo di questi giorni, è opportuno procedere con cautela nell’analisi dei futuri scenari.
I taliban chiedono la liberazione di tutti (o parte dei detenuti a Guantanamo): gli Stati uniti difficilmente potranno accontentarli.
Gli Stati Uniti e il governo Karzai chiedono di cessare le ostilità: i taliban certamente non potranno accontentare né Washington né, tantomeno, Kabul.
Il punto, che potrebbe soddisfare entrambi tramite un accordo a breve termine, è il rapporto tra taliban e gruppi radicali esterni: ciò che più preme agli Stati Uniti – più per ragioni di politica domestica che di effettivo ritorno sul piano operativo e strategico – è mettere fine al sostegno dei gruppi radicali jihadisti, in primis proprio al-Qa’ida. In fondo la necessità statunitense di una exit strategy realistica è in cima alla lista delle priorità di Washington poiché il rischio più immediato è quello di una sconfitta elettorale – tutt’altro che remota – alle ormai prossime elezioni presidenziali.
Dunque l’avvio del compromesso – che non è sinonimo di cessazione delle ostilità – pare essere a portata di mano.
Nella migliore delle ipotesi, al governo di Kabul andrà il potere formale e un apparente (per quanto a breve termine) stabilità politica; alla Comunità internazionale spetterà l’onere di mantenere in vita uno Stato privo di una seppur minima forma di economia in grado di garantirne la sopravvivenza; agli Stati Uniti la certezza di una manciata di basi strategiche in una regione essenziale per il tentativo di mantenere un ruolo di potenza egemone (per quanto in declino) e in grado di garantire la possibilità di intervento diretto (anche militare) in Iran, in Pakistan, in India, in Cina, nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale e in parte nella stessa Russia; e infine ai taliban, che riuscendo ad allontanare l’attenzione e la pressione internazionale dall’Afghanistan, andrà la possibilità di estendere sempre più le proprie presenza ed influenza, mantenendo vitale un’economia basata sul narcotraffico ma che vedrà aumentare gli introiti grazie ai progetti degli oleo-gasdotti che attraverseranno l’Afghanistan in un futuro non meglio definito ma le cui rendite giungeranno in ampio anticipo e indipendentemente dalla messa in opera delle pipeline.
Articolo correlato: L’Afghanistan che verrà: l’Emirato e la repubblica islamica
giovedì 5 gennaio 2012
L’Afghanistan che sarà: l’Emirato e la Repubblica Islamica
da Grandemedioriente.it
La Repubblica Islamica di Karzai accetterà l’apertura di un ufficio diplomatico dell’Emirato Islamico dei taliban in Qatar; questo fondamentale e tanto atteso passo – che ha visto l’importante ruolo giocato dalla diplomazia di Berlino – aprirà con molta probabilità le porte alla politica del dialogo – e auspicabilmente del compromesso – tra le parti in causa. Diplomatici stranieri – il che vuol dire statunitensi – formalmente fuori dall’ufficio, ma pur sempre dietro le quinte. Infatti, per quanto la partita potrà vedere seduti al tavolo dei giochi in apparenza solo attori afghani (i legittimi titolari), i fili continueranno a essere mossi da una regia statunitense che nell’ultimo anno molto tempo, e ancora più risorse, ha investito nel tentativo di giungere a questo apprezzabile risultato. Incontri con gli emissari del mullah Omar hanno avuto luogo proprio a Doha, in Qatar, al fine di definire il ruolo e le regole del nuovo grande gioco degli equilibri instabili. Sul piatto, al centro del tavolo negoziale, la stessa Kabul già da tempo propensa al dialogo tra afghani.
Stop alla violenza – dunque alla lotta insurrezionale –, cessazione di qualunque tipo di collaborazione con al-Qa’ida, rispetto della Costituzione afghana e dei diritti civili (donne incluse). Adesso, tralasciando i due punti marginali sul fronte della realpolitik (stop alla violenza e rispetto di costituzione e diritti civili) ciò che più preme agli Stati Uniti – più per ragioni di politica domestica che di effettivo ritorno sul piano operativo e strategico – è mettere fine al sostegno dei gruppi radicali jihadisti, in primis proprio al-Qa’ida. Così facendo gli Stati Uniti potranno forse dire – almeno questa volta a ragione – “missione compiuta”. È un obiettivo necessario e ineludibile, così come lo è nel lessico di Washington la guerra in Afghanistan (in contrapposizione a quella sbagliata appena conclusa in Iraq, dove per altro rimangono migliaia di contractor sul libro paga del dipartimento della difesa statunitense); pena il rischio di sconfitta elettorale – tutt’altro che remoto – alle ormai prossime elezioni presidenziali.
La necessità, tutta statunitense, di una exit strategy realistica e presentabile è in cima alla lista delle priorità di Washington; il National Intelligence Estimate on Afghanistan, un rapporto stilato dalle agenzie di sicurezza americane, descriverebbe la situazione in termini tutt’altro che ottimistici per l’immediato futuro; ragione in più per propendere verso una soluzione negoziale di compromesso che ponga fine a una guerra combattuta, ma senza via di uscita, e a una condizione di stallo dinamico in cui i contendenti non perdono ma, al contempo, non possono vincere.
Gli accordi a breve termine, quelli su cui si vorrebbe puntare, porteranno a temporanei cessate il fuoco in grado di consentire il passaggio di responsabilità alle forze di sicurezza afghane; non è certo un vantaggio operativo o strategico sul lungo termine, ma come tale potrà essere presentato a un’opinione pubblica distratta da una sempre più grave crisi economica.
Dunque l’avvio del compromesso – il che non significa tout court cessazione delle ostilità e stabilizzazione – pare essere a portata di mano. Nella migliore delle ipotesi, al governo di Kabul andrà il potere formale e un apparente (per quanto a breve termine) stabilità politica; alla Comunità internazionale spetterà l’onere di mantenere in vita uno Stato privo di una seppur minima forma di economia in grado di garantirne la sopravvivenza; agli Stati Uniti la certezza di una manciata di basi strategiche in una regione essenziale per il tentativo di mantenere un ruolo di potenza egemone (per quanto in declino) e in grado di garantire la possibilità di intervento diretto (anche militare) in Iran, in Pakistan, in India, in Cina, nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale e in parte nella stessa Russia; e infine ai taliban, che riuscendo ad allontanare l’attenzione e la pressione internazionale dall’Afghanistan, andrà la possibilità di estendere sempre più le proprie presenza ed influenza, mantenendo vitale un’economia basata sul narcotraffico ma che vedrà aumentare gli introiti grazie ai progetti degli oleo-gasdotti che attraverseranno l’Afghanistan in un futuro non meglio definito ma le cui rendite giungeranno in ampio anticipo e indipendentemente dalla messa in opera delle pipeline.
Dunque “l’Afghanistan che sarà” si prospetta all’orizzonte: un po’ Repubblica Islamica, così come l’abbiamo conosciuto, e un po’ Emirato islamico, così come potremmo conoscerlo a breve se avremmo la pazienza di seguirne le evoluzioni.
di Claudio Bertolotti