Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

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venerdì 10 maggio 2013

Sta nascendo una nuova forma di nazionalismo anti-pakistano? - "L'Indro": Intervista a Claudio Bertolottti

Sta nascendo una nuova forma di nazionalismo anti-pakistano?
Scontri tra Afghanistan e Pakistan al confine
Intervista a Claudio Bertolotti esperto di questioni politiche e militari dell’Afghanistan
 
di Emma Ferrero

Cresce la tensione fra Afghanistan e Pakistan lungo la Linea Durand, contestato confine di 2640 kilometri che segna la divisione politica fra i due paesi dal lontano 1893, quando l’Impero Anglo-Indiano negoziò un accordo arbitrario per definirne la linea di demarcazione, linea che ormai da più di un secolo ha ‘spezzato’ la comunità pashtun che vive nell’area sotto due differenti nazionalità (...)
Per capire meglio la portata del clima di tensione derivato da questi scontri, oltre che la loro effettiva natura, abbiamo chiesto l’opinione del Dottor Claudio Bertolotti, analista strategico, ricercatore e docente, che si occupa di questioni politiche, militari e religiose dell’Afghanistan contemporaneo (...) Vai all'articolo completo su L'Indro.

Sta nascendo una nuova forma di nazionalismo anti-pakistano?
Scontri tra Afghanistan e Pakistan al confine
Intervista a Claudio Bertolotti esperto di questioni politiche e militari dell’Afghanistan
Cresce la tensione fra Afghanistan e Pakistan lungo la Linea Durand, contestato confine di 2640 kilometri che segna la divisione politica fra i due paesi dal lontano 1893, quando l’Impero Anglo-Indiano negoziò un accordo arbitrario per definirne la linea di demarcazione, linea che ormai da più di un secolo ha ‘spezzato’ la comunità pashtun che vive nell’area sotto due differenti nazionalità.
Sebbene nel 1949, a seguito dell’indipendenza del Pakistan e del crollo dell’Impero Anglo-Indiano, il Gran Consiglio (Loya Jirga) afghano proclamò l’invalidità di detto confine, la Linea Durand è ufficialmente riconosciuta a livello internazionale.
La dinamica degli attacchi dei giorni scorsi non è ancora chiara. Gli scontri a fuoco sarebbero avvenuti nei pressi di installazioni militari pakistane, erette in violazione di accordi internazionali e bilaterali nell’area ‘contesa’, appunto considerata da Kabul come parte del proprio territorio.
Mentre fonti di stampa pakistane lasciano trapelare che lo scontro di mercoledì notte è avvenuto a seguito di un’offensiva afghana contro uno degli avamposti militari pakistani nei pressi di Gursal,  Kabul ribatte che la presenza di detti avamposti rappresenta un futile tentativo di Islamabad per spingere le autorità afghane a ridiscutere la questione del confine.
Quello che appare certo però, è che gli attacchi, nel corso dei quali ha perso la vita una guardia di confine afghana, e in cui si contano alcuni feriti da entrambe le parti, hanno risvegliato una forte ondata nazionalista in tutto l’Afghanistan. In queste ore, nelle piazze come sul web, i giovani afghani si stanno mobilitando in manifestazioni anti-pakistane che inneggiano a Quasim Khan, la guardia di confine rimasta uccisa, come eroe nazionale.
Per capire meglio la portata del clima di tensione derivato da questi scontri, oltre che la loro effettiva natura, abbiamo chiesto l’opinione del Dottor Claudio Bertolotti, analista strategico, ricercatore e docente, che si occupa di questioni politiche, militari e religiose dell’Afghanistan contemporaneo.
Partiamo dal principio: che cosa rappresenta per il popolo afghano la Linea Durand?
Chiedersi cosa rappresenti per il popolo afghano la Linea Durand porta a chiedersi in primo luogo che cos’è il popolo afghano. La popolazione dell’Afghanistan è composta da decine di etnie e di gruppi socioculturali e ceppi linguistici differenti, che vivono una situazione di conflittualità tra latente e manifesta, e che tendono ad unirsi fra di loro solamente in presenza di una minaccia esterna.  Per il popolo afghano, la linea Durand non rappresenta moltissimo, nel senso che non ci si pone il problema, per le popolazioni che vi abitano è nella migliore delle ipotesi una linea di confine estremamente porosa che nella sostanza non vale assolutamente nulla. Le famiglie che vivono da una parte e dall’altra possono attraversare la linea liberamente, e lo stesso avviene in termini di commercio, poiché non c’è alcuna forma di controllo doganale. Si tratta dunque di una demarcazione di diritto, per altro formalmente riconosciuta solo da Islamabad, e non di fatto. Sul piano strategico, invece, quella linea è fondamentale. In un’ottica strategica di conflittualità aperta, potenziale o reale fra Pakistan e India, la possibilità di avere un retroterra strategico in Afghanistan è fondamentale per la sopravvivenza dello stesso Pakistan. Questo è il motivo per cui Islamabad ha la necessità di mantenere un accesso privilegiato su Kabul, che rappresenta un punto di snodo viario strategicamente importante, utile per contrastare una eventuale avanzata indiana. Ad oggi, comunque, una guerra sul breve-medio termine tra Pakistan e India appare improbabile, soprattutto per i problemi interni che ci sono in Pakistan in questo momento. Ritornando al punto, le manifestazioni di questi giorni, sono un’esaltazione di un generale malcontento, e quando non si riesce a risolvere un malcontento dal punto di vista interno, si sposta il problema verso l’esterno.
Il fattore scatenante degli scontri di frontiera degli ultimi giorni, dunque, può essere imputato solamente al mai sopito retaggio ideologico che contrappone afghani e pakistani sulla questione? La presenza di roccaforti talebane nella regione fa pensare che gli scontri siano parte di un’operazione più ampia e di diversa natura.
Innanzi tutto c’è da chiedersi perché questo sia avvenuto in questo momento, e poi come mai in tutta questa storia ci sia un’assordante silenzio da parte degli Stati Uniti. Dobbiamo prendere il considerazione tre fattori. Il primo è che l’Afghanistan, come territorio, ospita unità militari statunitensi e internazionali, e tra queste ci sono quelle unità deputate alla condotta di operazioni con i droni nel territorio pakistano. Pakistan che a sua volta, ospiterebbe i gruppi di opposizione armata, tra questi certamente i taliban. Il Pakistan, che non riesce a contrastare questi gruppi di opposizione armata che combattono sul territorio afghano, è però anche coinvolto nel dialogo con l’Afghanistan, fortemente voluto e sostenuto dagli Stati Uniti. Tenendo fermi questi due punti, c’è ancora il fatto che il Pakistan ha un’esigenza di politica interna nello spostare l’attenzione su quelli che sono i problemi politici che più andrebbero a toccare i candidati alle prossime elezioni. Così come all’Afghanistan, anche al Pakistan, conviene spostare all’esterno l’attenzione del proprio elettorato.
Entrambi i Paesi, dunque,  avrebbero tutto l’interesse, sul brevissimo termine, ad essere un po’ miopi nei confronti di gruppi violenti di opposizione armata, che si trovano all’interno del proprio paese ma che non vanno a colpire obiettivi interni, bensì oltreconfine. In questo contesto disastroso, spostandosi da un livello politico intero ad un livello di geopolitica e di stabilità regionale, ci troviamo di fronte ad un precario equilibrio delle due realtà politiche, che sono sì attori primari, ma che vivono di luce riflessa di quelle che sono le esigenze strategiche esterne, in primis degli Stati Uniti. Stati Uniti che non stanno dicendo nulla, apparentemente per non subentrare in decisioni che appartengono a due stati sovrani. Questo consente a tutti e tre gli attori di presentarsi bene di fronte alle rispettive opinioni pubbliche, Stati Uniti compresi, sempre propensi a trovare una soluzione con i taliban, che guarda caso si trovano in questo momento a doversi interfacciare sia col governo afghano che con quello pakistano.
Recentemente, il Presidente Amid Karzai si è addirittura rivolto ai talebani, invitandoli a muovere le armi contro i veri nemici del territorio afghano. Sta davvero nascendo una forma di nazionalismo anti-pakistano?
Questo, sembra più un appello all’opinione pubblica che ai talebani, che considerano Karzai quasi un fantoccio. Karzai si propone così ad un’opinione pubblica, che è sempre più scettica nei suoi confronti, in una veste di soggetto che tende ad unire tutti gli afghani. Più e più volte ha definito i taliban veri afghani a tutti gli effetti, sostenendo l’inutilità di continuare a combattersi e promuovendone l’inserimento all’interno delle istituzioni. Per sostenere questo messaggio, Karzai ha dovuto identificare un altro obiettivo per i taliban su cui rivolgere le attenzioni violente, lottando per un Afghanistan unito, libero e indipendente. Qualche giorno fa il governo afghano ha aperto la competizione elettorale del 2014, al mullah Muhammad Omar e al partito islamico Hezb-e-Islami di Gulbuddin Hekmatyar. Questo è un passo importante, quindi grosse prese di posizione nei confronti dei talebani non si possono fare, grosse operazioni militari in questo momento non è opportuno farle, non c’è la capacità, ma soprattutto la volontà. Karzai, insomma, agendo da Presidente di uno stato, sta cercando a suo modo di arginarne le conflittualità interne.
Washington individua nel Pakistan un importante attore della stabilizzazione post-2014. Quali potrebbero essere le conseguenze, alla luce di quanto sta accadendo, sul futuro dei rapporti tra i due Paesi in un ottica geo-strategica globale?
Intanto, nell’ottica della transizione post-2014, gli Stati Uniti si sono garantiti il controllo di diverse basi strategiche, che rientrano nello Strategic Partnership Agreement siglato tra Kabul e Washington e ratificato recentemente, che dovrebbero essere Kandahar ed Herat. Quelle basi garantirebbero il controllo regionale da parte di Washington: ipotizzando di tracciare un raggio d’azione di  circa 1300 kilometri (quello di un bombardiere a breve raggio, per intenderci), da Kandahar o Herat, andiamo a toccare le repubbliche centroasiatiche, la Russia, parte della Cina, tutto il Pakistan e tre quarti dell’India. Considerato che gli Stati Uniti hanno ridefinito la loro ottica strategica orientata al Pacifico, questo fa capire come siano riusciti a mantenere un perno di controllo sull’area. Guardando in prospettiva al futuro dell’Afghanistan, sono due gli scenari prospettabili, uno ‘più pericoloso’ e uno ‘più probabile’. Il primo, che prevede l’ipotesi dello sfaldamento dello stato afghano e delle ANSF (Afghan National Security Forces), porterebbe i gruppi di potere e i gruppi di opposizione armata ad avviare una nuova fase di guerra civile, mettendo la Nato di fronte alla delicata decisione di dover intervenire o lasciare definitivamente l’Afghanistan.
Il secondo scenario, più probabile, vede un aumento del coinvolgimento politico degli attori regionali, in particolare Cina, Pakistan, India e Russia. L’instabilità politico-sociale e l’impreparazione delle ANSF (parzialmente compensata dal sostegno della NATO) manterranno l’Afghanistan in una condizione di precario ‘stallo dinamico’ nel breve periodo. L’aumento della pressione militare dei gruppi di opposizione armata, soprattutto nelle province rurali, agevolerebbe l’insorgere di ‘conflitti di faglia’, per via dell’aumento della conflittualità a livello locale.

giovedì 19 aprile 2012

CEMISS: Il ruolo delle potenze regionali sulla politica di sicurezza dell’Afghanistan nell’era post-NATO


Pubblicazione del Centro Militare di Studi Strategici (download)


Nel corso del summit dei tre paesi di lingua persiana – Iran, Afghanistan e Tagikistan – tenutosi nell’agosto del 2010 a Teheran, il presidente Ahmadinejad ha proposto un progetto di assistenza regionale alle forze di sicurezza afghane nel caso di ritiro della Nato.
Parallelamente, nel corso della seconda conferenza tra Afghanistan, Russia, Tagikistan e Pakistan, il presidente Dmitrij Medvedev ha dichiarato la disponibilità della Russia a sostenere con aiuti di natura militare il governo di Kabul che, a sua volta, ha aperto all’eventualità di una collaborazione con il Pakistan al fine di arginare la violenta offensiva taliban.
All’avvicinarsi di un significativo ritiro delle forze occidentali dal teatro afghano, le potenze regionali colmeranno i vuoti che potrebbero crearsi intessendo relazioni basate su interessi strategici di natura economica e di sicurezza.
Per il documento completo scarica il file inallegato

venerdì 30 marzo 2012

Teheran, Kabul e Islamabad: gli effetti del summit trilaterale in prospettiva pakistana

Articolo pubblicato su Osservatorio Iraq

di Claudio Bertolotti

Il summit trilaterale Pakistan
-Afghanistan-Iran di febbraio – un’iniziativa tenutasi a Islamabad e focalizzata su lotta al terrorismo, politica regionale e collaborazione economica – ha messo in evidenza le criticità del processo di pace afghano. Molto è cambiato dal precedente summit del giugno 2011: in primis, il surge militare degli Stati Uniti ha dimostrato la sua inefficacia e, al contempo, le forze di sicurezza afghane sono ben lontane dagli obiettivi prefissati, compresa la capacità di assumere la responsabilità del controllo del territorio. In compenso il coinvolgimento politico degli stessi taliban lascia intravvedere un possibile futuro scenario per l’Afghanistanpost-2014. Mentre gli Stati Uniti accelerano verso l’uscita dal conflitto, i taliban pregustano la propria vittoria insieme al Pakistan, pronto a intervenire al momento opportuno difendendo al tempo stesso gli interessi nazionali e riallacciando i rapporti privilegiati con Washington. Tale contesto pone il Pakistan in una posizione privilegiata per il finale della partita afghana poiché offrirebbe a Islamabad una straordinaria opportunitàdi essere protagonista, e non comparsa, nel processo di pace, inserendosi nella fase negoziale avviata dagli Stati Uniti in Qatar; e questo nonostante il raffreddamento delle relazioni con Washington dell’ultimo anno e a scapito del ruolo di Karzai, divenuto progressivamente secondario per Islamabad. Un Pakistan che, in relativa controtendenza, si è aperto al dialogo anche con i gruppi di potere non-pashtun (leggasi ex Alleanza del Nord) pur di contrastare la (ri)nascita di un efficace fronte anti-taliban e con l’obiettivo di approfittare di una mutata situazione regionale che vede transitare per Kabul le attenzioni – e gli interessi – di Russia, Iran e degli Stati dell'Asia centrale. In questi termini, Islamabad ha indirizzato il summit trilaterale in modo tale da dare vita a un’«iniziativa regionale» che possa garantire, pur mantenendo con Washington un atteggiamento di conciliante collaborazione, un proprio ruolo determinante nell’ipotesi di un consistente disimpegno degli Stati Uniti. In linea con questa politica rientrerebbe l’atteggiamento vagamente ambiguo per quanto concerne i progetti legati alle risorse energetiche regionali, come l’Ipi (che coinvolgerebbe anche l’Iran) e il più probabile Tapi (Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India) sostenuto anche da Washington, e agli accordi commerciali (tra i quali il Transit con i paesi dell'Asia centrale, siglato con il diretto coinvolgimento degli Stati Uniti). Per contro, anche i rapporti con l’Iran si sono ulteriormente rafforzati. Proprio il Pakistan, parallelamente alla discussione di importanti progetti di fornitura energetica, ha proposto una formula di collaborazione commerciale con Teheran al fine di eludere le sanzioni punitive volute dagli Stati Uniti. Insomma, il Pakistan è riuscito nel tentativo di inserirsi a un livello intermedio della politica regionale che gli consentirebbe di dialogare con tutti gli attori direttamente o indirettamente coinvolti nel conflitto afghano, divenendo al contempo soggetto necessario ai fini della strategia a breve termine degli Stati Uniti. Lo ha ben compreso Karzai, che nulla è riuscito a ottenere di quanto richiesto a Islamabad in termini di azioni concrete ed efficaci per agevolare un dialogo intra-afghano tra il governo di Kabul e il movimento taliban. L’opzione pakistana si presenta dunque come una soluzione dal doppio binario. Il primo vedrebbe il Pakistan svolgere una funzione da intermediario privilegiato tra le parti in causa; il secondo, ammesso che la prima opzione possa non ottenere gli effetti desiderati, vedrebbe proprio nell’«iniziativa regionale» il giusto compromesso in grado di consentire al Pakistan di giocare in un ruolo, anche in questo caso, di primo piano.

vai all'articolo su Osservatorio Iraq

sabato 25 febbraio 2012

Guerra e dialogo in AfPak

Militari pakistani, rappresentanti della Nato e delle Forze di sicurezza afghane si sono incontrati alcuni giorni fa per risolvere i problemi conseguenti all’incidente che lo scorso 26 novembre portò alla morte di alcuni soldati di Islamabad. Da allora i rapporti tra Usa e Pakistan sono andati sempre più raffreddandosi portando alla chiusura delle frontiere per i convogli logistici necessari all’impegno militare della Coalizione a guida statunitense. La situazione si presenta ora formalmente “distesa” e la riapertura ai rifornimenti verso l’Afghanistan è a portata di mano; l’interesse è reciproco, tanto per il Pakistan – che è così riuscito a dimostrare all’opinione pubblica interna di non essere sottomesso ai capricci statunitensi e, al tempo stesso, a risolvere un’imbarazzante quanto critica chiusura degli aiuti economici di Washington – sia per gli Stati Uniti – ora più che mai intenzionati ad agevolare un processo politico volto all’uscita dal pantano afghano in cui l’impegno del Pakistan è considerato essenziale.
Nel frattempo, sul fronte politico afghano, il presidente Hamid Karzai ha dichiarato di essere finalmente riuscito a dare vita un triplice dialogo con Stati Uniti e taliban per l’avvio dei tanto desiderati – quanto pubblicizzati – colloqui negoziali tra le parti. «Ci sono stati contatti tra Stati Uniti e taliban, così come ci sono stati contatti tra governo afghano e gli stessi taliban» ha dichiarato Karzai poco prima di essere formalmente smentito dallo stesso portavoce dell’Emirato Islamico, Zabiullah Mujahid, che lo ha accusato di essere un «fantoccio nelle mani degli Stati Uniti» e, dunque, di non aver voce in capitolo.
Allora, chi parla con chi? E a quale titolo? È prassi che in fase negoziale entrambe le parti in conflitto tendano ad alzare il tiro, impegnandosi sempre più sul fronte militare per poter giungere al tavolo delle trattative con maggiori vantaggi e, quindi, maggiori pretese; ciò che però non è chiaro è se gli interlocutori siano effettivamente seduti allo stesso tavolo. Il dubbio è legittimo e in effetti, come la storia afghana tende a dimostrare, non è escluso che a giocare l’insolita partita vi siano più attori (protagonisti e comprimari) e ancor più comparse. La cosa non deve stupire: instabili equilibri, promesse non mantenute e alleanze ballerine fanno parte delle regole non scritte del «grande gioco»; tutto sta nel comprendere quelli che sono gli obiettivi finali delle parti, tralasciando quelli intermedi e secondari che, di prassi, vengono invece esaltati su tutti i fronti dalla vivace e accattivante propaganda.
Gli Stati Uniti hanno dichiarato di essere in contatto con i taliban; questi, interpretando l’evento come una vittoria hanno confermato l’apertura di un proprio ufficio di rappresentanza in Qatar; l’Afghanistan, tenuto all’oscuro, si è subito dichiarato contrario all’iniziativa, ma solo fin quando gli americani non lo hanno coinvolto direttamente; i taliban, convinti di essere a un passo dall’accesso al potere, rifiutano di dialogare con un governo che considerano illegittimo ma, nel frattempo, siedono a più di un tavolo con i membri dell’High Peace Council e dei servizi afghani (il che, implicitamente, significa riconoscerne un ruolo) e, cosa più importante, avranno un loro rappresentante in Qatar, un interlocutore fisico, rappresentativo e, fattore non secondario, definito. Insomma, nulla di sorprendente a ben vedere, tutto sta nel guardare il dramma afghano nella giusta prospettiva: la prospettiva del “parziale” disimpegno militare internazionale, per quanto gli Stati Uniti siano ben avviati verso la strategic partnership che consentirà loro di mantenere basi strategiche in Afghanistan.
Una presenza a lungo termine, quella statunitense, di cui si è discusso nel corso del vertice trilaterale Afghanistan-Pakistan-Iran appena concluso; un incontro, tra i presidenti dei tre paesi, che ha dimostrato ancora una volta quanto gli interessi regionali spingano nella direzione opposta rispetto a quelli strategici degli attori esterni (Usa in primis). Il Pakistan sosterrà formalmente una strategia di uscita dal conflitto attraverso un’iniziativa di pace solamente se questa sarà a guida afghana riuscendo così ad accontentare almeno due delle tre parti, Washington e Kabul. I taliban, prima di esprimersi favorevolmente hanno però chiesto una prova della buona fede statunitense: la liberazione dei compagni detenuti a Guantanamo; al momento però tutto tace, per quanto non è escluso che informalmente qualcosa possa andare nella direzione desiderata dall’Emirato Islamico.
I taliban sono stanchi di combattere, questo è verosimile, ma sono ben lontani dal pensare di fermarsi proprio adesso che avvertono la possibilità di ottenere grandi soddisfazioni, con un Pakistan compiacente alle spalle e risultati concreti sul campo di battaglia; questo gli Stati Uniti lo hanno capito? La risposta a questo domanda non è poi così scontata guardando alla confusa tattica del “combattere e negoziare” con i taliban che pare riflettere un disegno strategico altalenante nei confronti del Pakistan: ora «amico dei terroristi», ora «alleato necessario». E anche il Pakistan pare aver ben compreso l’utilità del tenere sotto pressione Washington; a parole – e la cosa non è trascurabile – Islamabad sosterrà l’Iran in caso di azioni militari da parte di forze straniere, almeno stando a quanto dichiarato dal media pakistano Geo secondo il quale il presidente pakistano Asif Ali Zardari avrebbe promesso all’omologo iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, il proprio «appoggio qualora Teheran dovesse subire attacchi dall’esterno».
Una guerra di parole che non aiuterà certamente l’Afghanistan, di fatto in guerra già da troppo tempo.

di Claudio Bertolotti

martedì 29 marzo 2011

Afghanistan: una presenza militare a lungo termine

di Claudio Bertolotti
Gli Stati Uniti sono fermamente intenzionati a mantenere una presenza militare a lungo termine in Afghanistan. Questo è un fatto che va oltre le dichiarazioni dettate dall’opportunità politica. All’indomani della conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera, lo stesso presidente Karzai ha confermato che sono in corso accordi relativi alla presenza militare americana. Una presenza di «carattere permanente». Al di là della notizia ripresa da buona parte della stampa internazionale – meno da quella italiana –, ciò che più desta interesse è la reazione dell’opinione pubblica e della stampa afghana. Una reazione che è prova dell’esistenza di una vivace società civile. Bene e dettagliatamente ha scritto Abbas Dayar, capace e prolifico giornalista del Daily Outlook Afghanistan. Venerdì 4 marzo, il Shahrwand Foundation (Fondazione del Cittadino) di Kabul, ha organizzato una conferenza dal titolo assai significativo: “Analysis of Permanent US Military Presence and Stability in Afghanistan and the Region”. Ciò che ha reso tale momento particolarmente interessante e degno di nota per la stampa afghana sono state le parole dell’ex ministro degli interni Hanif Atmar, il ministro tajiko che, all’indomani della Peace Jirga tenutasi a Kabul lo scorso anno, fu “licenziato” dallo stesso Karzai in seguito agli attacchi dei taliban il giorno dell’apertura della conferenza. In realtà ciò che portò alle dimissioni forzate di Atmar – e a quelle del capo dell’intelligence afghana Amrullah Saleh – non fu la sua presunta incapacità nel prevedere un’azione taliban, bensì la sua ferma chiusura al tentativo di dialogo con i gruppi di opposizione e alla collaborazione con il Pakistan; una posizione in controtendenza rispetto alla linea politica scelta da Karzai per portare l’Afghanistan fuori dal pantano della guerra civile e dal collasso di uno Stato che oggi, a dieci anni dall’inizio della guerra, ancora non esiste. Più di cinquecento persone hanno preso parte alla conferenza; lo hanno fatto per discutere sulle possibili conseguenze di una presenza permanente di truppe straniere: alti ufficiali dell’esercito e della polizia, membri del governo e del parlamento, analisti, accademici, giornalisti. Ciò che è scaturito dalla discussione è stata un’analisi critica del possibile impatto a livello locale e regionale che le basi permanenti degli Stati Uniti potrebbero provocare a livello di stabilità. Secondo Aziz Royesh, un noto analista afghano, due sono i fattori da tenere in considerazione. Il primo è che l’Afghanistan è inserito in un contesto regionale instabile ed è circondato da realtà statali – a loro volta instabili – impegnate a mantenere i «propri piedi fuori dai loro confini». Il secondo fattore è che l’Afghanistan è a sua volta instabile al suo interno. Non mancano gli oppositori alla presenza prolungata degli Stati Uniti, oppositori che aumentano con il trascorrere del tempo e che sostengono, sulla base del principio dello Stato sovrano, una politica di allontanamento delle forze straniere. Ciò che però viene loro contestato è l’effetto che tale politica potrebbe portare; da un lato vi è l’incognita sicurezza, palesemente impossibile da garantire senza un adeguato strumento militare schierato sul «campo di battaglia», strumento che solo le forze straniere sono in grado di schierare; dall’altro vi è il rischio della violenza dei taliban i quali, all’indomani del ritiro delle truppe straniere, potrebbero muovere verso il potere centrale con il rischio di un successo difficilmente contrastabile. È ovvio, sostiene Royesh, che gli Stati Uniti siano in Afghanistan per i propri interessi ma ciò che ancora deve essere definito è il vero interesse dell’Afghanistan e, al contempo, quali possano essere i concreti vantaggi di una presenza militare straniera permanente. Hanif Atmar, nel suo intervento, ha voluto invece suggerire due linee politiche definite. La prima, indirizzata allo stesso presidente, consiglia di collocare al primo posto l’interesse nazionale attraverso un dialogo con gli Stati Uniti che non mostri le fratture politiche interne alla classe dirigente dell’Afghanistan. Il secondo suggerimento, o linea politica, indica il dialogo «onesto e amichevole» con i paesi confinanti come presupposto per un avvio della stabilità locale e regionale. Ciò che è stato evidente fin da subito è il fermento conseguente all’annuncio di ritiro delle truppe straniere dall’Afghanistan; un’agitazione politica che ha portato attori regionali, e non, a prepararsi all’evento con atteggiamento predatorio – l’implicito riferimento al Pakistan non è passato inosservato –. L’interesse nazionale, ha continuato Atmar, deve essere basato sul contrasto alle rivalità regionali indicate come la vera causa dei conflitti afghani; un’azione di contrasto che potrebbe essere efficace esclusivamente se basata su un’alleanza strategica internazionale e sulla guerra al terrorismo. Amrullah Saleh, sostenendo anch’egli la necessità di una presenza militare statunitense di lungo termine, ha indicato la collaborazione economica con i partner occidentali come unica via percorribile per risolvere una situazione drammatica e insistendo, sul fronte della sicurezza interna, sull’invariato atteggiamento dei gruppi di opposizione, la loro immutata strategia e il continuo supporto ai taliban proveniente dall’esterno: la responsabilità attribuita al Pakistan nell’instabilità afghana è, anche in questo caso, evidente. I commenti di Saleh sono stati molto critici, addirittura accusatori in alcuni passi del suo discorso. «Le responsabilità del governo afghano sono gravi, le iniziative politiche ambigue» e l’atteggiamento verso alleati e nemici altalenante: assumendo il paradossale ruolo di giudice imparziale e super partes il presidente Karzai «un giorno condanna la Nato, il giorno successivo i taliban». È necessario, ha concluso Saleh, «conoscere e definire la propria strategia senza essere un giorno membri di un’alleanza internazionale e il giorno dopo alleati del Nord Waziristan; la politica del compromesso non può che spingere verso il Waziristan», con drammatiche e irreversibili conseguenze. Posizioni nette, quelle riportate da Abbas Dayar che, al di là delle atteggiamenti dal marcato accento politico, mostrano quanto il dibattito attorno alla questione sia vivace e in grado di muovere parte dell’opinione pubblica afghana – quella colta e urbana, certo, non quella rurale e periferica –; un dibattito che lascia ben sperare, se non sul piano politico almeno su quello della società civile. La conferenza della Shahrwand Foundation, al di là dei toni critici rivolti al presidente dai suoi ex collaboratori, è stata un momento importante e, in senso lato, anche un assist indiretto allo stesso Karzai convinto fin da subito a concedere le basi agli Stati Uniti. È indubbio che la sopravvivenza dell’attuale sistema si basi sulla presenza prolungata di truppe straniere, così come è fuori discussione il ruolo tutt’altro che secondario degli attori regionali. Pakistan e Iran sono in parte responsabili dell’instabilità afghana e gli interessi legati a «necessarie profondità strategiche» e all’eliminazione di competitor sgraditi sono i fattori ormai noti. Questo interessante dibattito è conseguenza della determinazione degli Stati Uniti nel mantenere una propria presenza militare. La domanda critica sulla quale è opportuno riflettere non è però quella relativa agli interessi statunitensi nella regione e nell’Asia centrale in generale, ma un’altra ben più importante per i cittadini afghani e la loro sicurezza: «quali saranno le conseguenze per l’Afghanistan?».


29 marzo 2011



Afghanistan: the long-term military presence The Shahrwand (Citizen) Foundation in Kabul had organized the conference “Analysis of Permanent US Military Presence and Stability in Afghanistan and the Region”. According to Abbas Dayar, an afghan journalist, what made the conference notable were critical keynote speeches of former Interior Minister Hanif Atmar and former intelligence chief Amrullah Saleh. More than 500 persons attended the conference discussing on the US role in Afghanistan, consequences of a long-term foreign presence and economical and security opportunities. Regional situation was one of the main focuses discussed and a critical approach characterized the discussion about regional actors in particular Pakistan and Iran. The common opinion is about the necessity of an Afghan national interest. What does it mean? Does a national interest exist? According to Atmar and Saleh there isn’t a clear and common opinion about it. Thus it is necessary to define a strategy where national interest could be defined and obtained without any sort of compromise with Taliban and insurgents. A radical position comprehensible and in accordance with a political approach based on war on terrorism, opposition to Pakistan and the fundamental role of Us in security matters and their necessary permanent presence. Old and failed strategies, according to the author of present article. But the critical question, at this point, it’s not whether or not the U.S. is seeking long-term military presence in Afghanistan. Instead, the critical question to ask is: "what will be the consequences of this possible event for Afghanistan and for afghan people?"

giovedì 6 maggio 2010

Dal Pakistan a New York: l’attentato a Times Square


Si è fatto un gran parlare, a seguito del fallito attentato dell’1 maggio a New York, di un possibile coinvolgimento dei taliban in tale azione. L’ipotesi si è fatta strada a partire da un comunicato video in cui il comandante taliban pakistano (del gruppo Tehrik-i-Taliban i-Pakistan) Hakimullah Mehsud (sino a quel momento ritenuto morto a seguito di un bombardamento statunitense) ha dichiarato la propria volontà di colpire gli Stati Uniti sul loro stesso territorio attraverso “mujaheddin infiltrati”. La smentita degli stessi taliban non si è fatta attendere.
Ma una domanda è subito giunta da più parti: è possibile che i taliban siano in grado di poter organizzare qualcosa di simile? So che non è corretto rispondere a una domanda con un'altra domanda, ma questo mi porta subito al nocciolo della questione: “Quali taliban?”, forse quelli del mullah Omar? La risposta è no, un no secco. I taliban dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan non hanno né l’intenzione, né la possibilità di organizzare un attacco sul territorio degli Stati Uniti, semplicemente perché quello dei taliban afghani è un movimento di liberazione (fortemente ideologizzato) locale e non un gruppo terroristico internazionale. Non stiamo parlando di al-Qa’ida, un’organizzazione dotata ancora di discrete capacità tecniche e risorse sufficienti per agire su diversi fronti. I taliban che operano in Afghanistan, combattendo una guerra con la tecnica della guerriglia – che è poi quella del “poveruomo” –, hanno poco o nulla a che fare con i gruppi fondamentalisti internazionali votati al jihad globale: i taliban sono un fenomeno regionale, la cui influenza si limita all’Afghanistan e al Pakistan (e non è poco), ma non più in là.
È necessario invece guardare altrove per identificare quale gruppo terroristico sia in effetti dietro al fallito attentato di New York. E altrove significa Pakistan o, meglio ancora, le Federally Administered Tribal Areas (FATA,) pakistane: la terra di nessuno al confine con l’Afghanistan. Una di queste regioni in particolare, il Waziristan, rappresenta un serio problema per la sicurezza interna dello stesso Pakistan in quanto vi si troverebbero, a convivere e a collaborare, più gruppi di opposizione regionali e organizzazioni terroristiche internazionali.
Il riferimento diretto è ovviamente ad al-Qa’ida, ma accanto a questa troviamo altri attori, non nuovi a dire il vero: il transnazionale Jaish-i-Mohammed, l’Islamic Jihad Union (branca separatista dell’Islamic Movement of Uzbekistan) con velleità di jihad globale, e il fiore all’occhiello pakistano nella guerra con l’India, il Lashkar-e Tayiba la cui ultima azione degna dell’attenzione dei media mondiali (ma non l’ultima in assoluto) è quella condotta a Kabul il 26 febbraio di quest’anno.
Tutti questi gruppi e organizzazioni hanno però due fattori in comune, due punti di contatto fondamentali. Il primo è rappresentato dalla comunità locale, che dà loro supporto, ospitalità e protezione; per essere più precisi parliamo di una tribù in particolare, quella dei Mehsud, il cui rappresentante più emblematico è proprio quell’Hakimullah, leader del Tehrik-i-Taliban pakistano di cui si è fatto cenno più sopra, e che si credeva morto a seguito di un attacco di precisione della CIA.
Il secondo fattore è invece rappresentato dalla politica di al-Qa’ida che con un cambio di strategia dovuto più a motivi di carattere contingente che non ideologico, si è adoperata per contribuire alle lotte tribali contro il governo di Islamabad guadagnandone rispetto e riconoscenza. Questo non ha fatto che avvicinare i gruppi regionali all’organizzazione internazionale intrecciandone sempre più inesorabilmente i destini, come già era accaduto con i taliban del mullah Omar prima dell’offensiva americana del 2001.
Ora è riconosciuto il ruolo di al-Qa’ida come “multiplayer” in grado di garantire il collegamento tra i vari gruppi di opposizione e il movimento globale del jihad; l’alleanza con Hakimullah Mehsud e il Tehrik-i-Taliban i-Pakistan andrebbe infatti in questa direzione. Il rischio è quello di portare la regione dell’Af-Pak a diventare un santuario del fondamentalismo radicale votato al jihad globale da cui inviare ordini per attacchi terroristici dal forte impatto mediatico. Quello di New York potrebbe essere soltanto il primo di questi attacchi della nuova generazione.
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