Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

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martedì 11 settembre 2012

Comunità internazionale e taliban: due strategie parallele e conciliabili


di Claudio Bertolotti

La prospettiva di un disimpegno significativo della NATO dal teatro afghano porta a riflettere circa le possibili ripercussioni sul processo di pace e stabilizzazione dell’Afghanistan, sul ruolo dei gruppi di opposizione che si battono per il potere e sull’evoluzione della sicurezza a livello regionale e globale. La «transizione irreversibile» – come l’ha definita Obama – contribuirà alla stabilità del Paese o piuttosto ad alimentare un variegato conflitto armato interno?
La storia recente dell’Afghanistan induce a un’analisi orientata a non escludere il riaccendersi di intensi conflitti armati interni dopo il disimpegno della NATO, così come avvenne dopo il ritiro dei Sovietici alla fine degli anni Ottanta e successivi anni Novanta... (vai all'articolo sul sito istituzionale del CeMiSS)

domenica 12 agosto 2012

Afghanistan. La conferenza di Tokyo e la transizione "irreversibile"



di Claudio Bertolotti

Nel gennaio del 2002, oltre sessanta nazioni e venti organizzazioni internazionali presero parte all’Afghanistan Recovery and Reconstruction Conference a Tokyo, promettendo circa due miliardi di dollari per quell’anno e più del doppio per il quinquennio successivo da destinare alla ricostruzione dell’Afghanistan.
Dieci anni dopo, l’8 luglio 2012, oltre settanta nazioni e organizzazioni internazionali si sono date appuntamento nella stessa città per definire i termini quantitativi dell’impegno internazionale nella fase «transizione» che ha seguito quella di una «stabilizzazione» dichiarata conclusa sul piano formale ma non certamente su quello reale. Non solo sicurezza: l’impegno collettivo si rivolgerà certamente al sostegno delle forze armate afghane ma principalmente ai progetti infrastrutturali e al supporto dello Stato afghano e alle sue esigenze in termini di sviluppo infrastrutturale e socio-economico.
Sedici miliardi di dollari, a tanto corrisponde l’impegno collettivo della Comunità internazionale nei confronti dell’Afghanistan per i prossimi quattro anni; uno sforzo economico non indifferente ma inversamente proporzionale all’impegno militare che progressivamente verrà ridimensionato da parte di tutti i componenti l’Alleanza, chi più e chi meno, sino al raggiungimento di un equilibrio di forze non ancora reso pubblico ma che dovrebbe consistere in 10-30.000 soldati. 
La prospettiva di un disimpegno significativo della Nato dal teatro operativo afghano porta a riflettere circa le possibili ripercussioni sul processo di pace e stabilizzazione dell’Afghanistan, sul ruolo dei gruppi di opposizione che si battono per il potere e sull’evoluzione della sicurezza a livello regionale e globale. La «transizione irreversibile» – come l’ha definita Obama – contribuirà alla stabilità del Paese o piuttosto ad alimentare un variegato conflitto armato interno?
La storia recente dell’Afghanistan induce a un’analisi orientata a non escludere il riaccendersi di intensi conflitti armati interni dopo il disimpegno della Nato, così come avvenne dopo il ritiro dei Sovietici alla fine degli anni Ottanta e successivi anni Novanta; è questo un quadro certamente non rassicurante che troverebbe riscontro nell’accesa conflittualità dei gruppi di potere – a cui si uniscono quelli di opposizione armata – pashtun e non-pashtun. Taliban ed ex Alleanza del Nord potrebbero dunque trovarsi nel breve periodo impegnati in un violento confronto dagli esiti tanto incerti quanto irreversibili.
Ciò che però appare confortante è l’apparente disponibilità di alcuni dei soggetti impegnati nei conflitti afghani a una soluzione negoziale e di compromesso; certo sono ancora pochi i risultati sinora raggiunti, ma si intravvede una qualche forma di apertura.
La riconciliazione nazionale, alla quale sono stati chiamati ad aderire tutti gli attori afghani coinvolti nel conflitto, può rappresentare una formula in grado di convincere se non tutti almeno una significativa parte dei concorrenti alla lotta per il potere; i vantaggi politici potrebbero essere equamente distribuiti, e con essi certamente quelli economici derivanti dallo sfruttamento delle risorse energetiche e minerarie del sottosuolo afghano e dai diritti di passaggio delle pipeline. Un buon incentivo, tanto per cominciare, a cui si unirebbe l’impegno della Comunità internazionale a sostenere economicamente l’Afghanistan per i prossimi quattro anni.

vai all'articolo pubblicato su OsservatorioIraq

sabato 25 febbraio 2012

Guerra e dialogo in AfPak

Militari pakistani, rappresentanti della Nato e delle Forze di sicurezza afghane si sono incontrati alcuni giorni fa per risolvere i problemi conseguenti all’incidente che lo scorso 26 novembre portò alla morte di alcuni soldati di Islamabad. Da allora i rapporti tra Usa e Pakistan sono andati sempre più raffreddandosi portando alla chiusura delle frontiere per i convogli logistici necessari all’impegno militare della Coalizione a guida statunitense. La situazione si presenta ora formalmente “distesa” e la riapertura ai rifornimenti verso l’Afghanistan è a portata di mano; l’interesse è reciproco, tanto per il Pakistan – che è così riuscito a dimostrare all’opinione pubblica interna di non essere sottomesso ai capricci statunitensi e, al tempo stesso, a risolvere un’imbarazzante quanto critica chiusura degli aiuti economici di Washington – sia per gli Stati Uniti – ora più che mai intenzionati ad agevolare un processo politico volto all’uscita dal pantano afghano in cui l’impegno del Pakistan è considerato essenziale.
Nel frattempo, sul fronte politico afghano, il presidente Hamid Karzai ha dichiarato di essere finalmente riuscito a dare vita un triplice dialogo con Stati Uniti e taliban per l’avvio dei tanto desiderati – quanto pubblicizzati – colloqui negoziali tra le parti. «Ci sono stati contatti tra Stati Uniti e taliban, così come ci sono stati contatti tra governo afghano e gli stessi taliban» ha dichiarato Karzai poco prima di essere formalmente smentito dallo stesso portavoce dell’Emirato Islamico, Zabiullah Mujahid, che lo ha accusato di essere un «fantoccio nelle mani degli Stati Uniti» e, dunque, di non aver voce in capitolo.
Allora, chi parla con chi? E a quale titolo? È prassi che in fase negoziale entrambe le parti in conflitto tendano ad alzare il tiro, impegnandosi sempre più sul fronte militare per poter giungere al tavolo delle trattative con maggiori vantaggi e, quindi, maggiori pretese; ciò che però non è chiaro è se gli interlocutori siano effettivamente seduti allo stesso tavolo. Il dubbio è legittimo e in effetti, come la storia afghana tende a dimostrare, non è escluso che a giocare l’insolita partita vi siano più attori (protagonisti e comprimari) e ancor più comparse. La cosa non deve stupire: instabili equilibri, promesse non mantenute e alleanze ballerine fanno parte delle regole non scritte del «grande gioco»; tutto sta nel comprendere quelli che sono gli obiettivi finali delle parti, tralasciando quelli intermedi e secondari che, di prassi, vengono invece esaltati su tutti i fronti dalla vivace e accattivante propaganda.
Gli Stati Uniti hanno dichiarato di essere in contatto con i taliban; questi, interpretando l’evento come una vittoria hanno confermato l’apertura di un proprio ufficio di rappresentanza in Qatar; l’Afghanistan, tenuto all’oscuro, si è subito dichiarato contrario all’iniziativa, ma solo fin quando gli americani non lo hanno coinvolto direttamente; i taliban, convinti di essere a un passo dall’accesso al potere, rifiutano di dialogare con un governo che considerano illegittimo ma, nel frattempo, siedono a più di un tavolo con i membri dell’High Peace Council e dei servizi afghani (il che, implicitamente, significa riconoscerne un ruolo) e, cosa più importante, avranno un loro rappresentante in Qatar, un interlocutore fisico, rappresentativo e, fattore non secondario, definito. Insomma, nulla di sorprendente a ben vedere, tutto sta nel guardare il dramma afghano nella giusta prospettiva: la prospettiva del “parziale” disimpegno militare internazionale, per quanto gli Stati Uniti siano ben avviati verso la strategic partnership che consentirà loro di mantenere basi strategiche in Afghanistan.
Una presenza a lungo termine, quella statunitense, di cui si è discusso nel corso del vertice trilaterale Afghanistan-Pakistan-Iran appena concluso; un incontro, tra i presidenti dei tre paesi, che ha dimostrato ancora una volta quanto gli interessi regionali spingano nella direzione opposta rispetto a quelli strategici degli attori esterni (Usa in primis). Il Pakistan sosterrà formalmente una strategia di uscita dal conflitto attraverso un’iniziativa di pace solamente se questa sarà a guida afghana riuscendo così ad accontentare almeno due delle tre parti, Washington e Kabul. I taliban, prima di esprimersi favorevolmente hanno però chiesto una prova della buona fede statunitense: la liberazione dei compagni detenuti a Guantanamo; al momento però tutto tace, per quanto non è escluso che informalmente qualcosa possa andare nella direzione desiderata dall’Emirato Islamico.
I taliban sono stanchi di combattere, questo è verosimile, ma sono ben lontani dal pensare di fermarsi proprio adesso che avvertono la possibilità di ottenere grandi soddisfazioni, con un Pakistan compiacente alle spalle e risultati concreti sul campo di battaglia; questo gli Stati Uniti lo hanno capito? La risposta a questo domanda non è poi così scontata guardando alla confusa tattica del “combattere e negoziare” con i taliban che pare riflettere un disegno strategico altalenante nei confronti del Pakistan: ora «amico dei terroristi», ora «alleato necessario». E anche il Pakistan pare aver ben compreso l’utilità del tenere sotto pressione Washington; a parole – e la cosa non è trascurabile – Islamabad sosterrà l’Iran in caso di azioni militari da parte di forze straniere, almeno stando a quanto dichiarato dal media pakistano Geo secondo il quale il presidente pakistano Asif Ali Zardari avrebbe promesso all’omologo iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, il proprio «appoggio qualora Teheran dovesse subire attacchi dall’esterno».
Una guerra di parole che non aiuterà certamente l’Afghanistan, di fatto in guerra già da troppo tempo.

di Claudio Bertolotti

mercoledì 16 novembre 2011

Af-Pak report: Jirga dei disaccordi e strategic partnership

di Claudio Bertolotti

Il futuro impegno occidentale in Afghanistan è stato discusso a Bruxelles in un incontro volto a definire un impegno, ormai è chiaro, a lungo termine; un colloquio tra i ministri degli esteri, quello concluso il 14 novembre, che prepara ad altri importanti appuntamenti, dalla conferenza di Bonn in calendario per il prossimo 5 dicembre, alla Loya Jirga di Kabul, alla discussa strategic partnership volta a definire una presenza militare permanente sul suolo afghano.

L’impegno militare statunitense post-2014 in Afghanistan dovrebbe essere limitato – stando alle recenti dichiarazione di John Allen, comandante in capo delle truppe sul terreno – ad “assetti” intelligence, forze per operazioni speciali e istruttori militari per le forze di sicurezza afghane. Una presenza che richiede però l’approvazione del governo afghano a cui è stato scelto di affiancare pro forma la tradizionale Loya Jirga, l’assemblea dei notabili afghani.
Ma proprio la Jirga ha attirato su di sé più di una voce critica, la più autorevole delle quali è quella di Abdullah (leader dell’opposizione parlamentare a Karzai), il quale ha sostenuto – formalmente a ragione – che si tratta di una realtà incostituzionale e in contrapposizione al parlamento afghano, l’unico soggetto legittimato a esprimersi sull’ipotesi di strategic parthnership con Washington.
Ma, se sul piano politico-diplomatico la Jirga ha ricevuto comunque una legittimazione de facto – non potendo vantare quella de jure –, ben altri problemi, per lo più legati alla sicurezza, inquietano gli animi: i taliban, riuscendo a impossessarsi dei piani di sicurezza segreti della Loya Jirga – tempestivamente messi online sul sito web dell’Emirato islamico dell’Afghanistan –, hanno dimostrato, ancora una volta, di poter penetrare le stesse istituzioni afghane. Una situazione critica che mette in evidenza quanto una possibile soluzione del conflitto sia ancora molto lontana.
Nell’attesa di sapere quante truppe verranno effettivamente ritirate entro il 2014, l’amministrazione statunitense prosegue sul binario della «strategic partnership» con Kabul. Ma se indefinito è il numero di soldati che lasceranno l’Afghanistan nel breve-medio termine, ancora più incerto è il numero di quelli che vi resteranno dopo il passaggio di responsabilità. Washington ufficialmente non ha confermato, ma i meccanismi diplomatici e gli equilibri politici spingono verso una comune meta: basi permanenti e presenza prolungata – per quanto ridimensionata nei ruoli e nei numeri. Una presenza militare “importante” in quella che è considerata – e a buon diritto è – una delle aree strategiche più importanti, il Grande Medio Oriente. Anche la Nato rimarrà in Afghanistan ben oltre il 2014, principalmente – ma non esclusivamente – con un ruolo di «addestratore-mentore» per le forze afghane. Ma se la presenza militare a lungo termine viene presentata all’opinione pubblica come prova del sostegno alla sicurezza, per i gruppi di opposizione armata tale opzione è semplicemente inaccettabile poiché il ritiro delle truppe straniere rappresenta il primo dei requisiti essenziali per un possibile “dialogo per il compromesso”.
Ne deriva che l’Afghanistan post-2014 non sarà meno violento di quello attuale e la presenza militare ne caratterizzerà ancora per molto tempo le dinamiche. Bagram, vecchia base aerea costruita dai sovietici, ospita oggi 30.000 soldati; solamente nel mese di giugno 2011 sono stati avviati lavori di ampliamento per ulteriori 1200 uomini; cinque milioni di dollari sono stati spesi per la creazione di una nuova area di accesso e altri progetti infrastrutturali sono previsti nel breve periodo. Tutto, proprio tutto, lascia intendere che non sarà un disimpegno di massa.
Almeno cinque sono le basi in grado di ospitare – nell’Afghanistan post-2014 – i rimanenti contingenti militari; queste strutture, al confine con Pakistan, Cina, Iran, Asia centrale e con il Golfo Persico a portata di mano, si trovano al centro di una delle più strategiche aree del mondo. Un’ipotesi di presenza a lungo termine che preoccupa più di un attore interessato all’Afghanistan, anche oltre lo spazio regionale.
Kabul si trova così impegnata in un delicato gioco delle parti dove, se da un lato grava l’eccessiva dipendenza dagli Stati Uniti, dall’altro, il ruolo rivestito da Washington rappresenta un’importante ed essenziale deterrenza all’intromissione di altri soggetti regionali. Ma la stabilità è un’altra cosa e la possibilità di ottenerla ancora molto remota. Tre sono le questioni aperte; la prima è relativa alla modalità con cui gli Stati Uniti decideranno di equipaggiare la forza armata aerea afghana, e i relativi rischi di “destabilizzazione regionale”. La seconda è rappresentata invece dalla possibilità che il territorio afghano possa essere utilizzato per condurre azioni militari contro Stati terzi dopo il 2014. Infine, la terza questione, si colloca sul piano legale: a quale titolo le truppe statunitensi potranno rimanere in Afghanistan? Al momento nulla è definito ma la posizione di Kabul – per quanto debole e non in grado di imporre una propria linea di condotta – ha negato la “totale libertà di manovra” di truppe straniere su suolo afghano.
Insomma, questioni aperte che potrebbero incoraggiare i gruppi di opposizione armata, taliban in testa, a inasprire il conflitto nella convinzione che l’Occidente sia intenzionato a rimanere in Afghanistan a tempo indeterminato.

giovedì 28 aprile 2011

Afghanistan: la forza dell’insurrezione, i limiti della counterinsurgency. L'approccio microstrategico


Articolo completo disponibile sul sito del Centro Militare di Studi Strategici



Obiettivi e strumenti delle Forze armate al livello «microstrategico».




Prendendo atto del mancato processo di costruzione di uno Stato nazionale, ciò che emerge al di là della violenza – che è un sintomo ma non la causa delle difficoltà in Afghanistan –, è che quello afghano non è un problema di natura militare; dunque, la soluzione non può e non deve essere basata essenzialmente sullo strumento bellico. Ma il ruolo della componente militare è fondamentale a breve termine nel sostegno allo sviluppo e alla ricostruzione; ruolo che può, e deve, essere giocato attraverso un’adeguata preparazione delle sue componenti a contatto ravvicinato con la realtà afghana.
L’Autore vuole tentare, anche sulla base dell’esperienza maturata sul campo di suggerire possibili soluzioni per compensare i limiti del soldato chiamato a operare sullo human terrain, il livello microstrategico: cosa può fare e come dovrebbe operare la Forza Armata attraverso i suoi operatori.
È fondamentale il contributo che le forze di sicurezza potranno dare al processo di ricostruzione civile e alla formazione delle forze di sicurezza afghane; per far ciò è però necessario procedere a neutralizzare il gap culturale che ne limita le potenzialità. , di suggerire possibili soluzioni per compensare i limiti del soldato chiamato a operare sullo human terrain, il livello microstrategico: cosa può fare e come dovrebbe operare la Forza Armata attraverso i suoi operatori.
Sul piano della ricostruzione è opportuno investire in un consapevole sostegno al processo di riavvio e riconversione del sistema agricolo attraverso i Prt e la costituzione di Agribusiness Development Team (Adt) composti da personale qualificato (biologi, chimici, agronomi, ingegneri, veterinari, ecc.). Questo consentirà di ottenere alcuni fondamentali risultati a breve-medio termine che dovranno concretizzarsi in probabilità di successo attraverso la creazione di opportunità professionali, la possibilità di ottenere il favore delle popolazioni rurali, l’auspicabile riduzione della produzione di oppiacei e lo sviluppo della catena di produzione agricola e di distribuzione commerciale locale e nazionale.
Il sostegno al processo di ricostruzione passa anche attraverso le attività Cimic, il cui ruolo è di primaria importanza. Ma per operare efficacemente è necessario incrementare il numero di unità Cimic, ampliarne le attività, subordinare la componente militare a quella civile, avviare la «piccola ricostruzione» a livello locale ed evitare l’overlapping, il pericoloso sconfinamento della componente militare nei confronti di quella civile.
È infine opportuno procedere al «surge civile» basato sull’impiego e la collaborazione di personale specializzato in ambito economico, politico, militare, al fine di coinvolgere la società civile afghana rendendola artefice del proprio futuro attraverso la partecipazione consapevole.
E se la componente civile è fondamentale nel processo di costruzione dello Stato, è bene evidenziare quanto quella militare sia necessaria alla salvaguardia dello stesso. È dunque indispensabile una consapevole cooperazione nella formazione delle forze di sicurezza afghane nazionali. Vengono qui identificate tre vie per creare un efficace strumento per la sicurezza delle aree periferiche del Paese (ma non per risolvere il conflitto afghano nel suo complesso).... (vai all'articolo)

mercoledì 28 aprile 2010

Attacco a Kandahar: la counterinsurgency dei taliban


Kandahar. Martedì 27 aprile un attacco coordinato condotto da più uomini colpisce un deposito logistico della Supreme, la compagnia di contractor che supporta gli Stati Uniti (e molti dei contingenti internazionali) nelle operazioni Isaf ed Enduring Freedom.
Sono morti almeno tre uomini (i taliban ne hanno rivendicati quindici attraverso il loro portavoce Ahmadi), altri trentacinque sarebbe rimasti feriti nell’attacco suicida multiplo avvenuto nella città di Kandahar, roccaforte dei taliban e punto di massimo sforzo dell’offensiva Nato (statunitense) ancora in corso.
Gli attentatori suicidi sono entrati all’interno della grande base logistica (la seconda per importanza in Afghanistan) e si sono fatti esplodere in prossimità dei depositi di carburanti ottenendo un risultato davvero notevole e confermando volontà e capacità: la loro offensiva, in risposta a quella Nato-Enduring Freedom, ha portato a un totale, purtroppo parziale, di venti vittime. E questo solo dal 12 aprile.
Si tratta di un cambio di strategia, in atto ormai da circa due anni, che ha portato i nuclei di combattenti taliban a muoversi sul campo di battaglia in maniera autonoma e flessibile; la politica del mujaheddin taliban della nuova generazione è “quando vedi una possibilità per colpire, fallo”. Questo ha consentito loro in breve volgere di tempo di ottenere risultati eccezionali: una vittoria sul campo difficile da contestare, almeno stando ai recenti rapporti dell’Icos che danno all’80% il territorio sotto controllo del movimento degli studenti coranici.
I risultati pratici? La situazione della sicurezza è visibilmente deteriorata, le nazioni Unite hanno temporaneamente chiuso i loro uffici di Kandahar, gli anziani rappresentanti delle comunità vengono minacciati di morte – e questo è un importante indizio di quanto la “resistenza” afghana stia mutando e muovendosi verso posizioni radicali e difficilmente concilianti con i codici comportamentali e le tradizioni locali: negli ultimi due mesi sono stati tredici i capi tribali uccisi dai taliban, l’ultimo proprio oggi.


Un’evoluzione della tecnica degli attentati suicidi che ha preso sempre più piede a partire dal 2008 con l’attentato al Serena hotel di Kabul, in cui persero la vita quattro civili. Non più, o non solo, attentatori singoli, bensì unità commando costituite da più “martiri” (Shahid) affiancati e supportati da elementi operativi da combattimento: vere e proprie operazioni militari, in cui agli equipaggiamenti esplosivi degli attentatori si aggiungono le armi leggere e di sostegno dei nuclei combattenti. Di norma accanto al primo gruppo di attaccanti armati di fucili, mitragliatrici e lanciarazzi ve n’è sempre un secondo, e magari anche un terzo, composto da attentatori suicidi.
I risultati ottenuti sul terreno da questi commando sono frutto della combinazione di un atto terroristico con un’operazione d’assalto vera e propria, che segna non solo un’importante successo militare, ma anche e soprattutto un notevole successo mediatico. La dimostrazione di forza e di sangue del 26 febbraio 2010 a Kabul, quella in cui ha perso la vita l’agente dell’Aise Antonio Colazzo, è solo un’ulteriore conferma delle capacità acquisite.
Soprattutto negli ultimi anni si sono moltiplicati gli attacchi nella capitale e adesso anche in Kandahar, in concomitanza con il prorompere della nuova politica adottata dalla seconda generazione di combattenti afghani, i “neo-taliban”. La strategia delle azioni spettacolari è prioritaria per i gruppi di opposizione.
Il 27 aprile è stata una giornata carica di violenza nella città di Kandahar. Non occorre avere la sfera di cristallo per prevederne di peggiori, e a breve termine.
ABC News

mercoledì 24 marzo 2010

Politica del compromesso e del dialogo in Afghanistan: i tre passi per uscire dalla guerra


Nel 2009, dopo 8 anni di guerra, la grave situazione in Afghanistan non è stata ancora risolta.
Ho avuto modo di appurare di persona, a Khost come a Kabul, quanto la grave situazione sociale ed economica in cui versa il Paese si sia ulteriormente aggravata, al pari della sicurezza interna. I risultati negativi attribuiti al presidente Hamid Karzai in questi anni (ma di politica negativa tout court non è corretto parlare) hanno avuto forti ripercussioni sulla politica governativa centrale, sempre più lontana da un effettivo esercizio di potere. Parlare di sicurezza è un eufemismo, il governo centrale è stretto nella morsa tra gruppi di opposizione e necessità del supporto militare dell’Occidente. Gli aiuti economici provenienti dall’esterno sono una necessità imprescindibile e la lotta al narco-traffico è solo un progetto.
Un recente studio condotto dall’International Council on Security and Development conferma che i gruppi di opposizione sono tornati a essere padroni della situazione militare – e quindi anche politica – in una porzione di territorio pari al 72% dell’intero Afghanistan. Si tratta di una controffensiva sempre più rapida che, cominciata nel 2005 e intensificata nel biennio 2007-2008, ha portato a una progressiva riduzione del territorio controllato dalle forze di Isaf e della Coalizione a guida americana. Quella che può essere definita a tutti gli effetti una manovra di accerchiamento delle forze armate internazionali e del governo centrale, si avvicina sempre più a Kabul, al punto che – a periodi alterni – ben tre delle quattro strade principali che consentono l’accesso alla capitale sono sotto relativo controllo degli insorgenti.
In questa situazione il presidente Hamid Karzai ha tentato, a più riprese, di avviare una politica conciliante e ambigua ostentando un’apparenza di relativo controllo. La svolta necessaria è stata identificata nella parziale riconciliazione con elementi del passato regime e con una loro integrazione nell’organizzazione dello Stato; in tale contesto non ha sorpreso il tentativo di avvicinamento e dialogo con i maggiori attori della vicenda afghana: i taliban. Questi hanno ricevuto un’offerta di dialogo da parte del presidente afghano in conseguenza della continua pressione sulla sicurezza interna del Paese. Per quanto non confermato ufficialmente, risalirebbero già alla fine del 2007 i primi negoziati intrapresi tra i rappresentanti del governo di Kabul – tra i quali il fratello del presidente, Qayum Karzai – e delegati del mullah Omar. A tali incontri sarebbero intervenuti due membri della famiglia di Karzai e rappresentanti dei taliban afghani e pakistani con la collaborazione e il supporto di alcuni alti ufficiali dei servizi pakistani (l’Isi). Tale tentativo di “avvicinamento” può essere considerato come il frutto della politica lungimirante messa in atto da Karzai che già da molto tempo ha assegnato cariche istituzionali, in punti chiave dell’area a maggior influenza talebana, proprio a rappresentanti del passato regime. Ciò potrebbe consentire, in un futuro non meglio definito, una relativa stabilizzazione dell’area oppure, cosa che temo sia molto probabile, una tendenza verso posizioni radicali della politica interna del Paese. Ma al momento la scelta dell’assimilazione pare essere l’unica via d’uscita da una situazione non più gestibile altrimenti. È un “dialogo tra pashtun” il prezzo da pagare. Dialogo che ha trovato come sostenitore proprio il presidente statunitense Barack Obama che ha optato per un concreto avvio del metodo di dialogo – coraggiosa ed ultima chance di compromesso – basato sull’intesa tra afghani. Contrario a questa politica sarebbe però il segretario generale dell'Organizzazione del Trattato per la sicurezza collettiva – «l'anti-Nato» a guida russa comprendente, oltre a Mosca, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirgistan, Tagikistan e Uzbekistan – che invece vedrebbe nel dialogo «con le tribù e le diverse fazioni, ma non con i taliban» una possibile via d’uscita. In un’intervista del 2008, il generale Hamid Gul – ex capo dell'Isi pakistana – ha espresso la sua opinione in base alla quale i taliban, che hanno partecipato alla serie di colloqui mediati da re Abdallah in Arabia Saudita con rappresentanti del governo afghano, sarebbero «solo esponenti della vecchia guardia, senza più legami diretti con gli attuali comandanti, primo fra tutti il mullah Omar, leader dei taliban» con cui invece si dovrebbe parlare. I capi taliban di medio/basso livello potrebbero in effetti trarre vantaggio da questo tentativo di riconciliazione e “perdono” per quanto una domanda importante non ha ancora trovato una risposta soddisfacente: come reagiranno i radicali? Come ho già detto, per questi il compromesso non esiste e per certo non rinunceranno alla battaglia ingaggiata. Ma una accorta e cauta politica del compromesso, basata sul coinvolgimento delle tribù nel processo di ricostruzione politica del Paese e nel rispetto delle gerarchie sociali tradizionali, potrebbe portare ad una loro emarginazione da parte di quei “moderati” propensi ad una tregua. Una soluzione “totalmente indolore” non è al momento ipotizzabile, tutto sta nel pesare attentamente i rischi e le opportunità della politica del dialogo. L’Afghanistan, si sa, è tutto e il contrario di tutto.
Da quanto detto è possibile fare una valutazione realistica. Il governo afghano, così come la comunità internazionale, ha come unica via di uscita il compromesso unito alla competizione con i gruppi di opposizione; ciò potrà avvenire solo lavorando su tre livelli differenti. Il primo, quella politico, deve basarsi sul dialogo con i moderati e puntare a una soluzione di compromesso, anche se questo comporterà, come prezzo da pagare, una revisione dei diritti civili. Il secondo livello è quello militare, perseguito combattendo gli elementi radicali e non disposti al dialogo e con il coinvolgimento attivo nella guerra di tutti gli attuali partecipanti alla missione Isaf. Infine quello più delicato, il livello sociale, da perseguire migliorando le condizioni di vita e venendo incontro alle aspettative della popolazione in termini di sicurezza, qualità della vita, istruzione, benessere e non disdegnando di sfruttare una politica di propaganda aggressiva e invasiva.
Prima di tutto, sarà necessario che la comunità internazionale e il governo di Kabul riescano a contrapporre al messaggio distruttivo dei gruppi di opposizione il proprio, costruttivo e semplificato, dimostrando come la politica di opposizione sia destinata a un’acutizzazione della situazione già precaria. A questo scopo è però fondamentale lasciare che la politica sia condotta dai legittimi rappresentanti afghani, senza ingerenza alcuna da parte di governi stranieri. Non è cosa facile.

Claudio Bertolotti
20 ottobre 2009