Afghanistan Sguardi e Analisi

Afghanistan Sguardi e Analisi

"
Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

Visualizzazione post con etichetta Shahid. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Shahid. Mostra tutti i post

domenica 5 giugno 2011

Attentati suicidi al maschile e l’eccezione delle due donne afghane

di Claudio Bertolotti

Afghanistan - Kunar, 21 giugno 2010.
Attento suicida nel distretto di Shaigal: è la prima azione condotta da una donna nel più che trentennale conflitto afghano. Aveva perso tutta la sua famiglia in un bombardamento aereo della Nato, hanno dichiarato i taliban rivendicando l’azione condotta da Fahima.

Afghanistan - Kunar, 4 giugno 2011.
Un anno dopo l’episodio di Shaigal, un’altra attentatrice si lascia esplodere contro le forze straniere uccidendo tre interpreti afghani e ferendo alcuni soldati Isaf nel distretto di Marwara. Anche in questo caso i taliban hanno rivendicato la paternità dell’azione attribuendo alla donna il titolo di Mujahida.

Teorie contrastanti definiscono il ruolo delle donne nell’ambito degli attacchi suicidi. Gli esempi a cui è possibile attingere per lo studio del fenomeno nella sua variante femminile sono molti. Dall’attività di supporto ad azioni terroristiche agli attacchi suicidi veri e propri, le donne hanno dimostrato con i fatti di essere in possesso dei requisiti di “combattenti” e, al tempo stesso, di “martiri” –, seppur con limiti e caratteristiche peculiari che le distinguono dalla figura dell’omologo maschile. Un elevato numero di attentatrici ha indirettamente trovato impiego in operazioni suicide che richiedessero l’infiltrazione all’interno di gruppi, organizzazioni o infrastrutture con un elevato livello di sicurezza. Minor sospettabilità, remore culturali che limita le perquisizioni corporali, possibilità di simulare la condizione di gestante per celare gli equipaggiamenti esplosi: iecco le ragioni per cui in alcuni contesti le donne sono preferibili agli uomini. Ma non in Afghanistan.
Mentre per gli uomini la religione offre una giustificazione anche di fronte alla comunità, per le donne la situazione è differente. La società, il costume e la cultura della comunità di appartenenza influiscono in maniera decisiva sul sostegno e sull’accettazione della tecnica suicida. Avviene così che, laddove il conflitto sia mosso da ideologie politiche laiche o di secessionismo etnico, le donne trovino impiego in azioni uguali o equiparabili a quelle degli uomini. Invece, nei casi in cui la religione rivesta un ruolo determinante, alla donna viene riservato il compito di “allevare buoni musulmani” – magari i “combattenti di domani” –offrendo loro al massimo un ruolo subordinato e marginale. È il tipo di lotta, la motivazione e l’ideologia del gruppo, a determinare il ruolo dei sessi sul campo di battaglia.
In generale, il fenomeno degli attacchi suicidi femminili è conseguenza di differenti fattori difficili da classificare in categorie stagne: la perdita di un caro a causa del conflitto, l’allontanamento dalla propria comunità, l’umiliazione e i soprusi utilizzati come arma psicologica, lo stress che ne deriva, la depressione, il desiderio di riscatto o vendetta, ma anche le violenze sessuali, gli effetti di droghe e stupefacenti, sino all’influenza indiretta di messaggi mediatici.
I 749 attentati suicidi registrati in Afghanistan dal 2001 a oggi hanno visto come protagonisti quasi esclusivamente individui di sesso maschile; due sole donne – più il caso di un’anziana arrestata durante il trasporto di un giubbetto esplosivo “non attivo” nel 2007 – hanno preso parte a un attacco di questa tipologia. Sono le due eccezioni alla norma.
Alla luce dell’esperienza vissuta in quella fantastica e terribile terra che è l’Afghanistan e di quanto ho avuto modo di carpire dalla realtà locale, ritengo che il fenomeno non abbia interessato la guerra afghana poiché tale conflitto non presentava sino a un paio di anni fa le connotazioni tipiche della lotta di liberazione nazionale dove le donne, al fianco degli uomini, partecipano alle “cose della guerra”.
Sebbene sinora il mancato riconoscimento dell’identità di donna – declassata spesso a strumento di procreazione – trovi dimostrazione in episodi e scelte politiche che mai avrebbero consentito a un soggetto femminile di aspirare al titolo di “martire”, oggi si possono intravvedere alcune condizioni favorevoli a un cambio di tendenza. Nonostante nelle aree sotto il controllo dei taliban la condizione della donna stia peggiorando sempre più e prosegua la crociata contro l’emancipazione femminile, si stanno registrando alcuni episodi di reclutamento di donne per azioni militari. Seppure i fatti stiano a dimostrare quanto poco valga la donna per i taliban, che mai ne farebbero una “combattente” di una guerra ideologica – dal momento che la stessa ideologia di riferimento nega alle donne anche solamente il diritto all‘identità – due donne hanno preso parte, dall’inizio del conflitto a oggi, ad azioni suicide contro le forze di sicurezza internazionali.
Oggi le cose sono dunque cambiate. I taliban insistono sul concetto di lotta di liberazione dell’Afghanistan, e la violenta offensiva insurrezionale richiede ogni giorno che passa più “martiri” da impiegare sul campo di battaglia. Ma è davvero così? Sul serio i taliban hanno accettato le donne tra le fila dei combattenti mujaheddin? E le donne accorrono numerose nei centri di reclutamento taliban? La risposta è no.
I cambiamenti politici avvenuti in Afghanistan negli ultimi venti anni hanno rappresentato, per le donne, un continuum di mutamenti circa il loro status e la loro posizione nella società. Negli anni Ottanta, il regime marxista (laico e secolarizzato) ha tentato di annullare, nella società tribale afghana, il principio patriarcale della famiglia. Ciò ha portato a reazioni violente e a un distacco irreparabile tra società e governo.
Dalla metà degli anni Novanta, la politica verso le donne è cambiata in modo sostanziale, con l’esclusione della partecipazione femminile dagli uffici pubblici e dall’ambito professionale; il regime taliban, a partire dal 1996, le ha obbligate ad allontanarsi visibilmente dalla società e ciò ha indotto alcune di loro a organizzarsi clandestinamente al fine di provvedere all’istruzione. Soltanto la cacciata dei taliban ha consentito un timido miglioramento della condizione femminile; ma per quanto tale condizione sia esclusiva delle realtà urbane, è pur sempre un risultato positivo che dovrebbe indurre la componente femminile a combattere per mantenere il “diritto di essere donna” piuttosto che scegliere di morire per dovervi rinunciare. I casi di suicidio femminile – e non di attacchi-suicidi – in Afghanistan hanno toccato livelli elevatissimi, tra i più alti del mondo, ma in tutti i casi registrati la motivazione è quella di una condizione di vita “al femminile” insoddisfacente, frustrante e senza via d’uscita: una condizione frutto della consuetudine. Anche il suicidio può essere un elemento di rottura, una sorta di reazione alla subordinazione assoluta al padre, prima, e al marito, per il resto della vita. E il suicidio è un grave peccato nell’Islam. Uccidendo se stesse le donne, non solo ottengono da sé una particolare forma di “libertà”, ma offendono – di fronte alla comunità – anche chi le ha maltrattate e umiliate.
È dunque il desiderio di libertà ad aver spinto le due donne afghane a morire per la causa taliban? Difficile crederlo. Non è una lodevole azione di lotta per la liberazione del proprio paese e per la difesa della propria cultura quella che vede l’impiego delle donne negli attacchi suicidi in Afghanistan. È più facile ritenere che si tratti di donne disperate, senza famiglia, «senza più onore»; donne che, avendo perso tutto, accettano di morire abbandonando i resti dei propri corpi nudi alla mercé di occhi profanatori e irrispettosi. No, non sono le donne afghane a farsi esplodere, sono i sottoprodotti della guerra, gli scarti di una società di cui sentono di non appartenere più.


5 giugno 2011

martedì 31 maggio 2011

Analisi dell’attacco al Provincial Reconstruction Team italiano.

Herat sempre più insicura - Atto secondo

di Claudio Bertolotti

Attacco a una colonna di automezzi della polizia a Sangh-i-sar (Kandahar), assalto alla base militare di Daichopan (Zabul), imboscata a una pattuglia statunitense a Marjah (Helmand), lancio di razzi a Koh-i-Safi (Parwan), scontro a fuoco con le truppe statunitensi a Deh Yak (Ghazni), assalto frontale alla base delle forze di sicurezza afghane di Jan-i Khel (Paktia), base statunitense attaccata a Arghandab (Kandahar), attacco suicida a Kunar, uccisione del locale comandante della polizia, ferimento grave del generale comandante il contingente tedesco e del governatore provinciale di Taloqan (Takhar), uccisione di un ufficiale dei servizi segreti afghani a Kabul, scontro a fuoco a Maiwand (Kandahar), attacco alla base francese di Kapisa, basi statunitensi sotto attacco a Nangarhar e Kunduz, scontro a fuoco nell’area di Bala Murghab (Badghis), attacco al Prt di Ghazni, base militare colpita a Paktia, azione commando suicida multipla a Herat, ecc…
Quella riportata non è la sintesi delle azioni insurrezionali dell’ultimo anno di guerra, bensì una selezione di operazioni portate a termine dai taliban nei tre giorni appena trascorsi. Ma la notizia che più è riuscita a catalizzare l’attenzione dei media nazionali è stata quella relativa alla serie di azioni coordinate proprio a Herat.
L’azione coordinata, condotta da un commando taliban nella tarda mattinata del 30 maggio 2011, ha interessato «Camp Vianini», sede del Provincial Reconstruction Team dell’Isaf Regional Command West a guida italiana. Un attentatore suicida (Shahid, martire), Hafiz Ahmad, a bordo di un’autobomba si è fatto esplodere lungo il muro perimetrale della base, in prossimità dell’ingresso dell’infrastruttura che ospita parte del contingente italiano, al fine di aprire la strada al nucleo d’assalto costituito da altri mujaheddin taliban, tre dei quali - Zubair di Herat, Zubair Ahmad e Nizamuddin originari di Farah – indossavano dispositivi esplosivi individuali. In supporto al secondo nucleo «operativo» propriamente detto – hanno sostenuto le fonti locali – agiva un terzo gruppo di «sostegno» che, dai piani più alti di tre edifici civili prospicienti la base militare, effettuava fuoco mirato con armi leggere. Alcuni report riferiscono di una famiglia presa in ostaggio e utilizzata come scudo umano al fine di limitare la reazione delle forze di sicurezza afghane e straniere ma, al momento, non vi sono conferme – né tantomeno smentite – in merito.
Un’azione, ma non l’unica azione messa in atto a Herat in quel momento. Parallelamente all’attacco contro il Prt – ha dichiarato il comandante della polizia Farooq Kohistani – sono stati infatti portati a segno altri due colpi da parte dei taliban: Blood Bank e Chawk-i-Cinema, obiettivi di altri due attentati suicidi dove hanno trovato la morte alcuni civili e molti altri sono stati feriti. «Tiro al piccione» e gioco del «gatto col topo» sono andati avanti per alcune ore sino a quando le unità speciali della polizia afghana, in serata, non sono riuscite a “neutralizzare” (e uccidere) tutti i nemici.
A fine giornata si sono contati cinque morti, dei quali quattro civili, e cinquantadue feriti – compresi i cinque militari italiani – tra i quali alcune donne e bambini.
Una serie di attacchi annunciati con ampio anticipo, come hanno confermato il capo della polizia e il governatore della provincia e le fonti militari; informazioni, probabilmente generiche e ridondanti come la maggior parte del materiale intelligence reperibile in Afghanistan, già in possesso delle agenzie di sicurezza locali e straniere che forse – a voler essere ottimisti e senza voler assumere un atteggiamento “gratuitamente critico” – hanno consentito di limitare i danni.
Un duro colpo – certamente dal punto di vista mediatico – inferto alle forze di Isaf e alla polizia afghana a soli due giorni da un’altra efficace operazione, portata a termine dai taliban a Takhar, che ha provocato la morte del comandante la zona nord, il generale Dawood, il capo provinciale della polizia di Takhar, Shah Jahan Noori, il serio ferimento del comandante del contingente tedesco il generale Markus Kneip e l’uccisione di due dei soldati tedeschi deputati alla sua sicurezza (Close Protection team).
È il secondo grande attacco avvenuto negli ultimi sette mesi in quella che è una delle zone più sicure dell’Afghanistan, la tranquilla città Herat, dopo quello che nell’ottobre dello scorso anno ha colpito ancor più duramente il compound dell’Unama.
Anche allora la tecnica utilizzata fu la stessa, il commando suicida (Scied, Suicide Commando Improvised Explosive Device); una tattica ormai ampiamente collaudata e in grado ottenere risultati efficaci e soddisfacenti, se non dal punto di vista operativo, certamente da quello mediatico. L’operazione militare contro la base della missione Unama del 23 ottobre scorso rientrava, allora come oggi, in questa strategia: quattro i martiri (Shuhada, pl.), supportati dal fuoco delle armi portatili, dal lancio di razzi e anticipati da un attentatore suicida alla guida di un veicolo carico di esplosivo (Svbied, suicide vehicle born improvised explosive device).
Gli obiettivi colpiti sono sempre di natura politica, come dimostrano la rivendicazioni taliban che giungono puntualmente attraverso il portavoce Qari Yousuf Ahmadi: «l’edificio dell’Unama è stato colpito perché le Nazioni Unite, macchiandosi di un crimine, hanno autorizzato l’invasione dell’Afghanistan; invasione che ha portato alla morte di migliaia di innocenti dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan». Oggi l’attenzione dei taliban si è spostata su un obiettivo legato al processo di costruzione infrastrutturale dell’Afghanistan che, in parte, è sostenuto anche dalle forze armate italiane, «l’esercito di invasori».
L’operazione militare è un chiaro messaggio politico: «i taliban possono colpire sempre, ovunque e chiunque». Ma al tempo stesso è una risposta concreta – e non l’azione estrema di un gruppo di disperati come sostenuto da qualcuno – alle intenzioni dichiarate dalle forze della Coalizione di avviare, proprio dalla provincia di Herat, il «passaggio di responsabilità» al governo afghano – il processo di «afghanizzazione» del conflitto che preannuncia lo sganciamento da un impegno militare sempre più oneroso e poco sostenuto da un’opinione pubblica occidentale distante e indifferente. Quello che verosimilmente avverrà nel futuro prossimo sarà un passaggio di responsabilità dalle amare conseguenze, tanto scontate quanto inevitabili, per la popolazione afghana ma necessarie per un occidente non in grado di tenere il fronte.
Torno a ripetermi, riportando quanto detto nel precedente articolo sull’attacco a Herat del 2010: «contrariamente a quanto mi è capitato di leggere di recente, Herat non è il nuovo fronte dell’offensiva taliban, è il vecchio fronte che si è allargato».
L’offensiva che i taliban hanno avviato nella primavera del 2010, denominata Al-Faath (la Vittoria), si è conclusa con un bilancio positivo per i mujaheddin del mullah Omar e ha lasciato la Coalizione occidentale in una situazione che non trova definizione migliore se non quella di «stallo dinamico»: una condizione di movimento delle truppe sul terreno ma senza la reale possibilità di controllo del territorio né, fattore decisamente più importante, di contrasto all’avanzata dei taliban sui piani militare e sociale. I fatti lo dimostrano ormai da molto tempo. L’offensiva del 2011 avviata il 1° maggio, operazione al-Badar, non ha tardato a mostrare le reali capacità operative di un’insurrezione sempre più fenomeno sociale e non limitata a poche e circoscritte frange radicali: azioni mordi e fuggi, imboscate, ordigni esplosivi improvvisati (Ied), uccisioni mirate, sabotaggio delle vie di comunicazione militari e, infine, i tanto temuti attentati suicidi. Nulla di tutto questo sarebbe potuto avvenire se non ci fosse stato un minimo supporto da parte della popolazione.
Ma come ha dimostrato l’elenco delle azioni all’inizio dell’articolo, quello di Herat è solo uno dei tanti episodi riportati dai media che, di massima, si limitano a descrivere il fenomeno degli attacchi suicidi come una mera successione di eventi non correlati tra loro. Eppure il mutare e adeguarsi delle tattiche e degli obiettivi colpiti dovrebbero suggerire la razionalità di una strategia che tiene in giusta considerazione il rapporto tra i successi a medio-lungo termine e gli inevitabili danni collaterali. Una scelta che, al di là dei risultati ottenuti sul campo di battaglia, riesce e tenere impegnati polizia, eserciti e “agenzie di sicurezza” in un continuo sforzo volto a contrastare in maniera sistematica gli effetti di questa mutata strategia senza che vi sia un’effettiva comprensione del fenomeno in sé. È dunque necessaria una più profonda penetrazione nelle ragioni del fenomeno dello Shahid; un fenomeno che , nonostante lo stato di guerra più che trentennale, ha iniziato a manifestarsi in maniera preoccupante a partire dalla seconda metà del 2005. Ero a Kabul allora, e le sensazioni di quei momenti sono ancora straordinariamente vive.

30 maggio 2011

domenica 29 maggio 2011

In libreria: EURASIA Rivista 1/2011

Afghanistan Sguardi e Analisi vi segnala i seguenti saggi pubblicati sull'ultimo numero (1/2011) di EURASIA, Rivista di Studi geopolitici:

1. Asia Sudoccidentale nella geopolitica anglosassone (Daniele Scalea)

2. Attacchi suicidi in Afghanistan (Claudio Bertolotti)

3. La problematicità “normativa” del negoziato con i Talebani (Gianluca Serra)






EURASIA 1/2011



La cerniera mediterraneo-centrasiatica



Indice

Editoriale
Mediterraneo e Asia Centrale: le cerniere dell’Eurasia (Tiberio Graziani)

Eurasiatismo
I Bulgari dimenticati (Aldo C. Marturano)
Ananda K. Coomaraswamy e l’unità dell’Eurasia (Claudio Mutti
)

Dossario: La cerniera mediterraneo-centrasiatica
L’Asia Sudoccidentale nella geopolitica anglosassone (Daniele Scalea)
Le relazioni tra Egitto e Stati Uniti: il loro contenuto e il loro futuro (Maged Rida Butros)
Iraq: l’Alfa e l’Omega dell’Unipolarismo statunitense (Giovanni Andriolo)
La Turchia tra Europa e Asia (Elena Mazzeo)
Il Mediterraneo: un possibile scudo contro la crisi? (L. Bianchi e F. Roccisano)
Attacchi suicidi in Afghanistan (Claudio Bertolotti)
La problematicità “normativa” del negoziato con i Talebani (Gianluca Serra)
L’Unione Europea e il conflitto georgiano (Ruxandra Guillama Camba)
Il Kazakistan: perno eurasiatico (Andrea Fais)
“OPEC del gas”: mito o realtà? (N. V. Lukianovič)
L’Ucraina tra regionalismi e oligarchia (Mario Sposato)
Alle origini del concetto di “sviluppo”: dalle colonie alla Società delle Nazioni (Matteo Pistilli)

Continenti
L’immutabilità della geopolitica classica (Sebastián Antonino Cutrona)
Malvine: da Cristoforo Colombo a Juan Perón (Marcelo Gullo)
Nella fase post-atlantica c’è l’incertezza strategica di Washington (Alfredo Musto)
Il ruolo della comunità scientifica per la sicurezza tecnologica globale (Pavel Provincev)
Il dialogo geopolitico (Vasile Simileanu)
Crisi del sistema e problema dell’élite (Ernst Sultanov)

Interviste
Intervista a Muratbek S. Imanaliev, segretario generale OCS (T. Graziani)
Intervista a Jakhongir Ganiev, ambasciatore Ubzekistan (T. Graziani e M. Coppola)
Intervista a Alfredo Mantica, sottosegretario Affari Esteri (E. Verga)
Intervista a Falco Accame, ammiraglio (D. Mraovic)
Intervista a Roberto Pace, presidente Camera di Commercio Italo-Moldava (L. Bionda)
Intervista a Costanzo Preve, filosofo (A. Bulgarelli)

Recensioni
Massimo Borgogni, La nascita della potenza navale americana (1873-1909) (A. Lattanzio)
Aldo Giannuli, Come funzionano i servizi segreti (L. Rossi)
Ennio Remondino, Niente di vero sul fronte occidentale (A. Marsigliante)
Peter B. Golden et al., The World of the Khazars (M. Schwarz)

venerdì 25 marzo 2011













Una risposta agile ma dettagliata agli interrogativi su origini e potenziale offensivo di un fenomeno in preoccupante crescita. Una minaccia che se da una parte vanifica le magre conquiste in termini di sicurezza per la popolazione civile, dall’altra compromette il lento e tormentato processo di ricostruzione del paese. Sulla scorta della sua esperienza diretta, in particolare quale analista Nato e responsabile della sezione di counter-intelligence della missione Isaf a Kabul, Claudio Bertolotti propone una panoramica a 360 gradi sugli attacchi suicidi, dopo aver raccolto testimonianze per quasi due anni (fra il 2005-2006 e nuovamente nel 2007-2008).



mercoledì 2 marzo 2011

Shahid: i bambini che non diventeranno mai uomini

di Claudio Bertolotti

Bambini e adolescenti che giocano simulando un attentato suicida o meglio un Istisshadi, il martirio autonomamente scelto. Si gioca a fare lo Shahid nella terra di nessuno tra Afghanistan e Pakistan; o sarebbe meglio dire nella terra dei taliban. È quanto si può vedere attraverso un video apparso recentemente su YouTube. Ma quei bambini stanno davvero giocando? Sono realmente consapevoli di ciò che stanno simulando? Oppure più semplicemente mettono in scena quanto l’addetto alla propaganda taliban dietro alla telecamera dice loro di fare? È evidente che si tratti di una messa in scena creata ad hoc, ma questo non significa che il problema non sussista.
Il settimo capitolo del mio libro sul terrorismo suicida in Afghanistan, Shahid (ed. Franco Angeli, 2010) affronta quella che da sempre è l’unica certezza di tutte le guerre: le vittime. Vittime civili, non al margine di un conflitto, ma al suo interno. E tra queste i bambini, vittime due volte, perché non solo colpiti dagli attentati suicidi, ma spesso anche attivamente coinvolti nella conduzione degli stessi.
Per quanto in Afghanistan il fenomeno degli attacchi suicidi sia relativamente recente, gli effetti sono dirompenti.
Gravissime le ripercussioni sulla vita quotidiana degli afghani. La strategia del terrorismo influenza soprattutto le fasce generazionali più deboli, quella dei bambini in primis, che sono coinvolti come vittime, sì, ma che trovano talvolta un ruolo anche tra i “carnefici”. Quindi vittime due volte. Il loro coinvolgimento, sia come componente sociale ferita dalla violenza degli attacchi sia, anche se solo in parte, come soggetti attivi nella condotta o nella partecipazione a operazioni suicide, è un problema molto grave che riversa sull’intera società le conseguenze di una politica spregiudicata.
I bambini sono le vittime dirette e indirette delle violenze e delle atrocità tipiche della guerra, sia essa civile, moderna, giusta o semplicemente “utile”. Sono obiettivi cosiddetti facili, curiosi e vivaci, hanno voglia di fare nuove esperienze e la loro percezione del pericolo è molto limitata. Le azioni violente hanno effetti devastanti sulla psicologia dei bambini, e tanto più gli attacchi suicidi. Molti hanno visto morire qualcuno, un amico o un parente, oppure hanno assistito a scene post-attentato caratterizzate dalla presenza di cadaveri smembrati e pezzi di corpi inanimati; molti di loro soffrono di incubi e angosce profonde. Studi condotti da enti di soccorso e umanitari, sia istituzionali che privati, hanno raccolto una sufficiente quantità di testimonianze e dati utili per concludere, per quanto in maniera incompleta ma non per questo meno realistica, che le violenze e la persistente percezione del rischio di attacchi suicidi, oltre che la loro effettiva attuazione, influiscono in maniera negativa sul “soggetto-bambino” al punto tale da allontanarlo dalla propria famiglia, per mancanza di senso di protezione, e in alcuni casi da persuaderlo a commettere egli stesso un attacco di tale tipologia. La ragione di questa condizione estrema sta nel fatto che molti di loro non si aspettano di sopravvivere.
Per quanto riguarda le ragioni per cui alcuni bambini si trovano coinvolti in questi meccanismi, non possiamo parlare di imposizione, se non in minima parte. Molto più significativi sono il coinvolgimento e il convincimento. L’età varia dagli undici ai quindici anni. Il peso che le scuole religiose hanno in quest’opera di reclutamento è notevole in particolar modo nel processo di indottrinamento che avviene fin dalla più giovane età. Il risultato, ovvio, è quello di una generazione ideologicamente influenzata e condizionata: scelta e desiderio vengono così indirizzati, viziati dalle aspettative e dalle delusioni. L’incidenza di questo indottrinamento, l’incapacità di prendere una decisione razionale, la facilità con cui cadono nelle maglie di organizzazioni terroristiche sono fattori che testimoniano come l’opera di convincimento condotta dai taliban negli istituti scolastici comprenda promesse di riconoscimento, sì di tipo celeste, ma anche terreno, come telefoni cellulari e motociclette: regali altrimenti irraggiungibili. E pure l’immaginario gioca un ruolo fondamentale: l’avventura, la possibilità di divenire “martire” e quindi di essere un esempio per tutti.
Casi di bambini impiegati in attacchi suicidi e reclutati nelle madrasa pakistane sono ben noti.
L’infanzia “sacrificata”, nella forma estrema dell’attacco suicida, è un fenomeno, per quanto limitato, ad ampia diffusione geografica e, proprio per questo, preoccupante.
Perché i bambini vengono indotti a commettere un atto tanto crudele? Cosa li spinge a morire, più o meno consapevolmente, in nome di un generico e distorto precetto religioso? Domande che richiedono una profonda riflessione sulla situazione sociale dell'Afghanistan contemporaneo.
Oggi i gruppi di opposizione possono attingere da un bacino di reclutamento molto ampio, quello degli emarginati o di coloro che sono al limite della disperazione. E così il numero di potenziali attentatori non fa che aumentare di giorno in giorno.
(Da Shahid. Analisi del terrorismo suicida in Afghanistan. ed. Franco Angeli 2010, leggi la recensione)

2 marzo 2011

venerdì 21 maggio 2010

Al-Faath: non solo parole

Kabul, 18 maggio 2010. Un attacco suicida rivendicato dai taliban ha provocato la morte di diciotto persone, dodici civili afghani e sei militari stranieri: il colonnello canadese Geoff Parker di 42anni, il colonnello statunitense John M. McHugh, di 46 anni, i due tenenti colonnelli Thomas Belkofer e Paul R. Bartz, di 44 e 43 anni, e due soldati americani Richard Tieman e Joshua Tomlinson, di 28 e 24 anni. Non meno di 47 sono stati i feriti civili, uomini, donne e bamini rimasti per noi senza nome. L’azione suicida ha visto l’attentatore - Mujahid Isamuddin, originario di Qara Bagh, distretto di Kabul – lanciarsi contro il convoglio della Nato che percorreva in quel momento la Dar-ul-Aman, via nel centro di Kabul, con un furgoncino Toyota imbottito di 750 chilogrammi di esplosivo.
È stato l’attentato più sanguinoso degli ultimo otto mesi.
La maggioranza delle vittime erano persone in attesa dell'autobus in una strada trafficata nei pressi di un palazzo governativo, del parlamento e di una base militare – l’accademia afghano-statunitense di Controinsurgency.
Bagram, 19 maggio 2010. L’attacco in grande stile condotto dai taliban all’alba contro la base aerea di Bagram, la più grande dell’Afghanistan, ha portato alla morte di un contractor americano e al ferimento di una dozzina di soldati statunitensi. Sul campo di battaglia sono rimasti dieci dei venti guerriglieri taliban che avrebbero preso parte all’azione, come riportato dal portavoce taliban Zabiullah Mujahid.
L’utilizzo simultaneo di armi leggere e lanciarazzi da parte dei mujaheddin ha provocato l’incendio di alcune cisterne di carburante in attesa di entrare all’interno favorendo le prime mosse degli attaccanti. Mentre alcuni mujaheddin si faceva esplodere – il primo nucleo di assalto armato di fucili ed equipaggiato con giubbetti esplosivi impegnato ad aprire un varco nel sistema difensivo –, il secondo gruppo di attentatori suicidi desisteva dall’intento e rinunciava alla successiva fase dell’operazione a causa dell’efficacia delle difese statunitensi.
Il portavoce dei taliban ha dichiarato che sette dei venti mujaheddin che avrebbero preso parte all’azione sono morti nell’attacco mentre gli altri tredici avrebbero fatto ritorno alla base pronti per essere impiegati in una successiva operazione.
È questa la più grande operazione offensiva condotta contro la base di Bagram, ha detto Zabiullah Mujahid.
Khost, 21 maggio 2010. Un attentatore suicida, Muhammad Naeem, alla guida di un camion carico di sette quintali di esplosivo, si e' fatto esplodere nei pressi di una caserma della polizia di frontiera (Sarhad-i-Lewa) nella provincia di Paktika provocando la morte di un agente. Le forze di sicurezza sono riuscite a eliminare altri tre attentatori, travestiti da militari dell’esercito afghano ed equipaggiati di giubbetti esplosivi e armi leggere costituenti il secondo gruppo operativo, che, approfittando della confusione conseguente all’attentato, cercavano di far irruzione nella stazione di polizia.

Come si può evincere dai fatti di questi ultimi quattro giorni, i taliban stanno intensificando le loro azioni offensive e lo stanno facendo in maniera assai efficace, certamente dal punto di vista mediatico.
I taliban possono colpire sempre, ovunque e chiunque come promesso nel messaggio che annunciava l’offensiva di primavera Al-Faath (la Vittoria). Non sempre però ottengono risultati sul campo di battaglia. Hanno colpito duramente a Kabul uccidendo cinque ufficiali superiori della Nato; sono stato fermati a Bagram; contro le forze di sicurezza afghane hanno dimostrato di essere in grado di poter uccidere. In ogni caso hanno fatto parlare di sé, hanno diffuso il loro messaggio sulla rete globale e lo hanno fatto dimostrando di avere le risorse umane per poter portare avanti la lotta in maniera assai efficace.
Gli attentatori suicidi, unica arma intelligente in grado di muoversi verso l’obiettivo, non mancano mai e non si tratta di sprovveduti individui al margine della società, bensì di combattenti addestrati e adeguatamente equipaggiati. Merce rara sino a pochi anni fa, ma che ora rappresenta una delle minacce più preoccupanti: seppur in tempo di crisi, la fabbrica degli Shahid (i martiri di Allah) sta lavorando a pieno ritmo.

mercoledì 28 aprile 2010

Attacco a Kandahar: la counterinsurgency dei taliban


Kandahar. Martedì 27 aprile un attacco coordinato condotto da più uomini colpisce un deposito logistico della Supreme, la compagnia di contractor che supporta gli Stati Uniti (e molti dei contingenti internazionali) nelle operazioni Isaf ed Enduring Freedom.
Sono morti almeno tre uomini (i taliban ne hanno rivendicati quindici attraverso il loro portavoce Ahmadi), altri trentacinque sarebbe rimasti feriti nell’attacco suicida multiplo avvenuto nella città di Kandahar, roccaforte dei taliban e punto di massimo sforzo dell’offensiva Nato (statunitense) ancora in corso.
Gli attentatori suicidi sono entrati all’interno della grande base logistica (la seconda per importanza in Afghanistan) e si sono fatti esplodere in prossimità dei depositi di carburanti ottenendo un risultato davvero notevole e confermando volontà e capacità: la loro offensiva, in risposta a quella Nato-Enduring Freedom, ha portato a un totale, purtroppo parziale, di venti vittime. E questo solo dal 12 aprile.
Si tratta di un cambio di strategia, in atto ormai da circa due anni, che ha portato i nuclei di combattenti taliban a muoversi sul campo di battaglia in maniera autonoma e flessibile; la politica del mujaheddin taliban della nuova generazione è “quando vedi una possibilità per colpire, fallo”. Questo ha consentito loro in breve volgere di tempo di ottenere risultati eccezionali: una vittoria sul campo difficile da contestare, almeno stando ai recenti rapporti dell’Icos che danno all’80% il territorio sotto controllo del movimento degli studenti coranici.
I risultati pratici? La situazione della sicurezza è visibilmente deteriorata, le nazioni Unite hanno temporaneamente chiuso i loro uffici di Kandahar, gli anziani rappresentanti delle comunità vengono minacciati di morte – e questo è un importante indizio di quanto la “resistenza” afghana stia mutando e muovendosi verso posizioni radicali e difficilmente concilianti con i codici comportamentali e le tradizioni locali: negli ultimi due mesi sono stati tredici i capi tribali uccisi dai taliban, l’ultimo proprio oggi.


Un’evoluzione della tecnica degli attentati suicidi che ha preso sempre più piede a partire dal 2008 con l’attentato al Serena hotel di Kabul, in cui persero la vita quattro civili. Non più, o non solo, attentatori singoli, bensì unità commando costituite da più “martiri” (Shahid) affiancati e supportati da elementi operativi da combattimento: vere e proprie operazioni militari, in cui agli equipaggiamenti esplosivi degli attentatori si aggiungono le armi leggere e di sostegno dei nuclei combattenti. Di norma accanto al primo gruppo di attaccanti armati di fucili, mitragliatrici e lanciarazzi ve n’è sempre un secondo, e magari anche un terzo, composto da attentatori suicidi.
I risultati ottenuti sul terreno da questi commando sono frutto della combinazione di un atto terroristico con un’operazione d’assalto vera e propria, che segna non solo un’importante successo militare, ma anche e soprattutto un notevole successo mediatico. La dimostrazione di forza e di sangue del 26 febbraio 2010 a Kabul, quella in cui ha perso la vita l’agente dell’Aise Antonio Colazzo, è solo un’ulteriore conferma delle capacità acquisite.
Soprattutto negli ultimi anni si sono moltiplicati gli attacchi nella capitale e adesso anche in Kandahar, in concomitanza con il prorompere della nuova politica adottata dalla seconda generazione di combattenti afghani, i “neo-taliban”. La strategia delle azioni spettacolari è prioritaria per i gruppi di opposizione.
Il 27 aprile è stata una giornata carica di violenza nella città di Kandahar. Non occorre avere la sfera di cristallo per prevederne di peggiori, e a breve termine.
ABC News