Afghanistan Sguardi e Analisi

Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

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martedì 11 ottobre 2016

Afghanistan: tranquilli, è sempre peggio

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1

 
Dai talebani all’Isis, aumenta la minaccia; con i mujaheddin che potrebbero ricompattarsi contro IS/Daesh
Kabul, 19 aprile. I talebani rivendicano l’attacco commando-suicida che ha provocato 28 morti e 341 feriti; un bilancio provvisorio destinato ad aumentare. Spiace doverlo ribadire, ma questo è solamente uno degli innumerevoli episodi quotidiani che colpiscono violentemente l’Afghanistan, e gli afghani. Un episodio analogo, nella tipologia forse non nell’intensità, a quelli di ogni giorno dell’anno. Sorprendono allora le parole del Ministro degli Affari Esteri italiano, Paolo Gentiloni che, da Herat dove era in visita ai  militari del contingente italiano, ha dichiarato che «dopo quasi 15 anni dal nostro impegno…i frutti si vedono in modo evidente… e si creano le condizioni migliori per la costruzione di pace». O Gentiloni non sa nulla di ciò che sta avvenendo in Afghanistan da quindici anni a questa parte, o è una deliberata scelta da parte del Governo guidato da Matteo Renzi di sposare l’approccio del ‘va tutto bene madama la marchesa’. Delle due l’una.
Manca forse il coraggio di dire che l’Afghanistan sta cadendo nel caos? La verità è che il 2016 – che già non prometteva nulla di buono – si sta rivelando un anno molto impegnativo, sia sul piano militare, sia su quello politico.  L’avevamo detto esattamente 1 anno fa che la missione era incompiuta. A causa del deterioramento della sicurezza e dell’incapacità delle forze afghane di garantire un minimo livello di protezione, colpite da grandi perdite, diserzioni e forte corruzione, gli Stati Uniti hanno avviato un’ulteriore revisione del piano di disimpegno dal Paese, il che ha comportato per noi italiani, da un lato, il congelamento del ritiro di truppe previsto per il 2016 e, dall’altro, l’aumento dello sforzo, in termini di mezzi, materiali e uomini (al momento circa 1.000 unità italiane contro le 750 dello scorso anno). Una decisione, tutta statunitense, finalizzata a evitare il ripetersi di un fallimento come quello avvenuto in Iraq, senza per altro definire quale sarà la strategia a lungo termine, né l’end state dell’attuale missione.
Nel complesso, ad oggi vi è un impegno ridotto della Nato che schiera circa 10.000 soldati, sotto la bandiera della missione ‘Resolute Support‘, mentre ulteriori 5.000 truppe (per lo più forze speciali) compongono la missione indipendente di contro-terrorismo ‘Enduring Sentinel‘ degli Stati Uniti. Dati che potrebbero rimanere tali sino a tutto il 2017, ma a deciderlo sarà il prossimo Presidente statunitense.
Sul terreno, prosegue incontrastata la violenta espansione dei talebani. È di pochi giorni fa l’annuncio della quindicesima offensiva di primavera – questa volta dedicata al defunto mullah Mohammad Omar – avviata dal fronte talebano che, dopo la conquista, di fatto, di circa il 20% del territorio (in particolare i distretti del sud e dell’est del Paese) e la capacità di operare efficacemente in un altro 30% (e anche di più, guardando alla mappa dei più recenti attacchi), è riuscito pochi giorni fa a conquistare importanti posizioni in grado di garantire il controllo delle vie di comunicazione tra Baghlan a Mazar-e-Sharif. Ciò avviene, dopo la conquista della città di Kunduz da parte dei talebani alla fine di settembre dello scorso anno, e la tenuta della stessa per alcuni giorni ci fa capire la gravità della situazione. Se di gravità vogliamo parlare, poiché è ormai un dato di fatto che i talebani sono oggi l’attore politico, prima ancora che militare, con cui abbiamo accettato di interfacciarci e con cui collaborare sull’altro fronte, quello politico-diplomatico, attraverso un processo da più parti auspicato che dovrebbe portare a una soluzione negoziale che apra alla condivisione del potere.
Oggi, tutte le parti convergono sulla necessità di un processo di pace che vede la partecipazione di importanti attori interessati alla stabilità dell’Afghanistan attraverso il Quadrilateral Coordination Group: Cina, Pakistan, Stati Uniti e Afghanistan. Ma, al momento, mancano ancora gli interlocutori fondamentali: i talebani, che, impegnati a risolvere le conflittualità interne, non sono seduti al tavolo del dialogo. E questo è il problema sostanziale che deriverebbe dalla presenza di forze straniere su suolo afghano, poichè, come sostengono i vertici del movimento talebano, un ipotetico dialogo negoziale seguirà il ritiro delle truppe straniere, non il contrario.

martedì 17 novembre 2015

Afghanistan: Obama ci ripensa. E anche Renzi (L'INDRO)

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1

 
Obama aumenta le truppe in Afghanistan. Perché aumentano anche i soldati italiani? Guardare verso la Libia

Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha annunciato la propria revisione del piano di disimpegno dall’Afghanistan. Non più un ritiro consistente come era stato annunciato, ma una presenza duratura sino a tutto il 2016. Il totale delle truppe Usa sarà di almeno 10.000 soldati, ai quali andranno ovviamente a sommarsi i circa 5.000 della Nato (e tra questi gli italiani). Il perché di questa scelta è evidente: il Paese non è stabilizzato, i gruppi di opposizione armata (talebani in primis) sono in grado di operare e colpire in buona parte del Paese -come la conquista della città settentrionale di Kunduz alla fine di settembre da parte dei talebani ha ampiamente dimostrato -, lo Stato afghano è inefficiente e corrotto e le sue forze di sicurezza mancano di capacità operativa, logistica e intelligence, nonostante i quattordici anni di sforzi della Comunità internazionale e gli oltre quattro miliardi di dollari spesi per addestrare le forze armate afgane. E come se non bastasse, il fenomeno del Nuovo Terrorismo Insurrezionale (NIT)... (vai all'articolo su L'INDRO)

martedì 18 agosto 2015

L'Afghanistan senza il mullah Omar (L'INDRO)

di Claudio Bertolotti 

L’Afghanistan senza il mullah Omar
A rischio il processo di pace? Analisi e possibili scenari futuri
Il mullah Mohammad Omar, leader dei taliban dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, sarebbe morto nell’aprile 2013, probabilmente in Pakistan. Il mullah Akhtar Mohammad Mansour lo ha formalmente sostituito, essendo stato designato quale suo successore; al suo fianco ci sarà Sirajuddin Haqqani, comandante della cosiddetta ‘Haqqani network’ vicina ad al-Qa’ida, e figlio del defunto Jalaluddin Haqqani, storico mujaheddin e figura di spicco della galassia taliban. Questi i fatti, ma alcune dinamiche rimangono indefinite, - See more at: http://www.lindro.it/lafghanistan-senza-il-mullah-omar/#sthash.HQUUu53u.dpuf



 Vai all'articolo completo su L'INDRO...
probabilmente in Pakistan. Il mullah Akhtar Mohammad Mansour lo ha formalmente sostituito, essendo stato designato quale suo successore; al suo fianco ci sarà Sirajuddin Haqqani, comandante della cosiddetta ‘Haqqani network’ vicina ad al-Qa’ida, e figlio del defunto Jalaluddin Haqqani, storico mujaheddin e figura di spicco della galassia taliban. Questi i fatti, ma alcune dinamiche rimangono indefinite, così come incerti sono i possibili scenari futuri; - See more at: http://www.lindro.it/lafghanistan-senza-il-mullah-omar/#sthash.HQUUu53u.dpuf
Il mullah Mohammad Omar, leader dei taliban dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, sarebbe morto nell’aprile 2013, probabilmente in Pakistan. Il mullah Akhtar Mohammad Mansour lo ha formalmente sostituito, essendo stato designato quale suo successore; al suo fianco ci sarà Sirajuddin Haqqani, comandante della cosiddetta ‘Haqqani network’ vicina ad al-Qa’ida, e figlio del defunto Jalaluddin Haqqani, storico mujaheddin e figura di spicco della galassia taliban. Questi i fatti, ma alcune dinamiche rimangono indefinite, - See more at: http://www.lindro.it/lafghanistan-senza-il-mullah-omar/#sthash.HQUUu53u.dpuf
Il mullah Mohammad Omar, leader dei taliban dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, sarebbe morto nell’aprile 2013, probabilmente in Pakistan. Il mullah Akhtar Mohammad Mansour lo ha formalmente sostituito, essendo stato designato quale suo successore; al suo fianco ci sarà Sirajuddin Haqqani, comandante della cosiddetta ‘Haqqani network’ vicina ad al-Qa’ida, e figlio del defunto Jalaluddin Haqqani, storico mujaheddin e figura di spicco della galassia taliban. Questi i fatti, ma alcune dinamiche rimangono indefinite, - See more at: http://www.lindro.it/lafghanistan-senza-il-mullah-omar/#sthash.HQUUu53u.dpuf
Il mullah Mohammad Omar, leader dei taliban dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, sarebbe morto nell’aprile 2013, probabilmente in Pakistan. Il mullah Akhtar Mohammad Mansour lo ha formalmente sostituito, essendo stato designato quale suo successore; al suo fianco ci sarà Sirajuddin Haqqani, comandante della cosiddetta ‘Haqqani network’ vicina ad al-Qa’ida, e figlio del defunto Jalaluddin Haqqani, storico mujaheddin e figura di spicco della galassia taliban. Questi i fatti, ma alcune dinamiche rimangono indefinite, - See more at: http://www.lindro.it/lafghanistan-senza-il-mullah-omar/#sthash.HQUUu53u.dpuf

martedì 2 giugno 2015

L'INDRO: Con Claudio Bertolotti, il punto sui conflitti a 14 anni dall’11 settembre


http://www.lindro.it/0-politica/2015-05-29/179083-guerre-lepoca-miope/

Intervista di Francesca LANCINI

Quattordici anni di guerre mosse dall’Occidente, instabilità, disintegrazione di intere Nazioni, richiedono un’ampia riflessione. Lo Stato Islamico ha alzato la sua bandiera, almeno formalmente, anche in India, Pakistan e Afghanistan. L’Iraq, la Siria e la Libia non esistono più come Stati. Le cosiddette ‘primavere arabe’ si sono presto rivelate degli inverni. Migranti disperati continuano a morire nel Mediterraneo o, nel migliore dei casi, ad approdare sulle nostre coste all’apice di una propaganda xenofoba e strumentale. Lo studioso Claudio Bertolotti spiega a ‘L’Indro’ in un’intervista, divisa in due parti (la prima su Afghanistan e Asia meridionale, la seconda sul MENA, Medio-Oriente e Mediterraneo – quella che state per leggere), perché siamo giunti a questo scenario e dove ci staremmo dirigendo.

Come analista strategico indipendente per il Centro militare di Studi Strategici (CeMISS), Bertolotti si occupa di conflittualità dell’area MENA allargata (Grande Medio Oriente). Ma è anche il ricercatore senior dell’Italia alla ‘5+5 Defense iniziative 2015′ dell’Euro-Maghreb Centre for Research and Strategic Studies (CEMRES) di Tunisi. E’ stato, inoltre, per circa due anni capo sezione contro-intelligence e sicurezza di ISAF in Afghanistan.

Di seguito la seconda parte sul MENA, Medio-Oriente e Mediterraneo.

Bertolotti parla di Siria come proxy-war, guerra per procura... (vai all'articolo completo su L'INDRO)

domenica 3 maggio 2015

Intervista a C. Bertolotti "Afghanistan, missione incompiuta" (L'Indro)


L'Indro 

di Francesca Lancini

Geopolitica 3.0 dall’India all'Africa/1

Con Claudio Bertolotti, il punto sui conflitti a 14 anni dall’11 settembre



Quattordici anni di guerre mosse dall’Occidente, instabilità, disintegrazione di intere Nazioni, richiedono un’ampia riflessione. Lo Stato Islamico ha alzato la sua bandiera, almeno formalmente, anche in India, Pakistan e Afghanistan. L’Iraq, la Siria e la Libia non esistono più come Stati. Le cosiddette ‘primavere arabe’ si sono presto rivelate degli inverni. Migranti disperati continuano a morire nel Mediterraneo o, nel migliore dei casi, ad approdare sulle nostre coste all’apice di una propaganda xenofoba e strumentale.
 
Lo studioso Claudio Bertolotti spiega a ‘L’Indro’ in un’intervista, divisa in due parti (la prima su Afghanistan e Asia meridionale, la seconda su Medio-Oriente e Mediterraneo), perché siamo giunti a questo scenario e dove ci staremmo dirigendo.
Come analista strategico indipendente e ricercatore senior presso il Centro militare di Studi Strategici (CeMISS), Bertolotti si occupa di conflittualità dell’area MENA allargata (Grande Medio Oriente). Ma è anche rappresentante nazionale per l’Italia alla ‘5+5 Defense iniziative 2015′ dell’Euro-Maghreb Centre for Research and Strategic Studies (CEMRES) di Tunisi.
 
Non da ultimo, Bertolotti è stato per circa due anni capo sezione contro-intelligence e sicurezza di ISAF in Afghanistan, il Paese asiatico ‘completamente fuori controllo‘ da cui parte la sua analisi. “Politicamente un fallimento, militarmente un mancato successo”. Vediamo perché. 
Perché di Afghanistan si parla sempre meno e male?
La guerra che dura da 14 anni è il secondo tempo di quarant’anni di conflittualità. L’opinione pubblica globale è stanca, distratta, anche da una crisi economica dalla quale si fatica a uscire, che coinvolge tutto l’Occidente e si estende oltre. I Governi delle principali potenze occidentali tendono a spostare l’attenzione altrove. L’esperienza afgana non è stata positiva né dal punto di vista politico né da quello militare. Il Governo afgano ha un controllo limitatissimo sulle aree urbane, mentre le aree periferiche sono in mano ai gruppi d’opposizione armata. Non è in grado di dare risposte alle esigenze sociali, economiche e finanziarie della popolazione. Non riesce, per esempio, a raccogliere le tasse. Le sue uniche entrate lecite vengono dai donatori internazionali, che dopo il summit di Tokyo del 2012 si sono presi per almeno quattro anni l’impegno di versare nelle casse dello Stato afgano 4 miliardi di eurodollari.
 
Si può definire una guerra persa?
Sì, dal punto di vista politico. Dal punto di vista militare non è stata vinta. C’è una differenza tra le due cose. Politicamente un fallimento, militarmente un mancato successo. L’averla persa è conseguenza del non essere riusciti a vincerla, ossia sconfiggere il nemico sul campo, ma neanche i Taliban hanno sconfitto le forze militari straniere. La guerra, così come impostata, non poteva essere vinta.
 
Che cosa avrebbe significato vincerla?
Il fine ultimo della missione non è mai stato ben chiaro o, meglio, è cambiato nel corso del tempo. Si è insistito sul processo di costruzione, stabilizzazione e ricostruzione dello Stato, ma non si sono raggiunti risultati soddisfacenti. Lo Stato afgano non esiste. C’è una diarchia al potere che non rispetta i principi costituzionali. Il Presidente Ashraf Ghani e Abdullah Abdullah (Capo Esecutivo del Governo: una nuova carica con poteri da Primo Ministro, ndr) agiscono secondo accordi di segreteria interna e occidentale. È l’Amministrazione statunitense ad aver messo d’accordo, almeno temporaneamente, i due soggetti, cui corrispondono due gruppi di potere.
 
Sul piano della sicurezza qual è la situazione?
I gruppi di opposizione armata non diminuiscono, ma aumentano i loro organici. Le sigle aumentano, evolvono. Si creano alleanze laddove prima c’era competizione e, viceversa, nascono conflittualità laddove prima esistevano realtà pseudo-monolitiche.
 
Lei utilizza l’espressione ‘gruppi di opposizione armata’, riferendosi a una realtà più variegata che non comprende solo i Taliban o Talebani.
Uso la sigla ‘gruppi di opposizione armata’ perché è la più neutra, mentre il termine ‘terroristi’ è ideologico e colloca gli altri dalla parte dei cattivi. I gruppi di opposizione armata sono coloro che combattono contro uno status quo. A fronte del luogo comune di un’opposizione armata monolitica, l’Afghanistan ha circa 60 gruppi d’opposizione armata differenti. I Taliban costituiscono il più importante, il più visibile, quello che riesce a vendere meglio la propria immagine sfruttando le tecnologie moderne. Hanno, infatti, un sito web ufficiale aggiornato quotidianamente: Al- Emarah (L’Emirato). Fra gli altri gruppi è molto importante Hezb-e-Islami di Gulbuddin Hekmatyar, movimento storico che a periodi alterni è in guerra sia contro il Governo afgano che contro i Taliban, o dialoga con il Governo. Il mujaheddin Hekmatyar è sempre stato un personaggio poco chiaro fin dai tempi della guerra contro i sovietici.
 
L’analista Olivier Roy ci ha detto in una precedente intervista: “L’Afghanistan non è una questione di creazione di uno Stato Islamico. È in corso una guerra civile fra le genti del Nord e quelle del Sud, che ha assunto una piega ideologica con i Talebani. Problematica è l’interferenza straniera”. Che cosa ne pensa?
Senza dubbio l’Occidente in Afghanistan rappresenta un ulteriore elemento di destabilizzazione. Tuttavia, sulla contrapposizione Nord-Sud non sono del tutto d’accordo. La conflittualità fra Nord e Sud c’è sempre stata. Non è una questione geografica o etnica. Innanzitutto, ci sono tanti Nord e tanti Sud. Gli stessi gruppi che combattono contro il Sud combattono anche tra loro. In Afghanistan ci sono una quarantina di gruppi etnici diversi, che corrispondono ad altrettanti gruppi linguistici. Si tratta di culture diverse legate diversamente a realtà extra-afgane: i Tajiki al Tajikistan e all’Iran; gli Uzbeki all’Uzbekistan; i Turkmeni al Turkmenistan; gli Hazara all’Iran. Tutti in contrapposizione per la spartizione della torta, che consiste in aiuti economici esteri, ma anche in ricavati di un narcotraffico incontrollato.
 
Il narcotraffico non doveva essere contrastato?
Escluse le donazioni straniere, è la prima fonte economico-finanziaria del Paese. Le coltivazioni d’oppio garantiscono la sopravvivenza della gente comune. L’ 80 per cento della popolazione vive di agricoltura, in maniera diretta o indiretta. A fronte di un investimento ingente per la coltivazione di qualcosa di diverso (grano e zafferano), l’oppio garantisce introiti decisamente superiori con pochi investimenti, con poco lavoro sul campo e con la certezza della vendita. Così sopravvivono intere comunità rurali e periferiche nel Sud, nel Sud-Est, ma anche a Nord. Un esempio a noi molto vicino è quello di Bala Murghab, di cui l’Italia fino a due anni fa era responsabile. Lì transitano, tuttora, traffici di oppiacei verso il Turkmenistan, la Russia e l’Europa.
 
Quindi, la Coalizione occidentale ha fallito in questo obiettivo?
Formalmente la NATO aveva affidato agli inglesi il compito di contrastare il narcotraffico. Ma, dopo vari tentativi, ci si è resi conto che non era possibile. Si sarebbe destabilizzato un sistema micro-economico, generando un ulteriore sostegno ai gruppi d’opposizione armata, i quali anch’essi sopravvivono grazie al narcotraffico. La produzione di oppio, la lavorazione dello stesso e l’esportazione di eroina sono causa e conseguenza dello stato di conflittualità persistente. Più oppio si produce, più fucili possono essere comprati per garantire la sicurezza dei campi. Quei pochi momenti in cui la produzione di oppio è diminuita non vanno attribuiti alla capacità di contrasto delle forze della Coalizione e delle Forze di Sicurezza locali, bensì alla scelta razionale dei gruppi d’opposizione armata e della criminalità legata al narcotraffico di ridurre la produzione per causare un innalzamento dei prezzi.
 
E lo zafferano, promosso dall’Italia, come eventuale sostituto dell’oppio?
Inadatto per almeno due ragioni. Costa di più perché richiede più risorse umane nella produzione, un costante controllo, l’uso di insetticidi anti-muffa e di manodopera specializzata in quanto molto delicato. Inoltre, seconda ragione, una volta saturato il mercato locale, non è stata garantita l’immissione nel mercato straniero; e anche se si fosse riusciti in questa impresa non sarebbe stato di qualità buona come quello iraniano o abruzzese.
 
Tornando ai gruppi di opposizione armata, che si finanziano attraverso il narcotraffico, lei ha evidenziato la loro natura extra-afgana.
I confini dell’Afghanistan sono estremamente porosi, inconsistenti. Se ci spostiamo a Sud-Est, verso il Pakistan, vediamo che i locali non si sentono né afgani né pachistani, ma appartenenti al gruppo etnico-linguistico principale dei pashtun, forse il 30 per cento della popolazione afgana. Ma non lo sappiamo con certezza, perché l’ultimo censimento risale agli anni Settanta. Intere famiglie pashtun (o paktun) vivono al di qua e al di là di quella linea teorica che dividerebbe Afghanistan e Pakistan. In queste aree si creano alleanze e si decide con chi andare in guerra o quale gruppo sostenere. Lungo la cosiddetta frontiera ci sono anche i campi profughi ereditati da 40 anni di guerra civile, che sono diventati ormai villaggi stabili. Soprattutto le Aree ad Amministrazione Tribale del Nord, laddove lo Stato pachistano è assente, costituiscono basi di reclutamento di combattenti che si muovono al di qua o al di là del confine.
 
Oggi la conflittualità si è allargata. Perché?
Elementi esterni hanno influito sulle dinamiche interne delle aree tribali. Il conflitto si è esteso al Pakistan, contro il Governo pachistano e rischia di trasformarsi presto in guerra civile. Fra questi elementi esterni ci sono quelli riconducibili ad Al Qaeda, che hanno spostato qui la loro base di sostegno o condotta per la jihad globale. Essi si sono sovrapposti a forme di conflittualità pre-esistenti creando una realtà nuova, tipicamente pachistana. In queste zone c’è anche l’IMU, Islamic Movement of Uzbekistan che, cacciato da Uzbekistan e Afghanistan, ha trovato rifugio sicuro in queste regioni fuori controllo. I gruppi di opposizione armata godono anche dell’appoggio della popolazione locale, della quale sono divenuti parte integrante, attraverso matrimoni, alleanze e collaborazione sul campo di battaglia. Al Qaeda e IMU hanno portato elementi innovatori: la prima nell’ideologia, il secondo nel campo tecnico-tattico, poiché i suoi elementi storici provengono dall’Armata Rossa.
 
E i Taliban?
Siamo abituati a pensarli che combattono in Afghanistan, ma in realtà si è sviluppato un loro ramo pachistano, il Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP). Esso da una parte sostiene logisticamente i Taliban afgani, dando loro delle basi in cui dormire, riposarsi e addestrarsi; dall’altra colpisce il Governo pachistano che ritiene corrotto, poco musulmano, aperto all’Occidente, tentando gradualmente di prendere il potere con attacchi così spettacolari da essere diffusi dai media locali e stranieri, al fine di mostrare quanto sia debole il suo obiettivo. Adesso, però, il TTP si è spaccato in due. Prima era alleato con Al Qaeda e con i Taliban pachistani, ma nell’autunno scorso il portavoce del TTP ha annunciato di essersi alleato con lo Stato Islamico o Islamic State (IS). Immediata è arrivata la smentita del capo del TTP, con esclusione del portavoce dal gruppo. In seguito, altri sei comandanti del TTP hanno confermato la loro alleanza con l’IS. Dunque, metà TTP è rimasto con Al Qaeda e i Taliban, e l’altra metà è passata – almeno formalmente – con l’IS.
 
Lo Stato Islamico, dunque, è arrivato in Afghanistan e Pakistan. Come?
L’IS ha sfruttato un vuoto lasciato da Al Qaeda nell’area del Subcontinente Indiano, avviando una propaganda tra le comunità musulmane dell’India, e in Pakistan. Si è mosso sul web, ma anche fra sostenitori locali che avevano avuto esperienza operativa in Syraq (Siria e Iraq, ndr.). Indiani e pachistani che avevano combattuto in Syraq sono stati rispediti nei loro Paesi per formare gruppi d’opposizione che si dichiarino fedeli all’ IS. Stessa cosa è accaduta in Libia e in Tunisia, ma in India e Pakistan sono anche comparsi i primi gadget, magliette, spille, adesivi, scritte, murales. Ciò ha fatto drizzare le antenne delle intelligence locali, ma ha anche spinto Al Qaeda, che è in competizione con l’IS, a fondare una nuova ala operativa specifica per il Subcontinente Indiano (AQIS). La annunciò Al Zawahiri lo scorso ottobre. Ora la competizione si è spostata sul campo di battaglia, attraverso un numero di attacchi spettacolari che ottengano l’attenzione mediatica per imporre il proprio ‘brand’. Se in India ci si è limitati per ora alla competizione mediatica, in Pakistan il TTP, che ha giurato fedeltà all’IS, ha condotto operazioni militari.
 
Successivamente lo Stato Islamico ha innalzato la sua bandiera nera in Afghanistan.
Sì. Alla fine del 2014 il mullah Rauf Khadim – mujaheddin di epoca sovietica e poi comandante dei Taliban – che era stato rilasciato da Guantanamo, ha creato un gruppo di una quarantina di uomini che da bianco è divenuto nero. Da fonti indirette pare, però, che i Taliban lo abbiano giustiziato. Intanto, il 18 aprile 2015, un commando-suicida, portabandiera dell’IS, ha ucciso 34 persone e ne ha ferite altre 125 a Jalalabad. Ma non possiamo dire che l’IS abbia delle truppe in Afghanistan, perché la guerra 3.0 si è spostata su un altro piano.
 
Quale?
Si fa condurre un’azione con pochi uomini, se ne assume la responsabilità ‘di successo’ e si innalza la bandiera nera come punto di riferimento per altri gruppi intenzionati a muoversi in quella direzione. I Taliban, per la prima volta in 15 anni, si trovano in difficoltà; non tanto per le Forze di Sicurezza afgane, ma perché molti dei più giovani e più radicali guardano al ‘new-comer’ come a un soggetto vincente: l’IS. Tutto ciò che è nuovo tende a piacere. Inoltre, a supporto di questa policy, è stata fatta circolare la voce che il Mullah Omar fosse morto: non avrebbe più senso combattere per chi non c’è più e per chi ormai opera lontano dall’Afghanistan, cioè dal Pakistan. È la guerra mediatica.
 
Khadim rilasciato dal carcere di Guantanamo, dove furono mandati i ‘terroristi’, crea un gruppo affiliato allo Stato Islamico. Paradossale?
La prigione di Guantanamo è una stranezza al di fuori del territorio statunitense e di qualsiasi giurisdizione internazionale. È un caso di a-legalità. Non è stata chiusa, ma si è cominciato a distribuire i detenuti in giro per il mondo o a rilasciarli, come è avvenuto per Khadim.
Finché il primo attacco suicida dello Stato Islamico ha riacceso i riflettori sull’Afghanistan.
Non a caso Renzi ha incontrato un Obama al tramonto, che gli avrebbe chiesto di prolungare l’impegno nel Paese asiatico dei militari italiani.
 
Ma l’impegno è cambiato. Quanti sono i militari italiani in Afghanistan e cosa stanno facendo?
I militari italiani arrivano fino a un massimo di 800, dei quali la maggior parte a Herat (almeno 700) e una cinquantina a Kabul. Tali resteranno per tutto il 2015. ISAF ed Enduring Freedom formalmente sono finite. In pratica, la missione NATO è diversa, ma continua. Se prima doveva stabilizzare il Paese, ora addestra, consiglia e assiste le Forze di Sicurezza afgane. I nostri militari, dunque, non operano al fianco dei soldati afgani, ma al livello superiore del corpo di armata. Questo consente di non avere morti, che in passato sono stati causati in parte da attacchi interni, compiuti da soldati afgani contro i loro istruttori (‘green on blue’, ‘insider attack’). E di non attirare l’attenzione mediatica, spingendo l’opinione pubblica verso il ritiro delle truppe.
 
Tutti gli attori in campo cercano di influenzare chirurgicamente i media per indirizzare l’opinione pubblica. E perché restare di più?
Lo Strategic Partnership Agreement, firmato da Stati Uniti, Afghanistan e SOFA (Status of Forces Agreement), stabilisce che fino al 2024 possiamo usare le basi in Afghanistan e altre nuove ed eventuali. Fino a poco tempo fa i media riportavano la notizia, disseminata ad arte da Pentagono e Casa Bianca, che le truppe sarebbero diminuite significativamente: non più di 10mila militari statunitensi e di 6mila NATO. E a questi andavano aggiunti i contractors. Ora, invece, Enduring Freedom è stata sostituita da Freedom Sentinel, che fa le stesse cose della prima ma con organici ridotti. Ovvero, azioni di anti-terrorismo contro Al Qaeda e i suoi ‘affiliati’, termine generico che può comprendere chiunque. Al momento, per esempio, non si riferisce ai Taliban, perché si sta cercando un accordo con loro (‘power sharing’). Tuttavia, l’Afghanistan è totalmente fuori controllo, come spiegavo all’inizio. E il Presidente Ghani ha chiesto di riconsiderare la tempistica del ritiro solamente perché indotto dall’Amministrazione statunitense. Lasciare l’Afghanistan significherebbe consegnarlo assieme al Pakistan a una guerra civile transnazionale e transfrontaliera, con elementi che andrebbero a colpire entrambi i Governi. In aggiunta, il quadro si farebbe più temibile, dal momento che il Pakistan detiene armi nucleari.
 
Soluzioni possibili a questo eventuale scenario apocalittico?
La NATO, gradualmente, si deve disimpegnare ma, se la situazione sul terreno non è gestibile dalle Forze di Sicurezza afgane, bisogna trovare una soluzione di compromesso. Gli attori che potrebbero sostituire la NATO e che si sono dati disponibili sono molti. Un attore estremamente importante, anche se confina con l’Afghanistan solamente per 66 chilometri, è la Cina. Essa ha acquisito i diritti di estrazione per l’80/90 percento del sottosuolo afgano (pozzi petroliferi, miniere di rame, miniere di minerali rari) e ha quindi l’interesse maggiore a garantire la stabilità del Paese. Personalmente, non escluderei una presenza militare cinese in Afghanistan, che finora non c’è mai stata. Di fatto, Pechino sta spingendo per inviare delle unità di sicurezza, nonostante non si sappia se militari o contractors, e ha avviato colloqui informali con i Taliban. L’idea è la stessa che ebbero gli USA per il gasdotto Tapi, che non si poteva realizzare senza il consenso di chi detiene il potere nei territori attraversati (Afghanistan, Turkmenistan, Pakistan e India). Si pagano royalties ai Governi, ai signori della guerra, ai gruppi di opposizione armata, in cambio della sicurezza nelle attività di estrazione.
 
La Cina ha ottenuto il controllo di quasi tutto il sottosuolo afgano, mentre i soldati della Coalizione morivano sul campo di battaglia. Per quali ragioni, dunque, l’Amministrazione USA ha intrapreso questa guerra?
Le risorse non sono la ragione primaria. Gli Stati Uniti volevano controllare un’ampia zona dell’Asia centrale e meridionale, a partire dalle basi afgane, e attuare una politica di contenimento anti-cinese.
 
E la reazione agli attentati dell’11 settembre 2001?
C’era una minaccia e fu fatta una scelta legittima. Si richiese formalmente al Governo Taliban, non riconosciuto, di consegnare Osama Bin Laden (designato responsabile degli attentati), ma quest’ultimo fu invece incaricato dal Mullah Omar (politico afghano, guida spirituale dei Taliban afgani, ndr.) di riorganizzare le Forze di Sicurezza afgane talebane. Si poteva considerare Bin Laden un Ministro di Difesa dell’Afghanistan. Il diritto internazionale dice che se un membro di un Governo si rende responsabile di un attacco contro un altro Stato, quest’ultimo può reagire.
 
Quindi, non si potevano prendere altre strade?
L’opinione pubblica globale spingeva per un intervento. Una risposta andava data. Fu una scelta politica razionale e passionale al tempo stesso. E’ stato unito l’utile all’opportuno.
 
Ovvero, l’11 settembre 2001 è stata un’occasione?
O meglio, E’ stata anche un’occasione. Ma gli statunitensi non potevano fare nulla di diverso, come per Pearl Harbour. Serviva un ‘casus belli’ ed è arrivato. Tuttavia, escludo le teorie complottiste. All’ultimo posto delle ragioni di guerra, c’era la possibilità di sfruttare il territorio afgano per il transito delle risorse energetiche. L’interesse maggiore – ripeto – era quello geo-strategico di mettere un piede in Asia Meridionale, in funzione di contenimento anti-cinese e in un momento in cui l’Iran faceva ancora parte dell’ ‘Asse del Male’. Da lì la scelta di allestire basi permanenti e semi-permanenti che rimarranno in parte in Afghanistan. La lotta al terrorismo fu più un modo per rispondere all’opinione pubblica, la quale ha sempre bisogno di spiegazioni semplici.
 
Ricorda la campagna statunitense per liberare le donne dal burqa? Nel quadro geopolitico e militare, i diritti umani quale collocazione hanno?
Ininfluente. Triste dirlo, ma la contropartita per un accordo con i Taliban potrebbe essere una rinuncia parziale ai diritti formalmente acquisiti – sebbene nella sostanza spesso disattesi – in particolare quelli delle donne.
 
Esistono delle stime attendibili sulle vittime?
Sì, un recente report ONU conferma l’aumento del 24% di morti civili nei primi sei mesi del 2014 rispetto al 2013.
 
E poi, oltre alla Cina, ci sono altri attori in gioco, come l’Iran.
L’Iran, dopo l’apertura USA sul nucleare, ha garantito un supporto alle attività di contro-terrorismo in Afghanistan. L’Iran è sempre stato interessato a questo Paese confinante per motivi culturali e per un’ambizione egemonica regionale. Ha sempre finanziato il Governo di Karzai e i governatori delle province confinanti. Vuole contrastare il narcotraffico che si muove verso il suo territorio e collabora con l’India per le questioni afgane.
 
Il Pakistan, invece, ha ottime relazioni con la Cina.
Assomiglia a una provincia cinese. Fondi e tecnologie cinesi hanno consentito la ricostruzione del suo impianto industriale, dei porti, la ristrutturazione delle sue centrali nucleari, l’agevolazione degli impianti che portano energia in Pakistan, come il Tapi stesso o l’Ipi.
 
Gli USA, dunque, dovrebbero fare un passo indietro, permettendo agli attori regionali di contrastare il terrorismo?
Sì. Prevedo che ci sarà un progressivo disimpegno NATO da qui al 2024, mentre gli USA rimarranno con qualche base strategica in funzione di contenimento soprattutto anti-cinese. I gruppi di opposizione armata, Taliban in testa ai quali gli USA già si stanno aprendo, e altri gruppi di potere si spartiranno il controllo del Paese. E un ruolo d’influenza primaria avranno gli attori regionali: Cina, Iran, Repubbliche Centroasiatiche, India, Pakistan. Vedremo un Afghanistan diviso in due: la parte Sud sotto influenza pachistana e il Nord sotto tutti gli altri.
Intanto, in Pakistan continua la guerra dei droni, con cui si bombardano le zone dei gruppi di opposizione armata. Un’inchiesta di ‘Foreign Affairs’ del 2013 diceva che a breve termine i droni sono efficaci nell’eliminare gli insorti, mentre a lungo termine ne producono molti di più.
È vero. Nel 2010 feci una ricerca sugli attentatori suicidi che avevano fallito l’attacco. Risultò che una gran parte avevano scelto di diventare martiri perché avevano perso i famigliari a seguito di un bombardamento aereo o con drone. Eppure i droni, d’ora in poi, con meno truppe sul terreno, saranno sempre più utilizzati.
 
Giovanni Lo Porto è stato ucciso a gennaio in Pakistan in un attacco con un drone. Perché si è saputo solo ora?
L’opportunità detta le priorità. Mi sento di condividere il pensiero di V. E. Parsi pubblicato su ‘Il Sole 24 Ore’: «Obama (e la sua Amministrazione) potrebbe aver deciso di posticipare l’annuncio al Primo Ministro Renzi così da ‘agevolare’ il prolungamento dell’impegno italiano in Afghanistan (6 mesi? O qualcosa di più…). Il cinismo condisce tutto il piatto servito dagli Usa all’Italia, che – non stupisce – ne ha aggiunto di suo (di cinismo). […] Il perché ci sia stato questo ritardo nella comunicazione direi che centra poco con le ‘indagini necessarie’ a verificare l’identità dei cadaveri, ma più con l’opportunità e le priorità della Casa Bianca».

Nella seconda parte di questa intervista Claudio Bertolotti analizzerà la situazione mediorientale e nordafricana, dall’Iraq alla Libia.

venerdì 10 maggio 2013

Sta nascendo una nuova forma di nazionalismo anti-pakistano? - "L'Indro": Intervista a Claudio Bertolottti

Sta nascendo una nuova forma di nazionalismo anti-pakistano?
Scontri tra Afghanistan e Pakistan al confine
Intervista a Claudio Bertolotti esperto di questioni politiche e militari dell’Afghanistan
 
di Emma Ferrero

Cresce la tensione fra Afghanistan e Pakistan lungo la Linea Durand, contestato confine di 2640 kilometri che segna la divisione politica fra i due paesi dal lontano 1893, quando l’Impero Anglo-Indiano negoziò un accordo arbitrario per definirne la linea di demarcazione, linea che ormai da più di un secolo ha ‘spezzato’ la comunità pashtun che vive nell’area sotto due differenti nazionalità (...)
Per capire meglio la portata del clima di tensione derivato da questi scontri, oltre che la loro effettiva natura, abbiamo chiesto l’opinione del Dottor Claudio Bertolotti, analista strategico, ricercatore e docente, che si occupa di questioni politiche, militari e religiose dell’Afghanistan contemporaneo (...) Vai all'articolo completo su L'Indro.

Sta nascendo una nuova forma di nazionalismo anti-pakistano?
Scontri tra Afghanistan e Pakistan al confine
Intervista a Claudio Bertolotti esperto di questioni politiche e militari dell’Afghanistan
Cresce la tensione fra Afghanistan e Pakistan lungo la Linea Durand, contestato confine di 2640 kilometri che segna la divisione politica fra i due paesi dal lontano 1893, quando l’Impero Anglo-Indiano negoziò un accordo arbitrario per definirne la linea di demarcazione, linea che ormai da più di un secolo ha ‘spezzato’ la comunità pashtun che vive nell’area sotto due differenti nazionalità.
Sebbene nel 1949, a seguito dell’indipendenza del Pakistan e del crollo dell’Impero Anglo-Indiano, il Gran Consiglio (Loya Jirga) afghano proclamò l’invalidità di detto confine, la Linea Durand è ufficialmente riconosciuta a livello internazionale.
La dinamica degli attacchi dei giorni scorsi non è ancora chiara. Gli scontri a fuoco sarebbero avvenuti nei pressi di installazioni militari pakistane, erette in violazione di accordi internazionali e bilaterali nell’area ‘contesa’, appunto considerata da Kabul come parte del proprio territorio.
Mentre fonti di stampa pakistane lasciano trapelare che lo scontro di mercoledì notte è avvenuto a seguito di un’offensiva afghana contro uno degli avamposti militari pakistani nei pressi di Gursal,  Kabul ribatte che la presenza di detti avamposti rappresenta un futile tentativo di Islamabad per spingere le autorità afghane a ridiscutere la questione del confine.
Quello che appare certo però, è che gli attacchi, nel corso dei quali ha perso la vita una guardia di confine afghana, e in cui si contano alcuni feriti da entrambe le parti, hanno risvegliato una forte ondata nazionalista in tutto l’Afghanistan. In queste ore, nelle piazze come sul web, i giovani afghani si stanno mobilitando in manifestazioni anti-pakistane che inneggiano a Quasim Khan, la guardia di confine rimasta uccisa, come eroe nazionale.
Per capire meglio la portata del clima di tensione derivato da questi scontri, oltre che la loro effettiva natura, abbiamo chiesto l’opinione del Dottor Claudio Bertolotti, analista strategico, ricercatore e docente, che si occupa di questioni politiche, militari e religiose dell’Afghanistan contemporaneo.
Partiamo dal principio: che cosa rappresenta per il popolo afghano la Linea Durand?
Chiedersi cosa rappresenti per il popolo afghano la Linea Durand porta a chiedersi in primo luogo che cos’è il popolo afghano. La popolazione dell’Afghanistan è composta da decine di etnie e di gruppi socioculturali e ceppi linguistici differenti, che vivono una situazione di conflittualità tra latente e manifesta, e che tendono ad unirsi fra di loro solamente in presenza di una minaccia esterna.  Per il popolo afghano, la linea Durand non rappresenta moltissimo, nel senso che non ci si pone il problema, per le popolazioni che vi abitano è nella migliore delle ipotesi una linea di confine estremamente porosa che nella sostanza non vale assolutamente nulla. Le famiglie che vivono da una parte e dall’altra possono attraversare la linea liberamente, e lo stesso avviene in termini di commercio, poiché non c’è alcuna forma di controllo doganale. Si tratta dunque di una demarcazione di diritto, per altro formalmente riconosciuta solo da Islamabad, e non di fatto. Sul piano strategico, invece, quella linea è fondamentale. In un’ottica strategica di conflittualità aperta, potenziale o reale fra Pakistan e India, la possibilità di avere un retroterra strategico in Afghanistan è fondamentale per la sopravvivenza dello stesso Pakistan. Questo è il motivo per cui Islamabad ha la necessità di mantenere un accesso privilegiato su Kabul, che rappresenta un punto di snodo viario strategicamente importante, utile per contrastare una eventuale avanzata indiana. Ad oggi, comunque, una guerra sul breve-medio termine tra Pakistan e India appare improbabile, soprattutto per i problemi interni che ci sono in Pakistan in questo momento. Ritornando al punto, le manifestazioni di questi giorni, sono un’esaltazione di un generale malcontento, e quando non si riesce a risolvere un malcontento dal punto di vista interno, si sposta il problema verso l’esterno.
Il fattore scatenante degli scontri di frontiera degli ultimi giorni, dunque, può essere imputato solamente al mai sopito retaggio ideologico che contrappone afghani e pakistani sulla questione? La presenza di roccaforti talebane nella regione fa pensare che gli scontri siano parte di un’operazione più ampia e di diversa natura.
Innanzi tutto c’è da chiedersi perché questo sia avvenuto in questo momento, e poi come mai in tutta questa storia ci sia un’assordante silenzio da parte degli Stati Uniti. Dobbiamo prendere il considerazione tre fattori. Il primo è che l’Afghanistan, come territorio, ospita unità militari statunitensi e internazionali, e tra queste ci sono quelle unità deputate alla condotta di operazioni con i droni nel territorio pakistano. Pakistan che a sua volta, ospiterebbe i gruppi di opposizione armata, tra questi certamente i taliban. Il Pakistan, che non riesce a contrastare questi gruppi di opposizione armata che combattono sul territorio afghano, è però anche coinvolto nel dialogo con l’Afghanistan, fortemente voluto e sostenuto dagli Stati Uniti. Tenendo fermi questi due punti, c’è ancora il fatto che il Pakistan ha un’esigenza di politica interna nello spostare l’attenzione su quelli che sono i problemi politici che più andrebbero a toccare i candidati alle prossime elezioni. Così come all’Afghanistan, anche al Pakistan, conviene spostare all’esterno l’attenzione del proprio elettorato.
Entrambi i Paesi, dunque,  avrebbero tutto l’interesse, sul brevissimo termine, ad essere un po’ miopi nei confronti di gruppi violenti di opposizione armata, che si trovano all’interno del proprio paese ma che non vanno a colpire obiettivi interni, bensì oltreconfine. In questo contesto disastroso, spostandosi da un livello politico intero ad un livello di geopolitica e di stabilità regionale, ci troviamo di fronte ad un precario equilibrio delle due realtà politiche, che sono sì attori primari, ma che vivono di luce riflessa di quelle che sono le esigenze strategiche esterne, in primis degli Stati Uniti. Stati Uniti che non stanno dicendo nulla, apparentemente per non subentrare in decisioni che appartengono a due stati sovrani. Questo consente a tutti e tre gli attori di presentarsi bene di fronte alle rispettive opinioni pubbliche, Stati Uniti compresi, sempre propensi a trovare una soluzione con i taliban, che guarda caso si trovano in questo momento a doversi interfacciare sia col governo afghano che con quello pakistano.
Recentemente, il Presidente Amid Karzai si è addirittura rivolto ai talebani, invitandoli a muovere le armi contro i veri nemici del territorio afghano. Sta davvero nascendo una forma di nazionalismo anti-pakistano?
Questo, sembra più un appello all’opinione pubblica che ai talebani, che considerano Karzai quasi un fantoccio. Karzai si propone così ad un’opinione pubblica, che è sempre più scettica nei suoi confronti, in una veste di soggetto che tende ad unire tutti gli afghani. Più e più volte ha definito i taliban veri afghani a tutti gli effetti, sostenendo l’inutilità di continuare a combattersi e promuovendone l’inserimento all’interno delle istituzioni. Per sostenere questo messaggio, Karzai ha dovuto identificare un altro obiettivo per i taliban su cui rivolgere le attenzioni violente, lottando per un Afghanistan unito, libero e indipendente. Qualche giorno fa il governo afghano ha aperto la competizione elettorale del 2014, al mullah Muhammad Omar e al partito islamico Hezb-e-Islami di Gulbuddin Hekmatyar. Questo è un passo importante, quindi grosse prese di posizione nei confronti dei talebani non si possono fare, grosse operazioni militari in questo momento non è opportuno farle, non c’è la capacità, ma soprattutto la volontà. Karzai, insomma, agendo da Presidente di uno stato, sta cercando a suo modo di arginarne le conflittualità interne.
Washington individua nel Pakistan un importante attore della stabilizzazione post-2014. Quali potrebbero essere le conseguenze, alla luce di quanto sta accadendo, sul futuro dei rapporti tra i due Paesi in un ottica geo-strategica globale?
Intanto, nell’ottica della transizione post-2014, gli Stati Uniti si sono garantiti il controllo di diverse basi strategiche, che rientrano nello Strategic Partnership Agreement siglato tra Kabul e Washington e ratificato recentemente, che dovrebbero essere Kandahar ed Herat. Quelle basi garantirebbero il controllo regionale da parte di Washington: ipotizzando di tracciare un raggio d’azione di  circa 1300 kilometri (quello di un bombardiere a breve raggio, per intenderci), da Kandahar o Herat, andiamo a toccare le repubbliche centroasiatiche, la Russia, parte della Cina, tutto il Pakistan e tre quarti dell’India. Considerato che gli Stati Uniti hanno ridefinito la loro ottica strategica orientata al Pacifico, questo fa capire come siano riusciti a mantenere un perno di controllo sull’area. Guardando in prospettiva al futuro dell’Afghanistan, sono due gli scenari prospettabili, uno ‘più pericoloso’ e uno ‘più probabile’. Il primo, che prevede l’ipotesi dello sfaldamento dello stato afghano e delle ANSF (Afghan National Security Forces), porterebbe i gruppi di potere e i gruppi di opposizione armata ad avviare una nuova fase di guerra civile, mettendo la Nato di fronte alla delicata decisione di dover intervenire o lasciare definitivamente l’Afghanistan.
Il secondo scenario, più probabile, vede un aumento del coinvolgimento politico degli attori regionali, in particolare Cina, Pakistan, India e Russia. L’instabilità politico-sociale e l’impreparazione delle ANSF (parzialmente compensata dal sostegno della NATO) manterranno l’Afghanistan in una condizione di precario ‘stallo dinamico’ nel breve periodo. L’aumento della pressione militare dei gruppi di opposizione armata, soprattutto nelle province rurali, agevolerebbe l’insorgere di ‘conflitti di faglia’, per via dell’aumento della conflittualità a livello locale.