Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

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martedì 11 ottobre 2016

Obama e l'Afghanistan (TRECCANI)

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1

in Atlante Geopolitico 2016 TRECCANI -  "Gli USA verso le presidenziali del 2016. Le eredità di Obama"

http://www.treccani.it/enciclopedia/gli-usa-verso-le-presidenziali-del-2016-le-eredita-di-obama_(altro)/
La guerra in Afghanistan, ricevuta in eredità nel 2008 dall’amministrazione di George W. Bush, è da subito definita dal neo-eletto presidente degli Stati Uniti Barack Obama «guerra giusta e cruciale».
E già nel gennaio del 2009, Obama aumenta di oltre il 50% le unità pianificate dalla precedente amministrazione; ma è con il discorso all’accademia di West Point, il 1° dicembre 2009, che la strategia per l’Afghanistan viene ridefinita in termini di impegno e obiettivi: non solo l’eliminazione del terrorismo (di cui al-Qaida è simbolo nella narrativa ufficiale) ma anche il contenimento di un fenomeno insurrezionale che mette in pericolo l’esistenza dello stesso stato afghano. La strategia per l’Afghanistan viene così indirizzata al raggiungimento dichiarato di tre obiettivi: 1) negare ad al-Qaida un rifugio sicuro; 2) contrastare l’espansione dei talebani; 3) rafforzare la capacità del governo e delle forze di sicurezza afghane.
A fronte di un approccio dimostratosi inadeguato, Obama approva l’adozione della strategia contro-insurrezionale (Coin - counterinsurgency) sostenuta da un surge militare di 33.000 unità, ma limitato a 18 mesi; al contempo si apre all’ipotesi di compromesso con i talebani. Il fine strategico è duplice: ottenere significativi risultati operativi, così da indebolire l’insurrezione e indurla ad accettare un negoziato favorevole. L’applicazione della nuova strategia è affidata al generale Stanley McChrystal il quale, dal 2010, concentra gli sforzi della coalizione sulla protezione della popolazione civile e l’aiuto alle istituzioni afghane. Una strategia, proseguita dal generale David Petraeus, che non raccoglie i risultati sperati nonostante uno sforzo militare di 140.000 unità.
Alla fine del 2011, nonostante la mancata stabilizzazione del paese, Obama ordina il ritiro delle truppe del surge entro l’estate del 2012, l’avvio della «transizione irreversibile» e il passaggio di responsabilità agli afghani. Un grave errore di comunicazione strategica poiché l’annuncio del disimpegno, e l’imposizione di una data per il ritiro indipendentemente dai risultati, consente all’insurrezione di riorganizzarsi.
Nel 2012 viene sancita l’uscita formale dal conflitto entro il 2014 archiviando, di fatto, il fallimento della strategia contro-insurrezionale. Una decisione che, sul piano comunicativo, trasmette all’opinione pubblica l’idea di una ‘percepita conclusione’ dell’impegno in Afghanistan, ma è ormai chiaro che l’unica via di uscita è una soluzione negoziale che apra al power-sharing con i talebani.
Nel 2014 hanno luogo le contestate elezioni presidenziali, viziate da brogli e irregolarità, che, a fronte di uno stallo istituzionale, trovano un temporanea soluzione sostenuta dagli Stati Uniti e basata sulla condivisione del potere tra i due candidati: Mohammad Ashraf Ghani, presidente, e Abdullah Abdullah, primo ministro esecutivo (carica non prevista dalla Costituzione). Un processo di spartizione del potere che, pur scongiurando una nuova guerra civile, limita l’azione di governo.
Nello stesso anno inizia la penetrazione in Afghanistan dello Stato Islamico (Is/Daesh), il passaggio nelle sue fila di alcuni ex talebani e l’intensificazione della violenza.
La fine della missione Isaf (dicembre 2014) conclude la più duratura operazione di combattimento condotta dagli Stati Uniti, sebbene l’impegno continui in altre forme: la missione Resolute Support della Nato, a sostegno delle forze di sicurezza afghane, e l’operazione statunitense di contro-terrorismo Freedom’s Sentinel. E la firma del Security and Defense Cooperation Agreement e dello Status of Forces Agreement è l’atto formale che legittima la presenza militare straniera dal 2015 (e fino a tutto il 2024), oltre al controllo statunitense di alcune basi militari strategiche (Kabul, Bagram, Jalalabad e Kandahar) che garantiscono una capacità di intervento regionale.
L’Afghanistan è parte dell’ampio contesto della geopolitica e della realpolitik: a fronte del processo di frantumazione del movimento talebano in seguito alla morte dello storico leader (mullah Omar) e delle difficoltà del suo successore (mullah Mansour), del rallentamento del processo di pace, della minaccia Is/Daesh, del crescente protagonismo della Russia e del ruolo sempre più attivo della Cina, nel 2015 gli Stati Uniti procedono all’ulteriore revisione della strategia.
Anticipata nel mese di marzo, il presidente Obama annuncia la modifica del piano di disimpegno a novembre, confermando sino a tutto il 2017 una presenza di 10.000 soldati statunitensi, 50.000 militari della Nato e un numero stimato di 15.000 contractor. Una scelta che, da una parte, risponde alla richiesta formale del presidente Ghani e, dall’altra, è finalizzata a evitare il ripetersi di un fallimento come quello iracheno – con il ritiro accelerato delle truppe e il caos conseguente all’emergere di Is/Daesh.
Sotto questa prospettiva va letta la decisione di mantenere una residua presenza su suolo afghano, nonostante la guerra sia nella sostanza persa. Una delle ragioni per le quali l’impegno statunitense non è riuscito a tradurre gli sforzi militari in risultati concreti è stata l’assenza di collegamento tra investimenti fatti e un end-state strategico chiaro e definito. Un mancato successo, accelerato dalla scelta di Obama di definire le strategie sulla base delle priorità della propria agenda politica, ma non tenendo conto dei tempi e degli sviluppi afghani.
vai all'Atlante Geopolitico 2016 TRECCANI

UE: confermato il supporto internazionale all’Afghanistan

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1

Kunduz assediata dalle forze islamiche mentre il Governo è impegnato in Europa

Oggi 4 e domani 5 ottobre l’Unione Europea e il Governo Afghano si riuniscono a Bruxelles per la ‘Conferenza sull’Afghanistan’. Ma, anticipando di un giorno l’appuntamento europeo, i talebani ripropongono un copione di successo puntando alla conquista di Kunduz – capitale provinciale e quinta città dell’Afghanistan. Era il 28 settembre 2015 quando i talebani la conquistarono, occupandola per tre giorni e impegnando le forze di sicurezza afghane e statunitensi, per le tre settimane successive, nell’opera di bonifica totale dalle sacche di resistenza. Una prova di forza, confermata dalle successive offensive nell’Helmand e in tutto il sud-est del Paese, nell’assedio di Tirin-Khot e nelle innumerevoli e spettacolari azioni violente nella capitale Kabul. Una spinta espansiva che, in competizione con lo Stato islamico-Khorasan (la succursale in franchise dell’originale ISIS in Siria e Iraq), ha portato l’insurrezione afghana a detenere il sostanziale monopolio della violenza nel 40 percento del Paese.
Oggi i talebani, comandati dal loro nuovo leader Mawlawi Haibatullah Akhundzada, succeduto al discusso mullah Mohammad Mansour (inviso a molti capi talebani) dopo la morte dello storico e carismatico mullah Mohammad Omar, ribadiscono attraverso un’importante azione militare le loro intenzioni e confermano di possedere crescenti capacità operativeL’Afghanistan è, dunque, sempre più sotto assedioE in quest’atmosfera in cui assediati e assedianti si confrontano, sì sul campo di battaglia, ma anche e ancor più sul piano comunicativo e politico, la Comunità internazionale si riunisce a Bruxelles per formalizzare entità e durata del sostegno all’Afghanistan.
Unione Europea e Governo afghano co-dirigono i lavori della ‘Conferenza per l’Afghanistan’ a cui partecipano 70 Paesi donatori e 30 organizzazioni e agenzie internazionali con l’obiettivo di creare una base su cui Kabul dovrà sostenere le proprie strategie di riforma e stabilizzazione. Per la Comunità internazionale è l’occasione per ribadire il proprio impegno nel sostegno politico e finanziario al processo di pace, alla costruzione e allo sviluppo dello Stato afghano. Un processo di pace che è, però, ben lontano dal potersi dire avviato, poiché l’interlocutore principale, il movimento talebano, è assente dall’ultimo – in termini temporali – tavolo negoziale aperto due anni fa e comprendente Afghanistan, Cina, Stati Uniti e Pakistan, meglio noto come Quadrilateral Coordination Group.
Donald Tusk, Presidente del Consiglio europeo, Federica Mogherini, Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza e Neven Mimica, Commissario europeo per lo Sviluppo e la Cooperazione, rappresentano l’Europa di fronte al Presidente dell’Afghanistan Ashraf Ghani e il suo Chief Executive Officer, o Primo Ministro esecutivo, Abdullah Abdullah nell’incontro che, seguendo il programma in agenda, si focalizzerà su due aspetti principali.
Il primo è lo sforzo congiunto per un efficace supporto internazionale e il necessario sostegno economico, sulla base di un nuovo piano strategico nazionale. Il secondo aspetto, il più problematico, è relativo agli sforzi fatti e da fare per una riforma strutturale, a partire da quella economica e comprendente la rule of law, la gestione trasparente degli stanziamenti e delle finanze, la lotta alla corruzione, i servizi essenziali, il processo di pace e la cooperazione trans-frontaliera a livello regionale. Aspetti interessanti, ma che non sono una novità avendo caratterizzato tutti gli undici incontri ufficiali, le conferenze e i summit internazionali che si sono succeduti dal 2001 in avanti.

Afghanistan: tranquilli, è sempre peggio

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1

 
Dai talebani all’Isis, aumenta la minaccia; con i mujaheddin che potrebbero ricompattarsi contro IS/Daesh
Kabul, 19 aprile. I talebani rivendicano l’attacco commando-suicida che ha provocato 28 morti e 341 feriti; un bilancio provvisorio destinato ad aumentare. Spiace doverlo ribadire, ma questo è solamente uno degli innumerevoli episodi quotidiani che colpiscono violentemente l’Afghanistan, e gli afghani. Un episodio analogo, nella tipologia forse non nell’intensità, a quelli di ogni giorno dell’anno. Sorprendono allora le parole del Ministro degli Affari Esteri italiano, Paolo Gentiloni che, da Herat dove era in visita ai  militari del contingente italiano, ha dichiarato che «dopo quasi 15 anni dal nostro impegno…i frutti si vedono in modo evidente… e si creano le condizioni migliori per la costruzione di pace». O Gentiloni non sa nulla di ciò che sta avvenendo in Afghanistan da quindici anni a questa parte, o è una deliberata scelta da parte del Governo guidato da Matteo Renzi di sposare l’approccio del ‘va tutto bene madama la marchesa’. Delle due l’una.
Manca forse il coraggio di dire che l’Afghanistan sta cadendo nel caos? La verità è che il 2016 – che già non prometteva nulla di buono – si sta rivelando un anno molto impegnativo, sia sul piano militare, sia su quello politico.  L’avevamo detto esattamente 1 anno fa che la missione era incompiuta. A causa del deterioramento della sicurezza e dell’incapacità delle forze afghane di garantire un minimo livello di protezione, colpite da grandi perdite, diserzioni e forte corruzione, gli Stati Uniti hanno avviato un’ulteriore revisione del piano di disimpegno dal Paese, il che ha comportato per noi italiani, da un lato, il congelamento del ritiro di truppe previsto per il 2016 e, dall’altro, l’aumento dello sforzo, in termini di mezzi, materiali e uomini (al momento circa 1.000 unità italiane contro le 750 dello scorso anno). Una decisione, tutta statunitense, finalizzata a evitare il ripetersi di un fallimento come quello avvenuto in Iraq, senza per altro definire quale sarà la strategia a lungo termine, né l’end state dell’attuale missione.
Nel complesso, ad oggi vi è un impegno ridotto della Nato che schiera circa 10.000 soldati, sotto la bandiera della missione ‘Resolute Support‘, mentre ulteriori 5.000 truppe (per lo più forze speciali) compongono la missione indipendente di contro-terrorismo Enduring Sentinel degli Stati Uniti. Dati che potrebbero rimanere tali sino a tutto il 2017, ma a deciderlo sarà il prossimo Presidente statunitense.
Sul terreno, prosegue incontrastata la violenta espansione dei talebani. È di pochi giorni fa l’annuncio della quindicesima offensiva di primavera – questa volta dedicata al defunto mullah Mohammad Omar avviata dal fronte talebano che, dopo la conquista, di fatto, di circa il 20% del territorio (in particolare i distretti del sud e dell’est del Paese) e la capacità di operare efficacemente in un altro 30% (e anche di più, guardando alla mappa dei più recenti attacchi), è riuscito pochi giorni fa a conquistare importanti posizioni in grado di garantire il controllo delle vie di comunicazione tra Baghlan a Mazar-e-Sharif. Ciò avviene, dopo la conquista della città di Kunduz da parte dei talebani alla fine di settembre dello scorso anno, e la tenuta della stessa per alcuni giorni ci fa capire la gravità della situazione. Se di gravità vogliamo parlare, poiché è ormai un dato di fatto che i talebani sono oggi l’attore politico, prima ancora che militare, con cui abbiamo accettato di interfacciarci e con cui collaborare sull’altro fronte, quello politico-diplomatico, attraverso un processo da più parti auspicato che dovrebbe portare a una soluzione negoziale che apra alla condivisione del potere.
Oggi, tutte le parti convergono sulla necessità di un processo di pace che vede la partecipazione di importanti attori interessati alla stabilità dell’Afghanistan attraverso il Quadrilateral Coordination Group: Cina, Pakistan, Stati Uniti e Afghanistan. Ma, al momento, mancano ancora gli interlocutori fondamentali: i talebani, che, impegnati a risolvere le conflittualità interne, non sono seduti al tavolo del dialogo. E questo è il problema sostanziale che deriverebbe dalla presenza di forze straniere su suolo afghano, poichè, come sostengono i vertici del movimento talebano, un ipotetico dialogo negoziale seguirà il ritiro delle truppe straniere, non il contrario.

martedì 17 novembre 2015

Afghanistan: Obama ci ripensa. E anche Renzi (L'INDRO)

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1

 
Obama aumenta le truppe in Afghanistan. Perché aumentano anche i soldati italiani? Guardare verso la Libia

Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha annunciato la propria revisione del piano di disimpegno dall’Afghanistan. Non più un ritiro consistente come era stato annunciato, ma una presenza duratura sino a tutto il 2016. Il totale delle truppe Usa sarà di almeno 10.000 soldati, ai quali andranno ovviamente a sommarsi i circa 5.000 della Nato (e tra questi gli italiani). Il perché di questa scelta è evidente: il Paese non è stabilizzato, i gruppi di opposizione armata (talebani in primis) sono in grado di operare e colpire in buona parte del Paese -come la conquista della città settentrionale di Kunduz alla fine di settembre da parte dei talebani ha ampiamente dimostrato -, lo Stato afghano è inefficiente e corrotto e le sue forze di sicurezza mancano di capacità operativa, logistica e intelligence, nonostante i quattordici anni di sforzi della Comunità internazionale e gli oltre quattro miliardi di dollari spesi per addestrare le forze armate afgane. E come se non bastasse, il fenomeno del Nuovo Terrorismo Insurrezionale (NIT)... (vai all'articolo su L'INDRO)

lunedì 2 giugno 2014

L’Afghanistan alle urne: chiusa la prima tornata elettorale

di Claudio Bertolotti

Due candidati verso il ballottaggio
Il 5 aprile 2014 gli afghani sono ufficialmente andati al voto per eleggere il prossimo presidente della Repubblica islamica dell’Afghanistan: l’affluenza alle urne è stata riportata come buona-soddisfacente nei principali centri urbani, meno nelle aree periferiche e remote del paese.
Gli attacchi finalizzati a disturbare il processo elettorale portati a termine dai gruppi di opposizione armata sono stati alcune centinaia; poco più di duecento i seggi elettorali (su un totale di 6.400) chiusi per problemi di sicurezza.
Sebbene i media internazionali abbiano diffuso un messaggio rassicurante sugli sviluppi dell’importante esercizio elettorale, i numerosi casi di brogli da più parte denunciati – oltre la mancanza di trasparenza nelle procedure di verifica del voto e degli elettori effettivamente presentatisi alle urne – si sono aggiunti a un elevato livello di insicurezza generale.
A fronte di tale quadro, e nell’ottica di un disimpegno ormai prossimo da parte degli attori fino ad oggi impegnati nel difficile processo di stabilizzazione e transizione del paese, Stati Uniti e attori regionali proseguono nel guardare con favore all’ipotesi di un bilanciamento di poteri “adeguato” tra gruppi di potere pashtun e le altre minoranze.
Completata la fase di conteggio dei voti, Abdullah Abdullah (ex ministro degli esteri, metà tagico e pashtun) e Ghani Ahmadzai (ex ministro delle finanze, pashtun) saranno i due candidati chiamati a confrontarsi per l’accesso alla poltrona presidenziale in occasione del secondo turno elettorale che si svolgerà all’inizio della prossima estate. Infatti, come previsto, nessuno dei due ha ottenuto più del cinquanta percento dei voti; e ciò imporrà l’inevitabile ricerca di accordi negoziali tra le parti.
Zalmai Rassoul, pashtun apprezzato dai tagichi e sostenuto da Karzai, terza e potenziale incognita, potrebbe fare la differenza appoggiando l’uno o l’altro candidato (con buona probabilità Ghani).

L’eredità di Karzai
Si chiude, almeno sul piano formale, il ciclo politico di Hamid Karzai, l’uomo scelto dall’amministrazione statunitense dell’allora presidente Bush per sancire l’inizio del nuovo Afghanistan: un Afghanistan che si voleva pacificato, democratico, con uno Stato efficiente dal punto di vista dell’organizzazione amministrativa e che rispondesse a quelle che erano le priorità imposte da un’opinione pubblica globale ancora sotto shock dai tragici eventi dell’11 settembre 2001: ossia la fine di una guerra trentennale, lotta al terrorismo, diritti per le donne, accesso all’istruzione, democrazia.
Insomma, un Karzai che si è dimostrato politico capace, prima presidente ad interim e poi, per due mandati, eletto dal suo popolo; certo non sono mancate le accuse, e le conferme, di brogli elettorali, irregolarità, corruzione, ma questo non cambia la sostanza: Hamid Karzai è stato il presidente dell’Afghanistan e degli afghani senza soluzione di continuità per oltre un decennio.
Un politico certamente forte, di una forza garantita anche dagli equilibri di potere che è riuscito a costruire e a mantenere, ma anche poco trasparente, ambiguo: ricordiamo la riforma del nuovo codice penale, con le limitazioni ai diritti delle donne, il rifiuto alla firma dell’accordo di sicurezza bilaterale che è alla base di una permanenza di truppe straniere su suolo afghano dopo il 2014, e il coinvolgimento della sua famiglia nel business del narcotraffico. Insomma un presidente molto discusso.
Ma il merito più grande, questo è innegabile, è l’aver saputo dimostrare il coraggio di aprire alla collaborazione e al dialogo. A livello regionale, Karzai ha lavorato molto bene nell’instaurare ottime relazioni diplomatiche e commerciali con gli attori regionali: dall’Iran, alla Cina, al Pakistan, all’India, alle confinanti repubbliche ex-sovietiche.
Inoltre, ha saputo aprire un canale di comunicazione con i taliban, un dialogo più volte interrotto, che ancora non si sa dove porterà, ma pur sempre un dialogo che comunque vada a finire avrà posto le basi per una soluzione di compromesso, una soluzione tipicamente afghana di cui si sente il bisogno dopo gli ultimi tredici anni di guerra.

Gli sviluppi afghani dal punto di vista dei Taliban
Il 18 giugno di quest’anno verrà formalizzato il passaggio di responsabilità alle forze di sicurezza afghane.
I gruppi di opposizione armata, taliban per primi, stanno aspettando proprio quel momento per raccogliere i frutti di una guerra combattuta per più di tredici anni; e lo faranno da una posizione vantaggiosa, dimostrando di essere una minaccia concreta e imbattuta, avendo tenuto sotto scacco la più grande coalizione militare contemporanea. Proprio i taliban hanno dimostrato di essere capaci sul piano militare come su quello politico e, ancor più, su quello mediatico.
Lo scorso anno il leader dei taliban ha affermato che i mujaheddin non sono interessati al controllo dell’intero Paese, quanto piuttosto a dar vita a un "governo afghano inclusivo e basato sui principi islamici". Una chiara strategia di propaganda mediatica indirizzata all’opinione pubblica globale.
Ma, nel frattempo, è continuata senza soluzione di continuità l’offensiva militare, concentrata su obiettivi in prevalenza afghani: insomma, un’azione efficace e una capacità operativa che non presentano segni di cedimento.
Nel concreto, mancano dati attendibili sulle capacità esprimibili da un’insurrezione armata forte di circa 20-40.000 unità. Ma, sebbene molti osservatori ritengano che l’insurrezione nel suo complesso non rappresenti una minaccia strategica, è però vero che gli effetti strategici della resistenza hanno imposto un accelerazione del disimpegno afghano, imponendo tempi e priorità al lento processo negoziale che – nelle intenzioni di chi lo sostiene, Stati uniti in primis – dovrebbe portare a una soluzione di compromesso accettabile.
Non per questo l’azione offensiva insurrezionale parrebbe orientata a ridimensionarsi nell’intensità e negli effetti più manifesti. È una dimostrazione di forza continua e costante orientata a colpire le sedi del potere governativo locale e nazionale, le caserme militari e i posti di polizia, i seggi elettorali: insomma tutti i simboli di quello Stato afghano che la comunità internazionale ha cercato di sostenere nei tredici anni di impegno politico e militare.

Breve analisi conclusiva
Indipendentemente dai risultati elettorali, l’accesso a forme di potere (formale-informale) da parte dei taliban è una questione accettata dalla Comunità internazionale e dalla stessa Nato; ciò potrebbe portare a una spartizione territoriale de facto dell’Afghanistan dove a un Sud pashtun, posto sotto l’influenza taliban e sostenuto da Pakistan e Arabia Saudita, si contrapporrebbe un Nord eterogeneo, sostenuto dagli attori regionali antagonisti tra i quali certamente Iran, Russia, Cina. In tale quadro l’aspetto economico sarebbe il legante di questo probabile accordo tra le parti, e forse l’unica possibilità di stabilità potrebbe essere data dal compromesso di natura economica.
Una ipotesi di divisione, quella alla quale si è accennato che, sul lungo termine, porterebbe al riaccendersi di conflittualità allargate su base etnica.
In tale contesto, pur non cadendo nella semplificazione di un problema molto più complesso, i gruppi di potere politico ed economico afghani cercheranno di conservare le proprie prerogative garantendo gli equilibri di potere esistenti e consolidati, sebbene al contempo potrebbero spingere verso uno stato di conflittualità che si muove su linee di demarcazione etno-culturale ma che si alimenta di dinamiche ed equilibri di natura economica, e a questo si sommeranno indubbiamente gli interessi legati al florido mercato del narcotraffico (che, nonostante la presenza della Nato, non ha fatto che aumentare).
In sintesi, quella che si prospetta all’orizzonte è un’inquieta fase post-elettorale, anche a causa delle irregolarità e dei brogli che verranno denunciati; inoltre, lo stato di incertezza sarà amplificato da spinte multilivello verso gli accordi funzionali al secondo turno elettorale dove il candidato più accreditato, Abdullah Abdullah, potrebbe vedersi contrapposto a un’unica grande coalizione pashtun a sostegno di Ghani.
Molto dipenderà da come gli stessi pashtun nel sud del paese voteranno – e quanti voteranno –, anche in relazione alla forte influenza dei taliban in quella parte dell’Afghanistan.

domenica 1 giugno 2014

Messaggio al Presidente degli Stati Uniti d'America: bentornato sergente Bergdahl

(trad. del messaggio inviato alla "White House")
Al Presidente degli Stati Uniti d'America, Mr. Barack Obama, e alla famiglia Bergdahl.
Accogliamo con immensa soddisfazione la notizia della liberazione del sergente Bowe Bergdahl, dopo cinque lunghi anni di prigionia in Afghanistan.
Unitamente al popolo americano, noi Italiani ci stringiamo attorno al sergente Bowe Bergdahl - un eroe dei nostri tempi - e alla sua famiglia esprimendo il nostro affetto, la nostra gioia e il nostro orgoglio nei confronti  di chi, come lui, mette a disposizione della Nazione, dei suoi compatrioti e degli Alleati, la propria vita.
Bentornato Bowe!


lunedì 18 ottobre 2010

Stallo dinamico, comprehensive counterinsurgency e revisione della strategia in Afghanistan

Progresso militare ed effettiva governance: è ciò che manca ai due presidenti, Obama e Karzai, sempre più impegnati nella definizione di una revisione della strategia e nell’avvio, l’uno in sostegno all’altro, di una soluzione politica di compromesso.
In questo momento la sconfitta militare dei taliban è quanto di più lontano ci possa essere dalla realtà. Un obiettivo irrealistico. Periodici surge militari, offensive risolutive annunciate e mai avviate, costruzione di bolle di sicurezza poco più che simboliche, azioni nominali di pattugliamento, rinuncia de facto al controllo del territorio: questi sono i tristi risultati all’inizio del decimo anno di guerra in Afghanistan.
Rinuncia al tentativo di riconquista dell’Afghanistan e alla riduzione del potenziale offensivo dell’insorgenza dunque.
«Non è una battaglia convenzionale», sostiene Petraeus, «è un lento progresso in cui a ogni passo in avanti può seguirne uno indietro». Eppure, quello che appare evidente in questa guerra delle percezioni è che abbiano ormai vinto i taliban. E questo è avvenuto semplicemente perché non hanno perso, sono sopravvissuti all’impegno militare internazionale, si sono radicati sul territorio, con il tempo sono stati assimilati dalla società rurale pashtun che li ha accettati, o subiti. Un dinamismo statico che non ha portato a espugnare i cuori e le menti degli afghani, sempre più spinti, volenti o nolenti, verso il sostegno all’insorgenza o comunque lontani dalle istituzioni dello Stato di Karzai; ciò ha portato a guardare al dialogo tra afghani come unica soluzione, un’alternativa in grado di muovere verso qualcosa di concreto. La reintegrazione dei combattenti di basso-medio livello è avvenuta in maniera troppo limitata, a macchia di leopardo, e questo non ha consentito di ottenere aree omogenee libere dall’insorgenza; chi ha deposto le armi è stato ben presto sostituito da nuove reclute, altri gruppi di mujaheddin radicali della nuova generazione.
Ho sempre riconosciuto la bontà della dottrina counterinsurgency (Coin) e le grandi capacità militari del generale Petraeus, e prima di lui del generale McChrystal, nel saper sfruttare al massimo le poche – sebbene non pochissime – risorse a disposizione. Ma questo è lo strumento militare che da solo non può essere la soluzione a un problema che militare non è. L’approccio olistico è quello che finora è mancato mentre unicamente politica è la via su cui si è deciso di puntare in extremis, seppur navigando a vista. Costruzione dello Stato, definizione di un ruolo per la società civile, ripristino di un’economia nazionale nel rispetto di quelle locali e della microeconomia: nulla di tutto ciò è avvenuto se non settorialmente e in maniera parziale.
Se fino a qualche mese fa le alternative potevano essere sostanzialmente due:
1. processo a lungo termine: conquistare i cuori e le menti degli afghani, avviare un processo di «costruzione dello Stato», sviluppo economico e infrastrutturale, costruire un esercito davvero nazionale;
2. exit strategy a breve-medio termine: compromesso politico basato sulla «condivisione del potere» coi i gruppi di opposizione, trasferimento di autorità verso le forze governative e «arroccamento territoriale» da parte dello Stato afghano;
oggi si corre il rischio di veder sempre più ridursi il margine di manovra per poter optare tra l’una e l’altra via di uscita.
Non è questione di numeri, ma di strategia. Fino ad ora si è cercato di raggiungere gli obiettivi a lungo termine con sforzi parziali e non coordinati; è tempo di revisione, ed è necessario comprendere che più passa il tempo, maggiori sono i vantaggi per la cosiddetta insorgenza, l’opposizione armata dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan.
A livello militare vi sono molteplici fattori di criticità, primo dei quali è il conflitto interno agli stessi vertici di comando. Il generale James Jones, consigliere per la sicurezza nazionale, lascerà il suo incarico all’inizio del 2011, non appena presentata la revisione della strategia per l’Afghanistan e poco prima che lasci anche il segretario alla difesa Robert Gates. Le decisioni di Obama sono state spesso criticate a seguito dell’annunciato ritiro del 2011 – a ragione – e i conflitti interni alla classe dirigente, politica e militare, non hanno fatto che aumentare i dubbi sulla convinzione alla base della nuova strategia – vedi l’«auto-licenziamento» di McChrystal – che tra poche settimane, a dicembre, verrà presentata, rivista e adeguata ai, pochi, risultati ottenuti negli ultimi dodici mesi. Una strategia che, senza ormai troppe remore, abbraccia con favore tanto la reintegrazione dei combattenti di medio-basso livello che la riconciliazione tra il governo afghano e i vertici politici del movimento taliban. Dunque dalla «comprehensive counterinsurgency» al «comprehensive agreement».
Non esiste uno Stato efficiente, né una burocrazia funzionante, né tantomeno un esercito pronto: sì, è il momento del compromesso. Una soluzione accettabile per entrambe le parti e che comprenda un’ormai inevitabile spartizione del potere, nella migliore delle ipotesi. Attendere ancora e puntare su improbabili e temporanei successi militari potrebbe invece portare a una posizione di ulteriore svantaggio che, col tempo, non potrebbe che ottenere soluzioni ben peggiori, come la concessione ai taliban di intere porzioni del Paese che porterebbero, come naturale conseguenza, a conflitti etnici di ampia portata e, dunque, ulteriore instabilità regionale.
Già nell’aprile del 2010, di fronte al National Security Council statunitense, il generale McChrystal aveva evidenziato come le forze di sicurezza afghane non fossero in grado di assumere la responsabilità di porzioni del territorio afghano. Petraeus ha confermato che la strategia, basata sul principio del «clear, hold, build and transfer» si è ridotta, nella pratica, al «clear, hold, hold and hold».
Sostenere che la strategia non stia raggiungendo gli obiettivi dichiarati è quasi scontato, ma stabilire date a breve termine è un forte indicatore di probabile insuccesso. In questo contesto, male ha fatto l’Italia a insistere sulla data del 2011 per un poco responsabile passaggio di responsabilità alle autorità afghane. Annunciare la data del ritiro equivale a fornire una ragione in più al nemico per continuare a combattere, tanto più se il 2011 è oggi.

lunedì 28 giugno 2010

Da McChrystal a Petraeus: extrema ratio?

«The leadership has changed, but the policy hasn’t changed» ha dichiarato l’ammiraglio Mike Mullen, capo del Joint Chiefs of Staff statunitense. Ma le prime notizie trapelate dagli ambienti militari riportano già una prima concreta volontà di cambio nella condotta delle operazioni: il cambio delle regole d’ingaggio da parte di Petraeus. Un mutamento che punta a concedere maggiore libertà “di manovra” ai soldati americani e che non limita troppo, così come invece voleva McChrystal, l’impiego della forza. Nessun dettaglio in più al momento, vedremo nei prossimi giorni come il nuovo comandante delle truppe sul terreno personalizzerà una guerra che è completamente diversa da quella irachena da cui lui sarebbe – almeno secondo alcuni – uscito vincitore.
«Gli alleati non hanno ripreso l’iniziativa ma hanno bloccato l’iniziativa degli insorgenti», sostiene ottimisticamente Mark Sedwill, il diplomatico britannico che svolge la funzione da consigliere della Nato, sul New York Times del 26 giugno. Parziale verità dal momento che, se è pur vero che le forze di sicurezza straniere non hanno ripreso quell’iniziativa, gli insorgenti continuano a muoversi e a colpire con precisa efficacia tanto da imporre il rinvio dell’annunciata offensiva estiva su Kandahar (pianificata per agosto) all’autunno, forse addirittura a dicembre.
Surge e counterinsurgency rimangono comunque i due perni su cui il comando Isaf/Coalition Forces continuerà ufficialmente a lavorare, ma né l’una né l’altra potranno essere repliche dell’esperienza irachena. Petraeus non ripeterà la vittoria irachena, semplicemente perché in Iraq il successo non si è rivelato tale. L’equazione “Irak-Petraeus-counterinsurgency uguale a successo” non varrà per l’Afghanistan essenzialmente per due motivi: il tempo e le differenze socio-culturali abbinate agli equilibri geometrici di natura etnica. Il primo manca, le seconde sono troppo complesse da poter essere affrontate in carenza di tempo e risorse. Per quanto il comando militare sia una realtà finalmente concreta in grado di gestire seriamente la complessità di un’alleanza variegata e dai fin troppi limiti d’impiego, gli insuccessi degli ultimi nove anni pesano sulle spalle del generale Petraeus come macigni. Insuccessi a cui hanno contribuito le “doverose” quanto infruttuose alternanze di comando attribuito ad alcune potenze europee e alla Turchia. Ma saprà fare bene Petraeus poiché supportato dal suo presidente e, fattore da non sottovalutare, dal Congresso, dall’opinione pubblica americana e dai suoi soldati. E se farà bene lo sapremo a breve, per quanto i risultati dichiarati, temo, non arriveranno; arriverà invece quello parzialmente annunciato, ossia il progressivo disimpegno militare da un Afghanistan non pacificato, in cui la lotta per il potere vedrà muoversi sul campo di battaglia schieramenti mossi da spinte etniche, economiche e ideologiche.
Ricade quindi su Petraeus l’amaro compito di concludere (e quindi perdere) la guerra in Afghanistan? A questo punto sì. Il generale reduce della guerra in Iraq, dopo l’onore del comando di Centcom, si trova ora “costretto” a una promozione verso il basso; ciò che dal punto di vista di Obama rappresenta l’espressione di massima fiducia nei confronti dell’ufficiale, si dimostra in realtà come l’ultima carta da giocare prima del “grande bluff” finale. Una fiducia condita da disperata rassegnazione politica, poiché dal punto di vista militare prevale il sano – si spera – realismo del campo di battaglia, ormai in mano ai taliban. Taliban che non sono i moderati con cui si spera di poter avviare un dialogo, bensì i radicali che impongono una scelta obbligata a Karzai che si trova ora tra due fuochi: quello dei gruppi di opposizione armata che, tra speranza di dialogo e scontro aperto, si impongono come soggetto forte e quello dei gruppi di opposizione politica i quali, al momento solo a parole, hanno dichiarato di essere disposti a riprendere le armi qualora i taliban fossero ammessi non solo al tavolo delle trattative ma anche nelle stanze del potere.
Sostengo ormai da anni la necessità di lasciare la parola ai diretti interessati, gli afghani dell’Afghanistan (e quindi non solamente gli esuli espatriati durante le guerre degli ultimi trent’anni), come sostengo oggi la necessità di trovare una soluzione di compromesso, consapevole del fatto che questo significhi rinunciare a molti dei pochissimi risultati ottenuti nel campo dei diritti umani, della “democrazia” e della giustizia. Non mi faccio illusioni, la soluzione afghana si sta definendo, come sempre, nello spazio temporale; uno spazio in cui l’Occidente non vuole e non può muoversi.

venerdì 23 aprile 2010

Intervista a Claudio Bertolotti: Radio 3 Mondo

25 gennaio 2010. Claudio Bertolotti, ricercatore e analista in Afghanistan per circa due anni, descrive l'attuale situazione e propone alcune soluzioni percorribili per mitigare gli scenari futuri, sinora poco incoraggianti.

mercoledì 24 marzo 2010

Tra insurgents e gruppi d’opposizione in Afghanistan: Termini e ideologie


I termini insurgents e taliban spesso, complice il processo di semplificazione mediatica, vengono presentati come termini esatti per indicare uno stesso fenomeno sociale (e politico-militare ovviamente). Nella realtà dei fatti questo non è propriamente corretto.
Se da un lato potremmo giustificare come definizione politically correct il termine taliban per riferirci a uno specifico gruppo di opposizione (seppur in tutte le sue varianti, derive ideologiche e contrasti interni), e che definisce in maniera intrinseca un’organizzazione politica, militare, ideologica e armata di volontà rivoluzionaria, dall’altro non possiamo accettare il termine insurgents per riferirci a un fenomeno che, per quanto vasto, non è né definito, né esauriente.
Insurgents sono individui, soggetti rivoltosi, a cui però viene tolta in maniera apparentemente ingenua, ma nella realtà razionale, – possiamo dire così – qualunque valenza ideologica o politica, al fine di creare una categoria esterna, di cui poco si conosce, e che volutamente si lascia indefinita nel momento stesso in cui viene indicata all’opinione pubblica quale responsabile di una determinata azione violenta. Assistiamo così al passaggio, nella terminologia utilizzata dagli organi di sicurezza e dell’intelligence, da terrorists – utilizzato sino a tutto il 2005 – a quello di insurgents che, proprio a partire da quell’anno, ha cominciato a sostituirsi al primo. Una scelta ponderata, ma non priva di conseguenze sulle valutazioni e sulle analisi che necessariamente gli organi informativi devono fornire e che poi, quando opportuno e in maniera “diluita” e “scremata”, vengono trasmessi attraverso i mass media al pubblico generale.
Se taliban è, a parere di chi scrive, un termine troppo generico, insurgents è però inadeguato, almeno al fine di riconoscere un’ideologia, biasimabile fin che si vuole, ma che possa mostrare cosa vi è in realtà dietro a movimenti (di resistenza, o terroristico che sia) che combattono una guerra asimmetrica su un campo di battaglia che non è più quello convenzionale. Detto in altri termini, il termine insurgents indica tutto ciò che si oppone con la violenza alle truppe di Nato-Isaf, della Coalizione e delle forze di sicurezza afghane, omologando, in un tutt’uno, i differenti gruppi di opposizione ed etichettandoli con la medesima definizione, tralasciando differenze di carattere culturale, ideologico e geografico. È un termine che svilisce appunto la natura ideologica dei gruppi di combattenti, li uniforma, li priva di un’identità politica e operativa.
È una leggerezza o si tratta di una scelta razionale dettata da ragioni di carattere propagandistico? Raramente si legge sul giornale del Hezb-e-Islami di Gulbuddin Hekmatyar, dei combattenti stranieri, di Sirajuddin Haqqani e di tutti gli altri gruppi di opposizione che combattono in Afghanistan contro la presenza straniera e le forze governative di Kabul. Il termine taliban ha ormai sostituito le vere e molteplici identità dei gruppi combattenti; la categoria insurgents ha invece annullato tali identità.
Claudio Bertolotti