Afghanistan Sguardi e Analisi

Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

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domenica 9 novembre 2014

"Condurre azioni militari in guerra senza la violenza. E' possibile?". Human Aspects in NATO Military Operations - Humint e Human Terrain System

"Condurre azioni militari in guerra senza la violenza. E' possibile?"

Al termine del Workshop on "Human Aspects in NATO Military Operations", momento conclusivo del progetto "Human Aspects of the Operational Environment" diretto dal Centro di Eccellenza HUMINT della NATO (NATO HUMINT COE) di Oradea (Romania), è stato presentato l'innovativo manuale-guida per gli operatori militari e civili della NATO impegnati in aree di crisi.
Una linea guida il cui punto di forza consiste nell'approccio non violento e nella necessità di conoscere in maniera approfondita e consapevole le dinamiche socio-culturali dell'"ambiente umano" all'interno del quale si opera per contenere o risolvere le conflittualità.
Sociologi, storici, politologi, analisti, antropologi, esperti militari, accademici e ricercatori: questi sono i profili dei massimi esperti a livello internazionale - Subject Matter Experts - e componenti il gruppo interdisciplinare che, con grande impegno e convinzione, hanno contribuito alla realizzazione di un prodotto editoriale il cui utilizzo in aree di crisi contribuirà a ridurre la violenza e a salvare vite umane.

Claudio Bertolotti - Analista strategico, Consulente per la mediazione culturale e unico italiano partecipante al progetto - ha coordinato il Panel di ricerca "THE COMPLEXITY OF CROSS-CULTURAL COMMUNICATION". Un'intensa attività iniziata nel 2011 e conclusasi formalmente alla fine del 2014.
Il gruppo di ricerca ha svolto un eccellente lavoro per il Comando della NATO di Bruxelles (NATO HQ), contribuendo, grazie al metodo interdisciplinare e all'approccio olistico, a facilitare lo sviluppo della dottrina dell'Alleanza Atlantica per le attuali e future operazioni militari.

Senza dubbio è stata l'esperienza più stimolante alla quale ho avuto il piacere di fornire il mio contributo di pensiero. E' stato un onore prendere parte a questa avventura, una soddisfazione professionale e personale (Claudio Bertolotti).

Disponibile in versione pdf.
Published with Emerging Security Challenges Division / NATO Headquarters support.
NATO HUMINT Centre of Excellence
Human Aspects in NATO Military Operations / NATO HUMINT Centre of Excellence – Oradea, HCOE, 2014
ISBN 978-973-0-17654-4

mercoledì 8 dicembre 2010

Counterinsurgency 2.0: l’approccio consapevole della vecchia-nuova dottrina Coin per l’Afghanistan

di Claudio Bertolotti

Counterinsurgency doctrine is changing day by day. Us. Defence Secretary Robert Gates recently approved a new list of skills (named Coin Qualification Standards) that troops in Afghanistan needs in order to achieve successfully the operational objectives. Nine major skills with 52 subtasks destined to focus units’ training before deployment in Afghanistan.
Main subjects are: basic individual Afghan-specific COIN education, understand the operational environment, relief in place, decentralized operations, partner with Afghan national security forces, information operations, create conditions for stability, detainee operations, develop a learning organization.
A new Coin guidance for troops in Afghanistan is ongoing thanks to the collaboration between Centcom, the Army and Marine Corps COIN Center, the Combined Arms Center, the COIN Advisory and Assistance Team in Afghanistan and the United Kingdom COIN Center. The result is a real and positive investment in culture thanks to specific seminars for military operators from company to individual level.
A new policy which represents a new and further step toward a different cultural approach to the “afghan problem”; an approach including a real Coin education based on knowledge about afghan cultures, traditions and social structures. Commander David H. Petraeus is walking on this way: excellence approach with adequate instruments.
More than 4000 Italian soldiers are operating in Afghanistan: it’s the time to involve them in the new Coin doctrine revision thanks to their intellectual competences and operative capabilities.

La dottrina contro-insurrezionale (Coin) messa in atto in Afghanistan si evolve continuamente adattandosi alla situazione operativa contingente e agli obiettivi politici di medio termine. Il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Robert Gates, ha recentemente definito e approvato una lista di «necessità operative» per le truppe in Afghanistan. Necessità volte a portare con successo gli Stati Uniti fuori dal lungo conflitto attraverso risultati, concreti e immediati, da ottenere sul campo di battaglia.
Definiti Coin Qualification Standards, quelli presentati altro non sono che i punti di revisione proposti e voluti alla fine di agosto dal comandante delle truppe sul terreno, il generale David H. Petraeus, e recepiti positivamente dallo Us Central Command (Centcom), al cui vertice sedeva appunto l’attuale comandante delle truppe Usa e Nato in Afghanistan. Un esito quasi scontato, almeno in apparenza, frutto di confronti e discussioni con la Casa Bianca e il Pentagono che hanno portato a un’attesa di ben tre mesi prima di veder formalizzare quanto, in realtà, già applicato da Petraeus nella guerra contro i gruppi di opposizione in Afghanistan. Si tratta di nove punti principali, suddivisi a loro volta in 52 sottopunti, che si focalizzano sul fattore che più di tutti ha influito sui risultati ottenuti sul “terreno umano” e che sino a ora non aveva trovato una soluzione concreta ai problemi causati dalla mancanza di preparazione specifica al confronto culturale e al rapporto con la società afghana: l’addestramento degli operatori, civili e militari, chiamati a muoversi proprio su quel “terreno umano”; detto in altri termini, la soluzione a un problema sinora affrontato con gli strumenti non adeguati alle reali necessità. Ammissione di colpa e approccio critico dunque: una combinazione che fa ben sperare.
Più nel dettaglio, cosa dicono i qualification standards della moderna dottrina Coin? Ecco l’elenco sintetico approvato dal Pentagono:
• Addestramento Coin, specifico per l’Afghanistan, di base a livello individuale;
• Comprensione del contesto operativo;
• Condotta di studi e rilievi sul campo;
• Decentralizzazione delle operazioni;
• Affiancamento ed effettiva partnership con le forze di sicurezza nazionali;
• Condotta di operazioni informative;
• Creazione delle condizioni di stabilità;
• Condotta di operazioni di detenzione;
• Sviluppo di un’organizzazione di apprendimento (learning).
A partire dal 23 novembre, dunque senza perdere tempo, i vertici militari statunitensi hanno inserito nelle direttive per l’addestramento e l’approntamento delle truppe da immettere nel teatro afghano i qualification standards, riconoscendo la fondamentale priorità di un «approccio consapevole» al problema e avviando un processo di revisione integrale degli obiettivi addestrativi attraverso la definizione di una nuova e specifica linea guida. Linea che, già dalle prime fasi, ha richiesto un notevole investimento in termini di sforzi intellettuali e sinergie da parte di esperti analisti, accademici, ricercatori e militari al fine di fornire, alle unità schierate sul terreno, adeguati strumenti di lavoro individuali e collettivi. Una missione non facile che ha portato all’istituzione di nuovi corsi militari di educazione “culturale” e seminari da parte del Coin center, l’ente militare deputato a definire, testare e correggere le procedure contro-insurrezionali. Corsi di preparazione, quelli indicati, avviati anni fa dallo stesso Petraeus, allora comandante del Combined Arms Center di Fort Leavenworth, luogo di studio degli effetti e dei risultati della dottrina Coin in Iraq e in Afghanistan. La peculiarità di questi corsi, basati su cicli addestrativi settimanali di attività full immersion, consiste nel preparare gli operatori militari attraverso lezioni teoriche alternate a fasi pratiche e aggiornamenti costanti attraverso videoconferenze con le unità schierate nel teatro operativo afghano.
A conferma di quanto importante sia il progetto avviato, nei prossimi giorni il gruppo statunitense di esperti Coin si incontrerà a Londra con gli omologhi britannici e con il Coin Advisory and Assistance Team (Caat) proveniente direttamente dall’Afghanistan al fine di avviare un confronto sulle procedure e per definire una comune dottrina per le truppe Isaf e della Coalizione. E al termine dell’incontro un ristretto gruppo di esperti continuerà l’opera cercando di definire le linee guida essenziali per un’efficace addestramento alle village stability operations e alla preparazione delle forze di polizia locali (le Arbakai afghane).
Insomma, questo importante passo racchiude in sé due precise e implicite dichiarazioni. La prima è il riconoscimento del non adeguato standard addestrativo al quale si sta tentando di porre rimedio; la seconda è una dimostrazione di fiducia nelle capacità di Petraeus – il generale intellettuale – che si trova nella non facile condizione di dover agevolare un processo di trasferimento di autorità, ancora indefinito, al governo afghano e alle sue forze di sicurezza nazionali. L’approccio è corretto e gli strumenti sono adeguati, almeno a parere di chi scrive.
È ora auspicabile che anche l’Italia, con i suoi circa quattromila soldati impegnati sul fronte afghano, possa e voglia contribuire allo sforzo contro-insurrezionale attraverso un’attiva collaborazione alla definizione della nuova dottrina Coin. Le potenzialità intellettuali e gli strumenti operativi sono disponibili, adesso è questione di volontà.

5 dicembre 2010

mercoledì 1 dicembre 2010

Da Lisbona a Kabul: l’Afghanistan tra il nuovo concetto strategico della Nato e la lotta all’insurrezione.

di Claudio Bertolotti

Non c’è vittoria militare nei piani della Nato, né in quelli della Coalizione a guida statunitense, per l’Afghanistan. Eppure rimarranno schierati sui campi di battaglia afghani fino a tutto il 2014, e oltre, i contingenti dei quarantasette governi contribuenti alla missione Isaf, molti dei quali membri della Nato. A Lisbona gli aderenti all’Alleanza atlantica, unitamente alla scelta di sostenere gli Stati Uniti nella prosecuzione della guerra fino al 2014 per poi passare la responsabilità al governo di Kabul e alle sue costituende forze armate (di terra) – senza peraltro prendere decisioni concrete su come farlo –, hanno raggiunto un importante risultato: l’adozione – al momento teorica – del nuovo concetto strategico della Nato. Si tratta di una decisione importante, significativa, tanto per i rapporti tra gli alleati quanto per la sopravvivenza, e la ragion d’essere, di un’alleanza nata per proteggere fisicamente l’Europa – baluardo avanzato dell’Occidente – da una minaccia esterna. Oggi la Nato si muove invece in spazi differenti, senza più confini fisici definiti dalla geografia se non quelli indicati dagli interessi strategici, per natura cangianti con il tempo e sulla base di equilibri variabili; e in questo contesto rientra a pieno titolo la collaborazione tra la Nato e la Russia, tanto nella difesa di interessi comuni quanto nella condotta della guerra afghana.
E proprio l’Europa, base storica della Nato, è coinvolta fin dall’inizio nella guerra afghana; un coinvolgimento sempre più problematico, difficile da spiegare a un’opinione pubblica distratta dalla crisi economica e da problemi di prossimità. Eppure l’Europa, o meglio i singoli Stati che la compongono, partecipa a una guerra pur non essendo in grado di schierare sul campo di battaglia un efficace strumento bellico, con differenti e spesso controproducenti approcci alla dottrina counterinsurgency, caratterizzato da impreparazione culturale dei suoi quadri, mancanza di elicotteri, inadeguatezza di veicoli blindati che, come ha sottilmente suggerito Cecilia Strada, sono troppo blindati per una missione di pace, e troppo poco per proteggere i soldati. Dunque una partecipazione parziale, portata avanti controvoglia, che lascia agli Stati Uniti l’onere più gravoso: combattere la guerra tout court.
Una guerra che però, al momento, non ha visto nessun cambio di strategia; militarmente le cose vanno male, al di là dei pochi successi dichiarati ma limitati nel tempo e nello spazio. Il 2014 ha sostituito il 2011 nelle agende delle nazioni componenti la Coalizione, come una linea tracciata nella sabbia del deserto e velocemente cancellata dal vento. Il 2014 non è la soluzione dei problemi in Afghanistan, è semplicemente una data, spostata sempre più in là nel tempo, che non tiene conto dei risultati che si vogliono ottenere e quelli che sono realmente ottenibili, al punto che gli stessi vertici del pentagono definiscono quella data aspirational goal e non una firm deadline. Un corretto approccio mentale, ma nella pratica dovremo attendere, e auspicare, la revisione della dottrina counterinsurgency, sempre meno propensa a conquistare i cuori e le menti degli afghani e sempre più orientata ad aumentare la pressione militare su un nemico del quale manca ancora una chiara definizione, per quanto le differenti categorie presenti nel lessico militare e politico lascino intendere che la ricerca di un interlocutore sia ormai l’attività principale della diplomazia ufficiosa che si muove dalle morbide spiagge delle Maldive ai ripidi sentieri delle montagne afghane. Ma chi combatte dall’altra parte della barricata continua a rimanere pressoché sconosciuto da chi cerca di definire un fenomeno complesso attraverso un approccio razionale ma approssimativo; in molte zone dell’Afghanistan e del Pakistan molte famiglie hanno un figlio che si batte tra le fila dell’insurrezione e un altro nei ranghi dell’esercito, a seconda del momento, dell’esito delle battaglie, dell’efficacia della propaganda, degli incentivi e della convenienza. Una realtà difficile da comprendere se non si conoscono i meccanismi sociali dei popoli coinvolti «nei conflitti» afghani, e non semplicemente «nel conflitto».
Nel dicembre 2009 Obama ha dichiarato di voler avviare il ritiro delle truppe statunitensi a partire dal 2011: un grave sbaglio politico e strategico che ha consentito – sul fronte interno statunitense – di mettere in mostra l’errore di valutazione di Obama da parte dell’opposizione e – sul fronte afghano – di consentire ai taliban di definire una strategia basata sull’attesa, non importa se breve o lunga, e sulla certezza di un inevitabile ritiro delle forze internazionali. Non rimane che attendere l’annunciata revisione della strategia, ammesso che di revisione si tratti.
Ciò che è fuor di dubbio è il chiaro intento di procedere al trasferimento di responsabilità al governo afghano; un completo passaggio di responsabilità che si basa sulla costituzione di un esercito nazionale in grado di operare sul terreno e sulla costruzione e sul mantenimento di uno Stato centrale. Dunque la counterinsurgency è morta, ha sostenuto l’ambasciatore russo a Kabul, Andrei Avetisyan. E in effetti l’attuale scenario non è poi molto differente da quello definito dai sovietici negli anni Ottanta: esercito nazionale e difesa del potere centrale.
Dunque, torno a ripetermi, una vittoria militare non è immaginabile mentre il dialogo basato sull’accettazione di una condivisione del potere con coloro che ancora oggi rientrano nella generica, ma non vincolante, categoria di nemici può rappresentare una possibile via di uscita dalla guerra più lunga che sia mai stata combattuta dagli Stati Uniti. Ma il dialogo dovrà, nei fatti, prendere in considerazione e discutere argomenti fondamentali quali il ruolo della shahri’a, le forme di potere, l’educazione e il ruolo delle donne e i diritti civili. Un dialogo che non sarà accompagnato da una cessazione delle ostilità poiché lo strumento militare – quello dei taliban come quello delle forze di sicurezza – continuerà a premere su un nemico ritenuto indebolito dalla lunga guerra.
E se a combattere la lunga guerra sono ancora una volta gli statunitensi, l’Europa è chiamata ad intervenire con pari impegno nell’addestramento delle forze afghane. Un impegno necessario.
I primi duecento addestratori supplementari promessi dall’Italia si stanno preparando per prendere parte alla difficile missione di istruire alla guerra l’esercito e la polizia afghani; c’è da augurarsi che a breve ne seguano molti altri, meglio se in sostituzione delle – come le ha finalmente definite il Ministro Franco Frattini – truppe combattenti.

30 novembre 2010

venerdì 19 novembre 2010

Il ritorno dei carri armati in Afghanistan

After nine years of war in Afghanistan, Coalition forces will deploy on the battlefield heavy armored tanks Abrams M1. A very efficient weapon for offensive operations on the Helmand and Kandahar’s frontlines. At the same time a very dangerous solution for non combatant people. A coherent choice, but several risks are implicit in this decision. Insurgents will apply more direct and powerful techniques in order to destroy this kind of vehicles, Improvised explosive devices (Ied) and suicide bombers will be more dangerous for civilians. Thus, the result could be negative effects and risks. In this situation, the most dangerous one is to be unable to win hearts and minds of the afghan people.
Right way to conduct a battle, but not to win the war.

La recente notizia (Washington Post del 19 novembre) sull’impiego nel conflitto afghano di veicoli corazzati non ha potuto che attirare l’attenzione delle agenzie di stampa. È la prima volta, in nove anni di guerra combattuta sul campo di battaglia, così come sul «terreno umano» (lo human terrain della dottrina counterinsurgency) che un comandante statunitense autorizza l’impiego di questa tipologia di veicolo. Si tratta dei moderni carri armati Abrams M1, da sessantotto tonnellate, armati con un cannone da centoventi millimetri in grado di distruggere un obiettivo a più di duemila metri di distanza. Un’arma precisa, quasi chirurgica, hanno affermato gli esperti sostenitori della scelta del generale David Petraeus, comandante delle forze impegnate nelle missioni Isaf ed Enduring Freedom in Afghanistan. Un’arma potente ed efficace in operazioni offensive, come quelle sui fronti dell’Helmand e di Kandahar in particolare.
Al tempo stesso un’arma assai pericolosa, non tanto per gli effetti devastanti dei quali – siamo certi – non si sentirà parlare, quanto per le ripercussioni sulla popolazione civile, da sempre in prima linea nella guerra più lunga combattuta dagli Stati Uniti e, sebbene sia la prima, dalla Nato al di fuori della sua «naturale area d’impiego».
Proprio oggi si discute a Lisbona circa il futuro dell’Alleanza atlantica; domani (20 novembre) si affronterà invece il problema afghano. Da un lato le parole, gli intenti ambiziosi e le speranze; dall’altro i fatti, i night raids criticati da Karzai, le incursioni delle forze speciali per colpire i vertici della resistenza taliban e, adesso, l’offensiva con i mezzi corazzati.
Nella pratica una scelta razionale, frutto di attente e ragionate valutazioni ma che non dichiara, almeno al momento, gli aspetti più delicati e rischiosi di questa scelta: il rischio di alienare maggiormente una popolazione che oggi non accoglie più gli occidentali come liberatori ma che vede in essi, spesso nella migliore delle ipotesi, una fonte di pericolo.
Sempre più spesso l’attenzione delle forze di sicurezza straniere è focalizzata su procedure e tecniche di auto-protezione a discapito della sicurezza della popolazione civile e la sproporzione nella risposta al fuoco nemico è la causa di molte delle vittime tra i non combattenti.
Il limite operativo dei veicoli blindati medi e pesanti è dato dalla ridotta mobilità, limitata capacità di reazione immediata, possibilità di rappresentare obiettivi per attacchi suicidi e con Ied ad alto potenziale esplosivo – con conseguente aumento dei rischi per la popolazione civile .
È così che si fa la guerra ma non è detto che sia così che la si possa vincere, almeno quella per la conquista dei cuori e delle menti degli afghani.

19 novembre 2010

martedì 14 settembre 2010

Mullah Omar il politico

In occasione della ricorrenza islamica dell’Eid-ul-Fitr, il mullah Omar, Amir-ul-momineem dell’Emirato islamico dell’Afghanistan (IEA), è tornato a far sentire la sua voce al popolo afghano e alla Comunità internazionale. Lo ha fatto in maniera ufficiale, con un comunicato stampa, al pari dei più importanti capi di Stato del mondo.
La politica, e con essa tutte le formalità del caso, è ormai lo strumento di cui hanno imparato servirsi i taliban e i gruppi di opposizione armata della regione. Compromessi, propaganda, accuse e minacce; tutto questo supportato da una campagna militare efficace e dirompente che ha portato gli “insorgenti-oppositori” a divenire soggetto politico di primo piano per la risoluzione di un conflitto di “liberazione nazionale” in grado di alimentare quella che ormai è una guerra civile di ampia portata.
I taliban si pongono di fronte all’Onu come soggetto forte, in grado di concedere tregua e apertura al dialogo. Lo hanno fatto pubblicamente qualche settimana fa aprendo, con evidenti finalità propagandistiche, alla possibilità di una commissione congiunta Onu-IEA per accertare le responsabilità delle uccisioni dei civili nel conflitto. Lo fanno oggi, seguendo una propria politica basata su una particolare dottrina di “controinsorgenza dei mujaheddin”. Una risposta al modello di counterinsurgency statunitense, e in contrapposizione ad esso. Dunque stesso linguaggio, ma più semplificato, stessi strumenti, ma più adeguati alle esigenze culturali afghane e meno dottrinali, e stesse finalità, la conquista dei cuori e delle menti della popolazione civile. Anche il modello politico proposto è un’alternativa a quello della Repubblica islamica di Karzai, con obiettivi più limitati, ma in grado di presentare un progetto politico che fa riferimento a dialogo, collaborazione, giustizia, sicurezza e lotta contro i soprusi e l’occupazione da parte di eserciti stranieri.
Il messaggio politico del mullah Omar si rivolge a tutti gli attori del conflitto afghano: la nazione, i mujaheddin, i religiosi e gli intellettuali, gli ex-combattenti e i rappresentanti dello Stato, l’opinione pubblica straniera e le forze della Coalizione e, infine, il governo e il popolo degli Stati Uniti. Un discorso pragmatico che si pone contemporaneamente sul piano ideologico del Jihad, della politica e militare della lotta di liberazione.
L’appello all’unità dei gruppi di opposizione che giunge dal vertice del movimento taliban mette però in mostra attriti e difficoltà di accordo tra le differenti fazioni dell’insorgenza; difficoltà che si traducono in antagonismo, competizione e conflitti che però, secondo il capo dei taliban, è necessario accantonare in aderenza al Jihad e alla lotta per la difesa della sovranità di un paese islamico e dell’Islam in generale. In tale contesto l’operazione della Coalizione volta a creare le Forze di polizia locali viene presentata come ulteriore tentativo di divisione degli animi e delle coscienze del popolo afghano, un frammentazione indotta che si affianca agli zoppicanti tentativi di riconciliazione e reintegrazione e del processo elettorale in corso.
La chiamata “alle armi” si rivolge anche a quella che è l’intellighenzia dell’Afghanistan – dottori, politici, insegnanti, religiosi – il cui contributo richiesto è l’impegno per l’unità nazionale, essenziale per un forte governo islamico largamente condiviso. Un’unità che deve coinvolgere tutti i “fratelli mujaheddin” chiamati a combattere una guerra contro un nemico definito e a difendere la popolazione dagli effetti devastanti di una guerra che si combatte per le strade, tra le case.
L’Occidente è in difficoltà in Afghanistan, questo è un fatto. I Mujaheddin non possono che trarre vantaggio dalla confusione dei comandi della Coalizione, dai loro fallimenti e dalle errate strategie che hanno comportato solamente sprechi di risorse umane ed economiche e indotto l’opinione pubblica occidentale a insistere per la ricerca di una exit strategy. E se gli occidentali sono confusi e frastornati dalla violenta resistenza afghana, questo deve indurre i combattenti per la libertà a essere sempre più uniti, nel rispetto delle gerarchie e delle decisioni approvate dai “consigli”, attenti alla popolazione civile e agli interessi generali della nazione afghana in considerazione degli obiettivi finali e delle capacità operative e politiche del nemico. Gli ordini del mullah Omar sono chiari, così come le sue “preoccupazioni formali” per la popolazione. Ogni precauzione deve essere presa per garantire la sicurezza dei civili, della proprietà privata e delle infrastrutture utili per le necessità quotidiane delle comunità. La società civile, che deve essere parte della resistenza e non un’entità separata da essa, deve essere sempre protetta attraverso il rispetto delle regole indicate nel Layeha, il codice di guerra dei taliban, senza che violenze gratuite o punizioni sbrigative portino a sofferenze non necessarie. Soldati e poliziotti governativi devono essere avvicinati e indotti a scegliere per la giusta causa al fine di poter contare su soggetti infiltrati all’interno delle forze di sicurezza statali per operazioni contro gli invasori e i loro “collaborazionisti”.
La “casta della società”, insegnanti, religiosi uomini politici, scrittori, intellettuali e poeti, sono il ponte ideale tra il popolo e l’Emirato e per questa ragione devono svolgere l’importante compito di rendere noto a tutti quanto l’occupazione militare sia la causa delle atrocità e delle sofferenze a cui è sottoposto il popolo afghano. Il loro compito è quello di mostrare alle nuove generazioni qual è la strada “giusta” da seguire, rifiutando pericolose contaminazioni culturali e religiose provenienti dall’esterno, e di creare una felice e stimolante “atmosfera islamica”.
Coloro che hanno abbandonato il campo di battaglia per aderire al processo di riconciliazione non devono dimenticare gli sforzi fatti da intere generazioni di mujaheddin per cacciare i nemici che con il tempo si sono alternati nel portare sofferenza all’Afghanistan; la resistenza contro l’invasore è un dovere sacrosanto e irrinunciabile. La minaccia di essere puniti come traditori è esplicita per coloro che si sono lasciati convincere ma una porta viene lasciata aperta per coloro che vogliono rientrare nei ranghi dei mujaheddin; anche il perdono e la riconciliazione trovano posto, così come nei discorsi di Karzai, anche nell’appello dei taliban: amnistia e sicurezza vengono offerti a chi decide di abbandonare le forze di sicurezza o l’incarico governativo.
Quello presentato dai taliban è un programma di riforma islamica a livello di politica interna dell’economia, della legalità, della sicurezza, dell’educazione, della giustizia attraverso l’opera di esperti dotati di provata capacità professionale e intellettuale, senza discriminazione alcuna di carattere politico, etnico e linguistico, nel rispetto dei diritti “islamici” del popolo, incluse le donne, e contrastando l’immoralità e l’ingiustizia, l’indecenza e tutti gli altri vizi. A livello di politica estera i taliban danno il benvenuto a una cooperazione a livello regionale con i Paesi confinanti con l’Afghanistan, sul principio della non ingerenza negli affari interni e con una promessa collaborazione per risolvere i problemi legati all’economia, al commercio, al narcotraffico e all’inquinamento.
L’appello alla Ummah e a un mondo islamico in generale ormai in pericolo di aggressione da parte dell’Occidente, ricorda a tutti i musulmani il dovere di partecipare alla “resistenza”, un obbligo per la difesa della propria religione e della propria cultura. Un richiamo che non dimentica di fare un parallelo tra Afghanistan, Iraq e Palestina, legati dal comune libro sacro; in tale situazione rimanere neutrali è un delitto e pertanto gli afghani devono assumersi la responsabilità di difendere l’Ummah islamica, così come hanno difeso l’Afghanistan dai tempi delle invasioni di Alessandro il Macedone sino a oggi.
Un ultimo appello viene fatto ai governi componenti la Coalizione internazionale affinché rinuncino a sostenere gli interessi coloniali degli Stati Uniti così da evitare l’inutile sacrificio dei propri soldati e le ingiustizie e i crimini di guerra contro la popolazione afghana, in particolare contro le future generazioni.
La guerra più lunga degli Stati Uniti, dopo nove anni non ha ottenuto neanche un risultato positivo; strategie dopo strategie hanno causato solamente un aumento progressivo del numero dei morti. La ricerca di una exit strategy basata sull’aumento dei soldati è solamente un escamotage per spostare il problema avanti nel tempo e per inasprire i conflitti interni di un Afghanistan che conosce solamente guerra. Tentativi di creare milizie tribali, la strategia semantica di dividere tra taliban moderati e radicali, le conferenze infruttuose, le Jirga illegittime, il processo elettorale, la propaganda subdola sarebbero tutti espedienti per non ammettere la sconfitta. Forza e coercizione non hanno effetti sugli afghani, se non quelli di unirli ancora di più nella difesa contro il nemico esterno. Ritiro senza condizioni delle truppe straniere dall’Afghanistan, questa è la perentoria conclusione del mullah Omar.
Leggendo il discorso dell’Amir-ul-momineem, almeno la parte relativa al dialogo tra afghani, pare quasi di leggere il “bignami” del programma che Karzai ha presentato alla Peace Jirga di giugno, più semplificato, meno oneroso ma non meno ambizioso. Riproponendo un piano speculare a quello di Karzai, il mullah Omar e i suoi consiglieri non hanno dimostrato molta fantasia ma certamente una grande capacità di adattamento e di visione a lungo termine. Non vi sono più accuse dirette al governo di Karzai, ma tutta la violenza verbale è concentrata sulle forze di sicurezza occidentali. Un segnale positivo per l’apertura al dialogo tra i legittimi soggetti politici afghani? Verosimilmente sì, è un segnale di possibile apertura, anche se non ufficializzato. La vittoria della nazione islamica contro gli invasori infedeli è imminente, lo sostiene il leader dell’Emirato afghano; forse non una vittoria immediata sul campo di battaglia ma quello che è certo è che la vittoria del movimento di resistenza dei mujaheddin afghani si basa sul principio della mancata sconfitta, della sopravvivenza ai sempre più consistenti, ma non per questo più efficaci, surge occidentali. Sopravvivere al ritiro delle forze occidentali è la vittoria dei taliban nella guerra civile afghana.

11 settembre 2010

lunedì 28 giugno 2010

Da McChrystal a Petraeus: extrema ratio?

«The leadership has changed, but the policy hasn’t changed» ha dichiarato l’ammiraglio Mike Mullen, capo del Joint Chiefs of Staff statunitense. Ma le prime notizie trapelate dagli ambienti militari riportano già una prima concreta volontà di cambio nella condotta delle operazioni: il cambio delle regole d’ingaggio da parte di Petraeus. Un mutamento che punta a concedere maggiore libertà “di manovra” ai soldati americani e che non limita troppo, così come invece voleva McChrystal, l’impiego della forza. Nessun dettaglio in più al momento, vedremo nei prossimi giorni come il nuovo comandante delle truppe sul terreno personalizzerà una guerra che è completamente diversa da quella irachena da cui lui sarebbe – almeno secondo alcuni – uscito vincitore.
«Gli alleati non hanno ripreso l’iniziativa ma hanno bloccato l’iniziativa degli insorgenti», sostiene ottimisticamente Mark Sedwill, il diplomatico britannico che svolge la funzione da consigliere della Nato, sul New York Times del 26 giugno. Parziale verità dal momento che, se è pur vero che le forze di sicurezza straniere non hanno ripreso quell’iniziativa, gli insorgenti continuano a muoversi e a colpire con precisa efficacia tanto da imporre il rinvio dell’annunciata offensiva estiva su Kandahar (pianificata per agosto) all’autunno, forse addirittura a dicembre.
Surge e counterinsurgency rimangono comunque i due perni su cui il comando Isaf/Coalition Forces continuerà ufficialmente a lavorare, ma né l’una né l’altra potranno essere repliche dell’esperienza irachena. Petraeus non ripeterà la vittoria irachena, semplicemente perché in Iraq il successo non si è rivelato tale. L’equazione “Irak-Petraeus-counterinsurgency uguale a successo” non varrà per l’Afghanistan essenzialmente per due motivi: il tempo e le differenze socio-culturali abbinate agli equilibri geometrici di natura etnica. Il primo manca, le seconde sono troppo complesse da poter essere affrontate in carenza di tempo e risorse. Per quanto il comando militare sia una realtà finalmente concreta in grado di gestire seriamente la complessità di un’alleanza variegata e dai fin troppi limiti d’impiego, gli insuccessi degli ultimi nove anni pesano sulle spalle del generale Petraeus come macigni. Insuccessi a cui hanno contribuito le “doverose” quanto infruttuose alternanze di comando attribuito ad alcune potenze europee e alla Turchia. Ma saprà fare bene Petraeus poiché supportato dal suo presidente e, fattore da non sottovalutare, dal Congresso, dall’opinione pubblica americana e dai suoi soldati. E se farà bene lo sapremo a breve, per quanto i risultati dichiarati, temo, non arriveranno; arriverà invece quello parzialmente annunciato, ossia il progressivo disimpegno militare da un Afghanistan non pacificato, in cui la lotta per il potere vedrà muoversi sul campo di battaglia schieramenti mossi da spinte etniche, economiche e ideologiche.
Ricade quindi su Petraeus l’amaro compito di concludere (e quindi perdere) la guerra in Afghanistan? A questo punto sì. Il generale reduce della guerra in Iraq, dopo l’onore del comando di Centcom, si trova ora “costretto” a una promozione verso il basso; ciò che dal punto di vista di Obama rappresenta l’espressione di massima fiducia nei confronti dell’ufficiale, si dimostra in realtà come l’ultima carta da giocare prima del “grande bluff” finale. Una fiducia condita da disperata rassegnazione politica, poiché dal punto di vista militare prevale il sano – si spera – realismo del campo di battaglia, ormai in mano ai taliban. Taliban che non sono i moderati con cui si spera di poter avviare un dialogo, bensì i radicali che impongono una scelta obbligata a Karzai che si trova ora tra due fuochi: quello dei gruppi di opposizione armata che, tra speranza di dialogo e scontro aperto, si impongono come soggetto forte e quello dei gruppi di opposizione politica i quali, al momento solo a parole, hanno dichiarato di essere disposti a riprendere le armi qualora i taliban fossero ammessi non solo al tavolo delle trattative ma anche nelle stanze del potere.
Sostengo ormai da anni la necessità di lasciare la parola ai diretti interessati, gli afghani dell’Afghanistan (e quindi non solamente gli esuli espatriati durante le guerre degli ultimi trent’anni), come sostengo oggi la necessità di trovare una soluzione di compromesso, consapevole del fatto che questo significhi rinunciare a molti dei pochissimi risultati ottenuti nel campo dei diritti umani, della “democrazia” e della giustizia. Non mi faccio illusioni, la soluzione afghana si sta definendo, come sempre, nello spazio temporale; uno spazio in cui l’Occidente non vuole e non può muoversi.

martedì 11 maggio 2010

Al-Faath: l’offensiva di primavera dei taliban


Afghanistan, 10 maggio 2010: i taliban dell’Emirato Islamico hanno annunciato l’avvio dell’offensiva di primavera, la nona primavera afghana del Presidente Karzai e degli alleati occidentali.
Lo hanno fatto attraverso il loro sito web e con l’utilizzo della posta elettronica. La strategia adottata non si discosta di molto da quella utilizzata dagli americani nell’annunciare, una dopo l’altra e attraverso i potenti canali mediatici, le più grandi offensive militari dall’inizio del conflitto.
Si è fatto un gran parlare di “guerra delle percezioni” e, al tempo stesso, di reciproche azioni di propaganda. E di guerra delle percezioni ne ha parlato anche il generale Petraeus la cui dottrina – quella adottata nella guerra irachena e che si vorrebbe in parte applicare anche all’Afghanistan – è contenuta nel manuale di counterinsurgency FM 3-24 che, tra quelli militari, è il più scaricato da internet. In esso sono contenuti quasi “tutti i trucchi” che il comandante delle truppe sul terreno, generale McChrystal, dovrebbe mettere in atto.
I taliban, che della tecnologia informatica sono ormai padroni, l’hanno recepita, al pari di tutti i comandanti della coalizione occidentale, e a essa si sono adeguati nei fatti – colpire il nemico e “conquistare i cuori e le menti” degli afghani – e nel linguaggio – la propaganda.

L’offensiva di primavera è denominata Al-Faath (Vittoria), un termine utilizzato nel Corano per indicare il successo. La leadership del Consiglio dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan lo ha scelto in quanto estremamente significativo per i musulmani.
Sono stati molto precisi i taliban nell’indicare chi rientra nella categoria di nemico e che quindi sarà colpito nel corso di questa offensiva: invasori americani, personale militare della Nato, consiglieri stranieri, spie che si spacciano per diplomatici, membri dell’amministrazione Karzai e del suo governo, del parlamento, dei sedicenti ministeri della difesa, del dipartimento di intelligence, del ministero della giustizia, degli affari interni, contractor delle compagnie di sicurezza straniere e locali, dipendenti e personale delle compagnie che si occupano di logistica e di costruzioni per i militari stranieri e tutti coloro che lavorano per gli occupanti.
Al-Faath è un’operazione di jihad che colpirà su tutto il territorio del Paese, e lo farà alla maniera dei guerriglieri: azioni mordi e fuggi, imboscate, ordigni esplosivi improvvisati (Ied), uccisione di rappresentanti dell’amministrazione civile, sabotaggio delle vie di comunicazione militari, cattura di soldati stranieri e, infine, i tanto temuti attentati suicidi.
L’appello alla popolazione è esplicito e richiama tutti al senso di responsabilità verso la guerra di liberazione condotta dai mujaheddin a favore dell’Afghanistan e contro gli invasori stranieri; non mancano le minacce dirette a chi invece collabora con il nemico, lavorando con i militari o fornendo loro servizi. Insomma, niente di nuovo, ma non per questo meno preoccupante.
Gli americani hanno battezzato la prossima offensiva su Kandahar Omid, ossia «speranza»; i taliban hanno risposto con la loro Al-Faath, «vittoria».
Se è una guerra di percezioni quella che ci aspetta, gli americani stanno già partendo svantaggiati. Ma i fatti dimostrano, come hanno sempre dimostrato, che non di sole percezioni è fatta questa guerra.
«A primavera si apre la partita…» diceva una canzone in un’altra guerra.
STATEMENT OF THE COUNCIL OF THE ISLAMIC EMIRATE OF AFGHANISTAN