Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

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martedì 11 ottobre 2016

Afghanistan: la frantumazione del movimento taliban e il ruolo dello Stato islamico (ISPI)

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1

da ISPI - ispionline.it - scarica il COMMENTARY in pdf

L’incontrastata offensiva dei taliban conferma una capacità di saper operare sia sul piano operativo-strategico sia su quello politico-diplomatico, ma il processo di frammentazione e la lotta intestina al movimento taliban per la successione al mullah Omar hanno aperto nuovi scenari di conflittualità, in cui si è inserito con prepotenza IS/Daesh. 

Il mullah Mohammad Omar, leader dei taliban afghani è morto, verosimilmente nell’aprile del 2013. Il mullah Akhtar Mohammad Mansour, che lo ha sostituito nell’agosto del 2015, potrebbe essere anch’egli deceduto a dicembre in seguito a un ipotetico scontro a fuoco con un capo taliban scissionista.
Queste, vere o meno, le informazioni disponibili. E gli stessi taliban hanno ufficialmente smentito la notizia; ma sono gli stessi taliban che, per due anni, hanno tenuto nascosta la morte del mullah Omar.
Alcune dinamiche rimangono però indefinite; in particolare, la stessa dinamica dell’evento appare contraddittoria.
Un incontro di alto livello che preveda la partecipazione del massimo vertice del movimento taliban impone l’adozione di misure di sicurezza estremamente cautelative; appare dunque improbabile che vi fossero armi tra i partecipanti all’incontro, al di fuori di quelle in dotazione alle guardie del corpo.
Inoltre, la notizia della sua uccisione sarebbe sostenuta a gran voce dalla fazione secessionista – vicina allo Stato islamico (IS/Daesh) in Afghanistan – del mullah Mansour Dadullah (che a sua volta risulterebbe essere stato ucciso su ordine della leadership taliban).
Dunque tutto da verificare.
Le dinamiche del fronte insurrezionale e il compromesso per la pace
Nel frattempo, prosegue incontrastata l’offensiva dei taliban – la più violenta degli ultimi quattordici anni. L’occupazione di Kunduz alla fine di settembre è l’episodio che meglio ne descrive la capacità di espansione e rappresenta il più importante successo ottenuto dall’insurrezione sino a oggi, a cui fanno seguito gli attacchi a Kandahar del 7-8 dicembre.
Tutto ciò conferma una capacità di saper operare su due piani:
  • -quello operativo-strategico – attraverso azioni dirette contro obiettivi simbolici (centri urbani, basi militari), in grado di attirare l’attenzione mediatica;
  • -quello politico-diplomatico – funzionale alla spartizione del potere e del paese.
È ormai un dato di fatto che Stati Uniti, governo afghano e leadership taliban ambiscano a una soluzione di compromesso del conflitto; tale ipotesi è però minacciata dall’instabilità di alcuni fattori.
Il processo di frammentazione e la lotta intestina al movimento per la successione al mullah Omar hanno aperto nuovi scenari di conflittualità, in cui si è inserito con prepotenza IS/Daesh.
Il leader ufficialmente è il mullah Mansour, indicato come “pragmatico” e disponibile all’ipotesi negoziale; la sua è però una posizione fragile e contestata e la notizia del suo ferimento – o uccisione – evidenzia le fragilità in essere.
Un secondo fattore è la difficoltà della leadership taliban nel mantenere unito il movimento; anche in questo caso l’ipotesi di uccisione di Mansour sarebbe una conferma.
Infine, terzo fattore, le spinte esterne legate alla diffusione di IS/Daesh. Più giovani mujaheddin, radicali, ex comandanti taliban, spesso marginalizzati o espulsi, o soggetti contrari al processo di pace, avrebbero già aderito al modello di “Nuovo terrorismo insurrezionale” (Nit, New Insurrectional Terrorism), di cui IS/Daesh è capolista e attore emergente della violenza in Afghanistan. Un attore, questo, che, continuando il processo di espansione dal Syraq (tra Siria e Iraq) al sub-continente indiano, si è imposto attraverso la diffusione del premium brand IS Wilayat Khorasan, riuscendo al contempo a marginalizzare un’al-Qaida indebolita.
Cosa accadrebbe se il fronte insurrezionale si frammentasse ulteriormente?
Il dialogo negoziale e il processo di power-sharing indurrebbero parte degli insorti a continuare a combattere; quattro, in breve, i rischi connessi alle conflittualità intra-taliban:
  1. Polarizzazione delle correnti favorevoli/contrarie al processo di pace.
  2. Scissione violenta.
  3. Trasformazione del conflitto, da “nazionale” (mujaheddin afghani per l’Afghanistan) a guerra “globale” (approccio ideologico alimentato da IS/Daesh).
  4. Apertura di al-Qaida a tutti i gruppi jihadisti – e dunque anche IS/Daesh – (appello dell’emiro Ayman al-Zawahiri del novembre scorso).
Una situazione complessiva che potrebbe preannunciare uno scenario – già avvenuto per i taliban pachistani – in cui il movimento taliban afghano si frantumerebbe attraverso la contrapposizione tra blocco storico e frangia radicale (che opterebbe per l’adesione a IS/Daesh).
Cosa potrebbe accadere nel breve periodo?
Il fronte insurrezionale possiede significative capacità operative e di manovra, non è stato sconfitto sul campo ed è capace di limitare la libertà d’azione delle forze di sicurezza afghane. Sull’altro fronte, data l’incapacità da parte del governo afghano di garantire il controllo del territorio e un adeguato livello di sicurezza, la permanenza di una residua forza militare straniera rappresenta un vantaggio pratico.
È possibile valutare che nel breve-medio periodo vi sarà un aumento delle conflittualità a causa delle azioni insurrezionali e dell’espansione di IS/Daesh; inoltre, la riduzione delle capacità dello stato comporterà un sostanziale abbandono delle aree periferiche.
È dunque prevedibile un significativo aumento della pressione insurrezionale, anche esogena; parte dei taliban potrebbe lasciare il movimento e unirsi a IS/Daesh, mentre altri foreign fighters sono già operativi nei gruppi che fanno capo ad AQIS – nuovo brand di al-Qaida nel sub-continente indiano in risposta a IS/Daesh – (si valuta che le fazioni in campo contino complessivamente circa 6.500 foreign fighters).
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mercoledì 18 giugno 2014

Afghanistan Post-2014: Scenarios After the International Military Disengagement

The Consequences of the End of the ISAF and More Generally of NATO's Military Engagement in Afghanistan

Abstract
Afghanistan faces a major milestone in 2014: the withdrawal of the ISAF (International Security Assistance Force) troops by the end of the year.
ISAF’s combat troops are scheduled to leave Afghan soil, ending a 13-year war against an unbeatable insurgency.
The new NATO military mission - which will be formalized through the signing of the Bilateral Security Agreement (BSA) by the next president of Afghanistan (successor to Hamid Karzai) - should begin on January 2015. This is likely to have deep implications for NATO’s role in Afghanistan.
In brief:.
NATO forces remaining in Afghanistan from 2015 in order to make an enduring contribution to stability, could be about 8,000 to 12,000 advisors/trainers and counterterrorism and special forces, largely from the US; and, as declared by President Obama, the US plans to withdraw the last American troops from Afghanistan by the end of 2016 when there would be only a reduced force able to protect the embassy in Kabul and to support Afghans in security work.
This transition process is marked by interconnected dynamics:
•on the one hand, a decrease in territory under the control of Afghan National Security Forces (ANSF) has been recorded;
•on the other, the reduction of ISAF troops led to a lack in security conditions, because of the increased operational capabilities of Armed Opposition Groups (AOG) and decreased ANSF capability (fewer direct actions against ISAF-NATO forces and an increase of attacks against the ANSF have been seen);
•finally, the Afghan state-building process has not been achieved, leaving the country without primary infrastructure for development. The Afghan government is currently powerless, unable to maintain stability within the country and economically dependent on the international community: in brief it is not far from substantial failure.
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Research Team: Andrea Carati (Head of Research), Claudio Bertolotti, Colin P. Clarke, Riccardo M. Cucciolla, Fabio Indeo, Mark Sedra, Arne Strand 

Claudio Bertolotti (PhD), Strategic Analyst and Cross-Cultural Advisor, is Senior External Researcher at Military Centre for Strategic Studies (CeMiSS)