Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

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domenica 6 giugno 2010

Peace Jirga: la soluzione afghana

«Fate la pace con me e non sarà più necessaria la presenza delle forze straniere. Fin quando non ci sarà un dialogo tra di noi e non si lavorerà per la pace, non potremmo lasciare andare via gli stranieri. La nazione afghana guarda a voi, aspettando la vostra decisione, i vostri consigli per l’avvio del processo di pace e per la salvezza dell’Afghanistan».

Con queste parole rivolte ai taliban il 2 giugno scorso il presidente Karzai ha formalmente avviato la Peace Jirga a Kabul; l’importante assemblea, a cui hanno partecipato notabili afghani, capi tribù, rappresentanti dei gruppi politici e della società civile, volta a definire l’avvio della politica del dialogo di pace con i taliban del mullah Omar, e tutti gli altri gruppi di opposizione attivi in Afghanistan.
La risposta “formale” dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, che ha definito l’assemblea non rappresentativa del popolo afghano e volta a garantire esclusivamente gli interessi degli stranieri, ha anticipato quella “militare”. Proprio mentre Karzai iniziava il suo discorso ai 1400 rappresentanti delle comunità afghane e ai 200 delegati diplomatici stranieri, un commando taliban composto da dieci elementi si è lanciato all’attacco della struttura ospitante la Peace Jirga, nel quartiere di Khoshal Khan, periferia occidentale di Kabul, riuscendo a penetrare nel perimetro di sicurezza con l’impiego della ormai collaudata tecnica dell’attentatore suicida “apripista” vestito da soldato dell’esercito afghano, seguito dai razzi lanciati a media distanza e con il fuoco di copertura delle armi automatiche leggere. Azione respinta in poco tempo dai 12.000 uomini delle forze di sicurezza governative; ma tanto è bastato a dimostrare alla comunità internazionale e agli stessi partecipanti all’assemblea quale sia la posizione dei taliban, chiamati al dialogo e alla collaborazione ma volutamente non presenti tra i delegati all’assemblea.
Per i taliban né le offerte della Jirga, né l'invito di Karzai sono accettabili poiché «diretti a prolungare la permanenza delle forze di occupazione straniera e porteranno unicamente più guerra all'Afghanistan». Nulla di particolarmente sorprendente a dire il vero; con i radicali il dialogo è molto difficile e le soluzioni di compromesso raramente vengono raggiunte. Ma è sui moderati che punta il governo Karzai per togliere forza ai gruppi di opposizione; e questi sono molto più sensibili a proposte di riconciliazione che, detto in altri termini, significa possibilità di avere un’alternativa alla lotta per ottenere lo stretto necessario alla sopravvivenza.
Tutt’altro discorso invece per i vertici e i combattenti più radicali che verosimilmente non cesseranno mai di combattere un governo considerato corrotto e una forza militare di occupazione; e perché mai dovrebbero farlo proprio nel momento di massima forza e capacità operativa? Parlano le cifre del 2010: il più alto numero di caduti tra le truppe occidentali e la più elevata concentrazione di attacchi e azioni ostili degli ultimi nove anni. Quanto basta per non voler prendere in considerazione la possibilità del dialogo.
Problemi provenienti dall’esterno, ma non solo. In realtà anche il fronte interno, quello dell’opposizione a Karzai, ha dimostrato quanto l’ambizioso progetto del presidente afghano sia in realtà non da tutti condiviso. Primo tra tutti il dottor Abdullah Abdullah, avversario di Karzai alle recenti elezioni che ha definito l’assemblea «non legittima» e non ha preso parte alla discussione.
La Peace Jirga si è conclusa venerdì 4 giugno, senza l’attenzione che avrebbe meritato. Eppure gli argomento trattati sono d’interesse generale. La Jirga si è risolta in una dichiarazione di intenti, una manifesta disponibilità al dialogo e al compromesso che, se da una parte ha un retrogusto di sconfitta, dall’altra dimostra quanto i dialoghi afghani siano più efficaci delle politiche occidentali: amnistia per gli insorgenti; commissione di pace (dal livello nazionale a quello di villaggio) per l’avvio delle trattative con gli insorgenti; rilascio dei prigionieri taliban detenuti presso le carceri governative e straniere; modifica della blacklist dell’Onu; cessazione di attacchi aerei, perquisizioni militari, arresti e “proxy war” da parte delle forze Isaf; maggiori investimenti strutturali, capacità di creare, equipaggiare e addestrare le forze di sicurezza afghane.
Un’assemblea che non ha prodotto i risultati sperati dalla comunità internazionale ma che è sicuramente servita a Karzai; l’evento, tanto atteso e discusso, è stata un’efficace dimostrazione di capacità politica e al tempo stesso un modo per far parlare, ancora una volta, di Afghanistan a un’opinione pubblica sempre più stanca e disinteressata. Questo è un risultato, assai modesto se rapportato all’importanza del processo di pacificazione in Afghanistan, ma che pone Karzai nella posizione di poter tentare una soluzione afghana, l’unica che forse ha qualche possibilità di successo, come lui stesso ha dichiarato al termine dell’assemblea: «Ora la strada è chiara, la strada che è stata mostrata e scelta da voi (membri della Jirga) noi la seguiremo passo dopo passo e ci condurrà, Inshallah, verso il nostro destino. È la soluzione soddisfacente, completa e giusta».
Burhanuddin Rabbani, ex presidente dell’Afghanistan, lo ha sostenuto definendo «necessario parlare con il nemico e riconciliarsi con esso al fine di portare la pace nel Paese».
Un passo avanti, seppur incerto, verso la "stabilizzazione dell'Afghanistan" che poco o nulla ha a che fare con quella immaginata dall’occidente fino a poco tempo fa, ma che oggi appare essere l’unica. Il cammino è ancora lungo e la data del 2011 segna solo l'inizio.

5 giugno 2010

mercoledì 26 maggio 2010

I taliban che non vanno alle Maldive

Si sono appena conclusi i colloqui tra gli esponenti dei gruppi di opposizione afghani e i rappresentanti del governo di Kabul; le Maldive hanno rappresentato il luogo del secondo incontro tra le parti in conflitto, dopo quello di gennaio: colloqui non ufficiali ma fortemente voluti da Karzai e sostenuti dagli stessi Stati Uniti di Obama.
Vi hanno preso parte tredici membri del parlamento afghano e uno dei consiglieri presidenziali più vicini a Hamid Karzai; per i gruppi di opposizione erano presenti rappresentanti dell’Hezb-e-Islami di Gulbuddin Hekmatyar, della Jamaat-e Islami e del Jumbesh Islami ma non dei taliban del mullah Omar. Assenza quest’ultima di non poca rilevanza dal momento che proprio i taliban rappresentano lo zoccolo duro della resistenza armata contro le forze occidentali e il malconcio Stato afghano.
Gli organizzatori dell’incontro hanno auspicato che tutti i quarantacinque partecipanti all’incontro prenderanno parte al terzo colloquio che si terrà, verosimilmente, nel mese di settembre, quando ormai l’offensiva Nato su Kandahar (nome in codice Omid, ossia Speranza) avrà dimostrato il successo o il fallimento della strategia statunitense. Offensiva che vedrà contrapporsi sul campo di battaglia (più di quanto già non avvenga) le forze occidentali con l’esercito afghano e proprio quei taliban che di politica del dialogo pare non vogliano sentir parlare. Eppure proprio in occasione della visita di Karzai negli stati Uniti di qualche giorno fa era stata annunciata, seppur in maniera non troppo clamorosa – il che avrebbe dovuto farci riflettere sull’attendibilità della notizia –, l’apertura di un canale di dialogo diretto tra lo stesso Karzai e il mullah Omar. E infatti è giunta puntuale la smentita dei taliban – almeno quella ufficiale – dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan.
Il successo della politica del dialogo e della counterinsurgency statunitense pare essere sempre più remoto; come riporta finemente e senza mezzi termini Katrina vanden Heuvel sul Washington Post di oggi 26 maggio, la strategia counterinsurgency volta a conquistare i cuori e le menti degli afghani sta fallendo. Una relazione del Pentagono del mese scorso rivela che solamente 29 dei 121 distretti “critici” dell’Afghanistan possono essere definiti in buone relazioni con il governo centrale, in contrapposizione ai 48 che si dimostrano aderenti alle posizioni dei taliban o che li supportano. Così come il numero di cittadini afghani che considera “buona” o “molto buona ” la presenza statunitense e della Nato è scesa da dicembre dello scorso anno al mese di marzo dal 38 al 29%, forse anche in conseguenza all’elevato numero di civili morti e feriti in seguito ad attacchi dell’una e dell’alta parte.
L’atmosfera è strana e si respira aria di preoccupazione, quasi come se fosse giunto il “momento dei Taliban”, sebbene il generale Stanley McChrystal abbia recentemente dichiarato che al momento “nessuno sta vincendo”. Questo avrebbe dovuto forse rincuorarci? Io rimango perplesso, data la situazione di stallo, tanto politico quanto militare. L’offensiva su Marjah non ha dato i risultati sperati, i colloqui di pace non hanno visto la partecipazione del “nemico” più forte e radicale, l’offensiva di primavera Al-Faath ha portato a un notevole aumento del numero di attacchi contro le forze occidentali e il governo locale. Non rimane ora che attendere, ancora una volta fiduciosi, l’avvio della Peace Jirga di Kabul pianificata per il 2 giugno e tanto voluta da Karzai.