Afghanistan Sguardi e Analisi

Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

venerdì 21 maggio 2010

Al-Faath: non solo parole

Kabul, 18 maggio 2010. Un attacco suicida rivendicato dai taliban ha provocato la morte di diciotto persone, dodici civili afghani e sei militari stranieri: il colonnello canadese Geoff Parker di 42anni, il colonnello statunitense John M. McHugh, di 46 anni, i due tenenti colonnelli Thomas Belkofer e Paul R. Bartz, di 44 e 43 anni, e due soldati americani Richard Tieman e Joshua Tomlinson, di 28 e 24 anni. Non meno di 47 sono stati i feriti civili, uomini, donne e bamini rimasti per noi senza nome. L’azione suicida ha visto l’attentatore - Mujahid Isamuddin, originario di Qara Bagh, distretto di Kabul – lanciarsi contro il convoglio della Nato che percorreva in quel momento la Dar-ul-Aman, via nel centro di Kabul, con un furgoncino Toyota imbottito di 750 chilogrammi di esplosivo.
È stato l’attentato più sanguinoso degli ultimo otto mesi.
La maggioranza delle vittime erano persone in attesa dell'autobus in una strada trafficata nei pressi di un palazzo governativo, del parlamento e di una base militare – l’accademia afghano-statunitense di Controinsurgency.
Bagram, 19 maggio 2010. L’attacco in grande stile condotto dai taliban all’alba contro la base aerea di Bagram, la più grande dell’Afghanistan, ha portato alla morte di un contractor americano e al ferimento di una dozzina di soldati statunitensi. Sul campo di battaglia sono rimasti dieci dei venti guerriglieri taliban che avrebbero preso parte all’azione, come riportato dal portavoce taliban Zabiullah Mujahid.
L’utilizzo simultaneo di armi leggere e lanciarazzi da parte dei mujaheddin ha provocato l’incendio di alcune cisterne di carburante in attesa di entrare all’interno favorendo le prime mosse degli attaccanti. Mentre alcuni mujaheddin si faceva esplodere – il primo nucleo di assalto armato di fucili ed equipaggiato con giubbetti esplosivi impegnato ad aprire un varco nel sistema difensivo –, il secondo gruppo di attentatori suicidi desisteva dall’intento e rinunciava alla successiva fase dell’operazione a causa dell’efficacia delle difese statunitensi.
Il portavoce dei taliban ha dichiarato che sette dei venti mujaheddin che avrebbero preso parte all’azione sono morti nell’attacco mentre gli altri tredici avrebbero fatto ritorno alla base pronti per essere impiegati in una successiva operazione.
È questa la più grande operazione offensiva condotta contro la base di Bagram, ha detto Zabiullah Mujahid.
Khost, 21 maggio 2010. Un attentatore suicida, Muhammad Naeem, alla guida di un camion carico di sette quintali di esplosivo, si e' fatto esplodere nei pressi di una caserma della polizia di frontiera (Sarhad-i-Lewa) nella provincia di Paktika provocando la morte di un agente. Le forze di sicurezza sono riuscite a eliminare altri tre attentatori, travestiti da militari dell’esercito afghano ed equipaggiati di giubbetti esplosivi e armi leggere costituenti il secondo gruppo operativo, che, approfittando della confusione conseguente all’attentato, cercavano di far irruzione nella stazione di polizia.

Come si può evincere dai fatti di questi ultimi quattro giorni, i taliban stanno intensificando le loro azioni offensive e lo stanno facendo in maniera assai efficace, certamente dal punto di vista mediatico.
I taliban possono colpire sempre, ovunque e chiunque come promesso nel messaggio che annunciava l’offensiva di primavera Al-Faath (la Vittoria). Non sempre però ottengono risultati sul campo di battaglia. Hanno colpito duramente a Kabul uccidendo cinque ufficiali superiori della Nato; sono stato fermati a Bagram; contro le forze di sicurezza afghane hanno dimostrato di essere in grado di poter uccidere. In ogni caso hanno fatto parlare di sé, hanno diffuso il loro messaggio sulla rete globale e lo hanno fatto dimostrando di avere le risorse umane per poter portare avanti la lotta in maniera assai efficace.
Gli attentatori suicidi, unica arma intelligente in grado di muoversi verso l’obiettivo, non mancano mai e non si tratta di sprovveduti individui al margine della società, bensì di combattenti addestrati e adeguatamente equipaggiati. Merce rara sino a pochi anni fa, ma che ora rappresenta una delle minacce più preoccupanti: seppur in tempo di crisi, la fabbrica degli Shahid (i martiri di Allah) sta lavorando a pieno ritmo.

Papaveri rossi a Bala Murghab



Afghanistan, 17 maggio 2010. A venticinque chilometri da Bala Murghab muoiono, in un’azione di guerriglia, due militari italiani della Brigata Alpina Taurinense. I loro nomi sono Massimiliano Ramadù e Luigi Pascazio, sergente il primo, caporalmaggiore il secondo.
La dinamica dell’incidente è la più semplice e classica: un Ied (improvised explosive device) piazzato lungo la pista che porta alla base avanzata Fob Columbus esplode al passaggio dell’ottavo mezzo di una colonna di centoventi veicoli. Non prima e non dopo, proprio l’ottavo, il quarto dei mezzi italiani. Il perché può essere dovuto a due ragioni principali.
La prima è che il dispositivo, rudimentale, sia stato azionato dalla pressione esercitata del veicolo stesso. Possibile.
La seconda è che l’attivazione sia stata attivata a distanza tramite un semplice telefono cellulare e che il jammer (dispositivo di disturbo delle onde elettromagnetiche) in dotazione al mezzo abbia fatto cilecca. Probabile.
Il risultato è che un veicolo tattico leggero multiruolo Lince è stato completamente sventrato dall’esplosione avvenuta sotto la ruota anteriore portando alla morte dell’autista e del comandante del mezzo, oltre al ferimento dei due militari trasportati. Questo è certo.

Quello che è meno certo, almeno a parere di chi scrive, è chi vi sia dietro all’attentato. Ma un’ipotesi ragionata è necessaria.
Ho trascorso circa due anni della mia vita in Afghanistan, tentando di capire l’universo dei taliban (definizione generica e abusata), o meglio dei gruppi di opposizione che operano in quel magnifico e terribile Paese. Tutto mi dice che i taliban, quelli del mullah Omar, in questo attentato non centrano. Perché? La faccio breve, senza girarci troppo attorno. I taliban, quelli che si battono nel nome dell’Emirato Islamico, hanno la tendenza a rivendicare le proprie azioni, specialmente quando ottengono un successo sul campo che può essere sfruttato mediaticamente attraverso il web. Questa volta non lo hanno fatto.
In più vi è un altro fattore: il luogo, Bala Murghab.
Bala Murghab non è un’area densamente popolata, è lontana dai maggiori centri della regione, ha una posizione remota e questo crea non pochi problemi a chi è chiamato a operarvi. Qui, le più basilari necessità di un’unità militare richiedono sforzi logistici notevoli e, come è stato dimostrato, rischiosi.
Le strade sono tali solo di nome; in realtà si tratta di piste polverose pronte a trasformarsi in trappole di argilla vischiosa alla prima pioggia.
Bala Murghab si trova nella provincia di Badghis, area a predominanza pasthun in una terra di tagiki. È qui che Ismail Khan, padrone incontrastato della provincia di Herat, ha avviato la sua resistenza antisovietica ed è sempre in questo sperduto angolo di Afghanistan che i taliban hanno stazionato all’indomani dell’offensiva su Mazar-i-Sharif nella metà degli anni novanta.
Non è un area ricca, non ha infrastrutture importanti; anzi, a prima vista si direbbe che non ha nulla di nulla. E invece non è così. La ricchezza di Bala Murghab è nelle terre che la circondano: è la linea, seppur indefinita, di confine con il Turkmenistan dove si arriva, a passo d’asino, in poco tempo e dove è possibile trasportare buona parte del papavero da oppio prodotto proprio nei dintorni di Bala Murghab. Papavero da oppio che, per quieto vivere, non viene toccato dalle forze straniere ma che contribuisce, attraverso un redditizio commercio che arricchisce i signori locali legati per ragioni di comuni interessi ai differenti gruppi di opposizione, la risorsa necessaria al reclutamento e mantenimento di braccia e fucili per difendere i campi da eventuali iniziative esterne. E questo crea un circolo virtuoso per cui all’aumentare dei proventi aumenta la possibilità di permettersi milizie private che a loro volta aumentano la cornice di sicurezza attorno al traffico illegale. Illegale ma non illecito da queste parti.
La presenza militare straniera (non necessariamente quella italiana) deve aver dato fastidio a qualcuno. E da lì a piazzare un congegno esplosivo sotto dieci centimetri di terra ci è voluto poco.

martedì 11 maggio 2010

Al-Faath: l’offensiva di primavera dei taliban


Afghanistan, 10 maggio 2010: i taliban dell’Emirato Islamico hanno annunciato l’avvio dell’offensiva di primavera, la nona primavera afghana del Presidente Karzai e degli alleati occidentali.
Lo hanno fatto attraverso il loro sito web e con l’utilizzo della posta elettronica. La strategia adottata non si discosta di molto da quella utilizzata dagli americani nell’annunciare, una dopo l’altra e attraverso i potenti canali mediatici, le più grandi offensive militari dall’inizio del conflitto.
Si è fatto un gran parlare di “guerra delle percezioni” e, al tempo stesso, di reciproche azioni di propaganda. E di guerra delle percezioni ne ha parlato anche il generale Petraeus la cui dottrina – quella adottata nella guerra irachena e che si vorrebbe in parte applicare anche all’Afghanistan – è contenuta nel manuale di counterinsurgency FM 3-24 che, tra quelli militari, è il più scaricato da internet. In esso sono contenuti quasi “tutti i trucchi” che il comandante delle truppe sul terreno, generale McChrystal, dovrebbe mettere in atto.
I taliban, che della tecnologia informatica sono ormai padroni, l’hanno recepita, al pari di tutti i comandanti della coalizione occidentale, e a essa si sono adeguati nei fatti – colpire il nemico e “conquistare i cuori e le menti” degli afghani – e nel linguaggio – la propaganda.

L’offensiva di primavera è denominata Al-Faath (Vittoria), un termine utilizzato nel Corano per indicare il successo. La leadership del Consiglio dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan lo ha scelto in quanto estremamente significativo per i musulmani.
Sono stati molto precisi i taliban nell’indicare chi rientra nella categoria di nemico e che quindi sarà colpito nel corso di questa offensiva: invasori americani, personale militare della Nato, consiglieri stranieri, spie che si spacciano per diplomatici, membri dell’amministrazione Karzai e del suo governo, del parlamento, dei sedicenti ministeri della difesa, del dipartimento di intelligence, del ministero della giustizia, degli affari interni, contractor delle compagnie di sicurezza straniere e locali, dipendenti e personale delle compagnie che si occupano di logistica e di costruzioni per i militari stranieri e tutti coloro che lavorano per gli occupanti.
Al-Faath è un’operazione di jihad che colpirà su tutto il territorio del Paese, e lo farà alla maniera dei guerriglieri: azioni mordi e fuggi, imboscate, ordigni esplosivi improvvisati (Ied), uccisione di rappresentanti dell’amministrazione civile, sabotaggio delle vie di comunicazione militari, cattura di soldati stranieri e, infine, i tanto temuti attentati suicidi.
L’appello alla popolazione è esplicito e richiama tutti al senso di responsabilità verso la guerra di liberazione condotta dai mujaheddin a favore dell’Afghanistan e contro gli invasori stranieri; non mancano le minacce dirette a chi invece collabora con il nemico, lavorando con i militari o fornendo loro servizi. Insomma, niente di nuovo, ma non per questo meno preoccupante.
Gli americani hanno battezzato la prossima offensiva su Kandahar Omid, ossia «speranza»; i taliban hanno risposto con la loro Al-Faath, «vittoria».
Se è una guerra di percezioni quella che ci aspetta, gli americani stanno già partendo svantaggiati. Ma i fatti dimostrano, come hanno sempre dimostrato, che non di sole percezioni è fatta questa guerra.
«A primavera si apre la partita…» diceva una canzone in un’altra guerra.
STATEMENT OF THE COUNCIL OF THE ISLAMIC EMIRATE OF AFGHANISTAN

giovedì 6 maggio 2010

Dal Pakistan a New York: l’attentato a Times Square


Si è fatto un gran parlare, a seguito del fallito attentato dell’1 maggio a New York, di un possibile coinvolgimento dei taliban in tale azione. L’ipotesi si è fatta strada a partire da un comunicato video in cui il comandante taliban pakistano (del gruppo Tehrik-i-Taliban i-Pakistan) Hakimullah Mehsud (sino a quel momento ritenuto morto a seguito di un bombardamento statunitense) ha dichiarato la propria volontà di colpire gli Stati Uniti sul loro stesso territorio attraverso “mujaheddin infiltrati”. La smentita degli stessi taliban non si è fatta attendere.
Ma una domanda è subito giunta da più parti: è possibile che i taliban siano in grado di poter organizzare qualcosa di simile? So che non è corretto rispondere a una domanda con un'altra domanda, ma questo mi porta subito al nocciolo della questione: “Quali taliban?”, forse quelli del mullah Omar? La risposta è no, un no secco. I taliban dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan non hanno né l’intenzione, né la possibilità di organizzare un attacco sul territorio degli Stati Uniti, semplicemente perché quello dei taliban afghani è un movimento di liberazione (fortemente ideologizzato) locale e non un gruppo terroristico internazionale. Non stiamo parlando di al-Qa’ida, un’organizzazione dotata ancora di discrete capacità tecniche e risorse sufficienti per agire su diversi fronti. I taliban che operano in Afghanistan, combattendo una guerra con la tecnica della guerriglia – che è poi quella del “poveruomo” –, hanno poco o nulla a che fare con i gruppi fondamentalisti internazionali votati al jihad globale: i taliban sono un fenomeno regionale, la cui influenza si limita all’Afghanistan e al Pakistan (e non è poco), ma non più in là.
È necessario invece guardare altrove per identificare quale gruppo terroristico sia in effetti dietro al fallito attentato di New York. E altrove significa Pakistan o, meglio ancora, le Federally Administered Tribal Areas (FATA,) pakistane: la terra di nessuno al confine con l’Afghanistan. Una di queste regioni in particolare, il Waziristan, rappresenta un serio problema per la sicurezza interna dello stesso Pakistan in quanto vi si troverebbero, a convivere e a collaborare, più gruppi di opposizione regionali e organizzazioni terroristiche internazionali.
Il riferimento diretto è ovviamente ad al-Qa’ida, ma accanto a questa troviamo altri attori, non nuovi a dire il vero: il transnazionale Jaish-i-Mohammed, l’Islamic Jihad Union (branca separatista dell’Islamic Movement of Uzbekistan) con velleità di jihad globale, e il fiore all’occhiello pakistano nella guerra con l’India, il Lashkar-e Tayiba la cui ultima azione degna dell’attenzione dei media mondiali (ma non l’ultima in assoluto) è quella condotta a Kabul il 26 febbraio di quest’anno.
Tutti questi gruppi e organizzazioni hanno però due fattori in comune, due punti di contatto fondamentali. Il primo è rappresentato dalla comunità locale, che dà loro supporto, ospitalità e protezione; per essere più precisi parliamo di una tribù in particolare, quella dei Mehsud, il cui rappresentante più emblematico è proprio quell’Hakimullah, leader del Tehrik-i-Taliban pakistano di cui si è fatto cenno più sopra, e che si credeva morto a seguito di un attacco di precisione della CIA.
Il secondo fattore è invece rappresentato dalla politica di al-Qa’ida che con un cambio di strategia dovuto più a motivi di carattere contingente che non ideologico, si è adoperata per contribuire alle lotte tribali contro il governo di Islamabad guadagnandone rispetto e riconoscenza. Questo non ha fatto che avvicinare i gruppi regionali all’organizzazione internazionale intrecciandone sempre più inesorabilmente i destini, come già era accaduto con i taliban del mullah Omar prima dell’offensiva americana del 2001.
Ora è riconosciuto il ruolo di al-Qa’ida come “multiplayer” in grado di garantire il collegamento tra i vari gruppi di opposizione e il movimento globale del jihad; l’alleanza con Hakimullah Mehsud e il Tehrik-i-Taliban i-Pakistan andrebbe infatti in questa direzione. Il rischio è quello di portare la regione dell’Af-Pak a diventare un santuario del fondamentalismo radicale votato al jihad globale da cui inviare ordini per attacchi terroristici dal forte impatto mediatico. Quello di New York potrebbe essere soltanto il primo di questi attacchi della nuova generazione.
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mercoledì 28 aprile 2010

Attacco a Kandahar: la counterinsurgency dei taliban


Kandahar. Martedì 27 aprile un attacco coordinato condotto da più uomini colpisce un deposito logistico della Supreme, la compagnia di contractor che supporta gli Stati Uniti (e molti dei contingenti internazionali) nelle operazioni Isaf ed Enduring Freedom.
Sono morti almeno tre uomini (i taliban ne hanno rivendicati quindici attraverso il loro portavoce Ahmadi), altri trentacinque sarebbe rimasti feriti nell’attacco suicida multiplo avvenuto nella città di Kandahar, roccaforte dei taliban e punto di massimo sforzo dell’offensiva Nato (statunitense) ancora in corso.
Gli attentatori suicidi sono entrati all’interno della grande base logistica (la seconda per importanza in Afghanistan) e si sono fatti esplodere in prossimità dei depositi di carburanti ottenendo un risultato davvero notevole e confermando volontà e capacità: la loro offensiva, in risposta a quella Nato-Enduring Freedom, ha portato a un totale, purtroppo parziale, di venti vittime. E questo solo dal 12 aprile.
Si tratta di un cambio di strategia, in atto ormai da circa due anni, che ha portato i nuclei di combattenti taliban a muoversi sul campo di battaglia in maniera autonoma e flessibile; la politica del mujaheddin taliban della nuova generazione è “quando vedi una possibilità per colpire, fallo”. Questo ha consentito loro in breve volgere di tempo di ottenere risultati eccezionali: una vittoria sul campo difficile da contestare, almeno stando ai recenti rapporti dell’Icos che danno all’80% il territorio sotto controllo del movimento degli studenti coranici.
I risultati pratici? La situazione della sicurezza è visibilmente deteriorata, le nazioni Unite hanno temporaneamente chiuso i loro uffici di Kandahar, gli anziani rappresentanti delle comunità vengono minacciati di morte – e questo è un importante indizio di quanto la “resistenza” afghana stia mutando e muovendosi verso posizioni radicali e difficilmente concilianti con i codici comportamentali e le tradizioni locali: negli ultimi due mesi sono stati tredici i capi tribali uccisi dai taliban, l’ultimo proprio oggi.


Un’evoluzione della tecnica degli attentati suicidi che ha preso sempre più piede a partire dal 2008 con l’attentato al Serena hotel di Kabul, in cui persero la vita quattro civili. Non più, o non solo, attentatori singoli, bensì unità commando costituite da più “martiri” (Shahid) affiancati e supportati da elementi operativi da combattimento: vere e proprie operazioni militari, in cui agli equipaggiamenti esplosivi degli attentatori si aggiungono le armi leggere e di sostegno dei nuclei combattenti. Di norma accanto al primo gruppo di attaccanti armati di fucili, mitragliatrici e lanciarazzi ve n’è sempre un secondo, e magari anche un terzo, composto da attentatori suicidi.
I risultati ottenuti sul terreno da questi commando sono frutto della combinazione di un atto terroristico con un’operazione d’assalto vera e propria, che segna non solo un’importante successo militare, ma anche e soprattutto un notevole successo mediatico. La dimostrazione di forza e di sangue del 26 febbraio 2010 a Kabul, quella in cui ha perso la vita l’agente dell’Aise Antonio Colazzo, è solo un’ulteriore conferma delle capacità acquisite.
Soprattutto negli ultimi anni si sono moltiplicati gli attacchi nella capitale e adesso anche in Kandahar, in concomitanza con il prorompere della nuova politica adottata dalla seconda generazione di combattenti afghani, i “neo-taliban”. La strategia delle azioni spettacolari è prioritaria per i gruppi di opposizione.
Il 27 aprile è stata una giornata carica di violenza nella città di Kandahar. Non occorre avere la sfera di cristallo per prevederne di peggiori, e a breve termine.
ABC News

venerdì 23 aprile 2010

Intervista a Claudio Bertolotti: Radio 3 Mondo

25 gennaio 2010. Claudio Bertolotti, ricercatore e analista in Afghanistan per circa due anni, descrive l'attuale situazione e propone alcune soluzioni percorribili per mitigare gli scenari futuri, sinora poco incoraggianti.

venerdì 2 aprile 2010

Iran e taliban. Una strana coppia


Lo abbiamo sentito di recente, lo ha annunciato lo stesso Gates in visita alle truppe Usa in Afghanistan, è stato ribadito ufficialmente dal colonnello Sholtis, portavoce della Nato, e la notizia ha fatto il giro del mondo: l’Iran è impegnato nell’addestramento degli insorgenti afghani e nella fornitura di armamenti ai gruppi di opposizione.
Anche la CNN ha diffuso la notizia che “secondo l’intelligence militare statunitense, l’Iran sta aiutando i combattenti taliban lungo i suoi confini”. Il “Daily Outlook Afghanistan”, giornale afghano in lingua inglese, dari e pashto ha riproposto l’argomento con maggiori dettagli: “centinaia di insorgenti sono stati addestrati in Iran per uccidere le forze Nato in Afghanistan, hanno affermato due comandanti taliban al British Sunday newspaper. Agenti iraniani li avrebbero pagati per svolgere un corso di 3-4 mesi in campi di addestramento nel deserto nel sud-est del paese, equipaggiandoli infine con armi, munizioni, mine e pistole.
La notizia personalmente non mi sorprende, e non mi stupisce neppure il fatto che sia giunta il giorno precedente la visita ufficiale in Afghanistan di Ahmadinejad. Non tanto perché possa essere scontato un impegno effettivo dell’Iran nel mantenere instabile l’Afghanistan, quanto perché questa notizia giunta attraverso la voce autorevole di politici e militari statunitensi contribuisce a definire agli occhi dell’opinione pubblica (occidentale) un soggetto che di adeguarsi alla politica estera americana proprio non ne vuole sapere. La Repubblica Islamica di Ahmadinejad è l’ambiziosa – e antagonista – candidata al ruolo di guida a livello regionale.
Prevalentemente sciita, l’Iran è stato per lungo tempo nemico dei taliban sunniti ma questo non ha impedito di intravvedere nell’insorgenza talebana una possibile e auspicabile distrazione per allontanare la pressione degli Stati Uniti su Tehran; e sebbene l’amore per gli ayatollah iraniani da parte dei taliban sia assai limitato, questo non ha impedito loro di cercare supporto ovunque questo fosse disponibile, e quindi anche in Iran. Questa necessità si è resa ancora più urgente dopo i recenti arresti dei loro leader in Pakistan e gli attacchi mirati dei “droni” americani.
Testimonianze, fotografie e video: tutto confermerebbe l’azione della “mano” iraniana dietro alla preparazione dei mujaheddin afghani. Ma a ben guardarli questi video e queste fotografie diffuse dalla CNN che cosa mostrano? Qual è la sostanza del contributo iraniano?
Poco e nulla in realtà. Si tratta di vecchi mortai privi di congegni di puntamento, mine controcarro, esplosivi, vetusti fucili leggeri, schede telefoniche e radiotrasmittenti: equipaggiamenti facilmente disponibili al mercato nero e possibili reperti di una guerra durata otto anni, quella tra Iran e Iraq, che tante, tantissime armi e munizioni ha lasciato in eredità sui campi di battaglia.
Non ci sono i temuti missili contraereo, nessuna tecnologia superiore o congegni avanzati. Niente di tutto questo. Se davvero il governo iraniano volesse supportare la resistenza afghana, e lo volesse fare in maniera concreta – cosa che non è escluso possa fare pur mantenendo un basso profilo a livello tattico – avrebbe certamente le risorse per farlo. Ma un conto è tirare la corda, un altro conto è voler arrivare al punto di rottura; per quanto i taliban siano preferibili alla presenza americana a Kabul l’obiettivo auspicabile per gli iraniani è quello di cullare l’Afghanistan in una dolce instabilità che non lo spinga né nelle mani degli Usa né tra le braccia al Pakistan; per quanto “radicale”, Ahmadinejad non pare essere uno sprovveduto disposto a spingere il suo paese verso un conflitto allargato.
Il rischio di confronto armato potrebbe essere reale solo se l’Iran fornisse ai mujaheddin i missili terra-aria, l’unica minaccia in grado di limitare i movimenti aerei delle forze di sicurezza in Afghanistan – e quindi anche del controllo del territorio –, cosa che cambierebbe gli equilibri tra le parti in conflitto (esattamente ciò che avvenne nella guerra contro i sovietici con il supporto degli Usa). Ma pensare che l’Iran voglia rischiare fino a tal punto mi pare, almeno al momento, improbabile.
E infatti sono stati sufficienti un paio di giorni per ridimensionare la minaccia. Il generale David Petraeus, il comandante di CentCom, ha affermato che “se in effetti l’Iran sta aiutando i taliban in Afghanistan, il suo ruolo è assai limitato”. E lo stesso Robert Gates ha ammesso che, “sebbene vi siano campi di addestramento in Iran, questi vanno considerati come minacce di basso livello”.
Alla base di questo “supporto tattico” vi sono in realtà interessi di differente natura, non necessariamente legati alle decisioni del governo centrale, bensì a interessi economici così redditizi da portare alla formazione di organizzazioni strutturate e in grado di avere libertà di movimento e un “relativo monopolio della forza”. Detto in altri termini,- al di là di un possibile coinvolgimento delle guardie della rivoluzione iraniana, la forza di al-Quds - mi pare più che plausibile il coinvolgimento di gruppi criminali legati al narcotraffico che proprio dal libero movimento sul confine afghano-iraniano trarrebbero notevoli benefici.
Sono i proventi derivanti dal traffico illegale di droga che consentono di ottenere le risorse necessarie al sostentamento di un apparato paramilitare costituito ad hoc per difendere gli interessi dei gruppi stessi. E l’alleanza tra i gruppi di opposizione afghani (taliban, Hezb-e Islami, o più semplicemente gruppi criminali) e narcotrafficanti iraniani, tra i quali elementi pashtun provenienti dalle zone di confine, rappresenta un evidente reciproco vantaggio.
E in questo contesto il governo di Teheran si è dimostrato deciso a collaborare con l’Afghanistan per contrastare il traffico di droga attraverso il proprio territorio, che rappresenta la via più breve per raggiungere i mercati europei. L’Iran è fortemente danneggiato dalla diffusione di droga all’interno dei propri confini, droga che proviene esclusivamente dal vicino Afghanistan.
Interessi strategici e grandi disegni politici a parte, quindi, quello che muove gli uomini sul terreno e li mette in condizione di operare sono i notevoli vantaggi di un commercio redditizio ma relativamente rischioso e che per queste ragioni viene tutelato con l’uso delle armi (che a loro volta sono acquistate con i proventi del narcotraffico). A questo possiamo aggiungere tutto il resto: uno Stato che a fatica riesce ad imporsi, l’Afghanistan, una realtà politica impegnata a gestire un’opposizione interna e che non ha risorse sufficienti per garantire il controllo dei territori di confine, l’Iran, e una super potenza impegnata a uscire da una crisi economica straordinaria e decisa ad abbandonare vittoriosamente il conflitto un minuto prima di perderlo.
È il narcotraffico dunque a sostenere l’insorgenza e l’opposizione armata dei gruppi combattenti; senza i redditizi commerci tra i gruppi dei due paesi verrebbe a mancare la spinta per una lotta, di liberazione o jihad poco importa, che si è ormai allargata in tutta la regione. Peccato che nell’ordine delle priorità della coalizione internazionale la lotta al narcotraffico non sia tra gli obiettivi prioritari.
VEDI VIDEO CNN
http://news.blogs.cnn.com/2010/04/02/intelligence-suggests-iran-may-smuggle-arms-to-afghanistan/
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McCHRYSTAL'S VIEWS