Afghanistan Sguardi e Analisi

Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

lunedì 18 ottobre 2010

Stallo dinamico, comprehensive counterinsurgency e revisione della strategia in Afghanistan

Progresso militare ed effettiva governance: è ciò che manca ai due presidenti, Obama e Karzai, sempre più impegnati nella definizione di una revisione della strategia e nell’avvio, l’uno in sostegno all’altro, di una soluzione politica di compromesso.
In questo momento la sconfitta militare dei taliban è quanto di più lontano ci possa essere dalla realtà. Un obiettivo irrealistico. Periodici surge militari, offensive risolutive annunciate e mai avviate, costruzione di bolle di sicurezza poco più che simboliche, azioni nominali di pattugliamento, rinuncia de facto al controllo del territorio: questi sono i tristi risultati all’inizio del decimo anno di guerra in Afghanistan.
Rinuncia al tentativo di riconquista dell’Afghanistan e alla riduzione del potenziale offensivo dell’insorgenza dunque.
«Non è una battaglia convenzionale», sostiene Petraeus, «è un lento progresso in cui a ogni passo in avanti può seguirne uno indietro». Eppure, quello che appare evidente in questa guerra delle percezioni è che abbiano ormai vinto i taliban. E questo è avvenuto semplicemente perché non hanno perso, sono sopravvissuti all’impegno militare internazionale, si sono radicati sul territorio, con il tempo sono stati assimilati dalla società rurale pashtun che li ha accettati, o subiti. Un dinamismo statico che non ha portato a espugnare i cuori e le menti degli afghani, sempre più spinti, volenti o nolenti, verso il sostegno all’insorgenza o comunque lontani dalle istituzioni dello Stato di Karzai; ciò ha portato a guardare al dialogo tra afghani come unica soluzione, un’alternativa in grado di muovere verso qualcosa di concreto. La reintegrazione dei combattenti di basso-medio livello è avvenuta in maniera troppo limitata, a macchia di leopardo, e questo non ha consentito di ottenere aree omogenee libere dall’insorgenza; chi ha deposto le armi è stato ben presto sostituito da nuove reclute, altri gruppi di mujaheddin radicali della nuova generazione.
Ho sempre riconosciuto la bontà della dottrina counterinsurgency (Coin) e le grandi capacità militari del generale Petraeus, e prima di lui del generale McChrystal, nel saper sfruttare al massimo le poche – sebbene non pochissime – risorse a disposizione. Ma questo è lo strumento militare che da solo non può essere la soluzione a un problema che militare non è. L’approccio olistico è quello che finora è mancato mentre unicamente politica è la via su cui si è deciso di puntare in extremis, seppur navigando a vista. Costruzione dello Stato, definizione di un ruolo per la società civile, ripristino di un’economia nazionale nel rispetto di quelle locali e della microeconomia: nulla di tutto ciò è avvenuto se non settorialmente e in maniera parziale.
Se fino a qualche mese fa le alternative potevano essere sostanzialmente due:
1. processo a lungo termine: conquistare i cuori e le menti degli afghani, avviare un processo di «costruzione dello Stato», sviluppo economico e infrastrutturale, costruire un esercito davvero nazionale;
2. exit strategy a breve-medio termine: compromesso politico basato sulla «condivisione del potere» coi i gruppi di opposizione, trasferimento di autorità verso le forze governative e «arroccamento territoriale» da parte dello Stato afghano;
oggi si corre il rischio di veder sempre più ridursi il margine di manovra per poter optare tra l’una e l’altra via di uscita.
Non è questione di numeri, ma di strategia. Fino ad ora si è cercato di raggiungere gli obiettivi a lungo termine con sforzi parziali e non coordinati; è tempo di revisione, ed è necessario comprendere che più passa il tempo, maggiori sono i vantaggi per la cosiddetta insorgenza, l’opposizione armata dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan.
A livello militare vi sono molteplici fattori di criticità, primo dei quali è il conflitto interno agli stessi vertici di comando. Il generale James Jones, consigliere per la sicurezza nazionale, lascerà il suo incarico all’inizio del 2011, non appena presentata la revisione della strategia per l’Afghanistan e poco prima che lasci anche il segretario alla difesa Robert Gates. Le decisioni di Obama sono state spesso criticate a seguito dell’annunciato ritiro del 2011 – a ragione – e i conflitti interni alla classe dirigente, politica e militare, non hanno fatto che aumentare i dubbi sulla convinzione alla base della nuova strategia – vedi l’«auto-licenziamento» di McChrystal – che tra poche settimane, a dicembre, verrà presentata, rivista e adeguata ai, pochi, risultati ottenuti negli ultimi dodici mesi. Una strategia che, senza ormai troppe remore, abbraccia con favore tanto la reintegrazione dei combattenti di medio-basso livello che la riconciliazione tra il governo afghano e i vertici politici del movimento taliban. Dunque dalla «comprehensive counterinsurgency» al «comprehensive agreement».
Non esiste uno Stato efficiente, né una burocrazia funzionante, né tantomeno un esercito pronto: sì, è il momento del compromesso. Una soluzione accettabile per entrambe le parti e che comprenda un’ormai inevitabile spartizione del potere, nella migliore delle ipotesi. Attendere ancora e puntare su improbabili e temporanei successi militari potrebbe invece portare a una posizione di ulteriore svantaggio che, col tempo, non potrebbe che ottenere soluzioni ben peggiori, come la concessione ai taliban di intere porzioni del Paese che porterebbero, come naturale conseguenza, a conflitti etnici di ampia portata e, dunque, ulteriore instabilità regionale.
Già nell’aprile del 2010, di fronte al National Security Council statunitense, il generale McChrystal aveva evidenziato come le forze di sicurezza afghane non fossero in grado di assumere la responsabilità di porzioni del territorio afghano. Petraeus ha confermato che la strategia, basata sul principio del «clear, hold, build and transfer» si è ridotta, nella pratica, al «clear, hold, hold and hold».
Sostenere che la strategia non stia raggiungendo gli obiettivi dichiarati è quasi scontato, ma stabilire date a breve termine è un forte indicatore di probabile insuccesso. In questo contesto, male ha fatto l’Italia a insistere sulla data del 2011 per un poco responsabile passaggio di responsabilità alle autorità afghane. Annunciare la data del ritiro equivale a fornire una ragione in più al nemico per continuare a combattere, tanto più se il 2011 è oggi.

lunedì 4 ottobre 2010

Società civile in Afghanistan? Differenze e potenzialità delle aree urbane e rurali nel processo di pace e ricostruzione

La teoria della società civile può trovare realtà pratica nell’Afghanistan contemporaneo? L’Afghanistan stenta a imporsi come realtà politica, forse finanche geografica; ammesso che possa effettivamente esservi presente un fenomeno ascrivibile a quello della società civile, non è chiaro quanto questo abbia la forza, unendo i cittadini allo Stato, di facilitare un processo di «pacificazione». La realtà si presenta sempre più come caratterizzata da fenomeni partecipativi di gruppi in contrapposizione ad altri piuttosto che una partecipazione sentita e proveniente dal basso.
Lo Stato è debole, manca vitalità politica e le mobilitazioni di massa avvengono in forma di protesta per lo più a ingerenze esterne: più per contrapporre che per proporre.
La società dell’Afghanistan è variegata al punto tale da rendere inappropriata la stessa classificazione di «afghana»; si tratta piuttosto di senso di appartenenza etnica, tribale e non a Stato e nazione: una società civile di stampo conservatore, frutto di sovrapposizione e sopravvivenza di costumi e tradizioni che ne regolano ritmi e dinamiche interne, ma con possibilità di apertura verso un cambiamento moderato e mediato.
L’Afghanistan si divide in due macro-realtà: urbana e rurale. La prima può assurgere a campione di «società civile limitata», la seconda è parzialmente esclusa da questo tipo di fenomeno. Il problema che si pone a un osservatore esterno è quello di riuscire a scindere le due realtà e di non incappare nell’errore, diffuso, di confondere la situazione generale con quella delle aree urbane. Il distinguo è necessario. Non esiste un Afghanistan da un punto di vista sociale, esistono differenti realtà all’interno di un confine geografico.
Herat, Kabul, Mazar-i Sharif sono luoghi in cui la partecipazione sociale si fa sentire, seppur debolmente. Kandahar e altri centri urbani del sud-est sono caratterizzati da spinte di «reazione», tra adeguamento allo status quo e volontà di muovere verso riforme a base locale.
Nelle realtà rurali vi sono forti limitazioni allo sviluppo di una società civile che trascenda da gerarchie e costumi tradizionali; sebbene questo possa apparire come limite, in realtà esso offre buone potenzialità sul lungo termine di poter sostenere un processo di «pacificazione afghana» ma non necessariamente aderente ai principi democratici di stampo occidentale. La formazione di una società civile potrà avvenire grazie ai contatti con l’esterno: opportunità professionali, accesso al’istruzione superiore, ecc.
Se futuro deve essere questo potrà essere frutto solamente del contributo (e sacrificio) delle generazioni più giovani e guadagnando la fiducia dei rappresentanti delle comunità locali attraverso investimenti a lungo termine da parte della Comunità internazionale.
La situazione attuale è caratterizzata da:
• Instabili equilibri interni e condizione di guerra civile;
• Contrapposizioni ideologiche e assenza dello Stato;
• Vivacità intellettuale tra le generazioni più giovani e tra le donne, limitata alle realtà urbane più importanti;
• Limitata ma significativa partecipazione politica a livello locale;
• Debole partecipazione al processo democratico, limitato ai centri urbani e a poche aree rurali;
• Ridotta libertà di espressione.

Il «progresso dell’Afghanistan», appoggiandosi su solide basi urbane, deve partire dunque dalle aree rurali; è necessario procedere all’avvio del processo di costruzione della coscienza nazionale ottenibile, sul lungo termine, attraverso:
• Intervento dello Stato e della Comunità internazionale nel processo di educazione e sviluppo (sociale ed economico);
• Riconoscimento dei poteri locali come «soggetti mediatori»;
• Costruzione di una coscienza nazionale e statale nel rispetto delle tradizioni culturali;
• Smilitarizzazione della società (no alle milizie tribali);
• (Ri)costituzione di forze di sicurezza davvero nazionali;
• Inclusione delle associazioni/istituzioni non governative nei «dialoghi afghani», al fianco dei rappresentanti tradizionali.


4 ottobre 2010

martedì 28 settembre 2010

Intervista al comandante taliban Muneeb: il ruolo degli Improvised Explosive devices

Tecnica offensiva vincente sotto tutti i punti di vista: basso costo, semplice, efficace. Gli Improvised explosive devices (Ied) sono una delle armi vincenti dei gruppi di opposizione impegnati nella “guerra di liberazione” afghana, certamente la più insidiosa per le forze di sicurezza. Bombe esplosive, collocate lungo le principali vie di comunicazione, sempre più potenti, efficaci e di elevato rendimento in termini di danni inflitti al nemico, danni che si misurano in numero di morti: l’Ied è l’arma più efficace ed economica. Il numero di attacchi ha superato cifra 8.000 nel 2009, un incremento notevole rispetto ai poco meno di 2.700 del 2007, ed è la principale causa di morte tra i militari stranieri.
L’evoluzione della tecnica e la veloce risposta alle contromisure adottate dai militari occidentali non riescono a essere contrastate prontamente e in maniera efficace dagli specialisti della minaccia asimmetrica. Gli insorgenti, studiando le tattiche e le procedure militari delle forze della Coalizione, imparando dai propri errori e scambiando informazioni con i vari gruppi regionali, sono riusciti progressivamente a guadagnare terreno sul campo di battaglia portando a segno un elevato e progressivo numero di attacchi. E nonostante le azioni mirate volte a colpire i vertici di comando, quello dei taliban – e di tutti i movimenti e le fazioni che a essi si richiamano –, i risultati non riescono a compensare la capacità di adattamento di un’insorgenza che si presenta come un mondo dall’indefinita gerarchia di comando e caratterizzato da ampia autonomia sul terreno che ottiene una sempre più veloce e impressionante espansione geografica. Questo significa che vi è un adeguato livello di coordinamento e collaborazione tra le unità “insurgent” sul terreno.
Nel 2009 i gruppi di opposizione hanno portato a segno in media ventidue attentati Ied al giorno, e i risultati sono stati disastrosi dal punto di vista della logistica della missione internazionale: movimenti limitati, ridotta velocità di spostamento, pericolo per la sicurezza fisica del personale e dei mezzi.
Tutto questo è il risultato di un’organizzazione militare di alto livello, come testimonia Qari Khairullah Muneeb, comandante taliban delle “unità Ied” dell’area di Dand nella provincia di Kandahar, intervistato da Al Emarah Jihadi Studio, l’organo di propaganda dell’Emirato islamico dell’Afghanistan.
La testimonianza del comandante Muneeb, per quanto parziale, ha il grande merito di presentare un aspetto importante dell’organizzazione militare dei taliban: la capacità di comando e controllo.
Muneeb, originario di Spin Boldak (provincia di Kandahar), è a capo delle “unità Ied” che si occupano di colpire le truppe straniere e le forze di sicurezza afghane attraverso attacchi diretti lungo le principali vie di comunicazione. Unità, divise in 37 sezioni, che sono operative su base distrettuale. Si tratta di unità, denominate Brigate ma dalla consistenza numerica di alcune decine di individui ognuna, composte da specialisti addetti agli esplosivi, nuclei di sicurezza e supporto alle operazioni, trasmettitori, informatori e facilitatori. Un’organizzazione flessibile, fluida, in grado di muovere e combattere sul campo di battaglia per poi diluirsi all’interno delle comunità locali.
Unità agili e ben coordinate, e al tempo stesso autonome. Un’autonomia che ha consentito, e consente tuttora, di ottenere grandi risultati. Da un lato, costringe le truppe afghane e della Coalizione a diminuire i movimenti via terra e a ridurre la presenza sul territorio con conseguente ridimensionamento della capacità di controllo effettivo delle aree di operazioni, dall’altro, gioca un ruolo fondamentale nel condizionare il morale delle truppe e l’opinione pubblica locale.
Dunque, stando così le cose, l’impatto della tecnica Ied contribuirà a rendere più pericolosa la missione per gli eserciti occidentali in Afghanistan? Sì, secondo il comandante Muneeb. Sì secondo il parere di chi scrive. I risultati sinora ottenuti hanno consentito di adeguare sempre più e sempre meglio gli equipaggiamenti esplosivi alle esigenze di carattere tattico. E i gruppi di opposizione sono sempre un passo avanti alla Coalizione. Questo accade perché la capacità di adattamento degli insorgenti, per forza di cose, è molto più veloce che non per gli eserciti organizzati: aumentare il potenziale distruttivo e penetrante di un Ied è certamente più semplice e veloce che non progettare veicoli sempre più protetti e pesanti (e costosi). Accade così che, a ogni tentativo da parte delle forze di sicurezza di porre rimedio al gap dell’auto-protezione, la risposta degli insorgenti si dimostra sempre terribilmente efficace; lo possono quotidianamente verificare le forze della Nato quanto i mujaheddin siano capaci di offendere. E aumento del livello di protezione significa necessità di dispositivi più potenti per poter arrecare danno: un circolo vizioso che influisce sensibilmente sulle statistiche delle vittime collaterali, i civili.
Muneeb sottolinea che i risultati ottenuti contro le forze di sicurezza non sono che una conferma della bontà della tecnica Ied. La componente militare dell’Emirato islamico implementerà ulteriormente questo tipo di tattica – Ied warfare – aumentando il numero di unità autonome, migliorando la qualità degli equipaggiamenti e perfezionando l’addestramento degli stessi operatori Ied – anche attraverso il ricorso a “istruttori stranieri” – in modo da poter essere sempre più abili e professionali e di poter colpire con sempre maggior frequenza ed efficacia. Parlano i numeri, gli attacchi si sono moltiplicati negli ultimi mesi e non accennano a diminuire.
E a nulla servono escamotage come il divieto di vendita di ammonio nitrato, fertilizzante utilizzato per la costruzione di bombe Ied, che ha ottenuto come unico risultato quello di far infuriare intere comunità rurali dedite all’agricoltura.
Una tecnica semplice, dunque, in risposta alla complessità tecnologica delle sofisticate procedure di guerra. Una tecnica che funziona e che produce risultati terribilmente concreti.

28 settembre 2010

martedì 14 settembre 2010

Mullah Omar il politico

In occasione della ricorrenza islamica dell’Eid-ul-Fitr, il mullah Omar, Amir-ul-momineem dell’Emirato islamico dell’Afghanistan (IEA), è tornato a far sentire la sua voce al popolo afghano e alla Comunità internazionale. Lo ha fatto in maniera ufficiale, con un comunicato stampa, al pari dei più importanti capi di Stato del mondo.
La politica, e con essa tutte le formalità del caso, è ormai lo strumento di cui hanno imparato servirsi i taliban e i gruppi di opposizione armata della regione. Compromessi, propaganda, accuse e minacce; tutto questo supportato da una campagna militare efficace e dirompente che ha portato gli “insorgenti-oppositori” a divenire soggetto politico di primo piano per la risoluzione di un conflitto di “liberazione nazionale” in grado di alimentare quella che ormai è una guerra civile di ampia portata.
I taliban si pongono di fronte all’Onu come soggetto forte, in grado di concedere tregua e apertura al dialogo. Lo hanno fatto pubblicamente qualche settimana fa aprendo, con evidenti finalità propagandistiche, alla possibilità di una commissione congiunta Onu-IEA per accertare le responsabilità delle uccisioni dei civili nel conflitto. Lo fanno oggi, seguendo una propria politica basata su una particolare dottrina di “controinsorgenza dei mujaheddin”. Una risposta al modello di counterinsurgency statunitense, e in contrapposizione ad esso. Dunque stesso linguaggio, ma più semplificato, stessi strumenti, ma più adeguati alle esigenze culturali afghane e meno dottrinali, e stesse finalità, la conquista dei cuori e delle menti della popolazione civile. Anche il modello politico proposto è un’alternativa a quello della Repubblica islamica di Karzai, con obiettivi più limitati, ma in grado di presentare un progetto politico che fa riferimento a dialogo, collaborazione, giustizia, sicurezza e lotta contro i soprusi e l’occupazione da parte di eserciti stranieri.
Il messaggio politico del mullah Omar si rivolge a tutti gli attori del conflitto afghano: la nazione, i mujaheddin, i religiosi e gli intellettuali, gli ex-combattenti e i rappresentanti dello Stato, l’opinione pubblica straniera e le forze della Coalizione e, infine, il governo e il popolo degli Stati Uniti. Un discorso pragmatico che si pone contemporaneamente sul piano ideologico del Jihad, della politica e militare della lotta di liberazione.
L’appello all’unità dei gruppi di opposizione che giunge dal vertice del movimento taliban mette però in mostra attriti e difficoltà di accordo tra le differenti fazioni dell’insorgenza; difficoltà che si traducono in antagonismo, competizione e conflitti che però, secondo il capo dei taliban, è necessario accantonare in aderenza al Jihad e alla lotta per la difesa della sovranità di un paese islamico e dell’Islam in generale. In tale contesto l’operazione della Coalizione volta a creare le Forze di polizia locali viene presentata come ulteriore tentativo di divisione degli animi e delle coscienze del popolo afghano, un frammentazione indotta che si affianca agli zoppicanti tentativi di riconciliazione e reintegrazione e del processo elettorale in corso.
La chiamata “alle armi” si rivolge anche a quella che è l’intellighenzia dell’Afghanistan – dottori, politici, insegnanti, religiosi – il cui contributo richiesto è l’impegno per l’unità nazionale, essenziale per un forte governo islamico largamente condiviso. Un’unità che deve coinvolgere tutti i “fratelli mujaheddin” chiamati a combattere una guerra contro un nemico definito e a difendere la popolazione dagli effetti devastanti di una guerra che si combatte per le strade, tra le case.
L’Occidente è in difficoltà in Afghanistan, questo è un fatto. I Mujaheddin non possono che trarre vantaggio dalla confusione dei comandi della Coalizione, dai loro fallimenti e dalle errate strategie che hanno comportato solamente sprechi di risorse umane ed economiche e indotto l’opinione pubblica occidentale a insistere per la ricerca di una exit strategy. E se gli occidentali sono confusi e frastornati dalla violenta resistenza afghana, questo deve indurre i combattenti per la libertà a essere sempre più uniti, nel rispetto delle gerarchie e delle decisioni approvate dai “consigli”, attenti alla popolazione civile e agli interessi generali della nazione afghana in considerazione degli obiettivi finali e delle capacità operative e politiche del nemico. Gli ordini del mullah Omar sono chiari, così come le sue “preoccupazioni formali” per la popolazione. Ogni precauzione deve essere presa per garantire la sicurezza dei civili, della proprietà privata e delle infrastrutture utili per le necessità quotidiane delle comunità. La società civile, che deve essere parte della resistenza e non un’entità separata da essa, deve essere sempre protetta attraverso il rispetto delle regole indicate nel Layeha, il codice di guerra dei taliban, senza che violenze gratuite o punizioni sbrigative portino a sofferenze non necessarie. Soldati e poliziotti governativi devono essere avvicinati e indotti a scegliere per la giusta causa al fine di poter contare su soggetti infiltrati all’interno delle forze di sicurezza statali per operazioni contro gli invasori e i loro “collaborazionisti”.
La “casta della società”, insegnanti, religiosi uomini politici, scrittori, intellettuali e poeti, sono il ponte ideale tra il popolo e l’Emirato e per questa ragione devono svolgere l’importante compito di rendere noto a tutti quanto l’occupazione militare sia la causa delle atrocità e delle sofferenze a cui è sottoposto il popolo afghano. Il loro compito è quello di mostrare alle nuove generazioni qual è la strada “giusta” da seguire, rifiutando pericolose contaminazioni culturali e religiose provenienti dall’esterno, e di creare una felice e stimolante “atmosfera islamica”.
Coloro che hanno abbandonato il campo di battaglia per aderire al processo di riconciliazione non devono dimenticare gli sforzi fatti da intere generazioni di mujaheddin per cacciare i nemici che con il tempo si sono alternati nel portare sofferenza all’Afghanistan; la resistenza contro l’invasore è un dovere sacrosanto e irrinunciabile. La minaccia di essere puniti come traditori è esplicita per coloro che si sono lasciati convincere ma una porta viene lasciata aperta per coloro che vogliono rientrare nei ranghi dei mujaheddin; anche il perdono e la riconciliazione trovano posto, così come nei discorsi di Karzai, anche nell’appello dei taliban: amnistia e sicurezza vengono offerti a chi decide di abbandonare le forze di sicurezza o l’incarico governativo.
Quello presentato dai taliban è un programma di riforma islamica a livello di politica interna dell’economia, della legalità, della sicurezza, dell’educazione, della giustizia attraverso l’opera di esperti dotati di provata capacità professionale e intellettuale, senza discriminazione alcuna di carattere politico, etnico e linguistico, nel rispetto dei diritti “islamici” del popolo, incluse le donne, e contrastando l’immoralità e l’ingiustizia, l’indecenza e tutti gli altri vizi. A livello di politica estera i taliban danno il benvenuto a una cooperazione a livello regionale con i Paesi confinanti con l’Afghanistan, sul principio della non ingerenza negli affari interni e con una promessa collaborazione per risolvere i problemi legati all’economia, al commercio, al narcotraffico e all’inquinamento.
L’appello alla Ummah e a un mondo islamico in generale ormai in pericolo di aggressione da parte dell’Occidente, ricorda a tutti i musulmani il dovere di partecipare alla “resistenza”, un obbligo per la difesa della propria religione e della propria cultura. Un richiamo che non dimentica di fare un parallelo tra Afghanistan, Iraq e Palestina, legati dal comune libro sacro; in tale situazione rimanere neutrali è un delitto e pertanto gli afghani devono assumersi la responsabilità di difendere l’Ummah islamica, così come hanno difeso l’Afghanistan dai tempi delle invasioni di Alessandro il Macedone sino a oggi.
Un ultimo appello viene fatto ai governi componenti la Coalizione internazionale affinché rinuncino a sostenere gli interessi coloniali degli Stati Uniti così da evitare l’inutile sacrificio dei propri soldati e le ingiustizie e i crimini di guerra contro la popolazione afghana, in particolare contro le future generazioni.
La guerra più lunga degli Stati Uniti, dopo nove anni non ha ottenuto neanche un risultato positivo; strategie dopo strategie hanno causato solamente un aumento progressivo del numero dei morti. La ricerca di una exit strategy basata sull’aumento dei soldati è solamente un escamotage per spostare il problema avanti nel tempo e per inasprire i conflitti interni di un Afghanistan che conosce solamente guerra. Tentativi di creare milizie tribali, la strategia semantica di dividere tra taliban moderati e radicali, le conferenze infruttuose, le Jirga illegittime, il processo elettorale, la propaganda subdola sarebbero tutti espedienti per non ammettere la sconfitta. Forza e coercizione non hanno effetti sugli afghani, se non quelli di unirli ancora di più nella difesa contro il nemico esterno. Ritiro senza condizioni delle truppe straniere dall’Afghanistan, questa è la perentoria conclusione del mullah Omar.
Leggendo il discorso dell’Amir-ul-momineem, almeno la parte relativa al dialogo tra afghani, pare quasi di leggere il “bignami” del programma che Karzai ha presentato alla Peace Jirga di giugno, più semplificato, meno oneroso ma non meno ambizioso. Riproponendo un piano speculare a quello di Karzai, il mullah Omar e i suoi consiglieri non hanno dimostrato molta fantasia ma certamente una grande capacità di adattamento e di visione a lungo termine. Non vi sono più accuse dirette al governo di Karzai, ma tutta la violenza verbale è concentrata sulle forze di sicurezza occidentali. Un segnale positivo per l’apertura al dialogo tra i legittimi soggetti politici afghani? Verosimilmente sì, è un segnale di possibile apertura, anche se non ufficializzato. La vittoria della nazione islamica contro gli invasori infedeli è imminente, lo sostiene il leader dell’Emirato afghano; forse non una vittoria immediata sul campo di battaglia ma quello che è certo è che la vittoria del movimento di resistenza dei mujaheddin afghani si basa sul principio della mancata sconfitta, della sopravvivenza ai sempre più consistenti, ma non per questo più efficaci, surge occidentali. Sopravvivere al ritiro delle forze occidentali è la vittoria dei taliban nella guerra civile afghana.

11 settembre 2010

venerdì 30 luglio 2010

Il pericolo dei civili armati da Petraeus


La counterinsurgency avviata dal generale McChrystal, poi ereditata dal successore Petraeus e volta a ridurre la dispersione militare sul terreno per concentrarsi sui centri abitati di medio-alta intensità, ha di fatto contribuito a rendere le aree periferiche più sicure per i taliban, e i gruppi di opposizione in genere che vi operano, con la collaborazione, volontaria o imposta, delle popolazioni locali.
Per ovviare al dilagare dell’insorgenza nelle aree fuori dal controllo delle forze di sicurezza, il generale Petraeus ha voluto e ottenuto il nullaosta per la costituzione di gruppi di polizia locale da parte di un Karzai sempre più scettico verso le strategie militari della Nato. Il piano, basato su una “forzata” comparazione con l’Iraq dove l’esperimento ha in effetti dato risultati positivi sul breve termine, è stato definito “programma pilota”. I vertici militari comparando ora l’Afghanistan contemporaneo all’Iraq di due anni fa, hanno ritenuto che armare i gruppi tribali potrà aiutare a ridurre gli attacchi dei taliban. Ma l’Afghanistan non è l’Iraq e le somiglianze tra gli insorgenti dei due paesi non possono giustificare una scelta così importante e rischiosa al tempo stesso.
Ho letto di recente un interessante articolo di Abbas Daiyar, giovane giornalista afghano con cui ho avuto la fortuna di scambiare qualche opinione in merito alla questione delle milizie tribali. In questo articolo, dal titolo esplicativo “Playing With Fire”, l’autore insiste sul fatto che le polizie tribali possano presentare alcuni rischi: l’aumento delle tensioni etniche e tribali, l’instabilità, l’accentramento di eccessivo potere nelle mani di leader locali, l’aumento della violenza e la diminuzione della sicurezza.
Una serie di dubbi e perplessità che hanno portato alla discussione critica lo stesso Karzai e il comandante Petraeus, ma che non hanno impedito al presidente afghano di dare il via al programma per la costituzione di una "Forza di Polizia Locale” (Fpl), posta teoricamente alle dipendenze del ministero degli interni, in cambio del sostegno statunitense alla politica di dialogo con i taliban.
La comprensibile iniziale ritrosia di Karzai ha origine innanzitutto nel fatto che questo corpo di polizia ricorda troppo le famigerate milizie tribali mobilitate dai sovietici durante l'occupazione del Paese, poi riorganizzate dal regime di Najibullah, e il loro ruolo nella sanguinosa guerra civile che seguì – accusa tra l’altro fatta dagli stessi taliban attraverso un recente proclama; inoltre il progetto potrebbe rischiare di far accrescere il potere dei signori della guerra, creando milizie private e rafforzando quelle già esistenti. E sì, proprio perché i giovani dei villaggi saranno reclutati nella nuova “polizia locale” su raccomandazione dei leader tribali che ne faranno un’organizzazione molto più simile a una milizia che non a una polizia; per quanto il governo abbia insistito nel ribadire che questi gruppi opereranno sotto il controllo del ministero degli interni, questo è ancora tutto da dimostrare.
La variegata società afghana è assai differente da quella irachena. Le divisioni afghane non sono su basi meramente settarie; piuttosto sono di natura etnica, tribale e clanica. Armare un gruppo per combatterne un altro non può che esasperare la situazione. Le vecchie divisioni tribali continuano a giocare un ruolo fondamentale nell’Afghanistan contemporaneo: alcuni clan Durrani sono più aggressivi, mentre i Ghilzai del sud si sentono emarginati; ma entrambi hanno fornito il bacino di reclutamento originale dei taliban, mentre oggi continuano ad alimentare l’insorgenza.
Come ha fatto notare Abbas Daiyar, «il nuovo piano prevedeva originariamente di armare i “gruppi locali”. Se per gruppi locali, o tribali, si intendono i clan Durrani, questo potrà accendere ulteriori risentimenti tra i capi dei gruppi Ghilzai. Al contrario, armare i Ghilzai potrebbe portare all’uso delle stesse armi contro le forze governative, quelle internazionali e contro i civili di differenti gruppi etnici». Per quanto, nelle intenzioni di chi ha avviato il progetto, queste milizie tribali saranno sotto il controllo del governo, in realtà esse opereranno in autonomia e, verosimilmente, fuori dal controllo di un’autorità riconosciuta. Il rischio potenziale è di rinvigorire il “warlordismo”, mandando in fumo le centinaia di milioni di dollari spesi nei processi di smobilitazione che hanno portato a un miglioramento nella stabilità del paese, in particolare nel nord e nel nordovest.
Ma quando gli ex warlord del nord – tajiki, uzbeki, hazara – vedranno non solo uno svantaggio nell’aver aderito al processo di disarmo e smobilitazione ma che il governo sta progressivamente riarmando la controparte nel sud del Paese è probabile che questi riprenderanno le armi in pugno per difendere se stessi e i propri interessi.
E cosa dovremmo dunque dire degli sforzi e dei progressi sinora faticosamente fatti per smobilitare e disarmare le centinaia, forse migliaia, di gruppi armati che dopo l’avvio dell’operazione Enduring Freedom e la cacciata dei taliban hanno garantito l’esistenza di poteri paralleli e antagonisti a quello centrale? Un lavoro inutile poiché tutto, di quel poco che si è ottenuto, andrà perso.
Sarebbe stato più opportuno, prima di intraprendere un programma pilota come questo, guardare ai fenomeni di resistenza tribale contro i taliban nelle incontrollate aree ad amministrazione tribale del Pakistan, divenute roccaforti dell’insorgenza taliban, dove l’esercito pakistano ha adottato un analogo progetto dal 2003 al 2007. Milizie tribali, chiamate "Lashkar", che alla fine i taliban hanno sconfitto violentemente.
Così com’è, la costituzione delle Fpl non funzionerà, almeno a parere di chi scrive; ma criticare ciò che viene fatto non è sufficiente: è necessario proporre i cosiddetti piani “B” da utilizzare in caso di emergenza. E questo è un atipico caso di emergenza che va avanti da quasi dieci anni.
Se è davvero uno Stato quello che si vuole creare in Afghanistan, tre, in sintesi, possono essere le vie praticabili in termini di sicurezza delle aree periferiche del Paese (e non della soluzione del conflitto afghano nel suo complesso):
1. Insistere su un reclutamento della polizia nazionale a base distrettuale, impiegandone il personale nella stessa area (distretto/provincia) di origine ma non nello stesso villaggio/comunità;
2. Reclutare giovani pashtun nell’esercito nazionale, poiché solamente soldati pashtun guidati da ufficiali pashtun potranno dar vita a unità coese e in grado di mediare “culturalmente” tra le esigenze delle popolazioni locali (pashtun) e gli obiettivi del governo centrale;
3. Creare unità miste a livello etnico (oggi l’esercito afghano è a predominanza tajika e uzbeca). Per la popolazione locale è più facile accettare chi proviene dallo stesso territorio e che è culturalmente più affine alla comunità che lo ospita e a cui deve imporre il rispetto dei principi dello Stato centrale. Ciò consentirebbe di creare quell’amalgama tra i gruppi etnici che le milizie locali mono-etniche potrebbero invece ostacolare mettendo in competizione “polizie locali” vicine territorialmente ma non culturalmente (es. villaggi pashtun in aree a predominanza etnica differente).

lunedì 28 giugno 2010

Da McChrystal a Petraeus: extrema ratio?

«The leadership has changed, but the policy hasn’t changed» ha dichiarato l’ammiraglio Mike Mullen, capo del Joint Chiefs of Staff statunitense. Ma le prime notizie trapelate dagli ambienti militari riportano già una prima concreta volontà di cambio nella condotta delle operazioni: il cambio delle regole d’ingaggio da parte di Petraeus. Un mutamento che punta a concedere maggiore libertà “di manovra” ai soldati americani e che non limita troppo, così come invece voleva McChrystal, l’impiego della forza. Nessun dettaglio in più al momento, vedremo nei prossimi giorni come il nuovo comandante delle truppe sul terreno personalizzerà una guerra che è completamente diversa da quella irachena da cui lui sarebbe – almeno secondo alcuni – uscito vincitore.
«Gli alleati non hanno ripreso l’iniziativa ma hanno bloccato l’iniziativa degli insorgenti», sostiene ottimisticamente Mark Sedwill, il diplomatico britannico che svolge la funzione da consigliere della Nato, sul New York Times del 26 giugno. Parziale verità dal momento che, se è pur vero che le forze di sicurezza straniere non hanno ripreso quell’iniziativa, gli insorgenti continuano a muoversi e a colpire con precisa efficacia tanto da imporre il rinvio dell’annunciata offensiva estiva su Kandahar (pianificata per agosto) all’autunno, forse addirittura a dicembre.
Surge e counterinsurgency rimangono comunque i due perni su cui il comando Isaf/Coalition Forces continuerà ufficialmente a lavorare, ma né l’una né l’altra potranno essere repliche dell’esperienza irachena. Petraeus non ripeterà la vittoria irachena, semplicemente perché in Iraq il successo non si è rivelato tale. L’equazione “Irak-Petraeus-counterinsurgency uguale a successo” non varrà per l’Afghanistan essenzialmente per due motivi: il tempo e le differenze socio-culturali abbinate agli equilibri geometrici di natura etnica. Il primo manca, le seconde sono troppo complesse da poter essere affrontate in carenza di tempo e risorse. Per quanto il comando militare sia una realtà finalmente concreta in grado di gestire seriamente la complessità di un’alleanza variegata e dai fin troppi limiti d’impiego, gli insuccessi degli ultimi nove anni pesano sulle spalle del generale Petraeus come macigni. Insuccessi a cui hanno contribuito le “doverose” quanto infruttuose alternanze di comando attribuito ad alcune potenze europee e alla Turchia. Ma saprà fare bene Petraeus poiché supportato dal suo presidente e, fattore da non sottovalutare, dal Congresso, dall’opinione pubblica americana e dai suoi soldati. E se farà bene lo sapremo a breve, per quanto i risultati dichiarati, temo, non arriveranno; arriverà invece quello parzialmente annunciato, ossia il progressivo disimpegno militare da un Afghanistan non pacificato, in cui la lotta per il potere vedrà muoversi sul campo di battaglia schieramenti mossi da spinte etniche, economiche e ideologiche.
Ricade quindi su Petraeus l’amaro compito di concludere (e quindi perdere) la guerra in Afghanistan? A questo punto sì. Il generale reduce della guerra in Iraq, dopo l’onore del comando di Centcom, si trova ora “costretto” a una promozione verso il basso; ciò che dal punto di vista di Obama rappresenta l’espressione di massima fiducia nei confronti dell’ufficiale, si dimostra in realtà come l’ultima carta da giocare prima del “grande bluff” finale. Una fiducia condita da disperata rassegnazione politica, poiché dal punto di vista militare prevale il sano – si spera – realismo del campo di battaglia, ormai in mano ai taliban. Taliban che non sono i moderati con cui si spera di poter avviare un dialogo, bensì i radicali che impongono una scelta obbligata a Karzai che si trova ora tra due fuochi: quello dei gruppi di opposizione armata che, tra speranza di dialogo e scontro aperto, si impongono come soggetto forte e quello dei gruppi di opposizione politica i quali, al momento solo a parole, hanno dichiarato di essere disposti a riprendere le armi qualora i taliban fossero ammessi non solo al tavolo delle trattative ma anche nelle stanze del potere.
Sostengo ormai da anni la necessità di lasciare la parola ai diretti interessati, gli afghani dell’Afghanistan (e quindi non solamente gli esuli espatriati durante le guerre degli ultimi trent’anni), come sostengo oggi la necessità di trovare una soluzione di compromesso, consapevole del fatto che questo significhi rinunciare a molti dei pochissimi risultati ottenuti nel campo dei diritti umani, della “democrazia” e della giustizia. Non mi faccio illusioni, la soluzione afghana si sta definendo, come sempre, nello spazio temporale; uno spazio in cui l’Occidente non vuole e non può muoversi.

martedì 22 giugno 2010

Gli effetti della Peace Jirga del 2010

Dare la possibilità ai taliban di ritornare a casa è la soluzione migliore per risolvere un conflitto che dura da ormai troppo tempo. Questa, in sintesi, è la proposta conclusiva della Peace Jirga del 2-4 giugno.
Un processo di pace attraverso l’incoraggiamento dei taliban a rinunciare alla violenza. Il piano, perfezionato dal consigliere per gli affari interni, Masoom Stanikzai, è stato presentato dal presidente Karzai direttamente a Obama durante la recente visita ufficiale a Washington e, contemporaneamente, inviato come bozza alla Nato e all’Onu .
Le raccomandazioni contenute nei sedici punti presentati dalla jirga sono in effetti molto simili, per non dire le stesse, discusse a Washington pochi giorni prima dell’assemblea.
L’ottimistico programma si pone quale scopo principale quello di incoraggiare i combattenti taliban e i loro comandanti a rinunciare alla violenza e a prendere parte al processo di reintegrazione. «Il programma è rivolto a tutti i compatrioti e alle comunità che intendono rinunciare alla violenza, che vogliono vivere in pace, accettando la costituzione, e che vogliano ritornare alle proprie case per unirsi al governo per costruire un nuovo Afghanistan» . Un programma “afghano” che non vuol favorire particolari gruppi o etnie e che è improntato al rispetto dei diritti, inclusi quelli delle donne.
Le decisioni prese a seguito della Jirga non sono piaciute a molti, in particolar modo a coloro che per più di dieci anni sono stati impegnati nello scontro aperto con i gruppi di opposizione. «La peace Jirga non è stata una vittoria per lo stato afghano, bensì un successo per i taliban » ha commentato Amrullah Saleh, subito dopo le dimissioni dalla carica di direttore dell’NDS, i servizi intelligence afghani.
Dimissioni spontanee o “indotte” che hanno fatto coppia con quelle del ministro degli interni; questo evento ha dato il via al nuovo corso politico di Karzai preannunciante la “grande apertura” ai taliban.
Chi sperava in un coro di no da parte della comunità internazionale è rimasto sicuramente deluso; la real politik ha avuto la meglio su questioni di principio e sulla retorica, come spesso accade.
E così il piano preparato da Karzai con il consenso della Casa Bianca è stato approvato all’unanimità dai rappresentanti tribali, ma solo da quelli presenti; non dimentichiamo infatti che l’opposizione politica (ma anche militare) non ha volutamente preso parte all’assemblea.
E non si è fatta attendere la prima dimostrazione di legittimità data da Karzai all’assemblea. Domenica 6 giugno, lo stesso Karzai ha ordinato attraverso, un decreto presidenziale, la revisione di tutti i casi di detenzione per sospetta appartenenza ai gruppi insorgenti chiedendo, al tempo stesso, il rilascio di tutti i detenuti senza prove sufficienti .
Al tempo stesso anche gli Stati Uniti hanno modificato il loro approccio nei confronti dei prigionieri in Afghanistan; un caso, posto attentamente sotto i riflettori dei media, è quello di quattro ex insorgenti incarcerati presso la struttura di Bagram a cui è stata data la possibilità di difesa di fronte a un giudice per poi essere successivamente rilasciati .
Ma le critiche e lo scetticismo non si sono fatti attendere, anche da parte da alti esponenti dello Stato: «1000 taliban potrebbero essere rilasciati dal carcere di Pul-e-Charki, vicino a Kabul, come inizio dell’amnistia ordinate dal presidente Karzai. Questa gente non sarà mai fedele al governo» , ha detto il generale Abdulbakhi Behsudi, responsabile del più grande carcere afghano. Anche il fronte interno si sta rivelando particolarmente caldo.

Il programma, diviso in tre fasi, si presenta in estrema sintesi come un principio di flessibilità ottenuto dalla combinazione di soluzioni "top down" e "bottom up” . Il giusto ed estremo connubio perché, facendo riferimento a quanto espresso di recente da Seth Jones su Foreign Affairs, la creazione di un forte e centralizzato apparato statale non è sufficiente a garantire risultati a medio-lungo termine. La scuola di pensiero che vuole uno state-building basato su un processo di tipo “top-down” abbinato alla counterinsurgency “energica” deve per forza di cose trovare il giusto compromesso con un programma “bottom-up” che porti alla legittimazione dei poteri locali attraverso la delega per questioni legate alla sicurezza e ai servizi essenziali. L’alternativa è perdere la guerra ; una guerra che per certo non può essere vinta secondo i parametri occidentali sinora adottati.
Vediamo in sintesi i punti essenziali:
1. Riavvicinamento dei taliban attraverso le assemblee provinciali e di distretto e avvio del processo di reintegrazione sulla base delle necessità e delle aspirazioni e potendo scegliere tra differenti possibilità di impiego:
a. Sicurezza della comunità;
b. Progetti di reintegrazione a livello di distretto o di comunità;
c. Arruolamento nelle forze di sicurezza afghane;
d. Processo alfabetizzazione e di accoglimento delle aspirazione personali, avviato a livello locale e provinciale ma coordinato da una struttura centralizzata, il National Service Training Centre;
e. Processo di “de-radicalizzazione”, attraverso l’impiego di importanti e riconosciute figure religiose deputate ad avviare i soggetti aderenti verso “la pace, la reintegrazione e la riconciliazione”;
f. Impiego degli ex combattenti presso il Construction Corps e l’Agriculture Conservation Corps, due nuove organizzazioni istituzionali costituite al fine di creare nuove opportunità di lavoro attraverso l’avvio di grandi progetti infrastrutturali (strade nazionali, servizi pubblici, agricoltura, irrigazione, ecc..).

Tutto questo potrà essere realizzato grazie a un nuovo sistema finanziario, più snello e trasparente – così almeno nelle intenzioni – supportato dai fondi della comunità internazionale come stabilito nella conferenza di Londra nel gennaio 2010. I dubbi sorgono spontanei: riuscirà il governo di Kabul a dimostrare di saper gestire ingenti quantità di denaro che giungeranno dall’estero? Quanti di questi fondi in realtà scompariranno nei mille rivoli della corruzione? Occorre essere realistici, la corruzione esiste ed è un male profondamente radicato nel sistema istituzionale afghano come nella sua società. E in effetti le possibilità che la comunità internazionale sia disposta a pagare un caro prezzo pur di avere la possibilità di sganciarsi da un conflitto senza via di uscita aumentano sempre di più con il trascorrere del tempo.

2. Processo di smobilitazione strutturato su un periodo di tre mesi dedicati alla verifica, raccolta di dati biometrici, regolamentazione dell’uso e del possesso di armi (weapons management), assistenza e supporto. Un impegno concreto viene richiesto alla società civile chiamata a supportare l’impegno dello Stato nel concedere l’amnistia ai combattenti, siano essi comandanti che semplici soldati e riconoscendo loro il ruolo rivestito in precedenza in cambio del riconoscimento e del rispetto della costituzione e delle leggi governative, rinunciando alla violenza, alla collaborazione con al-Qa’ida e con gli altri gruppi terroristici.

Il termine weapons management utilizzato nel testo non è casuale poiché evita di porre l’accento su un problema difficilmente risolvibile, quello de disarmo; dunque una regolarizzazione del possesso di armi e non un divieto a possederne: un compromesso che rischia di portare a risultati assai poco concreti sul piano della sicurezza.
Inoltre, il riferimento alla black list delle Nazioni Unite è stato esplicitato con la richiesta di revisione della risoluzione 1267 del comitato di sicurezza dell’Onu che impone restrizioni finanziarie e di movimento per leader taliban di medio e alto livello e per i loro alleati. A questo proposito, non si è fatta attendere la risposta dello stesso Staffan de Mistura, che ha dichiarato di essere disponibile a una forma di revisione delle liste in quanto necessario poiché trattasi di elenchi di individui che in realtà potrebbero essere già morti: «un elenco, quindi, completamento superato ». E al tempo stesso non è escluso che la tanto paventata possibilità di esilio per vertici dei gruppi di opposizione possa essere raggiunta; non sarebbe quindi tanto remota l’eventualità di un intervento dell’Arabia Saudita come paese disposto ad ospitare soggetti del rango del mullah Omar e di Hekmatyar.
Immediata è stata anche la replica della deputata, e portavoce dei diritti delle donne in Afghanistan, Fawzia Kofi che non ha usato mezzi termini per manifestare tutta la sua indignazione e il suo timore per una possibile apertura ai taliban. «La nazione afghana», ha dichiarato in Parlamento «non è pronta per accettare un patto che minacci di riportare il Paese nel passato; un salto indietro di dieci anni», concludendo l’intervento affermando che «i delegati sono stati influenzati dal processo di talibanizzazione; non è possibile garantire l’impunità a questa gente, tutti sono uguali di fronte alla legge .»
Non è escluso che i governi occidentali possano invece appoggiare questa decisione come scelta dettata dalla necessità politica, ma dovranno fare i conti con l’opinione pubblica – almeno quella interessata al problema afghano – per la quale i principi di rispetto dei diritti umani e la giustizia rappresentano punti su cui non è possibile discutere. Ma a breve termine anche il conflitto afghano, complici i media, potrebbe passare in secondo piano e questo consentirebbe di attuare scelte politiche “fastidiose” ma necessarie.

3. Reintegrazione e consolidamento sulla base di un concreto coinvolgimento delle comunità locali che si vedrebbero investite della responsabilità di avviare gli ex combattenti sul percorso del dialogo per la reintegrazione, della scelta di abbandonare la lotta e di abbandonare le posizioni radicali dei gruppi di opposizione al fine di trovare collocazione tra le forze armate afghane o nei due nuovi istituti di “ricostruzione” .

Un piano che richiede notevoli sforzi, tanto a livello tattico che strategico e in cui il ruolo delle politiche locali gioca sullo stesso piano, e in funzione, di politiche internazionali. Insomma, la soluzione del conflitto in Afghanistan è la soluzione di molti dei problemi di politica interna, specialmente per gli Stati Uniti. E non a caso, per quanto sia passato in secondo piano, l’inviato speciale di Obama, Richard Holbrooke, ha dichiarato durante la conferenza sull’Afghanistan tenuta a Madrid il 7 giugno, che le decisioni della Jirga voluta da Karzai rappresentano «un importante passo avanti verso la costruzione della stabilità e della pace e che l’amministrazione Obama supporterà ogni sforzo in questa direzione. La porta è aperta e la Jirga ha indicato il punto di riferimento da seguire sulla via della riconciliazione ». Dunque un formale benestare degli Stati Uniti verso la soluzione politica di apertura del dialogo che porterà alla fine di una guerra che «non potrà mai essere vinta sul piano militare », ha concluso Holbrooke, subito affiancato dal ministro degli esteri tedesco che ha ribadito come la Germania supporti le «decisioni della Jirga che dimostrano quanto gli afghani vogliano una soluzione politica per i loro problemi ».

L’idea è dunque che i gruppi di opposizione aderiranno alla politica della riconciliazione; questa è la convinzione diffusa, pur partendo dal presupposto che si possa trattare con i taliban ma non con al-Qa’da . Ma in tutto questo non va dimenticato che i gruppi di opposizione in Afghanistan sono tanti e variegati; mentre l’Hezb-e-Islami di Gulbuddin Hekmatyar si è mostrato più possibilista e ormai da tempo ha avviato colloqui di pace con lo stesso Karzai, i taliban del mullah Omar hanno fermamente risposto di non voler scendere a patti con un governo corrotto e comunque non prima del ritiro delle forze straniere. Una situazione che rischia di vanificare ogni sforzo volto a salvare la faccia delle potenze occidentali impegnate in Afghanistan, tenute a rispondere di fronte all’opinione pubblica circa i propri successi militari e politici.
Turchia e Arabia Saudita si propongono in maniera raffinata come possibili interlocutori tra le parti, Obama tiene duro sulla questione del «surge», McChrystal annuncia la grande offensiva sul fronte di Kandahar, i gruppi di opposizione scatenano una violenta ondata di attacchi su tutto il territorio. In tutto ciò l’uomo di Kabul, Hamid Karzai, allunga la mano ai taliban parlando di pace e lasciando trasparire i propri dubbi circa la reale capacità dell’occidente di poter vincere la guerra e negando, al tempo stesso, la responsabilità dei taliban per gli attacchi contro la Peace Jirga.
Le proposte fatte non profumano di fresco, anzi, si tratta di argomentazioni già presentate in altre sedi, prima tra tutte la conferenza di Londra dello scorso gennaio dove Karzai chiese un miliardo di dollari per poter avviare la politica di dialogo con i taliban; ottenne solo 150 milioni di dollari. Ora, legittimato da una assemblea “nazionale” (più utile sul piano internazionale che su quello interno), con il pieno sostegno dell’amministrazione statunitense e con le dimissioni dei suoi collaboratori meno propensi al dialogo con i taliban, ha certamente più possibilità di portare a casa la cifra richiesta, o poco meno. È il suo momento, poiché l’occidente è disposto a tutto pur di concludere un impegno bellico scomodo e sempre meno condiviso dall’opinione pubblica: pagare è forse il sacrificio minore.