Afghanistan Sguardi e Analisi

Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

venerdì 13 giugno 2014

Elezioni in Afghanistan. Chi sarà il successore di Hamid Karzai?

di Claudio Bertolotti
 

http://osservatorioiraq.it/analisi/elezioni-afghanistan-chi-sar%C3%A0-il-successore-di-hamid-karzai
Dal ballottaggio di sabato dipenderà il nome del successore di Hamid Karzai, il presidente uscente che lascia l’Afghanistan con non poche questione sospese. Prima tra tutte l’accordo di sicurezza bilaterale con gli Stati Uniti e, dunque, con la Nato.

Nato e Afghanistan
Un accordo vincolante per l’Alleanza atlantica poiché alla fine dell’anno scadrà il mandato delle Nazioni Unite per la presenza di truppe straniere su suolo afghano; presenza che, dal 2015, non sarà superiore alle 12 mila unità, un numero minimo per garantire la sicurezza delle basi strategiche, la capacità di intervento a livello regionale e un limitato supporto alle forze di Kabul.
E se sul fronte politico si impone l’attesa, sul piano della sicurezza le preoccupazioni trovano conferma nelle minacce talebane che, sebbene concrete, non hanno impedito al 58% degli elettori di esercitare il proprio diritto di voto al primo turno elettorale.
Nel complesso possiamo dire che le attuali elezioni sono più sentite di quanto non lo siano state le precedenti del 2009: circa il 50 % di elettori in più, di questi il 36 % donne. Un dato importante da leggere come segnale di fiducia nei confronti del processo elettorale, in contrapposizione all’alto livello di conflittualità socio-politica.
Zalmai Rassoul, il candidato sponsorizzato da Karzai, non ha ottenuto il successo elettorale sperato accontentandosi dell’11,5 % delle preferenze. Il suo ruolo, che non si esaurisce con l’esclusione dal ballottaggio, contribuirà a stabilizzare gli equilibri elettorali che vedranno coinvolti i due candidati rimasti in corsa: Abdullah Abdullah (ex ministro degli Esteri) con il 45 % delle preferenze e forte dell’endorsement di Rassoul, e Ashraf Ghani Ahmadzai (ex ministro delle Finanze) fermo al 31,6 %.

Abdullah contro Ghani
Entrambi i candidati in corsa hanno dichiarato che firmeranno l’accordo di sicurezza bilaterale.
Abdullah si aspetta di vincere; uno scenario che, imprevisti a parte, potrebbe realizzarsi.
Ma è difficile dire come si concluderà questo importante processo elettorale poiché, a fronte di un vantaggio significativo di Abdullah (almeno nei numeri) si contrappongono dinamiche politiche che poggiano su variabili linee di faglia di natura etnica, in particolare quelle dei gruppi pashtun che guarderebbero con maggior favore a Ghani – pashtun –, come alternativa ad Abdullah – metà pashtun e metà tagico.
E infatti, a pochi giorni dalle elezioni, i colpi di scena non sono mancati con lo schieramento, a favore di Ghani, di Abdul Rahim Ayoubi, leader del partito Milate Mutahed a cui si aggiunge una serie di dichiarazioni di sostegno di alto profilo, dal vice-presidente Ahmad Zia Massud (il cui ruolo di leader tagico potrebbe prevenire conflitti di natura etnica), al partito dei giovani afghani Etelaf-e-Meli Nahj Naween, alle numerose manifestazioni di sostegno di alcuni importanti leader religiosi e, ancora, da una significativa parte dell’elettorato femminile. Insomma, sebbene Abdullah sia sulla carta il candidato dato per vincitore, i giochi sono tutt’altro che chiusi.
Quello che ci attende è un cambio alla guida dell’Afghanistan che non avverrà prima della fine dell’estate: le elezioni sono in calendario per il 14 giugno, i risultati finali saranno annunciati il 22 e la proclamazione avverrà non prima del 22 luglio, brogli elettorali permettendo. Già, perche il licenziamento di 5338 dipendenti della Commissione Elettorale indipendente accusati di frode ci ricorda, ancora una volta, l’endemico livello di corruzione del “sistema afghano”, che non sorprende ma induce una distratta opinione pubblica globale ad accettare il risultato finale, qualunque esso sia.

Riconcilizione con i talebani
Che vinca Abdullah o Ghani, è probabile che nel breve termine poco cambierà e l’Afghanistan permarrà in una condizione di equilibrio instabile; le problematiche da affrontare rimarranno le stesse, potrebbero però cambiare i ritmi della politica presidenziale.
A fronte di una condizione sociale insostenibile, il sostanziale fallimento dei progetti infrastrutturali e un’economia nazionale inesistente, la decisione al momento più impegnativa si sposta sul piano politico ed è incentrata sul ruolo dei gruppi di opposizione armata nel futuro assetto del paese.
Ghani, dimostrandosi pragmatico e flessibile, ha dichiarato di voler percorrere la via della riconciliazione con i talebani fin da subito, aprendo a una possibile spartizione del potere attraverso un processo di graduale “power sharing”.
Un’opportuna linea strategica che Abdullah, sebbene riluttante, sarebbe comunque costretto a seguire. È solo una questione di tempistiche poiché l’unica via strategica che porta fuori dall’empasse afghano passa attraverso il compromesso che, se da un lato apre le porte ai talebani – formalmente imbattuti sul campo di battaglia – dall’altro imporrà una parziale revisione dei diritti costituzionali.
Un prezzo da pagare che la Comunità internazionale, e con essa la Nato, ha ormai da tempo messo in conto pur di sganciarsi da un impegno non più sostenibile e ormai impopolare, a fronte dei risultati parziali, ma non del tutto negativi, ottenuti in tredici anni di guerra: una guerra comunque non vinta e ormai estranea all’interesse e all’attenzione mediatica internazionali.

lunedì 9 giugno 2014

I principali impegni operativi dell’Italia: Afghanistan e Libano (CeMiSS)



di Claudio Bertolotti
A partire da questo mese iniziamo ad analizzare i due principali
teatri operativi che vedono impegnate le nostre Forze Armate: l'Afghanistan e il Libano




Afghanistan: gli sviluppi del primo turno elettorale e l’alba dell’epoca post-Karzai

La competizione elettorale per l’elezione del presidente dell’Afghanistan che subentrerà a Hamid Karzai si avvia alla sua seconda e conclusiva fase, che vedrà nel 14 giugno la data per il ballottaggio: lo ha annunciato il capo dell’Independent Election Commission, Ahmad Yusuf Nuristani.

I sette milioni di elettori che formalmente hanno votato lo scorso 5 aprile per scegliere il nuovo presidente dell’Afghanistan si sono divisi tra i candidati Abdullah Abdullah (45 percento dei voti) Ghani Ahmadzai (32 percento) e Zalmai Rasoul (2 percento).

Risultati elettorali che, nel complesso, hanno confermato le previsioni espresse nell’«Osservatorio Strategico» del CeMiSS di marzo: Ghani e Abdullah sono i due competitor della seconda tornata elettorale per la conquista della poltrona presidenziale della Repubblica islamica dell’Afghanistan. Una competizione che si è mossa sul piano delle alleanze politiche e su quello, parallelo, delle fluide dinamiche etno-culturali e geografiche dell’Afghanistan contemporaneo.

In particolare, la scelta del candidato Ghani di sostenere ed essere sostenuto dal candidato alla vice-presidenza uzbeco, il discusso generale Abdul Dostum, è stata una scommessa vinta a metà. Una mossa politica sul piano tattico che, da un lato, ha consentito a Ghani di ottenere il favore dell’elettorato nelle province a maggioranza uzbeca – il dieci percento della popolazione afghana – di Jowzjan (69 percento dei voti) e Faryab (65 percento dei voti) ma che, dall’altro, non ha garantito un analogo risultato nelle province di Sar-e-Pul (39 percento), Samangan (27 percento) e Kunduz (38 percento).

Una scelta azzardata, dunque, quella di un Ghani alla ricerca di sostegno al di fuori del proprio gruppo etnico su cui, evidentemente, hanno influito in maniera non positiva i censurabili trascorsi di “mujaheddin” di un Dostum che, se da un lato è ancora apprezzato dalla popolazione più “anziana”, dall’altro lo è sempre meno per l’elettorato giovane, nato e cresciuto dopo la guerra contro l’occupazione sovietica, e in particolare quello femminile.

Come prevedibile, nel complesso Ghani ha raccolto un maggiore successo elettorale nelle aree orientali del paese, quelle a predominanza etnica pashtun.

Sul fronte opposto, l’altro pretendente alla poltrona presidenziale, Abdullah ha ottenuto risultati sorprendenti in molte altre province che gli hanno consentito di uscire dalla prima fase della competizione elettorale come candidato più votato, con un dato (ancora non definitivo) del 44.9 percento dei voti. Un risultato raggiunto anche grazie all’inaspettato contributo della componente etnica hazara che gli avrebbe garantito un’omogenea e solida base elettorale, in particolare nelle province di Bamiyan (68 percento) e Dai Kundi (75 percento); e ancora, sebbene in percentuale inferiore, in quelle di Ghor (60 percento), Ghazni (54 percento), e Wardak (36 percento). Abdullah ha inoltre ottenuto un dato del 24 percento nella provincia di Uruzgan (24 percent). Un risultato attribuibile in parte  alla scelta di candidare, come suo vice-presidente, Mohammad Mohaqeq, ex-ministro oltre che potente ed influente ex “signore della guerra” di etnia hazara. Un peso, quello dell’etnia minoritaria hazara – in passato relegata a margine del potere afghano – , su cui potrebbe aver influito il legame di Ghani con il gruppo etnico dei Khuci, storicamente (e tuttora) in conflitto proprio con gli hazara.

Un Abdullah che ha saputo dimostrare di essere abile mediatore tra gli interessi e le dinamiche che si muovono sui canali politici di tipo etnico, anche grazie alle sue origini tagiche e pashtun. E, difatti, essendo lui riconosciuto come soggetto legato in particolare a questo gruppo etnico, ha ottenuto la maggior parte dei voti proprio nelle province settentrionali ed occidentali popolate prevalentemente da tagichi (che rappresentano meno del trenta percento della popolazione afghana) ma riuscendo a convincere una parte significativa della componente pashtun del sud e dell’est, sottraendo così voti agli altri candidati, in particolare nelle province di Farah (35 percento) e Wardak (36 percento) e, in misura minore in quelle di Helmand, Logar, Nangarhar, Nimroz e Zabul.

Breve analisi conclusiva

A fronte del processo elettorale quale sarà il paese che il prossimo presidente afghano, Abdullah o Ghani, dovrà amministrare?

In estrema sintesi un paese estremamente corrotto. Le Nazioni Unite hanno di recente manifestato “seria preoccupazione” per quanto riguarda l’endemica corruzione caratterizzante l’apparato burocratico dello stato e dei suoi organi governativi; il “Transparency International's 2013 Corruption Perception Index” ha collocato l’Afghanistan al 175° posto su 177 paesi presi in esame.

Sul fronte della sicurezza, l’arrivo della primavera segna il periodico avvio dell’offensiva dei gruppi di opposizione armata (annunciata per il 12 maggio e denominata operazione “Khaibar”); questo è l’anno in cui l’azione di contenimento di tale offensiva ricadrà interamente, almeno sul piano formale, sulle spalle delle forze di sicurezza afghane, alle quali si affiancheranno i ridotti contingenti militari internazionali con il contributo di alcune migliaia di “istruttori”, “consiglieri” e “forze per operazioni speciali”.

Nel frattempo, sul piano internazionale, gli Stati Uniti si stanno apprestando ad affrontare tre possibili scenari afghani e, di conseguenza, la pianificazione dei costi di un nuovo impegno militare che dovrebbe iniziare a partire dal 1 gennaio 2015 con il contributo della missione a guida Nato “Resolute Support Mission”. Washington, a cui i paesi alleati della Nato guardano per assumere le conseguenti decisioni, potrebbe lasciare sul terreno circa 10.000 dei suoi soldati (con un costo di circa 25 miliardi di dollari l’anno – esclusa la componente più consistente dei “contractor” civili), questa la prima opzione; la seconda opzione è di 5.000 soldati statunitensi (il cui costo di mantenimento sarebbe di 20 miliardi di dollari annui). Infine la terza è l’improbabile “opzione zero”, più volte paventata a scopo intimidatorio, ma poco convincente e credibile sul piano strategico.

La Nato è in attesa delle decisioni di Washington, alle quali si adeguerà.


Libano: verso le elezioni presidenziali

Un lento processo parlamentare per l’elezione del presidente libanese ha caratterizzato l’ultimo mese nel “paese dei cedri”, nonostante l’invito al rispetto delle scadenze formali fatto del presidente della repubblica uscente Michel Suleiman, il cui mandato è in scadenza il 25 maggio.

Il parlamento libanese, preposto all’elezione della massima carica dello stato, non è riuscito nel compito per tre volte, la prima il 23 di aprile (quando erano necessari i due terzi dei voti), la seconda il 30 aprile (una maggioranza semplice), e ancora il 7 maggio quando il presidente del parlamento libanese Nabih Berri ha rinviato al successivo 15 maggio la seduta, poiché solo 73 parlamentari si erano presentati in aula per la votazione. I parlamentari del “Movimento Futuro” hanno accusato i loro avversari dell’“Alleanza dell’8 Marzo” di aver boicottato le elezioni. Il rischio, a questo punto possibile, consiste nel giungere al 25 maggio – giorno in cui decadrà l’attuale presidente – con un vuoto di potere, dove il presidente del consiglio sarà costretto ad assumere i poteri del Presidente della Repubblica”.

Sicurezza, conflittualità e situazione umanitaria

Sul piano della sicurezza, il 24 aprile scorso il coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il Libano, Derek Plumbly, si è ufficialmente incontrato con il primo ministro libanese Tammam Salam.

Nell’ambito di tale colloquio, le Nazioni Unite hanno confermato la riduzione degli episodi di violenza nella città di Tripoli – che hanno visto contrapporsi, tra gli altri, elementi alawiti pro-Assad e sunniti sostenitori dell’opposizione armata al regime siriano – con ciò evidenziando l’efficacia del graduale processo di sicurezza avviato dal governo libanese. In particolare, a conferma dell’impegno della Comunità internazionale nella stabilità del Libano, le Nazioni Unite hanno dichiarato che, in base ai colloqui di Roma di metà aprile, vi è la volontà di rafforzare l’impegno militare internazionale a favore delle forze armate libanesi a cui si unisce l’intenzione di intensificare lo sforzo a favore dei rifugiati.

In particolare, l’ultima ondata di violenza interessante la città di Tripoli iniziata il 20 febbraio e protrattasi per sei settimane ha provocato la morte di trenta persone, inclusi due soldati libanesi, e il ferimento di altre cento. Ondata di violenza che si è interrotta il 27 marzo all’indomani dell’applicazione del “security plan” per Tripoli  approvato dal governo centrale.

Tali episodi di violenza sono il segnale di conflittualità manifeste, alimentate dalla proliferazione di armi e dal coinvolgimento sempre più intenso di attori “non-statali” operativi a livello regionale, in particolare quelli direttamente coinvolti nel conflitto siriano.

La policy ufficiale del Libano nei confronti della crisi siriana è di non ingerenza. È però vero che lo stesso Hezbollah è direttamente coinvolto nel conflitto in Siria; e il flusso di armi e combattenti attraverso l’indefinito confine tra i due paesi ha contribuito ad aumentare gli arsenali bellici fuori dal controllo governativo. Una situazione che ha portato la valle della Bekaa a subire gli effetti diretti e indiretti di un conflitto di lunga durata; basti ricordare i razzi caduti sugli abitati sciiti e il flusso continuo e di difficile gestione dei profughi in fuga dalla vicina regione siriana di Qalamon e dalla città di Yabrud.

Nel complesso, in merito alla situazione umanitaria, ammontano a circa un milione i rifugiati siriani in fuga dalla guerra civile che vede contrapporsi il governo di Damasco e la “eterogenea galassia” dei gruppi di opposizione armata; il dato ufficiale si contrappone però a quello reale di un milione e mezzo di rifugiati complessivi presenti sul territorio libanese (con un flusso di circa 2.500 unità giornaliere). Dati che influiscono pesantemente sull’organizzazione ricettiva del Libano e sulla capacità di gestire le sempre maggiori criticità, politiche, organizzative, di sicurezza e sociali.




lunedì 2 giugno 2014

L’Afghanistan alle urne: chiusa la prima tornata elettorale

di Claudio Bertolotti

Due candidati verso il ballottaggio
Il 5 aprile 2014 gli afghani sono ufficialmente andati al voto per eleggere il prossimo presidente della Repubblica islamica dell’Afghanistan: l’affluenza alle urne è stata riportata come buona-soddisfacente nei principali centri urbani, meno nelle aree periferiche e remote del paese.
Gli attacchi finalizzati a disturbare il processo elettorale portati a termine dai gruppi di opposizione armata sono stati alcune centinaia; poco più di duecento i seggi elettorali (su un totale di 6.400) chiusi per problemi di sicurezza.
Sebbene i media internazionali abbiano diffuso un messaggio rassicurante sugli sviluppi dell’importante esercizio elettorale, i numerosi casi di brogli da più parte denunciati – oltre la mancanza di trasparenza nelle procedure di verifica del voto e degli elettori effettivamente presentatisi alle urne – si sono aggiunti a un elevato livello di insicurezza generale.
A fronte di tale quadro, e nell’ottica di un disimpegno ormai prossimo da parte degli attori fino ad oggi impegnati nel difficile processo di stabilizzazione e transizione del paese, Stati Uniti e attori regionali proseguono nel guardare con favore all’ipotesi di un bilanciamento di poteri “adeguato” tra gruppi di potere pashtun e le altre minoranze.
Completata la fase di conteggio dei voti, Abdullah Abdullah (ex ministro degli esteri, metà tagico e pashtun) e Ghani Ahmadzai (ex ministro delle finanze, pashtun) saranno i due candidati chiamati a confrontarsi per l’accesso alla poltrona presidenziale in occasione del secondo turno elettorale che si svolgerà all’inizio della prossima estate. Infatti, come previsto, nessuno dei due ha ottenuto più del cinquanta percento dei voti; e ciò imporrà l’inevitabile ricerca di accordi negoziali tra le parti.
Zalmai Rassoul, pashtun apprezzato dai tagichi e sostenuto da Karzai, terza e potenziale incognita, potrebbe fare la differenza appoggiando l’uno o l’altro candidato (con buona probabilità Ghani).

L’eredità di Karzai
Si chiude, almeno sul piano formale, il ciclo politico di Hamid Karzai, l’uomo scelto dall’amministrazione statunitense dell’allora presidente Bush per sancire l’inizio del nuovo Afghanistan: un Afghanistan che si voleva pacificato, democratico, con uno Stato efficiente dal punto di vista dell’organizzazione amministrativa e che rispondesse a quelle che erano le priorità imposte da un’opinione pubblica globale ancora sotto shock dai tragici eventi dell’11 settembre 2001: ossia la fine di una guerra trentennale, lotta al terrorismo, diritti per le donne, accesso all’istruzione, democrazia.
Insomma, un Karzai che si è dimostrato politico capace, prima presidente ad interim e poi, per due mandati, eletto dal suo popolo; certo non sono mancate le accuse, e le conferme, di brogli elettorali, irregolarità, corruzione, ma questo non cambia la sostanza: Hamid Karzai è stato il presidente dell’Afghanistan e degli afghani senza soluzione di continuità per oltre un decennio.
Un politico certamente forte, di una forza garantita anche dagli equilibri di potere che è riuscito a costruire e a mantenere, ma anche poco trasparente, ambiguo: ricordiamo la riforma del nuovo codice penale, con le limitazioni ai diritti delle donne, il rifiuto alla firma dell’accordo di sicurezza bilaterale che è alla base di una permanenza di truppe straniere su suolo afghano dopo il 2014, e il coinvolgimento della sua famiglia nel business del narcotraffico. Insomma un presidente molto discusso.
Ma il merito più grande, questo è innegabile, è l’aver saputo dimostrare il coraggio di aprire alla collaborazione e al dialogo. A livello regionale, Karzai ha lavorato molto bene nell’instaurare ottime relazioni diplomatiche e commerciali con gli attori regionali: dall’Iran, alla Cina, al Pakistan, all’India, alle confinanti repubbliche ex-sovietiche.
Inoltre, ha saputo aprire un canale di comunicazione con i taliban, un dialogo più volte interrotto, che ancora non si sa dove porterà, ma pur sempre un dialogo che comunque vada a finire avrà posto le basi per una soluzione di compromesso, una soluzione tipicamente afghana di cui si sente il bisogno dopo gli ultimi tredici anni di guerra.

Gli sviluppi afghani dal punto di vista dei Taliban
Il 18 giugno di quest’anno verrà formalizzato il passaggio di responsabilità alle forze di sicurezza afghane.
I gruppi di opposizione armata, taliban per primi, stanno aspettando proprio quel momento per raccogliere i frutti di una guerra combattuta per più di tredici anni; e lo faranno da una posizione vantaggiosa, dimostrando di essere una minaccia concreta e imbattuta, avendo tenuto sotto scacco la più grande coalizione militare contemporanea. Proprio i taliban hanno dimostrato di essere capaci sul piano militare come su quello politico e, ancor più, su quello mediatico.
Lo scorso anno il leader dei taliban ha affermato che i mujaheddin non sono interessati al controllo dell’intero Paese, quanto piuttosto a dar vita a un "governo afghano inclusivo e basato sui principi islamici". Una chiara strategia di propaganda mediatica indirizzata all’opinione pubblica globale.
Ma, nel frattempo, è continuata senza soluzione di continuità l’offensiva militare, concentrata su obiettivi in prevalenza afghani: insomma, un’azione efficace e una capacità operativa che non presentano segni di cedimento.
Nel concreto, mancano dati attendibili sulle capacità esprimibili da un’insurrezione armata forte di circa 20-40.000 unità. Ma, sebbene molti osservatori ritengano che l’insurrezione nel suo complesso non rappresenti una minaccia strategica, è però vero che gli effetti strategici della resistenza hanno imposto un accelerazione del disimpegno afghano, imponendo tempi e priorità al lento processo negoziale che – nelle intenzioni di chi lo sostiene, Stati uniti in primis – dovrebbe portare a una soluzione di compromesso accettabile.
Non per questo l’azione offensiva insurrezionale parrebbe orientata a ridimensionarsi nell’intensità e negli effetti più manifesti. È una dimostrazione di forza continua e costante orientata a colpire le sedi del potere governativo locale e nazionale, le caserme militari e i posti di polizia, i seggi elettorali: insomma tutti i simboli di quello Stato afghano che la comunità internazionale ha cercato di sostenere nei tredici anni di impegno politico e militare.

Breve analisi conclusiva
Indipendentemente dai risultati elettorali, l’accesso a forme di potere (formale-informale) da parte dei taliban è una questione accettata dalla Comunità internazionale e dalla stessa Nato; ciò potrebbe portare a una spartizione territoriale de facto dell’Afghanistan dove a un Sud pashtun, posto sotto l’influenza taliban e sostenuto da Pakistan e Arabia Saudita, si contrapporrebbe un Nord eterogeneo, sostenuto dagli attori regionali antagonisti tra i quali certamente Iran, Russia, Cina. In tale quadro l’aspetto economico sarebbe il legante di questo probabile accordo tra le parti, e forse l’unica possibilità di stabilità potrebbe essere data dal compromesso di natura economica.
Una ipotesi di divisione, quella alla quale si è accennato che, sul lungo termine, porterebbe al riaccendersi di conflittualità allargate su base etnica.
In tale contesto, pur non cadendo nella semplificazione di un problema molto più complesso, i gruppi di potere politico ed economico afghani cercheranno di conservare le proprie prerogative garantendo gli equilibri di potere esistenti e consolidati, sebbene al contempo potrebbero spingere verso uno stato di conflittualità che si muove su linee di demarcazione etno-culturale ma che si alimenta di dinamiche ed equilibri di natura economica, e a questo si sommeranno indubbiamente gli interessi legati al florido mercato del narcotraffico (che, nonostante la presenza della Nato, non ha fatto che aumentare).
In sintesi, quella che si prospetta all’orizzonte è un’inquieta fase post-elettorale, anche a causa delle irregolarità e dei brogli che verranno denunciati; inoltre, lo stato di incertezza sarà amplificato da spinte multilivello verso gli accordi funzionali al secondo turno elettorale dove il candidato più accreditato, Abdullah Abdullah, potrebbe vedersi contrapposto a un’unica grande coalizione pashtun a sostegno di Ghani.
Molto dipenderà da come gli stessi pashtun nel sud del paese voteranno – e quanti voteranno –, anche in relazione alla forte influenza dei taliban in quella parte dell’Afghanistan.

domenica 1 giugno 2014

Messaggio al Presidente degli Stati Uniti d'America: bentornato sergente Bergdahl

(trad. del messaggio inviato alla "White House")
Al Presidente degli Stati Uniti d'America, Mr. Barack Obama, e alla famiglia Bergdahl.
Accogliamo con immensa soddisfazione la notizia della liberazione del sergente Bowe Bergdahl, dopo cinque lunghi anni di prigionia in Afghanistan.
Unitamente al popolo americano, noi Italiani ci stringiamo attorno al sergente Bowe Bergdahl - un eroe dei nostri tempi - e alla sua famiglia esprimendo il nostro affetto, la nostra gioia e il nostro orgoglio nei confronti  di chi, come lui, mette a disposizione della Nazione, dei suoi compatrioti e degli Alleati, la propria vita.
Bentornato Bowe!


lunedì 26 maggio 2014

2014: L’Afghanistan non è pronto ma l’Italia, con la NATO, resta in prima linea (CeMiSS)

di Claudio Bertolotti

 
L’Italia
Salvo improbabili inversioni di rotta, l’Italia manterrà il proprio contingente militare in Afghanistan unitamente agli altri alleati della NATO partecipanti alla nuova missione dell’Alleanza atlantica, la “Resolute Support Mission”.
Sul piano quantitativo sarà un impegno ridotto rispetto a quello degli ultimi dodici anni: non meno di 800 uomini, non più di 1.800 (sul totale di 10-15.000) impegnati, in particolare, nel delicato ruolo di “advisor” al fianco dei colleghi afghani; al nucleo di consiglieri si unirà una componente non secondaria di forze per operazioni speciali.
Un impegno, nel complesso, già pianificato sebbene nell’attesa di disposizioni più dettagliate che arriveranno da Bruxelles (NATO HQ) non appena Washington avrà definito l’entità e la natura della presenza di forze statunitensi su suolo afghano. Tutto ciò, sul piano formale e diplomatico, dipende da quando (essendo solamente una questione di tempi) il governo afghano (nella persona del nuovo presidente della repubblica) firmerà il tanto atteso Bilateral Security Agreement con gli Stati Uniti e, a seguire, con i partner dell’Alleanza atlantica.
Ciò che appare ormai evidente è l’efficace «ostruzionismo aggressivo» adottato da Karzai, deciso a non firmare alcun accordo con gli Stati Uniti; Stati Uniti che si sono formalmente rassegnati ad attendere l’esito delle elezioni presidenziali del 5 aprile prossimo per proporre al successore dell’attuale presidente della Repubblica islamica dell’Afghanistan un accordo politico-militare che consenta alle truppe straniere di garantire l’avvio della nuova missione.
Gli Stati Uniti
Dunque, nell’attesa di formalizzare l’impegno futuro, preparandosi comunque al peggio (il riferimento va all’«opzione zero», ossia il ritiro di tutti i soldati stranieri dal teatro afghano), gli Stati Uniti propendono per un approccio diplomatico energico predisponendo una via di uscita supplementare dal pantano afghano che possa essere posta sul tavolo negoziale al quale siederà il successore di Karzai.
Data la condizione di stallo dinamico dove gli attori in scena mostrano intenzioni più formali che sostanziali, è logico valutare come altamente improbabile da parte degli Stati Uniti un ritiro totale che comporterebbe una rinuncia agli strategici vantaggi derivanti da una presenza a lungo termine in Asia meridionale; ma ciò che emerge è un nervosismo diffuso alimentato da una frustrante politica del braccio di ferro psicologico a cui l’attuale governo afghano pare non intendere porre fine.
A febbraio, dopo mesi di resistenze e disaccordi tra Washington e Kabul, il presidente Obama ha chiamato ufficialmente l’omologo afghano – la prima telefonata tra i due leader dal giugno del 2013 – comunicando di aver ordinato al Pentagono di studiare un piano di ritiro totale delle truppe dal teatro afghano entro la fine del 2014: una decisione presa ufficialmente dalla Casa Bianca, un atto formale ritenuto necessario e imprescindibile per l’amministrazione statunitense.
Al di là della scelta di forza dall’ampio effetto politico e mediatico, gli Stati Uniti lasceranno comunque un contingente militare ridotto anche dopo il termine della missione “combat” della NATO che avverrà a dicembre di quest’anno a conferma di un impegno preso con l’Afghanistan – e questo indipendentemente dalla firma dell’accordo; un impegno che ci si aspetta verrà confermato dal successore di Karzai, il soggetto su cui si riversano le speranze di una ripresa formale del dialogo tra i due alleati.
Anticipando la discussione dei ministri della difesa dell’Alleanza atlantica di febbraio, il presidente Obama ha così minacciato e predisposto formalmente la pianificazione del ritiro quasi completo delle forze armate statunitensi dall’Afghanistan. In particolare, la specifica richiesta fatta al Pentagono è orientata a garantire l’esecuzione di un completo ed efficace ritiro di tutte le truppe entro la fine del 2014 e, al contempo, la capacità – previa firma del BSA da parte del successore di Karzai – di mantenere una presenza minima capace di sostenere una missione di «training», «advising» e «assisting» a favore delle forze di sicurezza afghane e condurre, parallelamente, operazioni mirate contro elementi residui di Al-Qa’ida. Ciò che complica la realizzazione di tale intendimento è che più in avanti nel tempo viene procrastinata la firma del BSA più ridotto potrebbe essere l’impegno statunitense (e della NATO) nel sostegno all’esercito e allo stato afghani.
Una scelta politica, quella di Obama, che ha anticipato l’importante incontro dei vertici militari statunitensi, il generale Martin Dempsey, chairman del Joint Chiefs of Staff, e il Segretario alla Difesa statunitense Chuck Hagel; un incontro preparatorio alla strategia poi presentata al summit della NATO di Bruxelles il 26 febbraio scorso e orientata allo sforzo comune per la formalizzazione del BSA.
Commentando la decisione di Obama, il generale Dempsey ha affermato che la pianificazione dell’impegno in Afghanistan a partire dal 2015 è certamente importante, così come è importante il lavoro che al momento viene condotto e deve essere portato a termine, in particolare l’attività “advising” a favore delle forze di sicurezza afghane e il contributo alla sicurezza delle elezioni presidenziali di aprile.
Sul piano politico e diplomatico, gli Stati Uniti hanno confermato ancora una volta di voler sostenere la sovranità di uno stato afghano stabile, unito e democratico attraverso una partnership basata sul principio del mutuo rispetto e collaborazione.
Infine, la NATO
Gli Stati Uniti insistono anche sul piano delle relazioni internazionali; lo fanno chiedendo ai partner della NATO di fare fronte comune nei confronti del governo afghano in merito al BSA. E gli alleati, sposando la linea politica di Washington, hanno annunciato di voler pianificare il ritiro anticipato delle proprie truppe in assenza dell’accordo con Kabul (Bruxelles, 2014). Una vittoria, scontata, dell’amministrazione statunitense che è riuscita così ad aumentare la pressione sul presidente uscente nell’attesa del suo successore.
Nel merito, il rappresentante permanente degli Stati Uniti presso la NATO, l’ambasciatore Doug Lute, ha insistito sulla situazione politica e la sicurezza in Afghanistan (in particolare il livello di capacità operativa delle forze di sicurezza afghane – al momento incapaci di operare in autonomia al fine di contrastare il fenomeno insurrezionale –), e sull’opportunità di proseguire con la missione della NATO, nonostante il ritardo nella firma del BSA e l’attuale assenza di uno Status of Forces Agreement che dia la copertura legale alla presenza di truppe straniere su suolo afghano.
L’ambasciatore Lute, in tal senso, ha chiesto ai ministri della difesa della NATO di valutare la situazione della sicurezza in Afghanistan proprio alla luce degli sviluppi in corso delle forze di sicurezza afghane e dell’importanza della nuova missione finalizzata proprio ad aumentare le capacità operative e organizzative delle forze armate di Kabul. Tutto ciò potrà essere realizzato, ha ribadito Lute, solo ed esclusivamente a seguito della formalizzazione del BSA, già approvato dalla maggioranza dei «notabili» afghani partecipanti alla tradizionale Loya Jirga (organo consultivo non istituzionale voluto dal presidente Karzai) tenutasi il novembre scorso a Kabul ma rimasto inascoltato da un Karzai sordo, da un lato, agli appelli della Comunità internazionale e impegnato, dall’altro, in un dialogo con i taliban.
Anche i ministri della difesa dei paesi NATO hanno riaffermato, nella consapevolezza di un nuovo e necessario impegno comune dell’Alleanza atlantica nell’Afghanistan post-2014, l’importanza di un accordo formale con il governo di Kabul; un accordo che deve concretizzarsi con la firma del BSA: un atto politico, conditio sine qua non, da realizzare prima della chiusura dell’International Security Assistance Force (ISAF), pena il ritiro immediato dei contingenti militari.
Dunque, almeno a parole, anche la NATO si starebbe preparando per il ritiro completo delle proprie unità schierate sul campo di battaglia afghano; una scelta in contrasto con il principio di opportunità strategica ma, come noto, l’ars diplomatica è fatta anche di bluff e azzardi politici.
E infatti, a fronte del vivace dinamismo da parte dell’Alleanza atlantica, sul fronte istituzionale afghano il portavoce del presidente, Aimal Faizi, ha confermato che Karzai non ha posto tra le priorità nell’agenda di governo la firma dell’accordo bilaterale sulla sicurezza poiché al momento impegnato nel tentativo di riconciliazione con i taliban.
La presa di posizione della NATO è stata formalizzata alla chiusura del meeting di Bruxelles, due giorni dopo la chiamata di Obama a Karzai e l’annuncio della predisposizione da parte del Pentagono di un piano di ritiro totale. Ma è improbabile che tale ipotesi possa trovare realizzazione pratica; e infatti, il Segretario di Stato Chuck Hagel e il Segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen hanno precisato che confidano comunque nella firma dell’accordo da parte del successore di Karzai. Dunque tutto è rinviato al dopo elezioni di aprile.
Breve analisi conclusiva
Sul piano formale, lo scoglio principale rimane dunque la firma del BSA tra Washington e Kabul a cui seguirà naturalmente quello tra Kabul e la NATO.
Tutto lascia supporre che, sebbene con notevole ritardo rispetto all’agenda statunitense, l’accordo possa essere firmato dal nuovo esecutivo prima dell’estate, spostando semplicemente sul piano temporale l’applicazione concreta di un necessario accordo politico. Nella peggiore delle ipotesi, qualora nessun candidato alla poltrona presidenziale dovesse ottenere la maggioranza schiacciante, l’accordo potrebbe essere concluso anche nel tardo autunno o all’inizio dell’inverno: tardi per consentire un disimpegno razionale e sostenibile, sia dal punto di vista logistico-operativo, sia su quello economico.
È dunque evidente che Karzai non vuole compromettersi; così come è evidente che stia facendo il possibile per evitare di chiudere l’esperienza di governo con un accordo che, da un lato, legherebbe il suo nome a quello degli Stati Uniti (e alla presenza di truppe straniere) e, dall’altro impedirebbe qualunque accordo di compromesso (anche personale e familiare) con i principali gruppi di opposizione armata (taliban in primis).
Comunque sia, chiuso il capitolo “Karzai”, si aprirà una nuova fase politica afghana; difficile dire quanto differente sarà da quella in fase di conclusione e quanto potrà durare: anche in questa occasione i tempi afghani hanno prevalso sulla logica strategica e sulla razionale volontà organizzativa occidentale.

domenica 18 maggio 2014

In vista delle elezioni europee è doveroso rispondere ad alcuni importanti questiti
sulle guerre a noi europei più vicine 
SIRIA E UCRAINA: GUERRE AI CONFINI DELL'EUROPA
  
Quali le conseguenze per l'Europa?
Esiste una comune politica estera europea?
E' possibile parlare di un modello di difesa europeo?

Ne parlano
Professore ed esperto di conflitti contemporanei, 
e
Professore e Ricercatore di Relazioni Internazionali
 
modera
Analista Strategico - FARE per Fare Fermare Il Declino


Si parlerà di Europa, Difesa europea, politica estera europea, retribuzione del comparto sicurezza in Europa... non c'è ragione per non partecipare all'incontro...

Incontro organizzato da FARE e SCELTA EUROPEA

Saranno Presenti Giuseppe ARENA (Candidato al Parlamento Europeo) e  
Guglielmo del Pero (Coordinatore regionale di FARE per Fermare il Declino - Piemonte)

https://www.facebook.com/events/705385672852515/?ref_dashboard_filter=upcoming

domenica 27 aprile 2014

Roma 10 maggio - L’AFGHANISTAN IN TRANSIZIONE

L’AFGHANISTAN IN TRANSIZIONE

CONVERSAZIONI SULL’EURASIA (E OLTRE)

ROMA sabato 10 maggio 2014 ore 18.00 (sala Musica)
La Civiltà Cattolica, via di Porta Pinciana 1, Roma

Intervengono
FEDERICO DE RENZI turcologo
CLAUDIO BERTOLOTTI Analista Strategico
FRANCESCO BRUNELLI ZANITTI IsAG
NIMA BAHELI analista geopolitico
 
Modera Luciano Larivera S.I. La Civiltà Cattolica

Per informazioni: larivera.l@gesuiti.it