Afghanistan Sguardi e Analisi

Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

mercoledì 2 marzo 2011

Shahid: i bambini che non diventeranno mai uomini

di Claudio Bertolotti

Bambini e adolescenti che giocano simulando un attentato suicida o meglio un Istisshadi, il martirio autonomamente scelto. Si gioca a fare lo Shahid nella terra di nessuno tra Afghanistan e Pakistan; o sarebbe meglio dire nella terra dei taliban. È quanto si può vedere attraverso un video apparso recentemente su YouTube. Ma quei bambini stanno davvero giocando? Sono realmente consapevoli di ciò che stanno simulando? Oppure più semplicemente mettono in scena quanto l’addetto alla propaganda taliban dietro alla telecamera dice loro di fare? È evidente che si tratti di una messa in scena creata ad hoc, ma questo non significa che il problema non sussista.
Il settimo capitolo del mio libro sul terrorismo suicida in Afghanistan, Shahid (ed. Franco Angeli, 2010) affronta quella che da sempre è l’unica certezza di tutte le guerre: le vittime. Vittime civili, non al margine di un conflitto, ma al suo interno. E tra queste i bambini, vittime due volte, perché non solo colpiti dagli attentati suicidi, ma spesso anche attivamente coinvolti nella conduzione degli stessi.
Per quanto in Afghanistan il fenomeno degli attacchi suicidi sia relativamente recente, gli effetti sono dirompenti.
Gravissime le ripercussioni sulla vita quotidiana degli afghani. La strategia del terrorismo influenza soprattutto le fasce generazionali più deboli, quella dei bambini in primis, che sono coinvolti come vittime, sì, ma che trovano talvolta un ruolo anche tra i “carnefici”. Quindi vittime due volte. Il loro coinvolgimento, sia come componente sociale ferita dalla violenza degli attacchi sia, anche se solo in parte, come soggetti attivi nella condotta o nella partecipazione a operazioni suicide, è un problema molto grave che riversa sull’intera società le conseguenze di una politica spregiudicata.
I bambini sono le vittime dirette e indirette delle violenze e delle atrocità tipiche della guerra, sia essa civile, moderna, giusta o semplicemente “utile”. Sono obiettivi cosiddetti facili, curiosi e vivaci, hanno voglia di fare nuove esperienze e la loro percezione del pericolo è molto limitata. Le azioni violente hanno effetti devastanti sulla psicologia dei bambini, e tanto più gli attacchi suicidi. Molti hanno visto morire qualcuno, un amico o un parente, oppure hanno assistito a scene post-attentato caratterizzate dalla presenza di cadaveri smembrati e pezzi di corpi inanimati; molti di loro soffrono di incubi e angosce profonde. Studi condotti da enti di soccorso e umanitari, sia istituzionali che privati, hanno raccolto una sufficiente quantità di testimonianze e dati utili per concludere, per quanto in maniera incompleta ma non per questo meno realistica, che le violenze e la persistente percezione del rischio di attacchi suicidi, oltre che la loro effettiva attuazione, influiscono in maniera negativa sul “soggetto-bambino” al punto tale da allontanarlo dalla propria famiglia, per mancanza di senso di protezione, e in alcuni casi da persuaderlo a commettere egli stesso un attacco di tale tipologia. La ragione di questa condizione estrema sta nel fatto che molti di loro non si aspettano di sopravvivere.
Per quanto riguarda le ragioni per cui alcuni bambini si trovano coinvolti in questi meccanismi, non possiamo parlare di imposizione, se non in minima parte. Molto più significativi sono il coinvolgimento e il convincimento. L’età varia dagli undici ai quindici anni. Il peso che le scuole religiose hanno in quest’opera di reclutamento è notevole in particolar modo nel processo di indottrinamento che avviene fin dalla più giovane età. Il risultato, ovvio, è quello di una generazione ideologicamente influenzata e condizionata: scelta e desiderio vengono così indirizzati, viziati dalle aspettative e dalle delusioni. L’incidenza di questo indottrinamento, l’incapacità di prendere una decisione razionale, la facilità con cui cadono nelle maglie di organizzazioni terroristiche sono fattori che testimoniano come l’opera di convincimento condotta dai taliban negli istituti scolastici comprenda promesse di riconoscimento, sì di tipo celeste, ma anche terreno, come telefoni cellulari e motociclette: regali altrimenti irraggiungibili. E pure l’immaginario gioca un ruolo fondamentale: l’avventura, la possibilità di divenire “martire” e quindi di essere un esempio per tutti.
Casi di bambini impiegati in attacchi suicidi e reclutati nelle madrasa pakistane sono ben noti.
L’infanzia “sacrificata”, nella forma estrema dell’attacco suicida, è un fenomeno, per quanto limitato, ad ampia diffusione geografica e, proprio per questo, preoccupante.
Perché i bambini vengono indotti a commettere un atto tanto crudele? Cosa li spinge a morire, più o meno consapevolmente, in nome di un generico e distorto precetto religioso? Domande che richiedono una profonda riflessione sulla situazione sociale dell'Afghanistan contemporaneo.
Oggi i gruppi di opposizione possono attingere da un bacino di reclutamento molto ampio, quello degli emarginati o di coloro che sono al limite della disperazione. E così il numero di potenziali attentatori non fa che aumentare di giorno in giorno.
(Da Shahid. Analisi del terrorismo suicida in Afghanistan. ed. Franco Angeli 2010, leggi la recensione)

2 marzo 2011

lunedì 28 febbraio 2011

Caduto sul fronte afghano un altro alpino, un ufficiale. La minaccia degli Improvised Explosive Devices

Un altro soldato italiano della Task Force Center, un alpino del 5° Reggimento di Vipiteno (Sterzing), è morto in Afghanistan: è il tenente Massimo Ranzani. Feriti gli altri quattro a bordo dello stesso veicolo, un Vtlm Lince, il secondo di una colonna di tredici automezzi militari sulla via del rientro al termine di un’operazione. È accaduto oggi nell’ovest dell’Afghanistan, nel distretto di Adar Sang, a venticinque chilometri a nord di Shindand. L'attacco è stato prontamente rivendicato dai mujaheddin taliban attraverso il loro portavoce, Qari Yossuf Ahmadi.
Quotidiana minaccia e puntuale conferma. La tecnica maggiormente insidiosa contro le forze di sicurezza in Afghanistan è proprio quella delle bombe esplosive collocate lungo le principali vie di comunicazione; bombe sempre più potenti, efficaci e di elevato livello tecnologico: l’Ied è l’arma più efficace ed economica utilizzata dai gruppi di opposizione. Il numero di attacchi di questa tipologia ha superato quota 14.000 nel 2010, erano 8.000 nel 2008, poco meno di 2.700 nel 2007: un incremento notevole per quella che è la principale causa di morte tra i militari stranieri.
L’evoluzione della tecnica e la veloce risposta alle contromisure tecnologiche messe in campo dai militari occidentali non riescono a essere contrastate prontamente e in maniera efficace dagli specialisti di minaccia asimmetrica. Gli insorti, studiando le tattiche e le procedure militari delle forze di Isaf/Oef, imparando dai propri errori e scambiando informazioni con i vari gruppi regionali, sono riusciti progressivamente a guadagnare terreno sul campo di battaglia portando a segno un elevato e progressivo numero di attacchi. E nonostante le azioni mirate volte a colpire i vertici di comando, quello dei taliban (e di tutti i movimenti e le fazioni che a essi si richiamano), gli sforzi fatti non riescono a compensare la capacità di adattamento di un’insurrezione che si presenta come un mondo dall’indefinita gerarchia di comando e caratterizzato da ampia autonomia sul terreno; per contro le tecniche e le tattiche vincenti trovano una veloce e impressionante espansione geografica. Questo significa che vi è collegamento costante, nonché un adeguato livello di collaborazione e coordinamento.
Nel 2010 i gruppi di opposizione hanno portato a segno una media di quaranta attacchi al giorno; gli effetti di questa offensiva sono stati disastrosi dal punto di vista della logistica della missione internazionale: movimenti via terra limitati, velocità di movimento ridotta, pericolo per la sicurezza fisica del personale e dei mezzi.
Nell’Afghanistan contemporaneo la violenza avanza su tutti i fronti e lo fa attraverso attacchi diretti, attentati suicidi, imboscate. I gruppi di opposizione sono in grado di colpire sempre e ovunque: giorno dopo giorno il livello di sicurezza diminuisce sempre più.
28 febbraio 2010

lunedì 21 febbraio 2011

Governo ombra e giustizia taliban a Bala Murghab

Shadow government and taliban justice in Bala Murghab

Talibans have been able to create a sort of new administration based on the role of the Taliban Government (shadow government): a strong power characterized by competence, efficiency and good capabilities about military and civilian matters. This represents a clear proof of the Government and Coalition difficulties at the social and political levels. Taliban mobile justice courts are able to move inside and outside the security bubbles established by Isaf/CF, conducting judicial processes and public punishments freely and without interference. Bala Murghab represents our case-study. Bala Murghab town and district, and in general Badghis province, show that Talibans organization at local level is in line with the pragmatism of the movement and there are not applied positive solutions to contrast the deteriorating phenomenon.

di Claudio Bertolotti

Seguendo un copione ormai collaudato, i taliban hanno saputo sviluppare e imporre nei territori sotto il loro controllo un piano per l’amministrazione civile a livello locale, una sorta di governo parallelo e sempre più spesso alternativo a quello centrale. Definito «governo ombra», quello imposto dagli insorti è un potere forte in grado di muoversi con competenza ed efficacia nel campo militare, amministrativo e giudiziario. Il «governatore» taliban è originario di una regione differente da quella in cui svolge il proprio «servizio» – questo al fine di evitare attriti tra le componenti tribali locali – ed è assistito da collaboratori responsabili di ognuna delle incombenze necessarie all’amministrazione locale: sicurezza, riscossione delle tasse e giustizia. Mentre nelle province del nord questo fenomeno è più limitato, in alcuni distretti del sud e, più recentemente, dell’ovest i governi ombra dei taliban sono divenuti particolarmente attivi; sempre più numerose sono le informazioni relative alle «corti mobili» che amministrano la giustizia secondo una restrittiva interpretazione della legge islamica senza che né il governo centrale né le autorità locali possano opporsi.
E potrebbe essere difficilmente il contrario dal momento che istituzioni afghane e forze di sicurezza sono sostanzialmente assenti da intere aree che, giocoforza, finiscono sotto il controllo dei gruppi di opposizione: i vuoti vengono riempiti immediatamente, in un gioco di equilibri e geometrie variabili.
Un caso-studio, argomento che vede attualmente impegnato l’Autore in attività di ricerca, è quello del distretto di Bala Murghab in cui è riportata la presenza e il funzionamento di un governo ombra taliban – o pseudo tale – fuori e dentro i limiti della cosiddetta «bolla di sicurezza» creata dalle forze straniere (tra le quali le unità italiane) e locali.
La politica dei taliban nell'area di Bala Murghab, pur adeguandosi alle necessità dettate dalle realtà locali, è in linea con l’atteggiamento pragmatico del movimento; il fine è quello di allargare la presenza sul territorio in contrapposizione alle forze di sicurezza, in modo tale da impedire a queste di concentrarsi in punti localizzati e limitati nell’estensione territoriale. I taliban considerano l’espansione geografica una priorità necessaria alla propria sopravvivenza poiché maggiore è l’area di operazioni, minore è la possibilità di essere intercettati e contrastati da un nemico a cui si vuole progressivamente ridurre la possibilità di movimento.
Al di là dell’attività delle forze di sicurezza straniere e afghane impegnate a contrapporsi a un nemico volatile e fluido su un campo di battaglia di difficile definizione, ciò che più preoccupa è la possibilità che i taliban riescano, ammesso che non lo abbiano già fatto, a penetrare all’interno delle comunità divenendo un modello proto-satale in grado di dare risposte immediate alle necessità delle popolazioni attraverso una corretta amministrazione a cui si affiancano violenza, intimidazione e propaganda.
Da questo punto di vista, la situazione di Bala Murghab è particolarmente deteriorata per quanto la mancanza di informazioni non consenta di fare un paragone proiettato indietro nel tempo: ciò che però conta è che presenza e ingerenza del potere ombra taliban siano manifesti nonostante l’allargamento della cosiddetta security bubble creata delle forze della Coalizione e Isaf.
Tra i tanti episodi in grado di definire la drammaticità della situazione, quello più recente è relativo alla punizione di una donna colpevole di essersi ribellata alla decisione paterna di essere data in sposa a un uomo anziano non gradito. Un caso, come tanti altri, in cui una donna è stata giudicata colpevole di disobbedienza al volere paterno – e di aver così disonorato la famiglia – da parte di una corte di giustizia taliban operante all’interno dell’area di Bala Murghab. Il fatto è avvenuto nella seconda metà di gennaio nel villaggio di Mangan, sobborgo esterno alla "bolla di sicurezza" e a circa venti chilometri a sud-ovest di Bala Murghab (lungo la linea di comunicazione "Lithium" e noto per l'attentato del 17 maggio contro gli italiani) che è stato oggetto di cruente battaglie ai più sconosciute; qui la punizione esemplare – frustata alla schiena – è stata somministrata pubblicamente alla condannata dietro l’ordine diretto del comandante taliban provinciale, un mujaheddin originario del Pakistan (verosimilmente dalle Fata) a capo del gruppo di taliban operativi nell'area di Mangan. Nonostante il fatto sia avvenuto in un luogo pubblico, al cospetto degli abitanti del villaggio, e abbia visto la partecipazione di numerosi taliban la polizia afghana non è intervenuta né, tantomeno, nessuno è stato arrestato o interrogato per il fatto. Le forze di sicurezza e il rappresentante locale del governo non hanno avuto percezione di quanto stesse accadendo o, più verosimilmente, non hanno avuto gli strumenti né l’interesse per poter reagire a un fatto che, grave nel suo complesso, mette in mostra l’estrema precarietà di una situazione che se dal punto di vista delle forze di sicurezza è di «stallo dinamico», sul fronte insurrezionale offre stimoli per proseguire una lotta proiettata avanti nel tempo e sostenuta da una significativa parte della società afghana, quella rurale.
Bala Murghab è un luogo come tanti altri in Afghanistan ma che richiama la nostra attenzione verso un concreta minaccia ogni giorno sempre più preoccupante.

20 febbraio 2011

mercoledì 16 febbraio 2011

Ricerca: L'insorgenza in Afghanistan.




Ministero della Difesa - Centro Militare di Studi Strategici







L'evoluzione dei gruppi di opposizione dopo nove anni di conflitto e la ricerca di interlocutori per la politica del dialogo.

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L’evoluzione dell’insurrezione in Afghanistan a nove anni dal crollo del regime dei taliban ha portato al cambio generazionale dei militanti, alla comparsa di altri insorgenti “afghani” e all’emergere di una manifesta competizione tra alcuni dei principali gruppi di opposizione/insurrezione/criminalità e il governo centrale che ha progressivamente portato verso una vera e propria guerra civile. Tutti elementi che hanno contribuito al rallentamento del processo di formazione dello Stato in Afghanistan e che al contempo hanno portato a uno stato di guerra cronico in cui si contrappongono spinte ideologiche e nazionalistiche a ragioni di natura economica e politica. I gruppi di opposizione sono riusciti a estendere la propria presenza e influenza su quasi tutto il territorio del Paese a svantaggio della Coalizione internazionale che ha a poco a poco lasciato il terreno al nemico.
Il rapporto della ricerca è frutto dell’analisi open source e dell’elaborazione dei dati raccolti sul campo a partire dal 2004 e costituenti un database costantemente aggiornato con gli elementi di informazione reperibili attraverso i differenti canali. Di fondamentale importanza sono stati i contributi offerti dalla stampa internazionale e il confronto con i report e le valutazioni degli organi istituzionali e le associazioni non governative impegnati nel processo di (ri)costruzione del’Afghanistan. È una ricerca “analitica” che si è alimentata da fonti complementari: da un lato l’esperienza di testimone oculare del ricercatore, parte direttamente coinvolta nel processo di ricostruzione dell’Afghanistan, dall’altro lato lo studio e l’analisi puntuale delle informazioni e dei dati primari e secondari comparati con analoghi studi condotti da enti di ricerca e analisti istituzionali.
La finalità di questa ricerca è quella di fornire un contributo conoscitivo sull’insurrezione in Afghanistan che prenda in considerazione le ragioni dell’espansione incontenibile di un fenomeno sociale sempre più forte e aggressivo. Quattro i punti sviluppati e presentati secondo il seguente ordine:
- Analisi del problema dell’opposizione armata in Afghanistan;
- Definizione di politiche e strategie dell’insurrezione;
- Analisi e definizione dei legami e i rapporti di competitività tra i gruppi di opposizione;
- Proposta di ipotesi di politiche sociali e di impiego delle risorse militari.

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mercoledì 19 gennaio 2011

Caduto il 18 gennaio 2011 a Bala Murghab

di Claudio Bertolotti

Ucciso da un nemico in uniforme dell’esercito afghano: così è morto il 18 gennaio 2011 in Afghanistan, in uno sperduto avamposto della zona di Bala Murghab, l’alpino Luca Sanna, 33 anni, di Oristano, mentre un altro è rimasto ferito in modo molto grave.
Il fatto è avvenuto alle 12.05 italiane, nell’avamposto Highlander, a circa 10 chilometri dalla base italiana Columbus di Bala Murghab dove due squadre di alpini vivono a stretto contatto, in due separate postazioni fortificate e circondate da filo spinato, con i soldati afghani con cui condividono il compito di garantire la security bubble di circa 14 chilometri.
Un uomo, con indosso un’uniforme militare, proveniente dal caposaldo afghano si è avvicinato ai due soldati italiani che si trovavano vicino a un veicolo Vtlm Lince ed ha aperto il fuoco. C’è stato un tentativo di risposta, anche da parte dei soldati afghani, ma l’uomo è riuscito ad allontanarsi, sfruttando l’effetto sorpresa.
Questo è quanto si è saputo dalla stampa nazionale. Poco di più è stato possibile raccogliere dai media internazionali, compresi quelli afghani poiché quello di ieri, è solo uno dei caduti stranieri che segnano il trascorrere quotidiano della missione in Afghanistan, giorno dopo giorno.
Un «terrorista» afghano, è stato detto, con indosso l’uniforme dell’esercito regolare. Ma chi era in realtà l’uomo che ha ucciso sul campo di battaglia l’alpino italiano? Si tratta di un soldato dell’esercito afghano – ha sostenuto una fonte locale in condizione di anonimato – arruolato da pochi mesi - tre citano le fonti - e da poco più di quarantacinque giorni in servizio presso la base avanzata dell’Afghan National Army di Bala Murghab. Il suo nome è Gullab Ali Noor, originario della provincia di Kunduz,distretto di Archi, villaggio di Sufi Zaman.
Chiamare Gullab Ali Noor semplicemente
terrorista, come di recente avvenuto, significa rischiare di sminuire l’entità della minaccia nel suo complesso. Una minaccia caratterizzata da un fenomeno insurrezionale sempre più forte e aggressivo, in grado di penetrare all’interno delle stesse istituzioni governative, nelle sue forze di sicurezza. Dunque l’alpino italiano è morto per mano di un nemico, un mujaheddin, un taliban o, meglio, un insorto. Messa in questi termini la situazione può essere più facilmente compresa nella sua cruda realtà: un militare caduto in guerra, e non una vittima di un volutamente generico terrorismo; la “guerra” combattuta dai militari italiani al fianco degli alleati della Nato e della coalizione internazionale. Una guerra che richiede di combattere insieme all’esercito di Kabul, nonostante i rischi potenziali.
Si tratta di una modalità - ha proseguito La Russa - non nuova per l’Afghanistan; ma, contrariamente a quanto affermato dal ministro non è la prima volta che i militari italiani vengono attaccati in questo modo. Era successo poco più di un anno fa, nella Fob Culumbus di Bala Murghab; ma allora non ci fu nessun ferito e la notizia passò senza l’interesse amplificato dei media. Oggi, con un morto e un ferito grave, la notizia ha fatto il giro dei telegiornali nazionali come se, all’improvviso, fosse drammaticamente precipitata la situazione in Afghanistan. Non è così. La situazione sta progressivamente degenerando – pur tenendo conto della naturale stasi invernale – e il 2010 si è concluso con più di 700 caduti tra le fila della Coalizione: una media di circa due soldati stranieri uccisi ogni giorno. Un dato inquietante, che tende ad aumentare ogni giorno che passa; il soldato caduto ieri rientra nelle fredde statistiche, quelle fatte di colonne e percentuali. Nel frattempo i taliban, come più volte annunciato, continuano con la tattica di infiltrazione dei propri «soldati» all’interno delle forze di sicurezza afghane.

19 gennaio 2011

giovedì 16 dicembre 2010

Arbakai: Da Shindand a Badghis una milizia tribale da temere

di Claudio Bertolotti
As reported by IWPR Institute for War & Peace Reporting, local defense units said to be turning on villagers rather than providing security.
The idea of creating and arming tribal and local forces is hugely sensitive in Afghanistan, given the country’s long history of conflict, often involving paramilitary tribal groups.
Residents of western provinces of Afghanistan have complained that local militias set up to protect communities from the Taliban have been harassing, robbing and killing civilian people; new militias, it is reported, are acting with impunity and bringing instability rather than security. Approximately 1,000 local militias’ member are currently active in various districts of the province of Badghis but they are not officially registered with the government.
On occasion these individuals are involved in instability, armed robberies and cooperation with the armed opposition groups, but since central government has taken the decision to form them, Afghan national police are unable to confront them.
In summer 2010, afghan government decided to replace the local militias with a local police force (Lpf) under Ministry of interior control. A new title – Local Police Force – for a new attempt to put under control peripheral areas: a real risk for a weak central power.

Recentemente, a Kunduz, quarantasei volontari afghani hanno ultimato il corso da agenti di polizia locale tenuto dalle forze speciali statunitensi. Questa forza di polizia, nata per contrastare i movimenti insurrezionali e per sostituirsi alle milizie tribali meglio conosciute come Arbakai, è la recente iniziativa avviata dal Ministero degli Interni dietro la spinta degli Stati Uniti, Petraeus in primis, per tentare di arginare l’insurrezione nelle aree periferiche dell’Afghanistan. Non solamente una forma di contrasto armato ai gruppi di opposizione, ma una formula di competitività sul piano occupazionale il cui intento principale è quello di attirare molti di quei giovani che altrimenti aderirebbero ai movimenti insurrezionali in qualità di ten dollars taliban, coloro che si uniscono alla lotta armata per questioni di necessità economica e non per convinzione ideologica. Al di là della dubbia efficacia di tale iniziativa e dei deludenti risultati sinora raggiunti, il piano di contrapporre alle milizie tribali – che nella pratica continueranno a rappresentare l’espressione dei poteri locali e a esserne strumento di confronto e scontro – una forza locale di polizia non può che indicare un progressivo allontanamento del potere centrale, per altro già relativamente debole quando non del tutto assente, dalla periferia. Spesso chi aderisce alle milizie tribali, così come chi si unisce ai gruppi di opposizione armata, e adesso alle forze di polizia locale, lo fa spinto da ragioni sì di carattere economico ma più spesso indotto da altre logiche tra le quali il senso di appartenenza culturale e tribale, i codici d’onore tribali, o la volontà di difesa degli interessi della propria comunità, non necessariamente sotto la minaccia dei gruppi di opposizione.
Il progetto delle Arbakai, nato spontaneamente ma riconosciuto formalmente a livello locale ha deluso le aspettative di chi, nonostante le forti critiche e le valutazioni di rischio potenziale a più voci sollevate, le ha fortemente volute. Le forze di polizia locale, nate con lo scopo di risolvere nel breve termine questo problema non hanno però ancora dimostrato di essere davvero efficaci. Spesso l’una e le altre sono difficilmente riconoscibili mentre gli effetti sul fattore sicurezza appaiono quantomeno dubbi.
Ishaq Nizami, uno dei diplomati all’ultimo corso per poliziotti locali conclusosi a Kunduz la settimana scorsa, testimonia il rischio potenziale di ravvivare un conflitto latente di natura interetnica: «Ho perso tre fratelli nella guerra contro i taliban e io stesso sono stato ferito. Prima di questo ero anche io un taliban ma ho lasciato la lotta insurrezionale a causa delle brutalità a cui ho assistito ».
Molta gente non ama le Arbakai né, tantomeno, il nuovo soggetto chiamato a sostituirle e che spesso è costituito dagli stessi elementi a cui, adesso, viene legittimamente attribuito un ruolo istituzionale. Spesso, come accaduto nel distretto di Imam Sahib, le comunità protestano a gran voce tanto contro i taliban quanto contro le milizie tribali. Haji Aman Otmanzoy, uno degli anziani che partecipano alle shurà comunitarie, ha accusato le stesse Arbakai di essere fonte di insicurezza e illegalità dal momento che, invece di combattere la presenza degli insorti, si dedicano ad attività molto più redditizie e meno pericolose come la rapina e il taglieggiamento ai danni delle comunità locali.
Come recentemente riportato dall’Institute for War & Peace Reporting , gli abitanti delle provincie orientali hanno ormai compreso che le milizie tribali, organizzate per proteggere le popolazioni dalle violenze dei taliban, rappresentano invece una minaccia concreta essendosi macchiate, impunemente, di crimini quali furto, violenze e uccisioni arbitrarie nei confronti della povera gente. Il Village Stability Programme, avviato per fornire ai membri delle Arbakai un adeguato addestramento per poter garantire la sicurezza delle proprie comunità, si è rivelato invece un controverso programma dai risultati tutt’altro che soddisfacenti.
Il mullah Naim della provincia di Badghis, sotto responsabilità italiana, è stato ripetutamente minacciato da alcuni componenti della locale Arbakai in seguito della denuncia di collusione tra questi e i taliban operativi nell’area. Una denuncia che è costata la vita alla madre e ha portato al ferimento della matrigna (la seconda moglie del padre) costringendo Naim ad abbandonare, con il resto della famiglia, il proprio villaggio di Darzak nel distretto di Jawand.
Un portavoce delle forze Nato in quell’area ha confermato che molte delle azioni condotte da gruppi di opposizione contro obiettivi nel distretto hanno avuto origine nell’attività di raccolta informazioni da parte delle stesse milizie tribali collegate agli insurgent. È ormai noto che molti appartenenti a queste unità sono ex taliban che, pur avendo aderito al processo di reintegrazione ed essendo divenuti “poliziotti locali”, non hanno reciso i rapporti con i movimenti insurrezionali di provenienza. Ciò ha portato alla paradossale situazione di legittimare l’uso delle armi e delegare la sicurezza a coloro che, a diverso titolo, sono comunque legati alla minaccia che si vuole eliminare o, più realisticamente, tentare di contenere.
Mille sono approssimativamente i miliziani-poliziotti delle Arbakai nella provincia di Badghis, ma il numero è puramente indicativo poiché non esiste un registro degli organici e delle unità operative; detto in altri termini, ancora non è possibile definire quanti e dove siano gli agenti della polizia tribale legittimati dal Village Stability Programme. E dunque non è possibile dire se le Forze di polizia locale potranno contare sul supporto di queste o dovranno sostituirsi a esse, anche con l’uso della forza, portando a conseguenze deleterie sul piano dei conflitti interetnici e tribali.
Haji Qari, ex rappresentante del governo locale del distretto di Bala Murghab, conferma questa valutazione affermando che le milizie tribali, equipaggiate e addestrate dalle forze di sicurezza straniere, contribuiscono attivamente all’instabilità dell’area ma che al momento non vi è iniziativa alcuna da parte governativa per porre termine a questa fonte di minaccia alla sicurezza. Dello stesso parere è Lal Mohammad Omarzai, a capo del distretto di Shindand, provincia di Herat, che denuncia l’inaffidabilità dei duecento uomini armati – dalle forze straniere sostiene Lal Mohammad – che nell’area di Zirkoh sono spesso dediti al taglieggiamento e alla giustizia spicciola. Tre uomini, interpreti delle forze di sicurezza internazionali, sarebbero stati uccisi recentemente proprio nella valle di Zerkoh; dietro a questi omicidi ci sarebbe l’ombra delle milizie tribali. Ma la risposta di Abdorrahman, comandante di una milizia di Shindand, nega ogni coinvolgimento dei suoi uomini in tali azioni, per quanto non escluda che alcuni singoli soggetti possano essere implicati in episodi isolati di violenza nei confronti della popolazione civile. Episodi, sostiene Abdorrahman, su cui sarà fatta chiarezza.
La presenza dei taliban e di altri gruppi di opposizione è diminuita in seguito alla costituzione delle milizie tribali? Difficile dirlo, specialmente quando le azioni attribuibili agli insorgenti o alle milizie tribali non sono facilmente riconoscibili. Quel che è certo è che tali milizie, strumento di potere locale sempre più forte e fuori controllo, sono riuscite – complice la necessità di svincolare truppe straniere dall’impegno prolungato nelle aree periferiche – a guadagnarsi la “fiducia” del governo centrale e delle forze di sicurezza della Coalizione sempre ben disposte a elargire finanziamenti e a fornire equipaggiamenti militari. Eppure gli episodi di violenza e manifesta inaffidabilità non mancano.
Alcuni mesi fa, ha dichiarato un ufficiale di polizia all’Institute for War & Peace Reporting, uno scontro armato con gli abitanti di Bala Murghab ha portato alla morte di due donne e di un appartenente alle milizia tribali. Nessun taliban sarebbe stato coinvolto in questo episodio di violenza causato, stando alle parole della polizia, dalla pretesa da parte dei miliziani di raccogliere tributi dalla popolazione locale.
Abdul Rauf Ahmadi, portavoce della polizia nazionale, ha confermato che episodi del genere non sono rari.
Nell’estate del 2010 il governo afghano ha deciso di sostituire le milizie tribali con una forza di polizia locale controllata dal governo centrale. Nuovo nome – forze di polizia locale – per un tentativo ulteriore di mettere sotto controllo le aree periferiche attraverso la delega alla sicurezza: un rischio non da poco per un potere centrale sempre più debole.

15 dicembre 2010

giovedì 9 dicembre 2010

Operazione Baawar: la reazione dei taliban e l’escalation di attacchi suicidi

di Claudio Bertolotti

Operation Baawar (Security) is still ongoing in the province of Kandahar. Taliban’s response has been immediate. An escalation of suicide attacks is characterizing these days in the southern Afghanistan. On 6th of December two Coalition soldiers died in Gardez; two days after other Coalition members died due to a suicide attack in Kandahar. Fareed Ahmad, a young student and mujaheddin of Islamic Emirate, carried out a martyrdom attack (Istisshadi). The attacker lure soldiers starting a conversation in English and once enough soldiers had gathered around him, he detonated his explosives vest. Actions like this represents a good occasion for Taliban’s propaganda, the most dangerous technique adopted by insurgency.
At the moment Coalition soldiers killed in 2010 are 680, but it’s a part of the total in nine years of war and the number is growing day by day.


Se i soldati canadesi, con il supporto delle forze statunitensi e afghane, stanno portando avanti proprio in questi giorni la loro più grande operazione nella provincia di Kandahar denominata Baawar (Sicurezza), la reazione dei taliban non si fa di certo attendere e lascia ben poco da sperare su una effettiva condizione di sicurezza nel sud dell’Afghanistan.
Dopo l’attacco suicida del 6 dicembre, all’interno di un bazar di Gardez frequentato dai soldati della Coalizione – che ha provocato la morte di due militari statunitensi – è stata la volta di un altro attacco suicida portato a termine con successo contro le forze di sicurezza internazionali. L’8 dicembre a Chalgazi Karez, località della provincia di Kandahar, un giovane taliban, Fareed Ahmad, è entrato a far parte dei martiri di Allah attraverso l’Istisshadi – il martirio autonomamente scelto – provocando la morte e il ferimento di altri soldati della Forza militare internazionale. Si è avvicinato ai soldati parlando inglese, ha attirato la loro attenzione e un minimo della loro fiducia, quel poco che è bastato per farli avvicinare alla killing zone.
Gli attentati suicidi, di cui troppo poco si parla facendo riferimento ai movimenti insurrezionali afghani e al conflitto nel suo complesso, rappresentano una chiara e definita minaccia. La propaganda dei taliban, attraverso i comunicati di uno dei suoi portavoce, Qari Yousuf Ahmadi, non ha mancato di evidenziare l’importanza di tali atti e l’eroismo con cui vengono portati a termine. Un eroismo che, al di la dei limitati risultati ottenuti sul campo di battaglia, ha il potere di ravvivare l’entusiasmo dei tanti combattenti afghani, nazionalisti, jihadisti o avventurieri che siano.
Sale a 680 il numero dei militari stranieri morti dall’inizio dell’anno, mentre sono già dieci le vittime dal 1º dicembre 2010 tra soldati locali e stranieri. Numeri che, ormai da quasi dieci anni, tendono sempre più al rialzo.

10 dicembre 2010