Afghanistan Sguardi e Analisi

Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

venerdì 23 dicembre 2011

Gli Stati Uniti tra due fuochi: Iran e Pakistan






di Claudio Bertolotti

In un più che vivace confronto diplomatico l’Iran non si piega e punta il dito accusatore verso gli Washington dopo la cattura di un aereo spia statunitense – un batwinged RQ-170 – lanciato dall’Afghanistan il 4 dicembre scorso e l’arresto di un agente iraniano accusato di essere un informatore al servizio della Cia; al contempo un atteggiamento platealmente aspro è stato riservato a Kabul, al cui governo Teheran chiede di impedire ulteriori azioni di sorveglianza su territorio iraniano. «Ogni altra attività di volo di velivoli stranieri sarà considerato un atto di ostilità», ha dichiarato il ministro degli esteri persiano Ali Akbar Salehi, con l’evidente intenzione di spingere il governo afghano verso una presa di posizione meno accomodante per Washington.
La pronta risposta del Segretario alla Difesa americano non si è fatta attendere; in occasione di una visita lampo in Afghanistan, Leon E. Panetta ha confermato che le attività di sorveglianza continueranno al fine di raccogliere quante più informazioni possibili sui siti nucleari iraniani che, come riportato dall’Atomic Energy Agency, destano più di una preoccupazione per l’agenzia delle Nazioni Unite – ma ancor di più per gli altri attori protagonisti del Grande Medioriente. Dunque gli Stati Uniti sono intenzionati – e verosimilmente non si asterranno dal farlo – a proseguire nel loro intento. Ma qui si pone un problema sostanziale: a quale titolo gli Stati Uniti hanno utilizzato e utilizzeranno il territorio afghano – uno Stato formalmente sovrano – come base per operazioni in un paese terzo?
Evidente l’imbarazzo di Karzai, alla ricerca – sue le parole – delle «migliori relazioni» con i suoi vicini. Un imbarazzo che trova ragion d’essere anche nel recente memorandum preliminare a una Joint Defence Cooperation proprio tra Kabul e Teheran.
E come se non bastasse, i problemi statunitensi proseguono anche sul fronte opposto, quello pakistano. L’incidente che, a causa di un “errore” statunitense, ha provocato la morte di ventiquattro soldati pakistani alla fine di novembre continua a rappresentare il leit motiv del dissidio diplomatico contemporaneo tra Washington e Islamabad. Una crisi che ha portato, a livello politico, all’assenza di Islamabad alla seconda Conferenza di Bonn del 5 dicembre e, su quello militare (peraltro senza ripercussioni sul piano operativo), al ritiro del contingente Usa dalla base aerea pakistana di Shamsi, nel Baluchistan.
Gli Stati Uniti si trovano così a dover affrontare più difficoltà di quante non ne avessero preventivate ma, al di là di qualche imbarazzo, nulla pare cambiare, a parte il congelamento – deciso dal Senato statunitense – di settecento milioni di dollari in “aiuti” per il Pakistan.
E così, mentre gli Stati Uniti si trovano nella scomoda posizione di doversi guardare su tre fronti (Iran, Pakistan e quello interno all’Afghanistan), i taliban si avvicinano sempre più all’apertura di un “ufficio” che possa garantire una forma di rappresentanza diplomatica – forse in Qatar –; è questo il primo (in)formale passo concreto verso l’auspicabile e opportuna soluzione politica di compromesso, a scapito di quello militare che, ancora una volta, si è dimostrata essere causa e non soluzione della sempre più drammatica insicurezza afghana, quando non dell’intera regione.







mercoledì 7 dicembre 2011

Radio Radicale: La Conferenza di Bonn e le prospettive per l'Afghanistan. Intervista a C. Bertolotti

Ascolta l'intervista su Radio Radicale

I taliban potrebbero prendersi il potere in Afghanistan, questo è il monitor lanciato da Karzai alla seconda conferenza internazionale sull’Afghanistan di Bonn, anticipando la sua richiesta di sostegno e collaborazione a lungo termine.
Se l’Afghanistan – e dunque i suoi alleati e sostenitori Nato e Stati Uniti in testa – dovesse perdere la Guerra questo sarebbe in effetti il rischio reale. Al momento attuale gli obiettivi a breve-medio termine non sono stati raggiunti.
Karzai ha chiesto alla Nato, forte della decisione della Loya Jirga – che peraltro è un organo non costituzionale ma semplicemente consultivo –, di rimanere in Afghanistan ben oltre il 2014, momento in cui le truppe combattenti dovrebbero – almeno formalmente – lasciare il teatro afghano. Una richiesta che è parsa tanto una supplica alla Comunità internazionale chiamata a non abbandonare un paese in preda alla guerra civile.
Dunque non più truppe combattenti ma unità per l’addestramento e il sostegno alle forze di sicurezza afghane: cambiano i nomi ma nella sostanza non cambiano i soggetti, ne gli equipaggiamenti ne, tantomeno, la capacità operativa. Dunque altri dieci anni di missione in Afghanistan si prospettano all’orizzonte della Comunità internazionale, Stati Uniti in testa (così formalmente autorizzati ad allestire le necessarie basi permanenti in quella che è forse la loro più importante area strategica).
Dieci anni dopo la prima Conferenza di Bonn, con gli stessi principali attori protagonisti e gli stessi importanti esclusi – i taliban –, la Comunità internazionale è chiamata in causa per il futuro dell’Afghanistan; gli ostacoli sono evidenti – lo ha sottolineato anche il Segretario di Stato statunitense Hillary Clinton – nessuno deve farsi illusioni.

Ascolta l'intervista su Radio Radicale

Radio Onda d'Urto. L’eccezione del Lashkar-e-Jhangvi: i cinquantotto sciiti morti a Kabul. Intervista a C. Bertolotti

di Claudio Bertolotti

Ascolta l'intervista su Radio Onda d'Urto


Il sangue continua a scorrere anche nella giornata in cui gli sciiti celebrano l'Ashura, il martirio del nipote del profeta Maometto, Hussein, nella battaglia di Kerbala del 680. Il 6 dicembre 2011 un doppio attentato scuote l'Afghanistan. E' di cinquantotto morti il primo bilancio dell'attacco, più di cento i feriti, tra questi donne e bambini in gravi condizioni. L'esplosione ha avuto luogo all'ingresso di uno dei santuari della capitale afghana, dove si celebrava l'Ashura, festa sacra per gli sciiti; contemporaneamente altre quattro persone perdevano la vita nella città di Mazar-i-Sharif a seguito di un altro attentato esplosivo.
L’attentato, condannato dal presidente afghano, dalle nazioni Unite, dal comando Isaf e dagli stessi taliban, è stato rivendicato dal gruppo Lashkar-e-Jhangvi, un movimento pakistano di opposizione armata sunnita di orientamento deobandi nato nel 1996 da una costola di un altro importante soggetto politico radicale pakistano, il Sipah-e-Sahaba (SSP). Il Lashkar-e-Jhangvi, classificato come “organizzazione terrorista” da Pakistan e Stati Uniti, che ha principalmente indirizzato i propri attacchi contro la comunità sciita pakistana ed è giunto agli onori della cronaca per un tentativo di assassinio del primo ministro pakistano Nawaz Sharif nel 1999, è un gruppo radicale che che vanta legami con i principali gruppi di opposizione armata a livello regionale, dai taliban, ad Al-Qaida, all’IMU – il movimento islamico per l’indipendenza dell’Uzbekistan – e gode dell’ospitalità dei taliban in territorio afghano, un ospitalità che porta a un fruttuoso e reciproco sostegno tra i due soggetti.
La situazione afghana a partire dalla fine del 2001 – anno dell’abbattimento del regime taliban – si è visibilmente deteriorata. La missione internazionale Isaf, e con essa la Nato, non ha raggiunto i suoi obiettivi ed è ormai chiaro che non è più possibile «vincere questa guerra»; si tratta piuttosto di giungere a una soluzione politica di compromesso tra le parti e «ridurre l'insurrezione a un livello gestibile, in modo che possa quindi essere contenuta dall'esercito afghano» sostenuto da una ridotta presenza militare straniera.
Dal 2008, i gruppi di opposizione sono tornati a essere in grado di operare militarmente in una porzione di territorio pari al 72% dell’intero Afghanistan, mentre una "concreta" attività insurrezionale è stata registrata nel 21% del Paese. Oggi, il Paese, vede un relativa libertà di azione dei taliban su circa l’80% del territorio afghano.
Il fenomeno degli attacchi suicidi ha fatto la sua prima comparsa in Afghanistan nel 2001 e, in maniera progressiva e incontenibile, si è diffuso a macchia d’olio in tutte le province del Paese; inizialmente concentrata nelle aree pashtun (di professione religiosa sunnita), si è gradualmente imposto anche in quelle zone contraddistinte da una forte presenza non-pastun. Perché ciò sia avvenuto può trovare una possibile risposta nella situazione politico-sociale-militare interna del Paese, così come nella significativa ingerenza di organizzazioni radicali esogene. Tra le quali anche gruppi pakistani come Lashkar-e-Toiba e, appunto, Lashkar-e-Jiangvi.
Gli attacchi del 6 dicembre vanno ad inserirsi in un sempre più ampio gioco di destabilizzazione regionale che i singoli gruppi, in una condizione che possiamo definire di competizione collaborativa, stanno portando avanti da diverso tempo. Certo è che questi attacchi e la partecipazione del gruppo Lashkar-e-Jiangvi rappresentano – almeno al momento – un’eccezione nella migliore delle ipotesi o, nella peggiore, un ulteriore inasprimento del conflitto che si presenta come sempre più inarrestabile. Così come non è escluso che gli attacchi possano essere una sorta di risposta, in primis, alla discussa Loya Jirga che ha “agevolato” gli accordi di Strategic Partnership tra Afghanistan e Stati Uniti e, in secondo luogo, alla Seconda conferenza di Bonn che si è appena conclusa. (ascolta l'intervista su radio Onda d'urto)

lunedì 5 dicembre 2011

Al via la seconda Conferenza di Bonn. Assente il Pakistan*

*articolo pubblicato su Grandemedioriente

In un mondo in cui la tendenza è quella di scelta – spesso con molta semplicità – tra due categorie (buono-cattivo, positivo-negativo, successo-fallimento) ben si inserisce la questione afghana. La giusta via “teorica”, basata su sicurezza, economia, costruzione politica, riconciliazione, governance, diritti umani e collaborazione regionale, si contrappone alla poco convincente soluzione “pratica” della transizione accelerata e del ritiro incondizionato degli attori internazionali. Due alternative in netta antitesi. Il fatto è che stabilizzare e (ri)costruire l’Afghanistan è una missione complessa e complicata: le soluzioni adottate per risolvere un problema, in genere, sono state spesso all’origine di ulteriori e ben più gravi disequilibri. La seconda Conferenza di Bonn del 5 dicembre 2011 deve riconoscere che le soluzioni a breve scadenza non possono portare benefici sul medio-lungo periodo; detto in altri termini, la transizione a tempo deve necessariamente basarsi su un concreto e significativo sostegno all’Afghanistan sul lungo termine. In assenza di questo riconoscimento lo scenario più probabile (e forse più pericoloso) è quello di una nuova e più cruenta guerra civile afghana. Ma proprio l’appuntamento di Bonn è stato anticipato da un grave “incidente” che ha portato all’uccisione – da parte statunitense – di ventiquattro soldati di frontiera pakistani. Un errore militare, dalle amare conseguenze politiche e diplomatiche, che ha posto Pakistan nella condizione di poter puntare il dito nei confronti degli Stati Uniti. Crescono le proteste pakistane sui fronti popolare e diplomatico; lo stesso capo delle forze armate, generale Ashfaq Parvez Kayani, si è spinto al punto di ordinare all’esercito di aprire il fuoco sui militari statunitensi che dovessero varcare il confine. Non è chiaro dove porterà questo atteggiamento, da più parti ritenuto “eccessivo”; di certo vi è che il Pakistan, in forma di protesta, ha colto l’occasione per giustificare la propria assenza alla Conferenza di Bonn. Islamabad non vuole che il suolo del “fratello Afghanistan” venga utilizzato per colpire lo stesso Pakistan, queste le parole – tutt’altro che concilianti – del primo ministro Gilani. La conseguenza più immediata è stata la decisione di allontanare le truppe statunitensi dalla base aerea di Shamsi, nel Baluchistan, senza peraltro comportare alcuna rilevante ripercussione sulla condotta delle operazioni nell’area. Il segretario di Stato americano Hillary Rodham Clinton, nel definire “tragico” l’imbarazzante evento, si è dichiarato dispiaciuto di quanto accaduto, sostenuto in questa affermazione dallo stesso Cancelliere tedesco, Angela Merkel, che ha voluto porre in evidenza come l’evento, per quanto grave, non deve però distrarre i partecipanti dall’importante conferenza; Karzai, in un’intervista al settimanale tedesco Der Spiegel, ha invece reagito definendo la scelta di boicottare il summit da parte di Islamabad come un “tentativo di ostacolare i negoziati con i taliban”. Toni caldi, per quanto formali. Dieci anni dopo la prima Conferenza di Bonn, con gli stessi principali attori protagonisti e gli stessi importanti esclusi – i taliban –, la Comunità internazionale è chiamata in causa per il futuro dell’Afghanistan; al Pakistan, in questo gioco delle parti, è riconosciuto il ruolo di soggetto primario. Una nuova conferenza che ha tra i suoi obiettivi più ambiziosi quello di dimostrare l’impegno della Comunità internazionale anche oltre il 2014, per quanto i rapporti Stati Uniti-Afghanistan e Stati Uniti-Pakistan appaiano fragili e vacillanti. Date le premesse può essere corretto affermare che l’assenza del Pakistan non farà molta differenza. Ciò che accade sul campo di battaglia e a livello di accordi negoziali tra le parti in causa (Afghanistan, Pakistan, Stati Uniti e taliban) è assai più significativo di quanto formalmente avviene nei pubblici incontri internazionali. Il fatto che un rappresentante del Pakistan non sia tra i delegati stranieri non significa rinuncia alla possibilità di accordo negoziale tra le parti in conflitto, il vero e importante end-state. Nel grande gioco delle parti, anche l’Emirato Islamico dei taliban ha voluto far sentire la propria voce ponendo pubblicamente alcuni quesiti alla Nato e agli Stati Uniti: «quali misure sono state prese per garantire l’incolumità della popolazione afghana? Quante industrie sono state costruite per liberare gli afghani dalla dipendenza dei prodotti di importazione e quali hanno concretamente stimolato l’economia locale creando posti di lavoro? Quanti centrali elettriche sono in grado di garantire l’autonomia energetica di una singola provincia o città? Quanti progetti di sviluppo agricolo e di distribuzione idrica sono stati sviluppati? Quanti ospedali sono stati creati per assistere la popolazione afghana consentendole di non dover cercare altrove le cure mediche?». La conferenza di Bonn, e questo la propaganda taliban lo ha posto in giusta evidenza, si affaccia su una realtà che è frutto di una decennale politica di guerra caratterizzata da rimedi e soluzioni a breve termine, decisioni e approcci vacillanti e limitata capacità di coordinamento tra attori nazionali e internazionali. Kabul continua a chiedere sostegno economico, politico e militare senza peraltro aver definito un programma di sviluppo trasparente (e credibile). Un recente studio della Banca mondiale ha evidenziato come l’Afghanistan necessiterà di circa sette miliardi di dollari all’anno per pagare le proprie forze armate nel momento in cui la Nato se ne dovesse andare; dollari che – pena una ancora più grave guerra civile – saranno a carico della Comunità internazionale. Così, mentre la diplomazia prosegue sul proprio binario, i mujaheddin afghani – che oggi si chiamano taliban – continuano a combattere quella che è ormai una cronica guerra civile transfrontaliera sotto l’insegna della lotta di liberazione.

di Claudio Bertolotti

*articolo pubblicato su Grandemedioriente


mercoledì 16 novembre 2011

Notiziario del Grande Medioriente - Radio Radicale 6 novembre 2011

Approfondimenti e analisi sulle notizie della settimana realizzato in collaborazione con il portale web grandemedioriente.it

L'editoriale di Antonio Badini (già ambasciatore italiano in Egitto), la posizione italiana sulla questione palestinese nelle parole di Maurizio Massari (portavoce del Ministero degli Affari Esteri), l'analisi sull'attuale fase del conflitto in Afghanistan di Claudio Bertolotti (Ricercatore e docente militare di Società, culture e conflitti dell'Afghanistan contemporaneo).


Af-Pak report: Jirga dei disaccordi e strategic partnership

di Claudio Bertolotti

Il futuro impegno occidentale in Afghanistan è stato discusso a Bruxelles in un incontro volto a definire un impegno, ormai è chiaro, a lungo termine; un colloquio tra i ministri degli esteri, quello concluso il 14 novembre, che prepara ad altri importanti appuntamenti, dalla conferenza di Bonn in calendario per il prossimo 5 dicembre, alla Loya Jirga di Kabul, alla discussa strategic partnership volta a definire una presenza militare permanente sul suolo afghano.

L’impegno militare statunitense post-2014 in Afghanistan dovrebbe essere limitato – stando alle recenti dichiarazione di John Allen, comandante in capo delle truppe sul terreno – ad “assetti” intelligence, forze per operazioni speciali e istruttori militari per le forze di sicurezza afghane. Una presenza che richiede però l’approvazione del governo afghano a cui è stato scelto di affiancare pro forma la tradizionale Loya Jirga, l’assemblea dei notabili afghani.
Ma proprio la Jirga ha attirato su di sé più di una voce critica, la più autorevole delle quali è quella di Abdullah (leader dell’opposizione parlamentare a Karzai), il quale ha sostenuto – formalmente a ragione – che si tratta di una realtà incostituzionale e in contrapposizione al parlamento afghano, l’unico soggetto legittimato a esprimersi sull’ipotesi di strategic parthnership con Washington.
Ma, se sul piano politico-diplomatico la Jirga ha ricevuto comunque una legittimazione de facto – non potendo vantare quella de jure –, ben altri problemi, per lo più legati alla sicurezza, inquietano gli animi: i taliban, riuscendo a impossessarsi dei piani di sicurezza segreti della Loya Jirga – tempestivamente messi online sul sito web dell’Emirato islamico dell’Afghanistan –, hanno dimostrato, ancora una volta, di poter penetrare le stesse istituzioni afghane. Una situazione critica che mette in evidenza quanto una possibile soluzione del conflitto sia ancora molto lontana.
Nell’attesa di sapere quante truppe verranno effettivamente ritirate entro il 2014, l’amministrazione statunitense prosegue sul binario della «strategic partnership» con Kabul. Ma se indefinito è il numero di soldati che lasceranno l’Afghanistan nel breve-medio termine, ancora più incerto è il numero di quelli che vi resteranno dopo il passaggio di responsabilità. Washington ufficialmente non ha confermato, ma i meccanismi diplomatici e gli equilibri politici spingono verso una comune meta: basi permanenti e presenza prolungata – per quanto ridimensionata nei ruoli e nei numeri. Una presenza militare “importante” in quella che è considerata – e a buon diritto è – una delle aree strategiche più importanti, il Grande Medio Oriente. Anche la Nato rimarrà in Afghanistan ben oltre il 2014, principalmente – ma non esclusivamente – con un ruolo di «addestratore-mentore» per le forze afghane. Ma se la presenza militare a lungo termine viene presentata all’opinione pubblica come prova del sostegno alla sicurezza, per i gruppi di opposizione armata tale opzione è semplicemente inaccettabile poiché il ritiro delle truppe straniere rappresenta il primo dei requisiti essenziali per un possibile “dialogo per il compromesso”.
Ne deriva che l’Afghanistan post-2014 non sarà meno violento di quello attuale e la presenza militare ne caratterizzerà ancora per molto tempo le dinamiche. Bagram, vecchia base aerea costruita dai sovietici, ospita oggi 30.000 soldati; solamente nel mese di giugno 2011 sono stati avviati lavori di ampliamento per ulteriori 1200 uomini; cinque milioni di dollari sono stati spesi per la creazione di una nuova area di accesso e altri progetti infrastrutturali sono previsti nel breve periodo. Tutto, proprio tutto, lascia intendere che non sarà un disimpegno di massa.
Almeno cinque sono le basi in grado di ospitare – nell’Afghanistan post-2014 – i rimanenti contingenti militari; queste strutture, al confine con Pakistan, Cina, Iran, Asia centrale e con il Golfo Persico a portata di mano, si trovano al centro di una delle più strategiche aree del mondo. Un’ipotesi di presenza a lungo termine che preoccupa più di un attore interessato all’Afghanistan, anche oltre lo spazio regionale.
Kabul si trova così impegnata in un delicato gioco delle parti dove, se da un lato grava l’eccessiva dipendenza dagli Stati Uniti, dall’altro, il ruolo rivestito da Washington rappresenta un’importante ed essenziale deterrenza all’intromissione di altri soggetti regionali. Ma la stabilità è un’altra cosa e la possibilità di ottenerla ancora molto remota. Tre sono le questioni aperte; la prima è relativa alla modalità con cui gli Stati Uniti decideranno di equipaggiare la forza armata aerea afghana, e i relativi rischi di “destabilizzazione regionale”. La seconda è rappresentata invece dalla possibilità che il territorio afghano possa essere utilizzato per condurre azioni militari contro Stati terzi dopo il 2014. Infine, la terza questione, si colloca sul piano legale: a quale titolo le truppe statunitensi potranno rimanere in Afghanistan? Al momento nulla è definito ma la posizione di Kabul – per quanto debole e non in grado di imporre una propria linea di condotta – ha negato la “totale libertà di manovra” di truppe straniere su suolo afghano.
Insomma, questioni aperte che potrebbero incoraggiare i gruppi di opposizione armata, taliban in testa, a inasprire il conflitto nella convinzione che l’Occidente sia intenzionato a rimanere in Afghanistan a tempo indeterminato.

lunedì 7 novembre 2011

Herat più insicura? Sequestrati e poi liberati i contractor italiani

di Claudio Bertolotti


Herat: un commando suicida attacca la sede delle Nazioni Unite nell’ottobre 2010; un’altra azione commando suicida colpisce il Provincial Reconstruction Team a maggio 2011; l’ultima in ordine di tempo è l’azione che un terzo commando porta a termine il 3 novembre contro la sede di una compagnia privata che fornisce servizi logistici ai contingenti della Coalizione.
L’azione dei taliban ha interessato la sede dell’Es-Ko International, sequestrando per alcune ore trentuno civili, fra cui sei italiani. Stando alle rivendicazione del portavoce taliban Qari Yossuf Ahmadi, l’attacco è iniziato intorno alle nove del mattino con un veicolo bomba che si è lanciato con i suoi trecento chilogrammi di esplosivo contro l’ingresso principale della base; a seguire sono riusciti ad attraversare il varco altri tre attentatori suicidi – i mujaheddin Muhammad Yousuf, Farooq e Hafiz Yahya – equipaggiati con armi leggere, medie e con giubbetti esplosivi: una tattica ormai collaudata e in grado ottenere risultati efficaci e soddisfacenti, se non dal punto di vista operativo, certamente da quello mediatico. Tutti gli assalitori sono infatti morti durante l’attacco e in seguito al blitz delle forze speciali italiane della Task Force 45 sostenute dalle forze di sicurezza afghane, ma i media nazionali e internazionali hanno potuto confermare di cosa sono capaci i gruppi di opposizione armata afghani. Una missione che entrambi i contendenti hanno presentato come un successo, nel rispetto di una guerra che si è spostata sul piano mediatico, ma che, per quanto ci riguarda, indica che qualcosa non va.
Al di là dell’avvenuta “neutralizzazione della minaccia”, quello inferto è un duro colpo alla strategia di transizione che vorrebbe consentire il passaggio di responsabilità al governo afghano e alle sue forze di sicurezza in tempi brevi. Eppure, quello appena concluso, è il terzo grande attacco avvenuto negli ultimi tredici mesi in quella che è una delle zone più sicure dell’Afghanistan, la tranquilla città Herat. È, insomma, una risposta concreta – e non l’azione estrema di un gruppo di disperati – alle intenzioni dichiarate dalle forze della Coalizione di avviare il «passaggio di responsabilità» al governo afghano – il processo di «afghanizzazione» del conflitto che preannuncia lo sganciamento da un impegno militare sempre più oneroso e poco sostenuto da un’opinione pubblica distante e indifferente.
In un contesto operativo in progressivo deterioramento, Herat non è il nuovo fronte dell’offensiva insurrezionale, bensì il vecchio fronte che si è allargato. L’offensiva Al-Faath (la Vittoria), che i taliban hanno avviato nella primavera del 2010, si è conclusa con un bilancio positivo per i mujaheddin del mullah Omar e ha lasciato la Coalizione in una situazione di «stallo dinamico»: una condizione di movimento delle truppe sul terreno ma senza la reale possibilità di controllo del territorio né di contrasto all’avanzata taliban sui piani militare e sociale. I fatti lo dimostrano ormai da tempo. L’offensiva al-Badar, avviata il 1° maggio 2011, non ha tardato a mostrare le reali capacità operative di un’insurrezione sempre più fenomeno sociale: azioni mordi e fuggi, imboscate, ordigni esplosivi improvvisati (Ied), uccisioni mirate, sabotaggio delle vie di comunicazione militari e, infine, i tanto temuti attentati suicidi. Nulla di tutto questo sarebbe avvenuto se non ci fosse stato un minimo supporto di parte della popolazione.
Ma quello di Herat è solo uno dei tanti episodi riportati dai media che, di massima, si limitano a descrivere le azioni taliban come una mera successione di eventi non correlati tra loro. Eppure il mutare e adeguarsi delle tattiche e degli obiettivi colpiti dovrebbero suggerire la razionalità di una strategia insurrezionale che tiene in giusta considerazione il rapporto tra i successi a medio-lungo termine e gli inevitabili danni collaterali. Una scelta che, al di là dei risultati ottenuti sul campo di battaglia, riesce e tenere impegnati polizia, eserciti e “agenzie di sicurezza” in un continuo sforzo volto a contrastare in maniera sistematica gli effetti di questa mutata strategia senza che vi sia un’effettiva comprensione del fenomeno insurrezionale in sé.
Nel rispetto delle norme di linguaggio della Nato, il vicecomandante dell'Isaf Joint Command –generale Riccardo Marchiò – ha assicurato che la situazione complessiva in Afghanistan migliora giorno dopo giorno «sia sul versante della sicurezza che della ricostruzione». Questo nonostante i dati e le statistiche tendano a dimostrare l’esatto contrario.