Afghanistan Sguardi e Analisi

Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

martedì 11 ottobre 2016

UE: confermato il supporto internazionale all’Afghanistan

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1

Kunduz assediata dalle forze islamiche mentre il Governo è impegnato in Europa

Oggi 4 e domani 5 ottobre l’Unione Europea e il Governo Afghano si riuniscono a Bruxelles per la ‘Conferenza sull’Afghanistan’. Ma, anticipando di un giorno l’appuntamento europeo, i talebani ripropongono un copione di successo puntando alla conquista di Kunduz – capitale provinciale e quinta città dell’Afghanistan. Era il 28 settembre 2015 quando i talebani la conquistarono, occupandola per tre giorni e impegnando le forze di sicurezza afghane e statunitensi, per le tre settimane successive, nell’opera di bonifica totale dalle sacche di resistenza. Una prova di forza, confermata dalle successive offensive nell’Helmand e in tutto il sud-est del Paese, nell’assedio di Tirin-Khot e nelle innumerevoli e spettacolari azioni violente nella capitale Kabul. Una spinta espansiva che, in competizione con lo Stato islamico-Khorasan (la succursale in franchise dell’originale ISIS in Siria e Iraq), ha portato l’insurrezione afghana a detenere il sostanziale monopolio della violenza nel 40 percento del Paese.
Oggi i talebani, comandati dal loro nuovo leader Mawlawi Haibatullah Akhundzada, succeduto al discusso mullah Mohammad Mansour (inviso a molti capi talebani) dopo la morte dello storico e carismatico mullah Mohammad Omar, ribadiscono attraverso un’importante azione militare le loro intenzioni e confermano di possedere crescenti capacità operative. L’Afghanistan è, dunque, sempre più sotto assedio. E in quest’atmosfera in cui assediati e assedianti si confrontano, sì sul campo di battaglia, ma anche e ancor più sul piano comunicativo e politico, la Comunità internazionale si riunisce a Bruxelles per formalizzare entità e durata del sostegno all’Afghanistan.
Unione Europea e Governo afghano co-dirigono i lavori della ‘Conferenza per l’Afghanistan’ a cui partecipano 70 Paesi donatori e 30 organizzazioni e agenzie internazionali con l’obiettivo di creare una base su cui Kabul dovrà sostenere le proprie strategie di riforma e stabilizzazione. Per la Comunità internazionale è l’occasione per ribadire il proprio impegno nel sostegno politico e finanziario al processo di pace, alla costruzione e allo sviluppo dello Stato afghano. Un processo di pace che è, però, ben lontano dal potersi dire avviato, poiché l’interlocutore principale, il movimento talebano, è assente dall’ultimo – in termini temporali – tavolo negoziale aperto due anni fa e comprendente Afghanistan, Cina, Stati Uniti e Pakistan, meglio noto come Quadrilateral Coordination Group.
Donald Tusk, Presidente del Consiglio europeo, Federica Mogherini, Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza e Neven Mimica, Commissario europeo per lo Sviluppo e la Cooperazione, rappresentano l’Europa di fronte al Presidente dell’Afghanistan Ashraf Ghani e il suo Chief Executive Officer, o Primo Ministro esecutivo, Abdullah Abdullah nell’incontro che, seguendo il programma in agenda, si focalizzerà su due aspetti principali.
Il primo è lo sforzo congiunto per un efficace supporto internazionale e il necessario sostegno economico, sulla base di un nuovo piano strategico nazionale. Il secondo aspetto, il più problematico, è relativo agli sforzi fatti e da fare per una riforma strutturale, a partire da quella economica e comprendente la rule of law, la gestione trasparente degli stanziamenti e delle finanze, la lotta alla corruzione, i servizi essenziali, il processo di pace e la cooperazione trans-frontaliera a livello regionale. Aspetti interessanti, ma che non sono una novità avendo caratterizzato tutti gli undici incontri ufficiali, le conferenze e i summit internazionali che si sono succeduti dal 2001 in avanti.

Afghanistan: tranquilli, è sempre peggio

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1

 
Dai talebani all’Isis, aumenta la minaccia; con i mujaheddin che potrebbero ricompattarsi contro IS/Daesh
Kabul, 19 aprile. I talebani rivendicano l’attacco commando-suicida che ha provocato 28 morti e 341 feriti; un bilancio provvisorio destinato ad aumentare. Spiace doverlo ribadire, ma questo è solamente uno degli innumerevoli episodi quotidiani che colpiscono violentemente l’Afghanistan, e gli afghani. Un episodio analogo, nella tipologia forse non nell’intensità, a quelli di ogni giorno dell’anno. Sorprendono allora le parole del Ministro degli Affari Esteri italiano, Paolo Gentiloni che, da Herat dove era in visita ai  militari del contingente italiano, ha dichiarato che «dopo quasi 15 anni dal nostro impegno…i frutti si vedono in modo evidente… e si creano le condizioni migliori per la costruzione di pace». O Gentiloni non sa nulla di ciò che sta avvenendo in Afghanistan da quindici anni a questa parte, o è una deliberata scelta da parte del Governo guidato da Matteo Renzi di sposare l’approccio del ‘va tutto bene madama la marchesa’. Delle due l’una.
Manca forse il coraggio di dire che l’Afghanistan sta cadendo nel caos? La verità è che il 2016 – che già non prometteva nulla di buono – si sta rivelando un anno molto impegnativo, sia sul piano militare, sia su quello politico.  L’avevamo detto esattamente 1 anno fa che la missione era incompiuta. A causa del deterioramento della sicurezza e dell’incapacità delle forze afghane di garantire un minimo livello di protezione, colpite da grandi perdite, diserzioni e forte corruzione, gli Stati Uniti hanno avviato un’ulteriore revisione del piano di disimpegno dal Paese, il che ha comportato per noi italiani, da un lato, il congelamento del ritiro di truppe previsto per il 2016 e, dall’altro, l’aumento dello sforzo, in termini di mezzi, materiali e uomini (al momento circa 1.000 unità italiane contro le 750 dello scorso anno). Una decisione, tutta statunitense, finalizzata a evitare il ripetersi di un fallimento come quello avvenuto in Iraq, senza per altro definire quale sarà la strategia a lungo termine, né l’end state dell’attuale missione.
Nel complesso, ad oggi vi è un impegno ridotto della Nato che schiera circa 10.000 soldati, sotto la bandiera della missione ‘Resolute Support‘, mentre ulteriori 5.000 truppe (per lo più forze speciali) compongono la missione indipendente di contro-terrorismo ‘Enduring Sentinel‘ degli Stati Uniti. Dati che potrebbero rimanere tali sino a tutto il 2017, ma a deciderlo sarà il prossimo Presidente statunitense.
Sul terreno, prosegue incontrastata la violenta espansione dei talebani. È di pochi giorni fa l’annuncio della quindicesima offensiva di primavera – questa volta dedicata al defunto mullah Mohammad Omar – avviata dal fronte talebano che, dopo la conquista, di fatto, di circa il 20% del territorio (in particolare i distretti del sud e dell’est del Paese) e la capacità di operare efficacemente in un altro 30% (e anche di più, guardando alla mappa dei più recenti attacchi), è riuscito pochi giorni fa a conquistare importanti posizioni in grado di garantire il controllo delle vie di comunicazione tra Baghlan a Mazar-e-Sharif. Ciò avviene, dopo la conquista della città di Kunduz da parte dei talebani alla fine di settembre dello scorso anno, e la tenuta della stessa per alcuni giorni ci fa capire la gravità della situazione. Se di gravità vogliamo parlare, poiché è ormai un dato di fatto che i talebani sono oggi l’attore politico, prima ancora che militare, con cui abbiamo accettato di interfacciarci e con cui collaborare sull’altro fronte, quello politico-diplomatico, attraverso un processo da più parti auspicato che dovrebbe portare a una soluzione negoziale che apra alla condivisione del potere.
Oggi, tutte le parti convergono sulla necessità di un processo di pace che vede la partecipazione di importanti attori interessati alla stabilità dell’Afghanistan attraverso il Quadrilateral Coordination Group: Cina, Pakistan, Stati Uniti e Afghanistan. Ma, al momento, mancano ancora gli interlocutori fondamentali: i talebani, che, impegnati a risolvere le conflittualità interne, non sono seduti al tavolo del dialogo. E questo è il problema sostanziale che deriverebbe dalla presenza di forze straniere su suolo afghano, poichè, come sostengono i vertici del movimento talebano, un ipotetico dialogo negoziale seguirà il ritiro delle truppe straniere, non il contrario.

martedì 17 novembre 2015

Afghanistan: Obama ci ripensa. E anche Renzi (L'INDRO)

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1

 
Obama aumenta le truppe in Afghanistan. Perché aumentano anche i soldati italiani? Guardare verso la Libia

Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha annunciato la propria revisione del piano di disimpegno dall’Afghanistan. Non più un ritiro consistente come era stato annunciato, ma una presenza duratura sino a tutto il 2016. Il totale delle truppe Usa sarà di almeno 10.000 soldati, ai quali andranno ovviamente a sommarsi i circa 5.000 della Nato (e tra questi gli italiani). Il perché di questa scelta è evidente: il Paese non è stabilizzato, i gruppi di opposizione armata (talebani in primis) sono in grado di operare e colpire in buona parte del Paese -come la conquista della città settentrionale di Kunduz alla fine di settembre da parte dei talebani ha ampiamente dimostrato -, lo Stato afghano è inefficiente e corrotto e le sue forze di sicurezza mancano di capacità operativa, logistica e intelligence, nonostante i quattordici anni di sforzi della Comunità internazionale e gli oltre quattro miliardi di dollari spesi per addestrare le forze armate afgane. E come se non bastasse, il fenomeno del Nuovo Terrorismo Insurrezionale (NIT)... (vai all'articolo su L'INDRO)

La frammentazione del fronte insurrezionale afghano: da guerra di liberazione nazionale a jihad globale? (CeMiSS 8/2015)

di Claudio Bertolotti
CeMiSS - Osservatorio Strategico 8/2015 pp. 135-141
ISBN 978-88-99468-10-1


Le dinamiche del campo di battaglia: la presa di Kunduz.
Il 28 settembre i taliban hanno conquistato temporaneamente la città di Kunduz, cacciando le forze di sicurezza afghane e occupato gli edifici governativi, le caserme della polizia e le infrastrutture militari.
Quanto accaduto a Kunduz (quinta più grande città dell’Afghanistan e capitale provinciale) è un episodio che va a sommarsi al processo di espansione insurrezionale nel sud e nell’est del paese e rappresenta il più grande successo ottenuto dai taliban in 14 anni di guerra di resistenza: un chiaro esempio di capacità tattica e mediatica dal lato dei taliban (e di tutti i gruppi di opposizione armata insurrezionali) e al tempo stesso di incapacità operativa e strategica dal lato delle forze di sicurezza afghane (forze che, come dimostrato, non sono in grado di garantire un livello minimo di sicurezza nonostante gli immensi sforzi fatti dalla Comunità internazionale).
I soldati di Kabul non mancano di coraggio, tutt’altro, ma mancano di elementi ben più importanti: la capacità operativa, quella intelligence, il coordinamento sul campo di battaglia, il supporto aereo e quello logistico – più della metà dell’esercito non è in grado di operare autonomamente senza il supporto delle forze di sicurezza straniere; supporto che è venuto a mancare con la chiusura della missione ISAF (il 31 dicembre 2014) e l’avvio della missione NATO ‘Resolute Support’.
E la debolezza militare segue quella politica di una diarchia di potere (si veda oltre) incapace di realizzare quanto promesso durante la campagna elettorale: un Afghanistan migliore e sicuro.
E oggi i taliban, quegli stessi che hanno conquistato Kunduz, si trovano così a muoversi su due piani paralleli:
1.    da un lato il campo di battaglia vero e proprio dove i risultati dimostrano che l’opposizione afghana è capace di colpire e ottenere obiettivi altamente simbolici (la fuga del governo locale, la cattura di soldati, l’occupazione di basi militari) e remunerativi dal punto di vista dell’immagine (come l’ampia diffusione mediatica della notizia e delle immagini ha dimostrato);
2.    dall’altro il fronte politico-diplomatico che li potrebbe condurre verso un tavolo negoziale favorevole e che garantirebbe loro l’accesso a forme di potere, e una spartizione de facto del paese (cosa che in effetti è già in essere).
D'altronde, dobbiamo ricordare come anche nei momenti di massimo dispiegamento di truppe straniere in Afghanistan le zone rurali e periferiche in buona parte siano sempre state fortemente infiltrate dai gruppi di opposizione armata (GOA); non è una novità, ormai da circa 10 anni i taliban sono in grado di muoversi e operare, pur non avendo capacità di controllo permanente del territorio, in circa l’80 percento del paese, il che equivale a tutta l’area extraurbana dell’Afghanistan. E l’attacco di Kunduz, così come lo sono gli attacchi quasi quotidiani che avvengono a Kabul, tendono a dimostrare una capacità operativa che è conseguenza di un approccio e una visione strategici dei taliban di tutto rispetto.
L’Italia ha ancora più di 700 soldati impegnati nel teatro operativo afghano che vanno a costituire il totale delle 10.000 unità della Nato della missione ‘Resolute Support’; in tale contesto, l’episodio di Kunduz appresenta un episodio che si va a inserire in un più ampio scenario e che, con buona probabilità, andrà a influire sulle scelte strategiche statunitensi in termini di permanenza delle truppe sul suolo afghano nel breve-medio periodo. Gli Stati Uniti sono infatti in fase di ri-pianificazione e ricollocamento delle truppe sul terreno; conferme sul mantenimento a livello attuale delle truppe che porterebbe  al mantenimento quantitativo sul livello attuale che consta di circa 10.000 truppe statunitensi, alle quale vanno ad aggiungersi le unità della Nato – due missioni differenti ma strettamente collegate tra di loro; numeri teoricamente ridimensionabili ma che, data la situazione attuale e l’espansione del fenomeno insurrezionale in tutto il paese, potrebbero essere riconsiderati nel processo di disimpegno e ritiro delle truppe inducendo a una stabilizzazione sul livello attuale fino a tutto il 2016.
In estrema sintesi, ecco cosa rappresenta la battaglia di Kunduz oggi:
-    è il più grande successo militare in 14 anni;
-    evidenzia l’inadeguatezza delle forze di sicurezza afghane;
-    complica il ritiro delle truppe statunitensi e della Nato in Afghanistan, che potrebbero essere mantenute agli attuali livelli sino a tutto il 2016;
-    dimostra e conferma che i taliban sono una realtà molto forte con cui ci si deve interfacciare, anche formalmente, e includere nel processo politico;
-    è una fonte di forte imbarazzo per il governo di Kabul.
Vi è però un’incognita: il processo di frammentazione interna conseguente alla morte del mullah Omar: riuscirà la nuova leadership taliban a unire le diverse fazioni? Non è cosa facile e i recenti attriti, di cui si parla in questo contributo, lo dimostrano. E a trarne vantaggio sarà un nuovo attore che ha fatto la sua comparsa (da poco meno di un anno) in Afghanistan: IS/Daesh, lo Stato islamico.
Dalle dinamiche del campo di battaglia ai fattori interni caratterizzanti la realtà del fronte insurrezionale.
A nove mesi dalla conclusione della missione ISAF e dall’inizio del nuovo impegno della Nato con la ‘Resolute Support’ mission, sono aumentati gli attacchi e le azioni dei gruppi di opposizione armata afghani ai danni delle forze di sicurezza della Nato e delle istituzioni afghane, quest’ultime sempre più in balia, da un lato, di un’ondata di violenza caratterizzata da azioni sempre più spettacolari e capaci di provocare un elevato numero di morti e feriti e, dall’altro lato, di un’instabilità politica sempre più preoccupante.
E ancora, se da un lato la diarchia di potere Ghani-Abdullah – il primo presidente e il secondo CEO (Chief executive officer), incarico quest’ultimo formalmente non previsto dalla Costituzione – ha portato a una sostanziale e cronica empasse politica, dall’altro assistiamo a uno sviluppo incrementale del fenomeno insurrezionale che si alimenta attraverso due fattori significativi che si sono recentemente imposti.
Il primo, da tempo monitorato dall’Osservatorio Strategico attraverso questa rubrica, è la penetrazione asiatica del fenomeno IS/Daesh, l’imposizione di successo del suo ‘premium brand’ e il progressivo aumento di un ruolo attivo sul campo di battaglia vero e proprio e su quello, maggiormente importante, mediatico; un aumento di attività operative, mediatiche e politiche finalizzato ad attirare le donazioni straniere e i finanziamenti per la condotta di un jihad in Afghanistan che, da guerra di liberazione nazionale, sta trasformandosi sempre più nella variante asiatica di quel ‘Nuovo Terrorismo Insurrezionale’ (NIT) che sta travolgendo l’area del Medio-oriente e del nord Africa, dal Syraq a quello che resta della Libia, e che ha ormai definitivamente stravolto la geografia politica dell’intero arco grande-mediorientale a cominciare, dall’area MENA.
Il secondo è dato dalle dinamiche interne al fronte insurrezionale afghano, mai stato di fatto unito, che dal cambio di vertice conseguente alla morte dello storico leader taliban, il mullah Mohammad Omar, si è avviato verso un repentino processo di frantumazione interna che ha destabilizzato l’intero fronte di opposizione armata – e non solamente del principale movimento, quello dei taliban afghani. Alla fazione del Mullah Akhtar Mansour, che al momento occupa la posizione di vertice, si contrappongono, anche energicamente, le altre correnti di pensiero e tutte le parti escluse dal processo di spartizione delle cariche, e del conseguente potere.
La sostanza di questi due fattori ha dato vita a un circolo vizioso fatto di incapacità dello Stato afghano, competizione, conflitto, ricerca dell’attenzione mediatica attraverso la spettacolarizzazione della violenza.
Una situazione particolarmente critica che ha indotto l’amministrazione statunitense a confermare la presenza delle proprie truppe sino a tutto il 2016 e a prendere in considerazione la possibilità di mantenere un numero superiore di unità militari rispetto a quanto in precedenza annunciato; le opzioni al momento al vaglio, oltre all’opzione che prevede il ritiro già annunciato e la permanenza sul terreno di alcune centinaia di soldati, sono di 6.000, 8.000 o 10.000 unità (oltre al contributo della Nato).
Vediamo ora, più nel dettaglio, quali sono i fattori dinamizzanti del fronte insurrezionale afghano.
Il richiamo all’unità del fronte insurrezionale: verso una guerra tra fazioni?
Se sino al mese di agosto poteva sembrare che il dialogo preparatorio al processo di pace proseguisse in direzione di un esito favorevole, ora la questione si presenta come molto complicata, a causa dell’assenza di una posizione e una volontà univoche da parte dei gruppi componenti la galassia insurrezionale; da un lato i pragmatici e propensi al dialogo, dall’altra lo zoccolo duro intenzionato a proseguire una guerra che, ormai da quarant’anni, impone i propri ritmi e dinamiche alla società afghana. In mezzo la minaccia di un IS/Daesh sempre più aggressivo.
E se i vertici dei taliban hanno saputo muoversi e sedersi al tavolo delle trattative con raffinato pragmatismo, sfruttando la fine della missione ISAF, l’arretramento sostanziale della Nato, lo stallo politico afghano, i limiti dello Stato e delle sue forze di sicurezza, anche il loro principale supporter, il Pakistan, ha saputo imporsi con un ruolo di attore principale. Sino a questo momento. Ma le dinamiche sono cambiate, e stanno ancora cambiando, proprio a causa del disaccordo tra le fazioni dei GOA e la penetrazione aggressiva di IS/Daesh e, dunque, il percorso verso una soluzione negoziale basata sul power-sharing sembra sempre più lontano dal poter essere avviato.
Per quanto riguarda il ruolo del Pakistan, attore principale nello scenario regionale, esso appare ancora ambiguo tra una posizione propositiva nel contesto del processo di pace e le ambizioni mai nascoste di controllo sull’Afghanistan. Ciò potrebbe indurre a non escludere un coinvolgimento diretto del Pakistan nel rallentamento del dialogo negoziale, così da agevolare l’inserimento di taliban filo-pakistani all’interno della leadership insurrezionale al fine di influenzare le decisioni dei taliban filo-pakistani, in contrapposizione ad altre fazioni tra le quali quella che fa riferimento all’ufficio politico dei taliban in Qatar.
Il Pakistan trae vantaggio da un fronte insurrezionale diviso che gli consenta di poter trattare con ogni singolo gruppo, in collaborazione/competizione con gli altri; questo per ovvie ragioni di opportunità. La nomina di Mansour a successore del mullah Omar – e quella di  Sirajuddin Haqqani quale suo vice – è un elemento in grado di rendere dinamico lo sviluppo del futuro scenario e dei rapporti e delle relazioni tra il fronte insurrezionale e Islamabad, anche per quanto riguarda il legame tra il gruppo Haqqani e al-Qa’ida e la posizione statunitense di ccontrasto alle organizzazioni qaediste – sebbene sia prevedibile che ragioni di real-politik possano indurre verso approcci più pragmatici, e dunque di inclusione.
Un elemento da tenere in debita considerazione è l’approccio innovativo introdotto dal mullah Mansour. È la natura stessa del suo primo messaggio da ‘capo’ dei taliban a indicare un significativo cambio nella policy di comunicazione strategica, in contrasto con quella estremamente riservata del suo predecessore. La registrazione di un messaggio, e la sua diffusione attraverso il Web, sono funzionali a presentare il neo-leader del movimento nella sua nuova veste e, al tempo stesso, a cercare un consenso quanto più ampio possibile in un contesto dove molte voci contrarie si sono sollevate. E Mansour è oggi impegnato nella difficile opera di consolidamento del potere e nell’imporre un’autorità non ancora riconosciuta da tutti i leader del movimento. Il discorso di Mansour va in questa direzione, e lo fa attraverso un’efficace tecnica comunicativa utilizzando un tono pacato e senza l’ausilio di un testo scritto, appellandosi all’unità dei taliban e presentando sé stesso come un capo tollerante, conciliante, pragmatico.
Ma nonostante gli sforzi profusi, un riconoscimento condiviso deve passare anche attraverso il coinvolgimento dei rappresentanti religiosi, gli ulema (o mawlawi). Un processo non semplice che, pur nel tentativo di trovare una conciliazione tra le parti, non ha al momento raggiunto il suo scopo, come dimostrato dal confronto tra la delegazione dei mille rappresentanti religiosi e il Consiglio Supremo dello Stato Islamico (che si è concluso con un sostanziale nulla di fatto, fatta eccezione per le raccomandazioni espresse dai chierici in favore di una soluzione condivisa).
Analisi, valutazioni, previsioni
La lotta per il potere sta logorando la già scarsa unità di un fronte insurrezionale operativo al di qua e al di là della linea di confine tra Afghanistan e Pakistan e che si trova a dover bilanciare le ambizioni individuali, gli interessi dei gruppi di combattenti e quelle dinamiche tribali sinora contenute grazie al ruolo unificatore, ormai venuto meno, del mullah Omar.
Dinamiche, quelle indicate, i cui effetti ancora non sono definiti ma che avranno un impatto significativo sulla sicurezza regionale e che potranno condurre verso una crisi esistenziale proprio del principale movimento insurrezionale, i taliban, la cui conclusione potrebbe essere una frantumazione che porterebbe, da un lato, una componente ad aderire al processo di riconciliazione e, dall’altro, l’altra o altre componenti (la cui entità potrebbe essere significativa) ad aderire al piano di espansione di IS/Daesh anche in Af-Pak; uno sviluppo del fronte insurrezionale che deve preoccupare poiché IS/Daesh è sul piano sostanziale, come su quello ‘comunicativo’, una minaccia ben più critica di quanto non lo siano i taliban o al-Qa’ida poiché gode di tutti quei vantaggi che derivano dal fattore ‘novità’, dagli echi dei successi sul campo di battaglia e, di conseguenza, dall’elevata capacità propagandistica e di reclutamento.
E se la Comunità internazionale assume una posizione di attesa, i due fronti insurrezionali si dividono su due opzioni.
La prima è quella di continuare a combattere, proseguendo nel percorso avviato quattordici anni fa ma senza la forza simbolica del leader storico, la cui morte è stata tenuta nascosta per due anni dall’attuale leadership del movimento (con conseguente rischio di perdita di fiducia da parte della base).
La seconda consiste nel trovare, attraverso il processo di riconciliazione, un ruolo all’interno della società afghana per gli ex-mujaheddin; un processo non semplice dato l’alto livello di disoccupazione.
Nel complesso delle dinamiche regionali, il governo afghano potrebbe (dovrebbe) cogliere l’occasione per stabilire un rapporto diretto con i taliban, dividendo il fronte tra chi vuole essere parte del processo di riconciliazione da quelli che invece intendono continuare a combattere. Ma al momento tale iniziativa è assente e il governo afghano, bloccato da una con-divisione del potere inefficace, non pare aver colto l’occasione data dalle difficoltà dei taliban. Il risultato è che l’IS/Daesh è divenuto una valida alternativa, accattivante e determinata.

 

The fragmentation of the Afghan insurrectional front: from national war to global jihad? (CeMiSS 8/2015)

by Claudio Bertolotti

CeMiSS - Osservatorio Strategico 8/2015 pp. 133-135
ISBN 978-88-99468-10-1

Brief general overview
The 28th of September hundreds of Taliban have overrun the northern city of Kunduz, taking control of areas, military bases, police compounds, governmental buildings and freeing hundreds of prisoners from detection centers. The city of Kunduz – which is symbolically and strategically important – is the first provincial capital taken by the Taliban; it shows the incapability and the low operational level of the Afghan National Security Forces and the lack of support by the Nato train, advise and assist role of the Resolute Support Mission. Why is the city of Kunduz important? Because it represents a gateway to Afghan northern provinces and neighboring Central Asian countries. This event represents a clear indicator of the worsening security situation in Afghanistan, despite the presence of Nato and Us forces. This could force the US to maintain more troops on the ground in order to contain the Armed Opposition Groups expansion.
The Taliban fragmentation
Taliban released a statement of the movement’s new leader, Akhtar Muhammad Mansour, in which he encouraged unity union and harmony within the Taliban and rejected the ongoing peace process involving Kabul’s regime, US and Pakistan. Mansour was chosen as the new leader and two hard-liners from the Haqqani Network - Mawlawi Haibatullah Akhunzada and Mullah Sirajuddin Haqqani, the son of Jalaluddin Haqqani founder of the hard-line network - were appointed as his deputies. Mansour, who was said to have been interested to peace talks in July declared that ‘the jihad will continue until an Islamic system will be established.’ He indicated the peace process as the ‘words of the enemy.’
In an odd twist mirroring the events of the Taliban, Pakistani media reported that Jalaluddin Haqqani, the founder of the Haqqani network, died over one year ago. The Taliban denied his death in a statement on the official Islamic Emirate website that is purportedly from Haqqani endorsing Mansour as the new leader.
A group of pro-taliban Ulema, religious clerics, have failed to resolve tensions between Mullah Akhtar Mansoor and his opponents and the dissident. The 23rd of September the Ulema council stated that the new leadership after mullah Omar’s demise had been appointed following an incorrect procedure because without the principle of the unanimously of all ulema, members of the leadership council, military commanders and influential elders. In addition, the ulema council (comprising former Taliban ministers, governors, commanders and high-ranking officials) also asked the United States to expel their military forces from Afghanistan. This occurs as Afghanistan Islamic Movement Fidai Mahaz (former Taliban), claimed that there has been no breakthrough to resolve issues among the Taliban leadership despite forcing Mullah Yaqoob (the son of mullah Omar and military commander operating in Afghanistan) to accept Mullah Akhtar Mansoor as the new Taliban leader.
The struggle for power has aggravated existing divisions over whether to continue fighting or join the negotiation process, as well as tribal, local and regional competitions that were once suppressed by mullah Omar’s authority.
The other major player is Pakistan which has strong leverage over Taliban militants who moved there after the (fall of the Taliban regime in 2001), but other factions, in particular the Taliban based in Qatar, do not trust Islamabad and oppose the negotiation process. At the moment peace talks involving the Afghan government, the Taliban, Pakistan, and others have been postponed.
From the security viewpoint, the U.S. commander in Afghanistan, General John Campbell, has proposed to the Pentagon and NATO five alternatives for troop presence in Afghanistan. The options include keeping the U.S. military presence at 10,000 troops; reducing the total to 8,000 or 6,000; or continuing with the current drawdown plans (source The Wall Street Journal).
NATO and the U.S. at the moment have about 13,000 troops in Afghanistan, the main part engaged in training, advising and assisting, following the end of the combat mission the 31st of December 2014.

Brief analysis, assessments, forecasts

It is assessed that a large and quickly troop reduction could increase the pressure on the weak Afghanistan's government from the Taliban and other Armed Opposition Groups (AOG), in particular the new threat represented by the groups affiliates to IS/Daesh. In brief, it is tangible that the Taliban internal situation has further deteriorated and is getting worse as time passes.
Furthermore it is assessed that the Taliban fragmentation process will boost the conflict evolution, imposing the role and the dynamics connected with the IS/Daesh strategic penetration in the Indian Sub-continent.