Afghanistan Sguardi e Analisi

Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

martedì 3 aprile 2012

Bagram e Guantanamo: il ruolo delle carceri nello sviluppo del processo politico e negoziale

di Claudio Bertolotti

Non pare essere la sostanza a incidere sulle relazioni tra i due attori ufficiali, Stati Uniti e governo afghano, bensì la forma. Il ruolo delle carceri afghane rientra in questo instabile equilibrio dei rapporti formali.
Gli sforzi sinora fatti per avviare un accettabile processo di pace hanno subito un ulteriore rallentamento a causa della richiesta da parte dell’“Emirato islamico dell’Afghanistan” di trasferire cinque comandanti taliban di alto livello dal carcere sui generis di Guantanamo al Qatar, il luogo in cui i taliban hanno avviato una prima fase negoziale grazie all’apertura del loro ufficio diplomatico. Un «non problema» nella sostanza, sebbene a livello formale ciò possa portare a una discussione ideologica e di opportunità basata sugli effetti di tale politica.
A ben vedere, a fronte di nessun vantaggio derivante dalla reclusione di determinati soggetti nel carcere extraterritoriale degli Stati Uniti, una concessione ai taliban in questo senso potrebbe invece avere effetti positivi sull’avvio della fase di disimpegno militare; una considerazione che i taliban pare abbiano fatto con cognizione di causa. A questo punto, un ritardo sì, ma pur sempre un ritardo funzionale all’obiettivo che entrambi gli attori del conflitto afghano si sono prefissati.
Lo stesso presidente Obama ha avuto modo di illustrare ai membri del Congresso i dettagli del trasferimento prima di prendere la decisione definitiva, così come da protocollo.
Nel frattempo, una delegazione afghana (quella del legittimo governo) è partita alla volta di Guantanamo Bay per incontrare i cinque detenuti eccellenti e per formalizzare la partecipazione a un processo politico che tende a coinvolgere il governo di Kabul – al di là dell’ars mediatica che insiste sul processo “a guida afghana” – in maniera pericolosamente indiretta, quando non marginale. Un pericolo che potrebbe portare – questo è l’intento dei vertici insurrezionali – all’esclusione de facto dell’attuale governo dall’accordo tra le parti forti del conflitto: Stati Uniti e taliban.
In tale contesto il trasferimento dei mujaheddin detenuti (recepito come simbolico dagli Stati Uniti, ma iniziale ed esplorativo dai taliban che rafforzano così la propria volontà di procedere lungo il binario del rilancio azzardato ma vincente) da Guantanamo al Qatar diviene l’occasione per valutare i progressi ottenuti sul tavolo negoziale, in parallelo a quanto avviene su un campo di battaglia sempre più fluido e sfumato. Una scelta volta a indurre i taliban ad accettare un concreto avvio della fase negoziale in previsione della riduzione dello sforzo militare straniero a partire dal 2014 e che rappresenta una delle auspicabili, quanto necessarie, misure volte a sostenere il rapporto dialogico tra le parti e, almeno nelle intenzioni, a mettere fine a un conflitto che l’evidenza ha dimostrato essere altrimenti senza fine. Un processo di pace che si presenta non privo di pericoli, per il presidente statunitense impegnato a tempo pieno nella campagna elettorale domestica, così come il presidente afghano sempre meno politicamente credibile e dal sempre più ridotto consenso nazionale.
L’accordo per la Strategic Partnership, che formalizzerebbe una presenza statunitense oltre il 2014, dipende dunque da come verranno avviati i primi passi di questo processo negoziale e il trasferimento di responsabilità dall’esercito degli Stati Uniti alla polizia afghana del carcere di Bagram è il primo degli obiettivi nell’elenco delle priorità. E proprio per questo il trasferimento avverrà, sulla base di un primo accordo siglato nel mese di marzo dal generale statunitense John J. Allen e il ministro della difesa afghano Abdul Rahim Wardak, entro sei mesi.
Quella che appare come un’equilibrata una soluzione di compromesso – poiché in grado di salvare le apparenze consentendo Washington di ufficializzare la fase «trasferimento di responsabilità» e, al contempo, a Kabul di presentarsi come autonoma sul piano delle capacità gestionale e decisionale – pone in realtà gli Stati Uniti in posizione di vantaggio poiché consentirebbe ai “consiglieri” militari statunitensi di disporre del diritto di veto sul rilascio dei detenuti afghani; un controsenso formale ma opportuno e “reciprocamente” accettato nonostante i due eventi che hanno fortemente scosso l’opinione pubblica afghana e provocato violente manifestazioni di massa contro la presenza militare straniera: il caso delle copie del corano bruciate e l’uccisione di sedici civili inermi da parte del marine americano. I recenti sviluppi, per quanto ufficialmente orientati a tamponare una situazione difficilmente sostenibile, puntano ora verso un accordo – come precondizione necessaria all’accordo di partnership strategica – volto ad accelerare il passaggio di responsabilità di altre strutture di reclusione gestite dal governo statunitense e a ridimensionare i cosiddetti, e detestati dalla popolazione afghana, night raids. Il prossimo passo si sposta ora sul piano temporale, poiché all’amministrazione Obama urge concludere l’accordo strategico con Kabul prima del summit della Nato di Chicago in calendario per il prossimo maggio.

(articolo pubblicato su Osservatorio Iraq)

venerdì 30 marzo 2012

Teheran, Kabul e Islamabad: gli effetti del summit trilaterale in prospettiva pakistana

Articolo pubblicato su Osservatorio Iraq

di Claudio Bertolotti

Il summit trilaterale Pakistan
-Afghanistan-Iran di febbraio – un’iniziativa tenutasi a Islamabad e focalizzata su lotta al terrorismo, politica regionale e collaborazione economica – ha messo in evidenza le criticità del processo di pace afghano. Molto è cambiato dal precedente summit del giugno 2011: in primis, il surge militare degli Stati Uniti ha dimostrato la sua inefficacia e, al contempo, le forze di sicurezza afghane sono ben lontane dagli obiettivi prefissati, compresa la capacità di assumere la responsabilità del controllo del territorio. In compenso il coinvolgimento politico degli stessi taliban lascia intravvedere un possibile futuro scenario per l’Afghanistanpost-2014. Mentre gli Stati Uniti accelerano verso l’uscita dal conflitto, i taliban pregustano la propria vittoria insieme al Pakistan, pronto a intervenire al momento opportuno difendendo al tempo stesso gli interessi nazionali e riallacciando i rapporti privilegiati con Washington. Tale contesto pone il Pakistan in una posizione privilegiata per il finale della partita afghana poiché offrirebbe a Islamabad una straordinaria opportunitàdi essere protagonista, e non comparsa, nel processo di pace, inserendosi nella fase negoziale avviata dagli Stati Uniti in Qatar; e questo nonostante il raffreddamento delle relazioni con Washington dell’ultimo anno e a scapito del ruolo di Karzai, divenuto progressivamente secondario per Islamabad. Un Pakistan che, in relativa controtendenza, si è aperto al dialogo anche con i gruppi di potere non-pashtun (leggasi ex Alleanza del Nord) pur di contrastare la (ri)nascita di un efficace fronte anti-taliban e con l’obiettivo di approfittare di una mutata situazione regionale che vede transitare per Kabul le attenzioni – e gli interessi – di Russia, Iran e degli Stati dell'Asia centrale. In questi termini, Islamabad ha indirizzato il summit trilaterale in modo tale da dare vita a un’«iniziativa regionale» che possa garantire, pur mantenendo con Washington un atteggiamento di conciliante collaborazione, un proprio ruolo determinante nell’ipotesi di un consistente disimpegno degli Stati Uniti. In linea con questa politica rientrerebbe l’atteggiamento vagamente ambiguo per quanto concerne i progetti legati alle risorse energetiche regionali, come l’Ipi (che coinvolgerebbe anche l’Iran) e il più probabile Tapi (Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India) sostenuto anche da Washington, e agli accordi commerciali (tra i quali il Transit con i paesi dell'Asia centrale, siglato con il diretto coinvolgimento degli Stati Uniti). Per contro, anche i rapporti con l’Iran si sono ulteriormente rafforzati. Proprio il Pakistan, parallelamente alla discussione di importanti progetti di fornitura energetica, ha proposto una formula di collaborazione commerciale con Teheran al fine di eludere le sanzioni punitive volute dagli Stati Uniti. Insomma, il Pakistan è riuscito nel tentativo di inserirsi a un livello intermedio della politica regionale che gli consentirebbe di dialogare con tutti gli attori direttamente o indirettamente coinvolti nel conflitto afghano, divenendo al contempo soggetto necessario ai fini della strategia a breve termine degli Stati Uniti. Lo ha ben compreso Karzai, che nulla è riuscito a ottenere di quanto richiesto a Islamabad in termini di azioni concrete ed efficaci per agevolare un dialogo intra-afghano tra il governo di Kabul e il movimento taliban. L’opzione pakistana si presenta dunque come una soluzione dal doppio binario. Il primo vedrebbe il Pakistan svolgere una funzione da intermediario privilegiato tra le parti in causa; il secondo, ammesso che la prima opzione possa non ottenere gli effetti desiderati, vedrebbe proprio nell’«iniziativa regionale» il giusto compromesso in grado di consentire al Pakistan di giocare in un ruolo, anche in questo caso, di primo piano.

vai all'articolo su Osservatorio Iraq

mercoledì 21 marzo 2012

Radio Onda d'Urto - Strage di civili: i taliban giurano vendetta - Intervista a C. Bertolotti

In primo piano le reazioni alla carneficina, compiuta in piena notte, a sangue freddo, porta per porta, di donne, bambini , anziani in due villaggi della provincia afghana di Kandahar delle truppe occupanti nordamericane in Afghanistan ieri. 16 le vittime ufficiali, “inclusi bambini, donne e uomini anziani”.

L’efferatezza del massacro rischia di far precipitare i rapporti, già tesi, fra Kabul e Washington e di far deflagrare l’ostilità popolare nei confronti delle truppe occupanti, già esacerbata dal rogo del Corano e da uno stillicidio di episodi di gratuito disprezzo e di civili morti, vittime di azioni militari fuori bersaglio.

La cancelliera tedesca Angela Merkel si è detta scettica sul ritiro delle truppe tedesche, preventivate da tempo dagli Stati Uniti d’America, dall’Afghanistan entro il 2014. La situazione attuale non permette di dire che “possiamo ritirarci oggi. E non possiamo neanche dire che ci riusciremo entro il 2013-14″, ha dichiarato durante una visita improvvisa a Masar-i-Sharif". “La volontà c’é, vogliamo riuscirci e ci stiamo lavorando”, ha aggiunto Merkel.

Anche il parlamento Afghano ha espresso sdegno per la mattanza. “Gli afghani hanno esaurito la pazienza sulle azioni “arbitrarie” delle truppe straniere” ha affermato il parlamento guidato da Karzai, mentre i taliban giurano di vendicare il massacro promettendo di intensificare i loro attacchi contro l’esercito occupante. Di “incidente scioccante” parla il Presidente nordamericano Barack Obama, che si è limitato ad assicurare che sarà fatta giustizia.

La lettura dei fatti con Claudio Bertolotti, analista di geopolitica e di geostrategia, esperto di insorgenza afghana, ricercatore e autore dei saggi “shahid. Analisi del terrorismo suicida in Afghanistan” (Franco Angeli), e “attacchi suicidi” (Eurasia). Ascolta [Download]

Il commento di Emanuele Giordana, fondatore di Lettera 22 e profondo conoscitore dello scenario afghano. Ascolta

lunedì 5 marzo 2012

Le possibili cause del dissenso afghano

di Claudio Bertolotti

La vicenda delle copie del Corano bruciate dai soldati statunitensi è un evento che segue altri analoghi episodi tra cui, il più recente, la dissacrazione dei corpi dei taliban uccisi dai soldati (sempre americani). Accadimenti, apparentemente marginali sul campo di battaglia convenzionale, che hanno però evidenti ripercussioni sull’opinione pubblica afghana.
Le violente manifestazioni di massa che hanno caratterizzato il mese di febbraio indicano l’evolversi di una situazione politico-sociale in progressivo, e apparentemente incontenibile, deterioramento. A nulla sono valse le prime giustificazioni, le formali scuse del presidente Obama e l’appello alla calma di Karzai.
A Kabul, così come in molte altre località dell’Afghanistan, una massa significativa di dimostranti ha riversato la propria rabbia contro i simboli di ciò che viene indicato come male all’origine dell’attuale situazione: gli Stati Uniti, e gli stranieri in genere. Lancio di pietre, minacce dirette all’America, atti dimostrativi di assalto alle basi militari e alle infrastrutture adiacenti, addirittura il lancio di una bomba a mano contro una base avanzata nel nord dell’Afghanistan e un attentato suicida contro la base aerea di Jalalabad.
E dopo l’uccisione di due alti ufficiali “consiglieri” da parte di un agente dei servizi di Kabul, l’attacco di un soldato afghano contro i suoi istruttori – tecnicamente un green on blue – ha provocato la morte di due soldati statunitensi e il ferimento di altri quattro; solamente l’ultimo di una serie di recenti attacchi di questa tipologia. Benché gli organi di informazione di Isaf e della Nato abbiano riportato la notizia come attacco perpetrato da un soggetto con uniforme dell’esercito afghano, seguendo uno schema ormai consolidato di opportune norme di linguaggio, la realtà dei fatti conferma un trend in crescita di attacchi condotti dall’interno delle istituzioni afghane (per quanto questo fenomeno non rappresenti, per il momento, una minaccia statisticamente significativa). Ciò che invece si presenta come un fatto difficilmente incontestabile è che dopo oltre dieci anni di guerra, i legami tra gli afghani e le truppe della Nato tendono ad apparire sempre più deboli, precari.
Per quanto non è certo che vi sia una connessione diretta tra movimenti insurrezionali (taliban in primis) e autori degli attacchi, ciò che emerge è comunque la presenza di un risentimento palpabile che si basa sul presupposto della mancanza – o la presunta mancanza – di “rispetto”; rispetto della cultura, delle tradizioni, dei costumi e della stessa religione. E i recenti avvenimenti rientrano in questo contesto di conflittualità culturale, ulteriormente inasprito dalla morte di cittadini afghani durante le stesse manifestazioni.
L’impressione che traspare è che molti afghani, non solo i gruppi di opposizione armata, siano stanchi di una presenza straniera associata quasi esclusivamente – anche grazie a una fine opera di propaganda dei movimenti insurrezionali sostenuti in questo dai mullah nelle moschee – ad abusi, attacchi indiscriminati e raid notturni all’interno delle abitazioni private: e proprio umiliazione e offesa sono gli argomenti su cui insiste l’opera di propaganda dei taliban dell’Emirato islamico.
L'avversione per le truppe straniere che progressivamente sta crescendo tra gli afghani è solamente una scintilla della crisi che sta accendendosi sempre più col trascorrere del tempo e che solamente i più recenti accadimenti stanno mettendo in mostra.
(articolo pubblicato su Grandemedioriente.it)

martedì 28 febbraio 2012

Donne afghane, un problema mai risolto

di Anna Vanzan

Un articolo postato in questi giorni nella rubrica di Claudio Bertolotti (http://www.grandemedioriente.it/lexit-strategy-internazionale-alla-prova-6750) a proposito delle difficoltà della eterna fase di transizione in Afghanistan, mi induce a qualche riflessione. Bertolotti, con l'usuale competenza, scrive:

[...]la riforma della giustizia [in Afghanistan] impone una sorta di “stallo dialogico” dovuto a rigide posizioni nei confronti della questione femminile poiché qualunque discussione o proposta di riforma tende ad arenarsi di fronte al problema dei diritti delle donne, tuttora “informalmente” riconosciute come soggetti socialmente (e legalmente) subordinati e non come individui al pari degli uomini.


Bertolotti mette il dito su una piaga che pare non voglia mai rimarginarsi: le donne, in Afghanistan, sono un problema, soprattutto per sé stesse.
Poco importa che la Costituzione prevede uguali diritti per uomini e donne, se poi, nel Codice Civile, si parla ancora di tamkin (obbedienza), ovviamente dovuta dalle donne nei confronti degli uomini della famiglia, e di nushuz (disubbidienza), in presenza della quale (a discrezione totale maschile) le donne vengono precluse dall'esercizio di ogni diritto, compreso quello del mantenimento. Addurre a pretesto di queste discriminazioni il fatto che l'Afghanistan è un paese islamico e quindi deve rispettare questi limiti è privo di sostanza: lo era anche quasi un secolo fa, eppure, a fine anni '20, le donne afghane godevano di una legislazione tra le più progressiste nel mondo islamico.
Il governo afghano del post-Taleban s'è impegnato ad innalzare il livello di istruzione delle sue donne, ma, dopo 10 anni, le statistiche sono impietose, pur non rivelando fino in fondo la realtà, ovvero, l'enorme divario tra le possibilità offerte a chi vive in città e quelle non raggiungibili dalla stragrande maggioranza degli afgani, sparpagliata tra minuscoli villaggi, magari posti su impervie alture. Le donne che vivono in queste situazioni non hanno accesso all'istruzione, né alla facilitazioni sanitarie: solo il 13% di loro riceve cure prenatali e la mortalità tra le puerpere (moltissime delle quali sotto i 19 anni) si è stabilizzata su un inquietante 14%, cosa che non impedisce alle afghane di raggiungere la non invidiabile media di 6,6 figli ciascuna, uno dei tassi di fertilità più alti al mondo.

Tutto ciò ha poco a che vedere con l'islam e la shari'a, quest'ultima agitata come uno spauracchio tanto da chi vive all'interno di queste situazioni e non le vuole cambiare, quanto da molti “analisti” esterni che s'accontentano di demonizzare senza proporre alternative praticabili. Le leggi differiscono molto da un paese islamico all'altro, fattore che dimostra come esse cambino secondo i bisogni delle società.

L'Afghanistan ha necessità di nuove leggi, ma anche di supporti per implementarle. In un paese così conservatore la strada delle riforme può essere aiutata pure da leader religiosi che aderiscano a nuove interpretazioni che si contrappongano a quelle degli estremisti
.
Mentre in parlamento c'è chi pensa di postporre la riforma del diritto di famiglia per non acuire i contrasti tra le parti (la solita storia: i diritti delle donne sono sempre procrastinabili e barattabili), la vita quotidiana di milioni di afghani è regolata da regole locali basate su codici di presunto onore che vittimizzano soprattutto le donne.

Dopo oltre dieci anni di sacrifici, anche da parte della comunità internazionale, bisogna che questa si attivi per promuovere un cambiamento tangibile: alle donne afghane non basta certo, quale emblema di riforma, che qualcuna di loro possa camminare per le strade di Kabul senza il burqa.

sabato 25 febbraio 2012

Guerra e dialogo in AfPak

Militari pakistani, rappresentanti della Nato e delle Forze di sicurezza afghane si sono incontrati alcuni giorni fa per risolvere i problemi conseguenti all’incidente che lo scorso 26 novembre portò alla morte di alcuni soldati di Islamabad. Da allora i rapporti tra Usa e Pakistan sono andati sempre più raffreddandosi portando alla chiusura delle frontiere per i convogli logistici necessari all’impegno militare della Coalizione a guida statunitense. La situazione si presenta ora formalmente “distesa” e la riapertura ai rifornimenti verso l’Afghanistan è a portata di mano; l’interesse è reciproco, tanto per il Pakistan – che è così riuscito a dimostrare all’opinione pubblica interna di non essere sottomesso ai capricci statunitensi e, al tempo stesso, a risolvere un’imbarazzante quanto critica chiusura degli aiuti economici di Washington – sia per gli Stati Uniti – ora più che mai intenzionati ad agevolare un processo politico volto all’uscita dal pantano afghano in cui l’impegno del Pakistan è considerato essenziale.
Nel frattempo, sul fronte politico afghano, il presidente Hamid Karzai ha dichiarato di essere finalmente riuscito a dare vita un triplice dialogo con Stati Uniti e taliban per l’avvio dei tanto desiderati – quanto pubblicizzati – colloqui negoziali tra le parti. «Ci sono stati contatti tra Stati Uniti e taliban, così come ci sono stati contatti tra governo afghano e gli stessi taliban» ha dichiarato Karzai poco prima di essere formalmente smentito dallo stesso portavoce dell’Emirato Islamico, Zabiullah Mujahid, che lo ha accusato di essere un «fantoccio nelle mani degli Stati Uniti» e, dunque, di non aver voce in capitolo.
Allora, chi parla con chi? E a quale titolo? È prassi che in fase negoziale entrambe le parti in conflitto tendano ad alzare il tiro, impegnandosi sempre più sul fronte militare per poter giungere al tavolo delle trattative con maggiori vantaggi e, quindi, maggiori pretese; ciò che però non è chiaro è se gli interlocutori siano effettivamente seduti allo stesso tavolo. Il dubbio è legittimo e in effetti, come la storia afghana tende a dimostrare, non è escluso che a giocare l’insolita partita vi siano più attori (protagonisti e comprimari) e ancor più comparse. La cosa non deve stupire: instabili equilibri, promesse non mantenute e alleanze ballerine fanno parte delle regole non scritte del «grande gioco»; tutto sta nel comprendere quelli che sono gli obiettivi finali delle parti, tralasciando quelli intermedi e secondari che, di prassi, vengono invece esaltati su tutti i fronti dalla vivace e accattivante propaganda.
Gli Stati Uniti hanno dichiarato di essere in contatto con i taliban; questi, interpretando l’evento come una vittoria hanno confermato l’apertura di un proprio ufficio di rappresentanza in Qatar; l’Afghanistan, tenuto all’oscuro, si è subito dichiarato contrario all’iniziativa, ma solo fin quando gli americani non lo hanno coinvolto direttamente; i taliban, convinti di essere a un passo dall’accesso al potere, rifiutano di dialogare con un governo che considerano illegittimo ma, nel frattempo, siedono a più di un tavolo con i membri dell’High Peace Council e dei servizi afghani (il che, implicitamente, significa riconoscerne un ruolo) e, cosa più importante, avranno un loro rappresentante in Qatar, un interlocutore fisico, rappresentativo e, fattore non secondario, definito. Insomma, nulla di sorprendente a ben vedere, tutto sta nel guardare il dramma afghano nella giusta prospettiva: la prospettiva del “parziale” disimpegno militare internazionale, per quanto gli Stati Uniti siano ben avviati verso la strategic partnership che consentirà loro di mantenere basi strategiche in Afghanistan.
Una presenza a lungo termine, quella statunitense, di cui si è discusso nel corso del vertice trilaterale Afghanistan-Pakistan-Iran appena concluso; un incontro, tra i presidenti dei tre paesi, che ha dimostrato ancora una volta quanto gli interessi regionali spingano nella direzione opposta rispetto a quelli strategici degli attori esterni (Usa in primis). Il Pakistan sosterrà formalmente una strategia di uscita dal conflitto attraverso un’iniziativa di pace solamente se questa sarà a guida afghana riuscendo così ad accontentare almeno due delle tre parti, Washington e Kabul. I taliban, prima di esprimersi favorevolmente hanno però chiesto una prova della buona fede statunitense: la liberazione dei compagni detenuti a Guantanamo; al momento però tutto tace, per quanto non è escluso che informalmente qualcosa possa andare nella direzione desiderata dall’Emirato Islamico.
I taliban sono stanchi di combattere, questo è verosimile, ma sono ben lontani dal pensare di fermarsi proprio adesso che avvertono la possibilità di ottenere grandi soddisfazioni, con un Pakistan compiacente alle spalle e risultati concreti sul campo di battaglia; questo gli Stati Uniti lo hanno capito? La risposta a questo domanda non è poi così scontata guardando alla confusa tattica del “combattere e negoziare” con i taliban che pare riflettere un disegno strategico altalenante nei confronti del Pakistan: ora «amico dei terroristi», ora «alleato necessario». E anche il Pakistan pare aver ben compreso l’utilità del tenere sotto pressione Washington; a parole – e la cosa non è trascurabile – Islamabad sosterrà l’Iran in caso di azioni militari da parte di forze straniere, almeno stando a quanto dichiarato dal media pakistano Geo secondo il quale il presidente pakistano Asif Ali Zardari avrebbe promesso all’omologo iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, il proprio «appoggio qualora Teheran dovesse subire attacchi dall’esterno».
Una guerra di parole che non aiuterà certamente l’Afghanistan, di fatto in guerra già da troppo tempo.

di Claudio Bertolotti

domenica 12 febbraio 2012

Diplomazia e propaganda

Anche i taliban si interessano agli sviluppi di politica interna e relazioni internazionali. E infatti non hanno perso tempo giungendo a dichiarare formale vittoria attraverso il loro sito internet.

L’Emirato Islamico dell’Afghanistan, affermano i taliban, «ha dimostrato al mondo intero di essere uno Stato funzionale ed efficace, tanto sul piano politico quanto su quello militare». E proprio questa presunta capacità li indurrebbe a «non accettare imposizioni provenienti da potenze che, dopo una guerra più che decennale, hanno dovuto cambiare politica strategica ammettendo l’impossibilità di poter assoggettare gli afghani».

Quello che emerge dalle parole dei taliban – che si definiscono «non fenomeno tribale ma movimento ideologico e nazionale in grado di imporre e gestire un processo politico definito e pragmatico – è l’orgoglio di una cultura indipendente, poco propensa a soluzioni imposte e ben decisa ad affrontare il problema anche a costo di pesanti sacrifici» pur di giungere a soluzioni di compromesso che apriranno la strada, con molta probabilità, ad altre rivendicazioni e pretese.

Nel frattempo, è tornato a far parlare di sé anche un altro attore storico delle passate e presenti battaglie afghane, Gulbuddin Hekmatyar, il quale, in conclusione della propria analisi, ha sentenziato il fallimento della guerra statunitense in Afghanistan e l’illegittimità della Strategic Partnership Stati Uniti-Afghanistan.