Afghanistan Sguardi e Analisi

Afghanistan Sguardi e Analisi

"
Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

domenica 27 aprile 2014

Roma 10 maggio - L’AFGHANISTAN IN TRANSIZIONE

L’AFGHANISTAN IN TRANSIZIONE

CONVERSAZIONI SULL’EURASIA (E OLTRE)

ROMA sabato 10 maggio 2014 ore 18.00 (sala Musica)
La Civiltà Cattolica, via di Porta Pinciana 1, Roma

Intervengono
FEDERICO DE RENZI turcologo
CLAUDIO BERTOLOTTI Analista Strategico
FRANCESCO BRUNELLI ZANITTI IsAG
NIMA BAHELI analista geopolitico
 
Modera Luciano Larivera S.I. La Civiltà Cattolica

Per informazioni: larivera.l@gesuiti.it

sabato 5 aprile 2014

Intervista a C. Bertolotti. Afghanistan: si sceglie il dopo Karzai


Claudio Bertolotti, analista strategico e membro dello Strat-Group della Società Italiana di Scienza Politica, analizza per oltreradio.it le importanti elezioni presidenziali che sceglieranno in Afghanistan il successore di Hamid Karzai.
La questione sicurezza, i competitor più accreditati, la minaccia dei Taleban, l'eredità di Karzai, il Paese dopo la fine del 2014: i passaggi dell'analisi (vai all'audio radio).

mercoledì 2 aprile 2014

Elezioni afghane: Le urne di Kabul alla sfida della governabilità




di Claudio Bertolotti

L’Afghanistan è ufficialmente pronto per le presidenziali del 5 aprile: 6.431 i seggi elettorali dichiarati “sicuri” sul totale di 6.845. La realtà è però lontana dall’immagine che si vorrebbe trasmettere: la sicurezza delle aree periferiche non è garantita, l’organizzazione elettorale procede a rilento, il numero di cittadini iscritti al voto è ridotto e ancora più limitata sembra essere la partecipazione femminile.
Tutte premesse a una situazione instabile a cui si accompagnano gli infruttuosi “dialoghi politici” con i gruppi di opposizione armata e i tentativi di revisione (e riduzione) dei diritti costituzionali - in particolare quelli delle donne chiesta dalla Comunità internazionale per convincere i gruppi insurrezionali ad accettare una soluzione negoziale (argomento a cui i media daranno scarso risalto, ma che la stessa Comunità internazionale ha messo in conto).
 
Karzai a colloquio con i taliban
Stati Uniti e attori regionali guardano con favore a un “balance of power” tra i gruppi etno-religiosi afghani: un bilanciamento “adeguato” tra gruppi di potere pashtun e le altre minoranze.
Hamid Karzai, sospeso il dialogo formale con Washington, ha avviato un intenso colloquio con i taliban. Non è esclusa un’intesa volta a preservare gli equilibri di potere nell’area di Kandahar, dove i Karzai mantengono interessi politici ed economici.
Sul fronte opposto, i taliban contrasteranno con la forza le elezioni in quanto “illegittime” e “anti-islamiche”: una minaccia che, guardando al recente passato, contribuisce ad aumentare il livello di preoccupazione.

Pashtun e tagichi
I pashtun, gruppo predominante al sud e all’est, storicamente al potere in Afghanistan e sostenuti dall’esterno dal Pakistan, si muovono attraverso linee di demarcazione etno-culturale. In particolare, il gruppo dei “Durrani” di Kandahar (del quale fa parte la stessa famiglia Karzai) ha avviato una “collaborazione inter-etnica” per ridurre la dispersione di voti e aumentare la possibilità di accesso di un proprio candidato alla presidenza. Tra Qayum Karzai (fratello dell’attuale presidente), Gul Agha Sherzai, Muhammad Nader Na’im e Zalmai Rassul, la scelta è ricaduta su quest’ultimo, nonostante un primo orientamento su Qayum Karzai (ritiratosi dalla competizione in favore di Rassul: difficile non immaginare un ruolo attivo di Hamid Karzai in tale scelta razionale).
Tra i tagichi, l’importante gruppo etnico e di potere antagonista ai pashtun, presente prevalentemente a nord e a ovest del paese e sostenuto da alcuni attori regionali (tra i quali Iran, Russia e Tajikistan), gli equilibri sono recentemente mutati con la scomparsa di Muhammad Qasim Fahim, l’influente signore della guerra anti-taliban, nonché vice-presidente dell’Afghanistan e garante del sostegno a Karzai da parte delle comunità del nord. Fahim era destinato a giocare un ruolo importante nell’Afghanistan post-elettorale; una scomparsa che lascia spazio di manovra a un altro influente tagico: Ismail Khan, anche lui potente signore della guerra, già governatore di Herat e candidato vice-presidente nella lista di Sayyaf, uomo capace di accendere gli animi inquieti di quella componente tagika indisposta al “dialogo” con i taliban.

Abdullah e Ghani favoriti
Nel complesso, oltre la metà degli elettori è disposto a sostenere un candidato disponibile al dialogo con i gruppi insurrezionali ed auspica la vittoria di un soggetto propenso alle buone relazioni con il Pakistan; 60%  guarda con favore a relazioni durature con gli Stati Uniti. A pochi giorni dall’appuntamento elettorale, l’interesse dell’opinione pubblica è aumentato, sebbene vi sia almeno un terzo di elettori indecisi o potenziali non votanti.
 
Dunque, quale il futuro politico dell’Afghanistan?
È probabile che nessuno dei candidati otterrà più del 50% cento dei voti; ciò imporrà accordi negoziali tra le parti e con quelli che potrebbero essere gli esclusi dalla seconda tornata elettorale.
Abdullah Abdullah, l’ex ministro degli Esteri, metà tagico e metà pashtun, e Ashraf Ghani Ahmadzai, ex ministro delle Finanze di etnia pashtun, sono dati per favoriti: il primo in grado di raccogliere il consenso dell’elettorato tagico e di quello, seppur limitato, femminile, il secondo più convincente per quello di estrazione urbana.
E Zalmai Rassoul, ministro degli Esteri uscente, pashtun apprezzato anche dai tagichi, rappresenta la terza potenziale incognita, anche grazie al sostegno di Qayum Karzai.
Poche speranze rimangono per gli altri concorrenti, il cui ruolo potrebbe riservare qualche sorpresa in occasione del secondo turno elettorale: Abdul Rab Rassul Sayyaf e Gul Agha Sherzai.
Nel complesso, date le premesse, è facile prevedere un’inquieta fase post-elettorale a causa delle irregolarità e dei brogli che verranno denunciati. Dato per scontato che un’unica coalizione politica non riuscirà a prevalere, lo stato di incertezza sarà amplificato dalle dinamiche multilivello che spingeranno ad accordi in vista del secondo turno elettorale dove il candidato più accreditato, Abdullah Abdullah, potrebbe vedersi contrapposto a un’unica grande coalizione pashtun.
Molto dipenderà da come gli stessi pashtun nel sud del paese voteranno – e quanti voteranno –, anche in relazione alla forte influenza dei taliban in quella parte dell’Afghanistan.

giovedì 6 marzo 2014

Afghanistan: electoral processes and security concerns


by Claudio Bertolotti

in CeMiSS Military Centre for strategic Studies Quarterly 3, Autumn 2013 (pp. 75 - 77)

News about energy and infrastructures
Talks on the Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India (TAPI) gas pipeline project are in progress, even though Pakistan refused to participate to the quadrilateral held on 22 August as a result of the escalation of violence along the Line of Control. The meeting coincided with the visit to India by representatives of the US State Department and Chevron (interested in investing in the TAPI) to discuss issues regarding the TAPI project.
At the moment, Islamabad is left with two options:
1. either dropping the IP pipeline project or getting the support of large international stakeholder (as China);
2. starting to take shape as China is keen on linking the IP pipeline with the touted 2,000 km-long Kashgar-Gwadar transport corridor.
It is not excluded that China and Pakistan will sign a Memorandum of Understanding to develop the Kashgar-Gwadar corridor that some sources say will include the IP gas pipeline.
At the same time, the main  Amu Darya basin oil extraction project (result of a joint venture between the China National Petroleum Corporation and Afghanistan’s Watan Oil and Gas) has been halted in northern Afghanistan due to the lack of a transit agreement for the extracted product. The extraction of oil began last October without a transit agreement with the Uzbek government. Jalil Jumriany, Policy Director at the Ministry of Mines, affirmed that talks are underway for an agreement with the Uzbek government.
The Herat main airport would be reconstructed with financial support from Italy and Spain. The comprehensive renovation of Herat International Airport is expected to cost four/seven million dollars, but the contract is not yet solidified.
Governor Wahidi said that he already talked with officials from the Italian Embassy; (former) Italian Prime Minister, Enrico Letta, confirmed that Italy would support the airport's reconstruction.
Spanish officials have also agreed to cooperate with Italy in the airport reconstruction.
The Herat International Airport, regardless of its name, does not support international flights. It is only a hub for daily flights to and from Kabul.


The electoral process is ongoing: real concerns about the Afghan ability to deliver on its election promises.

 Following the examination reported on CeMiSS Quarterly Summer n. 2/2013, according to the Afghan Independent Election Commission (IEC), the candidates interested to participate to the Afghan presidential election running (planned in April 2014) are required to register between 16 September and 06 October. Although (at 8th of September) no party has yet formally announced names of presidential nominees, several names of potential contenders have emerged. These include:
- Umer Daudzai, an ethnic Pashtun, currently Afghan ambassador to Pakistan.
- Abdullah Abdullah (who ran against President Karzai in the 2009 presidential election), former Afghan foreign minister and current chief of the National Coalition of Afghanistan party.
- A
bdul Rasool Sayyaf, former Mujahedeen commander and at present chief of Islamic Dawah Organization of Afghanistan.
Several local sources reported President Karzai urged Afghan political parties to support Sayyaf. Karzai didn’t confirm his support to Karzai.
Hezb-i-Islami Afghanistan (HIA) would field a presidential candidate if their demands were endorsed. Gulbuddin Hekmatyar, leader of the party, offered the Kabul government a two-point proposal for his group’s participation in the 2014 presidential election:
- a complete pull out of foreign troops and
- vote transparency.
What is important to underline is that while HIA’s participation is welcomed but, more important, it is the Taliban (Mullah Omar’s group) that need to be co-opted. In April, President Karzai affirmed that Taliban leader Mullah Mohammad Omar could officially run for the presidency next year on the condition that the group broke ties with al-Qaeda and renounced violence; but in August Mullah Omar himself stated he will not participate to electoral competition.
Finally, it is reported a limited participation of women in the election process, (Pajhwok). The main issues restraining women participation include lack of access to remote areas due to weather constraints, an insufficient number of mobile voter registration centers, and the presence of armed opposition groups discouraging residents from obtaining voter cards.
 


Security viewpoint 
Afghan President Hamid Karzai met the Prime Minister Nawaz Sharif over the stalled peace process. Karzai urged Pakistan to facilitate peace talks by providing opportunities for contacts between the Taliban and the Afghan High Peace Council. Sharif assured Karzai of Pakistan’s support for peace and reconciliation in Afghanistan, a peace process that – according to Pakistan recommendations –  has to be inclusive, Afghan-owned and Afghan-led. However it is uncertain whether Sharif wields sufficient influence to convince the Taliban to discuss with Afghan President Karzai. During the visit, President Karzai also requested the release of high-ranking Taliban detainees held in Pakistan who might act as interlocutors in the peace negotiations, as Mullah Abdul Ghani Baradar (detained in Karachi in 2010).
In addition, Islamabad and Washington are weighing the option of shifting the Taliban's political office from Qatar to another country in a bid to revive the stalled reconciliation process in Afghanistan. The option came under discussion during US Secretary of State John Kerry's recent visit to Islamabad, where the two sides explored a variety of ways of breaking the deadlock in peace negotiations.
Furthermore, Afghanistan’s second Vice President Mohammad Karim Khalili visited India with a high level ministerial delegation on 20 August in order to discuss security related issues as the NATO troop withdrawal draw near. The meeting was mainly focused on enhanced military cooperation. Afghan army and police officers are trained in Indian academies and India is planning to supply Afghanistan with vehicles and helicopters.
President Karzai has created a new team of high-profile negotiators in order to solve the stalled negotiations between Afghanistan and US. The new negotiation committee, consisting of the president’s national security adviser Rangin Dadfar Spanta, former Finance Minister Ashraf Ghani Ahmadizai and Foreign Minister Zalmay Rasul, is expected to facilitate the process toward an agreement. The new team of negotiators will discuss role, shape and legal status of US military forces and civilian trainers in post-2014 mission.
A recent increase in the activities of militants from Central Asia, such as the Islamic Movement of Uzbekistan (IMU), in northern Afghanistan indicates that they intend to take advantage of the security vacuum that may ensue post-2014. The magnitude of recent insurgents attacks in northern Afghanistan shows an effort to gain a country-wide presence ahead of the drawdown of NATO forces. Central Asian militants fit into this setting as experienced and trusted allies for the Taliban who have some affinity to Tajik and Uzbek communities in the area.


Latest news, in brief:

- Ghazni, Kandahar, Wardak and Zabul: provincial governors met to discuss improvements to one of the most volatile parts of Afghanistan’s highway system, the Kabul-Kandahar highway.
- Herat province: local authorities reported that clashes between the security forces and Taliban militants on the Kandahar-Herat highway killed at least 83 people including eleven security forces and 72 militants.
- Farah province: a bomb exploded in near a vehicle carrying the provincial commander of the National Directorate of Security (NDS) Abdul Samada, killing and wounding civilian people and security personnel.


Brief analysis

Infrastructural reconstruction and strategic projects are slowly in progress, due to lack in security.
Regionally speaking, Pakistan could be not able to contrast the Afghan Taliban offensive and it is not sure a constructive role of Islamabad as facilitator in peace talks process.
In brief, security agreement between Afghanistan and the United States will be defined and signed but it could have consequences merely on political dynamics.
In general, the security situation in Afghanistan is worsening because of the Nato withdrawal. It is assessed that in a short-term violence, criminality and insurgents activity will increase further.

giovedì 30 gennaio 2014

CULTURAL AWARENESS. Il manuale per gli operatori in Afghanistan: la Linea guida di Afghanistan Sguardi e Analisi


È finalmente disponibile il manuale del corso di AFGHAN CULTURAL AWARENESS:

Linea guida per operatori civili e militari al corretto approccio socio-culturale

Una descrizione  completa e ad ampio spettro: dal quadro geopolitico e geostrategico di cui il Paese è parte, alle dinamiche politiche e sociali interne, agli usi, i costumi e le tradizioni dei "popoli afghani".

In attesa di pubblicazione
Disponibile in versione prestampa

A partire dall’analisi della stratificata società afghana. Dei suoi usi, costumi e delle molteplici tradizioni, del complesso intreccio culturale e religioso, il testo descrive il “profilo socio-culturale” e politico dell’Afghanistan contemporaneo: le dinamiche, le ragioni, le evoluzioni di un conflitto di ampia portata, sono qui definite grazie allo “studio sul campo” e all’analisi open source intelligence (OSINT).
«Afghanistan Sguardi e Analisi» è la linea guida per operatori civili e militari che si inserisce in un più ampio contesto di informazione e formazione culturale introdotto dall’Autore nel 2009 (e tuttora in corso) che ha coinvolto oltre 4.000 partecipanti.
L’iniziativa recepisce le esigenze manifestate dagli operatori delle Forze Armate, da Organizzazioni governative e non governative e contribuisce alla riduzione del livello di pericolo di “uomini e donne sul terreno”, alla limitazione dei rischi individuali, derivanti da incomprensioni di natura culturale, e al raggiungimento degli obiettivi della missione. In particolare risponde alle esigenze della Nato e dell’Esercito italiano (per saperne di più).

lunedì 27 gennaio 2014

Istituto di Affari Internazionali: La Nato nell'Afghanistan che verrà

di Claudio Bertolotti

Se il 2013 si è chiuso con un sostanziale nulla di fatto per il dialogo negoziale, il 2014 si annuncia come anno cruciale per l’Afghanistan: elezioni presidenziali e formalizzazione del Bilateral Security Agreement da cui dipende la permanenza militare straniera. Questi appuntamenti s’inseriscono in un quadro generale che non lascia spazio all’ottimismo. Il 2015 vedrà la Nato in Afghanistan sotto una nuova veste: la missione dell’Alleanza muta nome, dimensioni e mandato, ma non cambiano i principi regolatori di una presenza a lungo termine. 

Dialogo complesso
La ricerca del dialogo e i suoi ripetuti “stop-and-go” hanno dimostrato quanto poco gli “attori protagonisti” della guerra afghana siano disposti a concedere: un approccio che contrappone il lungimirante “attendismo opportunista” dei talebani al disperato “stallo dinamico” di Stati Uniti e alleati. Una strategia che si è dimostrata favorevole ai primi che hanno alzato la posta in gioco nell’attesa di sviluppi politici e militari. Sviluppi che, sul piano operativo, si sono concretizzati nei cosiddetti “attacchi spettacolari” dal forte impatto mediatico ed emotivo - in particolare gli attacchi suicidi - a fronte di una diminuzione di azioni contro gli uomini della missione Isaf, ma con conseguente incremento di attacchi contro le forze di sicurezza afghane. Un trend che, salvo imprevisti, sarà confermato anche nel 2014.

La fase “transition” della missione Isaf, che ha visto il governo afghano assumere la responsabilità della sicurezza, ha dato vita a due fenomeni tra loro collegati. Da un lato è diminuito il territorio sotto il controllo governativo; dall’altro, la riduzione delle forze straniere ha portato a un peggioramento della sicurezza e all’aumento delle capacità operative insurrezionali.

Orizzonti incerti
Sul piano politico gli orizzonti afghani sono incerti. Il processo elettorale che consegnerà all’Afghanistan un nuovo presidente procede a rilento, ridotto è il numero di cittadini iscritti al voto, ancora più limitata la partecipazione femminile. Tutte premesse a una situazione politica instabile.
Lo stato afghano, incapace di ottenere il monopolio della forza, dipendente dagli aiuti economici e militari stranieri, non è lontano dal fallimento sostanziale. Le sue forze armate, falcidiate da diserzioni e perdite in combattimento, mancano di logistica e supporto aereo e sono in grado di garantire un livello di sicurezza minimo nelle aree urbane, ma non in quelle periferiche del paese.
La chiusura della missione Isaf è il simbolico spartiacque dell’impegno internazionale in Afghanistan, un impegno che passerà da “combat” ad “advising”. Nel complesso, il sostegno della Nato non sarà più in grado di assicurare un capillare supporto operativo, ma garantirà agli Stati Uniti la disponibilità di basi strategiche su suolo afghano. Un’analisi in prospettiva impone di considerare gli elementi influenti sugli sviluppi dell’Afghanistan contemporaneo: il sostegno politico-economico internazionale, gli interessi delle potenze regionali, la permanenza della Nato. A questi si contrappongono il calo d’interesse generale per l’Afghanistan, un’endemica corruzione, l’assenza di una classe dirigente competente, disagio sociale, criminalità, un’insurrezione incontrastata e l’impreparazione delle forze di sicurezza afghane. Le minacce alla stabilizzazione sono la cronica conflittualità, il ridotto sostegno popolare alla presenza straniera, l’incapacità dello stato, i solidi legami tra gruppi di opposizione armata e druglord regionali.

Sul piano politico-sociale si prevedono effetti conseguenti alla contrapposizione centro-periferia, all’accesso dei gruppi di opposizione a forme di potere, al rischio di brogli elettorali. Inoltre, sulla sicurezza influirà il ruolo di primo piano dei gruppi di opposizione, imbattuti, militarmente validi, sebbene incapaci di sconfiggere Isaf e le forze afghane. Anche per questo motivo non è esclusa una riapertura del dialogo negoziale; la contropartita potrebbe essere una spartizione del potere e una parziale rinuncia ai diritti costituzionali. Infine, il ruolo politico ed economico delle potenze regionali sarà rilevante, anche in virtù dell’accesso alle risorse minerarie ed energetiche. 

Nuovo impegno militare
Per il biennio 2014-2015 è prevedibile uno scenario caratterizzato da maggiore violenza, ridimensionamento del ruolo dello stato, pressione delle forze insurrezionali, instabilità politico-sociale. Al contempo, l’Afghanistan si avvia verso il nuovo impegno militare della Nato. Due le ipotesi al vaglio, una possibile (8mila soldati) e l’altra probabile (12-15 mila soldati). La prima ipotesi - “Kabul-centric” - finalizzata al controllo del centro a fronte di un abbandono, de facto, delle aree periferiche, non escluderebbe un accordo di compromesso tra governo afghano, Stati Uniti, Pakistan e i talebani. La seconda - “Regional-Limited”- prevedrebbe una dislocazione delle truppe presso i principali comandi regionali (Kabul, Herat - sotto la responsabilità italiana -, Kunduz, Kandahar e Helmand). La prima ipotesi, di fatto, sarebbe un’implicita ammissione di fallimento della missione Isaf; la seconda, in grado di garantire capacità di supporto e intervento, è razionale e lungimirante ma non precluderebbe ulteriori sviluppi della missione.

* Questo articolo è una sintesi del contributo di analisi per “Prospettiva Generale 2014” del CeMiSS (in via di pubblicazione). Claudio Bertolotti (Ph.D) analista strategico, ricercatore senior presso il Centro militare di Studi Strategici e docente di "società, culture e conflitti dell'Afghanistan contemporaneo", è stato capo sezione contro-intelligence e sicurezza di Isaf in Afghanistan. Opinionista, autore di saggi, analisi e articoli di approfondimento sul conflitto afghano. ISSN 2280-9228 (Istituto di Affari Internazionali)

venerdì 24 gennaio 2014

VERSO LA CHIUSURA DI ISAF. Al via il nuovo impegno della NATO in Afghanistan: due ipotesi di impiego


di Claudio Bertolotti

Karzai e una soluzione per l’Afghanistan: una contraddizione di termini
Procede a singhiozzo il processo negoziale sul Bilateral security Agreement (Bsa) tra Stati Uniti e Afghanistan. Dopo aver preteso e imposto l’arbitrato di una Loya Jirga istituita ad hoc (21-24 novembre), sebbene al di fuori dell’ordinamento costituzionale, il 24 novembre il presidente afghano Hamid Karzai ne ha rigettato il responso (tecnicamente la “raccomandazione finale” che avrebbe autorizzato una presenza “vincolata” di truppe straniere) poiché non in linea con l’indirizzo politico del governo. Un atteggiamento che ha sorpreso, non poco, sia gli osservatori afghani sia gli analisti politici e strategici della Comunità internazionale.

Lo strategico bluff afghano: un passo avanti, un passo indietro
Sebbene Karzai abbia convocato e organizzato la Loya Jirga nazionale per essere sostenuto nelle sue decisioni politiche, la dichiarazione finale della presidenza afghana ha contestato proprio la decisione, espressa a maggioranza, di questa, affermando che la firma dell’accordo potrà avvenire esclusivamente a seguito di ulteriori passi avanti nel processo negoziale tra i due governi e, in particolare, dopo che il comando della missione Nato-Isaf (leggasi Usa) avrà messo fine ai cosiddetti raid notturni all’interno delle abitazioni civili afghane; una questione, quest’ultima, che sembrava già essere stata risolta, o comunque superata, proprio in seno alla Loya Jirga.

Inoltre, sempre Karzai, ha esplicitato il proprio intendimento di non procedere alla firma dell’accordo prima delle elezioni presidenziali in calendario per il prossimo aprile. Molto in là, sul piano temporale, troppo in là su quello politico e diplomatico.

Sibghatullah Mujadidi, un alleato di vecchia data di Karzai che ha presieduto la Loya Jirga, ha minacciato di rassegnare le proprie dimissioni e di abbandonare il paese se Karzai dovesse decidere di non firmare l’accordo oggetto di discussione. Una minaccia caduta nel vuoto, tra  la frustrazione e l’esasperazione generale – in particolare tra molti dei candidati alle elezioni presidenziali del 2014.

L’endorsement della Loya Jirga al Bsa, che avrebbe dovuto determinare “formalmente” (benché, come abbiamo detto, al di fuori da qualunque formula di giustificazione costituzionale), l’entità e il mandato delle truppe statunitensi dopo la chiusura della missione “combat” prevista per il dicembre 2014, dunque non è stato gradito da un presidente sempre più in balia di indefiniti umori politici e frustrazioni diplomatiche.

Hamid Karzai, a parole, dichiara dunque di non volere temporaneamente procedere alla firma dell’accordo. Ma più concretamente, quali sono gli sviluppi del processo di transizione e nel sostegno allo stato afghano?

James Cunningham, ambasciatore statunitense a Kabul, si limita a prendere atto dell’invito della Loya Jirga rivolto a Karzai per una conclusione dell’accordo ponendo come termine ultimo la fine di dicembre. L’alternativa, paventata sul piano diplomatico, potrebbe essere l’“opzione zero”, ossia il ritiro totale delle truppe straniere dal suolo afghano. Un’ipotesi, de facto, poco plausibile a cui potrebbe seguire un’ancora più improbabile eventualità, ossia un accordo di pace in tempi brevi con i taliban.

Dunque, che fare di un Afghanistan che non presenta opzioni di soluzione a portata di mano?

Almeno sul piano teorico, non è chiaro ciò che potrebbe accadere nei prossimi mesi; ma la realpolitik non lascia spazio a dubbi, semmai a preoccupazioni concrete.

Karzai dice di non voler firmare l’accordo, se non dopo le elezioni presidenziali – dunque, essendo lui non candidato, il problema passerebbe al suo successore –, e comunque dopo che gli Stati Uniti (da lui provocatoriamente qualificati come un “male” e responsabili del fallimento elettorale del 2009) e il Pakistan avranno reso possibile un accordo negoziale con i gruppi di opposizione armata, in primis i taliban dell’Emirato islamico, e liberato tutti i prigionieri con cittadinanza afghana detenuti presso il carcere sui generis, extraterritoriale ed extra-giurisdizionale, di Guantanamo; ma Karzai, conscio di non poter pretendere la liberazione di alcuno che sia detenuto dagli Stati Uniti,  è altresì consapevole di non essere in grado di garantire la stabilità del suo paese, né un minimo livello di sicurezza, né di contenere un’eventuale offensiva insurrezionale senza il contributo militare straniero (al vertice della Nato del maggio 2012, la comunità internazionale si è impegnata a contribuire all'addestramento, all'equipaggiamento e al mantenimento delle forze di sicurezza locali con 4.1 miliardi di dollari fino al 2017; di questi, due miliardi a carico degli Stati Uniti) e, cosa ben più importante, di perdere l’aiuto economico della Comunità internazionale (16 miliardi di dollari in aiuti decisi nel luglio 2012 a Tokyo). In breve, Karzai starebbe bluffando, ma consapevole della visione (e della priorità) strategica della controparte statunitense.

Gli Stati Uniti, non hanno alcuna intenzione di lasciare l’Afghanistan – poiché ciò si tradurrebbe in una rinuncia alle basi strategiche operative su suolo afghano –, sebbene minaccino a gran voce di ritirare tutte le truppe attualmente presenti, privando così le forze di sicurezza di Kabul del necessario e fondamentale sostegno alla sicurezza del paese. Anche gli Stati Uniti stanno bluffando.

I gruppi di potere politico ed economico afghani cercano di conservare le proprie prerogative garantendo gli equilibri ma spingono, direttamente e indirettamente, verso un ancestrale conflitto di faglia che si muove su linee di demarcazione etno-culturale (che per semplificazione possiamo definire “fronte pashtun” versus “fronte non-pashtun”) e interessi legati al narcotraffico. Nessun bluff, è un dato di fatto.

Infine, i taliban non accettano di sedere al tavolo negoziale con il governo di Kabul poiché lo considerano (almeno sul piano propagandistico) un “governo fantoccio” alle dipendenze degli Stati Uniti. Al contempo, i seguaci del mullah Omar minacciano grandi offensive, attacchi spettacolari e nessuna pietà per tutti i collaborazionisti: con buona probabilità – grande offensiva a parte – questo non è un bluff. Intanto osservano la scena dall’esterno, traendo beneficio dal narcotraffico che la guerra alimenta e sostiene, guadagnando tempo, e raccogliendo i frutti di un successo indiretto ogni giorno che passa e che si avvicina al ritiro del grosso delle truppe straniere dall’Afghanistan.

Breve analisi conclusiva

Dunque – bagarre politico-diplomatiche a parte – l’Afghanistan del 2014 si avvia, sebbene a rilento, verso una scontata formalizzazione del Bsa. Un accordo che, nella sostanza prevederà l’inizio di un nuovo impegno militare a partire dal 1° gennaio 2015 sino a tutto il 2024, e oltre, con tacito assenso o con risoluzione dell’accordo da parte di uno dei due soggetti firmatari con almeno due anni di preavviso.
Una presenza militare di supporto e assistenza (limitata), concentrata su attività “advising” e non più prettamente (ma non escluso a priori) “combat”.
Un impegno la cui natura ed entità è stata valutata di circa 12.000 truppe multinazionali, fino ad un massimo di 15.000. Due le ipotesi al momento al vaglio degli strateghi militari e basata su scelte di opportunità, sulle capacità esprimibili dalle forze di sicurezza afghane e sul ruolo dei gruppi di opposizione armata.

La prima, tecnicamente “Kabul-centric” prevederebbe una concentrazione di truppe nell’area della provincia capitale; un impegno che, in estrema sintesi, si concretizzerebbe in un tentativo di controllo del centro a fronte di un sostanziale abbandono, de-facto, delle aree periferiche. Un’ipotesi che potrebbe non escludere un possibile accordo preventivo tra governo afghano, Stati Uniti, Pakistan e gli stessi gruppi di opposizione armata (taliban in primis). In questo caso potrebbero essere schierati non più di 8.000 soldati (di questi 2.000/2500 elementi delle forze speciali – due terzi delle quali statunitensi e un terzo della Nato).

Una seconda ipotesi, più impegnativa e denominata “Regional-Limited" potrebbe prevedere una dislocazione delle truppe presso i principali comandi regionali militari (Kabul, Herat, Kunduz, Kandahar, Helmand) per un totale di circa 12.000 truppe complessive ma incrementabili fino a un massimo di 15.000; in questo caso i contingenti sarebbero soggetti a una maggiore pressione da parte dei gruppi di opposizione armata ma garantirebbero una maggiore capacità di supporto e d’intervento (del totale delle truppe, non più di 3.000 potrebbero essere le forze speciali – anche in questo caso due terzi sarebbero statunitensi e un terzo degli altri paesi dell’Alleanza atlantica).

In entrambi gli scenari il rapporto tra forze “convenzionali” e “speciali” sarebbe sbilanciato a favore delle seconde (rispetto all’attuale situazione); ciò lascia intuire la natura degli interventi che le truppe Nato della missione Resolute Support sarebbero chiamate ad effettuare.


(Osservatorio Strategico CeMiSS 9/2013)