La guerra in Afghanistan è stata il leit motiv del summit della NATO a Chicago del 20-21 maggio, e la questione pakistana, al di là delle cortesie diplomatiche riservate al presidente Asif Alì Zardari, ha rappresentato un’occasione per mettere sotto pressione il governo pakistano al fine di definire un rapporto di concreta collaborazione tra Washington e Islamabad. Il Pakistan è necessario, su questo non si discute; in primis per la prosecuzione dei dialoghi con i taliban e per la questione dei rifornimenti logistici che proprio dal Pakistan devono transitare. Non va poi messa in secondo piano la sua importanza nella stabilità e nella sicurezza a livello regionale. Il Presidente Obama...(Vai al documento completo).
"Afghanistan: Sguardi e analisi" è un blog d'informazione indipendente sull'evoluzione della guerra e dei conflitti in Afghanistan e sulle ripercussioni di questi sulle dinamiche politiche e sociali locali e internazionali. L'analisi avviene attraverso il monitoraggio costante degli eventi e delle comunicazioni delle parti in conflitto attraverso il web.
Afghanistan Sguardi e Analisi
"Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.
venerdì 29 giugno 2012
lunedì 25 giugno 2012
La prospettiva regionale sulla questione afghana
Gli Stati dell’Asia centrale, riunitisi
a Beijing agli inizi di giugno, hanno dichiarato
di volersi impegnare per assumere un ruolo significativo nel processo di
stabilizzazione dell’Afghanistan in previsione del disimpegno formale delle
truppe internazionali a partire dal 2014; la Cina, ovviamente, ambirebbe al
ruolo di Paese guida.
Il prossimo passo del blocco della Shanghai Cooperation Organization (SCO)
– comprendente
Cina, Russia, e quattro attori dell’Asia
centrale – appare orientata verso una comune politica economica e di sicurezza
che si manifesterà formalmente in regolari riunioni di coordinamento ed
esercitazioni militari congiunte finalizzate alla lotta ai movimenti
separatisti, gli estremismi religiosi e il traffico di droga; insomma un
biglietto da visita politicamente esplicito e mediaticamente accattivante. A
ciò va ad aggiungersi la posizione – palesata dalla Cina attraverso una
dichiarazione del Presidente Hu Jintao sul giornale di Stato, People's Daily – chiaramente anti
intromissione di attori esterni non regionali (i riferimenti sono espliciti) e
a favore di un ruolo forte della stessa SCO.
Come ciò verrà messo in atto ancora non
è chiaro; ciò che invece è evidente è l’impegno di Cina e Russia nel dirigere
l’Organizzazione verso un’attività diplomatica e politica volta a limitare e
progressivamente ridurre l’influenza statunitense nella regione considerata, a
buon titolo, di competenza «locale». Un interessante esercizio diplomatico
funzionale all’opera di avvicinamento tra Mosca e Beijing anche sul piano della
cooperazione militare e della politica internazionale (a tal proposito è
sufficiente ricordare come i seppur tiepidi rapporti tra i due soggetti siano
stati in grado di controbilanciare il peso statunitense nella questione
siriana).
La Russia e i suoi alleati satelliti –
Uzbekistan, Kirghizistan e Kazakistan, ma non il Tagikistan – si sono così
fatti parte attiva nell’agevolare l’uscita delle truppe internazionali
impegnate in Afghanistan alle quali il Pakistan ha – al momento e in maniera
plateale – chiuso le porte di ingresso e uscita; mentre degna di nota è la
riflessione sul futuro delle operazioni militari interessanti la base aerea
Kirghisa di Manas, al centro di un vivace dibattito concentrato sul ruolo delle
basi strategiche degli Stati Uniti nella regione.
La Cina, confinante con l’Afghanistan
attraverso uno stretto lembo di terra, è però il più dinamico e intraprendente
tra gli attori regionali (e non solo quelli) interessati alle potenzialità
economiche e agli sviluppi afghani. E tra le speranze di Kabul – con
particolare riferimento al disimpegno statunitense e alla conseguente riduzione
di investimenti occidentali in conseguenza del disimpegno militare – vi è proprio
un interessamento cinese verso le risorse minerarie ed energetiche del
sottosuolo afghano; un interesse che, in verità, la Cina non ha mai tenuto
nascosto ma che, da sempre, è stato fortemente vincolato alla sicurezza e alla
stabilità dell’Afghanistan. Oggi, con l’accesso dell’Afghanistan nella SCO in
qualità di osservatore, i primi passi verso questo coinvolgimento attivo degli
attori regionali sono stati fatti così come è stata formalmente avviata la
cooperazione a livello economico e per la sicurezza.
Da mille a tremila miliardi di dollari:
tanto è stato stimato il valore del sottosuolo afghano; e la Cina, prima e
meglio di tutti, ha saputo muoversi per aggiudicasi importanti ed esclusivi
contratti. La National Petroleum Corp. è stata la prima compagnia di Stato
cinese ad aver ottenuto il diritto di effettuare prospezioni per la ricerca di
gas e petrolio, tre anni dopo l’autorizzazione ottenuta dalla China
Metallurgical Construction Co. per lo sfruttamento dei giacimenti minerari di
Aynak, nella provincia di Logar. A corollario del’impegno verso le risorse del
sottosuolo, la Cina ha avviato significativi e politicamente appaganti
investimenti nel processo di ricostruzione dell’Afghanistan, attraverso
progetti di sostegno allo sviluppo economico locale, attività di sostegno,
addestramento ed equipaggiamento di unità militari e organizzazioni governative
e, ancora, investimenti infrastrutturali e nell’educazione; insomma un ruolo di
primo piano ed estremamente raffinato per un attore che non ha neppure un soldato
impegnato nella lunga guerra afghana.
Anche la Russia, nel suo piccolo, ha
voluto dare un contributo significativo sul piano del sostegno allo sviluppo
afghano e lo ha fatto attraverso la ricostruzione e riattivazione delle
centrali elettriche e delle dighe costruite in epoca sovietica impegnandosi al
tempo stesso in attività di ricerca ed estrazione delle risorse minerarie del
sottosuolo – in questo ponendosi come competitor nei confronti della Cina – e,
contemporaneamente, implementando le proprie capacità intelligence in
Afghanistan con il fine ufficiale di contrastare con efficacia il narcotraffico
verso la stessa Russia.
Volendo considerare quello attuale come
un possibile processo di costruzione di un’«identità asiatica», è evidente
quanto ciò non possa di certo rappresentare un risultato auspicabile sullo
scacchiere geopolitico disegnato dagli Stati Uniti. Ma la realtà dei fatti, o
almeno ciò che appare evidente – al di là dei risultati sinora ottenuti – è il
ruolo sempre più significativo e di primo piano che la SCO starebbe definendo
per sé stessa nella successiva fase delle competizioni afghane.
martedì 5 giugno 2012
Taliban, oppio e consenso: Il segreto del successo dell’opposizione armata
Il cambio della strategia e il nuovo corso della guerra afghana proiettata verso la necessaria e “irreversibile” transizione, hanno indotto a una riduzione dell’attenzione mediatica sul conflitto, in particolare sul ruolo dei taliban sul campo di battaglia convenzionale e su quello politico e sociale. Eppure, anche nel dodicesimo anno di guerra i taliban hanno ottenuto buoni risultati nell’opera di allargamento operativo che dal sud e dal sud-est li ha spinti anche verso il nord e l’ovest. La loro espansione è stata caratterizzata da un eccezionale progresso sul terreno della tattica militare: più e maggiormente sofisticate tecniche di imboscata, attacchi suicidi perfezionati, Ied sempre più devastanti, attacchi multipli coordinati, rapimenti e uccisioni mirate con lo scopo di demoralizzare funzionari locali e stranieri. Tattica militare e politica accorta hanno consentito ai gruppi di opposizione di espandere sempre più la loro presenza sul terreno e tra la popolazione, proprio laddove si è per un po’ concentrato lo sforzo maggiore della strategia dell’Occidente: il terreno umano.
La situazione particolarmente critica dimostra come i taliban abbiano perseguito una politica della doppia velocità volta, da un lato, a occupare gli spazi lasciati vuoti dalle forze della Coalizione e, dall’altro, a colpire sempre più incisivamente proprio laddove l’impegno militare delle forze occidentali e governative avrebbe dovuto dimostrarsi maggiormente efficace. I taliban hanno invece dato prova di essere in grado di portare a un escalation della violenza proprio nei punti chiave dell’Afghanistan da pacificare, le provincie di Kandahar, Paktya, Kabul, ma anche Herat, Nangarhar e Kunduz. Le tecniche operativamente e psicologicamente più destabilizzanti sono quelle gli attacchi con ordigni esplosivi improvvisati (Ied, improvised explosive devices) e attacchi suicidi, migliorati con l’applicazione della tecnica Suicide Commando (SC), ma alta è anche la preoccupazione per le azioni tipiche della guerriglia, le imboscate. Ma i mandanti o gli oppositori non sempre sono taliban propriamente detti; il narcotraffico ha portato alla nascita di gruppi para-insorti che si pongono quale obiettivo il massimo profitto dal commercio di droga, nascondendosi formalmente tra i gruppi di opposizione e spesso collaborando con loro, sebbene non condividendone la spinta ideologica o politica. La criminalità dunque si affianca ai gruppi di opposizione uccidendo “rivali in affari”, politici ostili, funzionari dell’apparato di giustizia.
Qual è il segreto del successo dei gruppi di opposizione?
La risposta è data dalla scelta della strategia, tanto ovvia quanto micidiale, che alla fine si è dimostrata essere vincente: l’adattamento a un conflitto asimmetrico fortemente limitante per le capacità iper-tecnologiche delle forze militari straniere. Tale asimmetria ha imposto agli eserciti occidentali di ridurre le potenzialità di manovra sul campo di battaglia imponendo ai suoi soldati di scendere sul terreno del conflitto “corpo a corpo”, contro un “nemico invisibile” in grado di dileguarsi tra la popolazione civile e trovare protezione in essa.
La complessa e strutturata organizzazione dei gruppi di opposizione ha così raggiunto risultati eccezionali muovendosi all’interno delle regole che ha saputo imporre a una guerra apparentemente senza possibilità di successo. Strategia del terrore, organizzazione dell’intelligence, costituzione di un apparato parastatale funzionante, “legittimazione” delle proprie azioni e della propria ideologia: tutto questo ha consentito di gestire l’instabilità afghana a proprio vantaggio attraverso una proficua e indiscriminata campagna di violenza che non si è limitata alle aree periferiche del paese ma che è andata a colpire anche, e sempre più, il cuore stesso del potere politico ed economico dell’Afghanistan; città come Kabul e Kandahar sono state sempre più oggetto di attacchi spettacolari e mediaticamente efficaci.
Sebbene l’Occidente si sia adeguato alla tipologia di conflitto dotandosi di uno “strumento” di guerra differente, ossia la dottrina denominata counterinsurgency, anche i gruppi di opposizione hanno fatto propri gli insegnamenti e le contromisure della lotta all’insurrezione. La lotta per la “conquista di cuori e menti” della popolazione civile ha fatto parte di questo processo evolutivo nella competizione con il nemico sul campo di battaglia, non più terreno – o non solo – ma anche umano. E in questa fase dello scontro il peso della droga, ancora una volta, si è fatto sentire.
Mentre il governo centrale si è, seppur pigramente, impegnato nel processo di eradicazione del papavero da oppio – unica fonte di sostentamento per molte delle comunità rurali dell’Afghanistan – gli insorti ne hanno garantito la sicurezza dei campi, l’acquisto delle produzioni stagionali con pagamenti anticipati e il supporto logistico alle comunità che hanno deciso di dedicarsi a questo tipo di coltura. Le piccole e povere comunità di campagna, dovendo scegliere tra governo e insorti sulla base dei benefit e delle politiche adottate dall’uno e dagli altri, hanno scelto di stare dalla parte di chi è stato in grado di sostenere l’economia locale. Questa è stata la ragione di base per la diffusa tolleranza, quando non di simpatia, verso i gruppi di opposizione da parte delle popolazioni rurali e del parallelo scetticismo misto a ostilità nei confronti del governo centrale e delle forze di sicurezza internazionali considerati incapaci di dare risposte concrete alle necessità sociali di base.
I taliban si sono avvicinati alla popolazione civile con fine ed efficace azione di convincimento basata sulla propaganda e su risposte concrete ai bisogni immediati di comunità ai margini di uno Stato a rischio di fallimento. Gli ambiziosi progetti di rilancio economico non hanno avuto successo, almeno nel breve periodo, e questo è stato accolto, spesso a torto, come un fallimento irreversibile, addirittura un’illusione calcolata a tavolino. Al contrario i taliban, che non sono in grado di proporre modelli di sviluppo su larga scala e a medio-lungo termine, sono stati capaci di sfruttare modelli tradizionali di micro-economia in grado di dare risultati modesti ma concreti sul breve periodo: una strategia che alla fine si è dimostrata essere quella vincente.
Etichette:
Afghanistan,
analisi,
Claudio Bertolotti,
grandemedioriente,
insurrezione,
Islametro,
oppio,
osservatorioiraq,
situazione 2012,
Taliban
lunedì 21 maggio 2012
Summit Nato: Francia che va, Alleanza che resta. La sindrome francese e la posizione dell'Italia nella lunga guerra afghana
La Francia ha dato forfait,
confermando ancora una volta quanto gli interessi di politica domestica
prevalgano su quelli strategici di un’Alleanza sempre più vulnerabile, tanto
sul piano politico che operativo. I soldati francesi se ne andranno dall’Afghanistan
entro la fine dell’anno, almeno stando alle dichiarazioni del neo-Presidente Hollande,
influendo negativamente – in particolare nell’opinione pubblica straniera –
sugli sforzi e i sacrifici (in termini di risorse umane) chiesti e fatti dai
soldati francesi in oltre dieci anni di impegno sul campo di battaglia. Da un
punto di vista prettamente operativo ciò non influirà sugli esiti di una guerra
già formalmente persa (semplicemente poiché non può essere vinta) e
caratterizzata da un frenetico «stallo dinamico», ma sul piano politico i
rischi potrebbero essere potenzialmente disastrosi; quella che si è voluta
definire sindrome francese potrebbe in effetti colpire anche altri governi
appartenenti alla Nato o più semplicemente contribuenti alla missione Isaf,
provocando così un effetto domino destabilizzante, tanto sul campo di battaglia
afghano, che a livello di relazioni internazionali. Insomma il rischio del
“tutti a casa” non è poi così remoto, tutto sta nel vedere come Washington
riuscirà a mantenere unita la vecchia Alleanza Atlantica.
Mi sento quindi di riprendere
le fila da un articolo pubblicato sul blog Afghanistan Sguardi e Analisi qualche settimana fa ma divenuto di estrema attualità proprio in
questi giorni.
Al di là delle esigenze strategiche del nostro principale alleato,
gli Stati Uniti, l’Italia perché rimane ancora in Afghanistan?
Innanzitutto perché vi è la volontà di mantenere un impegno preso undici anni fa. Una scelta di coerenza e di opportunità, su questo pochi dubbi. In secondo luogo è la conferma dell’esistenza e della necessità di un’Alleanza atlantica unita; senza alleati appunto la Nato non avrebbe senso, e questa è la missione di punta della Nato. La lotta al terrorismo è uno slogan molto accattivante (forse più in voga qualche anno fa di quanto non lo sia adesso) ma non è certo quello il vero motivo della nostra presenza in terra afghana, questo credo sia abbastanza evidente. Quella dell’Italia è una questione di opportunità e, per quanto l’impegno militare italiano sia certamente significativo non è però fondamentale; 4000 soldati su 130.000 non fanno la differenza ma danno l’idea di un’Alleanza che funziona, nonostante tutti i limiti dimostrati in altri recenti fronti di guerra, e che è in grado di muoversi unita. In questo senso è auspicabile che altri Stati contribuenti alla missione afghana non siano colpiti dalla cosiddetta “sindrome francese” che provocherebbe un ritiro eccessivamente accelerato delle truppe e, di conseguenza, un danno irreparabile all’attuale strategia di ritiro progressivo (per quanto non certamente lento e forse non adeguato a quelle che sono le necessità operative e, forse, anche politiche).
Innanzitutto perché vi è la volontà di mantenere un impegno preso undici anni fa. Una scelta di coerenza e di opportunità, su questo pochi dubbi. In secondo luogo è la conferma dell’esistenza e della necessità di un’Alleanza atlantica unita; senza alleati appunto la Nato non avrebbe senso, e questa è la missione di punta della Nato. La lotta al terrorismo è uno slogan molto accattivante (forse più in voga qualche anno fa di quanto non lo sia adesso) ma non è certo quello il vero motivo della nostra presenza in terra afghana, questo credo sia abbastanza evidente. Quella dell’Italia è una questione di opportunità e, per quanto l’impegno militare italiano sia certamente significativo non è però fondamentale; 4000 soldati su 130.000 non fanno la differenza ma danno l’idea di un’Alleanza che funziona, nonostante tutti i limiti dimostrati in altri recenti fronti di guerra, e che è in grado di muoversi unita. In questo senso è auspicabile che altri Stati contribuenti alla missione afghana non siano colpiti dalla cosiddetta “sindrome francese” che provocherebbe un ritiro eccessivamente accelerato delle truppe e, di conseguenza, un danno irreparabile all’attuale strategia di ritiro progressivo (per quanto non certamente lento e forse non adeguato a quelle che sono le necessità operative e, forse, anche politiche).
L’Italia rientra tra i soggetti intenzionati a dare un senso
all’alleanza Atlantica, confermando giorno dopo giorno, un impegno certo
gravoso ma dai significativi effetti sull’immagine della Nato i cui riflessi in
ambito internazionale si riversano anche sull’Italia che proprio in ambito
internazionale non ha certamente brillato negli ultimi anni; la nostra presenza
potrebbe dunque servire a compensare la recente politica estera, in questo
senso potremmo chiamarla missione di compensazione.
Se invece ci spostiamo sul piano prettamente operativo il ruolo
dell’Italia, sebbene non prenda parte alla guerra vera e propria (almeno a
parole), consente però agli alleati combattenti di liberare truppe dal
controllo di aree relativamente tranquille – come appunto lo è Herat – per
impegnarle nei combattimenti delle regioni meridionali e orientali del paese.
Dunque una funzione di alleggerimento per Stati Uniti e Gran Bretagna in primis – che nella guerra afghana
sono impegnati a pieno titolo. In questo senso, e a difesa dell’operato delle
forze militari italiane mi sentirei dunque di dire che un ruolo non di prima
linea, come appunto è quello dell’Italia, è tutt’altro che secondario poiché,
come in tutte le guerre, il fronte tiene se alle spalle il retrofronte è
sicuro.
vai all'articolo pubblicato su OsservatorioIraq
vai all'articolo pubblicato su OsservatorioIraq
Etichette:
Afghanistan sguardi e analisi,
Chicago,
Claudio Bertolotti,
grandemedioriente,
Holland,
Islametro,
osservatorioiraq,
situazione afghanistan 2012,
soldati italiani,
Summit Nato
giovedì 19 aprile 2012
CEMISS: Il ruolo delle potenze regionali sulla politica di sicurezza dell’Afghanistan nell’era post-NATO
Nel corso del summit dei tre paesi di lingua persiana – Iran, Afghanistan e Tagikistan – tenutosi nell’agosto del 2010 a Teheran, il presidente Ahmadinejad ha proposto un progetto di assistenza regionale alle forze di sicurezza afghane nel caso di ritiro della Nato.
Parallelamente, nel corso della seconda conferenza tra Afghanistan, Russia, Tagikistan e Pakistan, il presidente Dmitrij Medvedev ha dichiarato la disponibilità della Russia a sostenere con aiuti di natura militare il governo di Kabul che, a sua volta, ha aperto all’eventualità di una collaborazione con il Pakistan al fine di arginare la violenta offensiva taliban.
All’avvicinarsi di un significativo ritiro delle forze occidentali dal teatro afghano, le potenze regionali colmeranno i vuoti che potrebbero crearsi intessendo relazioni basate su interessi strategici di natura economica e di sicurezza.
domenica 15 aprile 2012
Aprile 2012: avvio informale dell’offensiva di primavera taliban
di Claudio Bertolotti
articolo pubblicato su Osservatorio Iraq
Afghanistan, 15 aprile – I mujaheddin dell’Emirato islamico hanno lanciato una serie di attacchi simultanei su larga scala contro le forze di sicurezza internazionali e governative afghane a Kabul, Paktia, Nangarhar e Logar. I combattenti taliban appartenenti al gruppo denominato Haqqani Network – il movimento “taliban” semi-autonomo e fortemente ideologizzato – hanno guadagnato posizioni tatticamente vantaggiose collocandosi ai piani più alti degli edifici delle aree di Charahi Zanbaq e Wazir Akbar Khan, nel cuore di Kabul.
Almeno sette sono gli obiettivi colpiti a Kabul nella stessa giornata: il Parlamento afghano, le ambasciate di Stati Uniti, Germania e Russia, il palazzo presidenziale, il Kabul Military Training Centre e la base Isaf di Camp Warehouse nella periferia est della capitale, mentre nella provincia di Nangarhar un commando ha attaccato la grande base statunitense di Jalalabad. In tutti i casi è stato massiccio l’impiego di attentatori suicidi che avrebbero provocato numerose vittime a decine di feriti.
I taliban hanno rivendicato immediatamente la paternità dell’offensiva, presentandola come reazione all’uccisione dei diciassette (o sedici?) civili da parte del soldato statunitense lo scorso mese di marzo, mentre l’operazione di contenimento dell’offensiva è stata guidata e coordinata dalle forze di sicurezza afghane – una scelta di opportunità politica e una rischiosa scommessa al tempo stesso: i risultati sono stati soddisfacenti sul piano tattico (due attaccanti suicidi catturati vivi nella capitale, altri quindici a Kunduz, un’autobomba intercettata e distrutta) ma sul piano strategico i limiti sono ancora molti e l’assenza di un’efficace capacità di prevenzione è quantomeno evidente.
L’obiettivo concreto e immediato raggiunto dai taliban? L’attenzione mediatica e il blocco funzionale delle forze di sicurezza internazionali e afghane: non poco per un movimento insurrezionale.
Come i più recenti eventi ci confermano, sul campo di battaglia afghano si è imposta una nuova tecnica offensiva sempre più efficace: le unità commando; una tattica efficace basata sul coordinamento di uno o più attaccanti (spesso divisi in sotto-unità o scaglioni) sostenuti da nuclei di appoggio. Il cambio generazionale ai vertici dell’insurrezione ha portato all’introduzione di tecniche nuove e sempre più spregiudicate mentre la maggiore cooperazione tra differenti gruppi ha segnato l’aumento di attacchi nelle zone di Kabul, Kandahar e Helmand. E proprio Kabul è un importante obiettivo, strategico e simbolico al tempo stesso; la collaborazione tra i gruppi ha portato a un sensibile aumento di “attacchi spettacolari” nella capitale, dove le opportunità di colpire obiettivi di alto profilo sono elevate e garantiscono una eco mediatica amplificata. Gli attentati suicidi attirano l’attenzione dei media internazionali; e Kabul è la città in cui vi è la più alta concentrazione di giornalisti stranieri.
E se sul piano operativo i taliban hanno dimostrato di essere in grado di muoversi con sorprendente maestria, su quello politico non sono stati da meno. Inizia così, al momento informalmente, l’offensiva di primavera dei taliban e di tutti i gruppi insurrezionali afghani che sotto la bandiera bianca dell’Emirato islamico operano in un vagamente stabile rapporto di collaborazione-competizione. Nei prossimi giorni l’organo di informazione dell’Emirato islamico, attraverso i suoi portavoce Zabiullah Mujahid e Qari Yussuf Ahmadi, ci comunicherà il nome del’ultima operazione, l’undicesima offensiva che, ancora una volta, vedrà confrontarsi sul campo di battaglia le forze militari – e politiche – occidentali e l’insurrezione armata afghana. Come di consueto, il comunicato avverrà attraverso il sito web dell’Emirato islamico dell’Afghanistan; si avvierà così una nuova stagione di combattimenti e di guerra delle percezioni, come ebbe modo di chiamarla il generale Petraeus un paio di anni fa.
La primavera è arrivata e, con essa, il risveglio operativo dell’insurrezione afghana. Nelle ultime settimane decine sono state le azioni portate a termine dai gruppi di opposizione armata su tutto il territorio afghano; a ovest, la “pacifica” città di Herat sotto la responsabilità italiana è stata colpita da un significativo aumento di attacchi suicidi che hanno definitivamente spazzato via l’idea di un’area tranquilla nell’Afghanistan contemporaneo. È ormai evidente che i taliban, e con essi tutti i gruppi di opposizione armata, sono ben determinati a premere sul tasto della violenza per dimostrare – ancora una volta e ancora di più – una volontà offensiva mai messa in dubbio né contrastata. Il 2012, più degli anni precedenti, sarà maggiormente significativo per i taliban, impegnati al tempo stesso sul campo di battaglia e al tavolo delle trattative negoziali, dove peraltro saranno in grado di far pesare ogni vantaggio militare ottenuto.
Ma non è solo sul piano politico e militare che si sono mossi con efficacia i mujaheddin afghani; è infatti il piano sociale la terza dimensione caratterizzante la strategia insurrezionale: la conquista “dei cuori e delle menti” – leit motiv ormai accantonato della dottrina contro insurrezionale occidentale – è già avvenuta nella maggior parte delle regioni del sud e prosegue efficacemente nelle altre aree del Paese. È ormai un dato accertato che, per una significativa parte della popolazione afghana del sud e dell’est, i taliban stanno gradualmente guadagnando legittimità e consenso sociale.
Ma l’attuale offensiva di primavera segue senza soluzione di continuità le precedenti e micidiali offensive taliban del 2011 e del 2010, operazioni Badar e al-Faath, caratterizzate da un massiccio impiego di attentatori e commando suicidi, imboscate e attacchi Ied (Improvised explosive devices - ordigni esplosivi improvvisati) e, pericolo sempre più reale, infiltrazione all’interno delle forze di sicurezza afghane, i cosiddetti attacchi “green on blue”. Un’offensiva, quella del 2012, anticipata da una serie di attacchi in grande stile.
Nei fatti, e non solo nelle parole, i taliban sono espliciti nei loro intenti. L’attuale offensiva, come le precedenti, si estenderà a tutto il territorio del Paese seguendo la logica della guerriglia: azioni mordi e fuggi, imboscate, Ied, uccisione di rappresentanti dell’amministrazione civile, sabotaggio delle vie di comunicazione militari, cattura di soldati stranieri, attentati suicidi e, infine, infiltrazione all’interno delle forze di sicurezza afghane. Un copione ormai collaudato che li porterà a scegliere obiettivi appaganti dal punto di vista mediatico, utilizzeranno commando suicidi tecnicamente sempre più preparati contro le infrastrutture delle forze militari straniere e afghane, si infiltreranno nelle forze di sicurezza locali e nazionali per poter raccogliere informazioni e colpire direttamente dall’interno così come avvenuto nell’ultimo anno. Lo hanno detto e lo faranno, non si tratta di semplice propaganda. Oggetto del fuoco taliban saranno i principali centri urbani, la capitale Kabul, Kandahar nel sud, Kunduz nel nord e Herat nell’ovest. I taliban continueranno ancora di più nell’opera offensiva su basi militari, aeroporti e convogli logistici; si concentreranno sugli obiettivi militari stranieri, le agenzie intelligence, i contractor, i vertici civili e militari dello Stato afghano, rappresentanti politici e funzionari istituzionali, dirigenti delle organizzazioni straniere e locali che collaborano con le forze di sicurezza e con il governo di Kabul.
I vertici politici e militari della missione internazionale si aspettano un ulteriore aumento nel numero e nell’intensità delle azioni offensive contro le forze di sicurezza nei prossimi mesi; nonostante i duri colpi inferti al movimento insurrezionale nel corso del 2010 e del 2011 i taliban sembrano essersi rinvigoriti, galvanizzati da un successo che appare sempre più inarrestabile.
Ma dietro la lettura dei proclami, degli annunci e dei messaggi mediatici dell’una e dell’altra schiera, vi è una vivace quanto frenetica attività diplomatica e negoziale volta a trovare una soluzione di compromesso che, guardando avanti, appare sempre più essere a vantaggio dei mujaheddin afghani. Attendiamo di vedere “quanto” e “come” – e non “se” – gli attuali sviluppi politici (la strategic partnership), militari (l’offensiva taliban) e sociali (il sempre maggiore dissenso popolare) dell’Afghanistan peseranno al summit della Nato di Chicago in calendario per il prossimo maggio.
articolo pubblicato su Osservatorio Iraq
articolo pubblicato su Osservatorio Iraq
Afghanistan, 15 aprile – I mujaheddin dell’Emirato islamico hanno lanciato una serie di attacchi simultanei su larga scala contro le forze di sicurezza internazionali e governative afghane a Kabul, Paktia, Nangarhar e Logar. I combattenti taliban appartenenti al gruppo denominato Haqqani Network – il movimento “taliban” semi-autonomo e fortemente ideologizzato – hanno guadagnato posizioni tatticamente vantaggiose collocandosi ai piani più alti degli edifici delle aree di Charahi Zanbaq e Wazir Akbar Khan, nel cuore di Kabul.
Almeno sette sono gli obiettivi colpiti a Kabul nella stessa giornata: il Parlamento afghano, le ambasciate di Stati Uniti, Germania e Russia, il palazzo presidenziale, il Kabul Military Training Centre e la base Isaf di Camp Warehouse nella periferia est della capitale, mentre nella provincia di Nangarhar un commando ha attaccato la grande base statunitense di Jalalabad. In tutti i casi è stato massiccio l’impiego di attentatori suicidi che avrebbero provocato numerose vittime a decine di feriti.
I taliban hanno rivendicato immediatamente la paternità dell’offensiva, presentandola come reazione all’uccisione dei diciassette (o sedici?) civili da parte del soldato statunitense lo scorso mese di marzo, mentre l’operazione di contenimento dell’offensiva è stata guidata e coordinata dalle forze di sicurezza afghane – una scelta di opportunità politica e una rischiosa scommessa al tempo stesso: i risultati sono stati soddisfacenti sul piano tattico (due attaccanti suicidi catturati vivi nella capitale, altri quindici a Kunduz, un’autobomba intercettata e distrutta) ma sul piano strategico i limiti sono ancora molti e l’assenza di un’efficace capacità di prevenzione è quantomeno evidente.
L’obiettivo concreto e immediato raggiunto dai taliban? L’attenzione mediatica e il blocco funzionale delle forze di sicurezza internazionali e afghane: non poco per un movimento insurrezionale.
Come i più recenti eventi ci confermano, sul campo di battaglia afghano si è imposta una nuova tecnica offensiva sempre più efficace: le unità commando; una tattica efficace basata sul coordinamento di uno o più attaccanti (spesso divisi in sotto-unità o scaglioni) sostenuti da nuclei di appoggio. Il cambio generazionale ai vertici dell’insurrezione ha portato all’introduzione di tecniche nuove e sempre più spregiudicate mentre la maggiore cooperazione tra differenti gruppi ha segnato l’aumento di attacchi nelle zone di Kabul, Kandahar e Helmand. E proprio Kabul è un importante obiettivo, strategico e simbolico al tempo stesso; la collaborazione tra i gruppi ha portato a un sensibile aumento di “attacchi spettacolari” nella capitale, dove le opportunità di colpire obiettivi di alto profilo sono elevate e garantiscono una eco mediatica amplificata. Gli attentati suicidi attirano l’attenzione dei media internazionali; e Kabul è la città in cui vi è la più alta concentrazione di giornalisti stranieri.
E se sul piano operativo i taliban hanno dimostrato di essere in grado di muoversi con sorprendente maestria, su quello politico non sono stati da meno. Inizia così, al momento informalmente, l’offensiva di primavera dei taliban e di tutti i gruppi insurrezionali afghani che sotto la bandiera bianca dell’Emirato islamico operano in un vagamente stabile rapporto di collaborazione-competizione. Nei prossimi giorni l’organo di informazione dell’Emirato islamico, attraverso i suoi portavoce Zabiullah Mujahid e Qari Yussuf Ahmadi, ci comunicherà il nome del’ultima operazione, l’undicesima offensiva che, ancora una volta, vedrà confrontarsi sul campo di battaglia le forze militari – e politiche – occidentali e l’insurrezione armata afghana. Come di consueto, il comunicato avverrà attraverso il sito web dell’Emirato islamico dell’Afghanistan; si avvierà così una nuova stagione di combattimenti e di guerra delle percezioni, come ebbe modo di chiamarla il generale Petraeus un paio di anni fa.
La primavera è arrivata e, con essa, il risveglio operativo dell’insurrezione afghana. Nelle ultime settimane decine sono state le azioni portate a termine dai gruppi di opposizione armata su tutto il territorio afghano; a ovest, la “pacifica” città di Herat sotto la responsabilità italiana è stata colpita da un significativo aumento di attacchi suicidi che hanno definitivamente spazzato via l’idea di un’area tranquilla nell’Afghanistan contemporaneo. È ormai evidente che i taliban, e con essi tutti i gruppi di opposizione armata, sono ben determinati a premere sul tasto della violenza per dimostrare – ancora una volta e ancora di più – una volontà offensiva mai messa in dubbio né contrastata. Il 2012, più degli anni precedenti, sarà maggiormente significativo per i taliban, impegnati al tempo stesso sul campo di battaglia e al tavolo delle trattative negoziali, dove peraltro saranno in grado di far pesare ogni vantaggio militare ottenuto.
Ma non è solo sul piano politico e militare che si sono mossi con efficacia i mujaheddin afghani; è infatti il piano sociale la terza dimensione caratterizzante la strategia insurrezionale: la conquista “dei cuori e delle menti” – leit motiv ormai accantonato della dottrina contro insurrezionale occidentale – è già avvenuta nella maggior parte delle regioni del sud e prosegue efficacemente nelle altre aree del Paese. È ormai un dato accertato che, per una significativa parte della popolazione afghana del sud e dell’est, i taliban stanno gradualmente guadagnando legittimità e consenso sociale.
Ma l’attuale offensiva di primavera segue senza soluzione di continuità le precedenti e micidiali offensive taliban del 2011 e del 2010, operazioni Badar e al-Faath, caratterizzate da un massiccio impiego di attentatori e commando suicidi, imboscate e attacchi Ied (Improvised explosive devices - ordigni esplosivi improvvisati) e, pericolo sempre più reale, infiltrazione all’interno delle forze di sicurezza afghane, i cosiddetti attacchi “green on blue”. Un’offensiva, quella del 2012, anticipata da una serie di attacchi in grande stile.
Nei fatti, e non solo nelle parole, i taliban sono espliciti nei loro intenti. L’attuale offensiva, come le precedenti, si estenderà a tutto il territorio del Paese seguendo la logica della guerriglia: azioni mordi e fuggi, imboscate, Ied, uccisione di rappresentanti dell’amministrazione civile, sabotaggio delle vie di comunicazione militari, cattura di soldati stranieri, attentati suicidi e, infine, infiltrazione all’interno delle forze di sicurezza afghane. Un copione ormai collaudato che li porterà a scegliere obiettivi appaganti dal punto di vista mediatico, utilizzeranno commando suicidi tecnicamente sempre più preparati contro le infrastrutture delle forze militari straniere e afghane, si infiltreranno nelle forze di sicurezza locali e nazionali per poter raccogliere informazioni e colpire direttamente dall’interno così come avvenuto nell’ultimo anno. Lo hanno detto e lo faranno, non si tratta di semplice propaganda. Oggetto del fuoco taliban saranno i principali centri urbani, la capitale Kabul, Kandahar nel sud, Kunduz nel nord e Herat nell’ovest. I taliban continueranno ancora di più nell’opera offensiva su basi militari, aeroporti e convogli logistici; si concentreranno sugli obiettivi militari stranieri, le agenzie intelligence, i contractor, i vertici civili e militari dello Stato afghano, rappresentanti politici e funzionari istituzionali, dirigenti delle organizzazioni straniere e locali che collaborano con le forze di sicurezza e con il governo di Kabul.
I vertici politici e militari della missione internazionale si aspettano un ulteriore aumento nel numero e nell’intensità delle azioni offensive contro le forze di sicurezza nei prossimi mesi; nonostante i duri colpi inferti al movimento insurrezionale nel corso del 2010 e del 2011 i taliban sembrano essersi rinvigoriti, galvanizzati da un successo che appare sempre più inarrestabile.
Ma dietro la lettura dei proclami, degli annunci e dei messaggi mediatici dell’una e dell’altra schiera, vi è una vivace quanto frenetica attività diplomatica e negoziale volta a trovare una soluzione di compromesso che, guardando avanti, appare sempre più essere a vantaggio dei mujaheddin afghani. Attendiamo di vedere “quanto” e “come” – e non “se” – gli attuali sviluppi politici (la strategic partnership), militari (l’offensiva taliban) e sociali (il sempre maggiore dissenso popolare) dell’Afghanistan peseranno al summit della Nato di Chicago in calendario per il prossimo maggio.
articolo pubblicato su Osservatorio Iraq
sabato 14 aprile 2012
Afghanistan: che ci stiamo a fare?
(Articolo tratto dalla Rubrica di Radio Radicale Settimana Internazionale di mercoledì 11 aprile 2012 - ascolta l'audio)
di Claudio Bertolotti
Siamo ormai entrati nel dodicesimo anno di guerra lasciandoci alle spalle undici anni di conflittualità che complessivamente hanno lasciato sul campo di battaglia un numero, ampiamente approssimativo, di vittime dirette e indirette della guerra; un numero compreso tra 29.000 e 37.000 civili. Civili uccisi che sono aumentati progressivamente nel corso degli ultimi anni; dell’8%solamente negli ultimi dodici mesi (3021 sono le cosiddette vittime collaterali del 2011, di queste 2300 attribuibili ai taliban).
Attacchi suicidi e ordigni esplosivi improvvisati sono le principali cause dei danni inflitti alla Coalizione militare internazionale e a i civili. Per contro , dal 2009 al 2011, si sono dimezzate le vittime provocate dagli attacchi aerei della Coalizione
Cifre queste molte approssimative.
Possiamo invece essere più precisi per le forze di sicurezza internazionali che hanno lasciato sul campo di battaglia circa 3000 uomini; di questi oltre 1900 statunitensi e, nel nostro caso, cinquanta soldati italiani.
Per quanto riguarda i numeri del campo di battaglia vero e proprio, attualmente sul terreno sono schierate circa 130.000 unità (e di queste 90.000 sono americane) – erano 140.000 sino all’anno scorso –, comprendendo nel computo entrambe le anime della missione afghana, Isaf ed Enduring Freedom (quest’ultima interamente statunitense).
Sul fronte insurrezionale si troverebbero invece ad operare gruppi di opposizione armata afghani (affiancati da una componente residua ma non marginale di combattenti stranieri) composti in maniera molto approssimativa da 20-35.000 mujaheddin operativi principalmente nelle regioni orientali e meridionali dell’Afghanistan ma in grado di muoversi e in molti casi di “operare” tanto sul piano militare che sul quello politico (attraverso i cosiddetti governatori ombra) in almeno l’80% del territorio afghano. Dunque una situazione tutt’altro che soddisfacente, guardando agli sforzi fatti sinora, e certamente non ottimale guardando avanti lungo il sentiero tracciato dall’exit strategy statunitense.
Ma i numeri sono la conseguenza diretta di scelte politiche e strategiche. Entro il mese di settembre Washington ritirerà circa 23.000 soldati; una scelta che porterà la presenza militare verso una significativa diminuzione entro il 2014 definendo un impegno complessivo di circa 60.000 militari di differente nazionalità ma la cui componente principale rimarrebbe comunque statunitense. E proprio gli Stati Uniti sono intenzionati, e verosimilmente lo faranno, a rimanere con gli stivali sul terreno per almeno altri dieci anni attraverso l’accordo di strategic partnership che, grazie alle concessioni statunitensi (diritto di veto ai giudici afghani per i night raids e passaggio di responsabilità delle carceri), verrà a breve siglato tra Washington e Kabul. Certo cambieranno le unità, da truppe combattenti convenzionali a forze per operazioni speciali, da “mentori” a “consiglieri” (advisors), ma nella sostanza l’impegno militare afghano, almeno sulla carta, è ancora lontano dall’essere archiviato.
Al di là delle esigenze strategiche del nostro principale alleato, gli Stati Uniti, come italiani cosa ci facciamo ancora in Afghanistan?
Innanzitutto manteniamo un impegno preso undici anni fa e poi confermiamo l’esistenza e la necessità di un’Alleanza atlantica; senza alleati appunto la Nato non avrebbe senso, e questa è la missione di punta della Nato. La lotta al terrorismo è uno slogan molto accattivante (forse più in voga qualche anno fa di quanto non lo sia adesso) ma non è certo quello il vero motivo della nostra presenza in terra afghana, questo credo sia abbastanza evidente. Quella dell’Italia è una questione di opportunità e, per quanto l’impegno militare italiano sia certamente significativo non è però fondamentale; 4000 soldati su 130.000 non fanno la differenza ma danno l’idea di un’Alleanza che funziona, nonostante tutti i limiti dimostrati in altri recenti fronti di guerra, e che è in grado di muoversi unita. In questo senso è auspicabile che altri Stati contribuenti alla missione afghana non siano colpiti dalla cosiddetta “sindrome francese” che provocherebbe un ritiro eccessivamente accelerato delle truppe e, di conseguenza, un danno irreparabile all’attuale strategia di ritiro progressivo (per quanto non certamente lento e forse non adeguato a quelle che sono le necessità operative e, forse, anche politiche).
L’Italia rientra tra i soggetti intenzionati a dare un senso all’alleanza Atlantica, confermando giorno dopo giorno, un impegno certo gravoso ma dai significativi effetti sull’immagine della Nato i cui riflessi in ambito internazionale si riversano anche sull’Italia che proprio in ambito internazionale non ha certamente brillato negli ultimi anni; la nostra presenza potrebbe dunque servire a compensare la recente politica estera, in questo senso potremmo chiamarla missione di compensazione.
Se invece ci spostiamo sul piano prettamente operativo il ruolo dell’Italia, sebbene non prenda parte alla guerra vera e propria (almeno a parole), consente però agli alleati combattenti di liberare truppe dal controllo di aree relativamente tranquille – come appunto lo è Herat – per impegnarle nei combattimenti delle regioni meridionali e orientali del paese. Dunque una funzione di alleggerimento per Stati Uniti e Gran Bretagna in primis – che nella guerra afghana sono impegnati a pieno titolo. In questo senso, e a difesa dell’operato delle forze militari italiane mi sentirei dunque di dire che un ruolo non di prima linea, come appunto è quello dell’Italia, è tutt’altro che secondario poiché come in tutte le guerre il fronte tiene se alle spalle il retrofronte è sicuro.
(articolo tratto dalla Rubrica di Radio Radicale Settimana Internazionale, ascolta l'audio di mercoledì 11 aprile 2012)
di Claudio Bertolotti
Siamo ormai entrati nel dodicesimo anno di guerra lasciandoci alle spalle undici anni di conflittualità che complessivamente hanno lasciato sul campo di battaglia un numero, ampiamente approssimativo, di vittime dirette e indirette della guerra; un numero compreso tra 29.000 e 37.000 civili. Civili uccisi che sono aumentati progressivamente nel corso degli ultimi anni; dell’8%solamente negli ultimi dodici mesi (3021 sono le cosiddette vittime collaterali del 2011, di queste 2300 attribuibili ai taliban).
Attacchi suicidi e ordigni esplosivi improvvisati sono le principali cause dei danni inflitti alla Coalizione militare internazionale e a i civili. Per contro , dal 2009 al 2011, si sono dimezzate le vittime provocate dagli attacchi aerei della Coalizione
Cifre queste molte approssimative.
Possiamo invece essere più precisi per le forze di sicurezza internazionali che hanno lasciato sul campo di battaglia circa 3000 uomini; di questi oltre 1900 statunitensi e, nel nostro caso, cinquanta soldati italiani.
Per quanto riguarda i numeri del campo di battaglia vero e proprio, attualmente sul terreno sono schierate circa 130.000 unità (e di queste 90.000 sono americane) – erano 140.000 sino all’anno scorso –, comprendendo nel computo entrambe le anime della missione afghana, Isaf ed Enduring Freedom (quest’ultima interamente statunitense).
Sul fronte insurrezionale si troverebbero invece ad operare gruppi di opposizione armata afghani (affiancati da una componente residua ma non marginale di combattenti stranieri) composti in maniera molto approssimativa da 20-35.000 mujaheddin operativi principalmente nelle regioni orientali e meridionali dell’Afghanistan ma in grado di muoversi e in molti casi di “operare” tanto sul piano militare che sul quello politico (attraverso i cosiddetti governatori ombra) in almeno l’80% del territorio afghano. Dunque una situazione tutt’altro che soddisfacente, guardando agli sforzi fatti sinora, e certamente non ottimale guardando avanti lungo il sentiero tracciato dall’exit strategy statunitense.
Ma i numeri sono la conseguenza diretta di scelte politiche e strategiche. Entro il mese di settembre Washington ritirerà circa 23.000 soldati; una scelta che porterà la presenza militare verso una significativa diminuzione entro il 2014 definendo un impegno complessivo di circa 60.000 militari di differente nazionalità ma la cui componente principale rimarrebbe comunque statunitense. E proprio gli Stati Uniti sono intenzionati, e verosimilmente lo faranno, a rimanere con gli stivali sul terreno per almeno altri dieci anni attraverso l’accordo di strategic partnership che, grazie alle concessioni statunitensi (diritto di veto ai giudici afghani per i night raids e passaggio di responsabilità delle carceri), verrà a breve siglato tra Washington e Kabul. Certo cambieranno le unità, da truppe combattenti convenzionali a forze per operazioni speciali, da “mentori” a “consiglieri” (advisors), ma nella sostanza l’impegno militare afghano, almeno sulla carta, è ancora lontano dall’essere archiviato.
Al di là delle esigenze strategiche del nostro principale alleato, gli Stati Uniti, come italiani cosa ci facciamo ancora in Afghanistan?
Innanzitutto manteniamo un impegno preso undici anni fa e poi confermiamo l’esistenza e la necessità di un’Alleanza atlantica; senza alleati appunto la Nato non avrebbe senso, e questa è la missione di punta della Nato. La lotta al terrorismo è uno slogan molto accattivante (forse più in voga qualche anno fa di quanto non lo sia adesso) ma non è certo quello il vero motivo della nostra presenza in terra afghana, questo credo sia abbastanza evidente. Quella dell’Italia è una questione di opportunità e, per quanto l’impegno militare italiano sia certamente significativo non è però fondamentale; 4000 soldati su 130.000 non fanno la differenza ma danno l’idea di un’Alleanza che funziona, nonostante tutti i limiti dimostrati in altri recenti fronti di guerra, e che è in grado di muoversi unita. In questo senso è auspicabile che altri Stati contribuenti alla missione afghana non siano colpiti dalla cosiddetta “sindrome francese” che provocherebbe un ritiro eccessivamente accelerato delle truppe e, di conseguenza, un danno irreparabile all’attuale strategia di ritiro progressivo (per quanto non certamente lento e forse non adeguato a quelle che sono le necessità operative e, forse, anche politiche).
L’Italia rientra tra i soggetti intenzionati a dare un senso all’alleanza Atlantica, confermando giorno dopo giorno, un impegno certo gravoso ma dai significativi effetti sull’immagine della Nato i cui riflessi in ambito internazionale si riversano anche sull’Italia che proprio in ambito internazionale non ha certamente brillato negli ultimi anni; la nostra presenza potrebbe dunque servire a compensare la recente politica estera, in questo senso potremmo chiamarla missione di compensazione.
Se invece ci spostiamo sul piano prettamente operativo il ruolo dell’Italia, sebbene non prenda parte alla guerra vera e propria (almeno a parole), consente però agli alleati combattenti di liberare truppe dal controllo di aree relativamente tranquille – come appunto lo è Herat – per impegnarle nei combattimenti delle regioni meridionali e orientali del paese. Dunque una funzione di alleggerimento per Stati Uniti e Gran Bretagna in primis – che nella guerra afghana sono impegnati a pieno titolo. In questo senso, e a difesa dell’operato delle forze militari italiane mi sentirei dunque di dire che un ruolo non di prima linea, come appunto è quello dell’Italia, è tutt’altro che secondario poiché come in tutte le guerre il fronte tiene se alle spalle il retrofronte è sicuro.
(articolo tratto dalla Rubrica di Radio Radicale Settimana Internazionale, ascolta l'audio di mercoledì 11 aprile 2012)
Etichette:
Afghanistan sguardi e analisi,
cemiss,
Claudio Bertolotti,
exit strategy,
grandemedioriente,
islametro. radio radicale,
Nato,
night raids,
situazione afghanistan 2012
Iscriviti a:
Post (Atom)
