ROMA – C. BERTOLOTTI: “Da un lato abbiamo i Talebani, dall’altro lo Stato Islamico
(Is) nella sua variante sul continente indiano, in particolar modo in
Afghanistan e Pakistan, che sta dimostrando una forza e una capacità
organizzativa sempre crescenti. Questo ha portato a un maggior numero di
incidenti, di attacchi e morti. E ha portato lo stato afghano a non
poter più gestire il livello di conflittualità del Paese e dover
dipendere sempre più dalle forze statunitensi, come già accaduto in
passato”. Così Claudio Bertolotti, analista strategico per Itstime
(Italian Team for Security, Terroristic Issues and Managing
Emergencies), già capo sezione di contro-intelligence della Nato in
Afghanistan dal 2005 al 2008, descrive all’agenzia DIRE la situazione
nel Paese all’indomani della notizia di un nuovo invio di militari statunitensi
– circa 5mila – nella guerra in Afghanistan. La decisione rientra in
“una strategia adottata da Trump e finalizzata a contenere e contrastare
lo sviluppo di ulteriori fenomeni insurrezionali” dice Bertolotti, che
ha parlato a margine di una conferenza su islamismo e terrorismo
organizzata ieri alla Camera.
Di “strategia” si tratterebbe, dunque, anche se quella guerra è da considerarsi già “persa”, aveva detto lo stesso analista, già alcuni giorni fa, in un’intervista al sito d’informazione ‘Lookout News'... (VAI ALL'INTERVISTA COMPLETA)
"Afghanistan: Sguardi e analisi" è un blog d'informazione indipendente sull'evoluzione della guerra e dei conflitti in Afghanistan e sulle ripercussioni di questi sulle dinamiche politiche e sociali locali e internazionali. L'analisi avviene attraverso il monitoraggio costante degli eventi e delle comunicazioni delle parti in conflitto attraverso il web.
Afghanistan Sguardi e Analisi
"Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.
domenica 25 giugno 2017
Intervista a C. Bertolotti. Afghanistan, i talebani vogliono negoziare: "inutile escluderli"
(Agenzia DIRE); Camera dei Deputati, ROMA – C. Bertolotti: "L’Afghanistan non e’ in grado di camminare con le proprie gambe,
si trova quindi in una fase di grande pericolo per il futuro dei suoi
abitanti e delle sue istituzioni. E i Talebani si stanno dimostrando
favorevoli a sedersi al tavolo negoziale con Kabul, per avere la loro
parte nella gestione del Paese. Lo ha spiegato all’agenzia Dire Claudio
Bertolotti, analista strategico per Itstime (Italian Team for Security,
Terroristic Issues & Managing Emergencies), gia’ capo sezione di
contro-intelligence della Nato in Afghanistan dal 2005 al 2008.
Per Bertolotti, dopo 16 anni di guerra, la questione deve “essere risolta tra afghani”. I talebani, spiega, “stanno conquistando sempre di più il terreno, hanno il controllo di circa il 40 per cento del territorio,
questo non significa che il restante 60 per cento sia sotto il
controllo delle forze governative, tutt’altro. I talebani hanno dato una
disponibilita’ a sedersi al tavolo delle trattative, bisognera’ vedere
quanto saranno in grado di concedere, quanto saranno disposti a dare
alle forze di sicurezza internazionali e al governo afghano, in cambio
di una spartizione del potere”.
Impensabile per l’analista non prevedere nella gestione dello Stato anche i miliziani, anche perché “al momento non e’ in mano al legittimo governo“ (VAI ALL'INTERVISTA COMPLETA)
sabato 3 giugno 2017
Afghanistan: cambiano i tempi, non cambia il paese
L'#Afghanistan è la guerra persa in cui stiamo affondando.
Quella afghana è una guerra che vede impegnata la NATO da oltre 16 anni ed è costata più di 115 miliardi di dollari. E il risultato non è incoraggiante, con un paese in uno stato di guerra cronico che è caratterizzato da limiti strutturali di governabilità derivanti da una diarchia di potere, dove il fronte insurrezionale controlla il 45% del territorio (ma il governo non è in grado di controllare il restante 55%) e dove i civili uccisi e feriti nel 2016 rappresentano il più elevato numero di sempre: 11.418.
E’ un Paese dove ancora le forze di sicurezza non sono in grado di contrastare il fenomeno insurrezionale, nonostante i 68 miliardi di dollari spesi solo dagli Stati Uniti per l’assistenza all’esercito e alla polizia afghani, con l’economia dell’oppio che continua a essere l’unica in crescita, insieme alla corruzione, tra le più elevate al mondo, e l’incontrollata gestione dei fondi internazionali. Questa è la situazione in cui si trova oggi l’Afghanistan.
In Afghanistan cambiano i tempi, non cambia il paese, ma peggiora la situazione per i civili.
Quella afghana è una guerra che vede impegnata la NATO da oltre 16 anni ed è costata più di 115 miliardi di dollari. E il risultato non è incoraggiante, con un paese in uno stato di guerra cronico che è caratterizzato da limiti strutturali di governabilità derivanti da una diarchia di potere, dove il fronte insurrezionale controlla il 45% del territorio (ma il governo non è in grado di controllare il restante 55%) e dove i civili uccisi e feriti nel 2016 rappresentano il più elevato numero di sempre: 11.418.
E’ un Paese dove ancora le forze di sicurezza non sono in grado di contrastare il fenomeno insurrezionale, nonostante i 68 miliardi di dollari spesi solo dagli Stati Uniti per l’assistenza all’esercito e alla polizia afghani, con l’economia dell’oppio che continua a essere l’unica in crescita, insieme alla corruzione, tra le più elevate al mondo, e l’incontrollata gestione dei fondi internazionali. Questa è la situazione in cui si trova oggi l’Afghanistan.
In Afghanistan cambiano i tempi, non cambia il paese, ma peggiora la situazione per i civili.
Afghanistan: 90 morti e 400 feriti- Intervista a Radio Cusano campus
Afghanistan: 90 morti e 400 feriti nel cuore di Kabul. Quale la
situazione? L'ISIS conquista terreno e alza la posta in gioco, i
talebani rispondono conquistando ampie aree del paese, gli Usa aumentano
le proprie truppe sul terreno e chiedono alla Nato (e dunque
all'Italia) di fare altrettanto, riprendono le azioni di combattimento
delle truppe internazionali mentre l'esercito afghano, colpito da forti
perdite e diserzioni, viene sconfitto sul campo. Una guerra persa, ma
che peggiora sempre più. Ne ho parlato su Radio Cusano Campus con Daniel Moretti. Stay Tuned!
http://www.tag24.it/podcast/claudio-bertolotti-attentato-kabul-situazione-afghanistan/
http://www.tag24.it/podcast/claudio-bertolotti-attentato-kabul-situazione-afghanistan/
venerdì 10 febbraio 2017
Afghanistan: cosa accede? (Intervista a Rai Radio1 - Voci del Mattino)
Per l'Afghanistan serve soluzione politica e di compromesso. #Talebani imbattuti: a loro un ruolo politico.
La mia intervista a Voci del Mattino.
Podcast e punto sull'Afghanistan dopo la pubblicazione ieri del
rapporto delle Nazioni Unite. 3,498 vittime civili e 7,920 feriti nel
2016, aumento del 3% rispetto al 2015.
I talebani otterranno un ruolo riconosciuto. L'alternativa all'inclusione dei talebani, è la prosecuzione delle conflittualità, l'espansione di un crescente Stato islamico nella regione e l'accentuarsi di una guerra settaria sciiti-sunniti che è estranea all'Afghanistan: insomma da guerra locale, quale è oggi, a guerra globale, così come la vorrebbe lo Stato islamico. (SCARICA IL PODCAST)
I talebani otterranno un ruolo riconosciuto. L'alternativa all'inclusione dei talebani, è la prosecuzione delle conflittualità, l'espansione di un crescente Stato islamico nella regione e l'accentuarsi di una guerra settaria sciiti-sunniti che è estranea all'Afghanistan: insomma da guerra locale, quale è oggi, a guerra globale, così come la vorrebbe lo Stato islamico. (SCARICA IL PODCAST)
L'effetto Trump sulla Nato (Intervista a Radio Cusano Campus)
L'effetto #Trump sulla #Nato.
Afghanistan, Turchia, Russia, Ucraina: cosa cambia per la NATO dopo l'elezione di Donald J. Trump? Rispondo alle domande di Daniel Moretti su Radio Cusano Campus (vai al podcast)
Afghanistan, Turchia, Russia, Ucraina: cosa cambia per la NATO dopo l'elezione di Donald J. Trump? Rispondo alle domande di Daniel Moretti su Radio Cusano Campus (vai al podcast)
L'Afghanistan ai tempi di Trump (L'INDRO)
di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1
IL DOSSIER AFGHANISTAN. Intervista a Claudio Bertolotti
Il dossier #Afghanistan: intervista di Federica Fanuli dell'Institute for Global Studies per @AfricaMediOriente
"Una possibile via di uscita per il paese è il coinvolgimento dei
Talebani nella governance, l’accesso alle risorse del paese e un
sostanziale riconoscimento sul piano del diritto di ciò che i Talebani
hanno di fatto conquistato".
"Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ricevuto in eredità
dall’amministrazione Obama una situazione afghana molto seria. Ne
abbiamo parlato con Claudio Bertolotti, Analista strategico di ITSTIME
(Italian Team for Security, Terroristic Issues & Managing
Emergencies) e Associate Researcher ISPI, il quale ha definito
“dinamico” lo stallo in Afghanistan, perché se l’Afghanistan è fermo sul
piano operativo e politico, non lo è certo dal punto di vista della
narrativa.
Qual è dunque l’attuale situazione politica in Afghanistan?
Secondo un report non recentissimo, i Talebani deterrebbero il
controllo di circa il 30% dell’Afghanistan. Secondo un report molto più
recente, pubblicato appena la settimana scorsa dal Washington Post, tale
percentuale oggi si aggira attorno al 45%.. (vai all'articolo su "Africa Medioriente").
martedì 24 gennaio 2017
Intervista Radio Radicale. Bertolotti: Vi racconto l'Afghanistan
Fra 10.000 e 15.000 militanti di varia estrazione sono concentrati nel
nord dell’Afghanistan, alla frontiera con il Tagikistan. Intervistato
dalla tv afghana, il ministro dell’Interno del Tagikistan ha confermato
che “l’attuale situazione in Afghanistan è complicata”, e ha riferito
della presenza alla frontiera afghano-tagika di militanti dei talebani
afghani, del movimento islamico dell’Uzbkistan e del Jamaat Ansarullah
tagiko. Claudio Bertolotti (Analista strategico, ricercatore per ITSTIME e ISPI) illustra a RadioRadicale la situazione nel Paese. (vai al file audio)
lunedì 2 gennaio 2017
Jihadi Fighters From Af-Pak To Syria (CeMiSS OSS 5/2016)
by Claudio Bertolotti
@cbertolotti1
General overview on the Islamic State in AfghanistanArmed opposition groups stating loyalty to the Islamic State (IS) have tried to found a base in five Afghan provinces, but only in Nangarhar have they be successful. There, IS Khorasan Province (IS-Khorasan), the Afghanistan-Pakistan franchise of the Islamic State in Syria and Iraq, found a fruitful area with a disjointed insurgency, bickering local elites, a tradition of Salafi networks and a host of Afghan and foreign movements and organizations.
The Islamic State’s Khorasan remains a theoretical entity consisting mainly (estimated 70percent) of marginal and disaffected Afghan Taliban and Teherik-e Taliban-e Pakistan defectors or Afghan youth who have joined with the Islamic Movement of Uzbekistan (IMU, listed as a terrorist group by the United States) and are grouped in peripheral north-eastern areas near to the Pakistani borders. The number of Islamic State fighters in Afghanistan are between 1,000 and 3,000; the estimated number varies widely due to offensives by the Taliban and the U.S.: the number has significantly reduced as of early March 2016 and is now around 2,500 fighters). The Taliban are estimated between 35-50.000. For 18 months, the two Armed Opposition Groups have directly disputed for the leadership of the jihad in Afghanistan, both militarily and in their propaganda and narratives.
Nonetheless, while Islamic State has engaged in some high-profile operations and has a global narrative – of Sunni versus Shia and Islam versus not-Islam –, it has failed to involve local jihadi groups and movement amid the fragmentation process involving the Taliban movement because the change in leadership, internal dynamics and organization, in consequence of the death of Mullah Omar in 2013 (officially reported in 2015) and the death of his discussed successor, Mullah Akhtar Mohammad Mansour. Islamic state is not as strong as it would like to be and doesn’t have the ability to match the Taliban at organizational and operational level.
But, even if theoretical, the presence of the Islamic State in Afghanistan is complicating the plans to withdraw the foreign troops as evidenced by the U.S. decision to leave 8,400 U.S. troops in the country, not 5,500 as previously planned.
At the moment, Islamic State is operating in strategic areas of the eastern Afghan Nangarhar province, along the shortest route between Peshawar (Pakistan) and Kabul, where have a fairly significant presence in four or five district. The Peshawar-Jalalabad-Kabul road was a critical logistic support route for the U.S. and NATO operation in Afghanistan and the most important route for Afghanistan’s trade with neighbours.
In 2016, IS-Khurasan showed its capability to expand beyond Nangarhar’s isolated areas and beat the province’s major urban area, the city of Jalalabad.
Islamic State aims to consolidate and enlarge its presence in Nangarhar and move into Nuristan and Kunar provinces. Militants connected to Islamic State also operate in other areas of Afghanistan, such as the Zabul province, where ex-IMU affiliates now part of the Islamic State growing phenomenon have focused their direct actions against Hazara Shia Muslims (between 10 and 20 per cent of Afghan population).
But the successes are limited and the U.S. forces have partnered with Afghan forces to target the Islamic States affiliates in their bases in Nangarhar Province and, in addition, the Islamic States has come under attack from the Taliban, while the Afghan government is conducting the program called ‘Popular Uprising Program’, aimed to harness territorial militias to fight Islamic State groups. Furtherly, on the one hand, Islamic State has missed the opportunity to incorporate large numbers of Taliban and other Afghan and Pakistani Armed Opposition Groups’ dissidents into its set of connections and, on the other hand, loose the momentum to express the ideological flexibility to make serious inroads in an islamically varied Af-Pak area.
The result is a growing conflict involving Afghan and non-Afghan actors, in Afghanistan and abroad, in particular in the Syrian war.
On the one hand, Iran has increased its use of Afghan, Pakistani and Lebanese Shia fighters in Syria in the ‘Fatemiyoun Brigade’; it means that thousands of Afghans citizen are fighting for the Syrian government. On the other hand, also the Islamic State in Af-Pak is recruiting fighters for the Syraq operational area (the land out of states control between Syria and Iraq); in other words Afghans volunteers hare part of the anti-Assad front and fighting for the Islamic State. Apart the dynamics at the moment, the problem is focused in the future because the return of these fighters in Afghanistan could enhance the Sunni-Shia conflicts, creating larger appeal at local level for the Islamic State ‘premium brand’.
But although Afghanistan’s war has not been previously characterized by sectarian violence, the Hazara Shia minority has long felt that it faces systemic discrimination and marginalization. Since the beginning of the war, the Hazara community has faced growing violence in recent years creating a growing division and distrust between Hazara community and the central administration in Kabul.
What emerges is a struggle for power justified and boosted by sectarian and jihadi radicalism: Islamic State’s claims of responsibility for the attacks against Shia targets are explicitly sectarian. Till now, Afghanistan has remained largely resilient to the sectarianism that increasingly characterizes conflicts from the Middle East to North Africa but Islamic State attempts to ‘sectarianise’ the Afghan war might be aggravated by Iran’s recruitment of Hazaras. It is an ongoing political and ideologically process moving from the ‘Afghan national war’ conducted by the Taliban to the global and denationalized jihad that under the umbrella of the Islamic State ‘brand’ is burning the Great Middle East and increasingly showing hostile attitude to Europe involving Muslim migrants and European Muslims. Afghanistan would be a major strategic stronghold for Islamic State, but geographic constraints might make deeper links more problematic than with the Islamic State associate in Libya, Nigeria or Egypt.
Afghans in Syria with Bashar al-Assad regime
Syria’s main opposition groups are conveying serious concerns over Iran’s campaign of recruiting Afghans to fight in Syria.
The Afghan government is conscious of activities of Afghans in Syria and embarrassed by its citizens fighting for a foreign government; the Afghan authorities have also had to contend with the loss of recruits when they are desperately looking for recruits to fight the war in Afghanistan against the Taliban and the growing Islamic State affiliates. Officially ‘the Afghan government is addressing the matter through diplomatic channels and has informed the UN High Commission for Refugees accordingly’ said Ministry of Foreign Affairs spokesman Shekib Mustaghni.
On the operational front, the Afghan brigades are viewed with suspicion by their own allies because the low level of military capabilities and because the Afghan militiamen are indicated as too young and poorly trained. Recent areas of operations and frontlines are Palmira, Aleppo, Homs, where the Afghan brigades reported several loses.
The Af-Pak militants in Syria with the Islamic State
On the other front there are fighters from the Af-Pak and Central Asia areas.
In the complex, it is estimated that between 27,000 to 31,000 foreign fighters have travelled to Syria and Iraq since fighting broke out in 2011 to join the Islamic State and other jihadi Armed Opposition Groups in the region. 14,000 of them would be from Asian countries and fighting mainly for the Islamic State.
Even if not confirmed the numbers, the Pakistani Taliban reported in July 2013 that its hundreds of fighters were fighting against the al-Assad regime in Syria, under the flag of the ‘Syrian Islamic Front’ linked to al-Qaeda. Some of them go and then return after spending some time fighting there.
On the one hand, Pakistani Taliban fighters have established their own camps, a command and control center and a Taliban's office in Syria.
On the other hand, the Afghan Taliban Shura Council denied Taliban’s participations to the war in Syria adding that no Afghani Taliban are fighting alongside the Syrian rebels.
After the fragmentation of the Teherik-e Taliban-e Pakistan (TTP) in 2015, the Islamic Movement of Uzbekistan, a main insurgent group operating in Af-Pak in support to Taliban and al-Qaeda, stated its loyalty to the Islamic State in Syria and Iraq. A decision which consequence was the fracture of the movement in different groups, in support to or in contrast with the Islamic State and al-Qaeda and the Taliban. An event, which followed the Taliban split after the announcement of the death of its leader Mullah Mohammad Omar.
‘Hereby, on behalf of all members of our movement, in line with our sacred duties, I declare that we are in the same ranks with the Islamic State in this continued war between Islam and non-Muslims’, the leader of IMU Usman Gazi wrote in a statement on September 2014.
The consequence was the turmoil within the insurrectional front that opened to a new front on the wave of the Islamic State momentum.
The composition of the IMU is mixed, there are not only Uzbeks, but also Tajiks, Kyrgyz, Uyghurs, Chechens, and Arabs as well.
Concluding, it is assessed that, if a presence in Syria of Afghani and Pakistani fighting for the Islamic State, is confirmed, it is not linked with the participation of the Afghan Taliban or the Teherik-e Taliban-e Pakistani groups. At the same time, it is not excluded the participation of individuals or other Afghani or Pakistani Armed Opposition Groups, as confirmed by several reports, which medium-long term consequences must not be underestimated.
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Gli jihadisti dall'AF-PAK alla Siria (CeMiSS OSS 5/2016)
di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1
Situazione dello Stato islamico in Afghanistan
I gruppi di opposizione armata afgani affiliati allo Stato islamico (IS) nel corso degli ultimi 18 mesi hanno tentato di consolidare le proprie basi in cinque province del paese, ma hanno ottenuto risultati a loro favorevoli solamente in una di queste, Nangarhar, dove il gruppo dello ‘Stato islamico della provincia di Khorasan’ (Islamic State Khorasan Province - IS-Khorasan) – affiliato allo ‘Stato Islamico di Iraq e Siria’ – si è imposto, trovando un terreno fertile per la propria propaganda e le attività operative, a causa delle conflittualità e delle divisioni dei gruppi insurrezionali, delle divergenze tra i ‘signori’ locali nonché del generalizzato consenso della popolazione verso interpretazioni jihadiste di orientamento salafita.
L’IS- Khorasan è però una realtà più teorica che sostanziale, composta principalmente da talebani afghani e pachistani del Teherik-e Taliban-e Pakistan (stimati al 70 percento), di esclusi o fuoriusciti dal movimento talebano (comunque un numero marginale), o elementi molto giovani che si sono uniti all’Islamic Movement of Uzbekistan (IMU, inserito nell’elenco statunitense dei gruppi terroristi) poi passato al fianco dello Stato islamico. Nella sostanza si tratta di una presenza limitata alle aree periferiche nord-orientali dell’Afghanistan in prossimità del confine pachistano.
Il totale dei combattenti dello Stato islamico in Afghanistan è stimato tra le 1.000 e le 3.000 unità; una stima approssimativa resa ancora più incerta dalle continue attività di contrasto condotte, da un lato, dai talebani afgani e, dall’altro, dalle forze statunitensi: il numero si sarebbe così significativamente ridotto a partire da marzo 2016, attestandosi su un totale di circa 2.500 combattenti. I talebani e i gruppi di opposizione armata a essi affiliati sarebbero invece circa 35-50.000.
Da 18 mesi i due principali gruppi d’opposizione armata – talebani e militanti dello Stato islamico – si sono confrontati duramente per il controllo del territorio, sia sul piano militare sia attraverso la propaganda e la narrativa.
Comunque, sebbene lo Stato islamico abbia condotto operazioni di alto profilo ed elaborato una propria narrativa basata sul jihad ‘globale’ – scontro sunniti/sciiti e Islam contro non-Islam – ha nella sostanza fallito nel tentativo di coinvolgimento dei gruppi jihadisti locali, nonostante sia il processo di frammentazione del movimento talebano conseguente a un cambio di leadership non condiviso e sia le dinamiche interne successive alla scomparsa dello storico leader mullah Mohammad Omar nel 2013 (ma resa nota ufficialmente solo nel 2015) e la morte del suo discusso successore, il mullah Akhtar Mohammad Mansour.
Lo Stato islamico non è così forte come vorrebbe apparire e manca di quella capacità organizzativa e operativa che contraddistingue i talebani. Ma per quanto poco incisivo, il ruolo dello Stato islamico in Afghanistan sta complicando i piani di ritiro delle forze di sicurezza internazionali, come messo in evidenza dalla decisione statunitense di lasciare nel teatro afghano 8.400 unità e non 5.500 come in precedenza pianificato.
Al momento l’IS sta operando in aree considerate strategiche della provincia orientale di Nangarhar, in particolare lungo il principale asse viario che collega Peshawar (Pakistan) a Kabul, dove la presenza è valutata come significativa in almeno quatto o cinque distretti provinciali. La linea di comunicazione stradale Peshawar-Jalalabad-Kabul è un asse logistico critico utilizzato dalle forze statunitensi e della NATO per i propri convogli, oltre ad essere il più importante asse di comunicazione commerciale tra l’Afghanistan e il Pakistan.
Nel 2016 lo Stato islamico ha dimostrato le proprie capacità andando oltre le aree isolate della provincia di Nangarhar, spingendosi sino alle principali aree urbanizzate, in particolare quelle in prossimità della capitale provinciale Jalalabad.
Oggi, l’ambizione è proiettata verso l’espansione della propria presenza in tutta la provincia e nelle province del Nuristan e di Kunar, mentre gruppi affiliati già opererebbero nella provincia di Zabul, dove miliziani già appartenenti all’IMU hanno concentrato le proprie operazioni contro la minoranza sciita degli Hazara (il 10/20 percento della popolazione afghana).
Ma i successi concreti sono limitati e le forze statunitensi, al fianco delle forze di sicurezza afgane, hanno concentrato i propri sforzi contro le basi dello Stato islamico nella provincia di Nangarhar. Alla pressione statunitense si è aggiunta quella dei talebani, mentre da parte del governo afghano viene sostenuta l’iniziativa ‘Popular Uprising Program’ la cui ambizione è quella di sostenere e formare le milizie territoriali locali (arbakai) da impiegare come forze di auto-difesa contro i gruppi dell’IS.
Inoltre, lo Stato islamico ha perso da una parte l’opportunità di includere nel proprio progetto un ampio bacino di dissidenti talebani e altri gruppi di opposizione armata afgani e pachistani mentre, dall’altra, ha mancato la possibilità di adottare una flessibilità ideologica funzionale a un progetto inclusivo che potesse davvero coinvolgere le differenti realtà islamiche dell’Af-Pak.
Il risultato è un conflitto in evoluzione che coinvolge attori afgani e stranieri, sia in Afghanistan che al di fuori di esso, in particolare in Siria.
L’Iran ha aumentato l’impiego in Siria di combattenti sciiti afgani, pachistani e libanesi, all’interno della propria brigata ‘Fatemiyoun’; ciò significa che migliaia di cittadini afgani (e non solo loro) stanno combattendo per il governo siriano laico di Bashar al-Assad.
I gruppi di opposizione armata afgani affiliati allo Stato islamico (IS) nel corso degli ultimi 18 mesi hanno tentato di consolidare le proprie basi in cinque province del paese, ma hanno ottenuto risultati a loro favorevoli solamente in una di queste, Nangarhar, dove il gruppo dello ‘Stato islamico della provincia di Khorasan’ (Islamic State Khorasan Province - IS-Khorasan) – affiliato allo ‘Stato Islamico di Iraq e Siria’ – si è imposto, trovando un terreno fertile per la propria propaganda e le attività operative, a causa delle conflittualità e delle divisioni dei gruppi insurrezionali, delle divergenze tra i ‘signori’ locali nonché del generalizzato consenso della popolazione verso interpretazioni jihadiste di orientamento salafita.
L’IS- Khorasan è però una realtà più teorica che sostanziale, composta principalmente da talebani afghani e pachistani del Teherik-e Taliban-e Pakistan (stimati al 70 percento), di esclusi o fuoriusciti dal movimento talebano (comunque un numero marginale), o elementi molto giovani che si sono uniti all’Islamic Movement of Uzbekistan (IMU, inserito nell’elenco statunitense dei gruppi terroristi) poi passato al fianco dello Stato islamico. Nella sostanza si tratta di una presenza limitata alle aree periferiche nord-orientali dell’Afghanistan in prossimità del confine pachistano.
Il totale dei combattenti dello Stato islamico in Afghanistan è stimato tra le 1.000 e le 3.000 unità; una stima approssimativa resa ancora più incerta dalle continue attività di contrasto condotte, da un lato, dai talebani afgani e, dall’altro, dalle forze statunitensi: il numero si sarebbe così significativamente ridotto a partire da marzo 2016, attestandosi su un totale di circa 2.500 combattenti. I talebani e i gruppi di opposizione armata a essi affiliati sarebbero invece circa 35-50.000.
Da 18 mesi i due principali gruppi d’opposizione armata – talebani e militanti dello Stato islamico – si sono confrontati duramente per il controllo del territorio, sia sul piano militare sia attraverso la propaganda e la narrativa.
Comunque, sebbene lo Stato islamico abbia condotto operazioni di alto profilo ed elaborato una propria narrativa basata sul jihad ‘globale’ – scontro sunniti/sciiti e Islam contro non-Islam – ha nella sostanza fallito nel tentativo di coinvolgimento dei gruppi jihadisti locali, nonostante sia il processo di frammentazione del movimento talebano conseguente a un cambio di leadership non condiviso e sia le dinamiche interne successive alla scomparsa dello storico leader mullah Mohammad Omar nel 2013 (ma resa nota ufficialmente solo nel 2015) e la morte del suo discusso successore, il mullah Akhtar Mohammad Mansour.
Lo Stato islamico non è così forte come vorrebbe apparire e manca di quella capacità organizzativa e operativa che contraddistingue i talebani. Ma per quanto poco incisivo, il ruolo dello Stato islamico in Afghanistan sta complicando i piani di ritiro delle forze di sicurezza internazionali, come messo in evidenza dalla decisione statunitense di lasciare nel teatro afghano 8.400 unità e non 5.500 come in precedenza pianificato.
Al momento l’IS sta operando in aree considerate strategiche della provincia orientale di Nangarhar, in particolare lungo il principale asse viario che collega Peshawar (Pakistan) a Kabul, dove la presenza è valutata come significativa in almeno quatto o cinque distretti provinciali. La linea di comunicazione stradale Peshawar-Jalalabad-Kabul è un asse logistico critico utilizzato dalle forze statunitensi e della NATO per i propri convogli, oltre ad essere il più importante asse di comunicazione commerciale tra l’Afghanistan e il Pakistan.
Nel 2016 lo Stato islamico ha dimostrato le proprie capacità andando oltre le aree isolate della provincia di Nangarhar, spingendosi sino alle principali aree urbanizzate, in particolare quelle in prossimità della capitale provinciale Jalalabad.
Oggi, l’ambizione è proiettata verso l’espansione della propria presenza in tutta la provincia e nelle province del Nuristan e di Kunar, mentre gruppi affiliati già opererebbero nella provincia di Zabul, dove miliziani già appartenenti all’IMU hanno concentrato le proprie operazioni contro la minoranza sciita degli Hazara (il 10/20 percento della popolazione afghana).
Ma i successi concreti sono limitati e le forze statunitensi, al fianco delle forze di sicurezza afgane, hanno concentrato i propri sforzi contro le basi dello Stato islamico nella provincia di Nangarhar. Alla pressione statunitense si è aggiunta quella dei talebani, mentre da parte del governo afghano viene sostenuta l’iniziativa ‘Popular Uprising Program’ la cui ambizione è quella di sostenere e formare le milizie territoriali locali (arbakai) da impiegare come forze di auto-difesa contro i gruppi dell’IS.
Inoltre, lo Stato islamico ha perso da una parte l’opportunità di includere nel proprio progetto un ampio bacino di dissidenti talebani e altri gruppi di opposizione armata afgani e pachistani mentre, dall’altra, ha mancato la possibilità di adottare una flessibilità ideologica funzionale a un progetto inclusivo che potesse davvero coinvolgere le differenti realtà islamiche dell’Af-Pak.
Il risultato è un conflitto in evoluzione che coinvolge attori afgani e stranieri, sia in Afghanistan che al di fuori di esso, in particolare in Siria.
L’Iran ha aumentato l’impiego in Siria di combattenti sciiti afgani, pachistani e libanesi, all’interno della propria brigata ‘Fatemiyoun’; ciò significa che migliaia di cittadini afgani (e non solo loro) stanno combattendo per il governo siriano laico di Bashar al-Assad.
Anche lo Stato islamico in Af-Pak starebbe reclutando combattenti per il fronte operativo del Syraq (quell’area a geografia ‘variabile’ collocata al di qua e al di là di quelli che furono i confini statali di Siria e Iraq); in altre parole i volontari afgani sarebbero parte del fronte islamista anti-Assad e molti di questi sarebbero tra le fila dello Stato islamico.
A parte le dinamiche attuali, il problema va studiato nei suoi potenziali sviluppi futuri poiché i combattenti dell’uno e dell’altro fronte rientreranno in Afghanistan (o nei rispettivi paesi di origine) e potrebbero contribuire sia ad alimentare il conflitto intra-musulmano (fitna) tra sciiti e sunniti, e sia creando a livello locale, un ampio margine di simpatia per lo Stato islamico. Ma sebbene la guerra afgana non sia stata, sino a qualche anno fa, caratterizzata da una violenza settaria, la minoranza sciita hazara ha sempre subito forme sistematizzate di discriminazione e marginalizzazione. Dall’inizio della guerra – che ricordiamo è entrata nel suo quinto decennio – la comunità hazara ha visto, in particolare negli ultimi anni, aumentare la violenza nei propri confronti con la creazione di divisioni e conflittualità all’interno della stessa minoranza e tra questa e l’amministrazione centrale di Kabul.
Ciò che s’intravede è una lotta per il potere che cerca giustificazione (ed è alimentata) da settarismo e radicalismo islamico e dimostrazione di tale sviluppo sono le rivendicazioni da parte dello Stato islamico della paternità degli attacchi contro obiettivi sciiti (esplicitamente di natura settaria). Sinora, l’Afghanistan è rimasto ampiamente resiliente al crescente settarismo, al contrario dei conflitti mediorientali e del nord Africa, ma il progetto dello Stato islamico di ‘settarizzare’ la guerra afgana potrebbe trovare terreno fertile nell’azione iraniana di reclutamento e impiego degli hazara sciiti nella guerra in Siria.
Quello in corso è un processo politico e ideologico che mira a trasformare la ‘guerra nazionale afgana’, condotta dai talebani, in un jihad globale e denazionalizzato che, sotto l’ombrello dello Stato islamico, sta bruciando il Grande Medio Oriente e progressivamente mostrando le proprie violente intenzioni verso l’Europa attraverso il crescente coinvolgimento di immigrati musulmani ed europei convertiti all’Islam. L’Afghanistan è, nell’ottica dell’IS, una grande e strategica roccaforte sebbene i limiti geografici siano oggettivamente un limite al consolidamento di legami e rapporti con le comunità locali, al contrario di quanto avviene in Libia, Nigeria o Egitto.
A parte le dinamiche attuali, il problema va studiato nei suoi potenziali sviluppi futuri poiché i combattenti dell’uno e dell’altro fronte rientreranno in Afghanistan (o nei rispettivi paesi di origine) e potrebbero contribuire sia ad alimentare il conflitto intra-musulmano (fitna) tra sciiti e sunniti, e sia creando a livello locale, un ampio margine di simpatia per lo Stato islamico. Ma sebbene la guerra afgana non sia stata, sino a qualche anno fa, caratterizzata da una violenza settaria, la minoranza sciita hazara ha sempre subito forme sistematizzate di discriminazione e marginalizzazione. Dall’inizio della guerra – che ricordiamo è entrata nel suo quinto decennio – la comunità hazara ha visto, in particolare negli ultimi anni, aumentare la violenza nei propri confronti con la creazione di divisioni e conflittualità all’interno della stessa minoranza e tra questa e l’amministrazione centrale di Kabul.
Ciò che s’intravede è una lotta per il potere che cerca giustificazione (ed è alimentata) da settarismo e radicalismo islamico e dimostrazione di tale sviluppo sono le rivendicazioni da parte dello Stato islamico della paternità degli attacchi contro obiettivi sciiti (esplicitamente di natura settaria). Sinora, l’Afghanistan è rimasto ampiamente resiliente al crescente settarismo, al contrario dei conflitti mediorientali e del nord Africa, ma il progetto dello Stato islamico di ‘settarizzare’ la guerra afgana potrebbe trovare terreno fertile nell’azione iraniana di reclutamento e impiego degli hazara sciiti nella guerra in Siria.
Quello in corso è un processo politico e ideologico che mira a trasformare la ‘guerra nazionale afgana’, condotta dai talebani, in un jihad globale e denazionalizzato che, sotto l’ombrello dello Stato islamico, sta bruciando il Grande Medio Oriente e progressivamente mostrando le proprie violente intenzioni verso l’Europa attraverso il crescente coinvolgimento di immigrati musulmani ed europei convertiti all’Islam. L’Afghanistan è, nell’ottica dell’IS, una grande e strategica roccaforte sebbene i limiti geografici siano oggettivamente un limite al consolidamento di legami e rapporti con le comunità locali, al contrario di quanto avviene in Libia, Nigeria o Egitto.
Afgani in Siria con il regime di Bashar al-Assad
I principali gruppi di opposizione armata condividono la comune preoccupazione verso la campagna iraniana di reclutamento di soggetti afgani per la guerra in Siria.
Lo stesso governo di Kabul, a cui è nota la presenza di cittadini afgani in Siria, ha mostrato imbarazzo per il fatto che propri cittadini stiano combattendo una guerra per un governo straniero; imbarazzo accentuato dalla riduzione significativa di reclute per le forze di sicurezza afgane impegnate nella lotta contro i talebani e la crescente presenza di gruppi affiliati allo Stato islamico. Ufficialmente – ha dichiarato il portavoce del ministero degli Affari Esteri Shekib Mustaghni – «il governo afgano sta operando attraverso i canali diplomatici e la ‘High Commission for Refugees’ delle Nazioni Unite» per risolvere tale questione.
Le aree d’operazione che più recentemente hanno visto l’impiego di unità afgane sono state Palmira, Aleppo, Homs, dove è stato registrato il più alto numero di perdite afgane in Siria. Media iraniani e fonti ufficiali di Kabul hanno ammesso che centinaia di combattenti afgani sarebbero stati uccisi in Siria nel corso dell’ultimo anno.
I principali gruppi di opposizione armata condividono la comune preoccupazione verso la campagna iraniana di reclutamento di soggetti afgani per la guerra in Siria.
Lo stesso governo di Kabul, a cui è nota la presenza di cittadini afgani in Siria, ha mostrato imbarazzo per il fatto che propri cittadini stiano combattendo una guerra per un governo straniero; imbarazzo accentuato dalla riduzione significativa di reclute per le forze di sicurezza afgane impegnate nella lotta contro i talebani e la crescente presenza di gruppi affiliati allo Stato islamico. Ufficialmente – ha dichiarato il portavoce del ministero degli Affari Esteri Shekib Mustaghni – «il governo afgano sta operando attraverso i canali diplomatici e la ‘High Commission for Refugees’ delle Nazioni Unite» per risolvere tale questione.
Le aree d’operazione che più recentemente hanno visto l’impiego di unità afgane sono state Palmira, Aleppo, Homs, dove è stato registrato il più alto numero di perdite afgane in Siria. Media iraniani e fonti ufficiali di Kabul hanno ammesso che centinaia di combattenti afgani sarebbero stati uccisi in Siria nel corso dell’ultimo anno.
I combattenti dell’Af-Pak con lo Stato islamico in Siria
Sul fronte opposto, quello anti-Assad, combattono soldati provenienti dall’Af-Pak e dall’Asia centrale.
Nel complesso, è stimato che un numero approssimativo di circa 30.000 combattenti sia giunto in Siria e Iraq dall’inizio della guerra siriana nel 2011 e abbia combattuto, o stia combattendo, per lo Stato islamico e altri gruppi di opposizione armata jihadisti. 14.000 di questi proverrebbero da paesi dell’Asia e sarebbero prevalentemente inquadrati nelle unità affiliate all’IS.
Sebbene i numeri non possano essere confermati, nel 2013 i talebani pachistani hanno dichiarato che centinaia dei propri combattenti erano impegnati in battaglia in Siria contro il regime di al-Assad, sotto la bandiera del ‘fronte islamico siriano’ legato ad al-Qa’ida; una parte di questi sarebbero tornati nel proprio paese di origine dopo un periodo di impiego in guerra.
Da una parte, i combattenti talebani pachistani avrebbero stabilito i propri campi di addestramento, un centro di comando e controllo e un ufficio in Siria; dall’altra parte i talebani afgani, attraverso il Consiglio supremo (Shura), hanno formalmente negato la loro partecipazione alla guerra sul fronte siriano al fianco dei gruppi ribelli. Dopo la frammentazione del Teherik-e Taliban-e Pakistan (TTP, i talebani pachistani) nel 2015, l’Islamic Movement of Uzbekistan, uno dei principali gruppi operativi nell’Af-Pak al fianco dei talebani e di al-Qa’ida, ha annunciato la sua fedeltà allo Stato islamico. Una decisione la cui conseguenza ha portato alla scissione del movimento, una parte in supporto e un’altra in contrapposizione all’IS, ai talebani e ad al-Qa’ida. Un cambio di equilibri conseguenza della frammentazione dello stesso movimento talebano afgano provocata dalla morte del suo carismatico e storico leader mullah Mohammad Omar.
Fu il leader dell’IMU, Usman Gazi, a dichiarare nel settembre 2014 fedeltà allo Stato islamico «nella lotta tra fedeli del vero Islam e non musulmani, in linea con i principi del movimento e con il sacro dovere».
La conseguenza di tale decisione fu un terremoto all’interno del già frammentato fronte insurrezionale che aprì a nuove correnti e posizioni sull’onda travolgente dell’IS.
La composizione dell’IMU, in linea con una policy aperta e inclusiva, è estremamente eterogenea e comprende soggetti uzbechi, tagichi, kirghisi, uiguri, ceceni e arabi. È inoltre interessante notare come, già nell’agosto 2014, alcuni reports confermassero la nomina di un tagico a ‘emiro di Raqqa’, la più grande provincia siriana sotto il controllo dello Stato islamico, da parte del capo dell’IS Abu Bakr al-Baghdadi. Ad oggi sarebbe confermata la presenza di combattenti dell’IMU in Siria e Iraq, la maggior parte dei quali tra le fila dello Stato islamico; nel corso del 2015-2016 è stata riportata la presenza in Siria e Iraq di soggetti uzbechi, afgani e provenienti da altre aree dell’Asia centrale.
Concludendo, una presenza significativa in Siria di combattenti afgani e pachistani al fianco dello Stato islamico non va interpretata come un diretto collegamento tra talebani afgani e Teherik-e Taliban-e Pakistani, sebbene non possano essere sottovalutate le conseguenze di medio-lungo periodo di una partecipazione rilevante di soggetti o gruppi di opposizione armata afgani o pachistani che, prima o poi, faranno rientro nei propri paesi con un elevato expertise ideologico e operativo.
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martedì 29 novembre 2016
mercoledì 9 novembre 2016
THE RENOVATION OF THE TALIBAN MOVEMENT (OSS 2/2016)
di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1
The
death of Mullah Mansour e the appointment of the new Taliban leader
On
the insurrectional front, recent dynamics have changed the internal
Taliban organization.
The
22nd
of May a U.S. drone attack in the Pakistani area of Baluchistan
killed the Taliban leader mullah Aktar Mohamad Mansour, criticized
successor of mullah Mohammad Omar, the charismatic and historic head
of the Taliban, died in 2013. The Mansour’s appointment was the
main cause of the fragmentation process of the Taliban movement.
The
current head of the Taliban, the Amir-ul-Momineen
(‘King of the believers’) is now Mawlawì Haibatullah
Akhundzada, former Mansour’s deputy; a role, apparently, fully
recognized by the Taliban Supreme Council (shura).
Who
is the new Taliban leader? Haibatullah is a mujaheddin without combat
experience, influencer and top advisor of Mullah Omar, a key and
influencing figure and a very respectable theologian (‘Mawlawì’
title indicate him as religious scholar): a complex profile mainly
theoretical that could facilitate the Taliban reunification process
thanks to a creed and symbolic approach.
Despite
of his lack in military experience and operational and strategic
capabilities, the
Taliban’s new chief, Mawlawì Haibatullah Akhundzada, has a
reputation as a respected religious scholar and comes from a strong
tribal background because Haibatullah's Noorzai sub-tribe is one of
the three big Durrani major tribes opposing the Ishaqzai tribe from
which the former Taliban chief Mullah Akhtar Mansour comes. In
particular, the new Taliban leader comes from the Panjwai
district (province of Kandahar). The tribal factor is decisive in the
internal Taliban dialogue process; for this reason, the nomination of
Mawlawì
Haibatullah Akhundzada
is an option presented by the Taliban as joint and shared.
Mawlawì
Haibatullah Akhundzada is being closely observed to see if he will
try to shape the insurrectional objectives and ways. It is necessary
to look at the strength of the other leadership members, the
increasing role of the Rahbari Shura – the most important Taliban
council – and consider Pakistan’s role in decision-making. It
will not be easy for Haibatullah to change approach and policy on the
conduct of the war and on the role of the Taliban in the struggle for
power without the support of the other key players.
Haibatullah
derive his authority and legitimacy by the appointment of the Rahbari
Shura and not because he had been chosen by Mullah Omar; it means
that he would seem to have little choice than mullah Mansour, his
predecessor, given his absence of leadership practice, but to rely
heavily on Taliban bodies to run the armed opposition group.
Haibatullah
is seen as a hardliner, but this may not automatically carry any
evident policy consequences. He directly endorsed the major Mansur’s
policies, including the support to sensitive decisions (for example
the jihad against a competitor or opposite factions and approving,
with ‘directives’, female’s education, etc.), so it would be
bizarre if he wanted to change any of the policy lines he inherited
from the former head of the movement.
On
the one hand, it is likely that Haibatullah’s possible
subordination to the Taliban’s bureaucracy will boost the
movement’s evolution into a more institutionalised system; this
assessed evolution to institutional decision-making has also become
the only approach to maintain what is missing of the movement’s
unity (that actually it never existed).
On
the other hand, the growing weight of the bureaucracies in the
Taliban organization does not mean the movement is moving toward any
form of ‘democracy’ in its internal decision-making process
because not all the senior leaders are equal and have the same
authority in accordance with their personal capabilities, tribal
connections, geographical provenance (for example leaders from
Kandahar area – the ‘Kandaharis’ – have more influence and
power), and, in particular, military experience.
Looking for an internal
stabilization
Confirming
a role maintained by his predecessor Mansour, one of the Emir
Haibatullah
Akhundzada’s deputies is Sirajuddin Haqqani, head of the al-Qaeda
linked ‘Haqqani network’ and son of the strong mujaheddin
Jalaluddin Haqqani, died in 2014.
The
second deputy, who represents a significant change, is Mullah
Muhammad Yaqoub, son of Mullah Omar. On the one hand, Yaqoub is in a
position of secondary importance, powerless and weak in real control
capabilities.
On the other hand his appointment represents a sort of
reconciliation with the factions hostile to mullah Mansour side which
is looking with favor to the group loyal to mullah Mohammad Rassoul
(at present possibly detained in Pakistan), former Nimruz governor
and responsible for the ‘conquest’ of Kunduz city in September
2015.
The
appointment of Mullah Yaqoub is a political choice opening to the
factions excluded so far – and not recognizing the legitimacy of
the previous leadership –, and would demonstrate the will of
reunification of the fragmented insurrectional front.
It
is clear that the balance of power involving the threefold leadership
is unbalanced: the chief, mawlawì Haibatullah, with a religious and
symbolic role; a deputy, mullah Yaqoub, powerless and without
substantial capability; a second deputy, Sirajuddin Haqqani,
respected military commander linked to al-Qaeda and other armed
opposition groups, with a high financial capability.
Who
are the deputies of the new Taliban leader?
Deputy
Amir Sirajuddin Haqqani (son of Jalaluddin Haqqani’s, former
prominent commander during the anti-Soviet jihad and then high-level
figure during the Taliban era) is one of the few non-southerners
commander with a very important role within the Taliban movement,
even though he is not totally recognized as adequate by parts of the
movement. His appointment was welcomed in Loya Paktia (Paktia,
Paktika, Khost, Logar and Ghazni) but his role has been met with
concern elsewhere because the affinity of Sirajuddin (and the
‘Haqqani network’) with the Pakistani military and intelligence
service.
His
role in decision-making is prominent and strengthened by the results
and the capability of his military network on the battlefield – the
so called ‘Haqqani network’ – responsible for most of the
important and complex operations during the past decade in south
eastern Afghanistan and in the capital Kabul.
Because of the well-known
Haibatullah’s lack of military experience, is role as the deputy
for military affairs is furtherly increasing, in particular in
operational planning.
In
April 2016, deputy Amir Mullah Muhammad Yaqub was appointed as
military commander for the 15 southern and western provinces under
the overall chief of the Military Commission (at the present it is
not confirmed if Yaqub is still in charge). This choice was a
reaction to the growing concerns by military leaders in the south and
southwestern region about Sirajuddin Haqqani (who is a non-Kandahari
leader) achieving an important role in the military leadership, as he
was acting as a deputy for military affairs. It is interesting
underline that he has studied under the guidance of Haibatullah in
Quetta (where he has spent his entire adult life); it would make him
particularly compliant of his ‘teacher’.
Yaqub
spent his life in Pakistani madrassas, thus he is not deeply in touch
with the Afghan dynamics. But despite of this, it is assessed that he
has the loyalty and the support of a number of commanders and some
prominent leaders, as well as Gul Agha, the head of the Financial
Commission, Qayum Zaker, a respected commanders in the south, mawlawi
Shirin, in charge of the war for the remaining 19 provinces in the
east and north, and Nuruddin Turabi, former justice minister.
Extra
key figures of the movement are: Amir Khan Muttaqi, the Head of
the Cultural Commission, member of the Rahbari Shura and running the
Taliban’s media machine; mawlawì Hamdullah Nanai, former
communication minister, from Kandahar, influential in security and
military areas; Sadar Ibrahim, Chief of the Military Commission, from
Helmand; Amir Khan Haqqani (not belonging from Jalaluddin Haqqan
family), Deputy Chief of the Military Commission; Abdul Qayum Zaker
(former Guantanamo detainee) former chief of the Military Commission
leading Taliban forces during the ‘surge’ of American forces in
2009-2012; mawlawì Abdul Kabir, former Taliban-era military chief of
the eastern zone; mullah Muhammad Abbas Akhund, former minister of
health, at present he is the chief of the corresponding Health
Commission which negotiates with international health and
humanitarian organisations for access to areas under the movement
control; Gul Agha (aka Hedayatullah), the head of the Financial
Commission, from Helmand.
Analysis,
assessments and forecast
The
Taliban internal dynamics are not directly connected with the
progresses on the battlefield; progresses that are characterizing the
current year through the ‘spring offensive’ that obtained
positive results and more ground control for the Taliban, as
evidenced
by the siege of Tirin-Kot, provincial capital of Oruzgan, and the
defeat of the Afghan security forces. An episode followed to the
successes in Helmand in August, in Kunduz one year ago, the
escalation of violence in Kabul and the substantial monopoly of the
violence in southern and eastern areas.
On
the one hand, according to the U.S. government watchdog ‘Special
Inspector General for Afghanistan Reconstruction’ (SIGAR) in July,
after 15 years of war the Taliban movement is able to control more of
the country than at any time since U.S. and international troops
started military operations in 2001. On the other hand, the United
Nations Secretary-General assessed in June that the general security
situation in Afghanistan is worsening significantly, following a
negative trend for the Afghan government’s capabilities to maintain
the control of eastern, southern and peripheral areas. In the
complex, the fragile economy, political and security situation is
worsening. These reported successes on the Taliban front is part of
the Taliban dynamics characterized by an internal stabilization
process followed the death of the former leader Mansour.
Concluding,
more in general the economic, political and security situation is
worsening. A multilevel crisis that is complicating the peace-process
that at the present is in ‘stand-by’, waiting for the Taliban at
the negotiation process table opened by the Quadrilateral
Coordination Group (Afghanistan, China, Pakistan and United States).
However, the Taliban – and their leadership – are still looking
for a reason to take part to the peace-talks.
LA TRASFORMAZIONE DEL MOVIMENTO TALEBANO (CeMiSS OSS 2/2016)
di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1
La morte del mullah Mansour e la nomina del nuovo vertice dei talebani: il mawlawì Haibatullah Akhundzada
Sul
fronte interno insurrezionale, recenti dinamiche hanno imposto una
complessiva riorganizzazione interna.
Lo
scorso 22 maggio un attacco drone statunitense ha ucciso il leader
dei talebani nella provincia pachistana del Belucistan; è morto così
il mullah Aktar Mohamad Mansour, discusso capo dei talebani afghani
succeduto allo storico leader del movimento, il mullah Mohammad Omar,
deceduto nel 2013 ma la cui dipartita fu resa nota due anni più
tardi, nel luglio del 2015.Al vertice del movimento subentra come Amir-al-Momineen (‘Emiro-comandante di tutti i fedeli’) il mawlawì Haibatullah Akhundzada, luogotenente di Mansour; un ruolo, almeno in apparenza, riconosciuto all’unanimità dal Supremo Consiglio (shura) taliban.
Chi è il nuovo capo dei taliban? Haibatullah è un mujaheddin della cosiddetta vecchia guardia, ispiratore dello stesso mullah Omar di cui è stato consigliere; una figura molto rispettata e influente sul piano religioso, essendo un teologo di alto rango (il titolo mawlawi lo indica come ‘dotto religioso’). Un profilo che nel complesso è a prevalenza giuridico-religiosa. Un fattore, questo, che agevolerebbe il processo di riunificazione del movimento (frammentato durante la leadership del predecessore Mansour) attraverso un approccio fideistico-simbolico.
E sebbene molti analisti abbiano posto in evidenza l’assenza di esperienza operativo-strategica del mawlawì Haibatullah Akhundzada, quel che potrebbe fare la differenza è il fattore tribale derivante dal forte legame che questi ha con le popolazioni pashtun; in particolare, il nuovo capo dei talebani è originario del distretto di Panjwai (provincia di Kandahar), ed è membro della tribù Noorzai a cui appartengono molti di quegli oppositori a Mansour che hanno alimentato il deleterio processo di frammentazione. Un fattore, quello tribale, decisivo nella sua nomina e nel processo di dialogo tra le parti; una scelta che viene presentata come condivisa e rappresentativa delle varie correnti interne al movimento.
Al momento è da comprendere se Haibatullah deciderà di proseguire la lotta insurrezionale e attraverso quali vie; nello specifico, è necessario tenere in considerazione le dinamiche di riequilibrio dei rapporti di forza tra i membri dell’intellighenzia talebana, il crescente peso della Rahbari shura – il più importante e influente tra i Consigli talebani – e il ruolo del Pakistan nel processo decisionale.
Non sarà facile, per il nuovo leader del più importante movimento insurrezionale, cambiare approccio e policy sulla condotta della guerra e sul ruolo dei talebani nella lotta per il potere senza il sostegno degli altri attori chiave. L’autorità di Haibatullah e la sua legittimità derivano dalla nomina approvata dalla Rahbari shura e non dal fatto di essere stato indicato dal mullah Omar, la figura carismatica la cui autorevolezza non può essere messa in discussione; ciò significa che anche lui, come il suo predecessore Mansour, dovrà affrontare alcune difficoltà, aggravate in parte dall’assenza di esperienza in leadership pratica, che lo porteranno ad affidarsi in maniera significativa ai vari organismi talebani per poter guidare il gruppo in maniera efficace.
E sebbene Haibatullah sia descritto come un hardliner, ciò non significa che questo possa avere automatiche conseguenze su un cambio complessivo di policy. Lui stesso ha approvato le principali decisioni strategiche del suo predecessore, ha sostenuto alcune decisioni delicate, come la legittimità del jihad contro i suoi ‘concorrenti’ o le opposte fazioni, e ha approvato con specifiche direttive la policy sull’educazione femminile; sarebbe dunque bizzarro se proprio lui decidesse di cambiare in maniera radicale ciò che ha ereditato da Mansour.
Da una parte, non è escluso che la possibile dipendenza di Haibatullah nei confronti della ‘burocrazia’ talebana possa dare una spinta al processo evolutivo del movimento portandolo verso un modello maggiormente istituzionalizzato; una evoluzione orientata a un modello strutturato di decision-making che potrebbe essere l’unica soluzione per mantenere una parvenza di unità del movimento (unità che in realtà non è mai esistita).
Dall’altra parte, il crescente ruolo dell’apparato burocratico talebano non significa che il movimento stia muovendo verso una qualche forma di ‘democrazia’ interna per quanto riguarda i processi decisionali poiché i singoli comandanti o leader non hanno uguale peso, influenza, autorevolezza; al contrario, il loro ruolo dipende dalle capacità individuali, dai legami tribali, dalla provenienza geografica (ad esempio i leader provenienti dall’area di Kandahar – i ‘kandahari’ – hanno maggior peso politico e potere) e, in particolare, dall’esperienza militare.
Alla ricerca di una stabilizzazione degli equilibri interni
Nella conferma di un ruolo che ebbe già con Mansour, il braccio destro designato dell’Emir Haibatullah Akhundzada è Sirajuddin Haqqani, comandante della cosiddetta ‘Haqqani network’ vicina ad al-Qa’ida e figlio di Jalaluddin Haqqani, figura di rilievo del fronte insurrezionale, morto nel 2014.
L’altro stretto collaboratore è una novità significativa, trattandosi del mullah Muhammad Yaqoub: figlio venticinquenne del mullah Omar, che però occupa una posizione che è priva di un concreto potere e di un’effettiva capacità di controllo sul movimento. Ma si tratta in questo caso di un’apertura alla componente taliban ostile al mullah Mansour e che guardava con favore alla fazione guidata dal mullah Mohammad Rassoul, l’ex governatore taliban di Nimruz e responsabile della conquista di Kunduz del settembre 2015 (al momento potrebbe essere detenuto in Pakistan).
Una scelta politica, quella del mullah Yaqoub, che aprirebbe a quella componente sinora esclusa – e che non riconosceva la legittimità della precedente leadership – e dimostrerebbe una volontà di riunificazione di un fronte insurrezionale frammentato.
È evidente quanto sia sbilanciato il rapporto di poteri tra i tre componenti della leadership di vertice: un capo, il mawlawì Haibatullah, dal ruolo religioso e simbolico; un suo vice, il mullah Yaqoub, privo di capacità sostanziale; il secondo vice, Sirajuddin Haqqani, comandante della componente militare, legato ad al-Qa’da e ad altri gruppi di opposizione armata insurrezionali e un’elevata capacità di auto-finanziamento.
Chi sono davvero gli uomini al fianco del nuovo capo dei talebani?
Il vice-Emiro Sirajuddin Haqqani è uno dei pochi comandanti talebani di alto livello e con un ruolo di guida a non essere originario dell’Afghanistan del sud, sebbene la sua figura e il suo ruolo non siano unanimemente apprezzati all’interno del movimento. La sua nomina è stata accolta con favore dai gruppi della cosiddetta Loya Paktia (Paktia, Paktika, Khost, parte di Logar e Ghazni) ma guardata con sospetto altrove a causa dei suoi legami con i militari e i servizi segreti pakistani (ISI). Il suo ruolo nell’ambito decisionale è elevato e rafforzato dai risultati e dalle capacità operative della sua organizzazione militare chiamata ‘Haqqani network’, capace di ottenere importanti risultati sul campo di battaglia attraverso azioni spettacolari ed efficaci nel sud-est del paese e all’interno della capitale Kabul.
Inoltre, a causa della limitata esperienza sul campo di battaglia di Habaitullah, Sirajuddin Haqqani ha visto accrescere il suo ruolo nella gestione delle questioni militari, in particolare nella fase di pianificazione operativa.
Il vice-Emiro Mullah Muhammad Yaqub nell’aprile del 2016 è stato nominato comandante militare per le 15 province del sud e dell’est (l’attuale posizione di comando non è confermata); una scelta che può essere letta come una risposta alle crescenti preoccupazioni dei capi militari delle aree del sud e del sud-ovest nei confronti del maggiore peso militare di Sirajuddin Haqqani (in parte dovuto alla non appartenenza al gruppo dei ‘kandahari’) conseguente alla sua nomina quale responsabile degli affari militari del movimento.
È importante citare il fatto che Yakub, avendo trascorso la maggior parte della sua vita adulta in Pakistan (dove ha effettuato studi teologici presso le madrase), è considerato lontano dalla realtà afghana; una permanenza in Pakistan che però è stata funzionale alla sua formazione teologica e che gli consente oggi di godere di un ottimo rapporto con Haibatullah sotto la cui guida si è formato; questo fatto, certamente non secondario, potrebbe lasciare intuire una certa accondiscendenza nei confronti del sul ‘maestro-Emiro’. Fattori questi che, nel complesso, lo hanno portato a godere della fedeltà e del supporto di un significativo numero di comandanti militari e leader di rilievo, tra i quali Gul Agha, capo della ‘Commissione Finanziaria’; Qayum Zaker, un comandante molto rispettato nel sud; mawlawi Shirin, a capo della compagine militare nelle 19 province dell’est e del nord, e Nuruddin Turabi, ex ministro della giustizia.
Le altre figure chiave del movimento sono Amir Khan Muttaqi, capo della ‘Commissione per la Cultura’, membro della Rahbari Shura e alla testa dell’organizzazione mediatica dei talebani; mawlawi Hamdullah Nanai, ex ministro della comunicazione, da Kandahar, influente sul piano della sicurezza e su quello militare; Sadar Ibrahim, capo della ‘Commissione Militare’, da Helmand; Amir Khan Haqqani (non appartenente al clan Haqqan), vice-capo della ‘Commissione Militare’; Abdul Qayum Zaker (già detenuto a Guantanamo) ex capo della ‘Commissione Militare’ che guidò le forze talebane durante il ‘surge’ statunitense nel 2009-2012; mawlawi Abdul Kabir, ex capo militare della zona est durante l’epoca talebana; mullah Muhammad Abbas Akhund, ex ministro della salute, attualmente a capo della ‘Commissione per la Salute’ e punto di riferimento delle organizzazioni internazionali per gli aiuti umanitari per l’accesso alle aree sotto il controllo talebano; Gul Agha (anche noto come Hedayatullah), capo dell’iportante ‘Commissione Finanziaria’, dall’Helmand.
Analisi, valutazioni, previsioni
Le dinamiche interne al movimento talebano procedono indipendenti dagli sviluppi sul campo di battaglia che, nel corso del 2016 e attraverso l’offensiva di primavera intitolata al defunto mullah Omar, hanno portato il movimento insurrezionale ad ottenere risultati ancora favorevoli tra i quali si registra nel mese di settembre l’assedio di Tirin-Kot, capitale provinciale di Oruzgan, e la conferma da parte del governo locale dell’annientamento di tutte le forze a difesa della città; un episodio che segue i risultati raggiunti a Helmand un mese fa, al nord lo scorso anno con la conquista temporanea di Kunduz (quinta città dell’Afghanistan), l’escalation di violenza nella capitale Kabul e il sostanziale monopolio della violenza nel sud e nell’est.
Nel complesso, come confermato nel mese luglio al Congresso degli Stati Uniti dal SIGAR (Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction), dopo 15 anni di guerra i talebani – nonostante un processo di frammentazione interno che ne minaccia la capacità di comando e controllo – sono oggi in grado di controllare più territorio di quanto non lo siano stati dall’inizio dell’intervento militare statunitense nel 2001. Lo stesso Segretario Generale delle Nazioni Unite ha comunicato a giugno che la sicurezza generale del paese è peggiorata in maniera significativa negli ultimi mesi, confermando un trend negativo per quanto riguarda le capacità del governo afghano di mantenere il proprio controllo nella aree meridionali, orientali e periferiche del paese.
Nel complesso, è in fase di recrudescenza anche la situazione sui piani economico, politico e, più in generale, della sicurezza. Una situazione complessiva che complica e rallenta l’auspicato processo di pace al momento in fase di stallo, in attesa che i talebani – e la loro nuova leadership – trovino una ragione per sedersi a quel tavolo negoziale aperto dal Quadrilateral Coordination Group (Afghanistan, Cina, Pakistan e Stati Uniti) che sinora li ha visti assenti.
martedì 11 ottobre 2016
‘New’ combat role for foreign troops in Afghanistan (CeMiSS OSS 1/2016)
by Claudio Bertolotti
@cbertolotti1
download the full Volume pages 101-102 CeMiSS OSS 1/2016
ISBN 978-88-99468-15-6
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@cbertolotti1
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ISBN 978-88-99468-15-6
EXECUTIVE SUMMARY
One year has passed since the beginning of US combat Operation ‘Freedom’s Sentinel’ and NATO-led 'Resolute Support’ (RS) mission, focused on contrasting to ‘terrorism’ and enhancing the Afghan institutional capacity with a view to stability and security.
From a military point of view, US troops in Afghanistan will partially shift their role after the end of main combat operations. This partial switch in the Afghan strategy was decided by President Obama – whom mandate as President is at the end – in September but implemented in December. While with the previous plans, which were limited to training, assisting and advising the Afghan troops and tackling the remnants of Al-Qaeda, the US military will now be allowed to conduct fight operations if Armed Opposition Groups (included the Taliban) directly threaten the United States and NATO Coalition forces (‘Resolute Support’ mission) or provide direct support to Al-Qaeda or other groups (with implicit reference to the so-called ‘Islamic state’ - IS/Daesh).
On the political front, and according to the report titled ‘Enhancing Security and Stability in Afghanistan’ submitted by the Defense Department to the US Congress, the relationship between Afghanistan and Pakistan remains a critical factor for enhancing security and stability in Afghanistan. The document reports that representatives from both Afghanistan and Pakistan have made efforts to improve relations regarding mutual security but there was modest improvement in the relationship, while tensions have increased over the last semester, due of increasing violence in Afghanistan (especially in urban areas, in particular Kabul) and cross-border skirmishing between Afghan and Pakistan Security Forces.
The Taliban insurgency continues to haunt the country
On the one hand the territorial expansion of the Taliban, exposed the inefficiency of the Afghanistan security forces. On the other, proved insurgency’s capacity to expand beyond the rural strongholds.
The conquest of the provincial capital of Kunduz at the end of last September was the first Taliban success since US invasion of Afghanistan in 2001.
In general terms, the recent Taliban military offensive could be interpreted as an attempt demonstrating the superiority of the new leader, mullah Akhtar Mansour, over other Taliban factions who separated following the mullah Omar’s death; dynamics which are signal of an internal growing struggle for power. Following the end of the ISAF mission and the consequent decreasing in foreign military presence and efforts in Afghanistan, on the one hand, seems to be drifting towards chaos. On the other, the Afghan military has been modelled into a defensive force unable to react and conduct offensive operations unless US military support.
Furthermore, the security situation resulting from the expansion of the Taliban is now exacerbated by the emergence of IS/Daesh. A combination of factors, both internal and external, which are defining a new dynamic scenario where, in the north and south, the Taliban are conducting large-scale operational attacks, bringing urban areas and entire districts under their control, while in the east (Nangarhar province), IS/Daesh is gaining momentum launching efficacious attacks on the Afghan forces.
Taliban expansion and IS/Daesh growing activities underline the difficulty of the Afghan forces on the battlefield; a further threat, according to a recent UN report, is represented by the fact that IS/Daesh has recruited new members in 25 of Afghanistan's 34 provinces and is continuing to grow in the war torn-country. As a possible consequence, the violent confrontation between the Taliban and IS/Daesh may hold back the latter from repeating its breakthroughs of Syraq in Afghanistan.
The internal struggle for power within the Taliban groups could be a possible factor of weakness which the IS/Daesh could exploit to gain strategic advantages.
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