Afghanistan Sguardi e Analisi

Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

martedì 14 luglio 2015

The ‘new’ Qatar’s role: a facilitator through global jihadism, insurgency and realpolitik

by Claudio Bertolotti
On 2-3 May 2015, Afghan government officials, Taliban militants, members of the civil society and United Nations Assistance Mission in Afghanistan (UNAMA) met for a meetings in Doha, Qatar, supported by the Canadian-based Pugwash Conferences on Science and World Affairs (a Nobel Prize-winning science group dedicated to promoting peace).
The reunion was a non-official meeting, not supposed to be any sort of negotiation, where all participants were free to express their personal opinions on a non-attributive basis
Both sides, on the one hand, confirmed with official statements the participation to the meeting and, on the other hand, clarified that it was the participants were attending the meetings in their personal capacities. Afghan government called the meetings a ‘scientific discussions’, the Taliban used the definition ‘research conference’; both the sides underlined that the meeting should not be misconstrued as peace or negotiation talks. Still, after years of efforts to get a concrete peace process going, expectations were relatively high for the meeting.

The focus of the discussion was a possible cease-fire, but depending from the total withdrawal of U.S. troops in Afghanistan. A joint final statement based on fifteen main points was released by the Pugwash Conferences on Science and World Affairs. In brief:
1. General appreciation of the positive value of the meeting, and gratitude towards the State of Qatar.
2. Common will to work for peace in Afghanistan ending the conflict.
3. Protection of civilians as a priority.
4. Common opinion on the fact that foreign forces have to leave Afghanistan soon.
5. Remove the Taliban from the black-lists.
6. Contrast to corruption and the production/selling of drugs.
7. The value of education for both men and women was underlined by everybody.
8. Discussion on political system and the constitution of Afghanistan.
9. The model for the government is the Islamic one.
10. The so-called Islamic State (Daesh) is alien.
11. Amicable and cooperative relations with neighboring countries and no interference with Afghan internal affairs.
12. The meeting of 2-3 May 2015 should be followed up by other meetings.
13. The Taliban’s office in Doha should be opened to facilitate meetings and talks.
14. Qatar, UN and non-governmental international organizations should support the peace process.
15. Public interest and well-being of the Afghan people are the main issue.

The most sensitive point still remains the question of the withdrawal of foreign troops: both the sides agreed on the principle that foreign forces to leave the country soon. It is an important step forward to an acceptable exit-strategy although the necessity of the US to maintain the strategic military bases on the Afghan soil.
The Taliban reported that the eight elements of their delegation were all attending in their personal capacities, and that the meeting “should not be misconstrued as peace or negotiation talks.”It is important to underline that the Taliban issued a statement about the event  confirming, on the one hand, that they were taking place and, on the other hand, who was attending (within the Taliban group there were the significant figures of Sher Mohammad Abbas Stanikzai – former top Taliban official and head of the delegation –, and Sohail Shaheen – spokesman for the Taliban’s Qatar office).
On the other side, Afghan government group included an assorted range of representatives, among them reconciled Taliban; Tajik, Pashtun and Uzbek leaders; and President Ashraf Ghani’s uncle, Abdul Qayoum Kochai. It is a clear sign of the Afghan government commitment to follow the strategy of the dialogue and the compromise in order to establish a sort of agreement aimed to the power-sharing and a calculated balance of power.
Furthermore, one of the most important factor is represented by the location of the meeting; this is a clear indicator of the willingness of the Qataris to play a key role as intermediaries in Afghan peace talks.
Finally, considering the Pakistani interest in the Taliban dynamics, the Qatari conference could represent an effort by the Afghan Taliban to strike out independently of the Pakistanis.
Claudio Bertolotti, Ph.D, is Assistant Professor of Area Analysis at CSPCO (Turin), Senior Analyst at CeMiSS (Rome), and Italian representative at CEMRES «5+5 Defense Initiative 2015» (Tunis).
 
 

IL “NUOVO” RUOLO DI FACILITATORE DEL QATAR: TRA JIHADISMO GLOBALE, INSURREZIONE AFGHANA E REALPOLITIK

di Claudio Bertolotti
 

Dopo anni di incontri infruttuosi e tentativi di dialogo negoziale tra governo afghano e il movimento dei Taliban qualcosa si è mosso nella direzione auspicata.
Il 24 maggio, i rappresentanti del governo afghano hanno incontrato alcuni delegati taliban nella città cinese di Urumqi. L’incontro, sostenuto dalla Cina – intenzionata a tutelare i propri interessi in Afghanistan e a contenere il crescente jihadismo regionale come all’interno dei propri confini – è stato agevolato da un Pakistan a sua volta impegnato nel tentativo di tutelare il proprio ruolo guida nella gestione delle dinamiche afghane.
Il fine dell’incontro è stato quello di agevolare gli sforzi negoziali tra le parti attraverso la definizione delle precondizioni necessarie al desiderato processo di pace formale.
Un’iniziativa che è seguita di poche settimane a quella che ha portato ufficialmente al tavolo di discussione le parti in causa. Il 2-3 maggio incaricati del governo afghano, dei taliban, rappresentanti della società civile e delegati della United Nations Assistance  Mission in Afghanistan (UNAMA), si sono incontrati in una struttura turistica di Doha, in Qatar; un incontro informale, non ufficiale, sostenuto dal ‘Pugwash International Conference on Science and World Affairs’.
Definita dalle due parti una ‘research conference’ (taliban) e ‘scientific discussions’ (governo afghano), non un dialogo di pace, né un processo negoziale, troppo presto per entrambi; ma un primo passo verso una soluzione negoziata sembra essere stato fatto. Guardando indietro nel tempo e ai numerosi incontri, formali ma non sostanziali, non v’è da illudersi, ma le dinamiche attuali – a cui si unisce il rischio di un’espansione dello jihadismo dell’ISIS anche in Afghanistan – possono aprire a un auspicabile processo di power-sharing e balance of power che includa i gruppi insurrezionali afghani.
Il focus dell’incontro, che si è svolto in maniera cooperativa, costruttiva e amichevole e a cui hanno preso parte circa quaranta rappresentanti ‘liberi di esprimere le proprie opinioni personali’, è stato il ‘cessate il fuoco’ con riserva, vincolato dalla questione presenza militare statunitense su suolo afghano a cui si sono affiancati altri temi laterali, non significativi sul piano sostanziale bensì su quello formale e della comunicazione istituzionale, tra i quali l’apertura dei taliban all’istruzione femminile (forme, metodi e tempi non dichiarati), il riconoscimento del rispetto di alcuni diritti umani per le donne, il riconoscimento e la piena funzionalità dell’ufficio politico dei taliban in Qatar e, come più volte sottolineato nel corso delle precedenti analisi per il CeMiSS, la revisione della Costituzione la cui occasione più opportuna sarà rappresentata dal processo di modifica costituzionale richiesto dal presidente Ashraf Ghani Ahmadzai al fine di formalizzare la posizione di primo ministro esecutivo di Abdullah Abdullah (attualmente Chief Executive Officer, carica non prevista dall’ordinamento istituzionale e costituzionale in vigore). A ciò si accompagna il recente restringimento alle libertà di stampa per i media afghani.
Ottimistiche le valutazioni dell’Alto Consiglio per la Pace, organo istituzionale del governo afghano, espresse da Mohammad Ismail Qasimyar, a capo del comitato per la politica estera del consiglio.
Un aspetto positivo di primo piano è dato dalla pubblicità dell’evento, confermato da entrambe le parti – al contrario che in passato quando le notizie di incontri e dialogo venivano prontamente smentite. Questo è un primo indicatore di un processo in fase avanzata, sebbene sul piano formale i rappresentanti taliban siano intervenuti all’evento ‘in forma privata e a titolo personale’.
Un secondo indicatore è rappresentato dall’alto livello degli otto interlocutori taliban, tra i quali Sher Mohammad Abbas Stanikzai, ex capo taliban di primo piano, e Sohail Shaheen, portavoce dell’ufficio taliban in Qatar, il cui nome venne cancellato dalla lista nera dell’Onu nel 2010.
E anche la località di svolgimento degli incontri è significativa, poiché il Qatar ha da sempre ambito a ricoprire il ruolo di facilitatore e mediatore nel processo di pace afghano, come dimostrato nel 2013 allorquando fece sforzi diplomatici di rilievo che si conclusero con l’apertura dell’ufficio politico dei taliban proprio nella capitale Doha.
Per il governo afghano erano presenti personaggi chiave, tra i quali alcuni ex-taliban “riconciliati”, rappresentanti di alto livello appartenenti ai gruppi di potere etno-politici tagichi, pashtun e uzbechi; tra i partecipanti anche lo zio del presidente Ghani, Abdul Qayoum Kochai. Infine, tre le donne in rappresentanza del governo afghano (anche questo è un ulteriore indicatore favorevole). I dettagli relativi ai due gruppi di rappresentanza sono stati resi pubblici da parte di Nazar Mohammad Mutmaeen, scrittore, giornalista ed egli stesso ex taliban.
I quindici punti dell’incontro del Pugwash International Conference on Science and World Affairs
Il report ufficiale pubblicato dal Pugwash riassume in quindici punti i temi affrontati. In breve:
1. Condivisa gratitudine nei confronti del governo del Qatar per l’ospitalità e l’assistenza fornite.
2. Condivisa necessità di porre fine alle violenze in Afghanistan.
3. Priorità nella protezione dei civili.
4. Condivisa necessità di un ritiro delle forze di sicurezza straniere.
5. Cancellazione delle black-list, nessuna discriminazione e rilascio dei prigionieri politici.
6. Contrasto alla corruzione e produzione/traffico di droga.
7. Necessità condivisa dell’educazione per uomini e donne.
8. Revisione della costituzione.
9. Stato costruito sulla base di principi islamici.
10. Condivisa necessità di contrastare l’espansione del cosiddetto ‘Stato islamico (IS/ISIS/Daesh), riconosciuto come elemento estraneo all’Afghanistan.
11. Rapporto di amicizia e collaborazione con i paesi confinanti, senza interferenza alcuna da parte di questi.
12. Accordo per la condotta di ulteriori incontri tra le parti, in particolare il governo afghano e i taliban.
13. Apertura e riconoscimento formale dell’ufficio politico dei taliban a Doha.
14. Iniziative di supporto alla pace in Afghanistan che coinvolgano Qatar, UN e organizzazioni internazionali non governative.
15. Il benessere della popolazione afghana è il focus dell’incontro e di quelli che seguiranno.
La dichiarazione formale dei taliban
I taliban, attraverso il loro sito web, hanno formalmente ammesso di aver preso parte all’importante iniziativa, hanno ringraziato il ‘Pugwash International Conference on Science and World Affairs’ con particolare riferimento al segretario generale, l’italiano Paolo Cotta-Ramusino e i suoi colleghi e collaboratori, ed espresso gratitudine al governo islamico del Qatar per aver facilitato l’incontro tra le parti. L’analisi del testo della dichiarazione ufficiale mette in evidenza alcuni fattori interessanti.
- In primis il livello strategico in cui si inserisce l’impegno del movimento islamico dei taliban, ossia quello nazionale. I taliban insistono nel rimarcare l’essenza specificatamente afghana del proprio movimento e del proprio impegno, in difesa dell’interesse nazionale e nel contrasto alla distruzione dell’identità islamica e nazionale. Dunque, un approccio che li contrappone ad altri movimenti jihadisti globali/glocali, in primo luogo il fenomeno cosiddetto ISIS&Co. – la galassia insurrezionale che si richiama simbolicamente e mediaticamente allo Stato islamico del Syraq  e che ha fatto la sua recente comparsa anche nell’area dell’Af-Pak.
- L’illegittimità dell’invasione statunitense che ha portato alla caduta dell’Emirato islamico dell’Afghanistan e alla successiva occupazione militare straniera (con specifico riferimento agli Stati Uniti); un’occupazione che impedisce l’avvio di un processo di pace e il ristabilimento di un governo indipendente e di uno stato sovrano e basato sui principi islamici.
- L’illegittimità dell’attuale governo afghano.
- L’illegittimità delle strutture carcerarie in Afghanistan e all’estero (da Bagram a Guantanamo).
- Il riferimento al principio di autodeterminazione e all’indipendenza del popolo afghano, così come la natura islamica e nazionale della resistenza jihadista del movimento taliban.
Tutti elementi, non nuovi, ma che confermano la direzione presa dal movimento, al momento non intenzionato a stringere alleanze con altri gruppi esogeni i cui obiettivi sono in contrasto con la natura nazionale della resistenza dei mujaheddin afghani. Il messaggio è chiaro: la guerra finirà quando se ne saranno andati tutti gli stranieri la cui presenza è lo scoglio principale a un processo di pace.
E i taliban fanno appello a un processo di pace e riconciliazione nazionale che preveda un ruolo chiave giocato da fattori interni, quale la partecipazione attiva di soli attori afghani, e l’esclusione di fattori e vincoli esterni, in primo luogo gli Stati Uniti e gli accordi di sicurezza che ne autorizzano la presenza a lungo termine sul suolo afghano (2024).
La proposta concreta che viene dai taliban pone dunque l’accento su alcune interessanti questioni:
- La più significativa, sul piano politico e ideologico, è il riconoscimento della necessità di una nuova costituzione nazionale (ciò apre alla probabilità di una significativa revisione costituzionale in tempi relativamente brevi su cui peseranno le richieste dei taliban – come più volte anticipato e suggerito in questa sede).
- La necessità di un ufficio politico, formalmente riconosciuto e che svolga il luogo di incontro per i successivi dialoghi negoziali
- L’annullamento della black-list dell’Onu e di qualunque organizzazione internazionale.
- Facilitazione dei paesi confinanti nel processo di ritiro delle truppe straniere.
- Ruolo delle potenze regionali funzionale alla pacificazione e non al sostegno di singoli gruppi di potere afghani.
- L’impegno dell’Emirato islamico sul piano politico, sociale, economico e culturale; in particolare viene posto l’accento alla possibile apertura all’educazione femminile e ai diritti individuali delle donne, nel rispetto dei principi islamici.
- Un processo attivo di pace e riconciliazione sostenuto dalla Comunità internazionale.
 
Analisi, valutazioni, previsioni
A fronte di un processo dialogico inclusivo finalizzato al cessate il fuoco, continua la violenta offensiva di primavera del taliban (denominata ‘Azm’); in breve, si prevede:
- un aumento della pressione sul governo afghano attraverso attacchi spettacolari in particolare attacchi suicidi e commando-suicidi (finalizzati all’attenzione mediatica e alla pressione psicologica, indipendentemente dal risultato tattico ottenuto);
- l’intensificazione di attacchi convenzionali di tipo blitz, caratterizzati da elevata concentrazione di forze (nell’ordine delle centinaia di unità ad elevata mobilità) per limitati periodi ti tempo (alcune ore, al massimo 1/2 giorni) e contro obiettivi puntiformi (caserme delle forze di sicurezza afghane, edifici governativi).
Un’offensiva che nel complesso risulta facilitata dall’assenza di truppe combattenti straniere sul terreno e dalla volontà politica della Comunità internazionale di cessare nella sostanza il confronto militare sul campo di battaglia in previsione di un possibile ritiro, quasi totale, delle forze della Nato nel medio periodo; per contro, rimane confermata una presenza statunitense sul medio-lungo periodo, sulla base del ‘Security and Defense Cooperation Agreement’ (SDCA) i cui numeri non verranno ridotti così come preannunciato (forza totale US/Nato stimata di 15/20.000 unità).
Nel complesso, si valuta come altamente probabile l’aumento di azioni offensive da parte dei gruppi di opposizione armata (GOA), così come l’aumento delle conflittualità interessanti i tradizionali gruppi afghani in contrapposizione ai nuovi attori del conflitto, in testa il fenomeno dell’ISIS&Co. Ciò potrebbe provocare un coinvolgimento di gruppi e comunità marginali sinora non direttamente interessate al confronto, il cui ruolo sarebbe funzionale all’ulteriore destabilizzazione del paese, in particolare le aree periferiche e rurali; il coinvolgimento di milizie locali e/o private, anche in funzione di autodifesa, potrebbe portare a un’escalation sul lungo periodo: si valuta come possibile lo sviluppo di questa linea strategica da parte di gruppi esogeni di ispirazione jihadista.
Non si esclude la possibilità di scissione all’interno dell’eterogeneo macro-gruppo taliban – così come già avvenuto per il Teherik-e Taliban Pakistan – che vedrebbe contrapposta la leadership a parte della frangia radicale forte di una significativa componente ‘giovane’.
In tale dinamica instabilità si uniscono le preoccupazioni di un Pakistan a rischio di esclusione da un ruolo di primo piano nel processo di pacificazione afghana; un’esclusione che avrebbe origine proprio in quei taliban che all’interno dei territori pakistani trovano rifugio. Uno sviluppo che potrebbe aprire ad ulteriori scenari interessanti.
 
Claudio Bertolotti, Ph.D, is Assistant Professor of Area Analysis at CSPCO (Turin), Senior Analyst at CeMiSS (Rome), and Italian representative at CEMRES «5+5 Defense Initiative 2015» (Tunis).
 
 
 

sabato 27 giugno 2015

Il doppio fronte operativo in Afghanistan. Al via “Azm” la nuova offensiva di primavera dei Taliban e il confronto tra al-Qa’ida e l’ISIS (CeMiSS 3/2015)

di Claudio Bertolotti

ISBN 978-88-99468-06-04

Claudio Bertolotti warns us of the IS enlargement throughout Afghanistan. To restrain, hinder and overwhelm it, we should ultimately acknowledge that it is a global and transnational danger. The political events as well as the brutal episodes currently occurring in Middle Eastern countries and North Africa can be interpreted as a small part of a broader political plan grounded in guiding principles tending to cause destruction, rather than unrelated issues.

Claudio Bertolotti ci segnala come l’ISIS si sta espandendo anche in Afghanistan. Per contenerlo,contrastarlo e sconfiggerlo è ormai necessario rendersi conto che si tratta di una minaccia transnazionale e globale. Gli eventi politici, e gli episodi di violenza, che stanno caratterizzando il Medio Oriente e il Nord Africa non devono più essere analizzati come cose tra loro separate, ma come parte di un ampio piano politico basato su distruttivi principi ideologici. 
 
Executive Summary 
The double operational front in Afghanistan. ‘Azm’: the new Taliban spring offensive and the competition between al-Qaeda and the Islamic State. 

General situation in brief 
Afghan security situation remains volatile, in particular in the southeastern areas.
As reported by the United Nations, civilian casualties in consequence of military operations are on the rise; 8 per cent more civilians casualties in the first quarter of 2015 than in the same period in 2014.
On the military front, Afghan National Security Forces (ANSF) have suffered record casualties this year as they combat Taliban largely without the support of US and Nato (in particular the air power). Statistically, the number of Afghan military and policemen killed or wounded has increased 70% in the first quarter of 2015, compared to the same period last year (casualties have averaged about 330 a week). This result is a direct consequence of the reduced number of airstrikes and cutbacks in surveillance and support by US-led military coalition that has given the Armed Opposition Groups (AOGs) more freedom to move on the battlefield.
On the other hand, the newcomers Foreign Fighters in Afghanistan claim allegiance to Islamic State (ISIS) recruiting militants. In fact, the consequence of the successful operations in Syraq and the efficacious ‘Web offensive’ – thanks to the effective capacity to penetrate the social level overtaking physical borders and political countermeasures – is the capability to attract young militants intended to fight against foreigners and Afghan government labeled by insurgents as ‘illegitimate’.
In addition, a further new actor emerged in the regional competition: ‘Qaedat al-Jihad in the Indian Subcontinent’ (AQIS, al-Qaeda in the Indian Subcontinent), leaded by the al-Qaeda ‘Emir’ Ayman al-Zawahiri, with the purpose of waging jihad in India (including Kashmir, Gujarat and Assam). From Pakistan and with its close links to Lashkar-e-Taiba and other terrorist organizations, Al-Qaeda represents a perilous menace to India. The move was part of al-Qaeda's plan to take advantage of the partial withdrawal of US led forces from Afghanistan, and boost its influence in the ‘Af-Pak-Ind’ region.
At present, the most dangerous consequence of the newcomers‘ presence are the indirect dynamics influencing the security as well as the political agenda (with explicit reference to the peace talks attempts in progress).
Despite the new impulse to this phase of the Afghan war represented by the ISIS attempt to be a ‘first-line’ actor (competing with al-Qaeda), and considering the Islamic State a direct threat to the Afghan stability and security, what is important to emphasize is the fact that the main security threats still remain the regional AOGs; in particular the Taliban and other experienced insurgent entities, especially the Haqqani Network, the Hezb-e Islami Gulbuddin Hekmatyar, the Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP - splitted into two sub-groups, one supporting Al-Qaeda and the Afghan Taliban, the other supporting ISIS) militants and the Islamic Movement of Uzbekistan (particularly in the east of the country). The competitive approach to the local battlefield adopted by the new actors – especially in southern Helmand, and Ghazni and Farah provinces – stimulates all the other ‘old’ actors in competing for the success on the battlefield, as well as on the social field; these aggressive dynamics representing one more negative factor for the unstable security situation which is boosted by the ongoing new Taliban spring offensive called ‘Operation Azm’.
Brief analysis, assessments, forecasts
In the short term, it is assessed a significant augment in AOGs activity, both external and domestic. In line with the last years’ trend, we can consider as probable an increase in number and intensity of the offensive actions against the ANSF
Besides, Afghan AOGs are contrasting the centripetal dynamics moving part of the younger generations from Taliban to ISIS affiliates groups (a specific example of this evolution is the aforementioned splitting process of the Pakistani TTP).
As consequence, the Afghan government will face difficulties on the peace-process in agenda which would involve directly the Afghan AOGs. On the one hand, the unstable diarchy Ghani-Abdullah would involve Pakistan as facilitator in the dialogue with the Taliban; on the other hand this peace-process, based on the dialogue, is uneasy because the internal dynamics of the Taliban which could lead
- to a dangerous splitting-process of the movement in favor of ISIS or
- to the most dangerous scenario characterized by an increasing of conflicts (involving the galaxy of the regional and transnational AOGs).
In addition, from a geo-political perspective,  Iran’s regional ambitions are growing, on the one hand as consequence of the nuclear dialogues involving Teheran and Washington and, on the other hand, as result of the Iran’s role in contrasting ISIS in Syraq. Moreover, Iran stated the intention to take part to counter-terrorism initiatives involving Pakistan and Afghanistan: this could open a new political season of the Iran’s role at regional level.
Concluding, regarding the threat of ISIS, from a double ‘time’ and ‘space’ perspective what appears as necessary is a defined political intent based on holistic and nonclassical approach: first fundamental step of a strategy intended to contrast and defeat ISIS must considers it as a transnational and ‘glocal’ threat.
Furthermore, it is necessary to avoid considering conflictual episodes and terror attacks in MENA area as separated: because each single event, even if not coordinated, is part of a wide political plan based on ideological, revolutionary and destabilizing  principles and intents.

La situazione generale, in breve
La situazione in Afghanistan è in fase di progressivo peggioramento, in particolare nelle aree a sud e a est del paese.
Il primo quadrimestre del 2015 ha registrato un numero di vittime per operazioni militari superiore dell’8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente; per contro, il numero di morti in termini assoluti è diminuito del 2%, sebbene ci sia un aumento del 15% tra le donne e i bambini (fonte UNAMA, United Nations Assistance Mission in Afghanistan).
A riguardo delle forze di sicurezza afghane (ANSF), l’esercito (ANA, Afghan National Army) ha perso oltre 20.000 unità nel 2014 a causa di un aumento di diserzioni, dimissioni e perdite in combattimento; da gennaio a novembre 2014, la forza dell’ANA si è ridotta dell’11%, scendendo a 169.000 unità: il dato più basso dal 2011 (fonte SIGAR, Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction).
Inoltre, il ministero per il contrasto al narcotraffico ha confermato che la produzione di papavero da oppio è cresciuta nell’ultimo anno del 7%; 224.000 sono gli ettari di terra dedicati all’oppio, 132 i distretti interessati, con le province di Helmand, Kandahar, Farah e Nimroz che da sole producono il 65% del totale.
Infine, nuovi attori del conflitto stanno imponendo nuove dinamiche e ritmi le cui conseguenze non sono facilmente contrastabili.
Dichiarazione dell’Emirato islamico dell’Afghanistan sull’avvio dell’offensiva di primavera ‘Azm’
Afghanistan, 24 aprile (anniversario della battaglia di ‘Yarmouk’ che portò alla conquista musulmana della Siria bizantina nel 636 d.c.): contemporaneamente alla decisione statunitense di sospendere la riduzione delle proprie truppe dall’Afghanistan – così come in precedenza pianificato e annunciato – i taliban dell’Emirato islamico hanno ufficializzato l’avvio delle nuove operazioni; la quattordicesima offensiva di primavera che vede confrontarsi sul campo di battaglia il governo afghano, con le sue forze di sicurezza, le residue forze militari occidentali e i gruppi di opposizione armata (GOA), tra i quali un ruolo di primo piano è giocato dai taliban.
Come di consueto, il comunicato è stato diffuso attraverso il sito web dell’Emirato islamico dell’Afghanistan; e come ogni anno l’offensiva è stata presentata come la più vasta e impegnativa operazione militare mai condotta. Con ciò confermando, da un lato, la capacità comunicativa di un fenomeno di opposizione sempre più efficace e aggressivo e, dall’altro, la volontà offensiva di una leadership che ha ben compreso le difficoltà, politiche e militari, di uno Stato afghano sempre più in difficoltà e incapace:
- di garantire un adeguato livello di sicurezza nella maggior parte del paese, in particolare le aree periferiche e rurali e
- di contenere una competizione tra gruppi di potere che potrebbe spingere verso una nuova fase della guerra civile afghana.
L’operazione ‘Azm’ (Risolvere, Perseveranza o Determinazione) – così è stata chiamata dalla leadership dell’Emirato – segue senza soluzione di continuità la precedente e micidiale offensiva del 2014, l’operazione Khaybar, caratterizzata da un massiccio impiego di attacchi suicidi, imboscate, Ied (Improvised explosive device - ordigni esplosivi improvvisati) e le puntate offensive, sempre più numerose, prolungate nel tempo ed efficaci, a cui è seguita la conquista di intere basi militari sotto il controllo delle forze afghane.
La retorica dei taliban, anche quest’anno, ha posto in evidenza esplicitamente gli intenti dell’insurrezione; e non vi è da dubitare che metteranno in pratica quanto minacciato, poiché è sufficiente guardare indietro, al numero di azioni, alle statistiche relative ai danni inferti, per rendersi conto del potenziale militare, delle capacità offensive e della sempre più ampia capacità di controllare le aree periferiche dell’Afghanistan, in particolare il sud e l’est del paese.
La propaganda che accompagna l’avvio dell’ultima offensiva di primavera si concentra sul mancato ritiro delle truppe straniere ‘di occupazione’ – requisito essenziale per l’avvio di qualunque negoziato per la pace – e sull’applicazione dell’accordo di sicurezza tra il Governo afghano, gli Stati Uniti e la Nato (Bilateral Security Agreement - BSA).
Una condanna esplicita va al continuo utilizzo di ‘droni’ per la condotta di attacchi, ai criticati ‘night raids’ che coinvolgono la popolazione civile, e alla subordinazione delle forze di sicurezza afghane; un’occupazione che, ridimensionata nei numeri, avrebbe semplicemente mutato la tattica, ma non l’obiettivo strategico: l’occupazione dell’Afghanistan.
E il richiamo al jihad contro l’occupante straniero, continua così a essere il leit-motiv esplicito della narrativa taliban; taliban che, in linea con una policy pubblica consolidata, continuano a chiedere il ritiro immediato delle residue truppe straniere, la conclusione delle operazioni militari, dell’attività intelligence e delle operazioni speciali, nonché di qualunque forma di influenza negli ‘affari interni all’Afghanistan’.
Fino ad allora, e con l’obiettivo di completare la liberazione del paese e per implementare le ‘giuste regole islamiche’, l’Emirato si dichiara determinato a prolungare il jihad contro gli stranieri e contro tutti coloro che sono disposti a sostenerne le parti – con implicito riferimento alle istituzioni afghane e ai singoli soggetti che collaborano con queste.
I principali obiettivi dell’operazione ‘Azm’, dichiarati e designati dalla leadership dell’Emirato islamico e della ‘Commissione militare’, sono, nell’ordine: le forze di occupazione straniere, le basi militari permanenti, le strutture di intelligence, diplomatiche, obiettivi della compagine statale afghana – in particolare i ministeri degli Interni e della Difesa.
In linea con le tecniche già ampiamente utilizzate, vengono confermate tattiche e procedure tecniche quali attacchi suicidi (il “martirio”), ‘green-on-blue’, azioni a danno dei contractor e contro le infrastrutture militari e di supporto a queste, tecniche di guerriglia urbana.
I taliban, in contrasto con quanto dimostrato dal più recente report delle Nazioni Unite in merito ai danni collaterali e all’uccisione di civili, dichiarano inoltre che il loro obiettivo primario consiste nel salvaguardare la vita e le proprietà delle popolazioni civili. Nel ribadire tale concetto, il comunicato dell’Emirato ribadisce che ogni singolo mujaheddin è responsabile per la propria condotta in guerra e ogni comandante è responsabile per ognuno degli uomini alle proprie dipendenze; chiunque non dovesse attenersi scrupolosamente a tale principio deve essere sottoposto al giudizio sanzionatorio nel rispetto dei codici imposti dal jihad e dalla sharia.
In linea con una retorica propagandistica ormai consolidata, gli obiettivi religiosi e scolastici quali moschee, madrase, università, ospedali, cliniche, edifici pubblici in genere, non rientrano tra quelli che potrebbero essere colpiti dalla nuova offensiva militare; mentre un’interessante apertura è rappresentata dalla dichiarazione di voler agevolare tutte quelle organizzazioni che si occupano, a vario titolo, di benessere, salute e assistenza alla popolazione civile.
Per contro, i taliban avvertono proprio la popolazione civile di tenersi lontana dai possibili obiettivi designati invitando, inoltre, tutti i dipendenti pubblici, i soldati, i poliziotti e coloro che, a vario titolo, collaborano con le forze di sicurezza straniere a colpire ovunque e in qualunque momento i nemici invasori e i loro ‘fantocci’ e a trovare protezione sotto la bandiera dell’Emirato islamico.
Anche la quattordicesima offensiva di primavera si preannuncia, attraverso un messaggio propagandistico pregno di retorica, violenta e indiscriminata; ma un’offensiva che si contraddistingue da tutte le precedenti per il fatto di vedere contrapposti sul campo di battaglia vecchi e nuovo attori: al-Qa’ida e lo Stato Islamico (ISIS/IS, o Daesh).
Infatti, nel caos afghano – e nel più generale quadro dell’Af-Pak-Ind – si sono recentemente imposte nuove dinamiche e nuovi attori hanno fatto la loro comparsa: l’ISIS è uno di questi, a cui si contrappone il riformato movimento di al-Qa’ida nella sua variante del sub-continente indiano. Dinamiche che – come avevamo valutato nell’Osservatorio Strategico 9/2014 a cui si rimanda per un maggiore approfondimento sulla riorganizzazione insurrezionale – hanno portato a una recrudescenza delle conflittualità che deriva da una competizione sfrenata tra i gruppi alla ricerca dell’attenzione mediatica, del risultato eclatante attraverso atti sempre più violenti e spregiudicati, dell’ampliamento del bacino di militanti. La conferma, nei fatti, è venuta con gli episodi di decapitazione di alcuni sciiti afghani di etnia hazara e con l’attacco suicida a Jalalabad del 18 aprile, di cui più oltre si tratterà (entrambi gli episodi prontamente condannati dai taliban e biasimati dall’opinione pubblica afghana).
AQIS, al-Qa’ida nel sub-continente indiano
Come reazione all’espansione dell’ISIS nel sub-continente indiano, nel settembre 2014 al-Qa’da ha annunciato la costituzione di una propria organizzazione jihadista regionale chiamata ‘Qaedat al-Jihad in the Indian Subcontinent’ (AQIS, al-Qaeda in the Indian Subcontinent) –, il cui obiettivo è l’imposizione della legge islamica (sharia) attraverso lo sforzo del jihad in tutto il sub-continente, come elemento di unione di tutti i musulmani dall’India all’Afghanistan, a Burma, al Bangladesh, all’Assam, al Gujarat, all’Ahmedabad e al Kashmir. La nuova ala di al-Qa’ida è formalmente fedele all’alleanza con i taliban afghani del mullah Omar ed è guidata da un soggetti provenienti dagli ambienti taliban pakistani.
Ma nel mirino della missione di controterrorismo statunitense e delle forze di sicurezza pakistane non sono i taliban, bensì i vertici e i membri della neo-costituita AQIS. I taliban afghani, in tale dinamico scenario rimangono un target secondario poiché il vero obiettivo definito, anche sul piano formale, è al-Qa’ida, i suoi affiliati e i competitor radicali (e l’ISIS, tra questi, è certamente il principale).
Perché i taliban non sono l’obiettivo principale?
- In primo luogo, quello dei taliban afghani è un movimento locale, con strette relazioni con al-Qa’ida ma senza ambizioni a livello globale o regionale.
- In secondo luogo, gli Stati Uniti sono impegnati nel tentativo di tagliare le relazioni tra i taliban e i loro supporter esterni (al fine di interrompere una connessione che costituisce un punto di forza per entrambi gli attori).
- Inoltre, i taliban non sono inclusi nella lista delle organizzazioni terroristiche in virtù del loro potenziale, quanto ricercato, ruolo – anche politico – nel futuro dell’Afghanistan.
- Infine, né le forze della coalizione internazionale, né le ANSF hanno dimostrato di essere in grado di poter sconfiggere i taliban.
Dalla Libia all’Afghanistan: l’ISIS esporta un modello di violenza transnazionale di successo
Al contrario di AQIS, l’ISIS ha iniziato un’efficace opera di penetrazione in Afghanistan attraverso l’affiliazione, la condotta di attività operative e il reclutamento di militanti, anche stranieri. Un recente report delle Nazioni Unite confermerebbe la presenza di migliaia di foreign fighter, provenienti da oltre cento paesi, tra le fila di al-Qa’ida e dell’ISIS o di altri gruppi affiliati; del totale almeno 6.500 sarebbero già operativi in Afghanistan, tra questi alcuni proverrebbero dalla storica organizzazione dell’Islamic Movement of Uzbekistan (IMU) recentemente passata dalla parte dello nascente Stato Islamico di Abu Bakr al-Bagdadi che, a meno di un anno dalla conquista della città irachena di Mosul, continua la sua strategica espansione dal Syraq a tutto il Grande Medio-Oriente, dalla Libia all’Afghanistan dove si contrappone a un’al-Qa’ida che sembra aver ripreso energia proprio con la comparsa del nuovo competitor; un competitor che è alla ricerca di ulteriori basi operative e nuovi alleati: in questo modo Pakistan e Afghanistan sono entrati a pieno titolo nella strategia della violenza dello Stato Islamico che si è imposto nel sub-continente indiano attraverso il brand “ISIS Wilayat Khorasan”.
E dopo la comparsa in Libia, con l’attacco suicida al ‘Corinthia Hotel’ di Tripoli nel mese di gennaio, l’ISIS – nonostante un’ipotesi di smentita – si sarebbe formalmente imposto in Afghanistan attraverso l’azione suicida che, il 18 aprile, ha ucciso 34 persone ferendone altre 125 a Jalalabad, capoluogo della provincia di Nangarhar, nell’est dell’Afghanistan.
Capacità tecnica e volontà offensiva: quale ruolo per gli attacchi suicidi?
Quello a cui assistiamo è un aumento degli attacchi suicidi sui piani quantitativo, qualitativo e geografico. Dalla Libia, all’Afghanistan, gli attacchi suicidi si sono imposti come tecnica vincente, indipendentemente dagli effettivi risultati sul campo di battaglia.
L’aumento della frequenza degli attacchi suicidi e la loro diffusione geografica sono chiari indicatori dell’accresciuta capacità ed esperienza tecnica e della permeabilità dei teatri operativi a gruppi insurrezionali esogeni. Ciò mostra quanto sia maturata nel tempo la consapevolezza dell’utilità di tale tecnica in un’ottica strategica di opposizione e non semplicemente come tattica sul campo di battaglia. In tale quadro si configurerebbe un processo evolutivo del fenomeno giunto ai giorni nostri attraverso un’amplificazione dell’offensiva sempre più spettacolare e strutturata, oltre che capace di adattarsi molto velocemente alle contromisure messe in atto dalle forze di sicurezza.
Successo o fallimento: quali i risultati?
Gli attacchi suicidi hanno confermato di essere una tecnica vincente innanzitutto sul piano mediatico. Anno dopo anno i gruppi di opposizione armata hanno saputo convogliare l’attenzione massmediatica, prima sul conflitto afghano e poi su quello in Syraq, attraverso una razionale regia strategica incentrata su azioni mediaticamente appaganti come gli attacchi suicidi multipli (commando); questo indipendentemente dal risultato «tattico» raggiunto.
In secondo luogo, hanno ottenuto risultati positivi sul piano della funzionalità operativa dove l’approccio razionale dei gruppi di opposizione ottiene come risultato tangibile il cosiddetto «blocco funzionale» (o «stop operativo»): danneggiamento di veicoli e installazioni, ferimento di addetti alla sicurezza, limitazione della capacità di manovra, riduzione del vantaggio tecnologico e del potenziale operativo. I risultati sono tangibili e hanno portato a ottenere, nel periodo 2011-2014, un successo relativo (il blocco funzionale) in media nel 78% dei casi.
I risultati conseguiti a danno delle forze di sicurezza ne confermano la validità; e dunque per questa ragione la tecnica è stata utilizzata e affinata. Inoltre, ciò che si evince da un’analisi complessiva è che i gruppi di opposizione, grazie a un buon livello di information-sharing sono oggi in grado di condividere molto velocemente le nuove tecniche e tattiche.
Stando così le cose, l’impatto della tecnica suicida contribuirà a rendere più onerosa la missione di contrasto all’ISIS e i suoi affiliati?
I risultati sinora ottenuti hanno consentito di adeguare sempre più e sempre meglio gli equipaggiamenti esplosivi alle esigenze di carattere tattico. E, in fatto di aggiornamento e adeguamento, i gruppi di opposizione tendono ad anticipare le forze di sicurezza: aumentare la capacità offensiva e il potenziale distruttivo di un attacco suicida è più veloce ed economico che non progettare veicoli sempre più protetti e pesanti (e costosi).
Se sul piano propriamente militare si può quindi affermare che la rilevanza delle azioni suicide è significativa, è altresì evidente l’efficacia nell’attività di reclutamento degli aspiranti attaccanti. In sintesi:
- a livello strategico gli attacchi suicidi hanno ottenuto l’attenzione dei media regionali e internazionali nel 78% dei casi mentre le azioni multiple/commando hanno ottenuto un’attenzione mediatica pari al 100%.
- a livello operativo gli attacchi hanno causato il blocco funzionale delle forze di sicurezza in sette casi su dieci (73% in media).
- Infine, a livello tattico il successo è pari, nel 2011, al 57% dei casi a fronte di un 36% di atti formalmente fallimentari, mentre il 2014 si è stabilizzato su una percentuale di successo del 54% e di fallimento del 30%.
Gli attacchi suicidi hanno dunque una rilevanza significativa tanto a livello operativo (limitazione della funzionalità operativa delle forze di sicurezza) quanto sul piano mediatico; quest’ultimo sfruttato a fini politico-propagandistici. Si può dunque parlare di strategia politico-militare i cui veri obiettivi consisterebbero prioritariamente in:
- attrarre l’attenzione mediatica al fine di influenzare le opinioni pubbliche, locali e straniere;
- concorrere a imporre una condizione di stress operativo (in particolare attraverso il «blocco funzionale»);
- creare uno stato di insicurezza generale con ripercussioni su opinione pubblica, piano sociale interno e lotta per il potere a livello locale.
Costi contenuti ed effetti immediati e amplificati sono i punti di forza alla base delle spettacolarizzazione della violenza; una tecnica che continuerà a contribuire al raggiungimento di significativi risultati a livello strategico, operativo, e non trascurabili sul piano tattico.
Sul piano qualitativo, il 2014 si è dimostrato essere l’anno dei maggiori risultati ottenuti dai gruppi di opposizione armata attraverso la spettacolarizzazione degli attacchi suicidi: aumento del blocco funzionale, incremento nel numero di uccisi e maggiore attenzione mediatica; rimandando per un opportuno approfondimento all’articolo che verrà pubblicato sul numero 2/2015 di ‘Sicurezza, Terrorismo e Società’, possiamo valutare come altamente probabile già nel breve-medio periodo un’evoluzione incrementale degli attacchi suicidi sia sul piano quantitativo-qualitativo sia su quello geografico.
Analisi, valutazioni, previsioni.
Si prevede un aumento significativo dell’attività dei GOA, sia endogeni sia esogeni, nel breve-medio periodo; in linea con il trend dei passati anni, si valuta come probabile un incremento nel numero e nell’intensità delle azioni contro le ANSF.
Come conseguenza, il governo afghano dovrà affrontare concrete difficoltà nell’avviare il processo di pace in agenda che si basa su un approccio finalizzato a una soluzione politica che veda coinvolti gli stessi GOA.
Inoltre, molti militanti taliban starebbero abbandonando i loro gruppi originari per unirsi con il nascente gruppo dell’ISIS in Afghanistan, sebbene si valuti che solamente una parte degli ‘scissionisti’ abbia deciso di lasciare il campo pakistano (anche in conseguenza dell’offensiva pakistana nella regione del North Waziristan).
Nel complesso, va però considerato che una significativa presenza di foreign fighter in Afghanistan è conseguenza della politica di espansione dell’ISIS nel sub-continente indiano a cui si contrappone la volontà oppositiva di AQIS.
Tali dinamici fattori hanno dato al conflitto afghano una nuova dimensione caratterizzata da maggiore instabilità e più violenza: il tutto si traduce in una sfida ancora più ardua per la Comunità Internazionale e per il debole Stato afghano, incapace di contrastare militarmente i GOA e di contenere le crescenti dinamiche conflittuali che coinvolgono i nuovi e i vecchi attori.
Da una parte l’agenda del governo Ghani-Abdullah prevede l’avvio di un dialogo costruttivo che coinvolga anche il Pakistan in qualità di facilitatore nei confronti dei taliban; ma, come possibile conseguenza della presenza di foreign fighters in Afghanistan, il dialogo con i taliban potrebbe complicarsi a causa delle dinamiche interne al movimento che potrebbero portare a uno scollamento tra la leadership e la base formata da giovani e radicali che opterebbero per l’ISIS.
Un passaggio da un gruppo a un altro che sarebbe indotto da un’efficace campagna di reclutamento, sia tradizionale sia moderna attraverso un ampio utilizzo dei social-media, in Pakistan e in Afghanistan.
Inoltre, crescono il ruolo e le ambizioni regionali dell’Iran come possibile conseguenza, da un lato, del dialogo sul nucleare con gli Stati Uniti e, dall’altro, dell’impegno di Teheran nel contrasto all’espansione dell’ISIS in Syraq e, verosimilmente, anche in Afghanistan; come recentemente annunciato dal ministro degli Interni iraniano Abdolreza Rahmani Fazli, l’Iran è pronto a fare la sua parte in operazioni di controterrorismo al fianco di Pakistan e Afghanistan. Questa è una significativa possibilità  che potrebbe aprire a una nuova fase del ruolo iraniano a livello regionale.
In conclusione, è ormai un dato di fatto che l’ISIS stia espandendo le proprie capacità in Afghanistan. Analizzando lo sviluppo del fenomeno attraverso la doppia prospettiva del ‘tempo’ e dello ‘spazio’, è necessario che i decisori acquisiscano la consapevolezza che per contenere, contrastare e sconfiggere l’ISIS è prima di tutto fondamentale agire ovunque questo esista, affrontandolo come una minaccia collegata a livello transnazionale e globale. È altresì necessario non commettere l’errore di analizzare gli eventi e le azioni violente nell’intera area MENA come fattori tra di loro separati: ogni singolo evento, sebbene non coordinato, è parte di un ampio piano politico basato su principi ideologici, rivoluzionari e distruttivi. 




giovedì 18 giugno 2015

The double operational front in Afghanistan. ‘Azm’: the new Taliban spring offensive and the competition between al-Qaeda and the Islamic State (CeMiSS Osservatorio Strategico 3/2015)

by Claudio Bertolotti
 
 
Claudio Bertolotti warns us of the IS enlargement throughout Afghanistan. To restrain, hinder and overwhelm it, we should ultimately acknowledge that it is a global and transnational danger. The political events as well as the brutal episodes currently occurring in Middle Eastern countries and North Africa can be interpreted as a small part of a broader political plan grounded in guiding principles tending to cause destruction, rather than unrelated issues.
 
 
(*) Claudio Bertolotti, Ph.D, is Assistant Professor of Area Analysis at CSPCO (Turin), Senior Analyst at CeMiSS (Rome), and Italian representative at CEMRES «5+5 Defense Initiative 2015» (Tunis).
 
General situation in briefAfghan security situation remains volatile, in particular in the southeastern areas.
As reported by the United Nations, civilian casualties in consequence of military operations are on the rise; 8 per cent more civilians casualties in the first quarter of 2015 than in the same period in 2014.
On the military front, Afghan National Security Forces (ANSF) have suffered record casualties this year as they combat Taliban largely without the support of US and Nato (in particular the air power). Statistically, the number of Afghan military and policemen killed or wounded has increased 70% in the first quarter of 2015, compared to the same period last year (casualties have averaged about 330 a week). This result is a direct consequence of the reduced number of airstrikes and cutbacks in surveillance and support by US-led military coalition that has given the Armed Opposition Groups (AOGs) more freedom to move on the battlefield.
On the other hand, the newcomers Foreign Fighters in Afghanistan claim allegiance to Islamic State (ISIS) recruiting militants. In fact, the consequence of the successful operations in Syraq and the efficacious ‘Web offensive’ – thanks to the effective capacity to penetrate the social level overtaking physical borders and political countermeasures – is the capability to attract young militants intended to fight against foreigners and Afghan government labeled by insurgents as ‘illegitimate’.
In addition, a further new actor emerged in the regional competition: ‘Qaedat al-Jihad in the Indian Subcontinent’ (AQIS, al-Qaeda in the Indian Subcontinent), leaded by the al-Qaeda ‘Emir’ Ayman al-Zawahiri, with the purpose of waging jihad in India (including Kashmir, Gujarat and Assam). From Pakistan and with its close links to Lashkar-e-Taiba and other terrorist organizations, Al-Qaeda represents a perilous menace to India. The move was part of al-Qaeda's plan to take advantage of the partial withdrawal of US led forces from Afghanistan, and boost its influence in the ‘Af-Pak-Ind’ region.
At present, the most dangerous consequence of the newcomers‘ presence are the indirect dynamics influencing the security as well as the political agenda (with explicit reference to the peace talks attempts in progress).
Despite the new impulse to this phase of the Afghan war represented by the ISIS attempt to be a ‘first-line’ actor (competing with al-Qaeda), and considering the Islamic State a direct threat to the Afghan stability and security, what is important to emphasize is the fact that the main security threats still remain the regional AOGs; in particular the Taliban and other experienced insurgent entities, especially the Haqqani Network, the Hezb-e Islami Gulbuddin Hekmatyar, the Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP - splitted into two sub-groups, one supporting Al-Qaeda and the Afghan Taliban, the other supporting ISIS) militants and the Islamic Movement of Uzbekistan (particularly in the east of the country). The competitive approach to the local battlefield adopted by the new actors – especially in southern Helmand, and Ghazni and Farah provinces – stimulates all the other ‘old’ actors in competing for the success on the battlefield, as well as on the social field; these aggressive dynamics representing one more negative factor for the unstable security situation which is boosted by the ongoing new Taliban spring offensive called ‘Operation Azm’.

Brief analysis, assessments, forecasts
In the short term, it is assessed a significant augment in AOGs activity, both external and domestic. In line with the last years’ trend, we can consider as probable an increase in number and intensity of the offensive actions against the ANSF
Besides, Afghan AOGs are contrasting the centripetal dynamics moving part of the younger generations from Taliban to ISIS affiliates groups (a specific example of this evolution is the aforementioned splitting process of the Pakistani TTP).
As consequence, the Afghan government will face difficulties on the peace-process in agenda which would involve directly the Afghan AOGs. On the one hand, the unstable diarchy Ghani-Abdullah would involve Pakistan as facilitator in the dialogue with the Taliban; on the other hand this peace-process, based on the dialogue, is uneasy because the internal dynamics of the Taliban which could lead
- to a dangerous splitting-process of the movement in favor of ISIS or
- to the most dangerous scenario characterized by an increasing of conflicts (involving the galaxy of the regional and transnational AOGs).
In addition, from a geo-political perspective,  Iran’s regional ambitions are growing, on the one hand as consequence of the nuclear dialogues involving Teheran and Washington and, on the other hand, as result of the Iran’s role in contrasting ISIS in Syraq. Moreover, Iran stated the intention to take part to counter-terrorism initiatives involving Pakistan and Afghanistan: this could open a new political season of the Iran’s role at regional level.
Concluding, regarding the threat of ISIS, from a double ‘time’ and ‘space’ perspective what appears as necessary is a defined political intent based on holistic and nonclassical approach: first fundamental step of a strategy intended to contrast and defeat ISIS must considers it as a transnational and ‘glocal’ threat.
Furthermore, it is necessary to avoid considering conflictual episodes and terror attacks in MENA area as separated: because each single event, even if not coordinated, is part of a wide political plan based on ideological, revolutionary and destabilizing  principles and intents.
 

 

Il doppio fronte operativo in Afghanistan. Al via “Azm” la nuova offensiva di primavera dei Taliban e il confronto tra al-Qa’ida e l’ISIS (CeMiSS 3/2015)

di Claudio Bertolotti
 
 
"Claudio Bertolotti ci segnala come l’ISIS si sta espandendo anche in Afghanistan. Per contenerlo, contrastarlo e sconfiggerlo è ormai necessario rendersi conto che si tratta di una minaccia transnazionale e globale.
Gli eventi politici, e gli episodi di violenza, che stanno caratterizzando il Medio Oriente e il Nord Africa non devono più essere analizzati come cose tra loro separate, ma come parte di un ampio piano politico basato su distruttivi principi ideologici."
 
 
(*) Claudio Bertolotti, Ph.D, is Assistant Professor of Area Analysis at CSPCO (Turin), Senior Analyst at CeMiSS (Rome), and Italian representative at CEMRES «5+5 Defense Initiative 2015» (Tunis).
 
La situazione generale, in breve
La situazione in Afghanistan è in fase di progressivo peggioramento, in particolare nelle aree a sud e a est del paese.
Il primo quadrimestre del 2015 ha registrato un numero di vittime per operazioni militari superiore dell’8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente; per contro, il numero di morti in termini assoluti è diminuito del 2%, sebbene ci sia un aumento del 15% tra le donne e i bambini (fonte UNAMA, United Nations Assistance Mission in Afghanistan).
A riguardo delle forze di sicurezza afghane (ANSF), l’esercito (ANA, Afghan National Army) ha perso oltre 20.000 unità nel 2014 a causa di un aumento di diserzioni, dimissioni e perdite in combattimento; da gennaio a novembre 2014, la forza dell’ANA si è ridotta dell’11%, scendendo a 169.000 unità: il dato più basso dal 2011 (fonte SIGAR, Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction).
Inoltre, il ministero per il contrasto al narcotraffico ha confermato che la produzione di papavero da oppio è cresciuta nell’ultimo anno del 7%; 224.000 sono gli ettari di terra dedicati all’oppio, 132 i distretti interessati, con le province di Helmand, Kandahar, Farah e Nimroz che da sole producono il 65% del totale.
Infine, nuovi attori del conflitto stanno imponendo nuove dinamiche e ritmi le cui conseguenze non sono facilmente contrastabili.
 

Dichiarazione dell’Emirato islamico dell’Afghanistan sull’avvio dell’offensiva di primavera ‘Azm’
Afghanistan, 24 aprile (anniversario della battaglia di ‘Yarmouk’ che portò alla conquista musulmana della Siria bizantina nel 636 d.c.): contemporaneamente alla decisione statunitense di sospendere la riduzione delle proprie truppe dall’Afghanistan – così come in precedenza pianificato e annunciato – i taliban dell’Emirato islamico hanno ufficializzato l’avvio delle nuove operazioni; la quattordicesima offensiva di primavera che vede confrontarsi sul campo di battaglia il governo afghano, con le sue forze di sicurezza, le residue forze militari occidentali e i gruppi di opposizione armata (GOA), tra i quali un ruolo di primo piano è giocato dai taliban.
Come di consueto, il comunicato è stato diffuso attraverso il sito web dell’Emirato islamico dell’Afghanistan; e come ogni anno l’offensiva è stata presentata come la più vasta e impegnativa operazione militare mai condotta. Con ciò confermando, da un lato, la capacità comunicativa di un fenomeno di opposizione sempre più efficace e aggressivo e, dall’altro, la volontà offensiva di una leadership che ha ben compreso le difficoltà, politiche e militari, di uno Stato afghano sempre più in difficoltà e incapace:
- di garantire un adeguato livello di sicurezza nella maggior parte del paese, in particolare le aree periferiche e rurali e
- di contenere una competizione tra gruppi di potere che potrebbe spingere verso una nuova fase della guerra civile afghana.
L’operazione ‘Azm’ (Risolvere, Perseveranza o Determinazione) – così è stata chiamata dalla leadership dell’Emirato – segue senza soluzione di continuità la precedente e micidiale offensiva del 2014, l’operazione Khaybar, caratterizzata da un massiccio impiego di attacchi suicidi, imboscate, Ied (Improvised explosive device - ordigni esplosivi improvvisati) e le puntate offensive, sempre più numerose, prolungate nel tempo ed efficaci, a cui è seguita la conquista di intere basi militari sotto il controllo delle forze afghane.
La retorica dei taliban, anche quest’anno, ha posto in evidenza esplicitamente gli intenti dell’insurrezione; e non vi è da dubitare che metteranno in pratica quanto minacciato, poiché è sufficiente guardare indietro, al numero di azioni, alle statistiche relative ai danni inferti, per rendersi conto del potenziale militare, delle capacità offensive e della sempre più ampia capacità di controllare le aree periferiche dell’Afghanistan, in particolare il sud e l’est del paese.
La propaganda che accompagna l’avvio dell’ultima offensiva di primavera si concentra sul mancato ritiro delle truppe straniere ‘di occupazione’ – requisito essenziale per l’avvio di qualunque negoziato per la pace – e sull’applicazione dell’accordo di sicurezza tra il Governo afghano, gli Stati Uniti e la Nato (Bilateral Security Agreement - BSA).
Una condanna esplicita va al continuo utilizzo di ‘droni’ per la condotta di attacchi, ai criticati ‘night raids’ che coinvolgono la popolazione civile, e alla subordinazione delle forze di sicurezza afghane; un’occupazione che, ridimensionata nei numeri, avrebbe semplicemente mutato la tattica, ma non l’obiettivo strategico: l’occupazione dell’Afghanistan.
E il richiamo al jihad contro l’occupante straniero, continua così a essere il leit-motiv esplicito della narrativa taliban; taliban che, in linea con una policy pubblica consolidata, continuano a chiedere il ritiro immediato delle residue truppe straniere, la conclusione delle operazioni militari, dell’attività intelligence e delle operazioni speciali, nonché di qualunque forma di influenza negli ‘affari interni all’Afghanistan’.
Fino ad allora, e con l’obiettivo di completare la liberazione del paese e per implementare le ‘giuste regole islamiche’, l’Emirato si dichiara determinato a prolungare il jihad contro gli stranieri e contro tutti coloro che sono disposti a sostenerne le parti – con implicito riferimento alle istituzioni afghane e ai singoli soggetti che collaborano con queste.
I principali obiettivi dell’operazione ‘Azm’, dichiarati e designati dalla leadership dell’Emirato islamico e della ‘Commissione militare’, sono, nell’ordine: le forze di occupazione straniere, le basi militari permanenti, le strutture di intelligence, diplomatiche, obiettivi della compagine statale afghana – in particolare i ministeri degli Interni e della Difesa.
In linea con le tecniche già ampiamente utilizzate, vengono confermate tattiche e procedure tecniche quali attacchi suicidi (il “martirio”), ‘green-on-blue’, azioni a danno dei contractor e contro le infrastrutture militari e di supporto a queste, tecniche di guerriglia urbana.
I taliban, in contrasto con quanto dimostrato dal più recente report delle Nazioni Unite in merito ai danni collaterali e all’uccisione di civili, dichiarano inoltre che il loro obiettivo primario consiste nel salvaguardare la vita e le proprietà delle popolazioni civili. Nel ribadire tale concetto, il comunicato dell’Emirato ribadisce che ogni singolo mujaheddin è responsabile per la propria condotta in guerra e ogni comandante è responsabile per ognuno degli uomini alle proprie dipendenze; chiunque non dovesse attenersi scrupolosamente a tale principio deve essere sottoposto al giudizio sanzionatorio nel rispetto dei codici imposti dal jihad e dalla sharia.
In linea con una retorica propagandistica ormai consolidata, gli obiettivi religiosi e scolastici quali moschee, madrase, università, ospedali, cliniche, edifici pubblici in genere, non rientrano tra quelli che potrebbero essere colpiti dalla nuova offensiva militare; mentre un’interessante apertura è rappresentata dalla dichiarazione di voler agevolare tutte quelle organizzazioni che si occupano, a vario titolo, di benessere, salute e assistenza alla popolazione civile.
Per contro, i taliban avvertono proprio la popolazione civile di tenersi lontana dai possibili obiettivi designati invitando, inoltre, tutti i dipendenti pubblici, i soldati, i poliziotti e coloro che, a vario titolo, collaborano con le forze di sicurezza straniere a colpire ovunque e in qualunque momento i nemici invasori e i loro ‘fantocci’ e a trovare protezione sotto la bandiera dell’Emirato islamico.
Anche la quattordicesima offensiva di primavera si preannuncia, attraverso un messaggio propagandistico pregno di retorica, violenta e indiscriminata; ma un’offensiva che si contraddistingue da tutte le precedenti per il fatto di vedere contrapposti sul campo di battaglia vecchi e nuovo attori: al-Qa’ida e lo Stato Islamico (ISIS/IS, o Daesh).
Infatti, nel caos afghano – e nel più generale quadro dell’Af-Pak-Ind – si sono recentemente imposte nuove dinamiche e nuovi attori hanno fatto la loro comparsa: l’ISIS è uno di questi, a cui si contrappone il riformato movimento di al-Qa’ida nella sua variante del sub-continente indiano. Dinamiche che – come avevamo valutato nell’Osservatorio Strategico 9/2014 a cui si rimanda per un maggiore approfondimento sulla riorganizzazione insurrezionale – hanno portato a una recrudescenza delle conflittualità che deriva da una competizione sfrenata tra i gruppi alla ricerca dell’attenzione mediatica, del risultato eclatante attraverso atti sempre più violenti e spregiudicati, dell’ampliamento del bacino di militanti. La conferma, nei fatti, è venuta con gli episodi di decapitazione di alcuni sciiti afghani di etnia hazara e con l’attacco suicida a Jalalabad del 18 aprile, di cui più oltre si tratterà (entrambi gli episodi prontamente condannati dai taliban e biasimati dall’opinione pubblica afghana).
AQIS, al-Qa’ida nel sub-continente indiano
Come reazione all’espansione dell’ISIS nel sub-continente indiano, nel settembre 2014 al-Qa’da ha annunciato la costituzione di una propria organizzazione jihadista regionale chiamata ‘Qaedat al-Jihad in the Indian Subcontinent’ (AQIS, al-Qaeda in the Indian Subcontinent) –, il cui obiettivo è l’imposizione della legge islamica (sharia) attraverso lo sforzo del jihad in tutto il sub-continente, come elemento di unione di tutti i musulmani dall’India all’Afghanistan, a Burma, al Bangladesh, all’Assam, al Gujarat, all’Ahmedabad e al Kashmir. La nuova ala di al-Qa’ida è formalmente fedele all’alleanza con i taliban afghani del mullah Omar ed è guidata da un soggetti provenienti dagli ambienti taliban pakistani.
Ma nel mirino della missione di controterrorismo statunitense e delle forze di sicurezza pakistane non sono i taliban, bensì i vertici e i membri della neo-costituita AQIS. I taliban afghani, in tale dinamico scenario rimangono un target secondario poiché il vero obiettivo definito, anche sul piano formale, è al-Qa’ida, i suoi affiliati e i competitor radicali (e l’ISIS, tra questi, è certamente il principale).
Perché i taliban non sono l’obiettivo principale?
- In primo luogo, quello dei taliban afghani è un movimento locale, con strette relazioni con al-Qa’ida ma senza ambizioni a livello globale o regionale.
- In secondo luogo, gli Stati Uniti sono impegnati nel tentativo di tagliare le relazioni tra i taliban e i loro supporter esterni (al fine di interrompere una connessione che costituisce un punto di forza per entrambi gli attori).
- Inoltre, i taliban non sono inclusi nella lista delle organizzazioni terroristiche in virtù del loro potenziale, quanto ricercato, ruolo – anche politico – nel futuro dell’Afghanistan.
- Infine, né le forze della coalizione internazionale, né le ANSF hanno dimostrato di essere in grado di poter sconfiggere i taliban.

Dalla Libia all’Afghanistan: l’ISIS esporta un modello di violenza transnazionale di successo
Al contrario di AQIS, l’ISIS ha iniziato un’efficace opera di penetrazione in Afghanistan attraverso l’affiliazione, la condotta di attività operative e il reclutamento di militanti, anche stranieri. Un recente report delle Nazioni Unite confermerebbe la presenza di migliaia di foreign fighter, provenienti da oltre cento paesi, tra le fila di al-Qa’ida e dell’ISIS o di altri gruppi affiliati; del totale almeno 6.500 sarebbero già operativi in Afghanistan, tra questi alcuni proverrebbero dalla storica organizzazione dell’Islamic Movement of Uzbekistan (IMU) recentemente passata dalla parte dello nascente Stato Islamico di Abu Bakr al-Bagdadi che, a meno di un anno dalla conquista della città irachena di Mosul, continua la sua strategica espansione dal Syraq a tutto il Grande Medio-Oriente, dalla Libia all’Afghanistan dove si contrappone a un’al-Qa’ida che sembra aver ripreso energia proprio con la comparsa del nuovo competitor; un competitor che è alla ricerca di ulteriori basi operative e nuovi alleati: in questo modo Pakistan e Afghanistan sono entrati a pieno titolo nella strategia della violenza dello Stato Islamico che si è imposto nel sub-continente indiano attraverso il brand “ISIS Wilayat Khorasan”.
E dopo la comparsa in Libia, con l’attacco suicida al ‘Cor¬inthia Hotel’ di Tripoli nel mese di gennaio, l’ISIS – nonostante un’ipotesi di smentita – si sarebbe formalmente imposto in Afghanistan attraverso l’azione suicida che, il 18 aprile, ha ucciso 34 persone ferendone altre 125 a Jalalabad, capoluogo della provincia di Nangarhar, nell’est dell’Afghanistan.
Capacità tecnica e volontà offensiva: quale ruolo per gli attacchi suicidi?
Quello a cui assistiamo è un aumento degli attacchi suicidi sui piani quantitativo, qualitativo e geografico. Dalla Libia, all’Afghanistan, gli attacchi suicidi si sono imposti come tecnica vincente, indipendentemente dagli effettivi risultati sul campo di battaglia.
L’aumento della frequenza degli attacchi suicidi e la loro diffusione geografica sono chiari indicatori dell’accresciuta capacità ed esperienza tecnica e della permeabilità dei teatri operativi a gruppi insurrezionali esogeni. Ciò mostra quanto sia maturata nel tempo la consapevolezza dell’utilità di tale tecnica in un’ottica strategica di opposizione e non semplicemente come tattica sul campo di battaglia. In tale quadro si configurerebbe un processo evolutivo del fenomeno giunto ai giorni nostri attraverso un’amplificazione dell’offensiva sempre più spettacolare e strutturata, oltre che capace di adattarsi molto velocemente alle contromisure messe in atto dalle forze di sicurezza.
Successo o fallimento: quali i risultati?
Gli attacchi suicidi hanno confermato di essere una tecnica vincente innanzitutto sul piano mediatico. Anno dopo anno i gruppi di opposizione armata hanno saputo convogliare l’attenzione massmediatica, prima sul conflitto afghano e poi su quello in Syraq, attraverso una razionale regia strategica incentrata su azioni mediaticamente appaganti come gli attacchi suicidi multipli (commando); questo indipendentemente dal risultato «tattico» raggiunto.
In secondo luogo, hanno ottenuto risultati positivi sul piano della funzionalità operativa dove l’approccio razionale dei gruppi di opposizione ottiene come risultato tangibile il cosiddetto «blocco funzionale» (o «stop operativo»): danneggiamento di veicoli e installazioni, ferimento di addetti alla sicurezza, limitazione della capacità di manovra, riduzione del vantaggio tecnologico e del potenziale operativo. I risultati sono tangibili e hanno portato a ottenere, nel periodo 2011-2014, un successo relativo (il blocco funzionale) in media nel 78% dei casi.
I risultati conseguiti a danno delle forze di sicurezza ne confermano la validità; e dunque per questa ragione la tecnica è stata utilizzata e affinata. Inoltre, ciò che si evince da un’analisi complessiva è che i gruppi di opposizione, grazie a un buon livello di information-sharing sono oggi in grado di condividere molto velocemente le nuove tecniche e tattiche.
Stando così le cose, l’impatto della tecnica suicida contribuirà a rendere più onerosa la missione di contrasto all’ISIS e i suoi affiliati?
I risultati sinora ottenuti hanno consentito di adeguare sempre più e sempre meglio gli equipaggiamenti esplosivi alle esigenze di carattere tattico. E, in fatto di aggiornamento e adeguamento, i gruppi di opposizione tendono ad anticipare le forze di sicurezza: aumentare la capacità offensiva e il potenziale distruttivo di un attacco suicida è più veloce ed economico che non progettare veicoli sempre più protetti e pesanti (e costosi).
Se sul piano propriamente militare si può quindi affermare che la rilevanza delle azioni suicide è significativa, è altresì evidente l’efficacia nell’attività di reclutamento degli aspiranti attaccanti. In sintesi:
- a livello strategico gli attacchi suicidi hanno ottenuto l’attenzione dei media regionali e internazionali nel 78% dei casi mentre le azioni multiple/commando hanno ottenuto un’attenzione mediatica pari al 100%.
- a livello operativo gli attacchi hanno causato il blocco funzionale delle forze di sicurezza in sette casi su dieci (73% in media).
- Infine, a livello tattico il successo è pari, nel 2011, al 57% dei casi a fronte di un 36% di atti formalmente fallimentari, mentre il 2014 si è stabilizzato su una percentuale di successo del 54% e di fallimento del 30%.
Gli attacchi suicidi hanno dunque una rilevanza significativa tanto a livello operativo (limitazione della funzionalità operativa delle forze di sicurezza) quanto sul piano mediatico; quest’ultimo sfruttato a fini politico-propagandistici. Si può dunque parlare di strategia politico-militare i cui veri obiettivi consisterebbero prioritariamente in:
- attrarre l’attenzione mediatica al fine di influenzare le opinioni pubbliche, locali e straniere;
- concorrere a imporre una condizione di stress operativo (in particolare attraverso il «blocco funzionale»);
- creare uno stato di insicurezza generale con ripercussioni su opinione pubblica, piano sociale interno e lotta per il potere a livello locale.
Costi contenuti ed effetti immediati e amplificati sono i punti di forza alla base delle spettacolarizzazione della violenza; una tecnica che continuerà a contribuire al raggiungimento di significativi risultati a livello strategico, operativo, e non trascurabili sul piano tattico.
Sul piano qualitativo, il 2014 si è dimostrato essere l’anno dei maggiori risultati ottenuti dai gruppi di opposizione armata attraverso la spettacolarizzazione degli attacchi suicidi: aumento del blocco funzionale, incremento nel numero di uccisi e maggiore attenzione mediatica; rimandando per un opportuno approfondimento all’articolo che verrà pubblicato sul numero 2/2015 di ‘Sicurezza, Terrorismo e Società’, possiamo valutare come altamente probabile già nel breve-medio periodo un’evoluzione incrementale degli attacchi suicidi sia sul piano quantitativo-qualitativo sia su quello geografico.

Analisi, valutazioni, previsioni.
Si prevede un aumento significativo dell’attività dei GOA, sia endogeni sia esogeni, nel breve-medio periodo; in linea con il trend dei passati anni, si valuta come probabile un incremento nel numero e nell’intensità delle azioni contro le ANSF.
Come conseguenza, il governo afghano dovrà affrontare concrete difficoltà nell’avviare il processo di pace in agenda che si basa su un approccio finalizzato a una soluzione politica che veda coinvolti gli stessi GOA.
Inoltre, molti militanti taliban starebbero abbandonando i loro gruppi originari per unirsi con il nascente gruppo dell’ISIS in Afghanistan, sebbene si valuti che solamente una parte degli ‘scissionisti’ abbia deciso di lasciare il campo pakistano (anche in conseguenza dell’offensiva pakistana nella regione del North Waziristan).
Nel complesso, va però considerato che una significativa presenza di foreign fighter in Afghanistan è conseguenza della politica di espansione dell’ISIS nel sub-continente indiano a cui si contrappone la volontà oppositiva di AQIS.
Tali dinamici fattori hanno dato al conflitto afghano una nuova dimensione caratterizzata da maggiore instabilità e più violenza: il tutto si traduce in una sfida ancora più ardua per la Comunità Internazionale e per il debole Stato afghano, incapace di contrastare militarmente i GOA e di contenere le crescenti dinamiche conflittuali che coinvolgono i nuovi e i vecchi attori.
Da una parte l’agenda del governo Ghani-Abdullah prevede l’avvio di un dialogo costruttivo che coinvolga anche il Pakistan in qualità di facilitatore nei confronti dei taliban; ma, come possibile conseguenza della presenza di foreign fighters in Afghanistan, il dialogo con i taliban potrebbe complicarsi a causa delle dinamiche interne al movimento che potrebbero portare a uno scollamento tra la leadership e la base formata da giovani e radicali che opterebbero per l’ISIS.
Un passaggio da un gruppo a un altro che sarebbe indotto da un’efficace campagna di reclutamento, sia tradizionale sia moderna attraverso un ampio utilizzo dei social-media, in Pakistan e in Afghanistan.
Inoltre, crescono il ruolo e le ambizioni regionali dell’Iran come possibile conseguenza, da un lato, del dialogo sul nucleare con gli Stati Uniti e, dall’altro, dell’impegno di Teheran nel contrasto all’espansione dell’ISIS in Syraq e, verosimilmente, anche in Afghanistan; come recentemente annunciato dal ministro degli Interni iraniano Abdolreza Rahmani Fazli, l’Iran è pronto a fare la sua parte in operazioni di controterrorismo al fianco di Pakistan e Afghanistan. Questa è una significativa possibilità  che potrebbe aprire a una nuova fase del ruolo iraniano a livello regionale.
In conclusione, è ormai un dato di fatto che l’ISIS stia espandendo le proprie capacità in Afghanistan. Analizzando lo sviluppo del fenomeno attraverso la doppia prospettiva del ‘tempo’ e dello ‘spazio’, è necessario che i decisori acquisiscano la consapevolezza che per contenere, contrastare e sconfiggere l’ISIS è prima di tutto fondamentale agire ovunque questo esista, affrontandolo come una minaccia collegata a livello transnazionale e globale. È altresì necessario non commettere l’errore di analizzare gli eventi e le azioni violente nell’intera area MENA come fattori tra di loro separati: ogni singolo evento, sebbene non coordinato, è parte di un ampio piano politico basato su principi ideologici, rivoluzionari e distruttivi.