Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

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mercoledì 6 luglio 2011

Afghanistan: La capacità di infiltrazione dei taliban nelle Afghan National Security Forces. Minaccia reale ed effetti indiretti


Articolo completo disponibile sul sito del Centro Militare di Studi Strategici






di Claudio Bertolotti


Il problema
I taliban hanno dimostrato di poter colpire ovunque e chiunque essi vogliano, compresi gli obiettivi sensibili considerati sicuri come infrastrutture governative e basi militari. Al tempo stesso, in maniera estensiva a partire dal 2010, hanno dimostrato una notevole capacità di inserimento dei propri uomini all’interno delle istituzioni statali, nelle forze di sicurezza e, al tempo stesso, di essere in grado di reclutare elementi già facenti parte di quelle organizzazioni per portare a termine azioni suicide «dirette» e «indirette» . Si può parlare senza remore di «cellule dormienti» all’interno delle forze di sicurezza in grado di essere attivate all’occorrenza, e a distanza di tempo dal loro reclutamento; non è un fenomeno nuovo, ma che certamente si è intensificato negli ultimi due anni e che rientra nella strategia – esplicitamente dichiarata nell’annuncio delle offensive di primavera del 2010 e del 2011 – del movimento insurrezionale taliban.
In occasione della visita ufficiale del Ministro della difesa francese a Kabul, il 18 aprile 2011, i taliban sono riusciti a portare a compimento un attacco suicida di alto profilo all’interno del Ministero della Difesa afghano . Questo accadimento, se da un lato indica quanto il sistema di sicurezza governativo sia ancora non adeguato alle reali necessità, evidenzia quanto la capacità di penetrazione e infiltrazione taliban nelle istituzioni sia ormai a un livello tale per cui è possibile parlare di minaccia interna. Tale considerazione vuole porre l’accento non tanto sulle limitate capacità operative delle forze armate locali e straniere, bensì sulle reali potenzialità e capacità dei gruppi di opposizione armata di inserire propri militanti nelle stesse fila dei nemici con compiti di raccolta informazioni e per la condotta di operazioni offensive efficaci e dal forte impatto mediatico.
Nel marzo del 2009 un soldato dell’Afghan National Army ha ucciso due soldati statunitensi e ne ha ferito un terzo. Tra i caduti vi era una donna, un medico militare .
Il 3 novembre dello stesso anno, nel distretto di Nad e-Alì, provincia dell’Helmand, due ufficiali afghani e cinque militari inglesi vengono uccisi a distanza ravvicinata da un poliziotto – Gulbuddin originario di Musa Qala – in servizio da due anni nella polizia nazionale.
Pochi giorni dopo, il 24 novembre, un altro poliziotto uccide sette ufficiali afghani e un soldato inglese; tre giorni prima una simile azione aveva lasciato sul terreno due soldati statunitensi .
Nonostante i ministri dell’Interno e della Difesa abbiano cercato di rassicurare le forze della Coalizione sostenendo la tesi di casi isolati e contestando le accuse di inefficacia nei controlli di sicurezza, alcune testimonianze confermerebbero come alcune delle reclute e dei poliziotti coinvolti in attacchi di questa tipologia fossero riusciti ad arruolarsi presentando documenti falsificati .
Il 2010 è stato un anno caratterizzato dall’aumento nel numero di azioni di questa tipologia, classificabili come «suicide indirette»; il 2011 ha confermato questa tendenza.
Il 18 gennaio 2011 un militare italiano cade sotto il fuoco di un nemico in uniforme dell’esercito afghano, mentre un altro soldato rimane ferito in maniera molto grave. Il fatto è avvenuto all’interno dell’avamposto «Highlander», a dieci chilometri dalla base «Columbus» di Bala Murghab, dove i militari italiani vivono a stretto contatto, in due separate postazioni fortificate, con i soldati afghani con cui condividono il compito di garantire la sicurezza dell’area. Questo è quanto si è saputo dalla stampa nazionale. Poco di più è stato possibile raccogliere dai media internazionali, compresi quelli afghani. Un «terrorista» afghano, è stato detto inizialmente. Ma chi è in realtà l’uomo che ha ucciso distanza ravvicinata il militare italiano? Si tratta di un soldato regolare dell’esercito afghano , arruolato da tre mesi e da poco più di quarantacinque giorni in servizio presso la base avanzata dell’Afghan National Army di Bala Murghab. Il suo nome è Gullab Ali Noor, originario della provincia di Kunduz, distretto di Archì, villaggio di Sufi Zaman.
In questo caso – complici il processo di semplificazione mass-mediatica e ragioni di opportunità politica – chiamare Gullab Alì Noor terrorista significa rischiare di sminuire l’entità della minaccia nel suo complesso; una minaccia caratterizzata da un fenomeno insurrezionale sempre più forte e aggressivo .
Il 16 aprile 2011 un agente di polizia, indicato dagli organi informativi del comando Isaf come «sleeper agent», è riuscito a portare a termine un’azione suicida in una base di Jalalabad provocando la morte di cinque soldati statunitensi, quattro afghani e un interprete civile. Pochi giorni dopo, una simile azione condotta da un poliziotto ha portato alla morte del capo della polizia di Kandahar e di altri ufficiali che erano con lui.
E ancora, il 27 aprile un pilota militare afghano all’interno dell’aeroporto di Kabul ha ucciso otto ufficiali statunitensi e un contractor .

La dimensione del fenomeno
Il tema dell’infiltrazione taliban all’interno delle forze di sicurezza nazionali rappresenta un problema molto serio per le forze della Nato; il movimento insurrezionale ha inserito nella propria agenda politico-militare l’obiettivo di minare la fiducia delle forze militari straniere nei confronti dei militari dell’esercito afghano. Il fatto che la creazione di un efficace e funzionale esercito nazionale sia la conditio sine qua non per l’ottenimento di successi concreti a breve termine nell’ambito della strategia counterinsurgency e per l’avvio della fase di transizione ha indotto i taliban ad impegnarsi a fondo nel tentativo di contrastarne il raggiungimento degli obiettivi operativi a breve-medio termine.
La presenza di cosiddette cellule «dormienti» riconducibili al movimento taliban è un fatto ormai accertato che, seppur limitato nei numeri, ha influito nei rapporti tra forze Nato, incaricate di addestrare i militari locali, ed esercito nazionale. Non tanto a livello istituzionale o di vertice bensì, fattore di maggior pericolo, a livello della base dove istruttori e reclute lavorano a stretto contatto in un ambiente operativo e culturale complesso e spesso poco conosciuto. La semplice minaccia di infiltrazione paventata dalla propaganda taliban è sufficiente a creare tensione tra i due soggetti che lavorano insieme e rappresentano l’uno per l’altro la ragione d’essere. Lo scopo dei taliban è quello di «separare gli uomini della Coalizione dall’esercito afghano attraverso la presenza di cellule dormienti o la semplice minaccia di infiltrazione »; l’instillazione del dubbio, nel rispetto delle moderne operazioni psicologiche (psy-ops) , è il vero successo operativo a cui punta il movimento insurrezionale in questa fase dell’offensiva del 2011.
Che si tratti di effettiva capacità di infiltrazione o più verosimilmente di efficaci psy-ops, le azioni sinora condotte hanno saputo mettere in luce evidenti criticità sul piano della sicurezza; tra queste la reale capacità di identificazione e controllo effettuata presso i check-point di vario livello, la possibilità di falsificare documenti di identità, il rischio di corruzione delle guardie e la relativa disponibilità sul mercato di uniformi militari nazionali e, in alcuni casi, di divise molto simili a quelle della Coalizione utilizzate dagli attaccanti per infiltrarsi all’interno di infrastrutture militari.
Dal marzo 2009 sono stati sedici i casi di azioni dirette da militari/poliziotti afghani contro i militari stranieri e il totale dei soldati uccisi ammonta a trentotto . Non abbastanza per fare statistica ma sufficienti per rendere la situazione particolarmente tesa. Tecnicamente queste azioni vengono definite “green on blue attacks” – secondo il codice di colore assegnato graficamente dalla Coalizione alle unità alleate (verde), amiche (blu) e nemiche (rosso) – senza specificare se le ragioni alla base delle azioni siano di origine insurrezionale o di altra natura. In alcuni casi gli investigatori sono riusciti a determinare che la ragione scatenante delle azioni violente non fosse riconducibile all’appartenenza a un gruppo di opposizione armata bensì a ragioni di natura psicologica, incluso lo “stress da campo di battaglia”, o forme di rancore verso i militari stranieri.
Un’ulteriore motivo di preoccupazione per le forze di sicurezza internazionali è rappresentato dai potenziali «collaboratori» dei taliban che sarebbero presenti all’interno dell’esercito e della polizia con il fine di fornire informazioni utili per la pianificazione e la condotta di attacchi. Noor Al-Haq Olumi, ex generale dell’esercito e membro del parlamento afghano, ha pubblicamente denunciato la capacità di penetrazione del «nemico all’interno dello Stato. [I taliban] sono ovunque, dalle istituzioni ai villaggi; si sono infiltrati nell’esercito e nella polizia, muovendosi al loro interno per anni e guadagnandosi la fiducia dei colleghi così da poter colpire in qualunque momento essi vogliano. Questo sarà l’anno peggiore rispetto a quelli passati » ed episodi come quelli riportati saranno sempre più frequenti ed efficaci tanto dal punto di vista tattico – i risultati effettivamente ottenuti sul campo di battaglia – che su quello psicologico – la sfiducia e la diffidenza dei militari stranieri nei confronti delle forze di sicurezza afghane –, andando così a minare uno dei pilastri fondamentali della dottrina contro-insurrezionale avviata dagli Stati Uniti: la costituzione di un efficiente e adeguato esercito e di una polizia nazionale in grado di guadagnare la fiducia della popolazione civile e garantire la sicurezza interna ed esterna del Paese.
La situazione è in effetti preoccupante, ben più di quanto i media o i comunicati istituzionali non dicano o lascino intendere, ma non drammatica.
È importante però evidenziare quanto, a fronte di un fenomeno in via di espansione, le contromisure adottate non siano completamente efficaci. Sebbene molti dei cosiddetti «collaboratori» siano già presenti e ben inseriti nelle strutture e nelle organizzazioni afghane, ciò che sinora è mancato sono gli strumenti di controllo adeguati, personale specializzato e capacità counter-intelligence .
Se il problema delle forze di sicurezza afghane può trovare una concausa nella limitata capacità tecnica delle forze della missione Isaf e nel numero non sufficiente di istruttori, è però vero che le procedure di reclutamento non sono adeguate all’effettivo rischio di infiltrazione. La somma di questi fattori potrebbe spiegare perché a distanza di dieci anni dall’inizio della missione internazionale Isaf, e a poco tempo dalla fine del 2014 – momento in cui le forze di sicurezza afghane dovrebbero prendere il controllo del paese –, esercito e polizia siano solamente in minima parte in grado di poter operare autonomamente nel contrasto dell’espansione taliban.
A causa dei tempi ristretti imposti dalla politica interna dei singoli Stati partecipanti alla missione Isaf, si è proceduto a una riorganizzazione e a una ristrutturazione delle forze di sicurezza afghane insistendo su un reclutamento di tipo quantitativo, tralasciando l’aspetto ben più importante, ossia la qualità delle reclute e degli istruttori. Il principio della quantità a scapito della qualità è la causa prima del relativo fallimento nella costituzione di un efficace strumento militare. E proprio questo fallimentare processo di reclutamento ha portato all’assenza delle necessarie misure di controllo nei confronti di reclute che sempre più spesso hanno trascorsi «insurrezionali» o legami più o meno diretti con i gruppi di opposizione . Il passaggio di responsabilità previsto per il 2014 richiede l’arruolamento di 141.000 nuove reclute in tempi brevissimi, ma è difficile pensare che le forze di sicurezza afghane possano raddoppiare il proprio organico attuale senza correre il rischio di aprire le porte a soggetti ostili: i taliban non indugeranno nel tentativo di infiltrare propri uomini – informatori e attentatori suicidi – tra le fila dell’esercito e della polizia .
E se le forze di sicurezza afghane, in particolar modo la polizia, presentano i chiari sintomi di un processo di deterioramento dall’interno, parimenti si può dire del sistema carcerario. Il più eclatante avvenimento che può confermare l’esistenza di «collaboratori interni» è quello relativo alla fuga di 474 taliban dal carcere di Kandahar, il 25 aprile 2011, senza che dall’interno del carcere potesse trapelare alcun segnale di quanto stesse accadendo; una fuga collettiva che ha richiesto più di quattro ore affinché i detenuti potessero calarsi nel tunnel lungo 360 metri la cui costruzione aveva richiesto quasi cinque mesi di lavoro ininterrotto. Una conferma al fondamentale ruolo di collaboratori interni è stato l’immediato arresto del comandante del carcere e di numerosi suoi dipendenti di alto, medio e basso livello. Ciò che si palesa è l’ampiezza del fenomeno e la sua capacità di coinvolgere e penetrare tutti i livelli istituzionali.
«Ci sono uomini in uniforme sul libro-paga del taliban», afferma un ufficiale del sistema penitenziario afghano di Kandahar ; i «collaboratori» all’interno del sistema carcerario consentono ad alcuni comandanti taliban di medio e alto livello di avere contatti con l’esterno, svolgendo la funzione di “portalettere” o garantendo connessioni internet attraverso apparati dotati di tecnologia wireless. Sempre più numerosi sono i casi, riportati più dalla stampa internazionale che da quella locale, di collaborazione tra rappresentanti istituzionali e gruppi di opposizione .Insomma i taliban riescono a dominare il campo di battaglia e a organizzare azioni e attacchi anche dopo essere stati arrestati, spesso sfruttando legami famigliari o il diffuso malcontento e il risentimento nei confronti dei militari stranieri .

Le Contromisure
Di fronte alla sempre più incalzante minaccia di infiltrazione, mentre il comando Isaf ha precisato che «il fenomeno non è quantitativamente significativo », il generale Zahir Azimi – portavoce del Ministero della Difesa afghano – ha dichiarato che una «revisione dei meccanismo di reclutamento e selezione è stata avviata nel 2011 ». Una parziale ammissione di colpa dunque. È infatti evidente quanto le procedure di sicurezza fossero, e tuttora siano, puramente teoriche e quanto la carenza di adeguati strumenti di controllo sia all’origine del reclutamento di soggetti inaffidabili o non idonei.
Per poter entrare a far parte delle forze di sicurezza nazionali una nuova recluta deve aver compiuto diciotto anni, non avere precedenti criminali e non deve essere consumatore abituale di droghe. Inoltre è richiesto che abbia uno “sponsor” o la lettera di un tutore, una sorta garanzia da parte di un rappresentante istituzionale (capo-distretto, ufficiale di polizia, funzionario pubblico, ecc..) se originario di un’area urbana, o del capo della comunità o di un rappresentante anziano nel caso in cui provenga da un piccolo villaggio. In pratica però tutte le reclute – e dunque anche i gruppi di opposizione armata – sanno che il Ministero dell’Interno non è in grado di procedere a un controllo approfondito di quanto dichiarato da ogni singolo aspirante; le maglie dell’organismo di controllo sono molto larghe e il rischio di infiltrazione rimane elevato.
A partire dal 2010 le forze della Nato hanno iniziato a intensificare le procedure di sicurezza adottando un processo di verifica individuale strutturato su otto punti:

1. Possesso di un documento di identità ufficiale;
2. Controllo dei precedenti penali;
3. Test antidroga;
4. Due lettere di presentazione/raccomandazione;
5. Raccolta dei dati biometrici;
6. Scansione dell’iride;
7. Scansione delle impronte digitali;
8. Comparazione delle impronte digitali con quelle raccolte su improvised explosive devices/armi utilizzati in attacchi e registrate su database Isaf/Nato.


Si tratta di un maggiore controllo per quanto concerne i nuovi processi di reclutamento ma che al momento non ha incluso i 159.000 militari e i 125.000 poliziotti già effettivi nelle forze armate afghane.
Un ulteriore limite delle forze di sicurezza governative è rappresentato dall’assenza di una reale capacità counter-intelligence (CI) per il controllo approfondito delle reclute; al momento attuale è praticamente impossibile identificare potenziali informatori, agenti, «doppio e triplo giochisti» in grado di collaborare con i taliban o agenzie intelligence straniere.
A seguito dell’aumento del fenomeno, a partire dal 2010 la Coalizione si è resa conto della necessità di adottare contromisure più efficaci: è stato così avviato un piano per addestrare operatori counter-intelligence afghani; ma solamente a partire dal 2011 la Nato ha dato il via alla costituzione di una struttura in grado di fornire «capacità CI» alle forze di sicurezza governative al fine di identificare e neutralizzare eventuali informatori taliban e agenti infiltrati. Stando alle dichiarazione di Isaf, al momento sono attivi sul campo duecentoventidue operatori, numero che dovrebbe raddoppiare entro la fine dell’anno .
Al momento però non si può ancora parlare di efficacia delle contromisure adottate e la limitata capacità di reazione che caratterizza al momento la Nato e le forze afghane indurrà i taliban a insistere nella strategia dell’infiltrazione. È dunque verosimile che nel 2011 il numero di azioni violente che vedranno coinvolti soldati e poliziotti afghani tenderà ad aumentare, così come dichiarato dagli stessi taliban nell’annuncio dell’offensiva di primavera «Operazione Badar».
La tecnica dell’infiltrazione e degli attacchi dall’interno punta a minare un aspetto cruciale dello sforzo della Coalizione in Afghanistan: la missione di addestramento e istruzione portata faticosamente avanti dagli Operational Mentoring and Liaison Teams (Omlt) si basa sul principio di reciproca fiducia tra istruttori stranieri e soldati afghani; quando la fiducia degli istruttori verso le reclute viene meno, la disistima e il risentimento possono emergere portando la missione verso un risultato fallimentare.
In questo senso i taliban hanno ipotecato un altro grande successo sul campo di battaglia attraverso un’azione tattica a sostegno di un’efficace operazione psicologica.

scarica l'articolo completo dal sito del CeMiSS

mercoledì 8 dicembre 2010

Counterinsurgency 2.0: l’approccio consapevole della vecchia-nuova dottrina Coin per l’Afghanistan

di Claudio Bertolotti

Counterinsurgency doctrine is changing day by day. Us. Defence Secretary Robert Gates recently approved a new list of skills (named Coin Qualification Standards) that troops in Afghanistan needs in order to achieve successfully the operational objectives. Nine major skills with 52 subtasks destined to focus units’ training before deployment in Afghanistan.
Main subjects are: basic individual Afghan-specific COIN education, understand the operational environment, relief in place, decentralized operations, partner with Afghan national security forces, information operations, create conditions for stability, detainee operations, develop a learning organization.
A new Coin guidance for troops in Afghanistan is ongoing thanks to the collaboration between Centcom, the Army and Marine Corps COIN Center, the Combined Arms Center, the COIN Advisory and Assistance Team in Afghanistan and the United Kingdom COIN Center. The result is a real and positive investment in culture thanks to specific seminars for military operators from company to individual level.
A new policy which represents a new and further step toward a different cultural approach to the “afghan problem”; an approach including a real Coin education based on knowledge about afghan cultures, traditions and social structures. Commander David H. Petraeus is walking on this way: excellence approach with adequate instruments.
More than 4000 Italian soldiers are operating in Afghanistan: it’s the time to involve them in the new Coin doctrine revision thanks to their intellectual competences and operative capabilities.

La dottrina contro-insurrezionale (Coin) messa in atto in Afghanistan si evolve continuamente adattandosi alla situazione operativa contingente e agli obiettivi politici di medio termine. Il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Robert Gates, ha recentemente definito e approvato una lista di «necessità operative» per le truppe in Afghanistan. Necessità volte a portare con successo gli Stati Uniti fuori dal lungo conflitto attraverso risultati, concreti e immediati, da ottenere sul campo di battaglia.
Definiti Coin Qualification Standards, quelli presentati altro non sono che i punti di revisione proposti e voluti alla fine di agosto dal comandante delle truppe sul terreno, il generale David H. Petraeus, e recepiti positivamente dallo Us Central Command (Centcom), al cui vertice sedeva appunto l’attuale comandante delle truppe Usa e Nato in Afghanistan. Un esito quasi scontato, almeno in apparenza, frutto di confronti e discussioni con la Casa Bianca e il Pentagono che hanno portato a un’attesa di ben tre mesi prima di veder formalizzare quanto, in realtà, già applicato da Petraeus nella guerra contro i gruppi di opposizione in Afghanistan. Si tratta di nove punti principali, suddivisi a loro volta in 52 sottopunti, che si focalizzano sul fattore che più di tutti ha influito sui risultati ottenuti sul “terreno umano” e che sino a ora non aveva trovato una soluzione concreta ai problemi causati dalla mancanza di preparazione specifica al confronto culturale e al rapporto con la società afghana: l’addestramento degli operatori, civili e militari, chiamati a muoversi proprio su quel “terreno umano”; detto in altri termini, la soluzione a un problema sinora affrontato con gli strumenti non adeguati alle reali necessità. Ammissione di colpa e approccio critico dunque: una combinazione che fa ben sperare.
Più nel dettaglio, cosa dicono i qualification standards della moderna dottrina Coin? Ecco l’elenco sintetico approvato dal Pentagono:
• Addestramento Coin, specifico per l’Afghanistan, di base a livello individuale;
• Comprensione del contesto operativo;
• Condotta di studi e rilievi sul campo;
• Decentralizzazione delle operazioni;
• Affiancamento ed effettiva partnership con le forze di sicurezza nazionali;
• Condotta di operazioni informative;
• Creazione delle condizioni di stabilità;
• Condotta di operazioni di detenzione;
• Sviluppo di un’organizzazione di apprendimento (learning).
A partire dal 23 novembre, dunque senza perdere tempo, i vertici militari statunitensi hanno inserito nelle direttive per l’addestramento e l’approntamento delle truppe da immettere nel teatro afghano i qualification standards, riconoscendo la fondamentale priorità di un «approccio consapevole» al problema e avviando un processo di revisione integrale degli obiettivi addestrativi attraverso la definizione di una nuova e specifica linea guida. Linea che, già dalle prime fasi, ha richiesto un notevole investimento in termini di sforzi intellettuali e sinergie da parte di esperti analisti, accademici, ricercatori e militari al fine di fornire, alle unità schierate sul terreno, adeguati strumenti di lavoro individuali e collettivi. Una missione non facile che ha portato all’istituzione di nuovi corsi militari di educazione “culturale” e seminari da parte del Coin center, l’ente militare deputato a definire, testare e correggere le procedure contro-insurrezionali. Corsi di preparazione, quelli indicati, avviati anni fa dallo stesso Petraeus, allora comandante del Combined Arms Center di Fort Leavenworth, luogo di studio degli effetti e dei risultati della dottrina Coin in Iraq e in Afghanistan. La peculiarità di questi corsi, basati su cicli addestrativi settimanali di attività full immersion, consiste nel preparare gli operatori militari attraverso lezioni teoriche alternate a fasi pratiche e aggiornamenti costanti attraverso videoconferenze con le unità schierate nel teatro operativo afghano.
A conferma di quanto importante sia il progetto avviato, nei prossimi giorni il gruppo statunitense di esperti Coin si incontrerà a Londra con gli omologhi britannici e con il Coin Advisory and Assistance Team (Caat) proveniente direttamente dall’Afghanistan al fine di avviare un confronto sulle procedure e per definire una comune dottrina per le truppe Isaf e della Coalizione. E al termine dell’incontro un ristretto gruppo di esperti continuerà l’opera cercando di definire le linee guida essenziali per un’efficace addestramento alle village stability operations e alla preparazione delle forze di polizia locali (le Arbakai afghane).
Insomma, questo importante passo racchiude in sé due precise e implicite dichiarazioni. La prima è il riconoscimento del non adeguato standard addestrativo al quale si sta tentando di porre rimedio; la seconda è una dimostrazione di fiducia nelle capacità di Petraeus – il generale intellettuale – che si trova nella non facile condizione di dover agevolare un processo di trasferimento di autorità, ancora indefinito, al governo afghano e alle sue forze di sicurezza nazionali. L’approccio è corretto e gli strumenti sono adeguati, almeno a parere di chi scrive.
È ora auspicabile che anche l’Italia, con i suoi circa quattromila soldati impegnati sul fronte afghano, possa e voglia contribuire allo sforzo contro-insurrezionale attraverso un’attiva collaborazione alla definizione della nuova dottrina Coin. Le potenzialità intellettuali e gli strumenti operativi sono disponibili, adesso è questione di volontà.

5 dicembre 2010

martedì 16 novembre 2010

Dal 2011 al 2014: il lungo cammino della scadenza flessibile in Afghanistan

Karzai utilizza toni sempre più aspri e apertamente critici verso la presenza occidentale in Afghanistan; lo fa attraverso i media nazionali e internazionali chiedendo «riduzione delle operazioni militari» e «stop ai raid notturni»; richieste comprensibili che hanno però provocato formale stupore e disappunto in un sempre meno marziale e sempre più politico David Petraeus. Karzai, pur consapevole del fatto che parte della pochissima sicurezza in terra afghana è il risultato degli sforzi e dei sacrifici delle forze della Coalizione a guida statunitense, tenta così di ottenere consenso da parte di quegli afghani che chiedono, alcuni a gran voce, il ritiro delle truppe straniere: tra questi anche i taliban, ai quali Karzai si rivolge per una soluzione di compromesso basata sul dialogo. Dialogo puntualmente negato dallo stesso mullah Omar che, nel suo messaggio del 15 novembre, insiste nel chiedere il ritiro delle truppe straniere come precondizione a qualunque forma di trattativa.
Nel frattempo gli Stati Uniti di Obama confermano ufficiosamente ciò che è evidente almeno dalla fine di giugno: le truppe statunitensi non inizieranno a ripiegare nell’estate del 2011 e il passaggio di responsabilità – il termine della «combat mission» americana, la stessa che in Europa viene indicata come «missione di pace» – non avverrà prima del 2014 (e dunque a partire dal 2015). Lo aveva anticipato il Segretario di Stato Hillary Clinton alla Conferenza di Kabul del 20 luglio 2010 – «il 2011 è l’inizio di una nuova fase e non la fine del nostro impegno» – incalzata da Petraeus che aveva parlato di «processo basato su condizioni e non un evento» riferendosi alla data annunciata da Obama nel discorso a West Point del dicembre 2009.
Perché è avvenuto ciò? Al di là della cronica inefficienza dello Stato afghano – il cui processo di formazione è ben lungi dall’essere stato avviato efficacemente – un recente studio sulle forze di sicurezza afghane ha posto in evidenza come queste non siano ancora in grado di garantire il controllo del territorio e un livello di sicurezza accettabile. Questa situazione ha indotto al cambio dei tempi per l’uscita dal conflitto armato. È stato lo stesso capo di stato maggiore dell’esercito americano, il generale George Casey, ad affermare che gli Stati Uniti rimarranno in Afghanistan per almeno altri dieci anni: «Attori statali, non statali e singoli soggetti che stanno aumentando la volontà di utilizzo della violenza non possono essere battuti sul breve termine». Ma a livello politico vi è ancora molta indecisione proprio in merito agli obiettivi da ottenere a breve termine, compreso il processo di trasferimento di autorità alle istituzioni afghane che, comunque, verrà avviato a partire dall’anno prossimo. Scelta che sembra più una simulazione di successo e coerenza alle promesse fatte – ai propri elettori – che frutto di un calcolo razionale e di un’attenta e matura valutazione.
Il discusso annuncio di Obama a West Point nel dicembre 2009, quello in cui è stata resa manifesta la volontà di avviare il ritiro delle truppe a partire dall’estate 2011, è in parte responsabile dei parziali insuccessi ottenuti sul fronte della counterinsurgency e dell’aumento della volontà offensiva dei taliban. È ormai opinione diffusa che il ritiro delle forze statunitensi e della Nato, – 2011 o 2014 –, rappresenti una implicita dichiarazione di impossibilità di sconfiggere il nemico; un nemico che non appena la pressione si sarà attenuata, sostiene Ahmed Rashid, inizierà a marciare su Kabul.
Dal 2011 al 2014 dunque.
Entro il 2014 le forze di sicurezza straniere dovranno affidare a esercito e polizia afghani la gestione della sicurezza sull’intero territorio del paese. Quello che può apparire come l’annuncio di un ritiro è nei fatti un’evacuazione programmata e punta a imporsi nel lessico degli analisti come passaggio di consegne organizzato e graduale. Ma nel 2014 l'Afghanistan non sarà abbandonato a se stesso poiché a vigilare rimarrà la Nato, che si è assunta l’onere del supporto logistico e militare senza però interferire direttamente nella gestione dell’ordine pubblico e nel controllo del territorio.
Anche il Presidente Hamid Karzai ha confermato che il passaggio di consegne avverrà nel 2014, con la convinzione che entro quella data le forze di sicurezza afghane saranno pronte a operare autonomamente. Lo ha fatto pur sapendo che l’apertura dei taliban è la conditio sine qua non e che senza la loro partecipazione al dialogo, la guerra è destinata a continuare per molto tempo ancora. Trattare è necessario dunque, con il beneplacito degli Stati Uniti e degli altri alleati e con la certezza di altri quattro anni di guerra durante i quali riflettere sulla «definitiva» exit strategy.
Entro il 2014 – solo qualche settimana fa si parlava ancora di 2011 – esercito e polizia afghani dovranno raggiungere, nei piani dell’amministrazione Obama, quota 300.000 ma al momento i risultati raggiunti si limitano rispettivamente al diciotto e venticinque percento dell’obiettivo finale. Una situazione assolutamente inaccettabile, resa ancora più critica dal fatto che i reclutamenti nelle aree pashtun sono pressoché nulli poiché è proprio in quelle regioni e in quei distretti che i taliban prosperano e sono in grado di fare proseliti tra la popolazione locale, offrendo buoni compensi ai giovani disoccupati che decidono di aderire alla lotta contro gli stranieri e il governo di Kabul. E questo ha portato all’ottenimento di un doppio risultato negativo nella guerra per la conquista dei cuori e delle menti poiché, non solo la percentuale dei pashtun nell’esercito non supera il tre percento, ma, pericolosamente, i giovani delle aree rurali preferiscono “arruolarsi” tra le fila del movimento taliban e dei gruppi di opposizione pashtun più in generale.
La frustrazione dei comandi alleati è alle stelle: l’insoddisfazione è conseguenza del fatto che il processo di reclutamento è fallito ancor prima della scadenza prefissata mentre il fenomeno dell’insorgenza è sempre più in aumento.
Se il termine dell’estate 2011 è ormai solamente un ricordo, il 2014 è invece la «scadenza flessibile» indicata dagli Stati Uniti e dalla Nato; ma il 2014, nella più rosea delle previsioni non sarà neanche la data di un definitivo ritiro delle truppe internazionali da combattimento (e comunque quelle statunitensi) dall’Afghanistan poiché l’impegno preso è di assistere le istituzioni afghane sin quando queste non saranno in grado di poter operare per proprio conto. Situazione che potrà però essere realizzabile, almeno secondo le previsioni più ottimistiche, ben oltre quella data. Il cammino è ancora lungo e la data del 2011 segna solo l'inizio del piano quadriennale che verrà presentato a Lisbona il 19 novembre in occasione del Summit della Nato che vedrà, tra gli ospiti, anche il presidente russo Dmitrij Medvedev.
16 novembre 2010

venerdì 30 luglio 2010

Il pericolo dei civili armati da Petraeus


La counterinsurgency avviata dal generale McChrystal, poi ereditata dal successore Petraeus e volta a ridurre la dispersione militare sul terreno per concentrarsi sui centri abitati di medio-alta intensità, ha di fatto contribuito a rendere le aree periferiche più sicure per i taliban, e i gruppi di opposizione in genere che vi operano, con la collaborazione, volontaria o imposta, delle popolazioni locali.
Per ovviare al dilagare dell’insorgenza nelle aree fuori dal controllo delle forze di sicurezza, il generale Petraeus ha voluto e ottenuto il nullaosta per la costituzione di gruppi di polizia locale da parte di un Karzai sempre più scettico verso le strategie militari della Nato. Il piano, basato su una “forzata” comparazione con l’Iraq dove l’esperimento ha in effetti dato risultati positivi sul breve termine, è stato definito “programma pilota”. I vertici militari comparando ora l’Afghanistan contemporaneo all’Iraq di due anni fa, hanno ritenuto che armare i gruppi tribali potrà aiutare a ridurre gli attacchi dei taliban. Ma l’Afghanistan non è l’Iraq e le somiglianze tra gli insorgenti dei due paesi non possono giustificare una scelta così importante e rischiosa al tempo stesso.
Ho letto di recente un interessante articolo di Abbas Daiyar, giovane giornalista afghano con cui ho avuto la fortuna di scambiare qualche opinione in merito alla questione delle milizie tribali. In questo articolo, dal titolo esplicativo “Playing With Fire”, l’autore insiste sul fatto che le polizie tribali possano presentare alcuni rischi: l’aumento delle tensioni etniche e tribali, l’instabilità, l’accentramento di eccessivo potere nelle mani di leader locali, l’aumento della violenza e la diminuzione della sicurezza.
Una serie di dubbi e perplessità che hanno portato alla discussione critica lo stesso Karzai e il comandante Petraeus, ma che non hanno impedito al presidente afghano di dare il via al programma per la costituzione di una "Forza di Polizia Locale” (Fpl), posta teoricamente alle dipendenze del ministero degli interni, in cambio del sostegno statunitense alla politica di dialogo con i taliban.
La comprensibile iniziale ritrosia di Karzai ha origine innanzitutto nel fatto che questo corpo di polizia ricorda troppo le famigerate milizie tribali mobilitate dai sovietici durante l'occupazione del Paese, poi riorganizzate dal regime di Najibullah, e il loro ruolo nella sanguinosa guerra civile che seguì – accusa tra l’altro fatta dagli stessi taliban attraverso un recente proclama; inoltre il progetto potrebbe rischiare di far accrescere il potere dei signori della guerra, creando milizie private e rafforzando quelle già esistenti. E sì, proprio perché i giovani dei villaggi saranno reclutati nella nuova “polizia locale” su raccomandazione dei leader tribali che ne faranno un’organizzazione molto più simile a una milizia che non a una polizia; per quanto il governo abbia insistito nel ribadire che questi gruppi opereranno sotto il controllo del ministero degli interni, questo è ancora tutto da dimostrare.
La variegata società afghana è assai differente da quella irachena. Le divisioni afghane non sono su basi meramente settarie; piuttosto sono di natura etnica, tribale e clanica. Armare un gruppo per combatterne un altro non può che esasperare la situazione. Le vecchie divisioni tribali continuano a giocare un ruolo fondamentale nell’Afghanistan contemporaneo: alcuni clan Durrani sono più aggressivi, mentre i Ghilzai del sud si sentono emarginati; ma entrambi hanno fornito il bacino di reclutamento originale dei taliban, mentre oggi continuano ad alimentare l’insorgenza.
Come ha fatto notare Abbas Daiyar, «il nuovo piano prevedeva originariamente di armare i “gruppi locali”. Se per gruppi locali, o tribali, si intendono i clan Durrani, questo potrà accendere ulteriori risentimenti tra i capi dei gruppi Ghilzai. Al contrario, armare i Ghilzai potrebbe portare all’uso delle stesse armi contro le forze governative, quelle internazionali e contro i civili di differenti gruppi etnici». Per quanto, nelle intenzioni di chi ha avviato il progetto, queste milizie tribali saranno sotto il controllo del governo, in realtà esse opereranno in autonomia e, verosimilmente, fuori dal controllo di un’autorità riconosciuta. Il rischio potenziale è di rinvigorire il “warlordismo”, mandando in fumo le centinaia di milioni di dollari spesi nei processi di smobilitazione che hanno portato a un miglioramento nella stabilità del paese, in particolare nel nord e nel nordovest.
Ma quando gli ex warlord del nord – tajiki, uzbeki, hazara – vedranno non solo uno svantaggio nell’aver aderito al processo di disarmo e smobilitazione ma che il governo sta progressivamente riarmando la controparte nel sud del Paese è probabile che questi riprenderanno le armi in pugno per difendere se stessi e i propri interessi.
E cosa dovremmo dunque dire degli sforzi e dei progressi sinora faticosamente fatti per smobilitare e disarmare le centinaia, forse migliaia, di gruppi armati che dopo l’avvio dell’operazione Enduring Freedom e la cacciata dei taliban hanno garantito l’esistenza di poteri paralleli e antagonisti a quello centrale? Un lavoro inutile poiché tutto, di quel poco che si è ottenuto, andrà perso.
Sarebbe stato più opportuno, prima di intraprendere un programma pilota come questo, guardare ai fenomeni di resistenza tribale contro i taliban nelle incontrollate aree ad amministrazione tribale del Pakistan, divenute roccaforti dell’insorgenza taliban, dove l’esercito pakistano ha adottato un analogo progetto dal 2003 al 2007. Milizie tribali, chiamate "Lashkar", che alla fine i taliban hanno sconfitto violentemente.
Così com’è, la costituzione delle Fpl non funzionerà, almeno a parere di chi scrive; ma criticare ciò che viene fatto non è sufficiente: è necessario proporre i cosiddetti piani “B” da utilizzare in caso di emergenza. E questo è un atipico caso di emergenza che va avanti da quasi dieci anni.
Se è davvero uno Stato quello che si vuole creare in Afghanistan, tre, in sintesi, possono essere le vie praticabili in termini di sicurezza delle aree periferiche del Paese (e non della soluzione del conflitto afghano nel suo complesso):
1. Insistere su un reclutamento della polizia nazionale a base distrettuale, impiegandone il personale nella stessa area (distretto/provincia) di origine ma non nello stesso villaggio/comunità;
2. Reclutare giovani pashtun nell’esercito nazionale, poiché solamente soldati pashtun guidati da ufficiali pashtun potranno dar vita a unità coese e in grado di mediare “culturalmente” tra le esigenze delle popolazioni locali (pashtun) e gli obiettivi del governo centrale;
3. Creare unità miste a livello etnico (oggi l’esercito afghano è a predominanza tajika e uzbeca). Per la popolazione locale è più facile accettare chi proviene dallo stesso territorio e che è culturalmente più affine alla comunità che lo ospita e a cui deve imporre il rispetto dei principi dello Stato centrale. Ciò consentirebbe di creare quell’amalgama tra i gruppi etnici che le milizie locali mono-etniche potrebbero invece ostacolare mettendo in competizione “polizie locali” vicine territorialmente ma non culturalmente (es. villaggi pashtun in aree a predominanza etnica differente).

lunedì 28 giugno 2010

Da McChrystal a Petraeus: extrema ratio?

«The leadership has changed, but the policy hasn’t changed» ha dichiarato l’ammiraglio Mike Mullen, capo del Joint Chiefs of Staff statunitense. Ma le prime notizie trapelate dagli ambienti militari riportano già una prima concreta volontà di cambio nella condotta delle operazioni: il cambio delle regole d’ingaggio da parte di Petraeus. Un mutamento che punta a concedere maggiore libertà “di manovra” ai soldati americani e che non limita troppo, così come invece voleva McChrystal, l’impiego della forza. Nessun dettaglio in più al momento, vedremo nei prossimi giorni come il nuovo comandante delle truppe sul terreno personalizzerà una guerra che è completamente diversa da quella irachena da cui lui sarebbe – almeno secondo alcuni – uscito vincitore.
«Gli alleati non hanno ripreso l’iniziativa ma hanno bloccato l’iniziativa degli insorgenti», sostiene ottimisticamente Mark Sedwill, il diplomatico britannico che svolge la funzione da consigliere della Nato, sul New York Times del 26 giugno. Parziale verità dal momento che, se è pur vero che le forze di sicurezza straniere non hanno ripreso quell’iniziativa, gli insorgenti continuano a muoversi e a colpire con precisa efficacia tanto da imporre il rinvio dell’annunciata offensiva estiva su Kandahar (pianificata per agosto) all’autunno, forse addirittura a dicembre.
Surge e counterinsurgency rimangono comunque i due perni su cui il comando Isaf/Coalition Forces continuerà ufficialmente a lavorare, ma né l’una né l’altra potranno essere repliche dell’esperienza irachena. Petraeus non ripeterà la vittoria irachena, semplicemente perché in Iraq il successo non si è rivelato tale. L’equazione “Irak-Petraeus-counterinsurgency uguale a successo” non varrà per l’Afghanistan essenzialmente per due motivi: il tempo e le differenze socio-culturali abbinate agli equilibri geometrici di natura etnica. Il primo manca, le seconde sono troppo complesse da poter essere affrontate in carenza di tempo e risorse. Per quanto il comando militare sia una realtà finalmente concreta in grado di gestire seriamente la complessità di un’alleanza variegata e dai fin troppi limiti d’impiego, gli insuccessi degli ultimi nove anni pesano sulle spalle del generale Petraeus come macigni. Insuccessi a cui hanno contribuito le “doverose” quanto infruttuose alternanze di comando attribuito ad alcune potenze europee e alla Turchia. Ma saprà fare bene Petraeus poiché supportato dal suo presidente e, fattore da non sottovalutare, dal Congresso, dall’opinione pubblica americana e dai suoi soldati. E se farà bene lo sapremo a breve, per quanto i risultati dichiarati, temo, non arriveranno; arriverà invece quello parzialmente annunciato, ossia il progressivo disimpegno militare da un Afghanistan non pacificato, in cui la lotta per il potere vedrà muoversi sul campo di battaglia schieramenti mossi da spinte etniche, economiche e ideologiche.
Ricade quindi su Petraeus l’amaro compito di concludere (e quindi perdere) la guerra in Afghanistan? A questo punto sì. Il generale reduce della guerra in Iraq, dopo l’onore del comando di Centcom, si trova ora “costretto” a una promozione verso il basso; ciò che dal punto di vista di Obama rappresenta l’espressione di massima fiducia nei confronti dell’ufficiale, si dimostra in realtà come l’ultima carta da giocare prima del “grande bluff” finale. Una fiducia condita da disperata rassegnazione politica, poiché dal punto di vista militare prevale il sano – si spera – realismo del campo di battaglia, ormai in mano ai taliban. Taliban che non sono i moderati con cui si spera di poter avviare un dialogo, bensì i radicali che impongono una scelta obbligata a Karzai che si trova ora tra due fuochi: quello dei gruppi di opposizione armata che, tra speranza di dialogo e scontro aperto, si impongono come soggetto forte e quello dei gruppi di opposizione politica i quali, al momento solo a parole, hanno dichiarato di essere disposti a riprendere le armi qualora i taliban fossero ammessi non solo al tavolo delle trattative ma anche nelle stanze del potere.
Sostengo ormai da anni la necessità di lasciare la parola ai diretti interessati, gli afghani dell’Afghanistan (e quindi non solamente gli esuli espatriati durante le guerre degli ultimi trent’anni), come sostengo oggi la necessità di trovare una soluzione di compromesso, consapevole del fatto che questo significhi rinunciare a molti dei pochissimi risultati ottenuti nel campo dei diritti umani, della “democrazia” e della giustizia. Non mi faccio illusioni, la soluzione afghana si sta definendo, come sempre, nello spazio temporale; uno spazio in cui l’Occidente non vuole e non può muoversi.

martedì 11 maggio 2010

Al-Faath: l’offensiva di primavera dei taliban


Afghanistan, 10 maggio 2010: i taliban dell’Emirato Islamico hanno annunciato l’avvio dell’offensiva di primavera, la nona primavera afghana del Presidente Karzai e degli alleati occidentali.
Lo hanno fatto attraverso il loro sito web e con l’utilizzo della posta elettronica. La strategia adottata non si discosta di molto da quella utilizzata dagli americani nell’annunciare, una dopo l’altra e attraverso i potenti canali mediatici, le più grandi offensive militari dall’inizio del conflitto.
Si è fatto un gran parlare di “guerra delle percezioni” e, al tempo stesso, di reciproche azioni di propaganda. E di guerra delle percezioni ne ha parlato anche il generale Petraeus la cui dottrina – quella adottata nella guerra irachena e che si vorrebbe in parte applicare anche all’Afghanistan – è contenuta nel manuale di counterinsurgency FM 3-24 che, tra quelli militari, è il più scaricato da internet. In esso sono contenuti quasi “tutti i trucchi” che il comandante delle truppe sul terreno, generale McChrystal, dovrebbe mettere in atto.
I taliban, che della tecnologia informatica sono ormai padroni, l’hanno recepita, al pari di tutti i comandanti della coalizione occidentale, e a essa si sono adeguati nei fatti – colpire il nemico e “conquistare i cuori e le menti” degli afghani – e nel linguaggio – la propaganda.

L’offensiva di primavera è denominata Al-Faath (Vittoria), un termine utilizzato nel Corano per indicare il successo. La leadership del Consiglio dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan lo ha scelto in quanto estremamente significativo per i musulmani.
Sono stati molto precisi i taliban nell’indicare chi rientra nella categoria di nemico e che quindi sarà colpito nel corso di questa offensiva: invasori americani, personale militare della Nato, consiglieri stranieri, spie che si spacciano per diplomatici, membri dell’amministrazione Karzai e del suo governo, del parlamento, dei sedicenti ministeri della difesa, del dipartimento di intelligence, del ministero della giustizia, degli affari interni, contractor delle compagnie di sicurezza straniere e locali, dipendenti e personale delle compagnie che si occupano di logistica e di costruzioni per i militari stranieri e tutti coloro che lavorano per gli occupanti.
Al-Faath è un’operazione di jihad che colpirà su tutto il territorio del Paese, e lo farà alla maniera dei guerriglieri: azioni mordi e fuggi, imboscate, ordigni esplosivi improvvisati (Ied), uccisione di rappresentanti dell’amministrazione civile, sabotaggio delle vie di comunicazione militari, cattura di soldati stranieri e, infine, i tanto temuti attentati suicidi.
L’appello alla popolazione è esplicito e richiama tutti al senso di responsabilità verso la guerra di liberazione condotta dai mujaheddin a favore dell’Afghanistan e contro gli invasori stranieri; non mancano le minacce dirette a chi invece collabora con il nemico, lavorando con i militari o fornendo loro servizi. Insomma, niente di nuovo, ma non per questo meno preoccupante.
Gli americani hanno battezzato la prossima offensiva su Kandahar Omid, ossia «speranza»; i taliban hanno risposto con la loro Al-Faath, «vittoria».
Se è una guerra di percezioni quella che ci aspetta, gli americani stanno già partendo svantaggiati. Ma i fatti dimostrano, come hanno sempre dimostrato, che non di sole percezioni è fatta questa guerra.
«A primavera si apre la partita…» diceva una canzone in un’altra guerra.
STATEMENT OF THE COUNCIL OF THE ISLAMIC EMIRATE OF AFGHANISTAN

venerdì 2 aprile 2010

Iran e taliban. Una strana coppia


Lo abbiamo sentito di recente, lo ha annunciato lo stesso Gates in visita alle truppe Usa in Afghanistan, è stato ribadito ufficialmente dal colonnello Sholtis, portavoce della Nato, e la notizia ha fatto il giro del mondo: l’Iran è impegnato nell’addestramento degli insorgenti afghani e nella fornitura di armamenti ai gruppi di opposizione.
Anche la CNN ha diffuso la notizia che “secondo l’intelligence militare statunitense, l’Iran sta aiutando i combattenti taliban lungo i suoi confini”. Il “Daily Outlook Afghanistan”, giornale afghano in lingua inglese, dari e pashto ha riproposto l’argomento con maggiori dettagli: “centinaia di insorgenti sono stati addestrati in Iran per uccidere le forze Nato in Afghanistan, hanno affermato due comandanti taliban al British Sunday newspaper. Agenti iraniani li avrebbero pagati per svolgere un corso di 3-4 mesi in campi di addestramento nel deserto nel sud-est del paese, equipaggiandoli infine con armi, munizioni, mine e pistole.
La notizia personalmente non mi sorprende, e non mi stupisce neppure il fatto che sia giunta il giorno precedente la visita ufficiale in Afghanistan di Ahmadinejad. Non tanto perché possa essere scontato un impegno effettivo dell’Iran nel mantenere instabile l’Afghanistan, quanto perché questa notizia giunta attraverso la voce autorevole di politici e militari statunitensi contribuisce a definire agli occhi dell’opinione pubblica (occidentale) un soggetto che di adeguarsi alla politica estera americana proprio non ne vuole sapere. La Repubblica Islamica di Ahmadinejad è l’ambiziosa – e antagonista – candidata al ruolo di guida a livello regionale.
Prevalentemente sciita, l’Iran è stato per lungo tempo nemico dei taliban sunniti ma questo non ha impedito di intravvedere nell’insorgenza talebana una possibile e auspicabile distrazione per allontanare la pressione degli Stati Uniti su Tehran; e sebbene l’amore per gli ayatollah iraniani da parte dei taliban sia assai limitato, questo non ha impedito loro di cercare supporto ovunque questo fosse disponibile, e quindi anche in Iran. Questa necessità si è resa ancora più urgente dopo i recenti arresti dei loro leader in Pakistan e gli attacchi mirati dei “droni” americani.
Testimonianze, fotografie e video: tutto confermerebbe l’azione della “mano” iraniana dietro alla preparazione dei mujaheddin afghani. Ma a ben guardarli questi video e queste fotografie diffuse dalla CNN che cosa mostrano? Qual è la sostanza del contributo iraniano?
Poco e nulla in realtà. Si tratta di vecchi mortai privi di congegni di puntamento, mine controcarro, esplosivi, vetusti fucili leggeri, schede telefoniche e radiotrasmittenti: equipaggiamenti facilmente disponibili al mercato nero e possibili reperti di una guerra durata otto anni, quella tra Iran e Iraq, che tante, tantissime armi e munizioni ha lasciato in eredità sui campi di battaglia.
Non ci sono i temuti missili contraereo, nessuna tecnologia superiore o congegni avanzati. Niente di tutto questo. Se davvero il governo iraniano volesse supportare la resistenza afghana, e lo volesse fare in maniera concreta – cosa che non è escluso possa fare pur mantenendo un basso profilo a livello tattico – avrebbe certamente le risorse per farlo. Ma un conto è tirare la corda, un altro conto è voler arrivare al punto di rottura; per quanto i taliban siano preferibili alla presenza americana a Kabul l’obiettivo auspicabile per gli iraniani è quello di cullare l’Afghanistan in una dolce instabilità che non lo spinga né nelle mani degli Usa né tra le braccia al Pakistan; per quanto “radicale”, Ahmadinejad non pare essere uno sprovveduto disposto a spingere il suo paese verso un conflitto allargato.
Il rischio di confronto armato potrebbe essere reale solo se l’Iran fornisse ai mujaheddin i missili terra-aria, l’unica minaccia in grado di limitare i movimenti aerei delle forze di sicurezza in Afghanistan – e quindi anche del controllo del territorio –, cosa che cambierebbe gli equilibri tra le parti in conflitto (esattamente ciò che avvenne nella guerra contro i sovietici con il supporto degli Usa). Ma pensare che l’Iran voglia rischiare fino a tal punto mi pare, almeno al momento, improbabile.
E infatti sono stati sufficienti un paio di giorni per ridimensionare la minaccia. Il generale David Petraeus, il comandante di CentCom, ha affermato che “se in effetti l’Iran sta aiutando i taliban in Afghanistan, il suo ruolo è assai limitato”. E lo stesso Robert Gates ha ammesso che, “sebbene vi siano campi di addestramento in Iran, questi vanno considerati come minacce di basso livello”.
Alla base di questo “supporto tattico” vi sono in realtà interessi di differente natura, non necessariamente legati alle decisioni del governo centrale, bensì a interessi economici così redditizi da portare alla formazione di organizzazioni strutturate e in grado di avere libertà di movimento e un “relativo monopolio della forza”. Detto in altri termini,- al di là di un possibile coinvolgimento delle guardie della rivoluzione iraniana, la forza di al-Quds - mi pare più che plausibile il coinvolgimento di gruppi criminali legati al narcotraffico che proprio dal libero movimento sul confine afghano-iraniano trarrebbero notevoli benefici.
Sono i proventi derivanti dal traffico illegale di droga che consentono di ottenere le risorse necessarie al sostentamento di un apparato paramilitare costituito ad hoc per difendere gli interessi dei gruppi stessi. E l’alleanza tra i gruppi di opposizione afghani (taliban, Hezb-e Islami, o più semplicemente gruppi criminali) e narcotrafficanti iraniani, tra i quali elementi pashtun provenienti dalle zone di confine, rappresenta un evidente reciproco vantaggio.
E in questo contesto il governo di Teheran si è dimostrato deciso a collaborare con l’Afghanistan per contrastare il traffico di droga attraverso il proprio territorio, che rappresenta la via più breve per raggiungere i mercati europei. L’Iran è fortemente danneggiato dalla diffusione di droga all’interno dei propri confini, droga che proviene esclusivamente dal vicino Afghanistan.
Interessi strategici e grandi disegni politici a parte, quindi, quello che muove gli uomini sul terreno e li mette in condizione di operare sono i notevoli vantaggi di un commercio redditizio ma relativamente rischioso e che per queste ragioni viene tutelato con l’uso delle armi (che a loro volta sono acquistate con i proventi del narcotraffico). A questo possiamo aggiungere tutto il resto: uno Stato che a fatica riesce ad imporsi, l’Afghanistan, una realtà politica impegnata a gestire un’opposizione interna e che non ha risorse sufficienti per garantire il controllo dei territori di confine, l’Iran, e una super potenza impegnata a uscire da una crisi economica straordinaria e decisa ad abbandonare vittoriosamente il conflitto un minuto prima di perderlo.
È il narcotraffico dunque a sostenere l’insorgenza e l’opposizione armata dei gruppi combattenti; senza i redditizi commerci tra i gruppi dei due paesi verrebbe a mancare la spinta per una lotta, di liberazione o jihad poco importa, che si è ormai allargata in tutta la regione. Peccato che nell’ordine delle priorità della coalizione internazionale la lotta al narcotraffico non sia tra gli obiettivi prioritari.
VEDI VIDEO CNN
http://news.blogs.cnn.com/2010/04/02/intelligence-suggests-iran-may-smuggle-arms-to-afghanistan/
LISTEN VOANEWS MP3
McCHRYSTAL'S VIEWS

mercoledì 24 marzo 2010

Dialoghi afghani: come reagiranno i radicali?

La grave situazione sociale ed economica in cui versa l’Afghanistan è ulteriormente aggravata dal problema della sicurezza interna. I risultati negativi attribuiti al presidente Hamid Karzai in questi anni (ma di politica negativa tout court non è corretto parlare) hanno avuto forti ripercussioni sulla politica governativa centrale, sempre più lontana da un effettivo esercizio di potere. Parlare di sicurezza è un eufemismo, il governo centrale è stretto nella morsa tra gruppi di opposizione e necessità del supporto militare dell’Occidente. Gli aiuti economici provenienti dall’esterno sono una necessità imprescindibile e la lotta al narco-traffico è solo un progetto.
In questa situazione il presidente Hamid Karzai è riuscito a mantenere un’apparenza di relativo controllo, per quanto questa stabilità precaria non possa durare a lungo. La svolta necessaria è stata identificata nella parziale riconciliazione con elementi del passato regime e con una loro integrazione nell’organizzazione dello Stato; in tale contesto non ha sorpreso il tentativo di avvicinamento e dialogo con i maggiori attori della vicenda afghana: Hekmatyar e i Taleban.
Mentre il primo ha avanzato direttamente una proposta di riconciliazione, dopo essere stato espulso dall’Iran che lo ospitava, i secondi hanno ricevuto un’offerta di dialogo da parte del presidente afghano in conseguenza della continua pressione sulla sicurezza interna del Paese. Per quanto non confermato o ufficializzato, risalirebbero già alla fine del 2007 i primi negoziati intrapresi tra i rappresentanti del governo di Kabul – tra i quali il fratello del presidente, Qayum Karzai – e delegati del mullah Omar. A tali incontri sarebbero intervenuti due membri della famiglia di Karzai e rappresentanti dei Taliban afghani e pakistani con la collaborazione e il supporto di alcuni alti ufficiali dell’Isi pakistano.
Tale “avvicinamento”, per quanto tra gli stessi Taliban abbia creato ulteriori divergenze di opinioni, può essere considerato come il frutto della politica lungimirante messa in atto da Karzai che già da molto tempo ha assegnato cariche istituzionali, in punti chiave dell’area a maggior influenza talebana, proprio a rappresentanti del passato regime. Ciò potrebbe consentire, in un futuro non meglio definito, una relativa stabilizzazione dell’area oppure, cosa che ritengo molto probabile, una tendenza verso posizioni radicali della politica interna del Paese.
Ma al momento la scelta dell’assimilazione pare essere l’unica via d’uscita da una situazione non più gestibile altrimenti. Il dialogo, unito al compromesso, potrebbe portare a un risultato accettabile. Non è da escludere al tempo stesso che la politica americana del tempo di Bush, dimostratasi non in grado di risolvere “la questione afghana” seguendo la via militare, abbia optato per questa sorta di “dialogo tra pashtun” pur di rendere sicura l’area appoggiando, o meglio, suggerendo quest’iniziativa al presidente Karzai sul quale, in caso di fallimento, sarebbe ricaduta ogni responsabilità. La politica del successore alla presidenza statunitense, Barack Obama, ha invece optato per un concreto avvio del metodo di dialogo – coraggiosa ed ultima chance di compromesso – basato sull’intesa tra afghani. Contrario a questa politica sarebbe però il segretario generale dell'Organizzazione del Trattato per la sicurezza collettiva – «l'anti-Nato» a guida russa comprendente, oltre a Mosca, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirgistan, Tagikistan e Uzbekistan – che invece vedrebbe nel dialogo «con le tribù e le diverse fazioni, ma non con i Taliban» una possibile via d’uscita.
In un’intervista del 2008, il generale Hamid Gul – ex capo dell'Isi pakistana –ha espresso la sua opinione in base alla quale i Taliban, che hanno partecipato alla serie di colloqui mediati da re Abdallah in Arabia Saudita con rappresentanti del governo afghano, sarebbero «solo esponenti della vecchia guardia, senza più legami diretti con gli attuali comandanti, primo fra tutti il mullah Omar, leader dei taliban» con cui invece si dovrebbe parlare.
I capi Taliban di medio/basso livello potrebbero in effetti trarre vantaggio da questo tentativo di riconciliazione e “perdono” per quanto una domanda importante non ha ancora trovato una risposta soddisfacente: come reagiranno i radicali? Come ho già detto, per questi il compromesso non esiste e per certo non rinunceranno alla battaglia ingaggiata. Ma una accorta e cauta politica del compromesso, basata sul coinvolgimento delle tribù nel processo di ricostruzione politica del Paese e nel rispetto delle gerarchie sociali tradizionali, potrebbe portare ad una loro emarginazione da parte di quei “moderati” propensi ad una tregua. Una soluzione “totalmente indolore” non è al momento ipotizzabile, tutto sta nel pesare attentamente i rischi e le opportunità della politica del dialogo. L’Afghanistan, si sa, è tutto e il contrario di tutto.

Claudio Bertolotti
25 novembre 2009

Politica del compromesso e del dialogo in Afghanistan: i tre passi per uscire dalla guerra


Nel 2009, dopo 8 anni di guerra, la grave situazione in Afghanistan non è stata ancora risolta.
Ho avuto modo di appurare di persona, a Khost come a Kabul, quanto la grave situazione sociale ed economica in cui versa il Paese si sia ulteriormente aggravata, al pari della sicurezza interna. I risultati negativi attribuiti al presidente Hamid Karzai in questi anni (ma di politica negativa tout court non è corretto parlare) hanno avuto forti ripercussioni sulla politica governativa centrale, sempre più lontana da un effettivo esercizio di potere. Parlare di sicurezza è un eufemismo, il governo centrale è stretto nella morsa tra gruppi di opposizione e necessità del supporto militare dell’Occidente. Gli aiuti economici provenienti dall’esterno sono una necessità imprescindibile e la lotta al narco-traffico è solo un progetto.
Un recente studio condotto dall’International Council on Security and Development conferma che i gruppi di opposizione sono tornati a essere padroni della situazione militare – e quindi anche politica – in una porzione di territorio pari al 72% dell’intero Afghanistan. Si tratta di una controffensiva sempre più rapida che, cominciata nel 2005 e intensificata nel biennio 2007-2008, ha portato a una progressiva riduzione del territorio controllato dalle forze di Isaf e della Coalizione a guida americana. Quella che può essere definita a tutti gli effetti una manovra di accerchiamento delle forze armate internazionali e del governo centrale, si avvicina sempre più a Kabul, al punto che – a periodi alterni – ben tre delle quattro strade principali che consentono l’accesso alla capitale sono sotto relativo controllo degli insorgenti.
In questa situazione il presidente Hamid Karzai ha tentato, a più riprese, di avviare una politica conciliante e ambigua ostentando un’apparenza di relativo controllo. La svolta necessaria è stata identificata nella parziale riconciliazione con elementi del passato regime e con una loro integrazione nell’organizzazione dello Stato; in tale contesto non ha sorpreso il tentativo di avvicinamento e dialogo con i maggiori attori della vicenda afghana: i taliban. Questi hanno ricevuto un’offerta di dialogo da parte del presidente afghano in conseguenza della continua pressione sulla sicurezza interna del Paese. Per quanto non confermato ufficialmente, risalirebbero già alla fine del 2007 i primi negoziati intrapresi tra i rappresentanti del governo di Kabul – tra i quali il fratello del presidente, Qayum Karzai – e delegati del mullah Omar. A tali incontri sarebbero intervenuti due membri della famiglia di Karzai e rappresentanti dei taliban afghani e pakistani con la collaborazione e il supporto di alcuni alti ufficiali dei servizi pakistani (l’Isi). Tale tentativo di “avvicinamento” può essere considerato come il frutto della politica lungimirante messa in atto da Karzai che già da molto tempo ha assegnato cariche istituzionali, in punti chiave dell’area a maggior influenza talebana, proprio a rappresentanti del passato regime. Ciò potrebbe consentire, in un futuro non meglio definito, una relativa stabilizzazione dell’area oppure, cosa che temo sia molto probabile, una tendenza verso posizioni radicali della politica interna del Paese. Ma al momento la scelta dell’assimilazione pare essere l’unica via d’uscita da una situazione non più gestibile altrimenti. È un “dialogo tra pashtun” il prezzo da pagare. Dialogo che ha trovato come sostenitore proprio il presidente statunitense Barack Obama che ha optato per un concreto avvio del metodo di dialogo – coraggiosa ed ultima chance di compromesso – basato sull’intesa tra afghani. Contrario a questa politica sarebbe però il segretario generale dell'Organizzazione del Trattato per la sicurezza collettiva – «l'anti-Nato» a guida russa comprendente, oltre a Mosca, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirgistan, Tagikistan e Uzbekistan – che invece vedrebbe nel dialogo «con le tribù e le diverse fazioni, ma non con i taliban» una possibile via d’uscita. In un’intervista del 2008, il generale Hamid Gul – ex capo dell'Isi pakistana – ha espresso la sua opinione in base alla quale i taliban, che hanno partecipato alla serie di colloqui mediati da re Abdallah in Arabia Saudita con rappresentanti del governo afghano, sarebbero «solo esponenti della vecchia guardia, senza più legami diretti con gli attuali comandanti, primo fra tutti il mullah Omar, leader dei taliban» con cui invece si dovrebbe parlare. I capi taliban di medio/basso livello potrebbero in effetti trarre vantaggio da questo tentativo di riconciliazione e “perdono” per quanto una domanda importante non ha ancora trovato una risposta soddisfacente: come reagiranno i radicali? Come ho già detto, per questi il compromesso non esiste e per certo non rinunceranno alla battaglia ingaggiata. Ma una accorta e cauta politica del compromesso, basata sul coinvolgimento delle tribù nel processo di ricostruzione politica del Paese e nel rispetto delle gerarchie sociali tradizionali, potrebbe portare ad una loro emarginazione da parte di quei “moderati” propensi ad una tregua. Una soluzione “totalmente indolore” non è al momento ipotizzabile, tutto sta nel pesare attentamente i rischi e le opportunità della politica del dialogo. L’Afghanistan, si sa, è tutto e il contrario di tutto.
Da quanto detto è possibile fare una valutazione realistica. Il governo afghano, così come la comunità internazionale, ha come unica via di uscita il compromesso unito alla competizione con i gruppi di opposizione; ciò potrà avvenire solo lavorando su tre livelli differenti. Il primo, quella politico, deve basarsi sul dialogo con i moderati e puntare a una soluzione di compromesso, anche se questo comporterà, come prezzo da pagare, una revisione dei diritti civili. Il secondo livello è quello militare, perseguito combattendo gli elementi radicali e non disposti al dialogo e con il coinvolgimento attivo nella guerra di tutti gli attuali partecipanti alla missione Isaf. Infine quello più delicato, il livello sociale, da perseguire migliorando le condizioni di vita e venendo incontro alle aspettative della popolazione in termini di sicurezza, qualità della vita, istruzione, benessere e non disdegnando di sfruttare una politica di propaganda aggressiva e invasiva.
Prima di tutto, sarà necessario che la comunità internazionale e il governo di Kabul riescano a contrapporre al messaggio distruttivo dei gruppi di opposizione il proprio, costruttivo e semplificato, dimostrando come la politica di opposizione sia destinata a un’acutizzazione della situazione già precaria. A questo scopo è però fondamentale lasciare che la politica sia condotta dai legittimi rappresentanti afghani, senza ingerenza alcuna da parte di governi stranieri. Non è cosa facile.

Claudio Bertolotti
20 ottobre 2009