Afghanistan Sguardi e Analisi

Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

lunedì 13 aprile 2015

Il Presidente Ghani offre ai taliban la condivisione del potere mentre l’ISIS avanza in Afghanistan (CeMiSS)

di Claudio Bertolotti
 
Il Governo di unità nazionale è in difficoltà?
Sul piano politico, il Governo di unità nazionale guidato dalla diarchia Ghani-Abdullah ha concretizzato nella sostanza quanto da mesi già annunciato; lo ha fatto offrendo ai taliban parte del potere dello stato, in quello che possiamo definire un formale processo di power-sharing (si rimanda all’Osservatorio Strategico 10/2014). Benché i taliban non abbiano accettato – nessun si sarebbe aspettato il contrario – questo fatto pone i riflettori sulle grandi difficoltà di governo e, in particolare, sul mantenimento di equilibri politici precari e sotto la minaccia dalle spinte competitive dei due principali gruppi politici che fanno capo a Ghani, da un lato, e ad Abdullah, dall’altro.
I soggetti indicati da Ghani quali auspicabili collaboratori erano il mullah Zaeef (ex ambasciatore dei taliban in Pakistabn), Wakil Muttawakil (ex ministro degli Esteri dell’epoca talebana) e, infine, Ghairat Baheer, parente di Gulbuddin Hekmatyar, capo del secondo principale gruppo di opposizione armata afghano (l’Hezb-e-Islami), movimento in competizione-collaborazione con i taliban. Nel concreto, la spartizione del potere avrebbe previsto l’assegnazione del ministero degli Affari Rurali, il ministero dell’Haji e degli Affari Religiosi e il ministero dei Confini; ai ministeri si sarebbero sommate le nomine di soggetti indicati dai taliban per i governi provinciali di Nimruz, Kandahar e Helmand. In particolare, la nomina dei governatori di queste province sarebbe andata a formalizzare uno stato di fatto, poiché i taliban già detengono il potere nella maggior parte di tali aree; una soluzione che, a ragion veduta, avrebbe potuto indurre a una possibile riduzione delle conflittualità a livello locale.
Come noto, la ragione del rifiuto da parte dei taliban – almeno sul piano formale – deriverebbe dalla firma dell’accordo di sicurezza bilaterale tra l’attuale governo e la Nato; accordo che autorizza le forze di sicurezza internazionali (prevalentemente statunitensi) a rimanere in Afghanistan sino al 2024.
Sfumata l’opzione del power-sharing con i taliban, Ghani e Abdullah hanno così provveduto – dopo tre mesi di attesa – alla nomina del nuovo governo della Repubblica islamica dell’Afghanistan. Abdul Salaam Rahimi, capo dello staff del presidente Ghani, il 12 gennaio ha annunciato la lista dei venticinque candidati ministri, unitamente alla nomina del direttore dell’intelligence afghana e del vertice della banca centrale.
Salahuddin Rabbani, già a capo dell’Alto consiglio per la pace (High Peace Council) è stato designato quale ministro degli esteri, Sher Mohammad Karimi, attuale capo di stato maggiore delle forze armate, è stato nominato ministro della Difesa mentre l’ex generale Noor al-Haq Ulomi è destinato a subentrare al ministero dell’Interno; l’attuale capo dell’intelligence nazionale, Rahmatullah Nabil è stato confermato nel suo incarico.
Tra i venticinque candidati – la cui nomina formale spetta al parlamento – tre sono le donne; a queste sono stati assegnati i ministeri dell’Informazione e della Cultura, quello degli Affari Femminili e quello dell’Istruzione superiore.
Ma, in prima battuta, il parlamento afghano non ha confermato l’investitura di sette dei venticinque nominativi proposti dal presidente Ghani poiché, come previsto dalla costituzione afghana, in possesso di doppia cittadinanza. Tra questi Noor al-Haq Ulomi (ministero dell’Interno) e Salahuddin Rabbani (ministero degli Esteri). Si rimane in attesa di una soluzione che prevederà, con buona probabilità, la rinuncia della doppia cittadinanza da parte degli esclusi.

L’ISIS combatte (anche) in Afghanistan
Sul piano della sicurezza, alla già drammatica e precaria situazione, si è sommato un fattore dinamizzante che rappresenta un’ulteriore fonte di preoccupazione. Come previsto nell’Osservatorio Strategico 9/2014 di novembre, l’attività di reclutamento dell’ISIS (Stato islamico dell'Iraq e di al-Sham, o del Levante) si è imposta anche in Asia meridionale e, nello specifico, in Afghanistan.
I più recenti sviluppi sono stati caratterizzati da una significativa comparsa di militanti e combattenti dell’ISIS nella provincia di Helmand – altre fonti confermerebbero la presenza di militanti sotto la bandiera dello Stato islamico e di attività di propaganda anche nelle aree centrali del paese e nella provincia di Logar.
Fenomeno endogeno oppure esogeno? Le informazioni disponibili inducono a descriverlo come di natura prevalentemente autoctona ma dai forti e preoccupanti legami con l’area mediorientale. Se da un lato, alla guida del primo nucleo combattente dell’IS su suolo afghano ci sarebbe il mullah Rauf Khadim – mujaheddin di epoca sovietica e poi comandante dei taliban –, dall’altro lato è da considerarsi significativo il ruolo giocato dal messaggio “globale” dell’ISIS.
In primis, si rende opportuna una riflessione circa i trascorsi relativamente recenti del mullah Rauf Khadim che, al pari del califfo Abu Bakr al Baghdadi – leader dell’ISIS –, è un ex-detenuto speciale del carcere extraterritoriale statunitense di Guantanamo-“Gitmo”. Rauf Khadim, consegnato nel 2007 alle autorità afghane, riuscì a fuggire nel 2009 e a riunirsi con il movimento dei taliban unitamente a un altro prigioniero, il mullah Abdullah Zakir; quest’ultimo, nel 2010 avrebbe preso parte attiva, con il ruolo di “comandante”, al surge dei taliban nel sud del paese.
Al contrario, il rientro di Khadim tra i ranghi del principale movimento insurrezionale non gli avrebbe permesso di appropriarsi del ruolo di leadership a cui avrebbe ambito; questa le ragione che potrebbe averlo indotto al radicale cambio di schieramento in favore dell’ISIS (osteggiato da al-Qa’ida e dai taliban). Inoltre, recenti report confermerebbero la presenza di altri ex-detenuti di Guantanamo passati tra le fila dello Stato islamico, sia in Afghanistan sia in Pakistan.
Questo cambio di schieramento potrebbe essere letto come effetto di una lotta intestina al movimento dei taliban per la conquista del potere  e conseguente tentativo dei gruppi marginalizzati di riconquistare spazio di manovra e capacità di operare sul terreno. E il cambio di bandiera, da bianca – Emirato islamico – a nera – Stato islamico –, potrebbe essere più l’effetto di un efficace capacità comunicativa del brand “ISIS” ulita a ragioni di opportunità individuale che non un cambio di approccio ideologico tout court dei gruppi afghani.

Analisi, valutazioni, previsioni
La presenza dell’ISIS nell’Afghanistan sostenuto dalla Nato, e più in generale in Asia meridionale, è ora un dato di fatto, sebbene al momento limitato nei numeri e nella capacità operativa, ma non per questo non degno di attenzione; se è possibile valutare come improbabile un rapporto interattivo tra ISIS e movimento taliban, è però vero che la capacità attrattiva dello Stato islamico è riuscita a coinvolgere le nuove generazioni dell’arco geografico che va dal Marocco all’India, ai paesi occidentali (dove è in crescita il numero di “aderenti” immigrati di seconda/terza generazione, ma anche convertiti, prevalentemente uomini, e un numero crescente di giovani donne). Le dinamiche dell’Afghanistan sono molto differenti da quelle mediorientali, ma non per questo la società afghana è impermeabile ai fattori di influenza esterna – così come ha ben dimostrato al-Qa’ida nei passati decenni.

Un ulteriore spinta verso una nuova fase di guerra civile?È probabile che nel breve-medio periodo si possa aprire uno scenario di crescente conflittualità tra i gruppi di opposizione armata in Afghanistan; conflittualità locali/regionali che andrebbero così a inserirsi nel più ampio contesto di conflittualità globale contemporanea che vede schierati su fronti contrapposti al-Qa’ida e l’ISIS. Una dinamica che, nel breve periodo, potrebbe portare, sul piano globale, a un’escalation di “violenza spettacolare” finalizzata all’attenzione e all’amplificazione mass-mediatica – come dimostrerebbero gli attacchi di Parigi del 7-9 gennaio e le più o meno correlate attività jihadiste in Belgio – e, sul piano locale-regionale, a dinamiche competitive in grado di coinvolgere le cosiddette componenti “moderate” spingendole ad assumere un ruolo attivo nelle conflittualità locali – anche al fine di non essere sopraffatte.
Al nascente governo, una volta approvato dal parlamento, spetterà dunque, da un lato, affrontare la questione sicurezza e, dall’altro, rendere concrete le promesse elettorali della doppia leadership afghana, in particolare quelle sul piano economico e sociale, così come spetterà l’avvio dell’Afghanistan verso un processo di stabilizzazione che comporterà pesanti ma necessarie rinunce – anche sul piano dei diritti – poiché se i taliban non hanno accettato di entrare a far parte del Governo di unità nazionale, è verosimile che continueranno lo scontro su un campo di battaglia che (per loro) è sempre più favorevole. Uno scontro che, sul “campo di battaglia”, sarò oggetto di una significativa recrudescenza del conflitto alimentata dalla competizione tra “storici” gruppi di opposizione armata e i “newcomer” del jihad – come lo Stato Islamico.
Inoltre, ancora una volta si impone il fattore “tempo” che i gruppi di opposizione armata afghani hanno saputo sfruttare con raffinata capacità, insieme alla disponibilità a interloquire con qualunque soggetto disposto a concedere qualcosa pur di porre fine alla guerra e avviare il paese verso un processo di stabilizzazione, qualunque esso sia.
Lo ha capito bene la Cina che, pur non avendo impegnato il proprio Strumento militare su suolo afghano, è impegnata in colloqui con rappresentanti del movimento taliban; una Cina, soggetto forte e determinato, intenzionato a ridurre le fonti di preoccupazione legate all’accesso alle risorse energetiche del sottosuolo afghano come al contenimento delle spinte fondamentaliste che dal Medio Oriente potrebbero accendere mai sopite velleità autonomistiche alimentate da un emergente fondamentalismo nelle aree dello Xinjang/Turkestan orientale (con esplicito riferimento, ancora una volta, all’ISIS).
 
 

 

lunedì 30 marzo 2015

(ISPI) SUICIDE ATTACKS: STRATEGIC PERSPECTIVE AND AFGHAN WAR

by Andrea Beccaro, Claudio Bertolotti

http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/suicide-attacks-strategy-perspective-and-afghan-war-13002
Abstract
Suicide-attacks are one of the most important aspects of modern conflicts. According to Tosini between December 1981 (date of the first suicide-attack) and December 2010 date of the end of the scholar’s research there have been 2.713 suicide-attacks worldwide, which have caused about 28.000 deaths. Afghanistan and Iraq play the biggest role: between March 2003 and May 2010 there have been 1321 attacks of this kind in Iraq which have caused more than 13.000 deaths. Since 1981 Afghanistan and Iraq have been reaching 68% of all suicide-bombings and 55% of all casualties together. These figures show how big an impact the suicide tactics had during the Iraq war, in addition suicide tactics continues to have a main role in Islamic State warfare: for example in January 2015 alone we can count 35 suicide-attacks in Iraq. Moreover, suicide-attacks played an important role in other conflicts such as the ones in Lebanon, Israel, Sri Lanka, Kashmir, Turkey, Afghanistan, and worldwide attacks can be linked to the global organization of al-Qaeda. Objectives, political and war situations are very different in these countries, thus the various features of suicide bombings make finding a single explanation for this phenomenon difficult.

Andrea Beccaro, Ph.D, is DAAD Fellow at Otto-Suhr-Institut für Politikwissenschaft, Freie Universität in Berlin. 
Claudio Bertolotti, Ph.D, is Senior Research fellow at the Italian Military Centre for Strategic Studies (CeMiSS).

mercoledì 4 marzo 2015

NATO, TALIBAN AND AFGHAN GOVERNMENT: LOOKING FOR A COMPROMISE

by Claudio Bertolotti
@cbertolotti1

2014 was the year of the substantial breakdown of the ‘military's approach’; January 2015 is the formal beginning of the NATO’s new commitment to Afghanistan: the NATO ‘Resolute Support Mission’ (RSM) represents the medium-long term activity of the Alliance, a direct but reduced support to the Afghan Security Forces (ANSF).
The foreign military presence will continue, on the one hand, with the NATO’s contribute – ‘advise’, ‘assist’ and ‘train’ – and, on the other hand, with the US enduring effort on the battlefield – a separated ‘combat mission’ (formally ‘counter-terrorism’) under US responsibility.
Prospective analysis imposes to look at 2015-2016 taking into account the elements influencing the development of Afghanistan for the next two-years: international political and economic support, regional country’s interests, political power-sharing involving the power groups (diarchy Ghani-Abdullah), NATO residual military presence, reduced international interests for Afghanistan, a weak State based on endemic corruption, lack of a capable administrative leadership.
Several threats to stabilization can be identified: firstly the enduring permanent conflict and the inadequate Afghan National Security Forces (ANSF); in particular, the stepped-up transition of security responsibilities from ISAF to Afghan forces and the closure of international forward operating bases was met with increased attacks by AOG.
Potential encouraging development are also on the ground: the International community commitment to Afghanistan, the natural and mineral resources, the commercial-export businesses, and the primary role of China and Iran. Furthermore, cooperation and support offered by Italy, Germany, Turkey and US represent another important variable.
The threats to Afghanistan stability are: the reduced presence of international troops – which lead to a lack in security conditions – and the increased operational capabilities of the Armed Opposition Groups (AOGs) able to destabilize the country.
From a political-social perspective, it is assessed the consequence of dynamics effects generated by:I. Capability to create a ‘balance of power’;
II. Power-sharing process;
III. Constitutional revision;
IV. September political election.
Additionally, the AOGs dynamics and strategy could determine the State collapse.

Analysis, assessment, considerations
In brief, the short-term scenario may be characterized by:
I. General increasing of conflicts (consequence of internal actors – Afghan AOGs – and external newcomers – ISIS),
II. Reduction of the role of the Afghan State,
III. political and social instability.

Furtherly, the Afghan State is:
- politically weak and unable to manage the balance of power;
- vulnerable to AOGs pressure;
- unstable from the security perspective;
- not capable to manage the financial budget.

The International community is concluding the expensive Afghan engagement because of its costs and substantial fiasco. What is clear is that the International community and the NATO have not been able to win the challenge,  the ‘counterinsurgency’ (COIN) strategy did not work, and the Afghan government will be not able to resist to the AOGs’ offensive (from periphery to the centre) without external support.
For these reasons, the Afghan state – limited in governance, economically dependent and unable to contrast the insurgency – is looking for a political compromise with the AOGs. Realpolitik imposes limits to its ambitions.

 

domenica 22 febbraio 2015

Prospettive 2015: è disponibile la pubblicazione analitica e predittiva del CeMiSS

http://www.difesa.it/SMD_/CASD/IM/CeMiSS/Documents/OsservatorioStrategico/2015/Osservatorio_Strategico_Prospettive_2015.pdf
Nel solco di un appuntamento annuale che ormai può dirsi aver assunto carattere di regolarità, si è provveduto anche quest’anno alla elaborazione del volume “Prospettive 2015” del CeMiSS.

Quest’anno, in un continuo sforzo evolutivo, abbiamo particolarmente messo a fuoco il carattere predittivo delle Prospettive, concentrando le indicazioni più im portanti negli executive summary e combinando l’analisi specialistica delle sezioni tematiche, con la visione generale della parte dedicata all’ analisi globale.
Il lettore è quindi libero di combinare gli input generali con quelli specialistici e viceversa, fruendo di un’adeguata diversità d’approcci e contributi. Sappiamo che l’analisi predittiva degli eventi è particolarmente rischiosa e che errare è un rischio presente, ma riteniamo che seguire questa strada, nella convinzione che non si può subappaltare del tutto all’esterno la propria analisi e percezione strategica, non possa che essere fruttuoso per migliorare un dibattito talvolta generico e vago, contribuendo con un concreto apporto allo studio delle dinamiche globali e regionali.

L’indicazione operativa che scaturisce dall’insieme dell’opera si può tentare di riassumere nei seguenti punti:
- il quadro globale è contrassegnato da fattori d’instabilità finanziaria, energetica, cyber e climatica che condizioneranno i vari scacchieri in modo più o meno incisivo;
- i teatri in cui operano le nostre differenti missioni internazionali (tra cui Afghanistan, Libano, Balcani, Mare Arabico, Oceano Indiano ecc..) rischiano di essere condizionati o da crescenti instabilità o da attori regionali in cerca di spazi strategici da consolidare o ampliare;
- Il ruolo guida degli Stati Uniti è ancora visibilmente contestato, ma si esplica in configurazioni differenti rispetto al passato e con modalità più sfumate di prima, frenate anche dai nuovi equilibri interni postelettorali;
- Cina e India si preparano a ridefinire i propri ruoli internazionali con effetti già avvertibili a livello regionale e nel Mediterraneo;
- L'Italia e i suoi partner saranno impegnati a gestire un vasto arco di crisi e di insicurezza che vanno dall'Ucraina alla Mauritania in cui le dinamiche del jihadismo e delle entità politiche de factosono conseguenza anche del collasso di almeno quattro stati nell’area, possibilmente seguito da serie turbolenze negli stati produttori petroliferi ed influenzato dalle ripercussioni di diverse crisi in Africa;
- La Russia punterà a consolidare la situazione in Ucraina , nonostante una serie di difficoltà economiche indeboliscano il proprio monopolio energetico regionale.

Osservatorio strategico Prospettive 2015
Questo volume è stato curato dal Centro Militare di Studi Strategici

Direttore
Gen. D. Nicola Gelao
Vice Direttore Responsabile
C.V. Vincenzo Paratore
Dipartimento Relazioni Internazionali
Palazzo Salviati
Piazza della Rovere, 83 00165 Roma
Te l . 0646913204 Fax 066870779
e-mail: relintern.cemiss@casd.difesa.it

Autori
Claudia Astarita, Claudio Bertolotti, Claudio Catalano, Lorena Di Placido, Stefano Felician Beccari, Lucio Martino, Marco Massoni, Nunziante Mastrolia, Nicola Pedde, Alessandro Politi, Paolo Quercia

Coordinamento Scientifico “Parte I. Prospettiva Generale 2015”
Stefano Felician Beccari, Alessandro Politi

http://www.difesa.it/SMD_/CASD/IM/CeMiSS/Documents/OsservatorioStrategico/2015/Osservatorio_Strategico_Prospettive_2015.pdf

domenica 15 febbraio 2015

Dopo Isaf: 'Prospettiva generale' e Afghanistan, previsioni e analisi di una guerra non vinta (CeMiSS)

di Claudio Bertolotti
14/02/2015




http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2964
La conclusione della missione Isaf ha portato a compimento la più duratura operazione di combattimento condotta dagli Stati Uniti e dall’Alleanza atlantica.

Un impegno che proseguirà ora in altre forme: da un lato la nuova missione “train, advise e assist” della Nato, la Resolute Support, dall’altro l’operazione di “combattimento” statunitense nel solco dell’esperienza di Enduring Freedom.

Un processo di analisi incentrato sugli sviluppi dell’Afghanistan impone di valutare gli elementi in grado di influire su un paese che si appresta ad affrontare il proprio futuro con maggiore autonomia grazie a:
- il sostegno della comunità internazionale e l’interesse alla stabilità degli attori regionali;
- il compromesso politico tra i gruppi di potere legati alla diarchia Ghani-Abdullah (il primo presidente, e il secondo Chief executive officer, sorta di primo ministro de facto ma non - ancora - de jure);
- la permanenza di una residua forza internazionale.

A questi fattori si contrappongono la volontà occidentale di chiudere un impegno durato troppo a lungo, e uno stato afgano debole, inefficiente, corrotto e guidato da una burocrazia incompetente.

Stabilità afghana minacciata
Le minacce alla stabilizzazione sono la prosecuzione delle conflittualità alle quali le sole forze di sicurezza afghane non saranno in grado di far fronte, in particolare contro gruppi di opposizione armata sempre più forti e capaci di riconquistare molte delle aree in precedenza tenute dalla coalizione e dai contingenti inquadrati nella missione Isaf.

Molte le opportunità potenziali: l’impegno dei donor internazionali, le ricchezze del sottosuolo, il ruolo di zona di transito dei traffici commerciali regionali e la cooperazione economica con Iran e Cina. Nel contesto di cooperazione e sostegno all’Afghanistan attualmente vengono confermati il ruolo di Italia, Germania, Turchia e Stati Uniti, come attori dell’impegno Nato post-2014.

A fronte delle opportunità, l’assenza di truppe internazionali e la volontà dei gruppi di opposizione di destabilizzare il paese rappresentano le maggiori minacce.

Lo zampino del Califfo
In particolare, è necessario porre l’attenzione su un altro preoccupante fattore che ha recentemente fatto la sua comparsa, l’autoproclamatosi “stato islamico”.

Nel tentativo di penetrazione in Asia meridionale, il “califfato” è riuscito a stimolare la scissione del movimento dei taliban pakistani e ad avviare attività operative all’interno dell’Afghanistan, inducendo all’insorgere di dinamiche che potrebbero portare, da un lato, all’istituzione di una “libera alleanza di mujaheddin” dal forte impatto mediatico e, dall’altro, a nuovi rapporti di conflittualità e competitività tra gli stessi gruppi insurrezionali.

Rischio collasso
Sul piano politico-sociale le principali variabili sono la capacità del governo afghano di mantenere un equilibrio tra i gruppi di potere, il power-sharing tra questi ultimi, e, non ultime, le elezioni politiche previste per settembre.

Sulla sicurezza influirà principalmente il fenomeno insurrezionale, che potrebbe determinare il collasso dello stato afghano. Nel complesso, il prossimo biennio sarà contraddistinto da un aumento delle conflittualità, una riduzione delle capacità statali, e una maggiore instabilità politico-sociale.

È altresì probabile uno stato afghano debole politicamente e incapace di gestire il balance of power, vulnerabile alle pressioni dei Gruppi di opposizione armata , instabile sul piano della sicurezza interna, incapace di gestire i finanziamenti internazionali.

Senza mezzi termini o formule edulcorate, se l’Occidente non sosterrà adeguatamente le deboli istituzioni afgane e si avrà il collasso dello stato, allora la sfida in Afghanistan sarà persa, vanificando l’attività contro-insurrezionale condotta nell’ultimo decennio.


Il governo di Kabul è infatti debole e sul lungo periodo non sarà in grado di resistere all’offensiva insurrezionale condotta senza soluzione di continuità, se non avrà aiuto dall’esterno.

La prospettiva è che quanto più la Nato ridurrà la presenza sul terreno e il supporto alle forze afghane, tanto più le aree periferiche cadranno sotto l’influenza, prima, e il controllo, poi, dei gruppi di opposizione armata: dalla periferia verso il centro.

La riduzione delle forze statunitensi, in particolare, garantirà ai gruppi insurrezionali una maggiore capacità di concentrare unità e condurre azioni di massa. La prosecuzione delle azioni di combattimento si presenta come una scelta strategica dagli effetti a breve termine.

In sintesi, lo stato afghano - limitato nella governante, dipendente sul piano economico e non in grado di contrastare il fenomeno insurrezionale - punta ora a un compromesso politico che dovrà muovere verso un accordo con gli insorti afghani. Le premesse si muovono sui binari della realpolitik, con buona pace delle ambizioni democratiche.



Claudio Bertolotti, analista strategico, ricercatore senior presso il Centro militare di Studi Strategici e docente di “Analisi d’area”, è stato capo sezione contro-intelligence e sicurezza di Isaf in Afghanistan. È membro dell’Italian Team for Security, Terroristic Issues & Managing Emergencies (Itstime) e ricercatore per l’Italia alla “5+5 Defense iniziative, 2015” dell’Euro-Maghreb Centre for Research and Strategic Studies (CEMRES).

Il 19 febbraio alle 9.30, presso la sede del Centro Alti Studi per la Difesa (Roma, Palazzo Salviati), il Centro Militare di Studi Strategici (CeMiSS) presenterà le proprie analisi e previsioni strategiche contenute nelle pubblicazioni “Prospettiva Generale 2015” (di cui il presente articolo è una sintesi) e “Global Outlook 2015”.

domenica 18 gennaio 2015

ISAF: la missione (in)compiuta e l’inarrestabile riconquista dei taliban (CeMiSS 10/2014)

Terminare il ruolo di combattimento in Afghanistan e il supporto diretto alle forze di sicurezza afghane (ANSF), così come pubblicamente dichiarato, significherebbe abbandonare tout court l’Afghanistan nelle mani dei gruppi di opposizione armata; gruppi che, conclusa la fase di transizione che ha trasferito al governo afghano la responsabilità della sicurezza del paese, hanno riconquistato molte delle aree in precedenza conquistate e tenute dalle forze della Coalizione e dalle truppe della missione Isaf. È già un fatto accettato che, oggi, i taliban si muovano sul campo di battaglia in maniera pressoché indisturbata.Un esempio, tra i molteplici ma che interessa direttamente l’Italia, è la sostanziale libertà di manovra delle forze di opposizione nell’area di Bala Baluk dove centinaia di taliban hanno colpito indisturbati e vanificando i pluriennali sforzi italiani nell’area. 

I taliban alla riconquista dell’Afghanistan?
All’alba del 17 novembre oltre 400 taliban hanno preso parte all’azione offensiva condotta nel distretto di Bala Baluk, provincia di Farah, area di responsabilità italiana. Fonti ufficiali confermano l’uccisione di un poliziotto afghano e di otto taliban, molti di più i feriti da entrambe le parti.
Sebbene non vi sia una dichiarazione formale da parte dell’Emirato islamico del mullah Omar attraverso il sito web “The Voice of Jihad” – organo ufficiale di stampa del movimento taliban – l’account Twitter @sabiq_jihadmal, sedicente militante, ha annunciato l’uccisione di tredici poliziotti, il ferimento di dieci e la cattura di altri diciannove agenti da parte dei mujaheddin.
Un’offensiva che, a guardare i risultati sul campo e l’efficacia della propaganda mediatica, si presenta come inarrestabile.
Già nel mese di giugno i taliban sono stati in grado di condurre un’azione di massa portando 800-1000 mujaheddin all’assalto di obiettivi governativi nel distretto di Sangin, provincia di Helmand, imponendo alle autorità governative un tentativo di dialogo politico a livello locale; con ciò evidenziando la sostanziale impotenza dello stato afghano in quell’area.
Il successivo mese di luglio, circa 300 taliban hanno portato a compimento un’ulteriore offensiva nel distretto di Char Sada, provincia di Ghor.
E ancora, ad agosto, 700 mujaheddin hanno colpito in maniera energica il distretto di Charkh, nella provincia orientale di Logar. Taliban o altri gruppi? La situazione nel distretto non è completamente chiara, ma ciò che è interessante evidenziare è che ad ottobre Junood al Fida, gruppo jihadista baluchi fedele ai taliban e ad al-Qa’ida, ha annunciato (via Twitter, account @3131jund) di aver posto sotto il proprio controllo il distretto di Registan, provincia di Kandahar, inviando via web una serie di fotografie di un avamposto militare appena conquistato. Successivamente anche i taliban hanno dichiarato di aver preso il controllo dell’area, diffondendo online alcuni video di combattimenti nell’area di Kandahar; dichiarazione a cui è seguita la smentita ufficiale del governo afghano.
Inoltre, più recentemente, sempre i taliban hanno rivendicato la conquista di tre ulteriori distretti: Sayyidabad nella provincia di Wardak e Chahar Darah e Dasht-i-Archi nella provincia di Kunduz.


Nel complesso, al di là della retorica e della narrativa ufficiale, la situazione è in fase di progressivo peggioramento, e senza soluzione di continuità
La fine di novembre è stata segnata da episodi preoccupanti per la tenuta egli assetti istituzionali a causa dell’audacia delle azioni dei taliban; una situazione che, sul piano internazionale, si impone in maniera imbarazzante, tanto per il governo afghano quanto per la Coalizione che sta completando il passaggio di responsabilità.
Nel distretto di Sangin, dodici taliban e cinque soldati afghani sono morti durante un attacco contro una base militare; altri quattro poliziotti afghani sono stati uccisi in un attacco suicida nell’area di Anzur Shali, provincia di Helmand.
Infine – ma limitatamente al periodo preso in esame – il 27 novembre hanno avuto inizio gli intensi combattimenti tra le ANSF e i taliban all’interno di “Camp Bastion” (Helmand), il complesso militare lasciato all’esercito afghano dai contingenti statunitense e britannico, unitamente a “Camp Leatherneck”, il 26 ottobre scorso; combattimenti durati oltre tre giorni e condotti attraverso la tecnica dell’attacco complesso – commando suicidi a supporto di unità di assalto pesantemente armate – (ufficialmente cinque morti tra le ANSF e 27 tra le fila dei taliban); significativi i danni provocati all’infrastruttura e agli equipaggiamenti militari. “Camp Bastion” e “Camp Leatherneck” sono stati i principali complessi militari durante l’offensiva contro-insurrezionale nelle province di Helmand, Nimroz, e Farah, e per questo oggetto di precedenti attacchi (l’ultimo, il 14 settembre scorso, ha provocato la distruzione di sei velivoli statunitensi Harrier, il danneggiamento di altri due e l’uccisione di un comandante di squadrone e di un sottufficiale statunitensi). Nel frattempo, nella capitale Kabul i taliban hanno fatto irruzione all’interno di un’infrastruttura alberghiera, in prossimità del Parlamento afghano, e occupata da operatori civili stranieri poi trattenuti come ostaggi, mentre una serie di attacchi suicidi ha provocato numerosi morti: quattro gli attacchi nella capitale registrati l’ultima settimana di novembre.
In particolare, tale offensiva sarebbe riconducibile all’aumentata pressione esercitata dalla cosiddetta “Kabul Attack Network” (KAN) operativa nella capitale afghana, basata sulla collaborazione di taliban, Haqqani Network, e Hezb-i-Islami Gulbuddin Hekmatyar, e in probabile cooperazione con il pachistano Lashkar-e-Taiba (impegnato in azioni contro obiettivi indiani anche su territorio afghano) e al-Qa’ida. L’area di operazioni della KAN si estenderebbe da Kabul alle province di Logar, Wardak, Nangarhar, Kapisa, Kunar, Ghazni e Zabul.

Da impegno “full-combat” a “diversamente-combat”
A fronte di tale dinamica involuzione e al fine di prevenire il collasso istantaneo dello stato afghano, mentre la Nato avvierà la missione Resolute Support finalizzata ad attività di tipo train, assist, e advise, gli Stati Uniti hanno confermato l’intenzione di proseguire con le operazioni di combattimento, a supporto delle forze di sicurezza afghane e contro al-Qa’ida e gruppi affiliati; cosa per altro già prevista dall’accordo sulla sicurezza siglato a fine settembre dal neo-eletto presidente Ghani e approvato dal parlamento afghano (Bilateral Security Agreement – o, più correttamente, Security and Defense Cooperation Agreement – rispettivamente il 30 settembre e il 27 novembre 2014); stupisce in tal senso la sorpresa da parte dei media statunitensi (“New York Times”) che hanno enfaticamente pubblicato la notizia come “piano segreto di Obama”; tutto può essere, fuorché segreto poiché previsto dagli accordi bilaterali resi pubblici a settembre.
Dunque, come da programma, le forze statunitensi proseguiranno le operazioni di combattimento in Afghanistan anche dopo il 31 dicembre 2014. Una prosecuzione del ruolo di combattimento che prevede, sebbene in misura ridimensionata rispetto al precedente impegno, l’utilizzo dell’aviazione, bombardieri e droni a supporto delle forze afghane impiegate in missioni di combattimento; così come lo schieramento di forze terrestri statunitensi in caso di azioni offensive ai danni dell’esercito afghano, o di quello degli Stati Uniti, in particolare azioni offensive nei confronti di qualunque minaccia opportunamente definita come riconducibile ad al-Qa’ida o altri gruppi affiliati o similari. Quest’ultima frase lascia aperte le porte a un eventuale impiego nei confronti di qualunque forma di opposizione violenta, con implicito riferimento al jihadismo radicale che si sta imponendo nelle dinamiche conflittuali dell’Asia meridionale (e dunque l’ISIS/Stato islamico).
Formalmente, dunque, termina la missione di combattimento ma prosegue l’impiego combat sul campo di battaglia, in circostanze limitate, con finalità preventiva nei confronti di potenziali  effetti negativi sul piano strategico, a danno delle forze afghane e di quelle statunitensi e in operazioni di “anti-terrorismo”.
Inoltre, a conferma della crescente instabilità e dell’aumentato timore – e con dubbi di opportunità da più parte sollevati – il presidente Ghani ha autorizzato la ripresa dei cosiddetti “nighttime raids”, azioni condotte dalle forze speciali afghane affiancate da consiglieri statunitensi all’interno delle abitazioni civili durante le ore notturne; una questione che il precedente presidente, Hamid Karzai, aveva negato nel 2013.


Analisi, valutazioni, previsioni
L’espansione offensiva e la maggiore efficacia delle azioni insurrezionali è il risultato, certamente parziale, ottenuto dai gruppi di opposizione armata in conseguenza del ritiro dei contingenti della missione Isaf a guida Nato e delle truppe dell’operazione Enduring Freedom. E quanto più le truppe straniere ridurranno la loro presenza sul terreno e il loro supporto alle forze di sicurezza afghane, tanto più altri distretti cadranno sotto l’influenza, prima, e il controllo, poi, dei taliban e dei loro alleati: dalla periferia al centro.
La riduzione degli assetti statunitensi, in particolare, garantirà ai taliban una sempre maggiore capacità di concentrare unità e condurre azioni di massa, in particolare nei distretti più periferici.
Nel complesso il governo afghano e gli Stati Uniti – affiancati dagli alleati della Nato – perdono terreno, a vantaggio dei gruppi di opposizione armata. Se, come pianificato, le truppe della Nato lasceranno progressivamente i comandi regionali per concentrarsi nell’area della capitale è prevedibile che i vuoti lasciati dai contingenti stranieri verranno in breve colmati dai taliban e dai loro alleati; la prosecuzione delle azioni di combattimento si presenta dunque come una scelta strategica dagli effetti a breve termine.


giovedì 18 dicembre 2014

La competizione jihadista in Af-Pak: tra “Al-Qa’ida” e “Isis” in Asia Meridionale (CeMiSS)

di Claudio Bertolotti


I taliban e l’espansione dello “Stato Islamico”
Ci sono alcuni indicatori che suggeriscono un’avanzata dello “Stato islamico dell'Iraq e del Levante” (ISIL/ISIS d’ora in poi IS, Stato Islamico) in Asia meridionale, in particolare nell’area dell’Af-Pak – tra i gruppi di opposizione armata afghani e pakistani – e in India. All’interno di tale dinamica espansione dell’IS, una parte dei taliban pakistani (Teherik-e-Taliban Pakistan, TTP) pare avviarsi verso l’istituzione di quella che sembra essere una “libera alleanza di mujaheddin”.
Il pericolo è concreto. E se è confermato che alcune fazioni dei TTP hanno dichiarato il proprio sostegno all’IS – al contrario di al-Qa’ida – è altresì vero che lo stesso gruppo – in rapporto di collaborazione con al-Qa’ida – ha ribadito la propria fedeltà ai taliban afghani del mullah Omar – i quali a loro volta sono legati ad al-Qa’ida (Fonte Reuters, 4 ottobre 2014). Un intreccio di interessi, equilibri precari e rapporti di collaborazione  e competizione che suggerisce la sussistenza di ragioni di preoccupazione:
-    in primis perché le dinamiche competitive tra gruppi jihadisti fortemente radicalizzati tendono ad acuire i conflitti portando le parti più “moderate” ad assumere un ruolo attivo nelle conflittualità locali – anche al fine di sopravvivere;
-    in secondo luogo perché le comunità non rientranti nelle rigide categorie dei gruppi radicali tendono a divenire il bersaglio proprio dei movimenti jihadisti estremisti; con la conseguenza di indurre alla conflittualità anche soggetti (o comunità, gruppi) che non ne avrebbero necessità.
In Pakistan si sono verificate spinte divergenti all’interno del movimento Tehrik-e-Taliban Pakistan.
Cinque comandanti TTP di alto livello hanno dichiarato la loro posizione a favore dell’IS, in linea con quanto espresso da Shahidullah Shahid: Saeek Khan, capo del gruppo dell’agenzia di Orakzai, Khalid Mansoor, capo della zona di Hangu, Daulat Khan, capo dell’agenzia di Kurram, Fateh Gul Zaman, capo dell’agenzia di Khyber e Mufti Hasan, capo della zona di Peshawar; per un totale di circa 700/1000 combattenti.
Il TTP ha subito numerose defezioni e allontanamenti nell’ultimo anno, in seguito alla morte del carismatico leader storico, Hakimullah Mehsud, colpito da un attacco drone statunitense nel novembre del 2013.
Sono segnali forti di un dinamismo centrifugo che sta caratterizzando il movimento dei taliban pakistani; al contrario i “cugini” afghani avrebbero trovato un giusto equilibrio. Dinamismo che avrebbe così portato alla nascita di due fronti: uno costituito dai TTP, dai taliban afghani e da Al-Qa’ida, l’altro formato dal gruppo scissionista dei TTP, dall’IS e dall’IMU (di cui si parlerà più oltre).
 
Jihad tra marketing e franchising
Si impone l’efficacia del marketing del jihad nell’area dell’Af-Pak.
Al-Qa’ida si sta indebolendo, ha perso quel mordente che l’ha caratterizzata negli anni dieci del nuovo millennio; come un marchio in franchising, non è riuscita ad imporsi alle nuove generazioni così come invece sta riuscendo l’IS.
Al-Qa’ida e lo Stato islamico IS/ISIL hanno intensificato l’opera di reclutamento all’interno del Pakistan e in alcuni paesi del Sud-Est asiatico, con ciò confermando la competizione nell’attività di arruolamento di elementi radicali, per lo più giovani.
Partiamo dal video di Al-Zawairi. Da un lato, il capo di Al-Qa’ida ha annunciato la creazione di una nuova forza islamica chiamata "Qaedat al-Jihad del subcontinente indiano": un messaggio ricco di significati, al di là delle parole (Fonte SITE Intelligence Group).
Dall’altro, l’IS ha lanciato una propria campagna di reclutamento in Pakistan e in Afghanistan, attraverso un’opera di propaganda a livello locale e con metodi tradizionali del tipo “porta a porta” (Fonte Pakistan’s Express Tribune).
Quello a cui stiamo assistendo è uno sforzo parallelo condotto da due organizzazioni in competizione tra di loro: la prima con una presenza consolidata sul territorio, ma in fase di declino (al-Qa’ida), l’altra in piena fase espansiva, ma con un’esperienza limitata in Asia meridionale (IS).
Il video di al-Zawairi lascia intuire che al-Qa’ida si senta minacciata dall’emergere di un nuovo e alternativo soggetto jihadista, capace di conquistare i “cuori e le menti” dei più giovani in Medio Oriente e nel Sud Est asiatico, dove l’IS starebbe raccogliendo adesioni.
In tale contesto la residualità jihadista di al-Qa’ida nell’area dell’Af-Pak sarebbe minacciata da un competitor esterno che introduce il suo “prodotto” in un mercato che è alla ricerca di una nuova identità, svincolato da modelli passati, – certo di “successo”, ma un successo spostato indietro nel tempo; e il riferimento fatto da al-Zawairi a Osama bin Laden, all’interno del video, confermerebbe ancora una volta la necessità di richiamo al modello originale, tradizionale, in contrapposizione a quello “nuovo” dell’IS.
 
Brand al-Qa’ida e sviluppi regionali
Il paragone in termini “commerciali” descrive in maniera molto semplice lo sviluppo di quello che si delinea sempre più come un rapporto di competizione per il possesso esclusivo del brand “jihad”; e l’innovazione introdotta con il “marchio” “Qaedat al-Jihad del subcontinente indiano” si inserirebbe all’interno di questo spietato marketing del jihad.
E al-Zawairi si spinge oltre. Pretendendo il ruolo di leadership dello jihadismo globale e regionale, mobilita tutti i fedeli verso l’unità della Ummah, e lo fa attraverso il richiamo (che fu di Osama bin Laden) al Tawhid (monoteismo) e al jihad contro i suoi nemici.
Un richiamo a quella necessaria unità dei mujaheddin che deve contrapporsi a "differenze e discordia" tra jihadisti; un implicito riferimento all’IS. In particolare, è interessante notare il richiamo che al-Zawairi fa, nel suo intervento video, alla necessità di distruggere quei confini artificiali imposti dagli occupanti inglesi che continuano a dividere i musulmani del subcontinente indiano. È questa una risposta al messaggio che l’IS sta portando avanti in Medio Oriente, attraverso l’abbattimento dei confini che furono imposti nel secolo scorso dall’Occidente, quell’Occidente che oggi deve essere colpito, battuto.
Un richiamo energico, quello di Ayman al-Zawairi, che si colloca in un momento difficile per al-Qa’ida e per la sua leadership poiché da più parti gli stessi appartenenti al movimento e i mujaheddin combattenti su diversi fronti (in particolare quello mediorientale) hanno manifestato i propri dubbi sull’efficacia del gruppo dirigente – e dello stesso  al-Zawahiri – arrivando a chiederne la rimozione. E ancora una volta, il video-messaggio si inserisce all’interno di dinamiche interne al gruppo; un video che mostrerebbe più le debolezze che non i punti di forza di un movimento che è stato di ben più ampia portata.
 
IS e l’opera di reclutamento in Af-Pak
Lo Stato Islamico nel subcontinente indiano è estremamente attivo sul fronte della propaganda. Una capacità che, al contrario, al-Qa’ida ha progressivamente ridotto.
Gli opuscoli propagandistici dell’IS, tradotti nelle lingue locali (urdu e pashto) e distribuiti in alcune zone del nord-ovest del Pakistan e nelle province di confine dell’Afghanistan, sono finalizzati alla promozione del brand “IS/ISIL”, dei suoi fini e della visione di un mondo in cui il Califfato islamico (Stato islamico) è soggetto forte e portatore di un messaggio inclusivo.
Al contrario, al-Qa’ida ha forti difficoltà a competere con la macchina propagandistica di IS, e ciò avverrebbe poiché:
1.    manca un’adeguata capacità comunicativa sul piano virtuale – è sufficiente raffrontare il numero di account “Twitter” di IS rispetto ad al-Qa’ida, o la presenza sui social media;
2.    mancano i risultati sul fronte “reale”, poiché al-Qa’ida – al contrario di IS che è un proto-Stato in grado di autofinanziarsi e amministrare un proprio apparato – non ha una presenza sul territorio, non possiede brigate combattenti, manca di contatto con la realtà;
3.    non è in grado di opporsi concretamente al governo pakistano.
In tale contesto, svantaggioso per al-Qa’ida, l’IS riesce a competere in maniera efficace per una notevole quota di mercato del jihad. Quale brand avrà più successo?
-    Da un lato l’opera di restiling e il difficile rilancio dello storico marchio di al-Qa’ida.
-   Dall’altro, l’irruente comparsa di IS, il nuovo marchio del jihad, capace di colmare rapidamente e con efficacia i vuoti lasciati da un’al-Qa’ida non in grado di muoversi agevolmente, né capace di utilizzare un linguaggio accattivante.
In sintesi, IS guadagna terreno mentre al-Qa’ida avanza con fatica, tra difficoltà interne e limiti esterni. Ma è bene ricordare che l’IS è privo di strutture e di organizzazione nell’area dell’Af-Pak e dell’intero subcontinente indiano; almeno per il momento. 

IMU: l’Islamic movement of Uzbekistan 
Il Movimento islamico dell’Uzbekistan collabora apertamente con al-Qa’ida, i TTP e i taliban afghani.
È probabile che l’attuale forza del movimento sia superiore ai 2.000 mujaheddin – dei quali 700 combattenti e 140 istruttori concentrati nel nord dell’Afghanistan – sebbene siano al momento in atto alcune defezioni a causa dell’ambigua strategia che porrebbe come obiettivo principale la lotta all’interno dell’Asia centrale in alternativa al jihad globale.
L'IMU disporrebbe anche di un numero imprecisato di militanti, sostenitori e attivisti in Asia centrale, nel Caucaso, in Iran e in Siria; combattenti dell’IMU sarebbero al fianco di al-Qa’ida in Iraq e Siria e con un ulteriore gruppo dell'Asia centrale (Seyfuddin Uzbek Jamaat).
Stando alle dichiarazioni del movimento, circa Il 10% della forza dell’IMU in Afghanistan e in Pakistan è rappresentata da organizzazioni alleate quali l’Islamic Movement of Turkmenistan (IMT) e il Tajikistan’s Islamic Renaissance Party (IRP); quest’ultimo partito islamista legale . E ancora l’East Turkestan Islamic Movement (ETIM).
L'IMU ha proprie fonti di finanziamento, che sono separate da quelle dei taliban sebbene godano degli stessi diritti di rappresentanza dei taliban; è dunque probabile una presenza di appartenenti all’IMU a livello distrettuale e provinciale e all’interno delle commissioni per quanto, dopo la “rottura” seguita all’avvio del dialogo negoziale Taliban-Usa-Governo afghano, l’IMU abbia spostato la propria area operativa nel nord dell’Afghanistan dove collaborerebbe con i taliban locali. Rimangono comunque separate le due organizzazioni, così come lo sono la catena di comando e l’attività di finanziamento. 
L’IMU, dal 2010, coopererebbe in prevalenza con i gruppi di opposizione armata non-pashtun, anche taliban afghani, così come con i taliban pakistani; ma anche con i gruppi jihadisti regionali e con la stessa al-Qa’ida.
Più in generale, l'IMU ha preso parte alle dinamiche insurrezionali dell'Asia centrale e del Medio Oriente, tra cui il sostegno all’iraniano Jundullah in Baluchistan (movimento sunnita baluchi in lotta contro l'Iran), così come ha sostenuto altri piccoli gruppi jihadisti tra i quali l'IMT in Turkmenistan, e ancora in Kazakhstan, in  Cecenia e collaborato con altri gruppi legati ad al-Qa’ida in Siria; a ciò si aggiungono non meglio specificate attività di sostegno in "alcuni paesi africani". 
IMU e Stato Islamico 
Il 26 settembre 2014, il leader dell’IMU Usman Ghazi ha dichiarato il proprio sostegno all’IS (Radio Free Europe/Radio Liberty’s, Uzbek Service, 4 ottobre 2014).  Ciò implica una significativa modifica degli equilibri del movimento e tra i gruppi jihadisti regionali poiché un avvicinamento all’IS comporterebbe un allontanamento da al-Qa’ida.
Questo anche sul piano economico-finanziario poiché un cambio di alleanza comporterebbe una riorganizzazione dei finanziamenti verso l’IMU, non più da al-Qa’da bensì dallo Stato Islamico di Abu Bakr al-Baghdadi, in grado di registrare entrate giornaliere di 2/4 milioni di dollari (USD).
Dunque una partnership con l’IS rappresenterebbe per l’IMU un vantaggio in termini di sostegno economico da sfruttare in Asia Centrale. 

Considerazioni, valutazioni, previsioni 
L’ombra dello Stato Islamico muove verso il subcontinente indiano.
In un mondo sempre più interconnesso dove le conflittualità locali sono condizionate e influenzate da spinte di natura globale, la violenza radicale che imperversa nel Vicino e Medio Oriente si sta espandendo a macchia d’olio; al di là dei risultati militari e delle manifestazioni violente e crudeli, ciò che deve preoccupare è la diffusione dell’ideologia, del suo veloce radicamento, del proselitismo di successo che anticipa, sì, l’accendersi della violenza, ma che al contempo permane indipendentemente dallo spostamento della linea del fronte di combattimento.
E un Afghanistan non stabilizzato è una terra di facile conquista per le ideologie radicali.
I taliban di oggi non solo quelli di dieci o quindici anni fa, è vero. Ma potrebbero tornare a esserlo in caso di contatto (reale o “virtuale”) con i gruppi radicali e fondamentalisti operativi in Iraq, o in Siria; anche in questo caso un copione già conosciuto .
Rischio di un fondamentalismo di ritorno a cui il governo afghano deve porre un argine attraverso una soluzione di compromesso che preveda quel necessario power-sharing – formale o informale, questo poco importa – che conceda l’accesso a forme di potere reale anche ai taliban (le cui finalità sono – al momento – di natura “nazionale” e non globale) e agli altri importanti gruppi di opposizione armata: questa è una soluzione accettabile, oggi certamente necessaria.